Rogoredo non è un caso isolato
Mettiamo in fila i fatti. Un ragazzo di ventotto anni, Abdherrahim Mansouri,
ucciso a Rogoredo con un colpo alla testa. Una versione immediata: legittima
difesa. Un’arma giocattolo. Una minaccia. Uno sparo inevitabile.
Poi le crepe. L’arma senza impronte. La distanza di venti metri. Il colpo
laterale. I soccorsi chiamati in ritardo. L’agente che ha sparato indagato per
omicidio e altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di
soccorso. Testimonianze dal quartiere che parlano di taglieggiamenti, pressioni,
di un agente che “voleva fargliela pagare”. Lo stesso assistente capo è
coinvolto in altre inchieste, compresa una per falso ideologico legata a un
arresto controverso tra piccolo spaccio e denaro. E non è irrilevante che,
secondo ricostruzioni investigative, alcuni colleghi lo avrebbero descritto come
un fanatico, abituato a muoversi sul filo dell’opacità nelle operazioni. Non
sono dettagli. È un quadro.
L’immagine della raccolta firme promossa dalla Lega
Nel frattempo, ore di talk show a costruire l’assoluzione preventiva.
Sindacalisti di polizia a mimare lo sparo in studio. Il “pusher” contro lo
“Stato”. La periferia trasformata in zona grigia dove tutto diventa lecito. La
narrazione tossica che precede la perizia. Prima la propaganda, poi – forse –
l’indagine. Ma non si è fermata lì. La stessa sera, col cadavere ancora caldo,
Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza
ma”. Aveva parlato di scandalo per l’iscrizione nel registro degli indagati per
omicidio volontario, mentre – secondo lui – i manifestanti che avevano picchiato
un agente a Torino non sarebbero stati incriminati per tentato omicidio. Il
solito copione: magistrati troppo severi con le divise, troppo indulgenti con
chi protesta. La Lega ha addirittura lanciato una raccolta firme al grido di “io
sto col poliziotto”. E Riccardo De Corato, di Fratelli d’Italia, già vicesindaco
di Milano, ha parlato di «accanimento nei confronti degli uomini in divisa
davvero ingiustificato e inaccettabile».
Non un invito alla prudenza. Non un richiamo al rispetto dell’indagine. Non una
parola sulla necessità di chiarire i fatti. Solo una linea politica:
l’assoluzione preventiva.
Oggi quel racconto non regge più. E proprio per questo diventa evidente la posta
in gioco.
Con lo scudo penale già introdotto dalla legge Sicurezza 2026 — che elimina
l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di cause di
giustificazione come la legittima difesa — Rogoredo veniva raccontata come la
prova vivente della “necessità” di blindare preventivamente chi usa la forza. La
morte di un giovane migrante diventava argomento politico. Un fatto di cronaca
trasformato in leva normativa. Il meccanismo è chiaro: ridurre il controllo
giudiziario immediato sull’uso delle armi, rafforzare la presunzione di liceità
per chi spara, spostare il baricentro dell’accertamento verso una
discrezionalità che rischia di trasformarsi in filtro.
Se oggi emergono contraddizioni, è perché un’indagine è partita. Ma il segnale
politico resta: la forza va protetta prima di essere verificata.
Nel frattempo, nelle stesse settimane, si moltiplicano le denunce contro chi
manifesta per Gaza. A Genova, a Bologna, in altre città. Il nuovo reato di
blocco stradale applicato contro chi si siede per terra. La resistenza non
violenta trasformata in reato penale. Centinaia di attivisti trascinati dentro
procedimenti giudiziari per aver espresso solidarietà internazionale.
Non sono episodi scollegati. Sono tasselli dello stesso progetto. Da una parte
si amplia l’ombrello di protezione attorno al potere armato. Dall’altra si
restringe lo spazio del dissenso. È un doppio movimento coerente: più impunità
per chi esercita la forza, più repressione per chi la contesta.
Rogoredo, in questo senso, è una cartina di tornasole. Se la versione iniziale
fosse stata accettata senza fratture, oggi staremmo discutendo di altro. Le
crepe emerse dimostrano che il controllo democratico non è un fastidio
burocratico: è l’argine che separa l’errore dall’abuso, la legittima difesa
dall’arbitrio.
E mentre si parla di sicurezza, altrove emergono chat in cui si rivendica di
aver “brutalizzato un testimone”, si scrive «Datemi pure del fascista, non mi
interessa», si evocano slogan come «Zecche appese a piazzale Loreto». Non
folklore. Non eccessi verbali. Indicatori di un clima in cui il dissenso è
nemico e la forza è identità.
C’è poi un’altra verità che fatichiamo ad ammettere. Morti come quella di
Mansouri provocano disagio. La reazione più comune è distogliere lo sguardo. È
troppo imbarazzante riconoscere che persone pagate per difenderci possano
talvolta finire per massacrare i nostri figli, i nostri amici, i nostri vicini
di casa. È più comodo rifugiarsi nella formula rassicurante delle “poche mele
marce”.
Ma questa retorica non regge più. Primo: il sospetto è che quelle mele non siano
poi così poche. Secondo: bisogna chiedersi in quale cultura, in quale
aspettativa di impunità, in quale clima politico quelle mele marciscano. Le mele
non marciscono nel vuoto. Marciscono in un cesto.
La degenerazione democratica non è un concetto astratto. Nasce nelle stanze del
potere ma prende forma concreta nelle strade. Ricade a cascata sui rapporti tra
persone. È impossibile pensare che le tensioni di un paese attraversato da
disuguaglianze sociali, economiche e razziali non si riflettano anche nelle sue
forze dell’ordine. I corpi di polizia assorbono il clima politico, lo
metabolizzano, talvolta lo radicalizzano. Quando un poliziotto picchia un
ragazzo fermato per pochi grammi di fumo, quando alza il manganello su un
manifestante inerme, quando considera “nemico” chi contesta o chi appartiene a
una classe marginale, si crea uno strappo. Ogni volta. La società dei diritti è
uno schermo che dovrebbe proteggerci. Ma quello schermo oggi appare lacerato.
Dietro non c’è un eccesso isolato: c’è una cultura che normalizza l’idea che
alcuni siano più controllabili, più colpibili, più sacrificabili.
Il ricorso continuo alla retorica della sicurezza ha messo in secondo piano ogni
discorso serio sulla responsabilizzazione e sulla smilitarizzazione dei corpi di
polizia. Si è preferito parlare di “guerra allo spaccio”, “guerra al degrado”,
“guerra ai blocchi stradali”, fino a trasformare la gestione dell’ordine
pubblico in una logica di conflitto permanente. E in questa logica si sedimenta
la distinzione tra classi “pericolose” e classi “protette”.
Le disuguaglianze non vengono contrastate: vengono sorvegliate. I poveri non
vengono sostenuti: vengono controllati. I migranti non vengono integrati:
vengono schedati. Il dissenso non viene ascoltato: viene criminalizzato. Si
colpevolizzano i deboli in nome di una presunta sicurezza richiesta dai
cittadini, si smantellano strumenti di tutela sociale, si attaccano misure
redistributive come fossero il vero nemico. E intanto si chiede più forza, più
armi, più protezione e impunità per chi le impugna.
In questo scenario, Rogoredo non è un incidente. È un sintomo.
Quel clima non nasce per caso. Viene alimentato. Viene legittimato. Talvolta
viene persino premiato.
Il punto allora non è solo cosa è accaduto a Mansouri. Il punto è la traiettoria
politica che attraversa questi mesi. La sicurezza viene trasformata in
ideologia. Il conflitto sociale in ordine pubblico. La solidarietà
internazionale in minaccia. L’uso della forza in valore identitario.
E tutto questo mentre le cause reali dell’insicurezza – precarietà, esclusione,
marginalità, disuguaglianza – restano intatte o peggiorano.
Più armi non significano più sicurezza. Più repressione non significa più
ordine. Significa uno Stato che si irrigidisce, che si protegge, che riduce lo
spazio del controllo democratico.
La scelta è davanti a noi: o si rompe questa deriva, o la si subisce.
Perché quando la forza diventa linguaggio quotidiano del potere, la democrazia
non arretra lentamente: viene svuotata, pezzo dopo pezzo, fino a restare solo
una parola buona per i comunicati stampa. E a quel punto non si discute più di
sicurezza, ma di obbedienza.
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Osservatori repressione
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