Tag - democrazia

Diventa reato la solidarietà con la Palestina, il Senato approva
Via libera al ddl che adotta la definizione IHRA contestata da giuristi ed esperti ONU. PD diviso e in gran parte astenuto, mentre M5S e AVS votano contro. Il rischio denunciato da molte organizzazioni: trasformare la critica a Israele in sospetto di antisemitismo Il Senato ha compiuto un passo che […] L'articolo Diventa reato la solidarietà con la Palestina, il Senato approva su Contropiano.
March 7, 2026
Contropiano
Multa per aver protestato: a Brescia la democrazia si paga cara
Una manifestazione pacifica, nessun incidente, cittadini in piazza per esprimere dissenso. Il risultato? Una condanna e centinaia di euro di multa per il coordinatore provinciale dell’Unione Sindacale di Base. A Brescia basta un cavillo burocratico — per di più tratto da un Regio Decreto del 1931 — per trasformare il […] L'articolo Multa per aver protestato: a Brescia la democrazia si paga cara su Contropiano.
March 6, 2026
Contropiano
Votiamo NO al referendum del 22-23 marzo. A Firenze campagna in corso!
Impressioni di un’attivista Di ritorno dal volantinaggio di lunedì mattina, fra le 10 e le 12 con tavolino e megafono, in Piazza delle Cure e davanti alla vicina Coop: l’impressione è di un diffuso e molto largamente prevalente orientamento per … Leggi tutto L'articolo Votiamo NO al referendum del 22-23 marzo. A Firenze campagna in corso! sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Per fortuna non sono un liberale
Eccoli qua i liberaldemocratici che ancora una volta applaudono i bombardieri. Ma il diritto internazionale ? E la storia dell’aggressore e dell’aggredito? Ma che c’entra, questo vale solo per fare guerra alla Russia. Per tutto il resto del mondo, USA e Israele hanno il diritto di fare ciò che vogliono, […] L'articolo Per fortuna non sono un liberale su Contropiano.
March 1, 2026
Contropiano
Oltre l’illusione della pace
Non è la guerra in sé a costituire l’anomalia. L’anomalia è un ordine mondiale che non riesce più a produrre integrazione, stabilità, futuro condiviso, e che per questo ricorre ciclicamente alla forza. Gli accordi su Gaza, come molti altri prima, non intervengono sulle condizioni materiali che rendono la violenza necessaria. Congelano il conflitto, rassicurano i mercati, consentono la ripresa dei flussi economici e diplomatici. La ricostruzione viene già pensata come opportunità di investimento; la pace come pausa funzionale alla riorganizzazione dei rapporti di forza. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Appunti di lettura: Karl Polanyi, “Per un nuovo Occidente”
L’opera che qui presentiamo, “Per un nuovo Occidente”, è una raccolta di saggi scritti tra il 1919 e il 1958. Questa raccolta di scritti molto vari può costituire una valida tappa di avvicinamento all’opera di questo eclettico autore, uno dei pensatori più rivalutati in questi tempi di crisi generale del tardo capitalismo. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
No
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Mi ritrovo spesso a pensare che il punto non sia un singolo provvedimento, e forse nemmeno una specifica riforma. Mi sembra, piuttosto, che il vero nodo sia la forma che sta lentamente assumendo il nostro Stato. È come un filo invisibile che attraversa le analisi di questi mesi: l’impressione che il prossimo referendum non riguardi solo la magistratura, ma un modello di potere che si sta depositando, strato dopo strato, sotto i nostri occhi. Non avverto un atto unico, un cambiamento clamoroso che rompe il vetro. Mi sembra di vedere una costruzione per accumulo, una serie di decisioni che, prese singolarmente, ci vengono presentate come tecniche, settoriali, quasi inevitabili. Eppure, se provo a guardarle insieme, mi pare che disegnino una direzione precisa. Il dubbio sulla centralizzazione Mi chiedo se quella a cui assistiamo sia solo un’esigenza amministrativa o se non sia, invece, un principio politico più profondo: la centralizzazione. Ho l’impressione che le decisioni tendano a scivolare sempre più verso l’esecutivo, mentre gli spazi di mediazione si fanno stretti e i controlli sembrano quasi un intralcio. Mi pare che il Parlamento stia diventando più un luogo dove si ratifica che un luogo dove si delibera, e che gli organismi indipendenti vedano sbiadire la propria capacità di equilibrio. Mi domando: è questa l’idea di governabilità che vogliamo? Quella dove la rapidità della decisione conta più della pluralità del processo democratico? Una gerarchia che interroga i diritti Poi c’è il tema della gerarchia, che mi sembra emergere con forza tra i territori e tra le istituzioni. Mi chiedo se l’autonomia differenziata non sia molto più di una riforma regionale. Mi pare che stia introducendo una struttura diseguale, quasi una scala di serie A e serie B nella distribuzione delle risorse. Sulla Sanità: mi sembra che il sistema universale stia arretrando in silenzio. Forse ci stiamo abituando all’idea di “poli di eccellenza” separati dal resto del territorio. Mi chiedo: se la salute dipende dal codice postale, siamo ancora tutti uguali? Sull’Università: Vedo un movimento verso una stratificazione sempre più netta, con centri forti che attraggono tutto e periferie che si indeboliscono. Ho l’impressione che l’uguaglianza stia smettendo di essere un presupposto per diventare una variabile. E la scuola nel suo insieme? Questo argomento merita un capitolo a parte. Il privato che occupa il vuoto Mi sembra, infine, che il ridimensionamento del pubblico non avvenga per una dichiarazione ideologica aperta, ma come una conseguenza operativa. Dove lo Stato arretra, si apre un vuoto; e quel vuoto viene occupato da soggetti privati, spesso con fondi pubblici. Non è una sostituzione improvvisa, ma un riequilibrio graduale. Stiamo passando dai diritti garantiti a un accesso differenziato? Verso quale cittadinanza? Le riforme della magistratura, il premierato e l’autonomia non sono frammenti sparsi, ma i componenti di un assetto coerente. Un sistema dove il potere si presenta come l’unico centro ordinatore, mentre gli spazi di equilibrio vengono ridefiniti. Forse le trasformazioni più incisive sono proprio quelle che non irrompono, ma che si normalizzano. E proprio per questo mi sembra così difficile riconoscerle mentre accadono. Una scelta di campo Proprio per tutto questo, il referendum smette di essere un passaggio tecnico e diventa un momento di chiarezza necessaria. Votare NO non significa solo respingere una singola norma sulla magistratura, ma esprimere un dissenso consapevole verso questa intera traiettoria. Significa dire che non accettiamo la normalizzazione della disuguaglianza, che non vogliamo un potere senza contrappesi e che crediamo ancora in una cittadinanza fondata sui diritti universali e non sulle gerarchie. È un atto di resistenza civile contro un progetto che vuole indebolire la democrazia per accentuare l’autorità. È, alla fine, la scelta di chi vuole restare cittadino e non diventare un semplice spettatore della gestione del potere. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Per un No sociale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo No proviene da Comune-info.
February 25, 2026
Comune-info
Migranti: un nemico perfetto
di Italo Di Sabato (ripreso da osservatoriorepressione.info) Il ddl Meloni non “gestisce” l’immigrazione: fabbrica paura, criminalizza il soccorso e usa i migranti come prototipo per comprimere diritti e democrazia C’è una verità che andrebbe stampata a caratteri cubitali sopra ogni dibattito sull’immigrazione, sopra ogni decreto, sopra ogni ddl, sopra ogni talk show e sopra ogni post indignato: la destra odierna senza
February 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Rogoredo non è un caso isolato
Mettiamo in fila i fatti. Un ragazzo di ventotto anni, Abdherrahim Mansouri, ucciso a Rogoredo con un colpo alla testa. Una versione immediata: legittima difesa. Un’arma giocattolo. Una minaccia. Uno sparo inevitabile. Poi le crepe. L’arma senza impronte. La distanza di venti metri. Il colpo laterale. I soccorsi chiamati in ritardo. L’agente che ha sparato indagato per omicidio e altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Testimonianze dal quartiere che parlano di taglieggiamenti, pressioni, di un agente che “voleva fargliela pagare”. Lo stesso assistente capo è coinvolto in altre inchieste, compresa una per falso ideologico legata a un arresto controverso tra piccolo spaccio e denaro. E non è irrilevante che, secondo ricostruzioni investigative, alcuni colleghi lo avrebbero descritto come un fanatico, abituato a muoversi sul filo dell’opacità nelle operazioni. Non sono dettagli. È un quadro. L’immagine della raccolta firme promossa dalla Lega Nel frattempo, ore di talk show a costruire l’assoluzione preventiva. Sindacalisti di polizia a mimare lo sparo in studio. Il “pusher” contro lo “Stato”. La periferia trasformata in zona grigia dove tutto diventa lecito. La narrazione tossica che precede la perizia. Prima la propaganda, poi – forse – l’indagine. Ma non si è fermata lì. La stessa sera, col cadavere ancora caldo, Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza ma”. Aveva parlato di scandalo per l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario, mentre – secondo lui – i manifestanti che avevano picchiato un agente a Torino non sarebbero stati incriminati per tentato omicidio. Il solito copione: magistrati troppo severi con le divise, troppo indulgenti con chi protesta. La Lega ha addirittura lanciato una raccolta firme al grido di “io sto col poliziotto”. E Riccardo De Corato, di Fratelli d’Italia, già vicesindaco di Milano, ha parlato di «accanimento nei confronti degli uomini in divisa davvero ingiustificato e inaccettabile». Non un invito alla prudenza. Non un richiamo al rispetto dell’indagine. Non una parola sulla necessità di chiarire i fatti. Solo una linea politica: l’assoluzione preventiva. Oggi quel racconto non regge più. E proprio per questo diventa evidente la posta in gioco. Con lo scudo penale già introdotto dalla legge Sicurezza 2026 — che elimina l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa — Rogoredo veniva raccontata come la prova vivente della “necessità” di blindare preventivamente chi usa la forza. La morte di un giovane migrante diventava argomento politico. Un fatto di cronaca trasformato in leva normativa. Il meccanismo è chiaro: ridurre il controllo giudiziario immediato sull’uso delle armi, rafforzare la presunzione di liceità per chi spara, spostare il baricentro dell’accertamento verso una discrezionalità che rischia di trasformarsi in filtro. Se oggi emergono contraddizioni, è perché un’indagine è partita. Ma il segnale politico resta: la forza va protetta prima di essere verificata. Nel frattempo, nelle stesse settimane, si moltiplicano le denunce contro chi manifesta per Gaza. A Genova, a Bologna, in altre città. Il nuovo reato di blocco stradale applicato contro chi si siede per terra. La resistenza non violenta trasformata in reato penale. Centinaia di attivisti trascinati dentro procedimenti giudiziari per aver espresso solidarietà internazionale. Non sono episodi scollegati. Sono tasselli dello stesso progetto. Da una parte si amplia l’ombrello di protezione attorno al potere armato. Dall’altra si restringe lo spazio del dissenso. È un doppio movimento coerente: più impunità per chi esercita la forza, più repressione per chi la contesta. Rogoredo, in questo senso, è una cartina di tornasole. Se la versione iniziale fosse stata accettata senza fratture, oggi staremmo discutendo di altro. Le crepe emerse dimostrano che il controllo democratico non è un fastidio burocratico: è l’argine che separa l’errore dall’abuso, la legittima difesa dall’arbitrio. E mentre si parla di sicurezza, altrove emergono chat in cui si rivendica di aver “brutalizzato un testimone”, si scrive «Datemi pure del fascista, non mi interessa», si evocano slogan come «Zecche appese a piazzale Loreto». Non folklore. Non eccessi verbali. Indicatori di un clima in cui il dissenso è nemico e la forza è identità. C’è poi un’altra verità che fatichiamo ad ammettere. Morti come quella di Mansouri provocano disagio. La reazione più comune è distogliere lo sguardo. È troppo imbarazzante riconoscere che persone pagate per difenderci possano talvolta finire per massacrare i nostri figli, i nostri amici, i nostri vicini di casa. È più comodo rifugiarsi nella formula rassicurante delle “poche mele marce”. Ma questa retorica non regge più. Primo: il sospetto è che quelle mele non siano poi così poche. Secondo: bisogna chiedersi in quale cultura, in quale aspettativa di impunità, in quale clima politico quelle mele marciscano. Le mele non marciscono nel vuoto. Marciscono in un cesto. La degenerazione democratica non è un concetto astratto. Nasce nelle stanze del potere ma prende forma concreta nelle strade. Ricade a cascata sui rapporti tra persone. È impossibile pensare che le tensioni di un paese attraversato da disuguaglianze sociali, economiche e razziali non si riflettano anche nelle sue forze dell’ordine. I corpi di polizia assorbono il clima politico, lo metabolizzano, talvolta lo radicalizzano. Quando un poliziotto picchia un ragazzo fermato per pochi grammi di fumo, quando alza il manganello su un manifestante inerme, quando considera “nemico” chi contesta o chi appartiene a una classe marginale, si crea uno strappo. Ogni volta. La società dei diritti è uno schermo che dovrebbe proteggerci. Ma quello schermo oggi appare lacerato. Dietro non c’è un eccesso isolato: c’è una cultura che normalizza l’idea che alcuni siano più controllabili, più colpibili, più sacrificabili. Il ricorso continuo alla retorica della sicurezza ha messo in secondo piano ogni discorso serio sulla responsabilizzazione e sulla smilitarizzazione dei corpi di polizia. Si è preferito parlare di “guerra allo spaccio”, “guerra al degrado”, “guerra ai blocchi stradali”, fino a trasformare la gestione dell’ordine pubblico in una logica di conflitto permanente. E in questa logica si sedimenta la distinzione tra classi “pericolose” e classi “protette”. Le disuguaglianze non vengono contrastate: vengono sorvegliate. I poveri non vengono sostenuti: vengono controllati. I migranti non vengono integrati: vengono schedati. Il dissenso non viene ascoltato: viene criminalizzato. Si colpevolizzano i deboli in nome di una presunta sicurezza richiesta dai cittadini, si smantellano strumenti di tutela sociale, si attaccano misure redistributive come fossero il vero nemico. E intanto si chiede più forza, più armi, più protezione e impunità per chi le impugna. In questo scenario, Rogoredo non è un incidente. È un sintomo. Quel clima non nasce per caso. Viene alimentato. Viene legittimato. Talvolta viene persino premiato. Il punto allora non è solo cosa è accaduto a Mansouri. Il punto è la traiettoria politica che attraversa questi mesi. La sicurezza viene trasformata in ideologia. Il conflitto sociale in ordine pubblico. La solidarietà internazionale in minaccia. L’uso della forza in valore identitario. E tutto questo mentre le cause reali dell’insicurezza – precarietà, esclusione, marginalità, disuguaglianza – restano intatte o peggiorano. Più armi non significano più sicurezza. Più repressione non significa più ordine. Significa uno Stato che si irrigidisce, che si protegge, che riduce lo spazio del controllo democratico. La scelta è davanti a noi: o si rompe questa deriva, o la si subisce. Perché quando la forza diventa linguaggio quotidiano del potere, la democrazia non arretra lentamente: viene svuotata, pezzo dopo pezzo, fino a restare solo una parola buona per i comunicati stampa. E a quel punto non si discute più di sicurezza, ma di obbedienza. -------------------------------------------------------------------------------- Osservatori repressione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Rogoredo non è un caso isolato proviene da Comune-info.
February 22, 2026
Comune-info