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Ultima chiamata per l’Italia
Fin dalla nascita dello Stato unitario, i poli opposti dello scontro politico nel nostro Paese sono sempre stati, da una parte, le classi «pericolose», vessate ed emarginate, e dall’altra un potere governativo ostile alle istanze popolari. Questa contrapposizione si è riproposta, attraverso i decenni, fino ai giorni nostri. La differenza […] L'articolo Ultima chiamata per l’Italia su Contropiano.
October 23, 2026
Contropiano
In Tunisia esplode la rivolta contro il regime di Saied
Sabato decine di migliaia di persone hanno protestato contro il presidente tunisino Kais Saied dando vita alla più grande manifestazione degli ultimi anni. La manifestazione, guidata dal principale sindacato UGTT e da varie organizzazioni sociali, è il risultato di un forte aggravamento della crisi economica, del peggioramento dei servizi pubblici, […] L'articolo In Tunisia esplode la rivolta contro il regime di Saied su Contropiano.
October 23, 2026
Contropiano
Disertare. Lettera aperta agli insegnanti
-------------------------------------------------------------------------------- Milano, 16 ottobre -------------------------------------------------------------------------------- In questi giorni di forte mobilitazione studentesca, molti docenti si stanno interrogando su come posizionarsi rispetto alla risposta repressiva che spesso è l’unica che arriva dalle dirigenze e dalle istituzioni. Intorno a un gruppi di insegnanti di Napoli è nata una lettera aperta, intitolata “Disertare”, indirizzata a tutti i docenti, presto rimbalzata in diverse città. Link per firmare: Disertare. -------------------------------------------------------------------------------- Disertare, non collaborare. Lettera aperta a colleghe e colleghi di istituti scolastici occupati Cara collega, caro collega, nell’ultima settimana molte scuole superiori della nostra città sono state occupate, insieme a quelle di molte altre città italiane, sulla scia di quanto sta accadendo in Francia. Le studentesse e gli studenti protestano per cose semplici: scuole che non crollino, arredi, laboratori, docenti stabili in cattedra dal primo giorno. Sono contro il carovita, contro i tagli a scuola e sanità per finanziare armi e guerre, contro misure razziste come il tetto agli stranieri per classe. Abbiamo letto le prevedibili e scontate risposte delle e dei DS: c’è chi prova a prevenire, chi si limita a fare quanto richiesto dal Ministero – allertare più o meno blandamente sui rischi – e chi si accanisce, passando dalle minacce agli appelli. Fanno, né più né meno, il lavoro per cui sono pagate e pagati, con gradi differenti di partecipazione e auto investitura nel ruolo di chi è chiamato a reprimere, con le parole che gli sono più consone. Ma noi non siamo pagati per questo. Noi siamo pagati, molto poco, come ci viene ricordato ogni fine mese, per educare. Un verbo di cui si è perso progressivamente il senso. Per educar-ci, preferiamo dire, perché la relazione educativa, per quanto naturalmente asimmetrica, è altrettanto necessariamente bidirezionale. Noi ci educhiamo con loro, come loro veniamo fuori trasformate e trasformati dai nostri anni scolastici, che ci piaccia o meno l’esito (del resto spesso nemmeno alle nostre studentesse e studenti piace). La repressione non è il nostro mestiere, anche se sempre più spesso ci viene chiesto di esercitarlo, se la struttura stessa della scuola e le sue trasformazioni ci accollano un ruolo repressivo. A noi non piace, non neghiamo che ad altre ed altri possa piacere, ma ad ogni modo è lavoro di altri, non nostro. Per questo non possiamo accettare in silenzio che, accanto a DS e forze dell’ordine, si schierino nostre colleghe e colleghi a difesa di (esemplifichiamo): forme alternative di protesta; la “democrazia”; il ” diritto degli altri (?) a fare lezione, e via discettando. Pronte e pronti a usare le spuntatissime armi a loro disposizione per ripristinare l’ordine costituito: sanzioni disciplinari, voto di condotta, voto di profitto e quant’altro. A queste colleghe e colleghi rivolgiamo un invito molto semplice: disertare, non collaborare. Non ci tocca. Lasciamo che a difendere questo sistema putrescente siano altri, non vogliamo diventare i guardiani della catastrofe che stiamo consegnando alle giovani generazioni. Del resto, l’abuso di potere che, eventualmente, e forse inconsapevolmente, esercitiamo, convinte e convinti di essere nel giusto, nelle nostre classi, ce lo ritroviamo ritorto contro di noi nei consigli di classe, nei collegi docenti trasformati in festival della ratifica unanime, nell’enorme carico di lavoro burocratico e (auto)disciplinante. Ritroviamo quegli stessi abusi nello sguardo sprezzante che governi di ogni colore politico hanno avuto storicamente nei nostri confronti, nell’umiliazione subita da chi ci vuole comprare con lo sconticino sui treni e la pulizia dentale. Dissociamoci dalla difesa del disastro. L’ordine costituito è il peggiore dei mondi possibili, o ci si avvicina molto, e le nostre scuole ne sono lo specchio: cadono a pezzi, sono alienanti, militarizzate, luoghi dove l’esigenza di sgranchirsi le gambe viene chiamata indisciplina e dov’è visto come causa del declino delle conoscenze lo “straniero”, e non il definanziamento e l’abbandono ultraventennale. Non collaborare, dunque, ma soprattutto smettere di riempirsi la bocca con la parola “democrazia”. La democrazia oggi resiste nelle piazze francesi e spagnole, nelle scuole occupate italiane, nella resistenza al genocidio del popolo palestinese, nelle parole e nei fatti di chi si oppone alla guerra mondiale a pezzi. Non è nelle minacce, nei gas lacrimogeni, nei carabinieri nelle scuole, nelle studentesse e studenti mutilati dalle armi delle nostre forze dell’ordine. Non è nelle regole ingiuste che troppi si ostinano a difendere. Chi oggi occupa le scuole è la nostra ultima speranza di salvezza, e se possiamo renderci utili in qualche modo è in primo luogo a noi stessi che lo dobbiamo, non solo per solidarietà o paternalismo ma perché siamo davvero sulla stessa barca. Se abbiamo a cuore davvero la democrazia, smettiamo i panni dell’oppressore. Scegliamo il lato giusto della Storia. -------------------------------------------------------------------------------- Prima adesioni e link per firmare. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCO BERARDI BIFO: > Organizzeremo i disertori -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Disertare. Lettera aperta agli insegnanti proviene da Comune-info.
October 19, 2026
Comune-info
Francia: debito pubblico e scelta democratica
di FANT PRECARIO. Le condizioni alle quali la Francia ottiene finanziamenti da investitori/mercato possono incidere sulle alternative offerte agli elettori. Per comprendere occorre partire dai conti pubblici, distinguere rischio tasso e rischio credito e chiarire il ruolo dei Credit Default Swap al fine di analizzare il potere delle condizioni di finanziamento sui programmi politici (c’è, non c’è, chissà…). 1. Che cos’è l’avanzo primario? L’avanzo primario è la differenza positiva fra le entrate pubbliche e le spese pubbliche escluse quelle per interessi sul debito. Si calcola dopo aver contabilizzato pensioni, sanità, stipendi, forniture, investimenti e tutte le altre spese diverse dagli interessi. Se la differenza è negativa, si parla di disavanzo primario (puro Carlo). Se uno Stato incassa 100 e spende 98 prima degli interessi, ha un avanzo primario di 2. Se deve inoltre pagare interessi per un importo di 5, il saldo complessivo diventa negativo per 3. Quel 5 è una spesa/numero, non un tasso percentuale: il tasso si applica al capitale sul quale maturano gli interessi, altra storia…. Se invece le entrate sono 100 e le spese prima degli interessi sono 103, il disavanzo primario è già 3. Gli interessi aggravano uno squilibrio esistente. Quindi osserviamo che la distinzione fra spese primarie e interessi è contabile e non descrive l’ordine materiale dei pagamenti. 2 Il rapporto tra avanzo/disavanzo e emissione di obbligazioni Quando le entrate non coprono le spese complessive, lo Stato deve finanziare la differenza. Lo fa principalmente emettendo obbligazioni: riceve denaro dagli investitori e assume l’obbligo di pagare gli interessi e rimborsare il capitale a scadenza secondo le condizioni del titolo. Di solito, contemporaneamente, lo Stato deve anche rimborsare le obbligazioni precedentemente emesse che arrivano a scadenza, spesso sostituendole con nuove emissioni. Il rimborso del capitale non è classificato come “una nuova spesa” nel calcolo del deficit, ma richiede liquidità. Quindi il fabbisogno di finanziamento può essere molto superiore al disavanzo annuale. L’emissione di obbligazioni non è una destinazione dell’avanzo primario, è un’operazione di finanziamento. Anche uno Stato con avanzo primario può dover emettere nuovi titoli, perché gli interessi superano quell’avanzo oppure perché deve rifinanziare debito in scadenza. 2 bis La domanda diventa: a quali rendimenti e per quali scadenze gli investitori sono disposti a prestare? 3 Il rischio tasso e il rischio credito Il rischio tasso riguarda la variazione del valore di un’obbligazione quando cambiano i rendimenti di mercato. Se salgono i rendimenti di titoli comparabili tra loro, il prezzo di un’obbligazione a tasso fisso generalmente scende. Chi la vende può subire una perdita anche se il debitore paga regolarmente. Il rischio credito riguarda invece la possibilità che il debitore non rispetti integralmente e puntualmente i propri obblighi (oppure, sorpresa!, che ristrutturi il debito a condizioni sfavorevoli ai creditori?). Quindi un premio maggiore può essere richiesto per compensare questo specifico rischio. Per lo Stato, rendimenti più elevati aumentano il costo delle nuove emissioni e del rifinanziamento, e non modificano immediatamente le cedole dei titoli a tasso fisso già emessi (Carlo di nuovo): infatti il costo medio del debito cambia gradualmente, in funzione delle scadenze e della composizione del debito (serie di emissioni e relativi tassi). Il passaggio dal rischio tasso al rischio credito indica un cambiamento nella preoccupazione dominante: il peso si sposta dalla perdita di valore del titolo al dubbio sul rimborso. I due rischi possono rafforzarsi, perché interessi più elevati possono peggiorare i conti (ma un deficit non fa primavera) e non equivale automaticamente a insolvenza. 4 Che cosa sono i Credit Default Swap (for dummies… eh!) I Credit Default Swap, o CDS, sono contratti derivati che trasferiscono il rischio credito: chi acquista protezione paga un premio e chi la vende si impegna a compensarlo se si verifica un “evento di credito” previsto dal contratto, come un mancato pagamento. Non occorre necessariamente un default per guadagnare (vincere?): se cresce il valore della protezione acquistata, la posizione può essere chiusa prima, al netto dei premi pagati e dei costi. Il premio del CDS è una questione regolata sul mercato, non dal Tesoro dello Stato di riferimento, qui nasce appunto la speculazione… (divieti?). 5 Il caso francese La Francia presenta un disavanzo già prima degli interessi, dunque le entrate francesi non coprono la spesa pubblica ancora prima di aggiungere gli interessi. La Francia, quindi, deve finanziare lo squilibrio annuale e rifinanziare i titoli in scadenza. Se aumenta la sfiducia, gli investitori hanno più strade: possono chiedere rendimenti maggiori o ridurre l’esposizione o virare su CDS e proteggere le esposizioni. Il loro rincaro (il premio di cui sopra) può amplificare la tensione sulle obbligazioni e quindi sul soggetto che le ha emesse. 6 Le condizioni di finanziamento e la scelta democratica Se prevale il rischio tasso, la discussione riguarda soprattutto come affrontare un costo del denaro elevato, e questo è un problema condiviso con altri paesi: ne consegue una maggiore “indifferenza” da parte degli investitori nei confronti dei programmi elettorali. Se però aumenta il peso del rischio credito, gli investitori valutano più direttamente la compatibilità dei programmi con il rimborso del debito e la capacità politica di attuarli, e il gioco diventa meno indifferente. Lineare (non so, dica lei) questa distinzione; però: se i tassi (non il rischio tasso) diminuiscono oppure diminuisce il rischio credito? O, per complicare, diminuisce uno solo dei due? Una riduzione del rischio credito può diminuire il premio richiesto e ampliare i margini politici anche se i tassi generali restano elevati. Una discesa dei tassi europei può invece dare un beneficio limitato se persiste la sfiducia specifica verso il paese emittente (qui c’è una certa indifferenza) Arriviamo al conflitto: chi deve sopportare gli aggiustamenti per raddrizzare la situazione? Lavoratori, pensionati, imprese, grandi patrimoni o creditori/investitori. Arriviamo alla democrazia, al voto e ci chiediamo: quanto la combinazione di entrate, spese e rapporti con i creditori resti effettivamente determinabile dagli elettori? 7 Un precedente: Léon Blum e il “muro del denaro” Quanto detto finora pesa in modo particolare se a Parigi arrivasse un governo guidato da La France Insoumise. Ritorno della pensione a sessant’anni, aumento del salario minimo, disponibilità dichiarata a disattendere le regole fiscali europee: è esattamente il tipo di programma che gli investitori valutano con la lente del rischio credito, non del rischio tasso. La tensione sui titoli non verrebbe letta come un costo del denaro più alto, condiviso con altri paesi, ma come un dubbio sulla volontà di rimborsare. Da quel momento la crisi, reale o soltanto potenziale, diventa un argomento politico. La Francia ha già visto questo film. Giugno 1936: Léon Blum forma il governo del Fronte Popolare dopo una vittoria elettorale netta. Gli accordi di Matignon portano aumenti salariali dal 7 al 15 per cento; seguono la settimana di quaranta ore e le ferie pagate. Blum riforma anche lo statuto della Banque de France, togliendone il controllo ai grandi azionisti (le famose “duecento famiglie”). I CDS non esistevano, ma esisteva il loro equivalente funzionale: la fuga dei capitali e la conversione dei franchi in oro. La Banque de France perde riserve settimana dopo settimana. Blum aveva escluso la svalutazione e deve accettarla a fine settembre 1936. Aveva escluso anche il controllo dei cambi, per non spaventare i mercati e gli alleati anglosassoni: rinuncia così all’unica difesa disponibile, senza ottenere in cambio la fiducia. Febbraio 1937: Blum annuncia la “pausa” delle riforme. Giugno 1937: dopo una nuova ondata di vendite sul franco chiede i pieni poteri in materia finanziaria. La Camera, dove ha la maggioranza, li concede. Il Senato, con Joseph Caillaux alla guida della commissione Finanze, li nega. Blum si dimette. Nell’aprile 1938 il suo secondo governo, durato meno di un mese, cade al Senato nello stesso modo. Il seguito è la parte più istruttiva. Nel novembre 1938 Paul Reynaud, ministro delle Finanze del governo Daladier, vara per decreto il risanamento: tra le misure c’è lo smantellamento di fatto delle quaranta ore, la conquista simbolo del 1936. Lo sciopero generale del 30 novembre fallisce ed è seguito da licenziamenti e sanzioni. Ciò che il voto aveva dato, l’emergenza finanziaria lo riprende, e lo riprende con un consenso che una richiesta esplicita non avrebbe mai ottenuto. Non serve una congiura per spiegarlo, e una congiura di palazzo è raramente il segno di una ricostruzione corretta. Basta un meccanismo, che si ripete con regolarità: la crisi, o anche solo la sua minaccia, viene brandita in nome del rigore per ottenere dai ceti popolari e dal ceto medio sacrifici che, chiesti apertamente, verrebbero rifiutati. Il rigore diventa così il linguaggio con cui una scelta su chi debba pagare (la domanda del punto 6) viene presentata come una necessità. L’Italia lo conosce bene. Novembre 2011: spread oltre i 500 punti, governo Monti, riforma Fornero approvata in poche settimane. In condizioni normali avrebbe richiesto anni di negoziato, se mai fosse passata. Il “vincolo esterno”, per usare l’espressione di Guido Carli, ha funzionato esattamente così; la Grecia del 2015 ne è stata la versione estrema. In Francia l’oggetto del contendere è da trent’anni lo stesso: le pensioni. Nel 1995 il piano Juppé viene ritirato dopo settimane di scioperi; nel 2010 l’età legale sale da 60 a 62 anni; la riforma a punti del 2019-2020 viene accantonata; nel 2023 l’età passa a 64 anni con il ricorso al 49.3, cioè senza un voto finale dell’Assemblea, contro una piazza mobilitata per mesi. Nel settembre 2025 Bayrou ha chiesto la fiducia proprio sull’emergenza del debito, e l’ha persa; il successore Lecornu, per sopravvivere alle mozioni di censura, ha dovuto proporre la sospensione della riforma del 2023. La resistenza popolare, insomma, regge finché il debito resta un problema di tassi. Una crisi letta come crisi del credito offrirebbe ciò che trent’anni di tentativi non hanno ottenuto: l’argomento per dire che non c’è alternativa. Oggi i protagonisti sono cambiati, i ruoli no. Al posto della fuga dell’oro ci sono le vendite di OAT, l’allargamento dello spread sul Bund e il rincaro dei CDS sulla Francia, che (punto 4) può anticipare e amplificare la tensione sui titoli senza che nessuno debba attendere un default. Al posto delle riserve della Banque de France c’è la disponibilità della BCE a intervenire. Lo strumento pensato per questi casi, il Transmission Protection Instrument, contrasta le tensioni «ingiustificate» sui titoli pubblici, ma solo per i paesi che rispettano il quadro fiscale europeo, hanno un debito giudicato sostenibile e non presentano squilibri gravi. La Francia è già sottoposta a procedura per disavanzo eccessivo. Le condizioni per ottenere protezione coincidono quasi alla lettera con l’agenda che gli elettori francesi hanno finora respinto. Per un governo La France Insoumise lo scenario sarebbe quasi obbligato. Lo spread si allarga; la tensione viene definita «giustificata dai fondamentali»; la protezione viene subordinata a «riforme strutturali», e in cima alla lista ci sarebbero le pensioni. Intanto il circolo si autoalimenta: rendimenti più alti aumentano il fabbisogno (punto 2), il fabbisogno conferma i timori, i timori alzano i rendimenti. Il governo che ha vinto promettendo la pensione a sessant’anni si troverebbe a scegliere tra smentirsi e cadere. In entrambi i casi la riforma arriva: la fa lui, come Blum fece la “pausa”, o la fa chi viene dopo, come Reynaud nel 1938. Per onestà va aggiunto che i mercati non inventano la crisi. Gli errori di Blum e dell’intero schieramento di sinistra sono innegabili, e si riconoscono tanto guardando gli eventi da destra quanto da sinistra: parte della storiografia (Alfred Sauvy in testa) indica la svalutazione tardiva e le quaranta ore introdotte proprio quando l’economia avrebbe dovuto produrre di più. E i conti francesi di oggi sono quelli del punto 5: disavanzo già prima degli interessi. Il caso di Liz Truss nel 2022 ricorda poi che i mercati sanno punire anche governi di segno opposto. La tesi, quindi, non è che la crisi sia inventata né che qualcuno la orchestri. È che una crisi reale ammette molte risposte diverse (patrimoni, rendite finanziarie, composizione della spesa, perfino i creditori) e la narrazione dell’emergenza serve a farne apparire possibile una sola. Torniamo così alla domanda con cui si chiudeva il punto 6. Se la combinazione di entrate, spese e rapporti con i creditori la scelgono gli elettori, ma la possibilità di attuarla la decide chi stabilisce se una tensione sia “giustificata”, quanto resta della scelta democratica? Blum rinunciò al controllo dei cambi per conquistare una fiducia che non arrivò mai, e due anni dopo le quaranta ore se ne andarono per decreto. La domanda per La France Insoumise è quale sia, oggi, la sua alternativa a quella rinuncia (e se la risposta fosse: nessuna, anche questo sarebbe un dato politico). L'articolo Francia: debito pubblico e scelta democratica proviene da EuroNomade.
October 16, 2026
EuroNomade
Netanyahu ordina di indagare sulle fonti di “Naza”. È la “democrazia” secondo i sionisti
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha chiesto l’avvio immediato di un’indagine penale contro le fonti anonime usate per “Naza”, il pluripremiato documentario firmato dai registi Yuval Abraham e Rachel Szor, che ha mostrato – a chi aveva bisogno ancora di prove – la “banalità del male” delle operazioni a Gaza. […] L'articolo Netanyahu ordina di indagare sulle fonti di “Naza”. È la “democrazia” secondo i sionisti su Contropiano.
October 13, 2026
Contropiano
La via del partito nuovo
Un dibattito necessario L’autocritica rappresenta il primo dovere dei comunisti. Per questo penso che la discussione avviata da Luciano Vasapollo sul partito sia un atto profondamente comunista, che ci impegna a recuperare presenza e partecipazione nella vita politica del nostro Paese, non per quella che vorremmo che sia, ma per […] L'articolo La via del partito nuovo su Contropiano.
October 13, 2026
Contropiano
Decrescita e rifiuto del potere
IN METAPOLITICA DELLA DECRESCITA (ELEUTHERA), SERGE LATOUCHE RAGIONA SULLA RELAZIONE TRA DECRESCITA E CONCETTI COME BENE COMUNE, ECONOMIA SOLIDALE, SOBRIETÀ, PLURIVERSALISMO, PEDAGOGIA DELLE CATASTROFI, MA IL VOLUME SI APRE CON UN CAPITOLO CORAGGIOSO SULLA DEMOCRAZIA. L’ORIZZONTE DI SENSO, IN UN TEMPO CONTRADDISTINTO DA POPULISMI E REGIMI AUTORITARI O DALL’ESALTAZIONE PER LE PRIMARIE, È QUELLO DELLA DEMOCRAZIA DIRETTA CAPACE DI BATTERE SENTIERI INEDITI. LATOUCHE, PARLANDO DI AUTORGANIZZAZIONE IN BASSO CHE NON ASPIRA A IMPADRONIRSI DELLO STATO, RICHIAMA, AD ESEMPIO, L’ESPERIENZA DELLE COMUNITÀ ZAPATISTE MA ANCHE QUELLE AYMARA, CHE IL MONDO HA CONOSCIUTO VENT’ANNI FA CON LA STRAORDINARIA LOTTA PER L’ACQUA DI COCHABAMBA, RICONOSCENDO IMPORTANTI AFFINITÀ CON LA RESISTENZA GANDHIANA DEL SATYĀGRAHA (DISOBBEDIENZA PASSIVA) E DEL SWARAJ (AUTOGOVERNO). “IL RIFIUTO DEL POTERE – SCRIVE – È IL MODO IN CUI SI ESPRIME LA FORZA DEI POVERI”. QUANTO È PROFONDO IL BISOGNO DI CAMBIARE LA DIREZIONE DEL NOSTRO SGUARDO Uno degli appuntamenti di Transizioni fest 2026. Foto Mag2 -------------------------------------------------------------------------------- La «conversione» massiva del popolo alla decrescita – che resta l’obiettivo degli obiettori di crescita – rappresenta un punto di forza, ma in quanto «potere di» (auctoritas) e non in quanto «potere su» (potestas). I partiti politici pos­sono eventualmente appropriarsi, in tutto o in parte, del progetto e proporre un loro programma e calendario. Ma dal momento che l’esercizio del potere è di per sé un tra­dimento dell’utopia, si tratta innanzitutto di ottenere dai governanti in carica (quali che siano) il rispetto della volontà del popolo decrescente, non di prendere il suo posto. Non è lo Stato in sé che ci interessa, ma il potere e la dialettica del potere e del contropotere. Detto altrimenti, la decrescita non mira alla presa di potere, ma ad avere una presa sul potere. A nostro avviso, questa «rivoluzione nella rivoluzione» è stata tentata dal movimento zapatista in Chiapas. Già dalla prima Dichiarazione della Selva Lacandona, l’Ezln (Ejército zapatista de liberación nacional) rigetta la presa del potere da parte dell’armata rivoluzionaria. Il che segna una prima rottura con la tradizione latinoamericana, rottura che sarà approfondita in seguito, come lo confermano le numerose dichiarazioni degli zapatisti. Questa nuova visione ha così tracciato la via per tutta una serie di cambiamenti in America Latina che potreb­bero segnare, nei decenni a venire, il destino dell’umanità. La si ritrova anche nei portavoce aymara che hanno portato avanti la guerra dell’acqua nell’aprile del 2000 a Cochabamba. Secondo Oscar Olivera: «L’esperienza di Cochabamba dimostra che possiamo cambiare il mondo in cui viviamo a partire dalla base, senza fondare un par­tito, senza vincere le elezioni e senza prendere il potere, solo recuperando la nostra ‘voce’ e superando le nostre ‘paure’». Il rifiuto del potere è il modo in cui si esprime la forza dei poveri con l’intento di farsi sentire senza correre il rischio di essere traditi. Ed era appunto questa la strategia gandhiana del satyāgraha e del swaraj – resistenza/disobbedienza passiva e autogoverno – che il Partito del Congresso non ha seguito e che Nehru si è affrettato ad abbandonare. Questo rifiuto del potere avvicina il progetto della decre­scita all’anarchia, ma qui, a differenza di quest’ultima, non si tratta del rifiuto, per principio, di qualsiasi potere, bensì del rifiuto di esercitarlo in nome del progetto utopico. Il che si ricollega tanto all’idea di Claude Lefort secondo cui il potere non è da prendere, ma da contestare, quanto a certe analisi del filosofo Giorgio Agamben (“La potenza destituente – dice Agamben in un’intervista al quotidiano tedesco Die Zeit del 2015 – deve inventare strategie alternative, la cui definizione sarà il compito della politica a venire. Un potere che sia rovesciato da una violenza costituente tornerà facilmente sotto un’altra forma nell’incessante, desolata, chiusa dialettica tra potere costituente e potere costituito, violenza che fonda il diritto e violenza che lo conserva”). Il compito della società civile, secondo il movimento della decrescita, dovrebbe quindi consistere nel controllare il potere e nell’esercitare su di esso le pressioni necessarie per ottenere l’accoglimento delle rivendicazioni popolari. Di conseguenza, si tratta di ripensare l’organizzazione poli­tica costruendola a partire dalla società stessa. Come precisa Jérôme Baschet (in La scintilla zapatista), «L’idea di autonomia non esprime altro che questa logica di autonomizzazione e auto-organiz­zazione della società; il che non significa che quest’ultima s’impadronisca dello Stato, né che questo scompaia com­pletamente […] così si avrebbe, da un lato, un apparato statale che la società controlla dall’esterno, costringendolo a obbedirle; dall’altro, l’auto-organizzazione della società che costruisce da sé e dal basso nuove forme di potere». Nel progetto zapatista ritroviamo la preoccupazione – che condividiamo – di conciliare la concretezza della spe­cificità locale con la visione di un mondo al tempo stesso unico e plurale. In altre parole: «Costruire un mondo in cui molti mondi abbiano il loro posto» (subcomandante Marcos, 2009). Se a livello locale il funzionamento dell’autonomia è relativamente agevole, la sfida più ardua sarà sempre quella di impedire l’ingerenza abusiva delle istanze superiori che operano necessariamente più lontane dal controllo della base. Il funzionamento di tali istanze superiori, in questo contesto, fa riemergere la problematica secolare del «buon governo» nel senso tecnico del termine, ovvero la guida della nave che trasporta l’intera società nella direzione del bene comune. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > La sfida comunitaria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Decrescita e rifiuto del potere proviene da Comune-info.
October 11, 2026
Comune-info
Una legge-truffa per restare al potere e non solo
La legge elettorale passata definitivamente in Parlamento (Atto Camera 2822), non è solo un indecente marchingegno incostituzionale della destra, pieno di trucchi, per restare al potere e consolidare il risultato che nel 2022 ha regalato a una minoranza, la maggioranza parlamentare; ma con l’inserimento dell’indicazione sulla scheda del nome del […] L'articolo Una legge-truffa per restare al potere e non solo su Contropiano.
October 9, 2026
Contropiano
Václav Havel: commemorazione del 90° anniversario della sua nascita
Il 5 ottobre la Repubblica Ceca ha commemorato il 90° anniversario della nascita di Václav Havel, drammaturgo, saggista, dissidente e primo presidente della Repubblica Ceca. Havel, nato il 5 ottobre 1936, è stato una delle figure di spicco del dissenso cecoslovacco e, dopo il novembre 1989, è diventato presidente della Cecoslovacchia e, successivamente, della Repubblica Ceca. In occasione di questo anniversario si sono tenuti eventi commemorativi e culturali. Havel ha ancora oggi i suoi critici, che sottolineano anche alcune delle sue decisioni politiche e dei suoi errori. Allo stesso tempo, però, rimane una figura ampiamente conosciuta e rispettata in tutto il mondo, associata alla lotta per la libertà, i diritti umani e la dignità. Per molte persone al di fuori della Repubblica Ceca, è stato e rimane anche un uomo che amava il proprio Paese e i suoi abitanti. La sua eredità suscita ancora oggi opinioni diverse, ma allo stesso tempo ricorda l’importanza della libertà, della responsabilità e della dignità umana nella vita pubblica. Una delle tante manifestazioni commemorative si è tenuta anche a Zbraslav, dove è stata organizzata da un gruppo locale di cittadini. Foto: Mikuláš Vymětal, Praga-Zbraslav, 5. 10. 2026 Pressenza Praha
October 8, 2026
Pressenza
Ma che democrazia è, senza politica?
RECENSIONE AL LIBRO DI ITALO DI SABATO LA DEMOCRAZIA PUNITIVA. STATO PENALE, MUTAZIONE ANTROPOLOGICA E CONSENSO REAZIONARIO (MOMO EDIZIONI). DOVE SI SPIEGA, ATTRAVERSO LA LETTURA DELLE TRASFORMAZIONI SOCIALI E DI POTERE DEGLI ULTIMI DECENNI, COME LA DEMOCRAZIA ABBIA BISOGNO, PER ESSERE TALE, DI NUTRIRSI DI CONFLITTO E DISOBBEDIENZA AL POTERE, CIOÈ DI POLITICA -------------------------------------------------------------------------------- Il libro di Italo di Sabato La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario (Momo edizioni) dovrebbe essere preso sul serio. Anzitutto per la lucidità dell’analisi di quanto accaduto nel nostro Paese in questi ultimi decenni. Poi per la riflessione, più in generale, sul senso da dare alla democrazia. In un recente editoriale del sito “Volere la luna” si ricordava che la democrazia non è democratica ma che può diventarlo, a certe condizioni. Nell’opera citata l’autore ci aiuta a cogliere alcune delle ragioni per le quali la democrazia si è trasformata in punitiva e anche alcune piste per ri-democratizzarla: l’importanza ad esempio del conflitto, costitutivo di ogni processo sociale, della “disobbedienza” come condizione perché il cambiamento accada e in fondo dell’eresia come costante provocazione della politica. Il potere nel libro diventa lo strumento per “recludere” la società tramite la paura e la violenza repressiva, ed è diverso dall’autorità: quest’ultima si definisce come strumento costante nella ricerca del bene comune. La politica è inclusione e dunque opera della giustizia per tutti. Il libro aiuta a smascherare la menzogna che costruisce il nemico, per la quale i più fragili e vulnerabili sono realtà naturalizzate da cui difendersi. La legalità assunta come unico orizzonte diventa funzionale allo svuotamento della politica che nel Paese ha trovato nella stagione di “Mani Pulite” la grande svolta. La prigione, la scuola, i media, i populismi e il “gentismo” non sono che alcuni dei sintomi della malattia della democrazia. Le leggi, i decreti e la repressione disegnano tutto ciò che esce dal paradigma securitario, inteso come sicurezza per il sistema, come sovversivo. La conclusione del libro, con l’appello all’abolizionismo, è un’indicazione di percorso. Lo scritto è attraversato da una sola e grande preoccupazione: ridare alla politica il posto che le spetta. Non potrà avvenire senza una lettura cosciente e critica di quanto sta accadendo. Il sistema repressivo-punitivo non è che la logica conseguenza del tradimento della politica e dell’asservimento al neoliberalismo. Ridare consistenza ai legami sociali “feriali” e quotidiani, ri-tessere il conflitto e la disobbedienza come metodi, ricordare che, come diceva don Milani, “il problema degli altri è uguale al mio, sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Quel “da soli”, per dirla con Italo, è il vittimismo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ma che democrazia è, senza politica? proviene da Comune-info.
October 7, 2026
Comune-info