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Tassare i ricchi, referendum in California
Manca poco al 3 novembre, il giorno che sancirà quanto potere Trump possiede ancora agli occhi degli elettori e dentro il Congresso. Se già la battaglia si preannunciava infuocata, a rinfocolare per bene i tizzoni ci si è messa la California, proponendo, in quattro e quattr’otto, un referendum statale abbinato all’elezione federale di metà mandato: se vincesse, introdurrebbe per la prima volta per volere popolare una tassa patrimoniale nella roccaforte della proprietà privata. Si tratta della Proposition 40, passata agli onori della cronaca come la “tassa sui miliardari”, ossia un’imposta straordinaria una tantum del 5% su chi possiede più di un miliardo di dollari. Si stima che ricadranno nei parametri della tassa duecento ultra ricchi e che nell’arco di cinque anni (durante i quali verrà spalmata la tassa) porterà alle casse della California circa cento miliardi di dollari. È stata voluta da Dave Regan, presidente del sindacato dei lavoratori della sanità dell’Ovest (United Healthcare Workers West SEIU-UHW), uno dei più grandi degli States, con 120.000 iscritti solo in California. Sebbene ancora molto lontana dall’ideale di un sistema sanitario pubblico e per tutti, la California era uno degli Stati USA che più riusciva a garantire un servizio medico (MEDIC-AID, qui conosciuto come MEDI-Cal) ai cittadini più poveri e a fornire assistenza sociale ai disagiati. Questi programmi sono stati le prime e principali vittime del “Big Beautiful Act” voluto da Trump, che ha tagliato in maniera drastica e sconsiderata i fondi federali normalmente loro destinati; ciò ha causato all’intero sistema sanitario una grave instabilità e il rischio tangibile di un collasso di interi suoi settori. Da qui è partita la miccia: l’idea di procurarsi i soldi necessari per salvare MEDI-Cal (a cui andrebbe circa il 90 % del ricavato) prendendoli da dove ce ne sono in eccesso. Con un sorrisetto beffardo non si può fare a meno di notare l’effetto boomerang che l’atto di Trump ha messo in moto (lo rifarebbe se avesse potuto guardare nella sfera di cristallo?). Dalla California l’idea di tassare chi possiede troppo ha alzato un polverone in tutto il Paese e ne ha varcati i confini, riempiendo le pagine di quotidiani di mezzo mondo, il web di video accorati e di vignette satiriche dove, a suon di meme e slogan, ognuno dice la sua. Insomma, parlare di tassare i ricchi non è più un tabù! I miliardari sembrano essersene accorti e forse intimoriti che dalle parole si passi ai fatti rispondono con azioni aggressive. Qualcuno, in verità, si è dimostrato da subito collaborativo come Jensen Huang, il co-fondatore di Nvidia, e qualcun altro recentemente ha alzato bandiera bianca (Zuckerberg pagherà), ma i più sembrano decisi a dare battaglia senza mezze misure. Dunque da quando, a inizio giugno, la Proposition 40 è apparsa al grande pubblico in tutta la sua folgorante semplicità, si sono viste cordate di miliardari che, per bloccarne l’esito, hanno già speso la follia di oltre 293 milioni di dollari in spots pubblicitari, petizioni, consulenze tecnico-legali e altre diavolerie (le proposizioni 41 e  42, anch’esse parte dello stesso referendum, che se passassero, grazie a cavilli,  annullerebbero la 40 pur se avesse vinto) e sembrano pronti ad andare anche oltre pur di non partecipare attivamente nel ricompensare la società. Il primo spauracchio messo in campo dalle nobili menti è una minaccia di immemorabile data, che suona più o meno così: “Se passa la tassa ce ne andiamo, così da noi non avrete più nemmeno quello che vi diamo oggi.” Per rendere più credibile la minaccia l’hanno condita con un po’ di terrorismo lavorativo: “Non porteremo via solo la nostra figura fisica, sposteremo le fabbriche” (le high tech in particolare). In verità questi traslochi non sono così semplici da fare e potrebbero rivelarsi poco convenienti. Gli altri Stati USA, invece di configurarsi come dei favolosi paradisi fiscali dove continuare ad accumulare denaro senza scocciature, potrebbero trasformarsi in trappole. Se passasse la Proposition 40 ogni americano medio guarderebbe con ammirazione alla vittoria ottenuta dai californiani e potrebbe desiderare la stessa cosa. Ma non è tutto oro quello che luccica e la strada è in salita. La Proposition 40 è stata formulata in fretta e furia per poter rientrare nei tempi previsti dalla legge californiana per la votazione di medio termine e pertanto presenta delle pecche. A mio avviso non gravi, paragonate al messaggio che veicola, ma che comunque vale la pena di ricordare. Per bruciare i tempi l’equipe di Regan ha fatto sondaggi a tappeto e in base alle risposte ottenute ha costruito i dettagli del referendum. A ciò si aggiunge la clausola della retroattività, che farà storcere il naso ai giuristi: per scongiurare il pericolo della fuga dei miliardari la legge entrerebbe in vigore a partire dal 1° gennaio 2026. Tutti i residenti fiscali in California in quella data sarebbero così soggetti alla tassa, anche se in seguito si trasferissero in un altro Stato. Inoltre piace poco ai più radicali perché valida solo per quest’anno, ma queste sono quisquilie: se si è di buon animo e si cerca il bene della collettività si superano e si vota SI. Purtroppo le cose non stanno così e non sarà facile spuntarla: sebbene i sondaggi la diano in leggero vantaggio, gli esperti ritengono che abbia solo un 30% di probabilità di vittoria, perché Regan ha finito i soldi e dall’altra parte ci si aspetta un barrage di pubblicità all’ultimo momento. L’altro grosso problema, oltre all’opposizione dei miliardari, è il fronte democratico, che si è spaccato. Bernie Sanders appoggia la proposta, mentre il governatore della California Newson guida la linea del NO, seguito da alcuni sindacati, tra cui quello degli insegnanti. Ognuno ha un proprio sporco, piccolo privilegio da difendere, ma non entrerò in merito – forse si potrebbe dedicare al tema un articolo o forse non lo meritano neppure. Semplicemente mi permetto di scrivere che chi si illude di potersi sempre parare il culo facendo spallucce ai problemi degli altri alla fine perirà sotto il peso della propria ignavia. La rivoluzione arriverà e intanto l’idea di tassare i ricchi si sta facendo strada. Buona notizia: in Italia la proposta di legge di iniziativa popolare 1% equo ha già ampiamente superato le 50.000 firme necessarie per presentarla in Parlamento.   Marina Serina
October 24, 2026
Pressenza
In Svizzera vince il no al referendum: rimane la neutralità filo-europeista
Il 27 settembre si è svolto, in Svizzera, il referendum sulla neutralità del paese. Il verdetto delle urne ha visto una netta vittoria del “no”, contro le richieste fatte dal comitato promotore del voto e in linea con le raccomandazioni del Consiglio federale e del Parlamento. In uno scenario di […] L'articolo In Svizzera vince il no al referendum: rimane la neutralità filo-europeista su Contropiano.
September 29, 2026
Contropiano
Contro il ddl caccia, firma subito per il referendum
da NoDDLCaccia Vogliono condannare a morte 47 specie di animali per fare un favore all’1% della popolazione. Fermiamo il DDL Caccia prima della strage ! Il nuovo DDL Caccia ignora la volontà del popolo italiano per accontentare la lobby delle armi e una minoranza di cacciatori: 47 specie a rischio: Vogliono estendere la caccia a decine di nuove specie animali.
September 22, 2026
La Bottega del Barbieri
Regno Unito, il fronte indipendentista sfida Londra: “il tempo di Westminster sta finendo”
Nella giornata di ieri, lunedì 14 settembre, i primi ministri di Scozia, Galles e Irlanda del Nord si sono incontrati a Cardiff per firmare un memorandum, il primo di questo genere, nel quale rivendicano il diritto dei rispettivi Stati all’autodeterminazione. I firmatari chiedono a Londra di «preparare, pianificare e facilitare il cambiamento costituzionale in ciascuna delle tre nazioni» per spingere Downing Street ad autorizzare nuovi referendum sull’indipendenza. L’incontro ha un forte valore politico, dal momento che, per la prima volta da quando il governo di Tony Blair trasferì parte dei poteri di Londra ai parlamenti di Edimburgo, Cardiff e Belfast, alla fine degli anni ’90, a guidare le tre nazioni vi sono i rappresentanti di tre partiti indipendentisti: SNP (Scozia), Plaid Cymru (Galles) e Sinn Féin (Irlanda del Nord). Il memorandum riconosce che i tre partiti hanno posizioni costituzionali diverse e lascia a ciascuna nazione la scelta di tempi e modi. Allo stesso tempo li impegna a collaborare su economia, energia e rapporti con l’Unione Europea. Swinney (leader scozzese) e ap Iorwerth (primo ministro del Galles) hanno anche firmato un secondo accordo, stavolta tra i due governi e senza lo Sinn Féin irlandese, per chiedere a Londra più poteri e una distribuzione più equa delle risorse. Anche su questo punto le priorità divergono. Il Galles vuole riformare la formula Barnett, il meccanismo che determina i fondi trasferiti da Londra, perché lo considera penalizzante. La Scozia, che da quel sistema trae vantaggio, non ha appoggiato la richiesta. Le tre situazioni restano in ogni caso molto diverse. La Scozia ha già votato per l’indipendenza nel 2014, quando il 55% scelse di restare nel Regno Unito. Nel 2022 la Corte suprema del Regno Unito ha stabilito all’unanimità che la Scozia non può indire un nuovo referendum senza il consenso di Westminster, bloccando la consultazione che l’allora Primo ministro Nicola Sturgeon aveva fissato per l’ottobre 2023. Il Galles invece, non ha mai votato per l’indipendenza, ma solo per l’autonomia. Nel 1979 la proposta fu respinta con quasi l’80% di no, nel 1997 passò con il 50,3%. Il partito gallese Plaid esclude un referendum prima delle elezioni del 2030 e punta, nel frattempo, all’istituzione di una commissione nazionale e sul trasferimento di nuove competenze. In Irlanda del Nord l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 affida la scelta di indire una consultazione al solo governo britannico. L’unico precedente è il referendum del 1973, boicottato dai nazionalisti e vinto dagli unionisti con quasi il 99% dei voti contrari. I sondaggi indicano ancora una maggioranza favorevole a restare nel Regno Unito, anche se il divario si è ridotto dopo la Brexit. L’incontro di Cardiff è arrivato, solo temporalmente, dopo le parole di Donald Trump. In alcune dichiarazioni rilasciate alla stampa mentre si trovava a Dublino, seduto accanto al premier irlandese Micheál Martin, il presidente statunitense ha detto: «Non voglio creare problemi, ma mi piacerebbe vederla (l’Irlanda, ndr) unita. Prima o poi succederà». A suo parere, sarebbe «una cosa fantastica, anche se il Regno Unito avrà qualcosa da dire». Poco dopo, davanti a imprenditori dei due Paesi, ha ammesso che sulla questione non esiste una buona risposta. Con queste frasi Trump – che ha ripetutamente criticato Londra per il mancato supporto all’aggressione condotto da USA e Israele contro l’Iran – ha rotto la storica neutralità di Washington sul tema. Martin non ha commentato e Londra ha fatto sapere che la propria posizione non cambia. Il leader del Democratic Unionist Party nordirlandese, Gavin Robinson ha replicato che il futuro dell’Irlanda del Nord lo decideranno i suoi abitanti, e non i commenti che arrivano da Londra, Dublino o Washington. The post Regno Unito, il fronte indipendentista sfida Londra: “il tempo di Westminster sta finendo” appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Il No islandese all’insegna della sovranità e del lavoro
Il popolo islandese ha detto No all’Unione Europea, votando contro la ripresa dei negoziati per l’adesione alla UE e segnalando con chiarezza la preoccupazione che l’adesione alla UE potesse rappresentare per l’Islanda un rischio economico per la sua agricoltura e, soprattutto, per la sua pesca, la sua economia marittima, e perfino la sua identità e sovranità. Quasi il 53% dei cittadini e delle cittadine islandesi ha respinto così la proposta del governo di centrosinistra di riaprire i negoziati di adesione.  La preoccupazione del popolo islandese per la potenziale perdita di controllo sul proprio settore della pesca, sulla propria più complessiva economia marittima e sulla propria stessa, specifica, identità nazionale ha dunque prevalso. Il risultato intreccia inoltre, a ben vedere, due questioni fondamentali, la difesa della propria economia e del proprio apparato produttivo e la questione storica dell’autogoverno, quest’ultima a sua volta legata al controllo sulle risorse naturali, sul mare e sulla pesca. La quota della pesca nell’economia islandese, peraltro, è diminuita nel corso dei decenni, e anche questo è fonte di preoccupazione per il Paese. I prodotti ittici hanno rappresentato il 47% delle esportazioni tra il 2025 e il 2026, e tuttavia la produzione si è dimezzata nel corso degli ultimi trent’anni, passando da 2.2 milioni di tonnellate nel 1997 a 1.1 milioni di tonnellate nel 2024; inoltre, agricoltura, silvicoltura e pesca contribuivano a più del 9% del prodotto interno lordo islandese nel 1995, una quota che si è ridotta a meno del 4% nel 2025. L’Islanda ha una serie di specifiche peculiarità nazionali. Membro fondatore e alleato chiave della Nato, soprattutto per via della posizione geostrategica (a cavallo del corridoio navale tra Groenlandia e Gran Bretagna che collega l’Artico all’Atlantico), è l’unico Paese Nato (e uno dei pochi al mondo) a non disporre di proprie forze armate e, per questo, un caso di scuola nella letteratura e nella pratica del peacebuilding. Non facendo parte dell’Unione Europea, è tuttavia membro dello Spazio economico europeo e dello Spazio Schengen.  È possibile proiettare il risultato referendario islandese sullo sfondo della vicenda politica ed economica complessiva dell’Unione Europea? O, detto diversamente, sono legittime le preoccupazioni, diffuse non solo in Islanda del resto, circa la crisi economica, produttiva ed occupazionale che sta attraversando la UE? L’Unione Europa ha approvato un pacchetto finanziario di aiuti all’Ucraina di portata strategica: 90 miliardi, di cui 30 miliardi destinati al sostegno delle spese ordinarie dello stato ucraino (altrimenti in default) e 60 miliardi in aiuti militari, dei quali circa 16 già approvati e 8.5 già erogati. Questo pacchetto fa parte di un volume di aiuti finanziari complessivi che cubano, come dicono gli economisti, un totale di oltre 220 miliardi. Una tale esposizione finanziaria, in una congiuntura come quella attuale, non può non avere conseguenze.  L’Unione Europea sta sempre più scaricando il prezzo di questa esposizione, e della crisi produttiva ed energetica, sulle spalle di cittadini e lavoratori. I segni sono piuttosto chiari: chiusura di fabbriche e aziende e vero e proprio collasso delle piccole e piccolissime imprese e dell’artigianato che, risultano, evidentemente, i settori più colpiti; drastica riduzione degli investimenti produttivi; problemi nel sistema dell’energia, sia in relazione alle difficoltà negli approvvigionamenti, sia in relazione al clamoroso aumento della bolletta energetica, sia per le aziende, sia per cittadini e famiglie; aumento dei prezzi ormai anche dei generi di prima necessità; tagli drastici alla spesa sociale e ulteriore smantellamento dello stato sociale.   Sono ben noti, in Italia, i casi più emblematici di crisi dei grandi attori produttivi: le centrali ENEL di Brindisi e Civitavecchia, e, in generale, la chiusura delle centrali a carbone, vero e proprio simbolo del fallimento delle politiche industriali della “transizione energetica” in Italia; le Cartiere di Fabriano; la Prysmian di Battipaglia; la Trasnova; la Beko; la G&W Electric Foggia; l’Almaviva Contact; la Glencore di Portovesme, tutti casi di crisi produttiva, assenza di programmazione economica e politica industriale, fallimenti e licenziamenti.  A livello nazionale appena lo scorso anno si contavano in Italia ben 96 aziende in crisi, per un totale di oltre 120 mila lavoratori interessati, senza contare le crisi di livello locale e regionale, con decine e decine di migliaia di altri lavoratori in condizioni drammatiche; un processo di vera e propria desertificazione industriale che riguarda anche e soprattutto comparti essenziali e strategici, come la chimica, la farmaceutica, la siderurgia (pensiamo al caso dell’ILVA), l’intera “filiera del bianco”, vale a dire l’industria degli elettrodomestici, di fatto scomparsa dal panorama produttivo italiano, il settore metalmeccanico e dell’auto.   Secondo dati Istat, ad agosto dello scorso anno l’indice della produzione industriale italiana è stato pari a 91.6 (la base di riferimento pari a 100 corrisponde al livello medio del 2021), il che significa che la produzione industriale è attualmente più bassa dell’8.4 per cento rispetto al 2021. Secondo dati Eurostat, negli ultimi 25 anni, tra il 2000 e il 2025, la produzione industriale in Italia è addirittura crollata in una misura pari a -23%, in media un punto percentuale di capacità produttiva perso ogni anno, peggio di Grecia, Spagna, Portogallo.  Negli ultimi trent’anni, tra il 1995 e il 2025, la percentuale di occupati nel settore della manifattura è passata dal 21% al 15%. Secondo dati della CGIA Mestre, pesantissima è la situazione dell’artigianato: una contrazione dell’artigianato da 1.5 milioni di attività nel 2008 ad appena 1.2 milioni nel 2025, una perdita di posti di lavoro drammatica, da oltre 1.7 milioni a 1.3 milioni, con una flessione del 25% e la perdita di 434.000 posti di lavoro.  Per non parlare delle conseguenze dirette, in termini di carovita, dell’assenza di politica industriale e di continue spese per il riarmo e per la guerra: ad agosto 2026, l’inflazione è salita al 3.3% e secondo stime (Nomisma e altri) si annuncia un inverno duro per tutti: le spese aumenteranno del 23% per le famiglie e del 54% per le imprese e rincari previsti ammonteranno a circa 250 euro in più a famiglia per i mesi invernali. E di fronte alla crisi produttiva, al tracollo del sistema delle protezioni sociali, e all’impoverimento diffuso non solo di precari e disoccupati, ma anche dei lavoratori e delle lavoratrici, sempre dalla Commissione europea arriva la irricevibile proposta di “mobilitare” i risparmi faticosamente messi da parte dai cittadini a costo di rinunce e sacrifici: Ursula von der Leyen ha definito “inattivi” i 10 mila miliardi di euro (in realtà, secondo dati EBF, European Banking Federation, si tratta di 17 mila miliardi di euro) depositati nei conti bancari europei, annunciando, senza reticenze, che «l’Europa deve far lavorare questi risparmi per le nostre aziende».  In breve: invece di un riorientamento strategico delle proprie politiche, del rilancio degli investimenti sociali, della fine della guerra, e della riapertura dei canali diplomatici ed economici con la Russia, l’Unione europea vede il suo apparato produttivo fortemente compromesso, subisce un pesante deficit di investimenti, moltiplica povertà, precarietà e disoccupazione, e prova a uscirne con più guerra, più armi, e puntando a colpire perfino i risparmi degli stessi cittadini europei. Una politica che definire discutibile sarebbe eufemistico, e di fronte alla quale il No dei cittadini islandesi appare una risposta, motivata e preoccupata al tempo stesso.   Gianmarco Pisa
September 1, 2026
Pressenza
ISLANDA: VINCE IL NO ALL’UE, FALLITO IL REFERENDUM SULLE TRATTATIVE PER L’INGRESSO. CONTRARIA ANCHE LA SINISTRA ECOLOGISTA
Vince il ‘no’ al referendum islandese sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Ue, col ‘sì’ che prevale solo nella capitale Reykjavík e i contrari che hanno superato il 60% nelle circoscrizioni rurali: no quindi all’ingresso dell’Unione Europea per il 52,8% degli islandesi. Alta l’affluenza, all’82,5%. “La campagna per il ‘no’ è stata molto più efficace della campagna per il ‘sì’“, fa sapere Roberto Pietrobon, giornalista collaboratore de Il Manifesto intervistato a Radio Onda d’Urto. Tutti i partiti di centrodestra islandese hanno sostenuto lo stop alle trattative per l’ingresso nell’Unione Europea dell’Islanda. Per il ‘no’ si è schierato anche il partito della sinistra socialista ed ecologista islandese, il Vinstri Græn, (VG). A differenza di molti partiti ecologisti dell’Europa continentale, i Verdi della sinistra islandese mantengono una forte linea euroscettica per motivi legati alla sovranità nazionale e alla tutela ambientale. Uscita sconfitta l’Alleanza socialdemocratica che guida l’Islanda da dicembre 2024, affiliata al Partito socialista europeo, della premier Frostadóttir, e il liberale ViÐreisn, legato all’Alde-Renew, della ministra degli Esteri èorgerÐur Katrín Gunnarsdóttir. La prima ministra ammette la sconfitta ma va avanti. Al centro della campagna referendaria la pesca e l’agricoltura islandese che trainano l’economia della terra del ghiaccio e che, secondo la coalizione contraria all’ingresso nell’Unione Europea, sarebbe stata messa a rischio dalle politiche di Bruxelles. Il ‘no’ ha infatti primeggiato nelle circoscrizioni rurali, dove supera in tre collegi su quattro con il 60%. L’intervista a Roberto Pietrobon, giornalista collaboratore de Il Manifesto. Ascolta o scarica.
August 31, 2026
Radio Onda d`Urto
Gli islandesi non si fanno incantare dalle sirene europeiste. Vince il No al referendum
Il popolo islandese ha detto no ai negoziati per l’adesione all’Unione europea. Con il 52,8% contro 47,2%, gli elettori islandesi ha nuovamente respinto l’idea di riavviare il processo di adesione, sospeso già nel 2013. Il referendum non era un voto diretto sull’adesione all’UE, ma, di fatto, gli islandesi non si sono […] L'articolo Gli islandesi non si fanno incantare dalle sirene europeiste. Vince il No al referendum su Contropiano.
August 30, 2026
Contropiano
Noi votiamo NO! Mandiamo a casa Occhiuto!
Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha indetto il referendum popolare sulla riforma dello Statuto regionale. La consultazione si terrà domenica 29 novembre 2026. La consultazione riguarda la legge regionale 3 marzo 2026, numero 9, che modifica lo Statuto e interviene sull’assetto istituzionale della Regione, prevedendo tra l’altro l’introduzione […] L'articolo Noi votiamo NO! Mandiamo a casa Occhiuto! su Contropiano.
August 17, 2026
Contropiano
Rialto Sant’Ambrogio: la memoria svenduta
Pubblichiamo una lettera aperta a sindaco e assessore al patrimonio a seguito della concessione gratuita dello storico immobile di via Sant’Ambrogio alla Comunità Ebraica, per la costruzione di un liceo privato. Zevi, Gualtieri, dov’eravate nel 2011? Non ci ricordiamo di voi, come non ci ricordiamo di tante figure politiche, probabilmente salite sul carro dell’acqua pubblica all’ultimo, quando si era capito che la vittoria ai referendum sarebbe stata inevitabile, salvo iniziare a trovare il modo per anestetizzare quel grandioso risultato a partire dalla settimana successiva. Forse per questo non sapete, o potete fingere di non sapere, che quel risultato è in parte nato, cresciuto ed esploso proprio tra le mura del Rialto Sant’Ambrogio. Sì, proprio quello stabile che la Giunta sta assegnando senza bando alla comunità ebraica, per restaurarlo con fondi privati di dubbia origine e farne un liceo religioso privato.  La vittoria ai referendum del 2011 non è stato l’unico frutto di quel luogo, che per anni è stato laboratorio di cultura e di politica, nato a seguito dell’occupazione del “vero” Rialto: l’ex-cinema in via 4 Novembre e offerto dall’allora giunta Rutelli per liberare i locali occupati da destinare all’UPTER. Ma qui si va davvero nella storia, quando anche al centro di Roma esistevano luoghi liberi dalla turistificazione e mercificazione.  Torniamo al 2011, quando in due stanzoni al secondo piano si giungeva al culmine di una campagna referendaria fatta di tonnellate di moduli di firme raccolte e controllate da decine di attiviste e attivisti, di ore e ore di assemblee per formulare strategie e combattere la madre di tutte le privatizzazioni a mani nude, con pochissimi soldi ma con una bella dose di follia. La vittoria al Referendum del 13 giugno 2011, foto Crap Forse vi sareste divertiti anche voi se ci foste stati, chissà… forse quello spirito vi sarebbe rimasto un po’ dentro e adesso Roma non sarebbe preda facile dei fondi finanziari speculativi, compresi quelli di odore sionista.  Forse avrebbe fatto rabbia anche a voi leggere in questi giorni di «uno stabile abbandonato da otto anni». No, non abbandonato: sgomberato e quindi rimasto abbandonato. Chissà, forse proprio per poter dire poi che servono troppi soldi per rimetterlo in piedi e quindi aprire le porte a chi ne ha… poco importa come li abbia fatti o se siano sporchi. Però nel 2017, quando la Giunta Raggi cacciò via le realtà che rendevano ancora vivo quel luogo (tra cui noi, impegnate a difendere la vittoria sull’acqua pubblica dai mille attacchi che sono seguiti), il progetto del comune era trasferire lì gli uffici della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Del resto “patrimonio indisponibile” significa questo: mantenere uno spazio per finalità pubblica.  Ci abbiamo provato a rimanere fino all’inizio dei lavori di restauro (veri, non quelli che iniziano e finiscono con un cartello), anche per continuare a curare quelle mura umide e sbrecciate. Siamo rientrati “a sorpresa”, siamo stati cacciati di nuovo. Chissà, se non ci fosse stata tanta fretta di svuotarlo ora quel posto non sarebbe messo così male e non ci sarebbe la scusa dell’investimento eccessivo per aprire le porte a una privatizzazione di fatto.  > Perché sapete che lo spauracchio del male minore che state agitando, “meglio > una scuola che un albergo”, non regge, vero?  Sarà una scuola pubblica e aconfessionale accessibile a tutt3? No. Ecco, il Rialto invece era spazio libero e inclusivo. Luogo di ricerca e passioni. E lo è stato anche nell’espressione più alta della nostra democrazia: un referendum costruito e vinto dal basso, contro le lobby più potenti delle privatizzazioni.  Chissà che la storia non si ripeta… Rialto, nei giorni a seguito dello sgombero Foto gentilmente concesse da Coordinamento Romano Acqua Pubblica Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Rialto Sant’Ambrogio: la memoria svenduta proviene da DINAMOpress.
July 9, 2026
DINAMOpress
Le madri della Repubblica
Il 21 e 22 giugno alle ore 19.00 a Roma, presso L’ANMIG – Auditorium della Casa Madre – a Piazza Adriana 3, verrà presentato “Le Madri della Repubblica – voci, canti, storie”, un progetto corale ideato e progettato dall’Associazione teatrale “Controchiave” e dal coro “Inni e canti di Lotta Giovanna Marini” diretto da Sandra Alos Cotronei. Lo spettacolo è promosso dall’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra (ANMIG) in collaborazione con L’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani (ANPC), è parte integrante del progetto “Vie Maestre” e primo passo verso l’intitolazione di una strada alle 21 Madri anche nella città di Roma come in tanti altri luoghi del Paese. Lo spettacolo, sugella un evento importante anzi più di uno: l’ottantesimo anniversario del Referendum che ha dato vita alla Repubblica e la conseguente nascita della Costituzione. Lo spettacolo vuole raccontare e allo stesso tempo rendere omaggio alle 21 Madri Costituenti che hanno contribuito con il loro pensiero, la loro azione ed il loro impegno politico alla scrittura di uno dei documenti giuridici più avanzati al mondo. Le 21 Madri attraverso questa “Perform-azione” ci parleranno di loro, della loro storia, dei loro legami con il mondo femminile delle associazioni e di come sono arrivate a prendere parola in quella grande sala. Il coro “Inni e Canti di Lotta Giovanna Marini” che nel corso della sua storia ha portato in lungo ed in largo nel nostro Paese i canti della resistenza e della lotta che tanti lavoratori e lavoratrici hanno cantato per resistere alle ingiustizie, tornerà sul palco ancora una volta a dare voce a questi canti. Questi ultimi, nello svolgersi delle vicende storiche, sono stati utilissimi per dare forza alle classi più fragili per combattere contro chi costruiva il proprio potere economico e politico attraverso lo sfruttamento di braccianti, contadini ed operai. Ma le classi operaie e contadine hanno saputo alzarsi e combattere anche grazie a questi canti, che con i loro testi battaglieri ed irriverenti, hanno contribuito ad alimentare le lotte per la libertà e l’uguaglianza. L’associazione “Controchiave” risponderà alle voci del Coro con un discorso che ci svelerà le identità di queste 21 donne e ci aiuterà a comprendere il ruolo fondamentale che queste hanno avuto nel redigere il documento. Le voci dei e delle performer punteranno soprattutto l’accento nelle sfumature di un linguaggio che sostanziava i discorsi di tutte le Madri Costituenti e che metteva a fuoco i temi del lavoro, della famiglia, dell’aborto, del divorzio e della parità di diritti tra uomo e donna. I canti, le biografie e le vicende storiche si rispecchieranno negli occhi dei volti delle 21 Madri della nostra Repubblica nell’istallazione curata da Maria Chiara Calvani con le allieve dei corsi di disegno. > “Insieme alle allieve abbiamo fatto riemergere le loro espressioni da foto > ingiallite e sbiadite, espressioni attente e vigili che non perdevano > l’occasione per portare nell’aula dell’Assemblea Costituente la voce di una > moltitudine di donne e madri, in un tempo storico devastato dalla guerra ed in > un’Italia immersa mani e piedi nella miseria e nella sofferenza”. Lo spettacolo parla a tutti noi ed alla realtà sociale e politica che stiamo vivendo e stiamo agendo ogni giorno e ci tiene legati con un filo alla nostra storia perché possiamo ancora ritrovare quella coscienza e vederla come una risorsa per combattere nel presente. Maria Chiara Calvani Redazione Italia
May 11, 2026
Pressenza