Un foglio di carta--------------------------------------------------------------------------------
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John Berger ha scritto che, nel dialogo, ognuno può diventare “un foglio di
carta” su cui l’altro deposita i suoi pensieri. Un’immagine semplice e radicale,
che affida alla parola una responsabilità: quella di aprire uno spazio, non di
occuparlo. Diventare “carta” significa accettare di sospendere il proprio punto
di vista, di non sovrapporre subito le proprie ragioni a ciò che l’altro sta
cercando di dire. Significa farsi foglio bianco, pronto ad accogliere parole che
parlano di vissuti, emozioni, idee, conflitti. È un gesto che richiede tempo e
pazienza, la stessa di cui parlava Anna Frank quando scriveva che “la carta è
più paziente degli uomini”. Ma quella pazienza non riguarda solo le relazioni
personali. È una condizione della democrazia. Senza ascolto, senza la
disponibilità a diventare “carta” per la parola dell’altro, la democrazia si
svuota e resta solo la forza: la voce che sovrasta, lo slogan che chiude, la
decisione che non ammette replica.
Viviamo in un tempo in cui il dialogo viene spesso sostituito dalla
contrapposizione permanente. Le parole non cercano più di incontrare, ma di
colpire; non aprono spazi comuni, li presidiano. In questo clima, la vera pace
appare sempre più fragile, perché non nasce mai dall’imposizione, ma dalla
capacità di riconoscere l’altro come interlocutore, non come nemico da ridurre
al silenzio. Quando nessuno è disposto a farsi “carta”, il conflitto diventa
assoluto e la violenza sembra l’unico linguaggio possibile. Eppure la pace
comincia proprio lì: nel gesto minimo e difficile di chi ascolta senza
prevaricare, di chi accoglie la parola altrui senza trasformarla subito in un
bersaglio.
Anche la scrittura nasce da questo stesso impulso. Chi scrive lo fa per essere
letto, spinto — come ricorda Berger — da un desiderio di ospitalità verso
lettori reali o immaginari. Se questo impulso viene meno, la scrittura si riduce
a monologo e il pensiero smette di circolare. È così forse che dovremmo
immaginare oggi il compito della parola, nella vita pubblica come in quella
privata: farsi spazio di incontro, terreno condiviso, possibilità di pace.
Quando ad esempio affidiamo i nostri pensieri alle pagine di Comune, spero che
qualcuno li accolga con pazienza e, se lo vorrà, rimandi indietro ciò che quelle
parole hanno smosso in lui o in lei. Non per avere ragione, ma per continuare a
costruire, insieme, un mondo abitabile.
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