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Comune-info - Wednesday, February 25, 2026
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Mi ritrovo spesso a pensare che il punto non sia un singolo provvedimento, e forse nemmeno una specifica riforma. Mi sembra, piuttosto, che il vero nodo sia la forma che sta lentamente assumendo il nostro Stato. È come un filo invisibile che attraversa le analisi di questi mesi: l’impressione che il prossimo referendum non riguardi solo la magistratura, ma un modello di potere che si sta depositando, strato dopo strato, sotto i nostri occhi.

Non avverto un atto unico, un cambiamento clamoroso che rompe il vetro. Mi sembra di vedere una costruzione per accumulo, una serie di decisioni che, prese singolarmente, ci vengono presentate come tecniche, settoriali, quasi inevitabili. Eppure, se provo a guardarle insieme, mi pare che disegnino una direzione precisa.

Il dubbio sulla centralizzazione

Mi chiedo se quella a cui assistiamo sia solo un’esigenza amministrativa o se non sia, invece, un principio politico più profondo: la centralizzazione. Ho l’impressione che le decisioni tendano a scivolare sempre più verso l’esecutivo, mentre gli spazi di mediazione si fanno stretti e i controlli sembrano quasi un intralcio. Mi pare che il Parlamento stia diventando più un luogo dove si ratifica che un luogo dove si delibera, e che gli organismi indipendenti vedano sbiadire la propria capacità di equilibrio. Mi domando: è questa l’idea di governabilità che vogliamo? Quella dove la rapidità della decisione conta più della pluralità del processo democratico?

Una gerarchia che interroga i diritti

Poi c’è il tema della gerarchia, che mi sembra emergere con forza tra i territori e tra le istituzioni. Mi chiedo se l’autonomia differenziata non sia molto più di una riforma regionale. Mi pare che stia introducendo una struttura diseguale, quasi una scala di serie A e serie B nella distribuzione delle risorse.

Sulla Sanità: mi sembra che il sistema universale stia arretrando in silenzio. Forse ci stiamo abituando all’idea di “poli di eccellenza” separati dal resto del territorio. Mi chiedo: se la salute dipende dal codice postale, siamo ancora tutti uguali?

Sull’Università: Vedo un movimento verso una stratificazione sempre più netta, con centri forti che attraggono tutto e periferie che si indeboliscono. Ho l’impressione che l’uguaglianza stia smettendo di essere un presupposto per diventare una variabile. E la scuola nel suo insieme? Questo argomento merita un capitolo a parte.

Il privato che occupa il vuoto

Mi sembra, infine, che il ridimensionamento del pubblico non avvenga per una dichiarazione ideologica aperta, ma come una conseguenza operativa. Dove lo Stato arretra, si apre un vuoto; e quel vuoto viene occupato da soggetti privati, spesso con fondi pubblici. Non è una sostituzione improvvisa, ma un riequilibrio graduale.

Stiamo passando dai diritti garantiti a un accesso differenziato?

Verso quale cittadinanza?

Le riforme della magistratura, il premierato e l’autonomia non sono frammenti sparsi, ma i componenti di un assetto coerente. Un sistema dove il potere si presenta come l’unico centro ordinatore, mentre gli spazi di equilibrio vengono ridefiniti.

Forse le trasformazioni più incisive sono proprio quelle che non irrompono, ma che si normalizzano. E proprio per questo mi sembra così difficile riconoscerle mentre accadono.

Una scelta di campo

Proprio per tutto questo, il referendum smette di essere un passaggio tecnico e diventa un momento di chiarezza necessaria.

Votare NO non significa solo respingere una singola norma sulla magistratura, ma esprimere un dissenso consapevole verso questa intera traiettoria. Significa dire che non accettiamo la normalizzazione della disuguaglianza, che non vogliamo un potere senza contrappesi e che crediamo ancora in una cittadinanza fondata sui diritti universali e non sulle gerarchie.

È un atto di resistenza civile contro un progetto che vuole indebolire la democrazia per accentuare l’autorità. È, alla fine, la scelta di chi vuole restare cittadino e non diventare un semplice spettatore della gestione del potere.

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