Gli atleti israeliani

Comune-info - Saturday, February 21, 2026
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In questi giorni si stanno svolgendo i XXV Giochi olimpici invernali, noti anche come Milano Cortina 2026, e, mentre il mondo celebra l’universalità dello spirito olimpico, io cerco i volti dei miei carnefici, fra gli “atleti” israeliani. Come si passa dall’essere un’educatrice che vuole portare aiuti umanitari a una persona che cerca i volti dei propri torturatori in una cerimonia olimpica?

In un mondo giusto io dovrei essere a Gaza a svolgere il mio lavoro di educatrice in emergenza, con il pieno sostegno del mio Stato e protetta dal diritto internazionale. Invece mi ritrovo davanti a uno schermo a scrutare i volti di ex IOF israeliani che sfilano come eroi, per cercare qualsiasi dettaglio che mi permetta di riconoscere chi mi ha fatto del male.

Quando sono partita da Otranto, sulla nave “ospedale” Conscience, ero piena di speranza ma consapevole di non avere la certezza di arrivare a Gaza. Ero anche a conoscenza del “trattamento” riservato dagli israeliani a tutti coloro che cercano di portare aiuti umanitari in Palestina. Non mi sono mai illusa di tornare illesa, ma sapevo che non c’era assolutamente nulla che potessero fare al mio corpo che non avessero già fatto alla mia anima in questi due anni di genocidio. E soprattutto sapevo che qualsiasi cosa sarebbe stata temporanea e infinitamente insignificante rispetto a quello che le mie sorelle e i miei fratelli palestinesi subiscono ogni giorno.

E avevo ragione, su tutto. Ad eccezione di una cosa che non avevo calcolato: le torture e gli abusi fisici finiscono; la violenza istituzionale, no.

Da quando sono tornata ho cercato in tutti i modi di resistere all’identità di “vittima”, anche per mantenere il focus su chi continua a soffrire: quello che ho subito io in pochi giorni, i palestinesi lo subiscono da decenni, e sentire sulla mia pelle parte di ciò che provano mi ha fatto sentire “allineata” per la prima volta in due anni. Ma io sono potuta tornare a casa. Loro no. E per settimane ho vissuto una specie di sindrome del sopravvissuto che mi ha fatto sentire colpevole di non essere ancora lì, impedendomi di raccontare ciò che avevo subito perché troppo “insignificante” se paragonato a quello che vivono a Gaza.

Vedere celebrati come atleti, quasi come eroi, persone che potrebbero avermi torturato mi ha risvegliato da questo limbo emotivo: quello che sto vivendo rappresenta esattamente lo stesso tipo di impunità sistematica che permette ciò che sta accadendo a Gaza.

Non devo scegliere tra di-gnificare il mio dolore e onorare il loro. Entrambi meritano spazio, perché entrambi denunciano lo stesso sistema di violenza e impunità.

Un sistema che si manifesta anche — e forse soprattutto — nelle azioni del mio stesso Stato, attraverso un percorso sistematico di violenza istituzionale che si aggiunge al trauma originario e che si sviluppa su tre livelli progressivi: il mancato riconoscimento di ciò che abbiamo subito, come se la tortura, gli abusi, la violazione dei nostri diritti umani non fossero accaduti o — peggio — non contassero affatto; il victim blaming, ovvero l’accusa di “averlo cercato”, per trasformare un atto di solidarietà in una provocazione che merita punizione; e la celebrazione dei carnefici, presentati come eroi olimpici, anche se potrebbero benissimo essere i nostri aguzzini. Questa progressione non è casuale; al contrario, ha un’intenzione e un messaggio politico preciso: la nostra esperienza non conta e viene delegittimata, mentre chi ci ha fatto del male viene onorato, in una forma di gaslighting istituzionale perfetta che aggiunge trauma psicologico al trauma fisico già subito. Tutto questo ha un nome preciso e delle conseguenze ampiamente documentate nella letteratura scientifica: l’assenza di protezione da parte dello Stato di fronte a un male, unita all’attiva celebrazione di chi potrebbe esserne l’artefice, è tradimento istituzionale, e le conseguenze vanno oltre il trauma originario.

Studi scientifici lo dimostrano da decenni: PTSD (Post traumatic stress disorder) complesso, alienazione dalla tua stessa comunità, perdita totale di fiducia nelle istituzioni, isolamento sociale — perché chi ti crederà se lo Stato stesso ti smentisce? E poi c’è la rivittimizzazione: vedere presentati come eroi “olimpici” ex soldati che potrebbero essere responsabili degli abusi che io e le mie compagne abbiamo subito è un’esperienza traumatica. Il fatto che io debba chiedermi “era lui?”, guardando quelle facce, aggiunge un livello di violenza psicologica alla violenza già subita; vedere i carnefici liberi, o addirittura celebrati, è una forma di ritraumatizzazione riconosciuta dalla ricerca scientifica.

Anche la vittimizzazione secondaria è documentata da oltre vent’anni, mostrando l’impatto psicologico negativo conseguente alle difficoltà affrontate da chi cerca assistenza presso le istituzioni dopo violenze e aggressioni. E quando le istituzioni che dovrebbero aiutarti ti accusano e ti ostacolano, le vittime ritirano le denunce e quelle future imparano a tacere. Si crea così una cultura di complicità, e questa è una scelta: il tradimento istituzionale sistemico non è un errore isolato, ma la dichiarazione politica di quali vite contano e quali no. Io appartengo alla seconda categoria. E Gaza anche. Ma anche fra le persone di serie B esiste chi conta più di altri: quello che è successo a me può essere testimoniato proprio perché sono tornata. I palestinesi non hanno questo privilegio. Le loro testimonianze vengono seppellite sotto le macerie. La differenza tra me e loro non sta solo nella gravità della violenza subita, ma anche nel passaporto che ho in mano e nel colore della mia pelle. Eppure neanche questi privilegi bastano quando usi la tua voce per chi non ne ha una.

Non è solo “mancanza di giustizia”, ma anche perpetuazione del trauma. L’evidente discrepanza tra la retorica pubblica sulla violenza di genere e sulla protezione delle vittime di violenza e la realtà che io e le mie compagne stiamo vivendo dimostra come i principi di tutela delle vittime vengano applicati in modo selettivo quando sono politicamente convenienti e ignorati quando le vittime sono “scomode” o i carnefici servono determinati interessi. Se questo è il trattamento riservato a una cittadina italiana, quale giustizia possono aspettarsi i palestinesi?

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