Radiografia di un miracoloÈ STATO IL REFERENDUM DEI GIOVANI, È EVIDENTE, MA A LEGGERE BENE I DATI IN
RELAZIONE AL TEMPO CHE VIVIAMO È STATO ANCHE IL REFERENDUM DELLE DONNE E DEI
TERRITORI MENO DEVASTATI DALL’IPER-LIBERISMO (LE AREE DOVE HA PREVALSO IL SÌ
SONO QUELLE PIÙ PRODUTTIVE E RICCHE CHE NON SOPPORTANO ALCUNE LIMITE). «NESSUNO
PUÒ PENSARE DI INTESTARSI QUESTO VOTO, MEN CHE MENO LE FORZE POLITICHE
D’OPPOSIZIONE… – SCRIVE MARCO REVELLI SU VOLERE LA LUNA – IL PROTAGONISTA, DIREI
PRINCIPALE, DI QUESTA CAMPAGNA ELETTORALE TUTTA IN SALITA, È STATO UN ATTIVISMO
DIFFUSO FATTO DI UNA MIRIADE DI REALTÀ, TRA ASSOCIAZIONI, GRUPPI SPONTANEI E
MICRO-STRUTTURE CONSOLIDATE, SINGOLE PERSONE IN FORMA DI VOLONTARIATO, GIURISTI,
NORMALI CITTADINI… TUTTO QUESTO MONDO NON È DI PER SÉ “DISPONIBILE” PER IL
GIORNO DELLE ELEZIONI POLITICHE. QUESTI VOTI DOVRANNO ESSERE CONQUISTATI E,
DIREI MEGLIO, “MERITATI”. A COMINCIARE DA UNA QUESTIONE…: IL TEMA ESISTENZIALE
DELLA PACE, QUELLO CHE HA MOSSO LE RAGAZZE E I RAGAZZI DELL’ULTIMA GENERAZIONE.
QUELLO CHE NON TOLLERA AMBIGUITÀ. QUELLO CHE CI RIPORTA DIRETTAMENTE ALLA
VITALITÀ DELLA NOSTRA COSTITUZIONE, COL SUO ARTICOLO 11. UN TRADIMENTO SU QUESTO
TERRENO SAREBBE, PER TUTTI NOI, INTOLLERABILE…»
Roma, 28 marzo: corteo No Kings. Foto di Riccardo Troisi
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Il Referendum costituzionale ci ha regalato un miracolo. Perché è un vero e
proprio miracolo questa vittoria del No tanto netta quanto imprevedibile (fino a
due mesi fa). E come tutti i miracoli, anche questo ha i suoi numi protettori,
due in particolare: Santa Carta e Santa Gioventù. La Carta, perché la molla
principale che ha spinto così tante e tanti ai seggi e a votare No è stato il
motto unanime: ”giù le mani dalla Costituzione”. La volontà di impedire che quel
documento fondativo scritto ottant’anni fa dalla parte migliore della nostra
cultura giuridica e politica fosse manomesso oggi dalla parte peggiore. E poi i
giovani, perché sono stati loro il valore aggiunto che ha contribuito a fare
impennare gli indici della partecipazione e a far pendere la bilancia verso il
No, trasferendo dalle piazze strapiene contro il genocidio di Gaza e la guerra
la loro passione fin dentro le urne. Queste sono state le prime osservazioni a
caldo, mentre lunedì pomeriggio osservavo sospeso tra speranza e paura, i dati
scorrere sul video.
Se poi, dalle sensazioni da spettatore televisivo, vogliamo passare
all’esercizio del mio mestiere – che è quello di politologo. e quindi
dell’osservazione dei dati -, posso aggiungere qualche elemento per favorire una
riflessione più meditata su quanto è accaduto: un parallelo storico, un dato
generale, e tre possibili chiavi di lettura. Il parallelo storico riguarda il
primo referendum fondativo della nostra democrazia: quello del 2 giugno del 1946
tra Monarchia e Repubblica. Allora la Repubblica vinse con un distacco di 2
milioni di voti: 12.718.641 voti contro 10.718.502. Esattamente come oggi il NO
prevale sul SI per 14.462.068 voti contro 12.447.767. E’ vero che allora votò
quasi il 90% degli aventi diritto, e ora quasi il 60% (a misurare il lungo
processo di corrosione della nostra democrazia), ma l’assonanza tra quei due
numeri, e quella costante dei 2 milioni di scarto, può comunque alimentare la
suggestione (solo una suggestione, non certo una regola scientifica), che nei
momenti-chiave della nostra vita collettiva, quando sono in gioco i fondamenti
della Repubblica, qualcosa scatta nel profondo del Paese a proteggere le
conquiste dei nostri padri.
Il dato generale riguarda invece la composizione del voto per genere: tra le
donne il No ha prevalso al 56%, nell’elettorato maschile si è fermato al 51,5.
Questo vuol dire che questo Referendum l’hanno vinto le donne. Porta il loro
segno. Senza quella forte spinta da loro impressa ci si sarebbe fermati a un
quasi-pareggio. Non dimentichiamolo mai.
Quanto alle chiavi di lettura, scavando nella massa imponente di dati ormai a
disposizione, posso provare a suggerirne tre: una chiave “territoriale”
(chiamiamola così); una chiave “anagrafica” (strutturata prevalentemente sulle
classi d’età); e una chiave “culturale” (definita dai livelli d’istruzione).
Dal punto di vista territoriale, una prima rappresentazione è offerta dalla
mappa cromatica per Regioni, che ci mostra un paese nella stragrande maggioranza
monocromo, nel senso che il rosso, colore con cui è rappresentata la prevalenza
del No, traccia un’unica “landslide”, ovvero una strisciata, per tutto lo
sviluppo dello stivale. Solo nella parte settentrionale, sul versante
centro-orientale, compare una larga macchia blu, costituita dal lombardo-veneto
e dal Friuli-Venezia Giulia. Lì, e solo lì, il Sì ha superato il 50% nella media
regionale: in Lombardia con il 53,5%, in Veneto con il 58,4, in Friuli con il
54,4. Possiamo chiederci: cos’ha di particolare quella parte di Paese, per
muoversi così in controtendenza con il resto? È la più potente dal punto di
vista produttivo e finanziario, certo: tutte e tre insieme quelle regioni fanno
quasi il 44% del Pil italiano (490 miliardi la Lombardia, 210 il Veneto, una
cinquantina il Friuli). È anche la più ricca: la Lombardia ha un reddito
disponibile pro capite superiore del 23% alla media italiana, il Veneto del 19%
circa… Ma soprattutto questa è l’area dove, nell’ultimo trentennio, con maggior
pienezza e intensità si è radicato il paradigma iper-liberista. O, se si
preferisce usare il termine coniato dal nostro grande sociologo, Luciano
Gallino, dove il Finanzcapitalismo ha lavorato più a fondo. Tanto a fondo da
farsi antropologia. Da plasmare cioè costume, carattere personale, sistema di
relazioni, colonizzando i mondi vitali della popolazione. Trasformando – secondo
appunto la sua natura – gli individui in frammenti di “capitale”, atomi
competitivi le cui caratteristiche personali sono riconfigurate in forma di
“asset”, dotati di valore solo se investibili sul mercato. Iper-individualismo e
competitività vissuta come condizione esistenziale.
In questo bio-universo dominato dalla dimensione del produrre per competere, è
vissuto con fastidio ogni limite che faccia da ostacolo ai propri animal
insticts, al libero dispiegarsi della propria volontà di espansione (“di
potenza”, direbbe Nietzsche, che però in molti casi è solo “di sopravvivenza”),
dal più piccolo atomo sociale al più alto livello del potere, dal “casannone”
(neo-termine coniato da Aldo Bonomi per rappresentare la simbiosi tra “Casa” e
“Capannone” delle unità produttive famigliari del Nord-est) annidato nella Marca
trevigiana fino alla grande Finanziaria insediata nella cuspide dei grattacieli
milanesi di Piazza Gae Aulenti, tutti animati dalla stessa ossessione di libertà
dai vincoli, siano essi quelli del Fisco o dell’Ecologia, della morale
altruistica o del semplice buonsenso. Insomma, il capitalismo di ultima
generazione, che qui si è concentrato a tal punto da occupare ogni spazio,
vitale e mentale. Il suo segmento che sta in alto, così ben descritto da Sergio
Bologna nel suo recentissimo commento al Referendum su Officina Primo Maggio:
“Quello che sopravvive solo se può praticare sistematicamente l’illegalità degli
appalti, quello che si circonda di schiere di professionisti che lo aiutano a
evadere il fisco, a evadere le regole sul lavoro, a evadere le norme ambientali
e urbanistiche. Quello che ha aiutato la mafia a traslocare dal Sud al Nord, da
Corleone a piazza San Babila. Quello che si sente in parte, ma solo in parte,
rappresentato da Confindustria o da Confcommercio o dagli innumerevoli ‘corpi
intermedi’, ridotti più a spettri che a corpi. Perché è un capitalismo senza
bandiere, può spostarsi tranquillamente nel mondo”.
Ma anche il capitalismo che sta in basso, che è penetrato nelle anime e nel
cuore di chi apparteneva fino a una trentina di anni fa al mondo del lavoro ma
che ora si considera anche lui un “portatore di asset”, sia pur molecolare,
quello che fa la fortuna dei commercialisti e ne è a sua volta da quelli formato
nell’arte dell’evasione, degli avvocaticchi di paese per difendersi dalle
invasioni di campo dei poteri pubblici, e che custodisce con cura il suo piccolo
tesoretto di “nero”, che briga e s’arrangia per ripulirlo in qualche modo, con
la pletora di micro-intermediari, tutori e protettori di terzo livello,
faccendieri e maestri di furbizia, comunque sempre guardando con diffidenza e
ostilità a tutto quanto odora di “pubblico”, ma che al contrario dei primi è
inchiodato a terra (dal mutuo, dall’ipoteca, dalla banchetta che gli sta
addosso) come un anacronistico servo della gleba. È tutta la “varia umanità” che
abita il territorio di questo “capitalismo feudale ultramoderno”, nel quale le
catene di subalternità e asservimento sono innervate in un impasto sociale che
non distingue più classi e ruoli perché tutti – quelli che nuotano nell’oro e
quelli che arrancano per non affogare – sono unificati dalla comune
qualificazione di “competitor di mercato”, micro o macro-imprenditore che sia, e
tutti condividono il medesimo ethos che ripete il mantra unico dell’“enrichissez
vous”. Si può ben comprendere come in questo ambiente, colonizzato così a fondo,
i temi della campagna per il Sì, per sgangherata che fosse – anzi, forse proprio
perché sgangherata a tal punto da lasciar intravvedere dietro il muro di balle
ammannite ai creduli, il nocciolo duro della riforma – suonassero come musica
per le orecchie di chi non aspettava altro che sentirsi dire finalmente di
“liberarsi dai giudici”, mettere al loro posto quei “plotoni di esecuzione” che
rovinano gli affari, e poi magari sistemare anche quelli della Corte dei Conti,
delle Sovrintendenze varie, delle Commissioni urbanistiche, e perché no?, magari
anche quei rompicoglioni delle opposizioni che disturbano i manovratori, quelli
grossi, che guidano i governi nazionali e locali, ma anche chiunque abbia
qualcosa da manovrare. Liberi tutti, finalmente, da qualsiasi cosa abbia anche
solo l’odore di una qualche forma di “controllo”.
Ma il fattore territoriale ci dice anche altro. Se anziché la mappa del voto per
Regione si prende, per esempio, quella del voto per province, si noterà che la
compattezza cromatica si stempera, il quadro si fa più frammentato, compaiono
macchie blu anche nel Nord-ovest (le province piemontesi), al Centro, un po’
meno al Sud dove l’unica smagliatura si registra in Calabria sulla punta dello
stivale, nella Locride (ma su questo torneremo più avanti). E se si ravvicina
ulteriormente il focus, passando alle mappe del voto per Comune, la dissipazione
cromatica è ancora più evidente, con sfumature dal rosso al blu ampie. La
ragione è evidente: le medie regionali sono trainate dal voto massiccio dei
capoluoghi, dove, ovunque, ha vinto il No (20 su 20), ma man mano che si scende
nelle dimensioni dei comuni il Sì ricupera: è ancora debole nei Capoluoghi di
Provincia, ma nei comuni piccoli e nei “comuni-polvere” è tendenzialmente
maggioritario. Insomma, la dimensione territoriale è una chiave molto
significativa, per certi versi decisiva.
Tutte le metropoli (intorno al milione di abitanti) hanno votato massicciamente
per il No. Così Roma (60,33%), Milano (58,33), Napoli, naturalmente, col suo
record del 75,49%, Torino (64,76%). Altrettanto hanno fatto tutte le “grandi
città” (sopra i 100.000 abitanti, tranne Verona e Reggio Calabria): Genova
(64,02), Bologna (68,33), Firenze (66,57), Palermo (68,94), Bari (57,14),
Catania (63,47), Venezia (55,13), Messina (58,85). Può essere interessante dare
uno sguardo più ravvicinato alle mappe delle metropoli, che registrano i
risultati seggio per seggio (in rosso quelli con maggioranza No, in blu quelli
per il Sì). Si potrà notare l’estensione quasi completa del rosso, con solo
alcune macchie circoscritte di blu, in una rappresentazione topografica che – in
alcuni casi – rovescia lo schema della ZTL, che nelle precedenti elezioni,
politiche e amministrative, voleva il Pd e più in generale il centro-sinistra
asserragliato nei quartieri del centro o comunque benestanti e il centro destra
accampato nelle semi-periferie, nelle periferie, nelle barriere o comunque nei
quartieri più indigenti. Qui sono invece le zone centrali e residenziali le sole
in cui il Sì ha prevalso. Così ad esempio a Torino, dove un pallido azzurro
compare solo nei seggi intorno all’asse centralissimo di Via Roma. Oppure a
Milano, dove una consistente macchia blu si concentra entro l’ottagono che
contiene le zone Duomo e Castello sforzesco (quelle in cui è localizzato il
Finanzcapitalismo), mentre il resto è rosa o rosso con accentuazioni a
Conchetta, Loreto, Portello, Barona. A Roma, invece, la mappa ci restituisce
un’estensione vastissima colorata di rosso, comprendente quasi tutti i municipi,
con risultati oscillanti intorno al 60% (con punte massime del 67% al Municipio
VII, e basse al Municipio VI col 53%. Unica eccezione il Municipio XV dove il SI
prevale per un pelo: 50,72%. MentreNapoli è assolutamente omogenea, con l’unica
variazione tra le sfumature di Rosso (rosa quelle poco sopra il 50%, porpora
intenso oltre il 60%), come purePalermo.
All’opposto i comuni piccoli o piccolissimi, dove il Sì si è affermato più
diffusamente, soprattutto nelle aree vallive del centro-nord, e con dimensioni
spesso elevate, in particolare nei cosiddetti “comuni-polvere”, con l’eccezione
delle aree in cui si siano manifestati negli ultimi anni significativi movimenti
di protesta con radicamento territoriale, dove invece il No rialza la testa. Un
esempio del primo tipo che, come si può immaginare, conosco bene è costituito
dalle valli del cuneese, quelle la cui etnografia è descritta nel Mondo dei
vinti, che sono state desertificate dallo spopolamento nell’epoca del boom
economico e che da allora non si sono più riprese, quantomeno dal punto di vista
demografico. In Valle Stura, per esempio, dove ormai da tempo si vota a destra,
nonostante sia stata protagonista della lotta partigiana, disseminata di comuni
dalle dimensioni minime (50, 100 abitanti quando va bene) il Sì ha prevalso in
misura massiccia, tanto più grande quanto più ci si allontana dal capoluogo (si
veda la striscia qui sotto i risultati di Rittana, Argentera, Bellino, Vinadio e
Pietraporzio).
All’opposto la media e bassa Val di Susa, da vent’anni protagonista della
battaglia contro il TAV. Qui, in comuni dalle dimensioni non molto diverse
(Venaus, Borgone, Bussoleno, Chianocco, Monpantero), si registrano risultati
opposti, con una forte o fortissima prevalenza del No.
E visto che ci siamo, apriamo una piccola finestra su un gruppetto di piccoli
comuni di un altro territorio “sensibile”, quella macchia blu sulla mappa della
Calabria, proprio sulla punta dello stivale, che corrisponde alla Locride San
Luca, San Procopio, Platì, Africo, Sant’Eufemia d’Aspromonte, Careri,
Sant’Ilario dello Jonio). Una raffica di risultati bulgari per il Sì, in comuni
che hanno tutti al proprio attivo al minimo uno scioglimento per infiltrazione
mafiose, a conferma di quelle sacrosante parole del Procuratore Gratteri, che
per quella ragione è stato crocifisso dai pasdaran di Sì.
Sulle ragioni di questa brutale asimmetria dimensionale, che spinge le
micro-comunità territoriali a scegliere massicciamente la destra, e in questo
caso ad accodarsi alla più impresentabile delle riforme, occorrerebbe aprire una
riflessione approfondita. Anche perché è fenomeno non solo italiano ma
trans-nazionale: sono state loro, le piccole contee della provincia profonda
americana, la chiave del successo di Donald Trump e del trumpismo; loro
all’origine del successo della Brexit; ancora loro a colorare di bruno – colore
del Ressemblement National – le mappe elettorali francesi. Cosa ne alimenta le
“passioni tristi”? Un senso di profondo risentimento e di rivalsa per il proprio
isolamento? La conversione di antiche “comunità operose” del tempo della
relativa lentezza e della materialità del fare che dava senso ai tradizionali
mestieri, in “comunità del rancore” ora che tutto diventa fluido e sembra
sgretolare persone e cose? La sensazione di sentirsi minacciati nella propria
identità (peraltro già ampiamente perduta) a causa dell’accelerazione del mondo
“esterno”? Un bisogno di chiusura verso un ignoto che non si riesce a decifrare,
sia esso l’immigrato o il controllore governativo o lo sradicato giramondo
metropolitano? Per i comuni polvere che conosco, un ruolo di rilievo ha avuto,
finora, la vocazione a scambiare fedeltà con protezione nei confronti del
governo di turno, unita ossimoricamente però con una non sopprimibile carica di
diffidenza e tentazione della trasgressione, due sentimenti opposti resi
compatibili, nel caso del Referendum di Nordio e Meloni, dalla voglia di
compiacere il Governo e dall’occasione di bastonare i Giudici… Ma la cosa è più
ampia e profonda, e bisognerà tornarci sopra.
L’altro fattore rilevante, come si diceva, è di carattere anagrafico. Se si
analizza la composizione del voto per classi di età, non può non sfuggire che il
No si afferma con proporzioni inverse al crescere dell’età degli elettori.
Nell’aggregazione piuttosto sommaria delle prime analisi dei flussi gli elettori
compresi tra i 18 e i 34 anni facevano risultare una percentuale di No del 61%,
quelli delle classi intermedie, tra i 35 e i 64 anni, stavano nella media
generale del 53% mentre sopra i 55 anni il No scendeva, sia pur di pochissimo,
sotto il 50% (con un 49,3%). Se però ricorriamo a successive, più precise
valutazioni, con letture a maglie più strette, scopriamo che in realtà, fermo
restando il fondamentale contributo dei giovani e dei giovanissimi, i 35-49enni
non se la sono cavata affatto male (57,6%) e nemmeno gli ultra-settantenni
(56,6%), mentre il vero buco nero è costituito dai 50-64enni. E bisognerebbe
interrogarsi su cosa sia accaduto, nel processo di formazione politica (e
umana) di quella generazione, composta dai nati tra il 1962 e il 1976, quelli
che avevano vent’anni tra l’’82 e il ’96 e hanno vissuto la propria iniziazione
politica e civile all’insegna del CAF (il trio Craxi-Andreotti-Forlani) con la
corruzione endemica venuta alla luce con Mani pulite, gli sciagurati referendum
sulla legge elettorale e il passaggio alla logica del maggioritario, in una
parola la transizione dalla Prima alla seconda Repubblica all’insegna di
Berlusconi e del Berlusconismo… Non saranno loro la pietra d’inciampo della
nostra democrazia?
Terzo fattore, quello “culturale”. Il livello di scolarità. Il No ha prevalso
ampiamente nello strato più acculturato, tra i laureati, quasi col 68%! Tra i
titolari di diploma di scuola superiore il No si è affermato col 52,6% (quali la
media generale) mentre il Sì ha prevalso, sia pur anche qui di pochissimo – il
51,4% – tra gli elettori dotati di licenza media o elementare. Come dire che chi
è dotato di strumenti cognitivi adeguati a governare problematiche complesse o a
comprendere argomentazioni implicanti questioni tecniche di un certo rilievo ha
potuto cogliere a pieno l’insostenibilità della proposta governativa, le sue
incongruenze, gli obiettivi inconfessabili che si proponeva. Gli altri, si sono
spesso dovuti arrendere alle semplificazioni distorcenti, alle retoriche vuote,
al ricorso ai sentimenti elementari della paura e del risentimento cui la
propaganda per il Sì ha abbondato. Un elemento che si può riscontrare anche
nella scomposizione del voto per attività professionale: quasi tutti i gruppi
professionali si sono pronunciato, sia pur in proporzioni diverse, per il No: i
liberi professionisti, dirigenti, imprenditori col 57,2; i commercianti, gli
artigiani, in generale i lavoratori autonomi (persino loro!) col 53,9; gli
impiegati e, naturalmente, gli insegnanti col 53,5 e, insieme a loro, gli
studenti (soprattutto le studentesse) che hanno fatto registrare il record col
63,6%. Né sono mancati i pensionati col loro 57%. Unici punti di caduta: gli
operai, con una prevalenza di Sì (di appena 4 decimi di punto: 50,04%). E le
casalinghe, tra le quali il Sì raggiunge il 57,4% (i maligni insinuano che qui
si vede il peso della televisione).
Questo il quadro di un voto che ci aiuta a respirare. Che quantomeno rallenta
una deriva che si prospettava catastrofica, anche se ancora non la rovescia. Su
questi dati dovremo ragionare a lungo, per evitare di sbagliare i prossimi
passi. Quello però che mi sento fin d’ora di dire è che nessuno – davvero
nessuno – può pensare di intestarsi questo voto. Di quotarlo in qualche modo
alla sua borsa. Men che meno le forze politiche d’opposizione. Senza nulla
togliere all’impegno profuso dai loro leader e dai loro militanti su questo
risultato non sono leciti atteggiamenti proprietari. Intanto perché, come si è
tentato di dire fin qui, le variabili che spiegano il successo sono molteplici e
complesse, intreccio di stati d’animo accumulatisi nel tempo (la sensazione di
asfissia difronte a un potere incapace di accettare limiti) e di stimoli
intervenuti nella più diretta attualità (il genocidio a Gaza, la guerra sempre
più vicina e dentro di noi). E poi perché il protagonista, direi principale, di
questa campagna elettorale tutta in salita, è stato un attivismo diffuso fatto
di una miriade di realtà – associazioni, gruppi spontanei e micro-strutture
consolidate, singole persone in forma di volontariato, giuristi, normali
cittadini, scolaresche, bocciofile, artisti, un’intera galassia di soggettività,
e poi quei 15 che hanno avuto la felice intuizione della raccolta delle firme -…
Tutto questo ha contribuito a produrre il miracolo, il cui percorso di
formazione è scritto nella successione cronologica dei sondaggi: dalla partenza,
quasi 15 punti sotto, a novembre, fino al punto di pareggio e poi di sorpasso
nella prima metà di febbraio (quando appunto è partita la raccolta delle firme)
fino alla vittoria del 22 e 23 marzo. Tutto questo mondo non è di per sé
“disponibile” per il giorno delle elezioni politiche. Questi voti dovranno
essere conquistati e, direi meglio, “meritati”. A cominciare da una questione
che considero centrale nell’aver determinato l’impennata della partecipazione a
livelli imprevisti da tutti (insieme all’intollerabilità degli abusi di potere e
della faccia tosta di questa maggioranza, sintetizzati dall’orrendo caso
Delmastro): il tema esistenziale della Pace e della Guerra, quello che ha mosso
le ragazze e i ragazzi dell’ultima generazione. Quello che non tollera
ambiguità. Quello che ci riporta direttamente alla vitalità della nostra
Costituzione, col suo articolo 11. Un tradimento su questo terreno sarebbe, per
tutti noi, intollerabile.
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> Nuove comunità democratiche e antifasciste
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