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Boicotta i mondiali di calcio
PROBABILMENTE MAI COME IN PASSATO C’È CHI PROPONE DI BOICOTTARE LA PROSSIMA COPPA DEL MONDO DI CALCIO IN PROGRAMMA TRA UNA DECINA DI SETTIMANE IN USA, CANADA E MESSICO. C’È CHI PROTESTA PER LA VIOLENZA DI WASHINGTON CONTRO I MIGRANTI, CHI PER LA QUESTIONE GREONLANDIA, CHI PER LE GUERRE SCATENATE NEL MONDO, MA ANCHE CHI, NEI PIANI PIÙ BASSI DELLA SOCIETÀ, DENUNCIA IL FURTO D’ACQUA E LA GENTRIFICAZIONE INTENSIFICATI IN DIVERSI QUARTIERI DI CITTÀ DEL MESSICO -------------------------------------------------------------------------------- Gli abitanti di Santa Úrsula Coapa hanno organizzato proteste anti-Mondiali di fronte allo Stadio Azteca, denunciando il furto d’acqua e la gentrificazione che, hanno raccontato, si sono intensificati in vista dei Mondiali del 2026 (che si disputeranno in giugno e luglio, per la prima volta in tre paesi: Usa, Canada e Messico, ndt). La protesta è cominciata nelle strade della città con striscioni e slogan come “Boicottaggio totale dei Mondiali” e “Vogliamo una casa, non ci importa niente dei Mondiali”. Durante la manifestazione, i partecipanti hanno invitato altri residenti a unirsi al movimento con frasi come “Il vicino consapevole si unisce al contingente”. Nell’ambito della protesta, si sono tenute delle “Partite di calcio anti-FIFA” sulla Calzada de Tlalpan, dove un campo improvvisato è stato dipinto per piccole partite di calcio di fronte allo stadio. I giocatori hanno detto di usare lo sport come forma di protesta e per difendere il loro territorio. Attraverso il calcio, i partecipanti hanno condannato l’espansione del turismo, che, hanno spiegato, minaccia lo sfollamento delle comunità e la mercificazione dello spazio. “Non permetteremo la continua mercificazione delle terre indigene”, hanno detto. In Messico, lo Stadio Azteca sarà la sede principale della Coppa del Mondo 2026, un evento che ha generato aspettative di aumento del turismo e dello sviluppo immobiliare nella parte meridionale della capitale. I residenti sostengono che queste trasformazioni antepongono gli interessi economici al diritto all’acqua, alla casa e al diritto di rimanere sulla propria terra. Qui il fotoreportage pubblicato da Desinformemonos. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Boicotta i mondiali di calcio proviene da Comune-info.
March 5, 2026
Comune-info
BUON COMPLEANNO a Yusra Mardini
Una storia di esilio, sport e solidarietà. di Bruno Lai. Yursa Mardini è una giovane siriana che vive a Damasco e si dedica al nuoto con passione ed ambizione. Nell’estate del 2015, insieme alla sorella Sarah, decide di fuggire dalla Siria, infiammata dalla devastante guerra civile. Siccome già allora la fortezza Europa rende difficile la vita di chi desidera vivere
LEVANTE: LA “DIPLOMAZIA OLIMPICA” DI PECHINO ALLA PROVA DI MILANO – CORTINA 2026.
Le Olimpiadi invernali Milano – Cortina (e, più in generale, i grandi eventi sportivi) visti da Pechino. Questo il macrotema al centro della puntata di febbraio 2026 di Levante, approfondimento mensile di Radio Onda d’Urto dedicato all’Asia orientale, tra Cina e dintorni. Su Radio Onda d’Urto intervista a due con il nostro collaboratore Dario Di Conzo – co-curatore di Levante, ricercatore alla Scuola Normale Superiore e docente a contratto di riforme economiche della Cina contemporanea all’Orientale di Napoli – e con Veronica Strina, adjunt professor all’American University of Rome e docente a Salerno in Lingua, cultura e istituzioni della Cina. Veronica Strina ha, tra i principali interessi di ricerca, la diplomazia pubblica cinese e in particolare la “diplomazia olimpica e sportiva”, ossia come lo sport diventi uno strumento di proiezione internazional, di ridefinizione degli equilibri globali e anche di quelli di politica interna. Con Di Conzo e Strina partiamo dai Giochi olimpici 2008 a Pechino, percorrendo un viaggio negli ultimi (quasi) 20 anni tra Olimpiadi, Mondiali e altri grandi eventi sportivi, diventati “un laboratorio che sempre più spesso anticipa le tendenze di politica internazionale, tra ricerca di visibilità e affermazione delle proprie proiezioni internazionali”. Durante la puntata di Levante ci concentriamo in particolare sull’investimento della Repubblica Popolare Cinese in ambito “olimpico”, non solo a livello internazionale ma pure a livello di politica interna, riprendendo una lunga tradizione che vede lo sport, l’insegnamento dell’educazione fisica (dal 2025, nelle scuole di base è stata introdotta l’obbligatorietà di 2 ore settimanali di sport) e la pratica di attività fisiche per le masse come “strumento di riscatto” o, per dirla alla Xi Jinping, della “grande rinascita della Nazione”. In questo senso il lusinghiero risultato di atlete e atleti cinesi a Milano – Cortina (con il miglior medagliere di sempre alle Olimpiadi invernali) è stato presentato dentro la Repubblica popolare cinese come un riflesso della (ritrovata) grandezza di Pechino, unica città al mondo a ospitare sia le Olimpiadi estive (2008) che quelle invernali (2022). Su questo Pechino intende continuare a investire, come chiarito da Tong Lixin, vice capo della delegazione cinese a Milano – Cortina: “La Cina ha inviato la sua più ampia delegazione di sempre a un’Olimpiade invernale all’estero, con 126 atleti in 91 competizioni e 15 discipline. La squadra ha chiuso con 5 ori, 4 argenti e 6 bronzi, miglior risultato di sempre a un’Olimpiade invernale all’estero ed eguagliando le medaglie di Pechino 2022”. Tong ha tuttavia evidenziato che le 15 medaglie mantengano “la Cina nella posizione di inseguitrice, rendendo ancora necessario uno sviluppo nel lungo termine. Siamo ancora indietro rispetto alle potenze mondiali degli sport invernali”, ha concluso Tong Lixin, lasciando capire che per il futuro l’obiettivo – sportivo, di immagine e dunque anche politico – di Pechino è quello di crescere ancora, ponendo il Paese tra i leader globali (anche) degli sport invernali. La puntata di febbraio 2026 di “Levante” su Radio Onda d’Urto dedicata alla Cina tra sport, vetrina globale e politica, domestica e internazionale, con Dario Di Conzo e Veronica Strina. Ascolta o scarica  
February 28, 2026
Radio Onda d`Urto
No al NBA Europe a Roma
Le mani del mercato americano si allungano sull'Europa e su Roma per gli NBA che no vedono neanche a Roma una presenza di una squadra di Basket.    NO NBA EUROPE A ROMA! Nelle ultime settimane stanno imperversando le indiscrezioni sulla futura “NBA Europe”, una sorta di lega europea di basket a 12 squadre, costruita dalla National Basketball Association secondo i crismi e le dinamiche tipiche statunitensi. Leggiamo che il general manager di NBA Europa, George Aivazoglou, intervenendo all’'Università Bocconi (e dove altrimenti?) ha anticipato quali saranno le probabili città e squadre che faranno parte del primo campionato, che dovrebbe iniziare ad ottobre 2027. Tra queste, c’è anche Roma. Come sa benissimo chi a Roma segue e ama la pallacanestro, la nostra città non ha al momento una squadra nella massima serie di basket italiano, tantomeno compagini che gareggiano in Europa ma soffre, anzi, di una drammatica carenza di strutture sportive pubbliche e un sistema di assegnazioni delle stesse che rende difficile l’accesso all’attività e crea scontri e tensioni tra le associazioni sportive. Quella di NBA Europe sarebbe quindi un’operazione totalmente commerciale, volta a sfruttare al massimo il potenziale economico della nostra città, il suo bacino di popolazione e ancor di più quello enorme di turisti. La stessa logica che sta progressivamente gentrificando il territorio, espandendosi a macchia d'olio dal centro fino ai quartieri più periferici, come il quadrante est in cui viviamo, un sistema a caccia di opportunità di investimento e che poco si cura delle esigenze e dei desideri della comunità. E il capitale che cerca di accaparrarsi qualsiasi cosa monetizzabile, fosse pure una squadra di basket che ancora non esiste, senza alcun riguardo per tutte le squadre che invece cercano di trovare un loro spazio e una loro dimensione nel contesto locale. A questo piano dobbiamo opporci, sin da ora. Roma è una città che anche dal punto di vista sportivo, soffre tantissimo le disuguaglianze sociali, in crescita come non mai negli ultimi anni. L'accesso allo sport per bambine e bambini, ragazze e ragazzi, è diventato sempre più difficile a causa dei costi elevati, delle infrastrutture fatiscenti e dalla mancanza di una visione politica. Come Lokomotiv Prenestino, da anni lottiamo per costruire un’alternativa, consapevoli che fare sport è un diritto e non può essere un privilegio, che le comunità territoriali ne traggono benefici reali e concreti. Per questo motivo dobbiamo opporci alle mire di mercato di NBA Europe, alle logiche che sottendono il progetto, che abbiamo già visto essere fallimentari per il calcio, dove la costante mercificazione ha portato all’esclusione di grande parte della popolazione, sia come atlet3 che come tifos3. E gli aspetti negativi non si fermano qui: assistiamo, nel calcio come nel basket mainstream, ad una costante ricerca di ragazz3 sempre più giovani, trasformat3 in cavalli da corsa, oggetti di mercato su cui investire, con crescenti pressioni psicologiche e performative. Lo sport deve rimanere divertimento e salute, accessibile a tutt3. Chiediamo quindi a tutte le realtà, romane e non, di opporsi sin da subito alla proposta di NBA Europe, di far sentire la nostra voce in maniera forte e chiara. Di chiedere che si investa in accessibilità, strutture, formazione degli istruttori e lotta ad ogni tipo di discriminazione. Il primo obiettivo è di organizzare un’assemblea territoriale comune per portare avanti questa campagna e dire no al progetto NBA Europe a Roma, sperando che gli altri territori raccolgano la proposta e si attivino allo stesso modo. A questo link trovate il form per scriverci ed aderire: https://forms.gle/RPskuyry884vT6Cu8 ASD Lokomotiv Prenestino
February 26, 2026
Radio Onda Rossa
Gli atleti israeliani
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- In questi giorni si stanno svolgendo i XXV Giochi olimpici invernali, noti anche come Milano Cortina 2026, e, mentre il mondo celebra l’universalità dello spirito olimpico, io cerco i volti dei miei carnefici, fra gli “atleti” israeliani. Come si passa dall’essere un’educatrice che vuole portare aiuti umanitari a una persona che cerca i volti dei propri torturatori in una cerimonia olimpica? In un mondo giusto io dovrei essere a Gaza a svolgere il mio lavoro di educatrice in emergenza, con il pieno sostegno del mio Stato e protetta dal diritto internazionale. Invece mi ritrovo davanti a uno schermo a scrutare i volti di ex IOF israeliani che sfilano come eroi, per cercare qualsiasi dettaglio che mi permetta di riconoscere chi mi ha fatto del male. Quando sono partita da Otranto, sulla nave “ospedale” Conscience, ero piena di speranza ma consapevole di non avere la certezza di arrivare a Gaza. Ero anche a conoscenza del “trattamento” riservato dagli israeliani a tutti coloro che cercano di portare aiuti umanitari in Palestina. Non mi sono mai illusa di tornare illesa, ma sapevo che non c’era assolutamente nulla che potessero fare al mio corpo che non avessero già fatto alla mia anima in questi due anni di genocidio. E soprattutto sapevo che qualsiasi cosa sarebbe stata temporanea e infinitamente insignificante rispetto a quello che le mie sorelle e i miei fratelli palestinesi subiscono ogni giorno. E avevo ragione, su tutto. Ad eccezione di una cosa che non avevo calcolato: le torture e gli abusi fisici finiscono; la violenza istituzionale, no. Da quando sono tornata ho cercato in tutti i modi di resistere all’identità di “vittima”, anche per mantenere il focus su chi continua a soffrire: quello che ho subito io in pochi giorni, i palestinesi lo subiscono da decenni, e sentire sulla mia pelle parte di ciò che provano mi ha fatto sentire “allineata” per la prima volta in due anni. Ma io sono potuta tornare a casa. Loro no. E per settimane ho vissuto una specie di sindrome del sopravvissuto che mi ha fatto sentire colpevole di non essere ancora lì, impedendomi di raccontare ciò che avevo subito perché troppo “insignificante” se paragonato a quello che vivono a Gaza. Vedere celebrati come atleti, quasi come eroi, persone che potrebbero avermi torturato mi ha risvegliato da questo limbo emotivo: quello che sto vivendo rappresenta esattamente lo stesso tipo di impunità sistematica che permette ciò che sta accadendo a Gaza. Non devo scegliere tra di-gnificare il mio dolore e onorare il loro. Entrambi meritano spazio, perché entrambi denunciano lo stesso sistema di violenza e impunità. Un sistema che si manifesta anche — e forse soprattutto — nelle azioni del mio stesso Stato, attraverso un percorso sistematico di violenza istituzionale che si aggiunge al trauma originario e che si sviluppa su tre livelli progressivi: il mancato riconoscimento di ciò che abbiamo subito, come se la tortura, gli abusi, la violazione dei nostri diritti umani non fossero accaduti o — peggio — non contassero affatto; il victim blaming, ovvero l’accusa di “averlo cercato”, per trasformare un atto di solidarietà in una provocazione che merita punizione; e la celebrazione dei carnefici, presentati come eroi olimpici, anche se potrebbero benissimo essere i nostri aguzzini. Questa progressione non è casuale; al contrario, ha un’intenzione e un messaggio politico preciso: la nostra esperienza non conta e viene delegittimata, mentre chi ci ha fatto del male viene onorato, in una forma di gaslighting istituzionale perfetta che aggiunge trauma psicologico al trauma fisico già subito. Tutto questo ha un nome preciso e delle conseguenze ampiamente documentate nella letteratura scientifica: l’assenza di protezione da parte dello Stato di fronte a un male, unita all’attiva celebrazione di chi potrebbe esserne l’artefice, è tradimento istituzionale, e le conseguenze vanno oltre il trauma originario. Studi scientifici lo dimostrano da decenni: PTSD (Post traumatic stress disorder) complesso, alienazione dalla tua stessa comunità, perdita totale di fiducia nelle istituzioni, isolamento sociale — perché chi ti crederà se lo Stato stesso ti smentisce? E poi c’è la rivittimizzazione: vedere presentati come eroi “olimpici” ex soldati che potrebbero essere responsabili degli abusi che io e le mie compagne abbiamo subito è un’esperienza traumatica. Il fatto che io debba chiedermi “era lui?”, guardando quelle facce, aggiunge un livello di violenza psicologica alla violenza già subita; vedere i carnefici liberi, o addirittura celebrati, è una forma di ritraumatizzazione riconosciuta dalla ricerca scientifica. Anche la vittimizzazione secondaria è documentata da oltre vent’anni, mostrando l’impatto psicologico negativo conseguente alle difficoltà affrontate da chi cerca assistenza presso le istituzioni dopo violenze e aggressioni. E quando le istituzioni che dovrebbero aiutarti ti accusano e ti ostacolano, le vittime ritirano le denunce e quelle future imparano a tacere. Si crea così una cultura di complicità, e questa è una scelta: il tradimento istituzionale sistemico non è un errore isolato, ma la dichiarazione politica di quali vite contano e quali no. Io appartengo alla seconda categoria. E Gaza anche. Ma anche fra le persone di serie B esiste chi conta più di altri: quello che è successo a me può essere testimoniato proprio perché sono tornata. I palestinesi non hanno questo privilegio. Le loro testimonianze vengono seppellite sotto le macerie. La differenza tra me e loro non sta solo nella gravità della violenza subita, ma anche nel passaporto che ho in mano e nel colore della mia pelle. Eppure neanche questi privilegi bastano quando usi la tua voce per chi non ne ha una. Non è solo “mancanza di giustizia”, ma anche perpetuazione del trauma. L’evidente discrepanza tra la retorica pubblica sulla violenza di genere e sulla protezione delle vittime di violenza e la realtà che io e le mie compagne stiamo vivendo dimostra come i principi di tutela delle vittime vengano applicati in modo selettivo quando sono politicamente convenienti e ignorati quando le vittime sono “scomode” o i carnefici servono determinati interessi. Se questo è il trattamento riservato a una cittadina italiana, quale giustizia possono aspettarsi i palestinesi? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Gli atleti israeliani proviene da Comune-info.
February 21, 2026
Comune-info
Mondiali 2026: dai un calcio alla militarizzazione
Il Messico ospiterà tredici partite della massima competizione calcistica che avrà inizio il prossimo 11 giugno, ma cresce la protesta contro le politiche securitarie che blindano i territori al fine di rendere invisibili i movimenti sociali e la mobilitazione si diffonde anche negli Stati Uniti. di David Lifodi Immagine: https://radiomundial.com.ve/ Si avvicinano i mondiali di calcio che, a partire dal
February 15, 2026
La Bottega del Barbieri
Milano-Cortina: sport, petrolio, greenwashing
Articoli di Claudia Vago, Gianluca Cicinelli e Giovanni Caprio. Con molti link utili ripresi… dalla “bottega”. Milano Cortina 2026, i Giochi italiani “sostenibili”… ma ciò che si vende è “made in Bangladesh” (senza veri controlli). E quasi nessuno dice che la sostenibilità diventa marketing se ignora filiere, subappalti e diritti di chi produce il merchandising. di Claudia Vago (*) Foto:
February 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Siamo pronti alla morte…
-------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 6 febbraio, il CIO – Comitato Insostenibili Olimpiadi ha occupato il gigantesco ex Palasharp, storica struttura milanese di proprietà comunale che per decenni, sotto vari nomi ha ospitato concerti ed eventi sportivi e da molto tempo giace in stato d’abbandono. La struttura di via Salerio si trova a poca distanza dallo show olimpico (dove il il 7 e 8 febbraio si si svolgono le Utopiadi). Foto Lorenzo Uboldi (che ringraziamo) per Milano In Movimento -------------------------------------------------------------------------------- “Siamo pronti alla morte l’Italia chiamò”, canta Laura Pausini, interpretando l’inno nazionale di Goffredo Mameli, nella serata inaugurale dei Giochi Olimpici Milano-Cortina e nel suo volto c’è tutta la disperazione, la violenza, la bestialità, l’immenso dramma che questa frase orrenda dell’inno nazionale porta con sé. Per secoli milioni di esseri umani sono stati trucidati in nome delle diverse patrie a favore di re, papi, generali, duci , zar, cavalieri e manager. E così sembriamo destinati ad essere ancora, a ucciderci per difendere e offendere le nostre differenze e per difendere e proteggere i nostri padroni. Finché non ci libereremo di questo immenso inganno, non vivremo mai nella giustizia. Le Olimpiadi Milano-Cortina rimarranno nella storia come edizione piena di sangue e ipocrisia. Non so se Laura Pausini lo abbia fatto volontariamente o meno, ma la ringrazio, perché con la sua espressione ha portato nel cuore della grande e impietosa farsa cerimoniale delle Olimpiadi l’unica necessaria verità, l’intreccio orribile tra orgoglio nazionalista e disperazione, tra patriottismo e violenza, tra esaltazione identitaria e guerra. La maschera di sconvolto, disperato ed esaltato dolore di Laura Pausini è icona marmorea del dramma infinito dell’umanità, che nulla potrà sperare finché rimarrà asservita e trucidata dagli interessi militari delle oligarchie nazionaliste. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARCO AIME: > Le nazioni barriera -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Siamo pronti alla morte… proviene da Comune-info.
February 7, 2026
Comune-info
La bufala delle Olimpiadi di pace
Ormai dovremmo averlo capito: la narrazione dei Giochi Olimpici come oasi di pace è, storicamente e logicamente, una bufala. Non solo non sono nate per eliminare le guerre, ma non sono mai state realmente momenti di tregua e non lo sono neanche ora. Eppure, continuiamo a osannare le Olimpiadi come un rito sacro e intoccabile, simbolo di fratellanza universale e lo sport come cura di tutti i mali. La raffigurazione dell’atleta olimpico della Grecia antica con elmo e scudo sembra la rappresentazione plastica del legame tra guerra e gara. Gli elementi coincidono in modo inquietante. La dinamica binaria: Io vinco, tu perdi, o noi vinciamo e voi perdete (nei giochi a squadra); la gara tra nazioni: si gareggia sotto bandiere diverse, proprio come sui campi di battaglia; le regole: anche la guerra le ha, esiste il diritto bellico, la protezione dei civili (in teoria…); il premio: in guerra chi vince si prende un bel bottino e chi trionfa non si porta forse a casa medaglie e un sacco di soldi?  Mi ritorna in mente una frase di Orwell: “Lo sport è la guerra senza gli spari.” Questo discorso scatena discussioni infinite sull’importanza dello sport. Però fermiamoci un attimo a riflettere sul significato del vincere: distanziare l’altro, essere migliore, arrivare primo o primi.  E anche l’osannato fair play e le regole stesse ‘hanno la funzione di rendere indiscutibile la superiorità del vincitore’, dice Caillois in I Giochi e gli uomini.  Se trasportassimo questi obiettivi in ambito scolastico, avremmo distrutto ogni tentativo di educare all’inclusione, alla cooperazione e alla solidarietà. Pare ovvio. E infatti come si fa a parlare di “sentirsi parte di una stessa umanità” se l’obiettivo è prevaricare l’altro in una classifica? Qui entra anche il grande inganno della meritocrazia. Ci hanno convinti che il podio sia il termometro del valore umano: se sei lì sopra, “te lo sei meritato”, se sei fuori, sei invisibile. È una logica spietata. Chi vince è il “migliore”. Il gioco è fondamentale, intendiamoci, ma non tutti i giochi sono uguali. Esistono anche i giochi cooperativi, che però paiono i figli di un dio minore, sconosciuti ai più, dimenticati in qualche cassetto o rispolverati qui e là. Come scrive Bartezzaghi, “Agonismo e cooperazione sono entrambi incontri sociali, ma mentre negli incontri cooperativi il rapporto è di congiunzione, in quelli agonistici è di disgiunzione” (Bartezzaghi S., Chi vince non sa cosa si perde). Questi tipi di giochi agonistici e competitivi, insomma, creano una frattura. E allora perché osannare l’allenamento a vincere? Il gioco è una forma di educazione per un popolo, rispecchia i meccanismi mediante i quali le società elaborano i propri modi di organizzare il mondo. Con questi tipi di giochi cosa stiamo insegnando, cosa stiamo tramandando? A me pare evidente che la competizione non ci faccia bene. Eppure parlare dello sport e dei Giochi Olimpici è un dogma intoccabile, lo accettiamo come una sorta di “guerra buona”, la chiamiamo “competizione sana”, ma può mai essere ‘sana’ una competizione se ci allena a ‘superare’ l’altro e a decretare chi è ‘migliore’? Definisci sano… Annabella Coiro
February 5, 2026
Pressenza
Milano Cortina, Olimpiadi a consumo di suolo
Incalzata dalle associazioni ambientaliste e non (Libera in testa), Simico, la Spa a partecipazione pubblica a cui è affidata la realizzazione delle opere olimpiche, riporta il loro stato di attuazione nel portale Open Milano Cortina 2026. Chiariamo subito: non è affatto agile estrarre informazioni e il file scaricabile delle opere è criptico. Questo già limita la lettura. Con pazienza occorre aprire ogni scheda-progetto e scaricare i singoli dati: due pomeriggi di lavoro che scoraggiano chiunque. Consultato il 13 gennaio 2026, il sito è aggiornato al 31 ottobre 2025. Delle 98 opere, per 3,5 miliardi di euro, solo 56 sono state terminate, il 27,1% del valore totale; altre otto, per 216 milioni, non è dato sapere quando inizieranno e quando finiranno e infine 34 devono essere ancora terminate per un importo di 2,36 miliardi, il 66,8% del valore delle opere olimpiche gestite da Simico. Ma il grande imbarazzo sta nel fatto che ben 22 opere, per un valore totale di circa 1,8 miliardi, saranno cantierizzate addirittura dopo l’inizio delle Olimpiadi. Tutto normale? Possiamo dirci soddisfatti? Il Comitato olimpico internazionale sa di questi pochi e frammentati dati su Open Milano Cortina 2026? Li ha confrontati con il documento di candidatura? Inoltre sul portale, come noto, non sono riportate alcune mega opere come il villaggio olimpico di Milano e l’enorme arena Santa Giulia dove il Comune ha speso in fretta e furia altri milioni per fare strade temporanee che si sono rese necessarie per via dei ritardi dei lavori (perché non fanno capo a Simico). Vi è poi la questione ambientale, fiore all’occhiello della candidatura ma completamente muta nel sito di Simico. Zero tracce degli effetti ambientali delle opere, zero informazioni sul consumo di suolo, zero sull’emissione equivalente di CO2, zero sugli esboschi, zero sulla perdita di biodiversità, etc.. Come si può dire che queste sono Olimpiadi a impatto zero? La quota della spesa pubblica olimpica per opere che saranno cantierizzate dopo l’inizio delle Olimpiadi 2026 è del 51,7%. Alla faccia della legacy. Non c’è festa dello sport senza trasparenza su impatti ambientali e consumo di suolo Peraltro ben 57 opere (il 58,2% per il 20% della spesa) hanno balzato ogni tipo di Valutazione di impatto ambientale (Via); otto sono state giudicate con impatto negativo ma avviate ugualmente (169 milioni) e solo nove sono state sottoposte a Valutazione d’impatto ambientale (pari a 1,57 miliardi, il 44,5% del totale). Sul fronte delle opere “minori”, avviate in autonomia da Comuni, Regioni e altri enti, nulla si sa. Eppure anche loro hanno eroso bilanci pubblici, paesaggio, ambiente e suolo. E quale sarà la legacy (maledetta parola amata dai politici) sul fronte “immateriale”? Pubblicità, allestimenti temporanei, marketing, inviti, gettoni e spese per ospiti, comparsate, “vip”, politici. Quanti soldi? Poi milioni di costi “in kind” relativi all’uso di mezzi delle Pubbliche amministrazioni durante i giochi, edifici, depositi e aree pubbliche; i costi delle forze dell’ordine, del personale sanitario, degli staff dei volontari, etc.. Con quale diritto lo sport può permettersi di spendere e degradare l’ambiente senza darci conto? Dovremmo andarne orgogliosi? A fine anno il presidente Sergio Mattarella ha detto: “Lo sport ha contribuito alla crescita del Paese, a regalarci momenti di gioia, di orgoglio, di appartenenza. Così come accade sempre ascoltando risuonare l’inno italiano in una premiazione. Tutto questo si rinnoverà ancora una volta con i Giochi di Milano Cortina”. Basta davvero lo sport e il nostro inno alle Olimpiadi per dimenticare il diritto alla trasparenza e alla partecipazione, a conoscere in dettaglio le spese pubbliche e a fingere assenza di impatti ambientali e zero consumo di suolo? All’inno io piangerò. Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Dalla parte del suolo” (Laterza, 2024) altreconomia
February 5, 2026
Pressenza