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Toscanellum: il voto disgiunto e le trappole per le liste solitarie. Una legge nata per blindare lo status quo
In Italia la legge elettorale è un cantiere che non chiude mai e che si riscrive sempre a misura di chi governa. Questa norma fondamentale è diventata oramai una variabile dipendente al servizio della maggioranza parlamentare di turno, che la … Leggi tutto L'articolo Toscanellum: il voto disgiunto e le trappole per le liste solitarie. Una legge nata per blindare lo status quo sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Male Adriatico: rigassificatori, opacità e democrazia sospesa
Il festival INTO THE BLUE 2026 apre una crepa nel racconto della “transizione energetica” In un pomeriggio affacciato sull’Adriatico, tra il porto e le spiagge romagnole — dove nidificano specie protette come il fratino e le tartarughe marine — si discute di cloro, gas liquefatto e decisioni prese altrove. Non è solo un confronto tecnico: è il tentativo di ricostruire una catena di responsabilità che, secondo ricercatori, giornalisti e attivisti, si interrompe proprio dove dovrebbe farsi più trasparente. L’incontro “Male Adriatico. Onde di cloro, dal tubo alla carcassa”, ospitato il 7 giugno al Club Nautico di Rimini nell’ambito del festival INTO THE BLUE 2026, mette al centro una domanda: com’è stato possibile avviare il rigassificatore di Ravenna senza una Valutazione di Impatto Ambientale completa, invocando l’emergenza energetica? La tesi che emerge è netta: la cosiddetta transizione energetica si muove in una zona grigia in cui interessi industriali e responsabilità pubbliche si sovrappongono. In questo spazio operano due aziende — Eni e Snam — entrambe partecipate pubbliche ma di fatto autonome nelle scelte operative. La “convenienza” del mare Il nodo tecnico riguarda il funzionamento del rigassificatore. Il “ciclo aperto” utilizza acqua marina per riscaldare il gas liquefatto, evitando di bruciare combustibile. Il risparmio — circa 40 milioni l’anno — poggia su una variabile instabile: la temperatura del mare. Negli stessi tre anni di ciclo aperto, a Riccione si registrano picchi di tartarughe con DTS e aumento di schiume: tre volte su tre, ricorda Sauro Pari (Fondazione Cetacea ETS). Non è ancora una prova di correlazione, ma abbastanza per chiedersi: siamo sicuri che sia solo una coincidenza? Un beneficio economico privato che si costruisce sull’esternalizzazione dei costi ambientali: clorazione delle acque, alterazioni degli ecosistemi, sottoprodotti potenzialmente tossici. In questo contesto, le compensazioni ambientali ed economiche rischiano di silenziare il dissenso, è qui che nasce quello che molti relatori definiscono un vero e proprio ricatto: o accetti l’infrastruttura, oppure rinunci a lavoro e opportunità promesse per il territorio. Anche la metodologia dei monitoraggi solleva criticità: effettuati quando l’impianto opera sotto capacità, producono dati che tendono a sottostimare gli impatti e vengono poi utilizzati per giustificare l’espansione. Opacità e controllo Sul piano istituzionale emerge una frattura democratica. Sauro Pari denuncia la secretazione dei risultati delle analisi delle acque: “Non abbiamo potuto vedere nessun dato”. Allo stesso tempo, in parole di Antonio Lazzari, esperto di valutazioni ambientali, vi è un eccesso di documentazione tecnica con una forma di “overload informativo” che svuota la trasparenza di significato, di decine di migliaia di documenti tecnici: una mole tale da rendere impraticabile un controllo effettivo. A questo si aggiunge un limite strutturale: ispezioni e verifiche ambientali sono in larga parte programmate e basate anche su dati forniti dagli stessi gestori. Un meccanismo prevedibile che rischia di ridurre tutto a una mera formalità, dentro un circuito locale chiuso. Quando viene meno un’indipendenza sostanziale, si svuota anche la funzione pubblica. Da qui le proposte emerse: introdurre forme di controllo peer review indipendenti, affidate a organismi scientifici esterni a rotazione, per rompere l’autoreferenzialità dei monitoraggi e restituire verificabilità ai dati. E, come ha ricordato Lazzari, sul piano politico la proposta di RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna) di riconoscere l’energia come bene comune, per sottrarre le scelte strategiche a una gestione opaca in mano al mondo finanziario e speculativo, e riportarle sotto responsabilità collettiva. In Italia, criteri e priorità dei monitoraggi sono definiti da ISPRA e attuati dalle ARPA, dentro un sistema formalmente regolato ma che seleziona cosa rendere visibile e cosa lasciare nell’ombra. È in questa discrezionalità che si incrina la funzione pubblica del controllo e si apre una frattura tra responsabilità dichiarate e presenza reale delle istituzioni, frattura che si prolunga anche a livello europeo, dove le deroghe convivono con una trasparenza carente. Stato presente, Stato assente È in questo cortocircuito che si colloca l’intervento di Elena Gerebizza di Re:Common: “Lo Stato è dentro e lo Stato è fuori, eppure lo Stato non c’è”. Antonio Lazzari lo traduce in una domanda brutale: se è l’amministratore delegato di Eni a sedere ai tavoli internazionali del gas accanto ai Presidenti del Consiglio, anche nei paesi più autoritari, chi è davvero al comando? Circa il 30% di Eni e Snam è sotto controllo statale: lo Stato è insieme regolatore e azionista. Una sovrapposizione che indebolisce il controllo pubblico e solleva un nodo essenziale: chi gestisce davvero risorse pubbliche, e a vantaggio di chi? Ne deriva una frammentazione dei progetti, valutati per parti e non nel loro impatto complessivo, spesso approvati in urgenza con evidenti criticità giuridiche. Questo schema si riflette nella promozione di tecnologie “green” come il CCS, imposte dall’alto come soluzioni climatiche senza un dibattito pubblico e senza un riscontro consolidato su larga scala: la retorica della transizione precede la verifica empirica. È in questo scarto tra beneficio economico e costo ambientale che si incrina l’impianto della cosiddetta transizione energetica. Non è secondario che tutto converga su Ravenna, già hub storico del fossile e oggi candidata a diventare uno dei principali poli europei per lo stoccaggio della CO₂ (progetto Agnes), con l’ambizione di attrarre flussi anche dall’estero. Una concentrazione che solleva interrogativi evidenti: più che ridurre il rischio, lo stiamo intensificando nel nostro stesso territorio. Il MASE qualifica queste infrastrutture come “monopoli naturali”, categoria storicamente riservata a beni essenziali come l’acqua. La transizione assume così i tratti di un dispositivo economico più che ambientale: si accentua la distanza tra chi cura realmente l’ambiente e chi, sotto etichetta green, ne trae vantaggio speculativo. A questo si aggiunge un elemento ricorrente denunciato da vari relatori: la difficoltà, quando non l’impossibilità, di accesso agli atti a livello regionale, nazionale ed europeo. Più che decarbonizzazione, emerge un riconfigurazione del profitto e dell’autoritarismo in chiave green. Alcune di queste infrastrutture vengono classificate come strategiche per la sicurezza energetica nazionale. Questo comporta regimi autorizzativi accelerati e, in alcuni casi, misure di sicurezza rafforzate attorno ai siti, un inquadramento che può limitare trasparenza e partecipazione pubblica. Nel territorio, oggi e domani, restano rischi concreti: infrastrutture ad alta pressione che attraversano aree abitate (a rischio esplosione), ecosistemi fragili sottoposti a stress chimico e termico, fenomeni visibili come l’aumento di schiume marine con ricadute anche sul turismo. Le valutazioni parlano di “rischio minimo”, ma non esplicitano gli scenari in caso di incidente. Il quadro che emerge è quello di una governance in cui benefici e responsabilità non coincidono: i vantaggi economici sono immediati e concentrati in mani private (per i primi 20 anni); i rischi e i costi ambientali e sociali sono diffusi, pubblici e “permanenti”. Una asimmetria che sposta il peso sulle comunità locali e le generazioni future. Co-esistenze: un invito alla vigilanza È in questo contesto che il festival INTO THE BLUE 2026 assume un significato che va oltre la dimensione culturale. Il tema di questa edizione, “Co-esistenze”, propone una riflessione sul rapporto tra esseri umani e ambiente marino, con particolare attenzione alla biodiversità e alla salvaguardia dell’ecosistema adriatico. L’incontro sui rigassificatori ha mostrato quanto questo equilibrio sia oggi compromesso. Il prossimo appuntamento, domenica 14 giugno al mattino, sarà dedicato ai diritti della natura: una prospettiva che propone di riconoscere agli ecosistemi uno statuto giuridico, superando l’idea che siano semplici risorse. Una risposta attiva emerge anche dalla “Carovana Diritti e Rovesci” promossa da RECA e AMAS-ER, che si conclude con il Convegno di Bologna del 13 giugno, in cui si mettono al centro vari temi: l’energia come bene comune, gli strumenti di partecipazione civica e il punto sulle quattro leggi regionali di iniziativa popolare (riguardanti acqua, energia, ambiente e rifiuti). Partecipare a questi incontri significa esercitare una forma di vigilanza civile. In un tempo in cui aumentano vulnus giuridici e autoritarismo, con decisioni sempre più accelerate a scapito della trasparenza, la partecipazione cittadina e la conoscenza condivisa sono gli strumenti più efficaci per riequilibrare il rapporto tra interesse collettivo e interessi economici privati, speculativi e finanziari. L’Emilia-Romagna e l’Adriatico, da Ravenna a Riccione, con le proprie fragilità e ricchezze, si configurano oggi come il laboratorio di questa tensione. E forse anche il luogo da cui può partire una nuova consapevolezza civile Approfondimenti: * Guarda il video della diretta dell’intera conferenza sul canale di Rete No RIGASS No GNL * Scarica il pdf con il programma completo del Festival Into the Blue – Sea Life Fest 2026 di Fondazione Cetacea ETS * Scopri il programma del Convegno conclusivo della Carovana “Diritti e Rovesci” di RECA Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia Romagna e AMAS-ER Redazione Romagna
June 8, 2026
Pressenza
La censura che non c’è: il caso De Luca e l’abuso di una parola
Libertà di espressione, critica pubblica e scelte culturali: perché il caso De Luca non può essere ridotto a una questione di censura. Ad ogni esclusione, contestazione o presa di distanza, il riflesso sembra essere sempre lo stesso: gridare alla censura. È accaduto ancora una volta con il caso di Erri De Luca e del Festival della Letteratura di Salerno, che ha deciso di non affidare allo scrittore il discorso inaugurale e di rinunciare alla sua partecipazione dopo alcune sue dichiarazioni sul conflitto di Gaza e sull’uso del termine genocidio. La decisione ha immediatamente acceso il dibattito pubblico. Sono arrivate accuse di intolleranza, appelli alla libertà di espressione e denunce di un presunto clima illiberale. Una lettura che appare più vicina alla polemica politica che a una corretta interpretazione dei fatti. Ma si tratta davvero di censura? Se vogliamo usare le parole nel loro significato preciso, la risposta è no. Negli ultimi anni il termine “censura” è diventato una delle parole più abusate del dibattito pubblico. Viene spesso utilizzato per descrivere qualsiasi forma di dissenso, critica o esclusione. Basta evocarlo perché la discussione si sposti immediatamente sul terreno della libertà negata, indipendentemente da ciò che è realmente accaduto. Eppure la censura è una cosa seria. Storicamente è stata esercitata da regimi e apparati statali per impedire la diffusione di idee, informazioni e opinioni. È la proibizione di pubblicare, parlare o comunicare liberamente. Nulla di tutto questo è accaduto a Erri De Luca. Nessuno gli ha impedito di esprimere le proprie opinioni. Nessuno ha vietato la pubblicazione dei suoi libri. Nessuno ha limitato il suo accesso allo spazio pubblico. Un festival letterario ha semplicemente deciso di non affidargli il discorso inaugurale, che rappresenta simbolicamente il biglietto da visita dell’evento e ne esprime l’identità culturale. Si può discutere se la scelta sia stata giusta o sbagliata. Ma chiamarla censura significa attribuire alle parole un significato che non hanno. Un festival letterario non è un’istituzione pubblica incaricata di garantire il diritto di parola a chiunque. È un soggetto culturale che compie scelte culturali. Invita alcuni autori e non ne invita altri. Costruisce un programma sulla base di una linea editoriale, di una sensibilità e di una visione. Lo ha sempre fatto. Se ogni mancato invito venisse considerato censura, allora qualsiasi selezione culturale dovrebbe essere interpretata come una violazione della libertà di espressione. Il problema nasce dalla crescente confusione tra piani diversi. C’è il piano della libertà di espressione, che riguarda il diritto di manifestare le proprie idee. C’è il piano della critica pubblica, che riguarda il diritto degli altri di contestarle. E c’è il piano delle scelte culturali ed editoriali, che riguarda la libertà di un festival, di un giornale o di un’istituzione culturale di decidere chi invitare e chi no. Confondere questi livelli significa svuotare il concetto stesso di censura e trasformarlo in una parola buona per descrivere qualsiasi conflitto o dissenso. In questa prospettiva la libertà di espressione finisce per essere interpretata come il diritto a essere ascoltati, invitati e sottratti a qualsiasi contestazione. Ma una democrazia non funziona così. La libertà di espressione garantisce il diritto di parlare. Non garantisce il diritto a occupare ogni palco disponibile né quello di essere accolti senza critiche. Proprio qui emerge uno degli equivoci più diffusi del nostro tempo: l’idea che ogni opinione, per il solo fatto di essere espressa, debba ricevere identica legittimazione pubblica. Una società democratica tutela il diritto di esprimere un’opinione, ma non è obbligata a considerarla fondata, condivisibile o meritevole di riconoscimento pubblico. Il dissenso è parte integrante della libertà. Nel caso di De Luca il dibattito si intreccia inevitabilmente con le sue posizioni sul conflitto israelo-palestinese. Posizioni che non rappresentano una conversione improvvisa dell’ultima ora, ma che si inseriscono in un percorso politico e intellettuale sviluppato nel tempo. Questo, tuttavia, non significa che tali idee debbano essere sottratte alla critica. La statura letteraria e intellettuale di Erri De Luca è fuori discussione. Ma il prestigio culturale non può trasformarsi in una forma di immunità morale o politica. Molti continuano a contestare l’utilizzo del termine genocidio per quanto accade a Gaza, osservando che non esiste ancora una sentenza definitiva che lo accerti sul piano giuridico. È un dato reale. Ma è altrettanto vero che la questione è stata posta al centro dell’attenzione delle principali istituzioni internazionali e continua a essere oggetto di un intenso dibattito politico, giuridico e umanitario. Al di là delle definizioni, resta una realtà difficilmente contestabile: la devastazione umanitaria di Gaza, le decine di migliaia di vittime civili, la distruzione di infrastrutture essenziali e una sofferenza collettiva che ha assunto proporzioni enormi. Di fronte a una tragedia di questa portata, minimizzare, negare o relativizzare ciò che accade espone inevitabilmente a una critica severa. Ma la critica non è censura. Questo è il punto che troppo spesso viene dimenticato. Le democrazie si fondano sulla dignità della persona, sull’uguaglianza, sulla libertà e sul rifiuto della discriminazione e della violenza. Per questa ragione le opinioni possono essere discusse, contestate e giudicate sul piano etico, culturale e politico. Essere liberi di parlare non significa essere liberi dalle conseguenze delle proprie parole. Nel caso De Luca il problema non è dunque la censura, che semplicemente non c’è stata. Il problema è la crescente incapacità di distinguere tra limitazione della libertà e conflitto delle idee. Ogni volta che utilizziamo la parola censura per descrivere una controversia culturale, ne svuotiamo il significato autentico. E finiamo per mancare di rispetto proprio a coloro che la censura l’hanno davvero subita: gli scrittori perseguitati, i giornalisti incarcerati e gli oppositori politici ridotti al silenzio. Perché la democrazia non consiste nel garantire che ogni opinione venga accettata, ma nel garantire che ogni opinione possa essere sottoposta al giudizio critico della collettività. La differenza è enorme. Gina Esposito
June 8, 2026
Pressenza
Il prezzo del dissenso: nei piccoli comuni la legalità è a carico delle minoranze
I comuni sotto i 5.000 abitanti in Italia rappresentano circa il 70% del totale e 2.000 di questi sono sotto i 1.000 abitanti. Circa 10 milioni di persone abitano in questi piccoli centri, il cui territorio copre la metà del territorio nazionale. In un sistema democratico sano, il diritto di critica e il dovere di controllo dovrebbero essere garantiti e protetti come pilastri costituzionali anche e soprattutto in queste realtà. Eppure è proprio qui che si consuma una disparità silenziosa, che trasforma la politica in una sfida tra chi ha le chiavi della cassa e chi deve attingere alle proprie risorse per difendere la legalità e i diritti di tutti e tutte. È qui che nasce la democrazia sospesa: un regime in cui le regole esistono sulla carta, ma la loro applicazione pratica dipende dalla disponibilità economica di chi le deve far rispettare. La disparità delle armi determina una lotta impari Il paradosso è evidente e brutale. Quando una Giunta approva una delibera controversa, ha alle spalle l’intero apparato comunale: dirigenti, tecnici e avvocati pagati con i soldi dei contribuenti. Se quella delibera è viziata, il consigliere o la consigliera di opposizione che intende impugnarla si trova davanti a un bivio drammatico: tacere o pagare. Mentre il Sindaco e gli Assessori resistono in giudizio utilizzando fondi di bilancio (soldi di tutti e tutte, inclusi quelli di chi dissente), il consigliere o la consigliera di minoranza deve affrontare le spese di un ricorso al TAR — tra contributi unificati esorbitanti e parcelle legali — attingendo ai propri risparmi personali o ricorrendo alle sottoscrizioni dei cittadini e delle cittadine che rappresenta. È una democrazia “per censo”, dove la tutela del bene pubblico è subordinata alla capacità patrimoniale del singolo eletto. Il rischio è che sia imposto un “silenzio forzato” > Questa asimmetria non è solo una questione di soldi; è una precisa arma > politica. Una maggioranza consapevole di questa disparità può sentirsi > legittimata a forzare la mano su atti di dubbia regolarità, sapendo che > l’opposizione difficilmente potrà permettersi il lusso di un’azione > giudiziaria. La partecipazione alla vita pubblica e alle scelte politiche nei piccoli comuni è una risorsa cruciale, che spesso si sviluppa attraverso forme di cittadinanza attiva e volontariato per migliorare la comunità. La difficoltà di opporsi a scelte fatte dall’amministrazione che si ritengono illegittime rende spesso inutile l’impegno e la partecipazione. Il risultato è una democrazia sospesa, che produce effetti devastanti come l’indebolimento del controllo in quanto si rinuncia a contestare atti illegittimi per timore del tracollo finanziario personale. La legalità diventa un lusso che non ci si può permettere. Inoltre chi è competente ma non può contare su risorse economiche proprie rinuncerà a candidarsi, sapendo di non poter esercitare il mandato con pienezza. Il consiglio comunale rischia di diventare un club esclusivo, non il luogo del confronto democratico. Si assisterà alla fuga dall’impegno civile. Gli uffici tecnici, sentendosi meno “osservati” da una minoranza finanziariamente sotto scacco, rischiano di appiattirsi sulle volontà della politica anziché sul rigore della norma e potranno agire in regime di impunità. C’è poi una beffa ulteriore che offende l’etica pubblica. I cittadini e le cittadine che sostengono le ragioni dell’opposizione pagano due volte: finanziando con le proprie tasse la difesa legale dell’Ente (anche quando l’Ente agisce contro la legge) e dovendo, se vuole, contribuire a raccolte fondi per permettere ai propri rappresentanti di chiedere giustizia. Così pagano due volte. È un cortocircuito che vede il denaro pubblico usato per blindare il potere e il denaro privato usato per cercare la verità. > Una riforma è urgente e necessaria per riattivare la democrazia. Non si può > chiedere a un consigliere comunale, che spesso percepisce un gettone di > presenza simbolico, di farsi carico di costi giudiziari nell’ordine delle > migliaia di euro. Quando il controllo è impedito dal costo della giustizia, la > democrazia è, di fatto, sospesa. È necessario un riequilibrio strutturale. > Servirebbero forme di tutela legale per le minoranze, l’esenzione dal > contributo unificato per i ricorsi legati all’esercizio del mandato, o la > possibilità di adire organi di controllo con poteri reali, rapidi e a costo > zero. Fino ad allora, la funzione di controllo nei piccoli comuni resterà un atto di eroismo civile, una battaglia contro i mulini a vento combattuta con la spada di legno del diritto contro la corazzata del bilancio pubblico. La democrazia non può avere un prezzo d’ingresso. Quando controllare chi governa diventa un privilegio per pochi, a perdere non è solo l’opposizione, ma l’intera comunità. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il prezzo del dissenso: nei piccoli comuni la legalità è a carico delle minoranze proviene da DINAMOpress.
June 5, 2026
DINAMOpress
Perù: alleanze per la democrazia
A soli tre giorni dal ballottaggio presidenziale, diversi attori politici del Paese continuano a costruire alleanze con il candidato Roberto Sánchez Palomino (Juntos por el Perú), unendosi all’impegno per il ripristino della democrazia e del buon governo. Oggi, in una conferenza stampa tenutasi nel centro di Lima, è stata annunciata l’alleanza dei “Leader politici per la governabilità e il recupero della democrazia” che si sono uniti alla candidatura di Roberto Sánchez “per rendere trasparente il governo e porre fine alla corruzione nel nostro amato Paese, un Paese che ha bisogno di verità, abbracci e non di proiettili”, hanno affermato i politici. Ai partiti politici che hanno già aderito al nuovo Piano di Governo, come Ahora Nación (Alfonso López Chau), Partido Cívico Obras (Ricardo Belmont), Primero La Gente (Marisol Perez Tello) e Alianza electoral Venceremos (Ronald Atencio), si sono aggiunti oggi il Partido Morado (Mesías Guevara), Cooperación Popular (Yonhy Lescano) e George Forsyth (candidato di Somos Perú, ma il cui partito ha successivamente precisato che il suo sostegno è a “titolo personale”). “Da questo momento inizia una nuova fase, non alla ricerca delle antinomie che ci dividono, ma delle cose che ci uniscono”, ha sottolineato Ricardo Belmont, mentre a sua volta George Forsyth ha detto al candidato Roberto Sánchez che “insieme a milioni di peruviani, faremo un atto di fede, voteremo per te perché vogliamo la democrazia, non vogliamo vivere in una dittatura. Non deluderci, datti da fare per il Paese, abroga le leggi a favore del crimine, ripristina il diritto al referendum”. “Non vi deluderò, perché cammino con la mia famiglia e con uomini onesti per far risorgere il Perù”, ha infine risposto il candidato Sánchez Palomino. All’interno dell’alleanza virtuale, è stato progettato «un canale televisivo nazionale che capisca cos’è il Perù, perché ora gli abbiamo voltato le spalle; e faremo “le mañaneras” affinché la gente sia informata, per la trasparenza degli atti di governo», ha aggiunto Belmont. FIRMA DELLE 6 CONDIZIONI DEMOCRATICHE Il candidato Roberto Sánchez ha incontrato anche Delia Espinoza, decana dell’Ordine degli Avvocati di Lima (CAL), l’Accordo Storico Cittadino (AHC) e le organizzazioni sindacali per sottoscrivere le 6 Condizioni Democratiche, sottolineando che “Sì, siamo assolutamente d’accordo. Loro (l’Accordo Storico Cittadino) insistono non solo sugli standard istituzionali ma anche su quelli di sviluppo, incorporando la prospettiva dei cittadini e del territorio. E questo ci sembra fondamentale”. Inoltre, in mattinata il Congresso della Repubblica ha sospeso la seduta plenaria di giovedì, impedendo la discussione della richiesta del candidato Sánchez Palomino di abrogare le “leggi pro-crimine” contestate da diversi settori della magistratura perché danneggiano la lotta contro la criminalità organizzata.   Redacción Perú
June 5, 2026
Pressenza
A margine del 2 giugno
La democrazia liberale è agli sgoccioli. La strada che ha imboccato in Europa dopo il 1992 con la progressiva neutralizzazione del conflitto sociale e della rappresentanza, in favore della governance tecnocratica, ha portato i paesi europei, e in primis l’Italia, a una condizione oramai insostenibile. L’Italia è un paese fermo […] L'articolo A margine del 2 giugno su Contropiano.
June 3, 2026
Contropiano
La Repubblica in armi
La Costituzione ripudia la guerra, la politica celebra gli eserciti. Tra guerre, riarmo e genocidi, il 2 giugno viene piegato a celebrazione della forza militare. La Repubblica nata dalla Resistenza …
Società del lavoro o società della cura?
I termini delle lingue europee che traducono la parola lavoro sono tradizionalmente legati a concetti come fatica (labour), tortura (travail), servitù (arbeit e rabota, da cui robot, lavoro meccanico per eccellenza, e forse anche work): per tutti una condanna esistenziale di sapore biblico (“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”) contrapposta alla condizione (otium: tranquillità per perseguire il proprio perfezionamento) di chi dal lavoro era esentato; la sua negazione (negotium: affari, economici, politici, religiosi, culturali) non precipitava il soggetto nel mondo del lavoro, ma rappresentava solo una temporanea e parziale variante di un’esistenza privilegiata decretata “dalla natura”. Con la rivoluzione industriale e l’assetto sociale a cui aveva dato origine, la rappresentazione che i suoi primi teorici ne diedero con l’economia politica ha trasformato il lavoro in mero “fattore della produzione” accanto al capitale e alla terra, a cui corrispondevano le tre classi fondamentali della società: lavoratori, capitalisti e proprietari terrieri e le tre forme di reddito in cui si ripartiva la produzione della nazione (grosso modo, quello che noi oggi chiamiamo PIL): salari, profitti e rendite. Ne è nato un equivoco che ci trasciniamo fino ai giorni nostri: con il termine lavoro, prima il linguaggio economico, poi quello sindacale e quello politico hanno preso a indicare indifferentemente sia il fattore della produzione che i lavoratori come classe, gruppo o categoria sociale. Espressioni come “le lotte del lavoro” o “la partecipazione del lavoro” a qualcosa sono diventate correnti. Ma il lavoro è per il capitale solo una “risorsa” da spingere al massimo rendimento, mentre i lavoratori sono “persone” immerse in una rete di relazioni che non può e non deve essere ridotta al loro contributo alla produzione. Il lavoro come fattore della produzione capitalistica è intercambiabile (se una “risorsa” non funziona, se ne trova un’altra), astratto (nessuna relazione con quel che produce, anche se fa danno a chi lavora, al territorio, a chi userà quel prodotto, alla Terra tutta), subordinato (anche quando si presenta come “lavoro autonomo”), competitivo (spinge ad asservirsi non solo per “andare avanti”, ma anche per non essere scartato). La vita del lavoratore inteso come persona è invece fatta di relazioni basate, quando scelte volontariamente (e non solo nelle coalizioni tra lavoratori in lotta) sulla reciprocità, che è la base di ogni comunità; sul mutuo appoggio non solo tra persone, ma anche con il territorio, il vivente, la Terra. Tra le due cose – risorsa produttiva e persona – c’è una contraddizione irriducibile. Quell’equivoco – approdato nell’art. 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” – ha trovato la sua prima legittimazione nella dottrina sociale della chiesa cattolica, che ha “santificato” la condanna biblica al lavoro attribuendogli una dignità (a prescindere da ciò a cui mette capo, cioè produce, che sia cibo, salute, inquinamento o armi) che spetta invece solo ai lavoratori, ai loro sforzi per tenere in vita se stessi e le loro famiglie e alle coalizioni e alle lotte sviluppate nel corso del tempo per emanciparsi dagli aspetti più brutali della loro condizione. Anche la recente enciclica di papa Leone XIV, riprendendo considerazioni consolidate nella dottrina cattolica, finisce per riprodurre quell’equivoco: “In esso – cioè nel lavoro, che Leone considera “un bene fondamentale per la persona” – l’essere umano mette in gioco la propria libertà, la propria creatività e la capacità di cooperare, contribuendo all’elevazione culturale e morale della società” (MH, 37). Ora, quanti lavoratori, non solo tra quelli ancora inchiodati a una catena di montaggio o al computer di un call-center, ma anche tra quelli dediti a lavori cosiddetti “creativi”, come per esempio un pubblicitario – che cerca di far comprare a uno sconosciuto un prodotto di cui sa benissimo che non ha alcun bisogno – possono riconoscersi in quella rappresentazione del loro lavoro? Il lavoro è una galassia che va scomposta. La prima distinzione, propria dell’economia classica (e su cui si sono affaticati migliaia di teorici marxisti) è quella tra lavoro produttivo (di plusvalore, di profitto, ma anche di salario) e lavoro improduttivo (che non produce plusvalore, ma consuma salario: è quello del personale al servizio dei ricchi e quello del pubblico impiego). Oggi distinguerli (individuare da dove nasce il valore aggiunto) è sempre più difficile e inutile. La seconda distinzione è tra lavoro retribuito (quello del breadwinner, il “capofamiglia”) e lavoro riproduttivo (il lavoro domestico, affidato alle donne, non retribuito e non considerato nel calcolo economico della produzione nazionale). A parte l’orrore del termine “lavoro riproduttivo” che abbina un’attività di cura con un’elevata componente affettiva a una condizione che in molti casi sconfina nello schiavismo, la sua problematicità deriva dal fatto che in vari modi si è cercato di promuovere l’emancipazione di coloro che lo svolgono portandolo entro il perimetro del lavoro retribuito. L’obiettivo del salario al lavoro domestico e il movimento che lo sosteneva sono stati la principale manifestazione di questo approccio. Ma così non si propone la liberazione delle donne dalla schiavitù del “lavoro domestico”; se ne sancisce la perpetuazione, pur riconoscendo e retribuendo il suo contributo al funzionamento e al benessere della società che le sfrutta. Il termine “lavoro riproduttivo” finisce poi per ricondurre entro confini “domestici” anche una serie di attività di cura, in gran parte affidate alla componente femminile di ogni società, che sono fondamentali nel creare relazioni di reciprocità, di mutuo appoggio, e con ciò stesso comunità: una serie molto ampia di attività poco studiate e di difficile individuazione che sono il collante della vita associata. Un esempio: diversi processi migratori concentrati in zone ristrette di emigrazione prevalentemente femminile (come quella delle badanti, costrette ad abbandonare la propria famiglia per andare a occuparsi di quelle di altri) hanno mostrato che senza quelle donne quel poco o tanto di comunità preesistente si disgrega: gli uomini, spesso disoccupati e mantenuti dalle rimesse delle mogli, non sono in grado di tenerla in vita. Ma al di là della ripartizione di genere del lavoro retribuito e delle attività non retribuite e non riconosciute, occorre prendere atto del fatto che in molti lavori retribuiti (non tutti), dal medico al netturbino, dall’insegnante all’agricoltore, ecc., c’è una componente di cura, effettiva o potenziale, che è inclusa nel mansionario e che può venir potenziata, trascurata o ignorata per iniziativa o decisione del lavoratore o della lavoratrice, ma che rientra a pieno titolo tra quelle che concorrono o possono concorrere alla riproduzione, al miglioramento o al peggioramento della convivenza sia con la comunità, che con il territorio e il vivente tutto. Un obiettivo da perseguire può essere allora quello di potenziare e allargare questa componente – ed è un’impresa collettiva, che non può essere abbandonata alla pur indispensabile discrezione individuale – a scapito di quella su cui viene misurata in genere la produttività del lavoro. Invece di ampliare l’area del “lavoro produttivo”, facendovi rientrare in tutto o in parte il lavoro domestico, forse è meglio cercare di ampliare l’area delle attività di cura, lasciando ad altri strumenti, come il reddito di base, il compito di garantire l’indipendenza economica della persona. E’ chiaro, per venire al nostro tema, che le attività di cura sono la base della costruzione di comunità fondate sulla reciprocità e sul mutuo appoggio e che queste sono l’ingrediente indispensabile di una democrazia sostanziale, fondata sulla partecipazione e aperta al conflitto. Mentre la democrazia rappresentativa – che non è necessariamente alternativa, e può essere complementare, a una strutturazione della società su basi comunitarie e convivere con essa – non richiede un tale supporto; può rappresentare i lavoro, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, anche nelle forme subordinate in cui si presenta oggi quasi ovunque, anche e soprattutto quando la rappresentanza si allontana sempre più dalle istanze dei rappresentati. Nell’affrontare problemi e obiettivi di questa portata, che hanno sempre al centro il modo in cui conflitto e partecipazione si integrano e bilanciano tra loro, si incontrano quasi sempre due approcci, non sempre complementari; un modello statutario e un modello processuale. Il primo fissa in termini generali i principi e le regole del modello di società, o di qualche sua componente, che si persegue e promuove la partecipazione “per adesione” ad esso. Il secondo affida al conflitto, sempre caotico e refrattario a uno sviluppo lineare, sia la promozione del coinvolgimento di sempre nuovi partecipanti che la progressiva precisazione o l’ampliamento dei suoi obiettivi. L’uno non esclude l’altro, ma occorre evitare che un accento eccessivo o esclusivo sulle regole finisca per allontanare o escludere da un loro coinvolgimento le componenti più marginali dei suoi potenziali protagonisti. Tratto dalla relazione presentata all’incontro “Democrazia della cura e cura della democrazia” del 24 maggio 2026 alla quinta Festa dell’economia solidale, SOLIDALIA 2026 Guido Viale
June 2, 2026
Pressenza