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Potere al Popolo. Dov’era il NO faremo il SI
L’11 e il 12 aprile si è tenuto il primo incontro del nuovo Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo, eletto nelle settimane passate dalla base del movimento. Sono arrivati a Roma delegate e delegati da tutta Italia, da Trieste a Palermo, per confrontarsi e condividere esperienze, in una due giorni […] L'articolo Potere al Popolo. Dov’era il NO faremo il SI su Contropiano.
April 14, 2026
Contropiano
Controriforma della Corte dei conti, un altro provvedimento da rivedere
Dopo l’esito del referendum, con l’ampia bocciatura degli elettori della riforma della magistratura voluta dalla maggioranza di centro destra, l’Associazione magistrati della Corte dei conti ha chiesto al Governo di rimettere mano alla parallela riforma della magistratura contabile* che presenta numerose criticità. Pubblichiamo l’intervento di Maria Teresa Pòlito, Presidente aggiunto onorario della Corte dei conti, tratto dal libro di Carteinregola “Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli” (in calce la registrazione video) LA CONTRORIFORMA DELLA CORTE DEI CONTI, UN ULTERIORE TASSELLO DEL PROGRESSIVO E SISTEMATICO INDEBOLIMENTO DELLE ISTITUZIONI DI GARANZIA E DI CONTROLLO Maria Teresa Pòlito, Presidente aggiunto onorario della Corte dei conti inetrvistata da Giancarlo Storto, vice presidente di Carteinregola Giancarlo Storto Nel dibattito sulla giustizia acquista interesse anche la recente riforma della Corte dei conti , vuole spiegarci brevemente  quali sono le funzioni di questa magistratura e quali le linee della riforma? Maria Teresa Pòlito La Corte dei conti è una magistratura speciale che garantisce con le sue funzioni del controllo e della giurisdizione la legalità della spesa pubblica secondo i dettati degli artt 100 e 103 cost. E’un organo di garanzia affinché il denaro pubblico, cioè quello che tutti i cittadini versano pagando le tasse, sia gestito seguendo le regole ed i procedimenti previsti dalle leggi e per le finalità specificamente individuate per realizzare interessi meritevoli di tutela. Vigila per impedire i danni e gli sprechi derivanti dalla cattiva gestione di quel denaro pubblico che tutti noi pagando le tasse affidiamo agli amministratori pubblici per fornire servizi essenziali ai cittadini. La riforma Foti che il Parlamento ha approvato in gran fretta, il 27 dicembre 2025, è una riforma radicale con un unico obiettivo, quello di deresponsabilizzare gli amministratori ed i politici, per questi ultimi è prevista addirittura una presunzione di buona fede fino a prova contraria. Prima della “riforma Foti”, Legge n. 1/2026[1], per gli sprechi, le opere incompiute o fatte male, o per danni causati per finalità distorte o indirizzate ad interessi personali, l’amministratore pubblico rispondeva nei casi di colpa grave per l’intero ammontare del danno, seppure con dei correttivi individuati dalla giurisprudenza. La riforma arriva dopo un quinquennio in cui è rimasto in vigore il c.d. scudo erariale, disposizione che ha escluso la responsabilità per colpa grave, prevista dal governo Conte-2 nel 2020, durante la pandemia (art. 21 d.l. n. 76/2020), e poi prorogata ogni anno, ritenendo tale misura indispensabile per la gestione dei progetti del PNRR. Così i cattivi amministratori hanno potuto essere perseguiti per le sole azioni dolose. Lo scudo ha avuto termine il 31 dicembre 2025. Con la legge FotiXXXIII , approvata  il 27 dicembre  2025, nei rari casi in cui si potrà intervenire con l’azione di responsabilità, (la difficoltà è connessa ad altre norme impeditive, compreso un regime più favorevole agli amministratori in materia di prescrizione) il politico ed il funzionario saranno chiamati a rispondere per una minima parte: il 30 % del danno o in alternativa 2 annualità di stipendio. E’ evidente che si tratta di una parte irrisoria rispetto alla entità dei danni arrecati, mentre la restante parte sarà a carico della collettività. I cittadini, quindi, non solo subiranno i disservizi, ma dovranno accollarsi la maggior parte dei danni causati da politici o funzionari negligenti, non accorti e inidonei. Se nessuno vigila sulla spesa pubblica è evidente il rischio di un incremento degli sprechi e, quindi, il conseguente danno per i cittadini in termini di minori servizi, su sanità, scuola, trasporti, e di minore tutela di diritti fondamentali soprattutto per le fasce più deboli della popolazione. Giancarlo Storto Quali ulteriori profili della riforma della Corte dei conti destano preoccupazione ? Maria Teresa Pòlito La riforma prevede un aumento dei controlli preventivi di  legittimità sulle gare di appalto, ma il risultato non è quello di rendere l’amministrazione migliore, più efficiente, quanto piuttosto quello di creare forme di deresponsabilizzazione ulteriore per gli amministratori, considerato che se la Corte non riesce ad esaminare, entro 30 giorni , atti complessi, accompagnati da voluminosa documentazione, opera il silenzio assenso con l’esonero da responsabilità degli amministratori come se gli stessi  fossero stati controllati positivamente. Ugualmente si prevede un’attività consultiva generalizzata per questioni il cui valore supera il milione di euro, (art. 2 della legge in esame) e come per l’esito del controllo preventivo, anche in questo caso il parere va reso entro 30 giorni dalla richiesta : «in caso di mancata espressione del parere nel termine » di 30 giorni, – «lo stesso si intende reso in senso conforme a quanto prospettato dall’amministrazione richiedente, ai fini dell’esclusione della gravità della colpa ………ovvero in senso negativo, qualora l’amministrazione richiedente non abbia prospettato alcuna soluzione. In tal modo è prevedibile che gli atti che saranno sottoposti a controllo preventivo saranno decine e decine di migliaia, e la prospettiva di ottenere una sorta di salvacondotto preventivo suggerirà ad amministratori e dirigenti pubblici di inondare le sezioni territoriali della Corte dei conti di migliaia e migliaia di richieste di pareri,  non più su questioni generiche e astratte, ma concrete o di atti di controllo, al fine di ottenere l’esimente da responsabilità. Si tratta di un sistema che rischia di ingolfare le Sezioni di controllo e di paralizzare la Corte dei conti i cui magistrati sono un numero limitato, circa 500, distribuiti su tutte le Regioni,  per svolgere le 3 funzioni (Procura, controllo, giurisdizione), non consentendo di effettuare altri controlli , fra cui quelli importantissimi sui bilanci di Comuni, Regioni, Aziende sanitarie per prevenire i disavanzi. In tal modo l’irresponsabilità diffusa oltre ad essere antitetica alla deterrenza, non valorizza e stimola i funzionari onesti e coscienziosi che in osservanza degli artt 54 e 97 della Costituzione cercano di svolgere al meglio le loro funzioni. Preoccupa ancora nella riforma la previsione di una delega, che, ad esempio, fra gli altri interventi demolitori, accresce le competenze del procuratore generale, il quale non solo esercita “poteri di indirizzo e di coordinamento” ma può “accedere in tempo reale, anche tramite strumenti informatici, agli atti dei procedimenti istruttori svolti anche in sede territoriale”. Questo passaggio, contenuto nell’art 3, comma 1 punto 1 della legge di riforma (Legge n 1/2026), significa che il procuratore generale della Corte dei Corti potrà entrare nei fascicoli delle istruttorie dei singoli magistrati e visionare il loro lavoro. E se le istruttorie trovate vedono il PG dissenziente, quali saranno le conseguenze? Sarà consentito al procuratore generale di far partire o di fermare qualsiasi giudizio nell’ intero territorio nazionale ? E ancora, in caso di “inerzia nell’ istruttoria in sede territoriale” o di “violazione delle disposizioni di indirizzo” lo stesso PG ha il potere (recita il punto 2), di ” avocazione delle istruttorie”. Inoltre ” in caso di istruttorie che si caratterizzino per particolare rilevanza” o “per particolare complessità o novità delle questioni” (termini assolutamente generici ed ampi) il PG è tenuto a “sottoscrivere congiuntamente con il procuratore territoriale, a pena di nullità, gli atti di invito a dedurre, di citazione a giudizio e di disposizioni di misure cautelari” ed ha anche il potere di “affiancare al magistrato assegnatario del fascicolo in sede territoriale uno o più magistrati addetti all’ufficio della procura generale”, in tal modo ponendoli sotto la propria diretta tutela. Quindi al procuratore generale viene dato un potere immenso: entrare nei fascicoli dei pubblici ministeri contabili, avocare a sé o sottrarre i fascicoli se non ritiene che il lavoro in corso sia coerente con le indicazioni date; addirittura, in casi di “particolare complessità” lo stesso PG ha il potere di firma sui provvedimenti come gli inviti a dedurre. Si crea quindi uno stretto rapporto gerarchico fra Procuratore generale e procuratori Regionali, imponendo, a pena di nullità, la sottoscrizione delle citazioni dei procuratori regionali da parte del PG; in contrasto con l’indipendenza di cui essi, ai sensi dell’art 108 Cost, dovrebbero essere dotati. Si deve, inoltre, segnalare con allarme, che, a poco più di un mese dall’approvazione della Riforma (legge Foti) nell’iter di conversione del decreto mille proroghe alla Camera dei Deputati, in Commissione Affari costituzionali e Bilancio, è stato scrutinato positivamente un emendamento (1226) per reintrodurre fino al 31 dicembre 2026 lo scudo erariale, cioè l’esenzione generalizzata dalla responsabilità per colpa grave. Si persegue l’idea che per gli sprechi nella gestione delle pubbliche risorse si possa perpetuare una licenza illimitata di produrre danni senza mai risponderne. Ci sono quindi fondate ragioni per essere preoccupati, non nell’interesse dei magistrati, ma per la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, azione che richiede anche la garanzia di una corretta gestione delle finanze raccolte con la tassazione a cui ognuno faticosamente contribuisce. E’ grave che per la gestione del denaro pubblico non valga più il principio basilare di responsabilità. Giancarlo Storto Nel recente dibattito la politica ha attaccato la Corte dei conti  per i provvedimenti  relativi al Ponte sullo stretto di  Messina, ci vuole spiegare meglio  la questione ? Maria Teresa Pòlito L’esercizio dell’attività di controllo di legittimità sul “Ponte sullo Stretto” è costata alla Corte dei conti l’accusa di “intollerabile ingerenza “. Ma alla Corte dei conti non competono valutazioni nel merito dell’opera, solo sul procedimento e sulla sua legittimità. E’ necessario fare un po’ di chiarezza sullo stato della procedura. L’iter del controllo della Corte dei conti si è chiuso con le due deliberazioni, che hanno dichiarato la non legittimità della deliberazione del CIPES e del III atto aggiuntivo alla Convenzione sottoscritta il 30/12/2003, quindi tali atti, in assenza di visto di legittimità, non producono effetti. Una delle illegittimità più consistenti rimarcata nell’atto di controllo è stata l’assegnazione dei lavori in assenza di gara, in violazione anche di norme eurounitarie (Direttiva appalti 2014/24 UE art 72), considerato l’incremento superiore al 50%, ciò in ragione delle rilevanti variazioni sia dei costi (3,5 miliardi originari rispetto agli attuali 13,5 miliardi, per altro costo dell’opera ancora non definitivo) che delle modalità di realizzazione (all’inizio l’opera era a carico prevalentemente dei privati attraverso il projet financing ora è completamente finanziata dal pubblico). L’amministrazione qualora consideri l’opera di primaria importanza ha uno strumento previsto dall’ordinamento, che è quello di richiedere la registrazione con riserva; infatti, trattandosi di atto politico, la Corte sarebbe tenuta a dare esecuzione. L’atto così registrato comunque diventerebbe efficace ma sarebbe sempre illegittimo. In tale caso, però, oltre alla responsabilità politica, rimarrebbe in capo al Governo anche la responsabilità erariale per tutti i danni che potrebbero eventualmente derivare. Ma il Governo non sembra volersi assumere tale responsabilità. Ecco perché solo per un deciso intervento del Presidente della Repubblica si è evitata una ulteriore  lesione delle funzioni di un organo di garanzia a cui avevano fatto cenno le informazioni giornalistiche, richiamando per il Ponte uno schema di decreto legge in cui si prevedeva di intervenire su una procedura di controllo già chiusa, riproponendo per una specifica fattispecie, con una legge provvedimento, lo scudo erariale (cioè una responsabilità solo per dolo) e riducendo i poteri di controllo della Corte dei conti ad interventi solo formali. Giancarlo Storto  Quali sono gli elementi comuni fra riforma Foti sulla Corte dei conti  e la riforma Nordio sulla giustizia , oggetto di referendum? Maria Teresa Pòlito  Le due riforme operano su ambiti decisamente diversi anche perché la Corte dei conti è una magistratura speciale (art 108 Cost.) e non ha un Consiglio superiore della magistratura. Ha però un organo di autogoverno sul quale già da tempo il legislatore ha operato un radicale intervento riformatore riducendo il numero dei componenti togati eletti dal corpo dei magistrati, dai due terzi, ad un numero pari a quello dei rappresentanti eletti dal Parlamento (4 e 4). Questo ha già fortemente sbilanciato le decisioni, creando in diversi casi, quanto meno nelle questioni più complesse, una decisione compatta dei componenti laici, con riflessi rilevanti sulle decisioni assunte. Ma si può senz’altro affermare che le due riforme sono accomunate dall’obiettivo di una limitazione degli spazi di autonomia dei magistrati nell’esercizio delle loro funzioni e, nel caso delle funzioni di garanzia come quelle della Corte dei conti, ne consegue una riduzione della tutela dei diritti realizzata attraverso i controlli sulla legalità finanziaria. Soprattutto perché i diritti hanno un costo e se aumentano gli sprechi, riducendosi gli ambiti della responsabilità, sono le fasce più deboli della popolazione a pagarne le conseguenze . “Non disturbare il manovratore“ vuol dire dare a chi governa la possibilità di non essere soggetto ai limiti imposti dalle leggi. Ma la nostra Costituzione non ammette zone d’ombra, siamo tutti uguali davanti alla legge ed i governanti devono rispondere ai cittadini del proprio operato, dimostrando come le risorse, acquisite con le tasse, siano state spese per quello che era stato programmato, assicurando il miglior rapporto fra risorse impiegate e risultati raggiunti, accettando quel bilanciamento dei poteri che è la positiva e irrinunciabile innovazione dello Stato di diritto. Ho un grande rispetto della nostra Costituzione ed ho giurato di difenderla svolgendo il mio lavoro con disciplina ed onore, come ritengo faccia anche la stragrande maggioranza dei magistrati. In conclusione, vorrei sottolineare l’importanza della revisione del quesito referendario ammesso dalla Corte di Cassazione, in tal modo i cittadini avranno la consapevolezza di quanto la riforma incida profondamente sull’impianto costituzionale, con la modifica di ben 7 articoli della Costituzione (art 87 decimo comma art,102, primo comma, artt 104,105.106. terzo comma, art 107, primo comma e art 110) e quindi quanto la riforma proposta possa influire sul mantenimento dello stato di diritto. (intervista registrata l’11 febbraio  2026) Per osservazioni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com NOTE (*)VEDI La REPUBBLICA del 2 aprile 2026 La Corte dei conti attacca: “Il No del referendum boccia la riforma” di Giuseppe Colombo La magistratura contabile chiede al governo di modificare le norme dopo l’esito del voto. Avs e M5s: “Facciamo un altro referendum [1] LEGGE 7 gennaio 2026, n. 1 (Raccolta 2026)   Modifiche alla legge 14 gennaio 1994, n. 20, e altre disposizioni nonchè delega al Governo in materia di funzioni della Corte dei conti e di responsabilità amministrativa e per danno erariale. (25G00211) (GU Serie Generale n.4 del 07-01-2026)  note: Entrata in vigore del provvedimento: 22/01/2026 https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/01/07/25G00211/SG ”
April 11, 2026
carteinregola
Calabria. Mandiamoli a casa! Il referendum è democrazia
La sanità calabrese riceve un ulteriore colpo di grazia con il sì di Occhiuto all’autonomia differenziata sulla sanità in Conferenza Stato-Regioni, che rappresenta una ulteriore conferma della volontà del centro destra di distruggere la sanità pubblica a vantaggio di quella privata. Nonostante la narrazione tossica di Occhiuto, la Calabria mantiene […] L'articolo Calabria. Mandiamoli a casa! Il referendum è democrazia su Contropiano.
April 10, 2026
Contropiano
Dal NO al Referendum… al NO alla guerra!
È di ieri la notizia della tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran. Una buona – quanto precaria – notizia: per chi, soprattutto, vive sotto le bombe di una guerra che non ha voluto; per chi ogni giorno si oppone alla guerra e alle aggressioni militari che stanno […] L'articolo Dal NO al Referendum… al NO alla guerra! su Contropiano.
April 10, 2026
Contropiano
NERVOSISMO E VITTIMISMO. LA SOLITA MELONI DIFENDE IL GOVERNO SENZA PORTARE SOLUZIONI AL CARO ENERGIA
Dopo settimane di assenze, Meloni si è finalmente presentata in Parlamento e ha riferito su come il suo governo intenda proseguire dopo la debacle referendaria. “Abbiamo perso un’occasione storica – afferma in merito la premier – ma non ci saranno dimissioni o rimpasti”. “La maggioranza è solida e lavoreremo fino all’ultimo”, assicura la leader dell’esecutivo di destra. Meloni si è poi difesa dalle accuse di subalternità al governo Usa di Trump sulle questioni internazionali ripetendo il ritornello già proposto da Crosetto martedì: “la posizione italiana è la stessa da ottant’anni”. “Un discorso come sempre spocchioso e orgoglioso, basato su un uso sistematico della menzogna applicata ai dati“, sottolinea Roberto Ciccarelli, giornalista economico de Il Manifesto, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Sulle conseguenze economiche della guerra imperialista, poi, Meloni assicura: “rimoduleremo le politiche sui prezzi dei carburanti in base agli sviluppi del negoziato di pace”. Intanto, secondo i dati dello stesso Ministero del Made in Italy i prezzi continuano a salire nonostante le misure sbandierate dal governo. “Da Meloni un discorso di autoconvincimento”, commenta dal Pd Elly Schlein. Il commento alle parole di Meloni di Roberto Ciccarelli, giornalista della pagina economica de Il Manifesto, intervistato a Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
April 9, 2026
Radio Onda d`Urto
Gli anni della ricostruzione
Bellissima vittoria referendaria. Euforia post-depressione. La discesa in campo della generazione Gaza. La politicizzazione del malessere sociale. La riattivazione delle classi popolari. La stupenda mobilitazione No Kings. Tanta roba, certo, ma la domanda adesso è: di tutto questo, che ne facciamo?  Dall’autunno antisionista alla primavera anti-Meloni il clima nel paese è […] L'articolo Gli anni della ricostruzione su Contropiano.
April 9, 2026
Contropiano
Dopo il referendum il governo torna alla carica sull’autonomia differenziata
Poco più di una settimana dopo il voto referendario – che, con la vittoria del NO, ha dimostrato il legame profondo tra cittadini/e e Costituzione – il ministro Calderoli ha portato in Conferenza Unificata le preintese del Governo con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria per realizzare il disegno dell’Autonomia differenziata; […] L'articolo Dopo il referendum il governo torna alla carica sull’autonomia differenziata su Contropiano.
April 7, 2026
Contropiano
Una battaglia dopo l’altra
La prima settimana di primavera segna l’apertura di uno spazio di possibilità per le mobilitazioni contro la guerra e contro l’estrema destra al governo in questo paese. L’analisi del risultato, netto, del referendum, raggiunto grazie a un’enorme e inaspettata partecipazione al voto, indica che un’inversione dell’ascesa e del consolidamento del consenso delle destre parte dalle fasce giovanili, sempre più marginalizzate economicamente e politicamente e con prospettive di futuri arruolamenti nelle guerre a stelle e strisce. Hanno contribuito all’affermazione del no anche le regioni ulteriormente impoverite del meridione e le grandi città, terreno di conquista da parte di fondi immobiliari e dell’industria del turismo che alimentano gentrificazione ed espulsione. In particolare, l’odio del Governo Meloni verso i giovani si è concretizzato sin dalle prime iniziative legislative di questo governo con il cosiddetto “decreto Rave”, criminalizzando forme di aggregazioni sociali al di fuori del divertimento mediato dal consumo. Ha poi preso forma con il “decreto Caivano” che ha determinato il raddoppio della detenzione minorile, non di rado caratterizzata da torture da parte degli agenti di Polizia Penitenziaria, come accaduto al Beccaria di Milano e a Casal del Marmo a Roma. Fino al varo dell’ultimo decreto in materia di sicurezza, dove, in continuità con il decreto Caivano, viene ampliato il novero dei reati per cui si può applicare l’ammonimento del questore nei confronti di minorenni dai 12 ai 14 anni e dove vengono inasprite le leggi riguardanti il porto di armi bianche. Tutte misure varate in ragione di una generale criminalizzazione giovanile e della retorica anti-“maranza”, oggetto di una specifica campagna stampa da parte dei media vicini all’esecutivo. Anche la repressione dei movimenti ecologisti, a cui è stata dedicata anche la parte del primo decreto sicurezza (che riguarda la trasformazione del blocco stradale e ferroviario da illecito amministrativo a reato penale, con pene fino a due anni) è sintomatica dello sguardo del governo nei confronti delle e dei giovani. Anche alcuni provvedimenti a carattere non normativo, come quello adottato dal ministro Valditara riguardo all’educazione sessuo-affettiva, rivelano la chiusura totale alle istanze di un cambiamento radicale portato avanti dalle studenti di questo paese. Questo attacco alle nuove generazioni si inserisce inoltre in uno storico panorama di umiliazione, mancanza di prospettive, precarietà e sotto inquadramento lavorativo, in un paese in cui l’innovazione è pressoché pari a zero e gli unici sussidi sono i finanziamenti e i bonus alle imprese che questo Governo ha continuato a portare avanti, eliminando la misura del reddito di cittadinanza introdotto durante il governo Conte I. > Non deve sorprendere, quindi, la presenza di una profonda avversione dei e > delle più giovani nei confronti delle politiche governative, che si è poi > concretizzata con una percentuale per il No che ha sfiorato il 60%: in poche > parole, una vendetta chirurgica servita quando più poteva far male. Percentuali bulgare contro la riforma costituzionale della Giustizia che si sono registrate anche al Sud, in cui pesa, in maniera maggiore rispetto al resto del paese, la scelta politica del Governo di investire 12 miliardi in più in armi nel 2025 (da 33 nel 2024 a 45 nel 2025, un aumento dal 1,52% del PIL a 2,01, come certificato dal rapporto NATO) a scapito della spesa pubblica in materia di welfare e servizi, con sanità, scuola e università allo stremo, che spesso determinano anche migrazioni forzate verso il Nord o verso l’estero. Le infrastrutture al Sud subiscono inoltre anche il drenaggio di gran parte delle risorse a favore della costruzione del Ponte sullo Stretto che, nonostante le diverse sentenze della Corte dei Conti, il Governo sembra voler portare avanti con una spesa per i fondi pubblici che, solamente in fase progettuale, si aggira sui 13,5 miliardi di Euro. Soldi che evidentemente risulterebbero più utili se spesi, ad esempio, per la messa in sicurezza dei territori, per contrastare il dissesto idrogeologico rappresentato, plasticamente e drammaticamente, dalla frana di Niscemi. C’è, tuttavia, un altro elemento fondamentale alla base dello schiaffo ricevuto dal Governo Meloni a seguito del voto referendario: la guerra, o meglio, il dispiegarsi dell’Israele globale, che non si ferma al genocidio del popolo palestinese (ancora pienamente in corso), ma che mira alla completa destabilizzazione del Medio Oriente, con ulteriori migliaia di vittime, con contraccolpi che investiranno la regione per decenni, come il post-Iraq 2003, e con ripercussioni materiali, a cominciare dall’inflazione e dalla crisi economica determinate dall’aumento dei prezzi dei carburanti, già tangibili e destinate unicamente ad aggravarsi. La guerra non è più solamente sugli schermi, a migliaia di chilometri di distanza: ci è piombata in casa, e le conseguenze si protrarranno per mesi, almeno. Non è detto, infatti, che se la consultazione referendaria si fosse tenuta a febbraio avremmo osservato lo stesso risultato. L’immobilismo di Meloni, la “diplomazia” da bar di Tajani e la vicenda di Crosetto, bloccato a Dubai mentre faceva il piazzista di armi, hanno fatto il resto. Un’inconsistenza in politica estera disarmante e preoccupante, perché mostra limpidamente qual è l’impatto dell’abbraccio fatale di Trump, ovvero la sudditanza totale e il ruolo disarticolante dell’Italia in ambito europeo (in buona compagnia, soprattutto del cancelliere Merz, in visita a Washington pochi giorni dopo l’inizio del bombardamenti israelo-statunitensi sull’Iran). È in questa prospettiva di rifiuto della guerra, di opposizione all’economia e alla riconversione bellica e contro l’autoritarismo che è possibile tracciare una linea di continuità fra il referendum del 22-23 marzo e l’oceanica manifestazione “NO KINGS” di sabato scorso che, non solo simbolicamente (come segnalato dal blocco della tangenziale Est), si pone sull’onda lunga delle manifestazioni autunnali. > Una marea scesa in piazza contro un orizzonte e un futuro di guerra e armi, > contro la distruzione del multilateralismo e l’imposizione di un imperialismo > privato, governato dalle plusvalenze di Trump e dei suoi scagnozzi, e dalla > visione messianica genocida di Netanyahu e Israele. Oltre centomila persone per sostenere l’autodeterminazione dei popoli e dei corpi, spesso utilizzati come retorica per giustificare morti innocenti come la vergognosa conferenza stampa in cui il premier israeliano citava “Donna, vita, Libertà” a sostegno della sua operazione bellica unilaterale. Una parte consistente del corteo scandiva anche cori contro la militarizzazione delle scuole e dell’Università, la complicità delle stesse con il genocidio a Gaza e contro lo stato di Polizia che la destra vorrebbe imporre con l’ultimo decreto sicurezza, di cui ieri abbiamo avuto il primo assaggio con il fermo preventivo di chi voleva commemorare Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, l3 due attivist3 anarchic3 mort3 al Parco degli Acquedotti. Quest’ultima settimana ci restituisce quindi l’eventualità di poter contendere la narrazione della destra nella società portando avanti rivendicazioni radicali, a partire, ma non solo, dalle misure nei confronti di Stati Uniti e Israele. È il momento di rivendicare senza se e senza ma la chiusura delle basi militari statunitensi presenti sul territorio, da Aviano a Sigonella, in cui sono presenti gli aerei cisterna per il rifornimento in volo dei caccia a lungo raggio impiegati per bombardare l’Iran e dai cui sono partiti 12 cacciabombardieri F-16 identici a quelli utilizzati nella guerra in corso e aerei spia per ricognizioni sul Golfo Persico. Così come è necessario continuare a fare pressione affinché vengano apposte, al livello almeno europeo, sanzioni a Israele, eventualità che ormai, dopo il “cessate il fuoco”, è sparita dal discorso pubblico, e affinché il nostro paese si ritiri dal Board of Peace, CdA di ricchi autarchi al servizio degli interessi immobiliari di Trump e genocidari di Netanyahu. È di fondamentale rilevanza, inoltre, connettere la questione della riduzione delle spese militari al welfare, ai salari, al reddito minimo e alla pressione fiscale (patrimoniale). Non è concepibile giocare in difesa, lasciando che di questi temi si occupi chi è stato responsabile del più grande arretramento salariale degli ultimi 30 anni.   > L’autodeterminazione nelle proprie vite, la fuoriuscita dalla precarietà (a > proposito delle e dei giovani di cui tutte/i si riempiono la bocca, in > particolare il cosiddetto campo largo), in estrema sintesi, la libertà di > tutte e tutti è indissolubilmente legata a tali politiche. L’opportunità che abbiamo di fronte non ha tempi infiniti, potrebbe chiudersi tanto velocemente quanto si è manifestata in quest’ultima settimana. Pone stringentemente il tema dell’elaborazione di alleanze e di strutture organizzative all’altezza, per sostenere e moltiplicare le mobilitazioni in corso (a partire dalla lotta contro il DDL Bongiorno) e per non rischiare di essere annientati dai cappelli elettorali o dalle divisioni sindacali che già abbiamo visto lo scorso autunno. È necessario avere l’ambizione di creare dal basso, a partire dai soggetti che già animano le lotte contro la guerra e il genocidio, contro la militarizzazione della società e contro la guerra ai corpi, degli ambiti di confronto aperti, non proprietari, dove poter elaborare collettivamente, e al livello territoriale, strategie di sabotaggio degli ingranaggi che inesorabilmente ci stanno portando alla guerra e alla povertà. Contesti in grado di attivare processi politici reali che sappiano andare ben oltre la nostra bolla. Rifuggendo sia ambiti identitari e minoritari (che non hanno trovato niente di meglio che accusare chi ha partecipato al corteo di sabato di essere l’utile idiota del campo largo) che alchimie, poco lungimiranti, di costruzione dall’alto di contesti locali senza radicamento sociale. Non è assolutamente una sfida facile, lo dimostrano gli ultimi mesi, ma è l’unica, vera, che abbiamo di fronte. La copertina è di Ivana Noto SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Una battaglia dopo l’altra proviene da DINAMOpress.
April 1, 2026
DINAMOpress
Radiografia di un miracolo
È STATO IL REFERENDUM DEI GIOVANI, È EVIDENTE, MA A LEGGERE BENE I DATI IN RELAZIONE AL TEMPO CHE VIVIAMO È STATO ANCHE IL REFERENDUM DELLE DONNE E DEI TERRITORI MENO DEVASTATI DALL’IPER-LIBERISMO (LE AREE DOVE HA PREVALSO IL SÌ SONO QUELLE PIÙ PRODUTTIVE E RICCHE CHE NON SOPPORTANO ALCUNE LIMITE). «NESSUNO PUÒ PENSARE DI INTESTARSI QUESTO VOTO, MEN CHE MENO LE FORZE POLITICHE D’OPPOSIZIONE… – SCRIVE MARCO REVELLI SU VOLERE LA LUNA – IL PROTAGONISTA, DIREI PRINCIPALE, DI QUESTA CAMPAGNA ELETTORALE TUTTA IN SALITA, È STATO UN ATTIVISMO DIFFUSO FATTO DI UNA MIRIADE DI REALTÀ, TRA ASSOCIAZIONI, GRUPPI SPONTANEI E MICRO-STRUTTURE CONSOLIDATE, SINGOLE PERSONE IN FORMA DI VOLONTARIATO, GIURISTI, NORMALI CITTADINI… TUTTO QUESTO MONDO NON È DI PER SÉ “DISPONIBILE” PER IL GIORNO DELLE ELEZIONI POLITICHE. QUESTI VOTI DOVRANNO ESSERE CONQUISTATI E, DIREI MEGLIO, “MERITATI”. A COMINCIARE DA UNA QUESTIONE…: IL TEMA ESISTENZIALE DELLA PACE, QUELLO CHE HA MOSSO LE RAGAZZE E I RAGAZZI DELL’ULTIMA GENERAZIONE. QUELLO CHE NON TOLLERA AMBIGUITÀ. QUELLO CHE CI RIPORTA DIRETTAMENTE ALLA VITALITÀ DELLA NOSTRA COSTITUZIONE, COL SUO ARTICOLO 11. UN TRADIMENTO SU QUESTO TERRENO SAREBBE, PER TUTTI NOI, INTOLLERABILE…» Roma, 28 marzo: corteo No Kings. Foto di Riccardo Troisi -------------------------------------------------------------------------------- Il Referendum costituzionale ci ha regalato un miracolo. Perché è un vero e proprio miracolo questa vittoria del No tanto netta quanto imprevedibile (fino a due mesi fa). E come tutti i miracoli, anche questo ha i suoi numi protettori, due in particolare: Santa Carta e Santa Gioventù. La Carta, perché la molla principale che ha spinto così tante e tanti ai seggi e a votare No è stato il motto unanime: ”giù le mani dalla Costituzione”. La volontà di impedire che quel documento fondativo scritto ottant’anni fa dalla parte migliore della nostra cultura giuridica e politica fosse manomesso oggi dalla parte peggiore. E poi i giovani, perché sono stati loro il valore aggiunto che ha contribuito a fare impennare gli indici della partecipazione e a far pendere la bilancia verso il No, trasferendo dalle piazze strapiene contro il genocidio di Gaza e la guerra la loro passione fin dentro le urne. Queste sono state le prime osservazioni a caldo, mentre lunedì pomeriggio osservavo sospeso tra speranza e paura, i dati scorrere sul video. Se poi, dalle sensazioni da spettatore televisivo, vogliamo passare all’esercizio del mio mestiere – che è quello di politologo. e quindi dell’osservazione dei dati -, posso aggiungere qualche elemento per favorire una riflessione più meditata su quanto è accaduto: un parallelo storico, un dato generale, e tre possibili chiavi di lettura. Il parallelo storico riguarda il primo referendum fondativo della nostra democrazia: quello del 2 giugno del 1946 tra Monarchia e Repubblica. Allora la Repubblica vinse con un distacco di 2 milioni di voti:  12.718.641 voti contro 10.718.502. Esattamente come oggi il NO prevale sul SI per 14.462.068 voti contro 12.447.767. E’ vero che allora votò quasi il 90% degli aventi diritto, e ora quasi il 60% (a misurare il lungo processo di corrosione della nostra democrazia), ma l’assonanza tra quei due numeri, e quella costante dei 2 milioni di scarto, può comunque alimentare la suggestione (solo una suggestione, non certo una regola scientifica), che nei momenti-chiave della nostra vita collettiva, quando sono in gioco i fondamenti della Repubblica, qualcosa scatta nel profondo del Paese a proteggere le conquiste dei nostri padri. Il dato generale riguarda invece la composizione del voto per genere: tra le donne il No ha prevalso al 56%, nell’elettorato maschile si è fermato al 51,5. Questo vuol dire che questo Referendum l’hanno vinto le donne. Porta il loro segno. Senza quella forte spinta da loro impressa ci si sarebbe fermati a un quasi-pareggio. Non dimentichiamolo mai. Quanto alle chiavi di lettura, scavando nella massa imponente di dati ormai a disposizione, posso provare a suggerirne tre: una chiave “territoriale” (chiamiamola così); una chiave “anagrafica” (strutturata prevalentemente sulle classi d’età); e una chiave “culturale” (definita dai livelli d’istruzione). Dal punto di vista territoriale, una prima rappresentazione è offerta dalla mappa cromatica per Regioni, che ci mostra un paese nella stragrande maggioranza monocromo, nel senso che il rosso, colore con cui è rappresentata la prevalenza del No, traccia un’unica “landslide”, ovvero una strisciata, per tutto lo sviluppo dello stivale. Solo nella parte settentrionale, sul versante centro-orientale, compare una larga macchia blu, costituita dal lombardo-veneto e dal Friuli-Venezia Giulia. Lì, e solo lì, il Sì ha superato il 50% nella media regionale: in Lombardia con il 53,5%, in Veneto con il 58,4, in Friuli con il 54,4. Possiamo chiederci: cos’ha di particolare quella parte di Paese, per muoversi così in controtendenza con il resto? È la più potente dal punto di vista produttivo e finanziario, certo: tutte e tre insieme quelle regioni fanno quasi il 44% del Pil italiano (490 miliardi la Lombardia, 210 il Veneto, una cinquantina il Friuli). È anche la più ricca: la Lombardia ha un reddito disponibile pro capite superiore del 23% alla media italiana, il Veneto del 19% circa… Ma soprattutto questa è l’area dove, nell’ultimo trentennio, con maggior pienezza e intensità si è radicato il paradigma iper-liberista. O, se si preferisce usare il termine coniato dal nostro grande sociologo, Luciano Gallino, dove il Finanzcapitalismo ha lavorato più a fondo. Tanto a fondo da farsi antropologia. Da plasmare cioè costume, carattere personale, sistema di relazioni, colonizzando i mondi vitali della popolazione. Trasformando – secondo appunto la sua natura – gli individui in frammenti di “capitale”, atomi competitivi le cui caratteristiche personali sono riconfigurate in forma di “asset”, dotati di valore solo se investibili sul mercato. Iper-individualismo e competitività vissuta come condizione esistenziale. In questo bio-universo dominato dalla dimensione del produrre per competere, è vissuto con fastidio ogni limite che faccia da ostacolo ai propri animal insticts, al libero dispiegarsi della propria volontà di espansione (“di potenza”, direbbe Nietzsche, che però in molti casi è solo “di sopravvivenza”), dal più piccolo atomo sociale al più alto livello del potere, dal “casannone” (neo-termine coniato da Aldo Bonomi per rappresentare la simbiosi tra “Casa” e “Capannone” delle unità produttive famigliari del Nord-est) annidato nella Marca trevigiana fino alla grande Finanziaria insediata nella cuspide dei grattacieli milanesi di Piazza Gae Aulenti, tutti animati dalla stessa ossessione di libertà dai vincoli, siano essi quelli del Fisco o dell’Ecologia, della morale altruistica o del semplice buonsenso. Insomma, il capitalismo di ultima generazione, che qui si è concentrato a tal punto da occupare ogni spazio, vitale e mentale. Il suo segmento che sta in alto, così ben descritto da Sergio Bologna nel suo recentissimo commento al Referendum su Officina Primo Maggio: “Quello che sopravvive solo se può praticare sistematicamente l’illegalità degli appalti, quello che si circonda di schiere di professionisti che lo aiutano a evadere il fisco, a evadere le regole sul lavoro, a evadere le norme ambientali e urbanistiche. Quello che ha aiutato la mafia a traslocare dal Sud al Nord, da Corleone a piazza San Babila. Quello che si sente in parte, ma solo in parte, rappresentato da Confindustria o da Confcommercio o dagli innumerevoli ‘corpi intermedi’, ridotti più a spettri che a corpi. Perché è un capitalismo senza bandiere, può spostarsi tranquillamente nel mondo”. Ma anche il capitalismo che sta in basso, che è penetrato nelle anime e nel cuore di chi apparteneva fino a una trentina di anni fa al mondo del lavoro ma che ora si considera anche lui un “portatore di asset”, sia pur molecolare, quello che fa la fortuna dei commercialisti e ne è a sua volta da quelli formato nell’arte dell’evasione, degli avvocaticchi di paese per difendersi dalle invasioni di campo dei poteri pubblici, e che custodisce con cura il suo piccolo tesoretto di “nero”, che briga e s’arrangia per ripulirlo in qualche modo, con la pletora di micro-intermediari, tutori e protettori di terzo livello, faccendieri e maestri di furbizia, comunque sempre guardando con diffidenza e ostilità a tutto quanto odora di “pubblico”, ma che al contrario dei primi è inchiodato a terra (dal mutuo, dall’ipoteca, dalla banchetta che gli sta addosso) come un anacronistico servo della gleba. È tutta la “varia umanità” che abita il territorio di questo “capitalismo feudale ultramoderno”, nel quale le catene di subalternità e asservimento sono innervate in un impasto sociale che non distingue più classi e ruoli perché tutti – quelli che nuotano nell’oro e quelli che arrancano per non affogare – sono unificati dalla comune qualificazione di “competitor di mercato”, micro o macro-imprenditore che sia, e tutti condividono il medesimo ethos che ripete il mantra unico dell’“enrichissez vous”. Si può ben comprendere come in questo ambiente, colonizzato così a fondo, i temi della campagna per il Sì, per sgangherata che fosse – anzi, forse proprio perché sgangherata a tal punto da lasciar intravvedere dietro il muro di balle ammannite ai creduli, il nocciolo duro della riforma – suonassero come musica per le orecchie di chi non aspettava altro che sentirsi dire finalmente di “liberarsi dai giudici”, mettere al loro posto quei “plotoni di esecuzione” che rovinano gli affari, e poi magari sistemare anche quelli della Corte dei Conti, delle Sovrintendenze varie, delle Commissioni urbanistiche, e perché no?, magari anche quei rompicoglioni delle opposizioni che disturbano i manovratori, quelli grossi, che guidano i governi nazionali e locali, ma anche chiunque abbia qualcosa da manovrare. Liberi tutti, finalmente, da qualsiasi cosa abbia anche solo l’odore di una qualche forma di “controllo”. Ma il fattore territoriale ci dice anche altro. Se anziché la mappa del voto per Regione si prende, per esempio, quella del voto per province, si noterà che la compattezza cromatica si stempera, il quadro si fa più frammentato, compaiono macchie blu anche nel Nord-ovest (le province piemontesi), al Centro, un po’ meno al Sud dove l’unica smagliatura si registra in Calabria sulla punta dello stivale, nella Locride (ma su questo torneremo più avanti). E se si ravvicina ulteriormente il focus, passando alle mappe del voto per Comune, la dissipazione cromatica è ancora più evidente, con sfumature dal rosso al blu ampie. La ragione è evidente: le medie regionali sono trainate dal voto massiccio dei capoluoghi, dove, ovunque, ha vinto il No (20 su 20), ma man mano che si scende nelle dimensioni dei comuni il Sì ricupera: è ancora debole nei Capoluoghi di Provincia, ma nei comuni piccoli e nei “comuni-polvere” è tendenzialmente maggioritario. Insomma, la dimensione territoriale è una chiave molto significativa, per certi versi decisiva. Tutte le metropoli (intorno al milione di abitanti) hanno votato massicciamente per il No. Così Roma (60,33%), Milano (58,33), Napoli, naturalmente, col suo record del 75,49%, Torino (64,76%). Altrettanto hanno fatto tutte le “grandi città” (sopra i 100.000 abitanti, tranne Verona e Reggio Calabria): Genova (64,02), Bologna (68,33), Firenze (66,57), Palermo (68,94), Bari (57,14), Catania (63,47), Venezia (55,13), Messina (58,85). Può essere interessante dare uno sguardo più ravvicinato alle mappe delle metropoli, che registrano i risultati seggio per seggio (in rosso quelli con maggioranza No, in blu quelli per il Sì). Si potrà notare l’estensione quasi completa del rosso, con solo alcune macchie circoscritte di blu, in una rappresentazione topografica che – in alcuni casi – rovescia lo schema della ZTL, che nelle precedenti elezioni, politiche e amministrative, voleva il Pd e più in generale il centro-sinistra asserragliato nei quartieri del centro o comunque benestanti e il centro destra accampato nelle semi-periferie, nelle periferie, nelle barriere o comunque nei quartieri più indigenti. Qui sono invece le zone centrali e residenziali le sole in cui il Sì ha prevalso. Così ad esempio a Torino, dove un pallido azzurro compare solo nei seggi intorno all’asse centralissimo di Via Roma. Oppure a Milano, dove una consistente macchia blu si concentra entro l’ottagono che contiene le zone Duomo e Castello sforzesco (quelle in cui è localizzato il Finanzcapitalismo), mentre il resto è rosa o rosso con accentuazioni a Conchetta, Loreto, Portello, Barona. A Roma, invece, la mappa ci restituisce un’estensione vastissima colorata di rosso, comprendente quasi tutti i municipi, con risultati oscillanti intorno al 60% (con punte massime del 67% al Municipio VII, e basse al Municipio VI col 53%. Unica eccezione il Municipio XV dove il SI prevale per un pelo: 50,72%. MentreNapoli è assolutamente omogenea, con l’unica variazione tra le sfumature di Rosso (rosa quelle poco sopra il 50%, porpora intenso oltre il 60%), come purePalermo. All’opposto i comuni piccoli o piccolissimi, dove il Sì si è affermato più diffusamente, soprattutto nelle aree vallive del centro-nord, e con dimensioni spesso elevate, in particolare nei cosiddetti “comuni-polvere”, con l’eccezione delle aree in cui si siano manifestati negli ultimi anni significativi movimenti di protesta con radicamento territoriale, dove invece il No rialza la testa. Un esempio del primo tipo che, come si può immaginare, conosco bene è costituito dalle valli del cuneese, quelle la cui etnografia è descritta nel Mondo dei vinti, che sono state desertificate dallo spopolamento nell’epoca del boom economico e che da allora non si sono più riprese, quantomeno dal punto di vista demografico. In Valle Stura, per esempio, dove ormai da tempo si vota a destra, nonostante sia stata protagonista della lotta partigiana, disseminata di comuni dalle dimensioni minime (50, 100 abitanti quando va bene) il Sì ha prevalso in misura massiccia, tanto più grande quanto più ci si allontana dal capoluogo (si veda la striscia qui sotto i risultati di Rittana, Argentera, Bellino, Vinadio e Pietraporzio). All’opposto la media e bassa Val di Susa, da vent’anni protagonista della battaglia contro il TAV. Qui, in comuni dalle dimensioni non molto diverse (Venaus, Borgone, Bussoleno, Chianocco, Monpantero), si registrano risultati opposti, con una forte o fortissima prevalenza del No. E visto che ci siamo, apriamo una piccola finestra su un gruppetto di piccoli comuni di un altro territorio “sensibile”, quella macchia blu sulla mappa della Calabria, proprio sulla punta dello stivale, che corrisponde alla Locride San Luca, San Procopio, Platì, Africo, Sant’Eufemia d’Aspromonte, Careri, Sant’Ilario dello Jonio). Una raffica di risultati bulgari per il Sì, in comuni che hanno tutti al proprio attivo al minimo uno scioglimento per infiltrazione mafiose, a conferma di quelle sacrosante parole del Procuratore Gratteri, che per quella ragione è stato crocifisso dai pasdaran di Sì. Sulle ragioni di questa brutale asimmetria dimensionale, che spinge le micro-comunità territoriali a scegliere massicciamente la destra, e in questo caso ad accodarsi alla più impresentabile delle riforme, occorrerebbe aprire una riflessione approfondita. Anche perché è fenomeno non solo italiano ma trans-nazionale: sono state loro, le piccole contee della provincia profonda americana, la chiave del successo di Donald Trump e del trumpismo; loro all’origine del successo della Brexit; ancora loro a colorare di bruno – colore del Ressemblement National – le mappe elettorali francesi. Cosa ne alimenta le “passioni tristi”? Un senso di profondo risentimento e di rivalsa per il proprio isolamento? La conversione di antiche “comunità operose” del tempo della relativa lentezza e della materialità del fare che dava senso ai tradizionali mestieri, in “comunità del rancore” ora che tutto diventa fluido e sembra sgretolare persone e cose? La sensazione di sentirsi minacciati nella propria identità (peraltro già ampiamente perduta) a causa dell’accelerazione del mondo “esterno”? Un bisogno di chiusura verso un ignoto che non si riesce a decifrare, sia esso l’immigrato o il controllore governativo o lo sradicato giramondo metropolitano? Per i comuni polvere che conosco, un ruolo di rilievo ha avuto, finora, la vocazione a scambiare fedeltà con protezione nei confronti del governo di turno, unita ossimoricamente però con una non sopprimibile carica di diffidenza e tentazione della trasgressione, due sentimenti opposti resi compatibili, nel caso del Referendum di Nordio e Meloni, dalla voglia di compiacere il Governo e dall’occasione di bastonare i Giudici… Ma la cosa è più ampia e profonda, e bisognerà tornarci sopra. L’altro fattore rilevante, come si diceva, è di carattere anagrafico. Se si analizza la composizione del voto per classi di età, non può non sfuggire che il No si afferma con proporzioni inverse al crescere dell’età degli elettori. Nell’aggregazione piuttosto sommaria delle prime analisi dei flussi gli elettori compresi tra i 18 e i 34 anni facevano risultare una percentuale di No del 61%, quelli delle classi intermedie, tra i 35 e i 64 anni, stavano nella media generale del 53% mentre sopra i 55 anni il No scendeva, sia pur di pochissimo, sotto il 50% (con un 49,3%). Se però ricorriamo a successive, più precise valutazioni, con letture a maglie più strette, scopriamo che in realtà, fermo restando il fondamentale contributo dei giovani e dei giovanissimi, i 35-49enni non se la sono cavata affatto male (57,6%) e nemmeno gli ultra-settantenni (56,6%), mentre il vero buco nero è costituito dai 50-64enni. E bisognerebbe interrogarsi su cosa sia accaduto, nel processo di formazione politica  (e umana) di quella generazione, composta dai nati tra il 1962 e il 1976, quelli che avevano vent’anni tra l’’82 e il ’96 e hanno vissuto la propria iniziazione politica e civile all’insegna del CAF (il trio Craxi-Andreotti-Forlani) con la corruzione endemica venuta alla luce con Mani pulite, gli sciagurati referendum sulla legge elettorale e il passaggio alla logica del maggioritario, in una parola la transizione dalla Prima alla seconda Repubblica all’insegna di Berlusconi e del Berlusconismo… Non saranno loro la pietra d’inciampo della nostra democrazia? Terzo fattore, quello “culturale”. Il livello di scolarità. Il No ha prevalso ampiamente nello strato più acculturato, tra i laureati, quasi col 68%! Tra i titolari di diploma di scuola superiore il No si è affermato col 52,6% (quali la media generale) mentre il Sì ha prevalso, sia pur anche qui di pochissimo – il 51,4% – tra gli elettori dotati di licenza media o elementare. Come dire che chi è dotato di strumenti cognitivi adeguati a governare problematiche complesse o a comprendere argomentazioni implicanti questioni tecniche di un certo rilievo ha potuto cogliere a pieno l’insostenibilità della proposta governativa, le sue incongruenze, gli obiettivi inconfessabili che si proponeva. Gli altri, si sono spesso dovuti arrendere alle semplificazioni distorcenti, alle retoriche vuote, al ricorso ai sentimenti elementari della paura e del risentimento cui la propaganda per il Sì ha abbondato. Un elemento che si può riscontrare anche nella scomposizione del voto per attività professionale: quasi tutti i gruppi professionali si sono pronunciato, sia pur in proporzioni diverse, per il No: i liberi professionisti, dirigenti, imprenditori col 57,2; i commercianti, gli artigiani, in generale i lavoratori autonomi (persino loro!) col 53,9; gli impiegati e, naturalmente, gli insegnanti col 53,5 e, insieme a loro, gli studenti (soprattutto le studentesse) che hanno fatto registrare il record col 63,6%. Né sono mancati i pensionati col loro 57%.  Unici punti di caduta: gli operai, con una prevalenza di Sì (di appena 4 decimi di punto: 50,04%). E le casalinghe, tra le quali il Sì raggiunge il 57,4% (i maligni insinuano che qui si vede il peso della televisione). Questo il quadro di un voto che ci aiuta a respirare. Che quantomeno rallenta una deriva che si prospettava catastrofica, anche se ancora non la rovescia. Su questi dati dovremo ragionare a lungo, per evitare di sbagliare i prossimi passi. Quello però che mi sento fin d’ora di dire è che nessuno – davvero nessuno – può pensare di intestarsi questo voto. Di quotarlo in qualche modo alla sua borsa. Men che meno le forze politiche d’opposizione. Senza nulla togliere all’impegno profuso dai loro leader e dai loro militanti su questo risultato non sono leciti atteggiamenti proprietari. Intanto perché, come si è tentato di dire fin qui, le variabili che spiegano il successo sono molteplici e complesse, intreccio di stati d’animo accumulatisi nel tempo (la sensazione di asfissia difronte a un potere incapace di accettare limiti) e di stimoli intervenuti nella più diretta attualità (il genocidio a Gaza, la guerra sempre più vicina e dentro di noi). E poi perché il protagonista, direi principale, di questa campagna elettorale tutta in salita, è stato un attivismo diffuso fatto di una miriade di realtà – associazioni, gruppi spontanei e micro-strutture consolidate, singole persone in forma di volontariato, giuristi, normali cittadini, scolaresche, bocciofile, artisti, un’intera galassia di soggettività, e poi quei 15 che hanno avuto la felice intuizione della raccolta delle firme -… Tutto questo ha contribuito a produrre il miracolo, il cui percorso di formazione è scritto nella successione cronologica dei sondaggi: dalla partenza, quasi 15 punti sotto, a novembre, fino al punto di pareggio e poi di sorpasso nella prima metà di febbraio (quando appunto è partita la raccolta delle firme) fino alla vittoria del 22 e 23 marzo. Tutto questo mondo non è di per sé “disponibile” per il giorno delle elezioni politiche. Questi voti dovranno essere conquistati e, direi meglio, “meritati”. A cominciare da una questione che considero centrale nell’aver determinato l’impennata della partecipazione a livelli imprevisti da tutti (insieme all’intollerabilità degli abusi di potere e della faccia tosta di questa maggioranza, sintetizzati dall’orrendo caso Delmastro): il tema esistenziale della Pace e della Guerra, quello che ha mosso le ragazze e i ragazzi dell’ultima generazione. Quello che non tollera ambiguità. Quello che ci riporta direttamente alla vitalità della nostra Costituzione, col suo articolo 11. Un tradimento su questo terreno sarebbe, per tutti noi, intollerabile. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ANDREA SEGRE: > Nuove comunità democratiche e antifasciste -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Radiografia di un miracolo proviene da Comune-info.
March 31, 2026
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