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Sawe e il nuovo ritmo della corsa
Sebastian Sawe è un maratoneta keniota. Fino a poco tempo fa il suo nome circolava soprattutto tra lə appassionatə più attentə. Il 26 aprile 2026 ha vinto la Maratona di Londra in 1h59’30”, diventando la prima persona a correre in una competizione i 42 chilometri e 195 metri sotto le due ore. Questa performance ha proiettato lui – e la pratica della maratona – in un’altra dimensione. Per anni quella soglia è stata rappresentata come una specie di confine biologico. Nel 2019 Eliud Kipchoge – altro gigante della corsa keniota — era riuscito a scendere sotto le due ore, ma in condizioni non valide per un record ufficiale: un evento costruito appositamente, con lepri che si alternavano, auto schermanti e supporti tecnici dedicati. Da allora la domanda è rimasta sospesa: quando sarebbe successo davvero, dentro una gara normale? > La risposta è arrivata a Londra. E non riguarda soltanto la maratona. Ogni > volta che un limite sportivo cade, infatti, non travolge solo una specifica > classifica. Trasforma l’immaginario di ciò che è diffusamente rappresentato > come possibile. La corsa è una delle pratiche sportive più diffuse al mondo. > Dentro convivono motivazioni molto diverse: correre stare bene, per > gareggiare, per passare del tempo con altre persone, per stare da solə. Per > molto tempo ha conservato un’immagine di sport relativamente semplice e > apparentemente democratico. Un paio di scarpe, un po’ di tempo libero, il > corpo che attraversa lo spazio. Negli ultimi vent’anni, però, questa presunta innocenza ha subito una radicale torsione. Ad esempio, le scarpe sono diventate strumenti altamente ingegnerizzati. I modelli di fascia alta integrano raffinate piastre in fibra di carbonio e schiume capaci di restituire energia a ogni passo. Costano centinaia di euro e promettono una maggiore efficienza biomeccanica. Lo stesso vale per gli strumenti di misurazione. Orologi GPS come quelli prodotti da Garmin non registrano soltanto tempo e distanza. Calcolano frequenza cardiaca, VO2 max stimato, carico di allenamento, capacità di recupero, qualità del sonno, livello di stress. La corsa, così, è diventata una produzione di dati senza soluzione di continuità. Peraltro, raramente questi dati restano privati. Piattaforme come Strava permettono di pubblicare allenamenti, confrontare prestazioni, competere sui segmenti, costruire reti sociali. Le performance esposte e comparate.  È in questo contesto che il risultato di Sawe assume un significato più ampio. Scendere sotto le due ore non è soltanto una straordinaria impresa atletica individuale. È anche un’accelerazione culturale. Un evento del genere modifica le aspettative collettive: influenza direttamente percezioni e posture di allenatorə, aziende, media, atletə professionistə e amatorə. Nella corsa contemporanea, del resto, la ricerca della performance non riguarda soltanto l’élite. > Le stesse logiche governano gran parte dello sport amatoriale: ottimizzazione, > comparazione, miglioramento continuo, trasformazione del tempo libero in > spazio produttivo, ottimizzazione. La corsa, in questa dimensione, non è > separata dal mondo che la circonda. Nella pratica del podismo riecheggia la > razionalità dominante: competizione permanente, necessità di auto misurarsi, > produzione continua di risultati visibili. Eppure questa non è l’unico modo possibile di pratica la corsa. Nonostante la pervasività di questa razionalità, la corsa ha una dimensione più ambivalente, complessa. Può favorire una relazione più diretta con il proprio corpo, determinare un tempo sospeso e indefinito, riformulare il modo di attraversare la città in maniera improduttiva, persino inutile. È forse questa tensione a rendere la corsa affascinante e in parte misteriosa. Dopo Sawe è probabile che l’attenzione verso la performance cresca ancora, spinta dall’industria sportiva, dalla tecnologia e dai media. La barriera delle due ore, una volta caduta, smette di apparire eccezionale e diventa un nuovo orizzonte da inseguire, ciascunə con i propri mezzi. Ma proprio perché la corsa è una pratica così diffusa e potenzialmente accessibile, il suo significato resta aperto. Può trasformarsi facilmente in efficace dispositivo di ottimizzazione individuale. Oppure restare, almeno in parte, uno spazio di sottrazione: qualcosa che non serve a produrre valore, ma ad attraversare il mondo alla ricerca del proprio ritmo. Immagine di copertina da Pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Sawe e il nuovo ritmo della corsa proviene da DINAMOpress.
May 28, 2026
DINAMOpress
TURCHIA: LA PROMOZIONE IN SÜPER LIG DELL’AMEDSPOR, “LA SFIDA CURDA AL CALCIO TURCO”
L’Amedspor (Amed SFK), la squadra di calcio della città curda di Amed (Diyarbakir in turco), nel Kurdistan turco (Bakur), ha raggiunto la promozione in Süper Lig, massima serie del calcio professionistico in Turchia, per la prima volta nella sua storia. La conquista sportiva, in questo caso, ha anche un valore politico: l’Amedspor, infatti, è la squadra simbolo della comunità curda all’interno dello stato turco. I suoi colori, il rosso, il bianco, il verde e – talvolta – anche il giallo, sono i colori della nazione curda. La scelta stessa di utilizzare il nome curdo della città, Amed, e non quello turco (Dyiarbakir), testimonia il valore e il ruolo politico e sociale, oltre che sportivo, della società. “La scelta di nominare la società con questa parola è già una scelta politica, contro l’ondata di turchizzazione che è stata avviata con la fondazione della Repubblica di Turchia nel 1923”, spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto Murat Cinar, giornalista e autore dell’articolo “Amedspor, sbarca in serie A la sfida curda al calcio turco”, pubblicato su Il Manifesto. “La società calcistica Amedspor nasce nel 1972, quindi quasi cinquant’anni dopo la Repubblica di Turchia, e nonostante i diversi percorsi di assimilazione avviati nel frattempo, sceglie il nome storico, in lingua curda, della città”, aggiunge Cinar. Quelli dell’Amedspor sono colori che “in diversi angoli dell’area mediorientale (Iraq, Siria, Iran, Turchia) è possibile trovare nelle bandiere di diverse formazioni politiche, anche armate, oppure nelle realtà associative e nei centri culturali curdi”, continua Murat Cinar. “Per questo – spiega Cinar – sono ritenuti problematici, perché l’esistenza del Kurdistan è sempre stata negata dalla Repubblica di Turchia, così come dagli altri paesi citati, dove la popolazione curdofona è stata soggetta a discriminazioni e assimilazioni. Amedspor dà visibilità e rappresentanza a quella fetta di storia che è sempre stata ignorata, per questo è un fenomeno”. I due gruppi del tifo organizzato che supportano la squadra, UltrAmed e Barikat, si dichiarano antifascisti e sono storicamente vicini alle lotte di lavoratori e lavoratrici, così come ai movimenti sociali e alle istanze del movimento di liberazione curdo. “Si tratta di una tifoseria molto impegnata e schierata che si è dimostrata solidale con alcuni scioperi di lavoratori, quando ci sono proteste in Turchia si sono dimostrati più volte solidali, hanno fatto coreografie contro i femminicidi, e ovviamente quando ci sono state tensioni nelle altre aree del Kurdistan si sono fatti sentire, anche con coreografie giganti”, aggiunge ancora Murat Cinar ai nostri microfoni. L’Amedspor e i suoi tifosi sono accusati dalla destra nazionalista turca di essere “portavoce dei separatisti” e “fiancheggiatori dei terroristi”. “Le trasferte sono sempre state difficili per questa squadra perché ha subìto diversi casi di discriminazione e violenza”, conclude Cinar. “Nonostante questo – aggiunge – i tifosi hanno continuato a gridare slogan in curdo e portare le bandiere di questi colori, anche in trasferta”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Murat Cinar, giornalista, collaboratore de Il Manifesto, dove ha pubblicato l’articolo “Amedspor, sbarca in serie A la sfida curda al calcio turco”. Ascolta o scarica.
May 13, 2026
Radio Onda d`Urto
La mercificazione del calcio
IL GRANDE CALCIO ITALIANO DELLE TECNOLOGIE, DEGLI SPONSOR, DEGLI STADI SIMILI A CENTRI COMMERCIALI E SOPRATTUTTO DEI FATTURATI MULTIMILIARDARI FINISCE PER L’ENNESIMA VOLTA SOTTO INCHIESTA PER L’IPOTESI DI “CONCORSO IN FRODE SPORTIVA”. NEL LIBRO DI GABRIEL KUHN UN CALCIO AL POTERE. GIOCO E LOTTA SOCIALE (ELEUTHERA), SI CERCANO NEL CALCIO BUSINESS TRACCE DEL CALCIO COME STRUMENTO DI RISCATTO E TRASFORMAZIONE SOCIALE. DEL RESTO, IL CALCIO HA APPASSIONATO, TRA GLI ALTRI, DINO BUZZATI, EDUARDO GALEANO, PIER PAOLO PASOLINI, TONI NEGRI COSÌ COME MUOVE TANTE ESPERIENZE COMUNITARIE POCO VISIBILI CHE NON SMETTONO DI CERCARE COMPAGNI E COMPAGNE DI SQUADRA E NON PADRONI. IL LIBRO È UN OMAGGIO A TUTTI COLORO CHE AI MEGA STADI E ALLE DIRETTE TELEVISIVE PREFERISCONO ANCORA LA GIOIA DI GIOCARE NEI VICOLI, NEI CAMPI FANGOSI, NEI CAMPETTI CONDIVISI CON GLI AMANTI DEL BASKET POPOLARE. IN UN CAPITOLO, KUHN RAGIONA SUL PERCHÉ IL FUTURO DEL CALCIO ORGANIZZATO OGGI È A RISCHIO Foto Liberi Nantes: campo sportivo XXV Aprile di Pietralata (Roma). Società e campo hanno alle spalle due straordinarie storie di calcio popolare -------------------------------------------------------------------------------- Secondo molti osservatori, il futuro del calcio organizzato è a rischio e dipende sempre di più dal consumo piuttosto che da una solida cultura calcistica di matrice popolare. Se il calcio andasse fuori moda fra le classi medio-alte, è possibile che le classi lavoratrici siano ormai talmente estromesse da non poter essere più in grado di salvare l’industria dal crollo. Come osservato in un articolo uscito sull’«Observer» negli anni Novanta: «Il pericolo è che la nuova versione commerciale del gioco – imbastita per la televisione e giocata da star pagate milioni – non riuscirà ad attirare la nuova generazione di consumatori compulsivi»37. Malcolm Clarke, presidente della Football Supporters Association, ha dichiarato allo stesso giornale che «negando alle masse la possibilità di accesso, le prossime generazioni potrebbero accorgersi in futuro che il calcio – il gioco del popolo – è diventato un sport di nicchia»38. L’industria del calcio però continua a crescere. I grandi investitori hanno presentato varie strategie per assicurarsi entrate ancora maggiori per i club più importanti, allargando ancora di più la forbice con le categorie più basse del calcio professionistico. I direttori sportivi delle grandi squadre europee, in particolare a suo tempo Uli Hoeneß del Bayern Monaco, sostengono da tempo la creazione di una Super Lega Europea in cui i migliori club – leggasi i più ricchi – possano unirsi in modo simile a quanto avviene nelle leghe sportive statunitensi. Dovesse succedere, l’allontanamento dalle classi popolari sarebbe completo. Le squadre trancerebbero definitivamente le loro radici con il territorio e il calcio diventerebbe uno spettacolo esclusivo e per ricchi, in barba al sistema delle retrocessioni. Una piega che implicherebbe la fine di una parte integrante della cultura calcistica tradizionale: il sogno che un club minore possa arrivare in alto grazie al merito e non al denaro. In poche parole, i più ricchi e famosi ballerebbero a porte chiuse il proprio redditizio valzer del pallone e la conversione del calcio da sport popolare a bene di consumo arriverebbe al suo triste epilogo. Già oggi, il carattere popolare del calcio si riduce spesso a una mera trovata pubblicitaria. La maggior parte degli spettatori nei grandi stadi europei è composta da turisti intrattenuti da una piccola sezione di tifosi, è il caso per esempio dell’Anfield o del Camp Nou, ancora portatori dello «spirito originario». Molti biglietti stagionali sono poi riservati agli sponsor, cosa che impedisce ai veri tifosi di partecipare alle partite lasciando spesso i sedili vuoti. In alcuni di questi nuovi stadi, più simili a dei centri commerciali, questo «spirito» (autentico o meno) è ormai impossibile da rintracciare. In questo senso è eloquente la controversia scoppiata durante l’assemblea generale dei membri del Bayern Monaco nel novembre del 2007. Dopo che un vecchio tifoso si è lamentato della mancanza di atmosfera nella nuova Allianz Arena, uno stadio da 340 milioni di euro fornito di ogni possibile comodità (ristoranti, negozi, scuole materne, Lego World e «megastore» delle squadre di casa), il direttore sportivo Uli Hoeneß si era abbandonato a una filippica sull’«ingratitudine» dei tifosi tradizionali, vecchi arnesi che appartengono a una cultura calcistica anacronistica, secondo lui, di impaccio sulla via di un nuovo e limpido affarismo. Dato questo contesto, sembra spesso miope o ipocrita concentrare le proprie critiche sulle squadre aziendali, quelle prive di una solida base di tifosi, come il Bayer Leverkusen – la più importante delle trasfigurazioni sportive del gigante farmaceutico –, o il TSG Hoffenheim, club legato a un paesino di 3.300 abitanti e sponsorizzato dal magnate dei media Dietmar Hopp, che dopo una rapida promozione in Bundesliga, partendo dalle più infime leghe dilettantistiche, è arrivato quasi a vincere il campionato. Per quanto problematici possano essere questi esempi, infatti, né il Leverkusen né l’Hoffenheim vengono gestite diversamente dal Bayern Monaco o dal Manchester United, l’unica differenza è che queste ultime possono pretestuosamente rivendicare una qualche «tradizione» da potersi poi rivendere. Le pressioni da parte dell’opinione pubblica e delle federazioni nazionali hanno fin qui evitato la creazione di una Super Lega. È però innegabile che la Champions League introdotta dalla UEFA nel 1992 e modificata ulteriormente nel 2024, costituisca già un primo passo avanti in questa direzione. Eliminando il formato a sorteggio aperto e a scontro diretto della vecchia Champions League, il nuovo torneo garantisce ai club di punta europei un certo numero di partite ogni anno, incrementando così il gap economico fra loro e gli avversari meno fortunati dal punto di vista finanziario. Più partite comportano più denaro, mentre l’imprevedibilità, un ingrediente cruciale se si vuole rendere il calcio più interessante, non conta quasi più nulla. Non ci sorprende, in questo senso, che i momenti migliori della magia del calcio continentale siano arrivati dai Campionati Europei, una competizione che rimane ancora al di là del controllo degli interessi commerciali dei club. Nel 1992 la Danimarca fu richiamata due settimane prima dell’inizio del torneo come rimpiazzo della Jugoslavia, a quel tempo dilaniata dalla guerra, ma dopo un inizio traballante i danesi hanno finito per vincere la coppa. Anni dopo, nel 2004, una squadra come la Grecia, un outsider dato 100-1 per la vittoria finale, è riuscita a ribaltare le previsioni grazie a una disciplina tattica esemplare e a una serie di partite vinte a colpi di 1-0 che l’hanno portata a conquistare il trofeo. D’altra parte, la cupidigia degli affaristi potrebbe arrivare anche a ritorcersi contro di loro. Le maggiori competizioni si sono ingrandite a tal punto che persino i tifosi più accaniti ne hanno abbastanza. I primi Europei di calcio, giocati nel 1955-1956, prevedevano 29 partite; la Champions League del 2024-2025 ne ha prodotte 279. La Coppa del mondo maschile in Argentina nel 1978 ha visto disputate trentotto partite, oggi ne prevede sessantaquattro. Anche gli interessi degli sponsor hanno cominciato a influenzare molto il gioco. Una delle controversie più grandi è legata alla convocazione di Ronaldo per la finale della Coppa del mondo del 1998, nonostante i medici avessero dichiarato espressamente che non era in condizioni di giocare. Tanto il Brasile quanto Ronaldo avevano sottoscritto contratti molto vantaggiosi con la Nike, tanto che la nota marca sportiva pare abbia fatto pressioni sui funzionari della nazionale brasiliana pretendendo in cambio che Ronaldo scendesse in campo a ogni costo. Alla fine l’attaccante è apparso fuori forma e il Brasile ha perso 3-0 con la Francia. Gli interessi aziendali dominano anche le vendite nel settore del merchandise. Fra le tradizioni del calcio c’è sicuramente quella per cui i tifosi indossano la maglia della squadra d’appartenenza. Oggi molti club rilasciano due o tre maglie diverse ogni anno. In aggiunta a questo, il logo dello sponsor principale della squadra viene sempre spiattellato sull’intera superficie del busto. In pratica, da questo punto di vista, i tifosi non fanno altro che pagare un sacco di soldi per fare da manifesti pubblicitari ambulanti a favore delle grandi aziende. Ronaldo, ancora lui, è stato al centro di una delle più eclatanti fregature legate alle divise calcistiche: quando l’Inter l’ha ingaggiato nel 1997, nessuna maglietta con il suo solito numero, il 9, era ancora pronta. Dopo che migliaia di magliette contraffatte erano già state vendute, il club ha deciso di schierare Ronaldo con la numero 10, in modo tale da poter comunque guadagnare dalle vendite. Ancora maggiore è stato poi l’impatto della televisione. Il fatto che alcune grandi partite della Coppa del mondo del 1986 si siano disputate nel caldo torrido del mezzogiorno messicano, solo per permettere agli europei di guardarsi comodamente la partita a fine giornata, sembra una manovra relativamente innocua se confrontata con gli enormi cambiamenti avvenuti in seguito nella programmazione delle partite in tutto il mondo. Fino agli anni Novanta, molti campionati disputavano le loro partite con una programmazione precisa, di sabato o di domenica; tutte le partite iniziavano e finivano allo stesso orario. Oggi le partite vengono spalmate su tutta la settimana e a diversi orari per nessun’altra ragione se non quella di venire incontro ai bisogni della televisione. Questa trasformazione non fa che diminuire l’entusiasmo crescente tipico della vigilia di campionato, per non parlare dell’impatto sulla correttezza della competizione. Ma la cosa peggiore è che rende ancora più complicato andare allo stadio per i meno abbienti. Come fai ad andare da Berlino a Friburgo, o da Newcastle a Londra, per una partita di lunedì sera, quando il tuo orario di lavoro va dalle 9 alle 17? Ovviamente bisogna stare attenti a non assumere una posizione ingenuamente tradizionalista. Le tiritere sui «bei vecchi tempi» sono noiose nel calcio come nella vita, e gli slogan come «vecchia maniera» o «no al calcio moderno», onnipresenti in tutti gli stadi europei, appartengono spesso al repertorio degli «anticapitalisti» di destra. L’innovazione è positiva, anche nel gioco del calcio. Così come non tutti gli aspetti della commercializzazione sono per forza negativi. Non c’è dubbio, per esempio, che abbia contribuito a una maggiore diversità sulle gradinate in termini di genere e razza, c’è ben poco di romantico infatti nel ricordo di una curva esclusivamente bianca e maschile, a prescindere dalla provenienza di classe. L’obiettivo, in questo senso, deve essere quello di trovare un’innovazione che sia capace di contestare il bigottismo tipico della cultura calcistica senza consegnare il gioco agli interessi delle grandi aziende. I problemi sociali all’interno delle classi popolari non vengono risolti con l’esclusione del popolo, ma dandogli la possibilità di partecipare alla gestione del gioco. Nella lotta contro la commercializzazione vengono impiegati anche valori conservatori, quando i giocatori vengono osannati per aver preferito l’«onore» di giocare per il «proprio paese» e non per gli interessi dei club in cui giocano. A parte il fatto che tutti i grandi campioni guadagnano cifre abbastanza sostanziose da poter giocare anche in nazionale, è difficile considerare il fervore nazionalistico una virtù più alta dell’avarizia. A questo proposito, nel 1995 si è verificato un simpatico incidente nella storia del calcio austriaco: durante una sfida clamorosamente impari di Coppa Uefa fra l’Austria Vienna e l’azera FK Ganja, i tifosi austriaci si sono a tal punto annoiati da intonare improvvisamente una serie di cori per lo Steaua București, prossima avversaria della rivale Austria Salzburg il giorno successivo. La cosa più divertente sono stati i disperati tentativi dei telecronisti e dei dirigenti di calcio austriaci di coprire l’esplicito disprezzo per l’«unità nazionale» mostrato dai tifosi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La mercificazione del calcio proviene da Comune-info.
April 26, 2026
Comune-info
La Fondazione Nervi al Ministero: rispettare il vincolo sullo Stadio Flaminio
Dal sito www.stadioflaminio.org foto della Fondaz. PLN La Pier Luigi Nervi Foundation, l’organizzazione che detiene i diritti delle opere del famoso ingegnere e architetto che progettò lo Stadio Flaminio e molte altre opere entrate nella storia dell’architettura, il 22 aprile 2026 ha inviato una lettera a Roma Capitale e alla Soprintendenza di Stato [1] con oggetto: Conferenza dei Servizi relativa al progetto di riqualificazione dello Stadio Flaminio presentato da S.S. Lazio S.p.A. – Deposito nota tecnica nell’interesse dell’Ing. Marco Nervi, quale coerede del progettista Pier Luigi Nervi e portatore di interesse legittimo” nella quale chiede che la nota inviata in allegato “venga acquisita, protocollata e tenuta nella massima considerazione nell’ambito delle determinazioni istruttorie e conclusive del procedimento”. In sintesi viene chiesto il rispetto del vincolo apposto all’opera nel 2018 dal Ministero dei Beni e delle Attività con la Relazione storico -critica a cura della Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio. La lunga e approfondita nota allegata [2] è a firma di Ugo Carughi e Francesco Romeo, il primo, architetto, Ex Presidente di Docomomo Italia (gruppo nazionale di Do.co.mo.mo International che si occupa della documentazione, conservazione e valorizzazione degli edifici e dei complessi urbani del Novecento) e Membro del Consiglio di Direzione e Coordinamento Tecnico dei Comitati Scientifici ICOMOS Italia (Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei siti), il secondo Professore Ordinario di Scienza delle Costruzioni Sapienza Università di Roma. Il prof. Romeo è anche stato Project Leader del team di specialisti e studiosi della Sapienza Università di Roma, della Pier Luigi Nervi Project Association e di Do.Co.Mo.Mo. Italia, che ha promosso e curato Il Pier Luigi Nervi Project , un progetto di ricerca per il restauro e il recupero dello Stadio Flaminio che ha avuto il sostegno di The Getty Foundation come parte dell’iniziativa Keeping it modern Architectural Conservation Grants 2017[3]. Un lavoro importante, che nonostante il patrocinio di Roma Capitale è stato completamente accantonato, con il periodico riproporsi del progetto di fare dell’impianto sportivo inutilizzato da anni lo Stadio della Lazio S.S., progetto che comporterebbe il totale stravolgimento dell’opera architettonica, con un’espansione verticale per insediare le gradinate necessarie a raggiungere la capienza di più di 50.000 spettatori, sostenute da una struttura esterna che cancellerebbe alla vista l’opera dei Nervi, distruggendone la “grande pensilina a sbalzo” che – come dichiarato nel decreto del Ministero – “caratterizza anche dal punto di vista formale e architettonico l’intera struttura”[2]. Dopo la bocciatura da parte dell’Assemblea Capitolina di un altro progetto di recupero e gestione dello Stadio, con la principale motivazione che delle attività sportive che prevedano gli spettatori consentiti dall’attuale capienza anzichè il pubblico delle grandi competizioni sportive internazionali non sono di interesse pubblico[4], la S.S. Lazio è tornata alla carica, presentando il progetto per la mega struttura che dovrebbe ospitare le partite e il solito corredo di attività volte all’equilibrio economico dell’operazione: nella recente conferenza stampa la lunga sequenza di rendering ha mostrato una trasformazione incompatibile con i vincoli apposti [5]. Riportiamo in calce la nota della PGF, supportata anche da AIPAI (Associazione italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale) e da Carteinregola, allegata alle lettera ai due enti, di fatto un appello al Sindaco e alla Soprintendente Speciale Dott.ssa Daniela Porro . Ci auguriamo che il Sindaco non intenda sacrificare un importante patrimonio collettivo per consegnarlo al profitto di un privato – vedi le citate attività commerciali per garantire l’equilibrio economico finanziario – con pesanti ricadute su un territorio già provato da numerosi poli di attrazione – vedi Stadio Olimpico a pochi metri – che rendono già ora invivibili i quartieri limitrofi durante gli eventi sportivi e di varia natura. Ma soprattutto ci auguriamo che la Soprintendente Porro sia ferma nel mantenere quel vincolo posto dallo stesso Ministero della Cultura per tutelare una straordinaria opera architettonica. (AMBM) PIER LUIGI NERVI FOUNDATION: NOTE SUL PROGETTO S.S. LAZIO S.P.A PER LO STADIO FLAMINIO CONSIDERAZIONI PRELIMINARI Il Progetto di Fattibilità Tecnica ed Economica, presentato dalla S.S. Lazio S.p.A il 6 e 9 febbraio 2026, nell’ambito  della  documentazione relativa alla Proposta   di riqualificazione, ammodernamento e ampliamento dello Stadio Flaminio in Roma ai sensi dell’art. 4 del D. Leg.vo n. 38 del 2021, mette in campo una molteplicità di temi, dagli strumenti urbanistici alle condizioni geologiche dell’area; dai percorsi e dalla mobilità pedonale e su gomma ai parcheggi; dai caratteri idraulici del terreno agli aspetti impiantistici. I due temi più delicati, ai quali tutti gli altri sono direttamente o indirettamente collegati, sono rappresentati dalle modalità di recupero dello stadio Flaminio e dalla loro compatibilità con l’interesse culturale dichiarato su quest’opera di P.L. Nervi dal MiC (art. 10 lett. d del D.Lgs. 42/04), con provvedimento del 27.09.2018 n. 74. Ebbene, nell’elaborato 01 Relazione Generale Ambito Urbano del suddetto progetto, questi ultimi due aspetti, che per loro natura e preminenza dovrebbero essere esaminati assieme, sono trattati in modo nettamente separato e manifestamente contraddittorio. Il primo è collocato all’inizio, nel capitolo titolato: 0. LO STADIO FLAMINIO: LA STRUTTURA ESISTENTE IN RAPPORTO ALL’IPOTESI DI PROGETTO. Nei paragrafi 0.1, 0.2, 0.3, 0.4, 0.5, 0.6 sono dapprima esaminate in termini generici le problematiche delle strutture in cemento armato in rapporto alla durabilità e alla sicurezza. Successivamente, si richiamano le vicende che hanno interessato lo stadio Flaminio a partire dall’inaugurazione, nel 1959, cui seguirono, dagli anni ’80 in poi, periodici lavori prevalentemente di ripresa strutturale e circoscritte modifiche funzionali, fino al 2012, quando la capienza ammissibile era progressivamente diminuita dai 50.000 spettatori iniziali nel 1960 a soli 4.000 (verbale di agibilità del 2012), anche a seguito dei progressivi aggiornamenti delle normative in materia di impianti sportivi e delle conseguenti limitazioni funzionali. Successivamente, il lungo periodo di abbandono, con conseguenti vandalismi e danneggiamenti. In tale parte della relazione sono anche dichiarati gli obiettivi del progetto: ripristino della capienza originaria dello stadio (e sua) rifunzionalizzazione … nell’obiettivo di restituirlo alla sua specifica funzionalità originaria di stadio per competizioni di massimo livello. Prima ancora di ragionare delle possibili proposte architettoniche, non può non osservarsi che gli obiettivi dichiarati, nel puntare all’incremento della funzione di stadio per competizioni calcistiche di massimo livello (Serie A e competizioni europee) e al ripristino della capienza originaria, comportano necessariamente la realizzazione di nuove strutture volumetricamente rilevanti: quasi uno stadio aggiuntivo a quello esistente. Come citato nella relazione stessa (Elaborato n.001, p. 7), l’originaria capienza di circa 50.000 spettatori (1959) era stata raggiunta grazie a 34.744 posti in piedi nei settori di curva e 15.256 posti a sedere sulle tribune est e ovest. Ma nel 1986 i posti in piedi furono eliminati, come precisa la Relazione Tecnica Generale del progetto (p.24). Pertanto, prevedendo esclusivamente posti a sedere, il volume degli spalti dovrà notevolmente aumentare. Non si tratterebbe, dunque, soltanto di ricostruzione di parti ammalorate e in degrado, che è anche contemplata nel programma d’intervento in tutti i casi in cui le condizioni di ammaloramento dell’impianto lo richiedano; si tratterebbe di un nuovo stadio, che utilizza la stessa sede d’impianto di quello esistente. Dunque, anche sul piano della sola funzione, l’obiettivo appare impossibile da conseguire senza proporre nuove strutture che, come può facilmente verificarsi guardando il progetto, modificherebbero in modo pesantissimo e irreversibile lo stato dei luoghi e l’organismo esistente, a cominciare dalla sua stessa immagine. Considerando, invece, che lo stadio originario era dotato di spazi e strutture per altri sport oltre al calcio (cinque palestre e una piscina con relativi servizi), per restituirlo davvero alle sue funzionalità originarie, occorrerebbe concepire lo stadio Flaminio come un impianto sportivo polifunzionale per i settori giovanili e per il pubblico più ampio, incrementandone la polifunzionalità ed escludendo incontri di calcio di massimo livello. E ciò – diremmo soprattutto – per la sussistenza del vincolo ministeriale, considerandone le motivazioni espresse nella relazione allegata al provvedimento, che più oltre saranno richiamate. In proposito, non è un caso che il tema del vincolo sullo stadio sia collocato nell’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo: 4. RAPPORTO DELL’AREA DI PROGETTO CON I BENI CULTURALI IMMOBILI E VINCOLI. 4.2 Stadio Flaminio: vincolo di tutela; nettamente disgiunto da tutti gli altri aspetti del progetto. Riguardo alla Dichiarazione di interesse storico-artistico, la relazione di progetto dichiara che tale questione pone una specifica problematica che richiede di essere affrontata e risolta nelle sedi opportune. E, ancora, che il manufatto stadio è stato complessivamente conservato e preservato da trasformazioni inerenti alle sue essenziali e tipiche caratteristiche architettoniche e strutturali. Ma si prevede la rimozione della pensilina che, evidentemente, non si ritiene una essenziale e tipica caratteristica architettonica e strutturale. È appena il caso di rilevare come sia del tutto ingiustificato separare il progetto dalla contestuale considerazione del vincolo apposto sullo stadio e, soprattutto, delle motivazioni del provvedimento ministeriale, quasi relegando la questione a un adempimento burocratico. IL PROGETTO IN RAPPORTO ALLA DICHIARAZIONE DI INTERESSE CULTURALE Un primo aspetto sottolineato dalla relazione di vincolo del MiC è la “qualità della nuova sistemazione urbanistica e (delle) singole architetture, (che) diverrà un esempio a livello nazionale ed internazionale”. Viene ancora sottolineato che “il nuovo stadio, insieme al vicino Palazzetto dello Sport, … diviene l’edificio maggiormente rappresentativo, anche a livello urbano, del complesso delle nuove Olimpiadi”. Nella relazione del Ministero, dunque, le opere realizzate per le Olimpiadi del 1960 vanno in primis considerate quali insieme di capolavori architettonici innovativi, in stretta relazione con la disposizione urbanistica dell’area, oltre che con il momento storico che impose Roma all’attenzione internazionale. In un’unica area una serie di architetture d’autore, accomunate da un comune, innovativo livello tecnologico e da alti valori espressivi, sono il frutto di una stagione produttiva irripetibile. Di fronte a un siffatto insieme, una operazione snaturante condotta anche soltanto su una di esse, tra l’altro una delle più rappresentative come lo stadio Flaminio, determinerebbe un vulnus su tutto l’insieme. Tra le prescrizioni del bando di concorso del 1956 per la progettazione del nuovo stadio, la relazione di vincolo ricorda come “il nuovo Stadio dovesse essere contenuto entro il perimetro del preesistente”; e che “il nuovo progetto non doveva superare in altezza i 18 – 20 ml. per limitare l’invasività delle tribune rispetto al contesto naturale circostante”. È indubbio che tali indicazioni, valide nel 1956 come oggi, siano state fondamentali per definire il morbido e sfilante profilo dello stadio, adagiato all’interno di un pregevole contesto territoriale. Le prescrizioni del bando sono state interpretate da Nervi in modo magistrale, tanto che le dimensioni e la sagoma dello stadio ne costituiscono, al contempo, un fondamentale fattore di qualità architettonica e di collocazione paesaggistica. Ma è la stessa relazione del progetto in commento che sottolinea come la presenza del vincolo paesaggistico secondo la Tavola A del PTPR impone un approccio progettuale responsabile e integrato, che tenga conto non solo delle esigenze funzionali e strutturali dell’impianto sportivo, ma anche della sua relazione con il contesto urbano e ambientale, promuovendo una rigenerazione sostenibile e rispettosa del patrimonio identitario di Roma. Dunque, immaginare un nuovo stadio al di sopra di quello esistente, che si elevi per circa il doppio dell’altezza delle gradonate delle tribune del Flaminio, e di quattro volte di quella delle curve, con l’aggiunta di una copertura continua che raggiunge la quota massima di 40,6 metri, appare un assurdo da qualsiasi punto di vista e in pieno contrasto con le motivazioni del vincolo. Peraltro, tale quota superiore viene giustificata per non superare le quote delle torri faro di + 44,94 m, evitando eccessivo impatto visivo e volumetrico sul quartiere Flaminio (elaborato  10  Relazione paesaggistica, capitolo 10). Criterio del tutto improprio, accompagnato da un commento che sa di beffa, dato che è di tutta evidenza che l’impatto di elementi verticali puntuali non può certo essere paragonato a quello di un gigantesco volume pieno. Nel citato paragrafo 4 della relazione di progetto si sottolinea che il manufatto stadio è stato complessivamente conservato e preservato da trasformazioni inerenti le (sic) sue essenziali e tipiche caratteristiche architettoniche e strutturali di riferimento, con l’unica eccezione dell’alienazione della pensilina di copertura. Ma poi, nel paragrafo della stessa relazione titolato 4.2a Copertura della tribuna d’onore (pag.21), si afferma che La tribuna coperta, sorretta da una struttura in cemento armato a sbalzo, rappresenta uno degli elementi più iconici dell’opera, per la sua audacia tecnica e la raffinatezza costruttiva. E il testo continua con una dettagliata descrizione. Forse la pensilina è ‘raccontata’ perché il progetto, in contrasto con le sue stesse valutazioni, prevede  di eliminarla e la descrizione  scritta ne rimarrebbe l’ultima testimonianza? Infatti, la stessa relazione di progetto, al paragrafo 7.4a (pag. 37), informa che tra le prime operazioni previste in fase di cantiere vi è la demolizione della pensilina in cemento armato a sbalzo posta sulla tribuna ovest … nonostante il suo valore storico, la pensilina presenta gravi criticità strutturali e risulta non compatibile con il nuovo assetto progettuale. Intanto, sarebbe più corretto dire: “il nuovo assetto progettuale risulta non compatibile con la pensilina”. Quanto alle “criticità strutturali”, non sarebbe certo impossibile porvi rimedio tenendo anche conto delle metodologie di consolidamento e restauro. Ma, in proposito, non può tacersi che in tutta la relazione il termine “restauro” compare due sole volte. La prima, con riferimento non allo stadio Flaminio, ma al Palazzetto dello Sport (pag. 14). La seconda, con diretto riferimento al Flaminio, pone l’accento sulla più ampia operazione di ‘riqualificazione’, termine più vago e meno impegnativo nei riguardi dei valori storici e architettonici dell’opera. Il progetto è considerato un ‘gesto urbano’ (pag. 34). Il che conferma, se non altro, la dimensione dell’operazione, anche se consistesse, come dovrebbe, nel solo restauro e ragionevole aggiornamento dello stadio, conservandone non soltanto la pura consistenza materiale, ma anche l’immagine urbana. D’altra parte, la demolizione della pensilina è in pieno contrasto con le motivazioni del vincolo della Soprintendenza ad essa riferite. La “grande pensilina a sbalzo caratterizza anche dal punto di vista formale e architettonico l’intera struttura”. E ancora: “Di particolare interesse è la soluzione dell’ampia pensilina aggettante che copre le gradonate della tribuna d’onore del settore occidentale; è un capolavoro geometrico-costruttivo, sostiene la critica. La sagoma dello sbalzo si snellisce con continuità dall’incastro all’estremità libera e di grande effetto scenografico è l’elegante superficie rigata”. Così la considera il Ministero. Ma c’è di più. Il Flaminio viene considerato dal Ministero anche come parte di un altro insieme, costituito dagli stadi Berta, a Firenze (1929-1932), dal progetto dello stadio a Swindon, in Inghilterra (1963-1966), e dallo stadio comunale di Novara (1964), tutti accomunati dalla terminologia coniata da Le Corbusier: l’estetica dell’ingegnere. La relazione di vincolo del Ministero pone con attenzione il confronto tra le strutture che reggono le pensiline di questi stadi, a cominciare da quello fiorentino: “l’armonico profilo curvilineo dei costoloni maschera gli sforzi di trazione e di compressione che ne hanno determinato la forma … anche nello stadio Flaminio è ottenuto lo stesso risultato statico rinforzando la parte iniziale dello sbalzo. In esso, tuttavia, è stata usata una tecnologia più sofisticata … Se si confrontano le sezioni del progetto per lo stadio a Swindon e per quello di Novara, molto simili a quella del Flaminio, si comprendono con immediatezza le analogie strutturali e formali, che fanno di queste opere i brani di un unico, straordinario racconto”. Nessun dubbio, quindi, per il Ministero, sull’importanza di tale elemento, anche in relazione ad altre opere dello stesso autore. Infine, la relazione di vincolo sullo stadio Flaminio prescrive di “rispettarne la struttura, l’impianto originario, nonché le finiture … fattori … fortemente identitari e non modificabili in una strategia di valorizzazione dell’impianto”. Ebbene, non riteniamo che questo “rispetto” possa tradursi nel conservare lo stadio di Pier Luigi e Antonio Nervi per poi seppellirlo sotto una struttura abnorme, che ne cancellerebbe la nuda essenzialità e lo collocherebbe fuori scala, alterandone il rapporto con il contesto urbano. L’esterno dello stadio letteralmente scomparirebbe, preceduto da una selva ridondante di giganteschi e fantasiosi telai in acciaio, lontanissimi dalla razionale sobrietà materica e morfologica del Flaminio. In definitiva, non possono non rilevarsi le contraddizioni contenute nella stessa relazione di progetto tra i generici intenti e le ridondanti espressioni di riconoscimento dell’opera dei Nervi: è possibile intervenire su impianti esistenti, anche vincolati, con progetti coerenti e di qualità, a condizione che vi sia una visione strategica condivisa tra pubblico e privato (pag. 29); gli stadi storici vincolati possono essere modernizzati senza rinunciare all’identità originaria (pag. 30); La proposta di riqualificazione dello stadio Flaminio si fonda su un equilibrio delicato tra conservazione e innovazione. L’obiettivo è duplice: da un lato, proteggere e valorizzare gli elementi identitari dell’impianto progettato da Pier Luigi Nervi (pag. 33): ma Pier Luigi non lo aveva progettato con il figlio Antonio? Per gli attuali progettisti la cosa non ha importanza. Gli elementi che definiscono il valore architettonico e strutturale dell’edificio sono molteplici … tra questi spiccano la pensilina della tribuna Ovest (pag. 33): come mai, allora, vogliono rimuoverla? E si potrebbe continuare. In conclusione, si ribadisce che il progetto è in totale contrasto con le motivazioni che hanno indotto il competente  Ministero   a  decretare  l’interesse   culturale  dello    stadio. Occluderne l’immagine e parcellizzarne la complessiva percezione è contrario, infatti, a qualsiasi intento di tutela e modificherebbe la natura ‘pubblicistica’ dell’opera, che non sarà più percepita nelle condizioni che rappresentano le modalità percettive di un’opera pubblica contemplate dalla letteratura economica. Una selva di telai metallici gesticolanti, di scale aeree, di passerelle, ben lontana dalla essenziale successione dei sostegni di Pier Luigi e Antonio Nervi, sostengono le gradinate aggiuntive del nuovo progetto, enfatizzandone il ‘fuori scala’ rispetto allo stadio esistente. Anteponendovisi, ne frantumano l’immagine unitaria, cancellandone ogni suggestione proveniente dal felice connubio tra architettura e paesaggio, di cui l’opera dei Nervi era stata un’interprete d’eccezione. Richiamiamo, in proposito, quanto fin dal 1936 scriveva Walter Benjamin sull’architettura: “Delle costruzioni si fruisce in duplice modo: attraverso l’uso e attraverso la percezione. O, in termini più precisi: in modo tattico e in modo ottico … Non c’è nulla, dal lato tattico che faccia da contropartita di ciò che, dal lato ottico, è costituito dalla contemplazione” (W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 1936). Le motivazioni e le prescrizioni contenute nella dichiarazione di interesse culturale dello stadio Flaminio di Roma sono interamente recepite dal Piano di Conservazione elaborato nell’ambito del programma Keeping It Modern, finanziato dalla Getty Foundation e acquisito in atti dalla Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma con prot. 346-A del 04.01.2021. A riprova di ciò, in una nota del 29.01.2021 con prot. 4827-P, il Soprintendente Speciale ha concordato nel ritenere “il Piano di conservazione elaborato quale strumento indispensabile in vista degli auspicabili interventi di restauro”. Ugo Carughi Ex Presidente Docomomo Italia Membro del Consiglio di Direzione e Coordinamento Tecnico dei Comitati Scientifici ICOMOS Italia Francesco Romeo ProfessoreOrdinario di Scienza delle Costruzioni Sapienza Università di Roma ROMA, 22 aprile 2026 Per osservazioni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com 24 aprile 2026 Vedi anche Stadio Flaminio – II Municipio – cronologia materiali 18 febbraio 2026 Presentazione del progetto dello Stadio della Lazio al Flaminio (> vai alll’articolo con il video della conferenza 26 giugno 2025 Piediperterra al Flaminio un’esplorazione urbana alla scoperta delle trasformazioni del quartiere VEDI IL VIDEO DELL’INTERVENTO di Maurizio Giodice sullo Stadio Flaminio 27 aprile 2025 Il video di Carteinregola: Stadio Flaminio: No a partire e grandi eventi in mezzo alle case – SI’ alla conservazione dell’opera architettonica e alla sostenibilità per gli abitanti 18 aprile 2025 Le associazioni diramano un comunicato: Stadio Flaminio: NO a partite e  grandi eventi in mezzo alle case SI’  alla conservazione dell’opera di Nervi e alla sostenibilità per gli abitanti (leggi) webinar QUALE FUTURO PER LO STADIO FLAMINIO?  Ripartire dalla conservazione per il rilancio  mercoledì 6 dicembre sulle pagine FB e Youtube di Carteinregola con Fondazione Pier Luigi Nervi Project, DOCOMOMO Italia, Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, VAS Verdi Ambiente e Società, Cittadinanzattiva Lazio (> vai alla registrazione ) NOTE [1] La lettera è stata inviata: alla Direzione del Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica, alla Direzione del Dipartimento Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda U.O. Gestione e Sviluppo Impiantistica Sportiva e alla Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma; per conoscenza al Sindaco Roberto Gualtieri, agli Assessori Veloccia, Onorato, Smeriglio, alla Soprintendente Speciale Dott.ssa Daniela Porro , oltre alla S.S. Lazio S.p.a. [2] SCARICA il Decreto di interesse culturale dell’opera di P.L. Nervi dal MiC (art. 10 lett. d del D.Lgs. 42/04), con provvedimento del 27.09.2018 n. 74. [3]Vai al sito Stadio Flaminio della Getty Foundation: Lo Stadio Flaminio di Pier Luigi e Antonio Nervi a Roma: un piano di conservazione interdisciplinare  con la storia dello Stadio e il progetto L’iniziativa, promossa in accordo con il Comune di Roma, il Dipartimento di Ingegneria Strutturale e Geotecnica della SAPIENZA Università di Roma, la Pier Luigi Nervi Project Association e Do.Co.Mo.Mo. Italia alla Getty Foundation – una delle istituzioni internazionali più prestigiose che sostengono la ricerca sull’arte, l’architettura e la conservazione – ha ottenuto il sostegno alla elaborazione di un piano di conservazione dello stadio Flaminio nel quadro dell’iniziativa di sovvenzione internazionale Keeping it Modern. Il programma di ricerca, dal titolo Lo Stadio Flaminio di Pier Luigi e Antonio Nervi a Roma: un piano di conservazione interdisciplinare, è stato approvato con delibera del 1 giugno 2017 ed è stato sviluppato da un team di specialisti nei vari settori disciplinari coinvolti nella ricerca, sotto la supervisione di un comitato scientifico internazionale. [4] 29 aprile 2025 l’Assemblea capitolina approva la Delibera di Giunta del 3 aprile “Studio di Fattibilita’ relativo ai lavori di ”Restauro e Ristrutturazione dello Stadio e del Parco Polisportivo Flaminio mediante recupero con restauro, ristrutturazione e valorizzazione dello Stadio Flaminio di Roma con annessa proposta di partenariato ai sensi del medesimo art.1, comma 304, lettera ”a” della L. 147/2013 come modificata dall’art. 62 della L. 96/2017”, presentato dalla Costruzioni Civili e Commerciali S.p.A., in qualita’ di mandataria del R.T.I. costituita con la Rubner Holzbau S.r.l. e la S.S.D. Roma Nuoto a.r.l. (Protocollo N. 10151 del 02/04/2025)” SCARICA LA DELIBERA [5] 18 febbraio 2026 Presentazione del progetto dello Stadio della Lazio al Flaminio (> vai alll’articolo con il video della conferenza
April 24, 2026
carteinregola
[2026-04-09] Grandi eventi o grandi speculazioni @ Zazie nel metrò
GRANDI EVENTI O GRANDI SPECULAZIONI Zazie nel metrò - Via Ettore Giovenale 16, Roma (giovedì, 9 aprile 19:00) GRANDI EVENTI O GRANDI SPECULAZIONI Sport e profitto sono ormai un binomio inscindibile: dietro la retorica dello spettacolo e dell’orgoglio nazionale si nasconde una scia di ecomostri incompiuti, colate di cemento e montagne di denaro pubblico drenato a favore di speculatori e grandi interessi immobiliari, veri registi dello sviluppo urbano. Attraverso leggi speciali, commissariamenti e deroghe, vengono aggirati diritti e tutele fondamentali, sacrificando ambiente, salute e territori sull’altare dell’emergenza e della velocità. Lo abbiamo visto con le Olimpiadi di Milano-Cortina, raccontate come “a costo zero” mentre il conto reale si misura in consumo di suolo, emissioni di CO₂, disboscamenti e perdita di biodiversità. Lo vediamo oggi a Bagnoli, a Napoli, dove l’area dell’ex Italsider — in attesa di una bonifica da oltre trent’anni — rischia di essere nuovamente piegata agli interessi dell’America’s Cup, rinviando ancora una volta giustizia ambientale e diritto alla salute. In territori segnati dall’abbandono e dall’incuria istituzionale, il copione si ripete. Tutto questo in nome di eventi che promettono sviluppo, prestigio e benessere diffuso, ma che producono privatizzazione degli spazi, cementificazione e disuguaglianze, lasciando profitti a pochi e macerie a molti. Perché questo meccanismo continua a riprodursi indisturbato a ogni grande evento? Cosa resta davvero, una volta spenti i riflettori? E soprattutto: quali strumenti abbiamo per opporci a questo modello di sviluppo e costruire alternative? Ne parliamo con Duccio Facchinetti direttore di Altreconomia, Antonella Mautone giornalista freelance, la fotografa Flavia Bravetti e alcun@ rappresentati dei Comitati che si oppongono a questi scempi.
April 3, 2026
Gancio de Roma
Ha perso il calcio di chi può pagarselo e dei campi sintetici
C’È IL CALCIO INTRATTENIMENTO FINE A SE STESSO, IL CALCIO DELLA VITTORIA COME UNICO TEMA DI INTERESSE, IL CALCIO CHE POCHE FAMIGLIE POSSONO PERMETTERSI DI PAGARE A BAMBINI E BAMBINE. È PRIMA DI TUTTO IL CALCIO DEI CAMPI SINTETICI SEMPRE PIÙ COSTOSI DA INSTALLARE E MANTENERE, OSPITATI IN CENTRI SPORTIVI CHIUSI E SEPARATI DALLA CITTÀ E DAI QUARTIERI. “SE NON PROVIAMO IN QUALCHE MODO A RIMETTERE MANO ANCHE A QUESTO NODO, URBANISTICO, ECONOMICO, SOCIALE – SCRIVE GIOVANNI CASTAGNO, INSEGNANTE, TRA I PROMOTORI ESQUILINO FC DI ROMA, SQUADRA NATA ALL’INTERNO DELL’ESPERIENZA DELLA SCUOLA APERTA PARTECIPATA DI DONATO DI ROMA – CON PROPOSTE SERIE, IN TOTALE DISCONTINUITÀ CON QUELLO CHE È STATO FATTO NEGLI ULTIMI DECENNI NON SOLO RISCHIEREMO DI ASSISTERE A ULTERIORI DISFATTE DEL NOSTRO CALCIO D’ÉLITES, IL CHE, SAREBBE IL MINORE DI MALI, MA A VIVERE IN CITTÀ SEMPRE PIÙ BRUTTE E INOSPITALI. E QUESTO FORSE SÌ, POSSIAMO PROVARE INSIEME A EVITARLO…” -------------------------------------------------------------------------------- Foto Esquilino FC di Roma, squadra nata all’interno dell’esperienza della Scuola aperta partecipata della Di Donato/Manin -------------------------------------------------------------------------------- “Lo vogliamo dire che non è più possibile che una famiglia debba pagare 1.000 euro all’anno per iscrivere un figlio alla scuola calcio? Ma se ne ha tre come fa?” Così Fabio Caressa. In quell’abbastanza vetusto e superato salottino su Sky in cui, sei uomini appassionati di calcio, giornalisti sportivi ed ex calciatori, dal discusso Di Canio, a Bergomi, a Marchegiani passano la loro domenica sera o le serate delle partite di coppa campioni. È una trasmissione che non vedo mai perché rimette in scena settimanalmente quell’ormai superato rituale del maschio italiano che discute di calcio come fosse una cosa seria, andando avanti per ore, commentando fino agli aspetti più microscopici un fallo o un gesto tecnico. Non ci sono donne, se non quando si tratta di menzionare il messaggio di un ascoltatore, uomo. O di riportare la dichiarazione di un altro addetto ai lavori, uomo, che ai microfoni di un’altra testata ha rilasciato una “importante” dichiarazione, quasi sempre a un altro uomo. Ma all’indomani della disfatta (ennesima) azzurra, mentre navigavo su youtube senza particolari scopi, me lo sono ritrovato proposto dalla mia profilazione, dopo che avevo visto un frammento della conferenza stampa del presidente della Figc, Gabriele Gravina, curioso di scoprire quali rocambolesche e funamboliche trovate avrebbe condiviso con la stampa. Ecco. Prima di entrare nel merito di un argomento che mi sta chiaramente a cuore visto il lavoro che svolgo. Fermiamoci un attimo sul “circo mediatico”. Una parte del problema risiede sicuramente qui, nella narrazione che i media nel nostro paese fanno del calcio, nell’arretratezza dei contenuti, dei modi, degli stili che si continuano ad adottare rispetto ad altri paesi dove pure è vero che esistono contraddizioni, ma il quadro appare sicuramente meno sconfortante. Il “circo mediatico” che, questo non da ieri, dai Biscardi ai pendolini di Maurizio Mosca, passando per le Domeniche sportive di Pecci e Panatta (almeno un po’ più ironico e divertente) Italo Cucci o Zazzeroni, con derive nel passato forse ancora peggiori di queste dell’epoca “interessante” per dirla con Zizek che ci sta toccando in sorte, ha accompagnato le vicende di questo sport alimentando un vuoto siderale di cultura, di riflessione, di proposte etiche e valoriali. Esempi virtuosi se ne trovano pochissimi, certo, ma se paragoniamo, pur nella diseducativa proposta sportiva televisiva programmi come “il processo alla tappa” di Sergio Zavoli, a queste ridicole formule, magari non sguaiate, ma di un vuoto culturale cosmico, in confronto appunto a esempi di programmi che invece davano un senso più profondo, più umano, all’impresa sportiva come quella del ciclismo, ci rendiamo conto del essere di fronte a un problema culturale profondissimo. Generazioni intere di appassionati si sono nutriti e continuano a nutrirsi di contenuti propri di un’ideologia che fa dell’intrattenimento fine a se stesso il proprio principale motore. Della vittoria l’unico tema di interesse. Del risultato sportivo l’unico totem sul quale sacrificare tutto il resto. Della polemica arbitrale la ragione principale di esistere. Quando però, come l’altra sera, di torti arbitrali non si può parlare (per la verità in occasione della partita un pochino qualcuno ha anche tentato di farlo) di vittoria neppure, perché arriva l’ennesima delusione, si è messi di fronte a problemi che per anni si è fatto finta di non vedere cercando di concentrare l’attenzione solo ed esclusivamente sugli aspetti più superficiali del fenomeno sportivo, eliminando tutto il resto. D’altronde non è forse questo il paese in cui si fanno dimettere sottosegretari condannati solo per nascondere la sconfitta a un referendum che si era convinti di vincere? E il calcio per certi versi incarna perfettamente questi vizi di cui il potere, alle nostre latitudini, mostra di fare una fatica enorme a liberarsi. Ma la Storia ha pronte spesso svolte che non si vuole vedere arrivare. Ed è possibile che oggi ci si trovi di fronte a una di queste. Vedremo. Intanto, da appassionati, ma anche da osservatori di fenomeni complessi, come il calcio, siamo consapevoli che i problemi di questo sport che in parte hanno condotto agli insuccessi oggi sotto gli occhi di tutti dipendono da scelte politiche, economiche, sociali che hanno ricadute molto più grandi di quelle esclusivamente sportive. Cosa scopriamo oggi secondo commentatori e giornalisti? Cosa si sente dire oggi chi si occupa di calcio, chi ne è appassionato, chi allena o semplicemente gioca o fa giocare i propri figli in una scuola calcio? Scopre che sotto i propri occhi stavano emergendo contraddizioni insanabili. Su tutte e con aspetti sfaccettati di cui fino alla disfatta era raro sentirsi lamentare quella economica. I costi che oggi vanno sostenuti per giocare al calcio non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli di chi come me ha cominciato a giocare nelle prime scuole calcio che si affacciavano timidamente alla fine degli anni Settanta all’orizzonte, in un sistema-calcio ancora in buona misura egemonizzato da strada, oratori e campetti. Convinti che un’ampia fascia della popolazione non abbia difficoltà a sostenere quella spesa non molti non hanno pensato come invece fosse ancora grande la fascia di quelli per cui è impossibile. Per esempio molte famiglie straniere. Di fatto la stragrande maggioranza delle squadre di calcio giovanile è composta esclusivamente da italiani. Quindi, come per quanto riguarda il materiale, iscriversi è un sacrificio troppo grande per molte famiglie. La conseguenza indiretta è aver favorito un clima di aspettative eccessive, di desideri eccessivi che intossicano il clima del calcio giovanile e lo avvelenano spingendo molti a lasciare e quelli che continuano a investire molte più energie di quanto non si facesse prima nel percorso sportivo pur di arrivare più avanti possibile. Anche tralasciando le ricadute psicologiche e sociali prodotte dal drop-out dei giovani atleti che lasciano perdere perché non riescono a sottostare a queste logiche ci rendiamo conto che è ormai diffusissima la pratica di pagare una squadra perché il proprio figlio abbia una opportunità in più e possa proseguire nonostante non sempre il suo rendimento sembri essere all’altezza delle richieste strettamente sportive? Ma la diffusione capillare e precocissima del calcio attraverso la disseminazione di centri specializzati – centri sportivi chiusi e separati dalla città e dai quartieri – dove oggi si allarga la proposta addirittura a bambini che non hanno ancora compiuto cinque anni, dove si sono convinti genitori e famiglie bisognose di attività per i propri bambini a iscriverli così piccoli, è un fenomeno ancora più perverso. Contiene al suo interno un processo di espulsione dallo spazio pubblico e di reclusione in quello privato del calcio, che nonostante la diffusione di testi sulle metropoli contemporanee, da Mike Davis a David Harvey, non si è abbastanza ragionato. Uno sport come il calcio non può vivere, in termini di popolarità, sia nell’accento simbolico, che in quello materiale, cioè della sua diffusione, se lo si rinchiude. Se si spezza il circuito virtuoso, agonismo-campetto, campetto-agonismo. E le nostre città sono ormai concepite, poiché sottoposte a una divisione rigida del lavoro e degli spazi, a un processo di valorizzazione della rendita finanziaria feroce e inarrestabile. A meccanismi per i quali gli spazi di cui ha bisogno il calcio non sono tollerabili. Non sono possibili. Se noi non cogliamo questo elemento fondamentale non comprendiamo nulla di quanto non stia succedendo in questo momento nel nostro paese. E non comprendiamo neanche, vittime di un provincialismo arrogante e presuntuoso, che il capitalismo stesso assume forme diverse e sa rispondere alle proprie contraddizioni evitando di avvitarsi in spirali di crisi poi irreversibili nelle maggiori metropoli del pianeta. Città come New York, Parigi, Londra, Madrid, Barcellona, non sono meno di Roma o di Milano, sottoposte alla morsa di fenomeni transnazionali potentissimi, eppure hanno saputo trovare dei contrappesi, adottare delle misure che ponessero rimedio a ricadute che altrimenti avrebbero determinato conseguenze dal punto di vista sociale assai pericolose per la sopravvivenza del sistema stesso. Qui da noi invece, almeno da trent’anni, a fronte di una incapacità del sistema di redistribuire le enormi risorse generate dal calcio professionistico, società di medie e piccole dimensioni hanno dovuto adattarsi alla richiesta degli utenti di adeguarsi a terreni sintetici sempre più costosi da installare e mantenere. Per una piccola scuola calcio con uno spazio relativamente limitato a disposizione rientrare da un investimento di decine di migliaia di euro è diventato sempre più complesso. Anche in questo caso la costruzione di un immaginario distorto ha giocato un ruolo molto importante. La vecchia e polverosa pozzolana ha progressivamente trovato sempre maggiori resistenze se non un vero e proprio disprezzo da parte di chi sognava di calcare il morbido prato dell’Olimpico e si immaginava campione senza esserlo. Si è di fatto sostanzialmente affermata l’idea di sublimare quel sogno vendendo una sua versione “tarocca”, quella della contraffazione che però ha incontrato un grande favore. Il verde è lo stesso, ma tra quella vera e quella finta c’è la stessa distanza che intercorre tra un intervento in anticipo di Franco Baresi e lo scomposto takle di un Bastoni qualsiasi. Restare al parco, rimanere nello spazio pubblico, una scelta minoritaria, controcorrente, tipica di quegli irriducibili romantici che riscuotono simpatie ma ai quali tutti rapidamente voltano le spalle. Il calcio è di tutti, e anche il sogno di poterlo praticare ad alti livelli. Ma non tutti ci possono riuscire. Pensare invece di poter rivendere un pezzettino di quel sogno a tutti è stata una mossa dal punto di vista economico geniale, ma dal punto di vista culturale, sociale e ambientale terribile. Adesso immaginare di smontare le decine di campi di sintetico che si sono diffusi in giro per le nostre città velleitario. Pensare di riportare a giocare i bambini nel fango d’inferno e a sporcarsi di polvere d’estate ingenuo. Eppure se non proviamo in qualche modo a rimettere mano a questo nodo, urbanistico, economico, sociale con proposte serie, in totale discontinuità con quello che è stato fatto negli ultimi decenni non solo rischieremo di assistere a ulteriori disfatte del nostro calcio d’élites, il che, sarebbe il minore di mali, ma a vivere in città sempre più brutte e inospitali. E questo forse sì, possiamo provare insieme a evitarlo. -------------------------------------------------------------------------------- Giovanni Castagno, insegnante a Roma, da anni promuove attraverso lo sport anche progetti educativi e interculturali con l’Esquilino FC. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ha perso il calcio di chi può pagarselo e dei campi sintetici proviene da Comune-info.
April 2, 2026
Comune-info
Le atlete transgender rimangono fuori dalle Olimpiadi: scienza o politica?
Immaginate di essere un’adolescente transgender che intraprende uno sport. Immaginate la meraviglia, l’adrenalina, il senso di appartenenza che un gioco di squadra può generare. Ora immaginate di subire continue microaggressioni per il fatto stesso di esistere, da parte a volte delle compagne di squadra, magari delle persone che vi allenano, delle squadre avversarie. Immaginate di dover fare tutto questo e intanto essere all’altezza di una performance sportiva in abiti scomodi poco adatti a voi, al vostro corpo “non conforme”. Immaginate dovervi sottoporre a una terapia ormonale sostitutiva con tutte le difficoltà anche di reperimento di farmaci che spesso rendono la vostra affermazione di genere una corsa a ostacoli. > Risulta piuttosto difficile immaginare come quanto premesso non abbia alcun > impatto nello sviluppo di una persona, condizionando la sua salute mentale, > per non parlare di una performance sportiva, specialmente ai livelli > competitivi più alti. E però, si dirà, ed è questa la via recentemente seguita dal Comitato Internazionale Olimpico, avendo avuto l’adolescenza di un maschio, questa donna transgender sarà sicuramente avvantaggiata dal testosterone prodotto dal suo corpo in quella fase della vita. È dello scorso 26 marzo, infatti, l’annuncio della nuova politica del comitato organizzatore dei giochi olimpici e illustrata da Kirsty Coventry, presidente del CIO. La nuova policy, elaborata da un working group dedicato i cui lavori, secondo diverse fonti, si sono svolti in modo piuttosto opaco, stabilisce che l’idoneità a partecipare ai giochi dovrà essere dimostrata attraverso un test genetico una tantum che riveli la presenza del gene SRY, responsabile dell’avvio del gene maschile negli esseri umani. Il test dovrà essere somministrato attraverso un prelievo di saliva da effettuarsi per mezzo di un tampone. Qualora il gene sia tracciato le atlete verranno automaticamente escluse da tutte le competizioni femminili in nome di un ipotetico quanto indimostrato vantaggio biologico, conservando comunque la possibilità di partecipare alle gare riservate alle altre categorie. > Questo con buona pace di diversi studi e recenti articoli scientifici > piuttosto autorevoli che dimostrano che né il testosterone, né l’eventuale > diversa composizione corporea garantiscono maggiore forza o una prestazione > sportiva superiore delle atlete transgender e intersex rispetto alle loro > colleghe biologicamente donne. Non siamo nel reame delle opinioni da bar, si > tratta di evidenza scientifica. E, del resto, persino la storia della > partecipazione delle atlete trans a olimpiadi e paralimpiadi lo confermano. «Dopo i Giochi Olimpici del 1996, il CIO ha votato per interrompere i test di verifica del sesso in quanto scientificamente ed eticamente ingiustificabili, poiché si trattava di un test impreciso per determinare sia il sesso che un eventuale vantaggio atletico degli atleti coinvolti, e causava loro un danno considerevole. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, UN Women, l’Associazione medica mondiale, l’Associazione medica degli Stati Uniti e, più recentemente, un gruppo di esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno da tempo condannato i test di verifica del sesso e gli interventi medici non necessari in quanto discriminatori, non etici e dannosi», hanno affermato in una replica la SRA (sports and right alliance), ILGA world e Humans of Sport . > «Obbligare donne e ragazze a sottoporsi a screening genetici obbligatori solo > per fare sport significherebbe ripristinare una pratica che – anche nel caso > di “test una tantum” – viola la loro privacy, le espone a giudizi e > umiliazioni pubbliche estreme, e apre la strada a interventi medici non > necessari», prosegue il comunicato. Occorre inoltre tenere a mente che le atlete trans e intersex, che da questa pratica verrebbero danneggiate e spesso a partire dalla minore età, appartengono già di fatto a uno dei gruppi maggiormente stigmatizzati nello sport. Risulta dunque difficile comprendere la logica secondo la quale queste atlete andrebbero escluse in nome della “correttezza” e dell’equità, come riporta anche la National Library of Medicine. Eppure, la scure della “polizia del genere” potrebbe sferrare i suoi primi colpi già a partire dalle olimpiadi previste a Los Angeles nel 2028. Il sospetto che il CIO si sia voluto semplicemente adeguare allo spirito dei tempi, come conseguenza delle politiche repressive condotte dal governo federale e da alcuni stati degli USA contro i diritti delle persone trans, assume dunque contorni piuttosto concreti, visti anche i timori di Coventry circa uno scontro frontale con il presidente su questa e altre questioni, riporta l’Independent. > «Quegli stessi giochi olimpici che non si sono mai fatti scrupoli nel far > partecipare delegazioni di paesi guerrafondai e colonialisti, poiché “lo sport > è per tutti”, oggi invece ci dicono chi non è gradito», scrive Roberta > Parigiani, avvocata e presidente del movimento identità trans, invitando al > boicottaggio delle prossime olimpiadi. «Lo sport è di tutti e per tutti: ma non per le donne trans che da oggi saranno escluse con un test genetico». Chi vivrà, vedrà, recita l’adagio. Il punto è capire come come la società sceglie di vivere e le istituzioni di regolare: un approccio prettamente essenzialista, che riduca le persone al puro dato genetico, è la direzione più sicura, la più equa, da percorrere? Se sì, per chi? La copertina è di Ivana Noto SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Le atlete transgender rimangono fuori dalle Olimpiadi: scienza o politica? proviene da DINAMOpress.
April 2, 2026
DINAMOpress
“Oscar dell’Ecoturismo – Lombardia” di Legambiente all’EcoOstello Interflumina
Il resort sito a Casalmeggiore, in provincia di Cremona, è stato insignito del riconoscimento all’evento svolto sabato 14 marzo nello stand di PEFC Italia alla 22esima edizione della fiera Fà la cosa giusta. L’Oscar dell’Ecoturismo assegnato da Legambiente premia “la sua straordinaria capacità di coniugare le esigenze di un turismo responsabile e sostenibile con proposte dedicate ai mondi della scuola, dello sport, dell’arte, della natura e della cultura, coinvolgendo famiglie, associazioni e istituzioni”. Sulla rotta della ciclovia VENTO che collega Venezia e Torino, nel triangolo della Pianura Padana che si interseca con le province di Cremona, Mantova e Parma e racchiuso tra i fiumi Po e Oglio, l’EcoOstello Interflumina – Cascina Sereni offre numerose opportunità per escursioni nel Bosco di Santa Maria e nel Parco Golena del Po e lungo gli itinerari del nascente Cammino del Po, un nuovo percorso naturalistico che, partendo da Casalmaggiore, attualmente si estende fino ai territori piacentini. La sua storia è cominciata con l’attuazione del progetto “Sport&Inclusion: Cascina Sereni in Santa Maria dell’Argine” finanziato dalla Fondazione Cariplo e sviluppata grazie al contributo di un privato, il signor Sergio Sereni, e al supporto di un esperto in pedagogia, il professor Amilcare Acerbi. La donazione di una cascina agricola dismessa infatti ha permesso di realizzare il “sogno coltivato” dall’ASD ATLETICA INTERFLUMINA è più Pomì affiliata alla FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera olimpica e paralimpica) e alla FISO (Federazione Italiana Sport Orientamento). La struttura offre a giovani atleti e studenti l’opportunità di vivere esperienze formative, emozionali e inclusive in immersione nella natura e nella cultura del territorio. L’EcoOstello si distingue per il suo approccio educativo innovativo, che integra sport, salute e inclusione con l’obiettivo di favorire la rigenerazione attraverso il contatto con la natura e attività pedagogico-didattiche basate su metodologie cooperative ispirate da Freinet e Don Milani e strumenti come il Circle-Time e il Diario di Bordo. Dai referenti di Legambiente – Sebastiano Venneri, responsabile dell’area Territorio e Innovazione, Antonio Nicoletti, responsabile nazionale Aree Protette, e Paola Fagioli, direttrice della sezione Emilia-Romagna – il riconoscimento è stato consegnato ai rappresentanti di Interflumina è più Pomì – il presidente Carlo Stassano, la vicepresidente Linda Baroni insieme alla figlia Francesca e i consiglieri Calogero Tascarella e Monette Taillefer – accompagnati dal sociologo Mauro Ferrari e dal presidente di Legambiente Cremona, Gigi Rizzi. Maddalena Brunasti
March 16, 2026
Pressenza
8 Marzo: superare le disparità di genere nello sport
Tra i giovani di 11-14 anni solo il 56,8% delle femmine pratica uno sport, a fronte del 65,9% dei coetanei maschi. Ma il divario aumenta con il crescere dell’età: nella fascia d’età 15-17 anni le ragazze che fanno sport scendono a 42,6% (i maschi sono invece il 58,4%). Anche i ruoli dirigenziali sportivi non sono ancora equamente accessibili alle donne. In Italia, il 21,6% delle bambine abbandona la pratica sportiva, contro il 15,1% dei ragazzi e il divario aumenta con l’età. Dopo i 18 anni il gap rimane stabile con il 31,9% delle ragazze che fa sport a fronte del 47,4% dei ragazzi. Inoltre, le donne occupano solo il 19,8% dei ruoli da allenatrici, il 15,4% dei ruoli da dirigenti di società, il 12,4% dei ruoli da dirigenti di federazione e il 18,2% di quelli di “Ufficiali di gara”. Numeri confermati dall’Istat, che nel dossier “La pratica sportiva in Italia” (giugno 2025) ha certificato come la quota di chi non pratica sport sia particolarmente alta tra le donne (68,1%, contro il 56,6% degli uomini). Sono i numeri della disparità di genere nello sport, che fanno dire a Paolo Ferrara, direttore generale di Terre des Hommes che “è fondamentale che le ragazze abbiano le stesse opportunità di partecipazione, di crescita e di successo nello sport dei coetanei maschi, così come è fondamentale che gli allenatori e le allenatrici possano essere supportati con una formazione adeguata per comprendere e promuovere questi principi. In un momento come l’8 marzo, rinnoviamo il nostro impegno verso un futuro dove lo sport sia davvero per tutti e tutte, senza barriere. Lo sport è uno dei contesti sociali più importanti dove poter educare i giovani ai valori dell’inclusione, rispetto e parità”. E per aiutare a rendere lo sport un contesto più sicuro e accogliente per ragazze e donne, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, Terre des Hommes lancia un corso rivolto ad allenatori e allenatrici delle società sportive. La formazione prende avvio proprio l’8 marzo all’interno del progetto “Sport4Rights” promosso da Terre des Hommes insieme a Fondazione EOS e a Specchio Magico e sostenuto dal Ministero per lo Sport e mira a sensibilizzare gli operatori e le operatrici del settore sulla necessità di garantire pari opportunità a ragazze e donne nell’ambito sportivo, prevenendo le discriminazioni e promuovendo una cultura inclusiva e rispettosa. Il progetto rientra nelle numerose attività di Terre des Hommes a favore della parità di genere, supportando il cambiamento culturale in un settore ancora troppo segnato da disuguaglianze. Secondo il Gruppo di Lavoro “Psicologia dello Sport e dell’Esercizio Fisico” dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, tra le principali criticità nello sport femminile emergono pressioni sociali legate all’immagine corporea, stereotipi di genere e la mancanza di modelli di riferimento adeguati. Il fenomeno del drop-out sportivo è spesso associato a fattori psicologici e sociali, come aspettative differenziate, minore supporto e una narrazione sportiva che continua a marginalizzare le performance femminili. L’Ordine degli Psicologi del Lazio auspica che la psicologia dello sport possa svolgere un ruolo determinante nel sostenere percorsi di inclusione, fiducia e benessere mentale e al fine di costruire un sistema sportivo realmente equo e inclusivo, propone di: investire in programmi di partecipazione sportiva femminile sin dall’età scolastica; favorire percorsi di carriera sportiva e dirigenziale per le donne; garantire maggiore visibilità allo sport femminile e una distribuzione più equa delle risorse; valorizzare il contributo della psicologia dello sport nel promuovere benessere mentale e comunità sportive inclusive  (https://ordinepsicologilazio.it/post/8marzo-sport-inclusione).  Oltre al progetto Sport4Rights, Terre des Hommes è impegnata in numerose iniziative di sensibilizzazione e formazione: 1. Il Toolkit “Parità in Campo” realizzato con Fondazione Milano-Cortina: uno strumento formativo per sensibilizzare sul contrasto alle discriminazioni di genere nello sport. Il toolkit è stato distribuito il 7 marzo a più di 800 bambini e bambine durante la Brescia Art Marathon. Sarà inoltre organizzata una giornata di formazione aperta a insegnanti, allenatori ed educatori, per guidarli nell’utilizzo del Toolkit. 2. La collaborazione con Avon per portare i temi della parità di genere nelle scuole, promuovendo l’inclusività e sensibilizzando le nuove generazioni sui diritti delle ragazze nello sport. 3. La campagna #iogiocoallapari che da anni coinvolge diverse federazioni sportive in occasione della Giornata Mondiale delle Bambine e delle Ragazze (11 ottobre), per incoraggiare la partecipazione delle bambine e ragazze alla pratica sportiva. 4. No Ragazze No Rugby: il tour, realizzato in collaborazione con la Federazione Italiana Rugby, che ha coinvolto oltre 5000 persone in tutta Italia per promuovere la partecipazione delle ragazze al rugby, superando pregiudizi e stereotipi. 5. A Librino (Catania) il Rugby e lo sport diventano strumenti di promozione e inclusione sociale, grazie al sostegno alle ragazze della Vulcano Rugby. Qui per maggiori informazioni sul progetto Sport4Rights: https://www.sport4rights.org/.  Giovanni Caprio
March 8, 2026
Pressenza