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Mille bambini, lo sport come ponte tra Brescia e il Benin
Si chiude la prima missione di Motus Atletica ad Abomey, in Benin. In cinque scuole il progetto ha incontrato circa mille bambini. Foletti: «Abbiamo trovato entusiasmo e una grande voglia di imparare. Ora dobbiamo costruire qualcosa che possa continuare anche senza di noi» Dalle piste di Sanpolino alle scuole di Abomey. È un viaggio di migliaia di chilometri, ma soprattutto l’inizio di una relazione che Motus Atletica vorrebbe far durare almeno tre anni. La prima missione in Benin, partita il 28 settembre e arrivata ormai alle battute finali, ha portato sei esperti italiani nelle scuole primarie della città: cinque istituti, circa mille bambini tra i 6 e gli 11 anni, insegnanti e operatori coinvolti in un programma che utilizza lo sport come strumento di educazione, inclusione e crescita. La partenza era stata annunciata a Brescia il 26 settembre allo stadio Gabre Gabric di Sanpolino. L’obiettivo era ambizioso: non una semplice trasferta sportiva, ma l’avvio di un progetto internazionale capace di mettere in relazione competenze italiane e realtà locali, partendo dalla scuola e dall’attività motoria. I primi giorni in Benin hanno dato sostanza a quell’idea. Il 3 ottobre ad Abomey l’Accademia Modus Africa ha inaugurato ufficialmente il programma dedicato agli alunni delle primarie, alla presenza di Christophe Bokpe, ex calciatore internazionale e co-fondatore del progetto internazionale e con il sostegno delle istituzioni sportive beninesi. Gli esperti arrivati dall’Italia hanno lavorato accanto agli operatori locali, portando metodi, esperienza e strumenti, ma anche osservando una realtà nella quale lo sport può assumere un significato che va molto oltre il risultato agonistico. “La cosa che ci ha colpito maggiormente è stata la risposta dei bambini” racconta Francesco Foletti, presidente di Motus Atletica. “Abbiamo trovato un entusiasmo enorme, una partecipazione immediata, una curiosità che ci ha confermato quanto sia importante creare occasioni di questo tipo. Ma questa missione ci ha fatto capire anche un’altra cosa: non dobbiamo pensare a un intervento che arriva dall’Italia e poi finisce. Il vero obiettivo è costruire competenze e relazioni locali perché il progetto possa andare avanti nel tempo”. Il Benin è un Paese dell’Africa occidentale affacciato sul Golfo di Guinea, con una popolazione giovane e una forte crescita demografica. Abomey, nel sud del Paese, è una città dalla storia particolare: fu la capitale del Regno di Dahomey e conserva ancora oggi un’importante identità culturale. È qui che il progetto ha scelto di partire, entrando direttamente nelle scuole. Il modello immaginato da Motus Atletica punta infatti sulla scuola come luogo privilegiato. L’attività fisica diventa un modo per insegnare disciplina, rispetto delle regole, perseveranza e capacità di lavorare insieme, ma può servire anche a riconoscere precocemente inclinazioni e talenti e, soprattutto, a coinvolgere bambini che vivono situazioni di maggiore fragilità. “Lo sport è una scuola di vita” aggiunge Foletti. “In questi giorni abbiamo visto concretamente quanto possa essere uno strumento di relazione e di crescita. Non significa che tutti debbano diventare campioni. Significa dare a ciascun bambino la possibilità di scoprire qualcosa di sé, di misurarsi con gli altri, di acquisire fiducia. E significa anche formare gli adulti che dovranno accompagnare questo percorso”. È questo il passaggio decisivo della missione. I circa mille bambini incontrati rappresentano il primo risultato visibile, ma il progetto guarda già oltre. Nei prossimi tre anni l’intenzione è consolidare il lavoro nelle scuole, formare gli operatori locali, sviluppare lo sport scolastico e creare un collegamento anche con istituti e realtà sportive bresciane e lombarde. Un progetto che coinvolge Motus Atletica Italia e la Fondazione CSI per il Mondo e che punta a diventare progressivamente autonomo sul territorio. Per riuscirci, però, servono risorse. E dopo questa prima esperienza la ricerca di sostenitori entra nella seconda fase del progetto. Motus Atletica cerca aziende, fondazioni, associazioni e privati interessati a sostenere le prossime missioni, la formazione e l’acquisto delle attrezzature necessarie. Una prima forma di sostegno è già arrivata dalla raccolta di scarpe sportive usate, in buone condizioni, destinate alle scuole coinvolte. “Adesso sappiamo che il progetto è possibile” conclude Foletti. “Abbiamo visto i bambini, incontrato gli insegnanti, lavorato con le realtà locali e capito dove possiamo essere utili. La sfida vera comincia ora: trovare le risorse e le persone che credano in questo percorso, perché quello che abbiamo iniziato ad Abomey non rimanga una bella esperienza, ma diventi un progetto capace di crescere e di camminare sulle proprie gambe.” Da Brescia al Benin, dunque, il viaggio non finisce con il rientro della delegazione. Se la prima missione serviva a capire se quel ponte fosse possibile, i giorni trascorsi ad Abomey hanno dato la prima risposta. Adesso bisogna costruirlo. Per maggiori informazioni sul progetto questo è il link: https://www.motusatletica.org/progetto-motus-for-africa/ Simona Duci
October 8, 2026
Pressenza
Nonostante l’elezione irregolare, Giovanni Malagò resterà alla guida della FIGC
Malagò sì, Malagò no. L’ormai ex presidente della FIGC esce dalla porta ed entra dalla finestra. Prima la giunta e poi il consiglio nazionale del CONI — l’ente pubblico che gestisce lo sport in Italia — hanno infatti votato per il commissariamento della Federcalcio, affidando però la sua guida transitoria proprio a Giovanni Malagò. Il 67enne, già presidente del CONI e della Fondazione Milano Cortina 2026, resterà in via Gregorio Allegri per almeno i prossimi due mesi, fino cioè alle nuove elezioni in casa FIGC. Il favorito è ancora una volta Malagò, questa volta con in tasca la tessera della Federcalcio. Al momento della sua elezione, avvenuta a giugno, non risultava iscritto, e ciò ha portato al commissariamento dell’ente. Nonostante il danno di immagine per l’intero movimento, le massime autorità sportive puntano ancora tutto su uno dei volti più potenti del movimento calcistico italiano. Si conclude oggi, dopo mesi di polemiche, il caso Malagò. Secondo l’articolo 29 dello statuto della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC), il candidato alla presidenza deve essere «in regola con il tesseramento». Al momento dell’elezione, avvenuta a giugno, Malagò era sprovvisto di tessera. Ciò ha provocato un terremoto interno, creando due schieramenti. Da un lato chi, come il procuratore federale Giuseppe Chinè, opta per un’interpretazione letterale e sostiene che l’obbligo valga solo per i soggetti già in possesso di una tessera; dall’altro il fronte sostanziale, guidato dal procuratore generale Ugo Taucer. Secondo quest’ultimo il tesseramento è il presupposto della candidatura, pertanto definisce il caso Malagò una «violazione dei principi fondamentali del CONI». I suoi organi direttivi, nel riunirsi oggi, hanno stabilito che l’assenza della tessera fosse un vizio talmente grave da dover commissariare la Federcalcio. Nonostante ciò, prima la giunta e poi il consiglio nazionale hanno deciso, entrambi all’unanimità, di affidare la guida temporanea della FIGC proprio a Malagò. A mediare il compromesso tra un commissariamento puro e la continuità del mandato federale è stato Luciano Buonfiglio, presidente del CONI. Entro e non oltre il 31 gennaio 2027 l’assemblea elettiva della FIGC si riunirà per rinnovare le cariche, a partire dal presidente. Al momento, il candidato principale risulta ancora una volta Malagò, che nelle scorse ore ha ricevuto l’endorsement dalla Lega Serie A, principale sponsor dell’ex numero uno del CONI e della discussa Fondazione Milano Cortina 2026. A giugno, dopo il fallimento del terzo Mondiale mancato, il movimento calcistico italiano aveva deciso di ripartire dal volto noto di Malagò. In quell’occasione era stato eletto con il 68,58% dei voti. Oggi conserva un ampio margine su eventuali concorrenti che difficilmente si presenteranno alla precoce corsa elettorale. The post Nonostante l’elezione irregolare, Giovanni Malagò resterà alla guida della FIGC appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Azeez Al-Shaair: il campione che sfida l’NFL in nome dei bambini di Gaza
Si dice spesso che sport e politica debbano rimanere separati, ma non è questo il caso. Nella storia sono diversi gli sportivi che hanno approfittato della propria notorietà per lanciare messaggi politici e l’ultimo, in ordine di tempo, è Azeez Al-Shaair, giocatore di football e capitano degli Houston Texans che potrebbe ricevere la terza multa dalla NFL per essere sceso in campo portando sul volto, scritti sul cerotto nero anti-riflesso che si mette sotto gli occhi (eye black), i nomi di due bimbe palestinesi uccise dai militari israeliani. Nella stagione del 2025 non fece mistero di aver sostenuto cause pro Palestina attraverso l’iniziativa NFL “My Cause, My Cleats”, che consente ai giocatori di promuovere cause sociali in alcune partite selezionate. Da lì ha ingaggiato la sua personale battaglia contro la federazione, iniziando a ricevere appoggio da colleghi e tifosi. Il 12 gennaio 2026, durante la sfida contro gli Steelers indossa l’eye black con la scritta “Stop the Genocide”. La NFL lo multa di 11.593 dollari per violazione delle regole su uniformi ed equipaggiamento, lui dopo la gara dice di sapere che sarebbe arrivata una multa, ma che non gli importa. Nella partita successiva nel prepartita indossa lo stesso messaggio, ma lo toglie prima del calcio d’inizio, dopo che gli arbitri l’avevano avvertito che sarebbe stato squalificato se lo avesse tenuto. E così arriviamo a settembre, quando Wafaa Akila, bambina di 8 anni, viene uccisa con il padre da un attacco aereo israeliano nella parte occidentale di Gaza City, mentre tornavano dal primo giorno di scuola della piccola. Era il 6 settembre. La settimana successiva c’è la partita contro i Bills e Azeez Al-Shaair porta sul volto il nome di Hind Rajab, bimba palestinese di 5 anni uccisa a Gaza City nel gennaio 2024, tenendolo anche dopo la partita, quando i giornalisti entrano nello spogliatoio. Due giorni dopo la NFL gli invia una lettera che cita la violazione della stessa regola e gli commina una nuova multa, sempre oltre gli 11mila dollari. Ed è qui che il corso degli eventi inizia a cambiare. Al-Shaair non fa ricorso contro la sanzione, mentre Kyrie Irving, cestita australiano che gioca in NBA, si offre pubblicamente di pagare la multa. È un gesto simbolico, me che ottiene l’effetto desiderato: catalizzare l’attenzione su ciò che sta accadendo. Anche perché poco dopo, il 20 settembre, gli Houston Texans giocano contro i Bengals e Al-Shaair scende in campo con il nome di Wafaa Akila. CAIR Texas, che è la sezione statale del Council on American-Islamic Relations, lo elogia pubblicamente, chiedendo alla NFL di smettere di multarlo. La federazione nicchia, ma per ora non è stato emesso nessun nuovo provvedimento. «Quanto vale una vita?», ha risposto Al-Shaair quando gli è stato chiesto della multa. «Una vita vale 11mila dollari? Credo che non abbia prezzo», ha detto sottolineando che: «Come esseri umani si rischia di lasciarsi assorbire così tanto dai propri guai da non riuscire a provare compassione per le altre persone nel mondo». Nonostante la storia di Hind sia stata raccontata in un film candidato agli Oscar intitolato The Voice of Hind Rajab, Al-Shaair ha evidenziato che «probabilmente, la maggior parte di voi non sapeva nemmeno chi fosse. È proprio questo il senso: viviamo nella nostra piccola Matrix, ma pensiamo anche a quanto accaduto. Si tratta di denaro dei contribuenti — soldi che noi americani versiamo — utilizzato per bombardare uomini, donne e bambini innocenti. Ecco, il punto fondamentale era proprio questo». The post Azeez Al-Shaair: il campione che sfida l’NFL in nome dei bambini di Gaza appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 25, 2026
L'INDIPENDENTE
Per la prima volta i Mondiali di atletica si svolgeranno in un Paese africano
Altopiano di Iten, duemilaquattrocento metri, Rift Valley. Ogni mattina, prima che il sole scaldi la terra rossa, centinaia di atleti keniani corrono sullo sterrato che ha prodotto più campioni del mondo di fondo e mezzofondo di qualsiasi altro luogo del pianeta. Da qui sono partiti nomi come Kipchoge, Kipyegon e Rudisha. Sempre da qui, tra tre anni, partirà anche una storia mai scritta prima. Il Consiglio di World Athletics – riunitosi a Budapest per la sua 242esima sessione – ha assegnato al Kenya i Campionati del mondo di atletica leggera del 2029. Si disputeranno a Nairobi, capitale keniana, allo stadio Kasarani. Sarà la prima volta nella storia della manifestazione, nata a Helsinki nel 1983, che l’evento arriva in un Paese africano. Battute, nella corsa a quattro, le candidature di Roma, Londra e Monaco di Baviera, che però ha ottenuto l’assegnazione dell’edizione successiva, quella del 2031. Da sottolineare non c’è solo la bacheca dei record, ma il fatto che il Kenya, per la corsa sulle lunghe distanze, non è un Paese come gli altri: è la sua patria non ufficiale. Il primato si restringe, però, se si guarda alla velocità o a gare di salto e lancio, dove il Paese resta una nazione come tante altre. «Nairobi ha presentato una candidatura avvincente ed emozionante: portare i Campionati mondiali di atletica leggera in Africa per la prima volta sarà un evento storico», ha dichiarato il presidente di World Athletics Sebastian Coe. Poi ha snocciolato un elenco che suona come un albo d’oro: Faith Kipyegon, Eliud Kipchoge, Hellen Obiri, David Rudisha, e prima di loro i pionieri Kip Keino e Paul Tergat. «Il Kenya è una delle grandi nazioni di questo sport», ha evidenziato spiegando che: «L’atletica è intessuta nel tessuto sociale del Paese». I numeri, del resto, gli danno ragione. Il Kenya è la seconda nazione più medagliata nella storia dei Mondiali di atletica, alle spalle degli Stati Uniti. Anche a Tokyo, nel 2025, ha chiuso al secondo posto del medagliere, con sette ori e undici medaglie complessive. E se si guarda al Paese invece che ai singoli campioni, il distacco con il resto del mondo si allarga ancora: secondo una ricerca di World Athletics, il sessantotto per cento dei keniani intervistati dichiara un forte interesse per l’atletica leggera, contro una media globale ferma al trentanove. Non è dunque un premio simbolico concesso a un continente rimasto ai margini, ma il riconoscimento di un primato. Restava la variabile infrastrutture, storicamente il tallone d’Achille delle candidature africane. Anche qui Nairobi si è presentata con le carte in regola. Lo stadio Kasarani, che ospiterà la rassegna, è già in ristrutturazione avanzata in vista della Coppa d’Africa di calcio del 2027, organizzata insieme a Uganda e Tanzania: sarà pronto con due anni di anticipo sui Mondiali. Non è la prima prova generale della capitale keniana, che ha già ospitato i Mondiali Under 18 nel 2017 e gli Under 20 nel 2021, oltre al Kip Keino Classic, tappa fissa del Continental Tour Gold di World Athletics dal 2020. Anche il resto del continente ha fatto la sua parte, negli ultimi anni: i Mondiali di corsa campestre si sono disputati a Kampala nel 2017, e le World Athletics Relays 2026 sono state assegnate a Gaborone, in Botswana. Un rodaggio lungo un decennio, insomma, per prepararsi al grande appuntamento. Nella scelta c’è poi un disegno più ampio, che lo stesso Coe non ha nascosto: «Asia, Africa ed Europa nelle prossime tre edizioni», ha rivendicato, riferendosi al trittico Pechino 2027, Nairobi 2029 e Monaco 2031. Una rotazione per continenti che chiude, almeno sulla carta, il cerchio dell’espansione globale della disciplina. A pagare il conto di questa strategia è stata soprattutto Roma. La Federazione italiana di atletica leggera, guidata da Stefano Mei, e il Coni puntavano con decisione proprio al 2029, per evitare la sovrapposizione con gli Europei di calcio del 2032. La candidatura contava sul prestigio dello stadio Olimpico – che ospitò l’ultima edizione italiana dei Mondiali di atletica, nel 1987 – e su una generazione di atleti azzurri tra le più competitive di sempre, ma non è bastato. A Iten, sull’altopiano, la notizia non cambierà granché la routine dell’alba, perché chi ci corre da sempre sa già cosa dia necessario per eccellere in queste discipline: tra tre anni lo saprà anche il resto del mondo. The post Per la prima volta i Mondiali di atletica si svolgeranno in un Paese africano appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 17, 2026
L'INDIPENDENTE
Come fanno i club turchi a spendere così tanti soldi per il calciomercato
Per sintetizzare l’ascesa del campionato turco sul calciomercato europeo si potrebbe rivisitare una massima che la storia recente vorrebbe (erroneamente) attribuire ad Albert Einstein. E cioè: la struttura della Süper Lig, in relazione alle sue possibilità economiche, non è adatta per fare questo tipo di calciomercato, ma lei non lo sa e compete lo stesso. Soltanto quest’estate, giocatori del calibro di Rafael Leao, Mohamed Salah e Dusan Vlahovic si sono uniti alla folta schiera di campioni che hanno deciso di giocare nella penisola anatolica, rafforzando principalmente le 4 regine del campionato turco: Galatasaray, Fenerbahce, Trabzonspor e Besiktas. Alla base della loro recente ascesa c’è un mix di fattori: si va dall’enorme base popolare di tifosi alle più intricate trame politiche, che passano per accordi milionari con gli sponsor, prestiti bancari e la volontà dello Stato di usare il calcio come vetrina. LE PAZZE ESTATI TURCHE Il Galatasaray che strappa al Milan il suo numero 10, portandolo a Istanbul dopo aver pagato 45 milioni di euro di cartellino e offerto a Leao un contratto da 12 milioni di euro netti a stagione, è solo la punta di un iceberg profondo, fatto di trasferimenti sempre più frequenti di giocatori di alto livello. Sempre in questa sessione di calciomercato, il club più titolato del Paese ha prelevato Aleksey Batrakov dal Lokomotiv Mosca, pagando altri 25 milioni di euro. L’estate scorsa ha strappato al Napoli Victor Osimhen, per un affare da 75 milioni di euro, a cui vanno aggiunti i 15 milioni annui netti al giocatore (più bonus). Cifre ormai utopiche dalle nostre parti. A parametro zero, il Galatasaray si è assicurato lo scorso anno le prestazioni di altre due stelle del calcio europeo: İlkay Gündoğan e Leroy Sané, offrendo al primo 4,5 milioni di euro netti l’anno e circa il doppio al secondo. Sempre a Istanbul, ma sponda Fenerbahce, hanno speso quest’estate 100 milioni di euro in cartellini, pescando dai principali campionati europei: Mason Greenwood dal Marsiglia, Vedat Muriqi dal Mallorca, Nathan Aké dal Manchester City e Romelu Lukaku, che al Napoli aveva preso proprio il posto di Osimhen. Percepirà uno stipendio netto da 10 milioni di euro a stagione. Sempre dal City, lo scorso anno è arrivato il portiere Ederson, seguito da Mattéo Guendouzi, Kerem Aktürkoğlu, Marco Asensio, Milan Škriniar e N’Golo Kanté. Per una spesa superiore ai 100 milioni di euro, esclusi gli ingaggi. L’anno precedente, a prendersi la scena, fu la nomina di José Mourinho ad allenatore della prima squadra, con uno stipendio annuale di oltre 10 milioni di euro. Trabzonspor e Besiktas non sono rimaste a guardare. Il primo, rappresentante la città di Trebisonda, ha messo ad esempio le mani sul promettente Franculino, impegnandosi a versare 17 milioni di euro nelle casse dei danesi del Midtjylland. Il pagamento avverrà in cinque anni, con 8 rate. A parametro zero è arrivato Mohamed Salah, per anni simbolo del Liverpool, con cui ha vinto campionato e Champions League. Il terzo club di Istanbul ha invece speso quest’anno più di 70 milioni di euro di cartellini, prelevando a parametro zero l’ex 9 della Juventus Dusan Vlahovic e lanciando la sfida per il titolo alle più blasonate Galatasaray e Fenerbahce. L’ultima sessione di calciomercato si è chiusa il 4 settembre, con all’attivo una spesa superiore ai 415 milioni di euro — ripartita in buona parte tra le 4 regine della Süper Lig. Non si è ancora al livello dei 5 principali campionati europei ma la strada è tracciata, soprattutto se si considerano gli stipendi faraonici (fuori dalla spesa dei 415 milioni) e il rapporto con le entrate. La Süper Lig è decima a livello europeo per quanto riguarda i guadagni, segno di un sistema ancora poco capace di generare plusvalenze, creare talento e rendersi sostenibile. I diritti televisivi sono modesti e quasi tutti gli stadi sono di proprietà statale. Il rapporto tra i ricavi dei club e gli stipendi dei calciatori è all’88%, ben oltre la soglia di sostenibilità fissata al 70% dalla UEFA. Victor Osimhen, trasferitosi dal Napoli al Galatasaray per 75 milioni di euro. L’ENORME BOLLA SU CUI SI REGGE IL SISTEMA TURCO L’entusiasmo che si sta ricreando intorno alle piazze calcistiche turche è alto. Il tifo è passionale e vive anche di questi grandi colpi estivi, capaci di rimpolpare le rose con campioni europei e far scattare la corsa al merchandising. Dopo aver toccato il fondo nel 2019, quando i principali club turchi hanno rischiato la bancarotta, il sistema calcistico ha ripreso gradualmente a ingranare, riaffacciandosi con prepotenza sul Vecchio Continente, sia per dinamiche di campo e dunque di partecipazione alle coppe europee sia per la voce grossa sul mercato. A salvare le regine del calcio turco fu l’intervento del governo di Recep Tayyip Erdoğan, conscio del potenziale politico del pallone. In una fase di forte crisi economica, con la lira svalutata e un potere d’acquisto crollato, perdere anche il calcio avrebbe voluto dire soffiare sul fuoco del malcontento popolare. Così la banca statale Ziraat convinse gli istituti di credito pubblici a ristrutturare il debito plurimilionario dei club, concedendo loro un trattamento assai agevolato. Al punto da far insorgere le opposizioni, che accusavano Erdoğan di essere lontano dalle esigenze reali della base. Agevolazioni o meno, la Süper Lig è oggi ripiombata nella spirale del rosso in bilancio. Stando agli ultimi dati disponibili, aggiornati al maggio 2025, ammonterebbe a più di 1,1 miliardi di euro il debito accumulato dai quattro principali club turchi. A tenere in piedi la spirale di prestiti sono ancora i tassi agevolati degli istituti di credito pubblici. Il debito fa parte di un circolo vizioso che comprende ambizione dei tifosi e rivalse personali. I club hanno spesso la forma giuridica della polisportiva, gestita dai soci che periodicamente eleggono un presidente. È qui che si manifesta in forma massima l’intreccio tra calcio, politica ed economia. Le corse dei candidati alla poltrona presidenziale si appigliano a programmi fatti di successi e giocatori stellari, anche da pagare a rate in più anni, come visto nella recente sessione di calciomercato. A vincere sono spesso imprenditori influenti, in contatto con il mondo istituzionale turco e capaci di strappare accordi commerciali da capogiro. Al di là dei prestiti, la Süper Lig si regge infatti su sponsorizzazioni da decine di milioni di euro. Nel 2023 il Galatasaray ha siglato un contratto quinquennale da 100 milioni di euro con SIXT, multinazionale tedesca del noleggio auto. Quando alle proteste di Gezi Park del 2013 parteciparono anche gli ultras turchi, accusando il governo di autoritarismo, Erdoğan capì di dover cambiare registro, sfruttando a suo vantaggio il potenziale movimentista del calcio, soprattutto in ottica di politica interna. La sponda istituzionale non si esaurisce con l’intercessione col mondo bancario per la ristrutturazione del debito dei club. In Turchia c’è infatti una tassazione agevolata per i calciatori, pari al 20%, praticamente la metà rispetto a Inghilterra e Italia. Le società godono poi di concessioni immobiliari da parte dello Stato. Il nuovo centro sportivo del Galatasaray sorge a nord di Istanbul su un terreno statale ottenuto in concessione per 49 anni. Ciò ha permesso al club di poter monetizzare l’area della vecchia struttura, pari a circa 80 ettari di terreno. Secondo il quotidiano Bild, la vendita dei terreni potrebbe portare nelle casse della società almeno mezzo miliardo di euro. Per tenere in piedi il sistema turco serviranno risultati sul campo nel breve termine, a partire dall’attuale stagione, che vede impegnate Fenerbahce e Galatasaray in Champions League, Besiktas in Europa League e Trabzonspor in Conference. Andare avanti nelle competizioni europee vuol dire mettere le mani su una liquidità di cui la Süper Lig ha estremamente bisogno. La sostenibilità sul medio-lungo termine passerà anche per la capacità di investire su strutture e vivai, oltre che nel mantenere accesa la passione dei tifosi. The post Come fanno i club turchi a spendere così tanti soldi per il calciomercato appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 8, 2026
L'INDIPENDENTE
Giochi del Mediterraneo, uguaglianza prêt-à-porter
I calciatori fanno ingresso in campo e si dispongono di fronte alla tribuna ovest del nuovo stadio Iacovone di Taranto. Il pubblico interrompe per qualche minuto lo sventolio dei ventagli e applaude convintamente gli atleti. I giovani giocatori, arrivati dall’Algeria e dalla Tunisia, assumono pose solenni. Risuonano gli inni nazionali. Un ultimo applauso li accompagna verso le rispettive metà campo. Non c’è la rappresentativa italiana, battuta in semifinale dal Marocco. Poco male: il pubblico dei Giochi del Mediterraneo accoglie con entusiasmo le due squadre finaliste del torneo di calcio maschile e le sostiene per tutta la partita. Ecco in scena il leggendario spirito dei Giochi. L’UGUAGLIANZA VA IN SCENA Pace, fratellanza, dialogo tra i popoli e uguaglianza hanno infarcito la comunicazione politica e istituzionale della ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo, organizzati a Taranto. Non è certo una novità nell’ambito dei grandi eventi sportivi, dalle Olimpiadi in giù. Nel caso dei Giochi del Mediterraneo di Taranto, vale la pena soffermarsi sull’impatto di questa retorica. I Giochi hanno un perimetro geografico e politico definito: quello di un’area – il Mediterraneo – attraversata da profonde disuguaglianze e da regimi di mobilità radicalmente differenti. Il vocabolario dell’uguaglianza, agito dalla governance dei Giochi e della politica nazionale e locale, si confronta con uno spazio concreto, tutt’altro che liscio e omogeneo.  In aggiunta, Taranto ha accolto i Giochi in una fase cruciale, segnata dalla possibile transizione dall’industria inquinante a un futuro ancora indefinito. Alla luce del provvedimento emesso dalla Corte di Appello del Tribunale di Milano, l’area a caldo – la più inquinante dell’ex-Ilva – dovrà essere spenta entro il 26 ottobre. A fare da sfondo a questo passaggio cruciale c’è una città attraversata da profonde fratture: non solo quella, iper raccontata, tra ambiente e lavoro, ma anche tra pezzi di città distanti, tra classi sociali, tra chi immagina la trasformazione in corso come un’opportunità e chi teme di subirne i costi. Cosa accade quando un evento fondato sull’uguaglianza simbolica approda in un Mediterraneo diseguale e in una città attraversata da fratture radicali?  MEDITERRANEO, UN MARE IN FRANTUMI Il Mediterraneo evocato dai Giochi è, anzitutto, un’immagine politica: il mare che unisce, il ponte tra i popoli, lo spazio nel quale la competizione sportiva dovrebbe favorire la sospensione dei conflitti e mettere tra parentesi le gerarchie di matrice coloniale. Basta affacciarsi appena oltre l’estetica dell’uguaglianza messa in scena dai Giochi per ritrovare il mare reale, turbolento e scomposto. Gli indizi sono numerosi. Non si tratta soltanto della frattura tra la sponda settentrionale e quella meridionale. La geografia mediterranea è più articolata: passa tra nord e sud, ma anche tra est e ovest; tra gli Stati membri dell’Unione europea e quelli che ne restano fuori; tra Paesi attraversati dalla guerra e Paesi che ne governano gli effetti a distanza; tra chi dispone di risorse e potere negoziale, e chi è costretto a subire decisioni prese altrove. > È un mare profondamente diseguale. Basta pochi esempi per coglierne la > portata. Lungo il suo perimetro variano radicalmente il reddito, l’accesso > alla salute e all’istruzione, la stabilità politica e la capacità di incidere > sulle agende internazionali. Cambia, soprattutto, la possibilità di > attraversare quel mare. Per alcunə il Mediterraneo è il luogo del commercio e > dell’avventura. Per altrə, una frontiera militarizzata, selettiva e letale. > Nello stadio Iacovone, le bandiere dei paesi che aderiscono ai Giochi sono > state disposte alla stessa altezza lungo le rinnovate curve nord e sud. I > Paesi coinvolti non lo sono. Soprattutto, non lo sono le persone che li > abitano. Per le persone migranti, il Mediterraneo è un confine iperfortificato, pattugliato dalle navi militari, sorvegliato dai droni e dagli apparati di controllo europei, esternalizzato attraverso accordi con i paesi di transito, disseminato di centri di detenzione, naufragi e morte. Per le navi delle organizzazioni non governative è uno spazio amministrativamente e giudiziariamente accidentato, fatto di porti assegnati lontano dalle aree di soccorso, fermi, sanzioni. Per la Flotilla, il Mediterraneo è disseminato di molteplici ostacoli. Interdizioni, minacce, arresti, pressioni diplomatiche e dispositivi militari hanno trasformato un’iniziativa compiutamente politica in un problema di ordine pubblico. In nessuno di questi casi il Mediterraneo appare – neanche in prospettiva – il ponte evocato dai Giochi. Nella cornice retorica che informa i Giochi e nelle parole dei molteplici attori pubblici che, travolti dall’entusiasmo, continuano ad applaudire alla loro efficacia organizzativa non c’è traccia — neanche controluce — delle gerarchie che organizzano il Mediterraneo e delle violenze che rendono così diseguale la possibilità di attraversarlo. La partecipazione degli atleti tunisini e algerini a uno degli eventi più attesi – la finale del torneo di calcio – offre un esempio paradigmatico della distanza tra il Mediterraneo evocato dai Giochi e quello reale. I giovani calciatori sono accolti dal convinto applauso del pubblico, riconosciuti nella loro dignità sportiva e integrati nella messa in scena dell’amicizia tra i popoli. Allo stesso tempo, quella tunisina è la prima nazionalità per numero di persone trattenute nei CPR italiani e per numero di deportazioni nel paese di origine.  TARANTO, UNA CITTÀ FINALMENTE RICOMPOSTA? Se la retorica della ritrovata uguaglianza tra le sponde del Mediterraneo restasse confinata nel periodo dei Giochi, sarebbe fastidiosa ma transitoria: repertorio prevedibile, destinato a spegnersi insieme alle luci degli impianti. A Taranto, però, l’immagine della comunità ricomposta, con i conflitti che la attraversano finalmente archiviati, è in questi giorni costantemente proposta dalle classi dirigenti come una possibile forma di futuro, proprio mentre la città attraversa una fase elettrizzante e incerta. > È qui che la retorica dell’uguaglianza mostra il suo lato più oscuro. L’idea > di ricomporre ciò che la storia, la società e la politica hanno frammentato è > un modo per rappresentare il conflitto come una patologia. Come se le fratture > che dànno forma alla città fossero il residuo di una stagione ormai al > tramonto, destinata a dissolversi davanti alle promesse di transizione alle > porte. Eppure i conflitti che attraversano Taranto – tra salute e lavoro, tra fabbrica e territorio, tra centro e periferie, tra chi parte e chi resta, tra la città da abitare e quella da esibire – sono la forma concreta assunta da rapporti economici, sociali, culturali, di genere profondamente diseguali. La frattura tra salute e lavoro è la più evidente – e l’unica ad avere agibilità nello spazio pubblico. Più silenziosa – ma più profonda – è la frattura di classe: tra chi può immaginare di trasformare i grandi eventi in un’occasione economica e chi vi prende parte come forza lavoro precaria o volontaria; tra chi possiede gli spazi e chi li abita; tra chi può partecipare alla costruzione – immaginaria e reale – della città a venire e chi è chiamato a consumare quella progettata da altrə. Tra chi assiste alle gare dagli spalti e chi, pur abitando a Taranto, dei Giochi ha sentito soltanto un’eco lontana.  C’è la frattura tra il capoluogo e le borgate, amministrativamente comprese nella città ma con possibilità diseguali di partecipare alla vita urbana. E quella tra Taranto e la sua provincia, coinvolta in alcuni eventi sportivi ma non collocata allo stesso livello nella distribuzione di investimenti e visibilità. C’è inoltre un’ampia frattura generazionale, rappresentata dalla distanza tra le persone giovani coinvolte come volontarie nei giochi e ambasciatrici del futuro  e il mercato del lavoro che – ancor più a queste latitudini – continua a espellerle brutalmente. Il rischio è che – finalmente archiviata la stagione della siderurgia mortifera – sulla scia del «successo dei Giochi» alla città industriale si sostituisca la città-evento, senza che cambino i rapporti di potere che ne organizzano la vita. Le fratture che attraversano la città non sono un’immagine del passato né un difetto della sua rappresentazione: sono un fatto. Rimuoverle dal discorso pubblico significa permettere che, anche nella transizione in corso, restino intatti i rapporti di forza tra le classi sociali che agiscono a Taranto. Nel passaggio dalla città industriale all’annunciata città-evento si apre uno spazio decisivo: quello in cui immaginare forme inedite di distribuzione verso il basso di potere, parola e possibilità di azione pubblica.  Foto di copertina: Martin Rulsch, Wikimedia Commons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Giochi del Mediterraneo, uguaglianza prêt-à-porter proviene da DINAMOpress.
September 8, 2026
DINAMOpress
“Sport per la Legalità”: un campus in Sicilia, una classe disagiata in Lombardia e un obiettivo non dichiarato
Il documento Con nota prot. n. 38584 del 20 luglio 2026, l’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia ha diramato alle istituzioni scolastiche di secondo grado l’avviso per le candidature al progetto “Sport per la Legalità“. L’iniziativa nasce da un accordo di collaborazione tra Regione Lombardia, USR Lombardia e Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, approvato dalla Giunta Regionale con DGR n. XII/6193 del 25 maggio 2026 e formalizzato con l’accordo prot. n. 37488 del 13 luglio 2026. Il progetto prevede un “Campus” di sei giorni (12-17 ottobre 2026) presso il Centro Sportivo della Polizia Penitenziaria di San Pietro Clarenza (CT), in modalità “live in”, rivolto a una singola classe (massimo 25-27 studenti, accompagnati da 2 docenti) di un istituto lombardo di secondo grado. Gli studenti e le studentesse selezionate praticheranno diverse discipline sportive sotto la guida di atlete e atleti del Gruppo Sportivo, alternando lezioni teoriche (nutrizione sportiva, psicologia dello sport, inclusione, più un ecc. di cui non si conosce il contenuto) a pratica “sul campo”. La selezione della classe partecipante avviene tramite una Commissione Giudicatrice che valuta prioritariamente situazioni di disagio sociale e culturale certificate dalla scuola, oltre alla partecipazione pregressa ai Giochi della Gioventù. Il progetto è dichiarato gratuito per l’istituto scolastico. Il testo si apre richiamando il ruolo della scuola come “baluardo fondamentale nella prevenzione sociale del disagio giovanile” e “centro di promozione culturale, relazionale e di cittadinanza attiva“, capace di fornire “gli strumenti idonei per una lettura critica della realtà“. È a partire da questa premessa dichiarata, messa a confronto con il dispositivo concreto proposto, che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sviluppa le osservazioni seguenti. 1. Il monopolio securitario sull’eccellenza sportiva italiana Il Centro Sportivo di San Pietro Clarenza ospita atlete e atleti del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre, sezione sportiva del Corpo di Polizia Penitenziaria, costituita con decreto ministeriale del 25 luglio 1983 su iniziativa del magistrato Raffaele Condemi e del campione olimpico Pietro Mennea. Il gruppo conta oggi atlete e atleti di alto livello impegnati in oltre venti discipline, con un consistente medagliere internazionale e paralimpico. L’accesso al gruppo avviene tramite concorso pubblico riservato a sportivi di alto livello, che assicura loro un impiego stabile presso il Corpo, strutture di allenamento e tempo dedicato alla preparazione agonistica. Questo modello non è un’eccezione isolata, ma la regola nel sistema sportivo italiano d’élite. Accanto alle Fiamme Azzurre della Polizia Penitenziaria operano le Fiamme Oro (Polizia di Stato), le Fiamme Gialle (Guardia di Finanza), i gruppi sportivi di Esercito, Aeronautica, Marina, Carabinieri e Vigili del Fuoco. Per la maggior parte delle discipline olimpiche non professionistiche, il sostentamento economico dell’atleta italiano passa attraverso l’arruolamento in un corpo armato o di polizia, in assenza di un sistema strutturato di borse di studio, sponsorizzazioni private o modelli universitari alternativi come quelli in uso in altri contesti nazionali. Ne consegue che qualunque istituzione — anche una scuola — che intenda offrire ai propri studenti un “modello di eccellenza sportiva” si trova strutturalmente reindirizzata verso un’offerta incardinata in un corpo di polizia. La circolare USR Lombardia, in questo senso, rende visibile una condizione sistemica: in Italia, allo stato attuale, l’accesso a un contesto di alto livello sportivo tende a coincidere con l’appartenenza a un’istituzione armata. 2. L’incongruenza tra target dichiarato e dispositivo proposto Il testo della circolare dichiara un obiettivo di prevenzione del disagio giovanile attraverso “occasioni sistemiche di formazione” continuative. Il dispositivo concreto che viene proposto presenta, tuttavia, caratteristiche difficilmente compatibili con questa premessa: Continuità vs evento singolo: il Campus dura sei giorni, si svolge in trasferta e non risulta ripetibile nel corso dell’anno scolastico per la stessa classe. Il testo parla di “sistema”, ma  lo strumento proposto è un evento isolato. Distanza tra il contesto del disagio e la sede dell’intervento: la classe è selezionata sulla base di un disagio sociale e culturale radicato nel territorio lombardo. L’intervento si svolge però in una struttura di polizia in provincia di Catania, senza che il documento espliciti alcun nesso tra il contesto di provenienza degli studenti e la sede scelta. Nessun elemento del testo lega la scelta geografica a una specificità del progetto che non potrebbe essere replicata sul territorio di residenza. Assenza di un obiettivo pedagogico verificabile: La circolare elenca contenuti (nutrizione sportiva, sport e inclusione, psicologia dello sport, più un ecc. indefinito) ma non formula un obiettivo misurabile. Non si tratta di un percorso di orientamento professionale dichiarato — il testo non menziona in alcun punto la carriera nel Corpo come sbocco — né di un’educazione alla legalità in senso tecnico-giuridico, né di un programma sportivo continuativo. La formula “modello di organizzazione virtuosa e moltiplicatrice di valori” resta un enunciato  privo di traduzione operativa o di indicatori di verifica. Assenza di dati di costo e di impatto: il progetto è dichiarato gratuito per la scuola, ma il testo non fornisce alcuna indicazione sul costo complessivo dell’operazione — trasporto, vitto e alloggio per 25-27 studenti e 2 docenti per sei giorni, impiego di personale della Polizia Penitenziaria — né una previsione di valutazione d’impatto sul target dichiarato. Questa assenza è essa stessa un dato documentabile: la circolare non consente di stimare né il costo reale dell’iniziativa né la sua efficacia attesa né tantomeno a carico di chi sono i costi. 3. A chi va, effettivamente, la competenza sportiva accumulata in questi corpi Se l’obiettivo dichiarato riguardasse realmente la prevenzione del disagio attraverso lo sport, esisterebbe un termine di paragone naturale, interno allo stesso sistema penitenziario: l’impiego della professionalità delle atlete e degli atleti del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre a beneficio della popolazione detenuta. Questo canale esiste. Un protocollo d’intesa tra il DAP e la società pubblica Sport e Salute S.p.A. — sottoscritto nel 2021 dal Vice Capo del Dipartimento Roberto Tartaglia e dal Presidente di Sport e Salute Vito Cozzoli, e successivamente confluito in un nuovo protocollo tra Ministero della Giustizia e Ministro per lo Sport e i Giovani del 9 aprile 2024 — impegna l’amministrazione a implementare l’offerta trattamentale sportiva rivolta ai detenuti, individuando persone detenute disponibili a collaborare volontariamente (ai sensi dell’art. 21 dell’Ordinamento Penitenziario) e impiegando a tal fine il personale tecnico del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre. Il protocollo del 2024 prevede inoltre l’attivazione di percorsi di formazione rivolti al personale sportivo, “sempre nell’ottica di un reinserimento sociale, per gli stessi detenuti adulti, minorenni e giovani adulti”. A livello ministeriale, il progetto “Sport di tutti – Carceri”, promosso dal Dipartimento per lo Sport in continuità dal 2024, si inserisce nello stesso protocollo tra Dipartimento per lo Sport, DAP e Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, con l’obiettivo dichiarato di supportare associazioni e società sportive dilettantistiche ed enti del terzo settore per facilitare il recupero dei detenuti attraverso lo sport quale strumento educativo e di prevenzione del disagio sociale. Di questo canale, tuttavia, non vi è traccia nel progetto oggetto della circolare USR Lombardia: gli studenti coinvolti non incontrano persone detenute, non entrano in un istituto di pena, non assistono ad alcun percorso di reinserimento. Il “campo” resta quello sportivo del Centro Fiamme Azzurre — non quello penitenziario. Va inoltre rilevato un limite strutturale che riguarda il canale rivolto ai detenuti stesso: non esiste, allo stato attuale, un dato ufficiale sul numero di persone detenute effettivamente coinvolte in attività sportive.  Il rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione lo dichiara esplicitamente, definendo non ricostruibile un’analisi quantitativa della partecipazione sportiva in carcere, poiché i soli riferimenti disponibili sono aggregati statistici DAP che raramente specificano numeri per singola attività. Lo stesso rapporto segnala che, su 86 istituti visitati dall’Osservatorio, 22 risultano privi di spazi idonei alla pratica sportiva, e che la programmazione resta demandata alla capacità di ciascun istituto di costruire partnership locali, in assenza di prescrizioni esplicite su spazi o attrezzature. Il contrasto con altre voci del “trattamento” penitenziario è netto: per l’anno scolastico 2024/2025 il DAP rende noto un dato di 19.391 detenuti coinvolti in percorsi di istruzione di primo e secondo grado; per il 2025, 18.004 detenuti su 21.354 impegnati in attività lavorative alle dipendenze dell’amministrazione; 4.276 corsisti nei percorsi di formazione professionale. Lo sport resta l’unica voce del trattamento per cui il DAP non pubblica un dato comparabile di partecipazione. L’interlocutore scelto e l’assenza dell’alternativa territoriale Resta un’ultima domanda, che il testo della circolare non permette di sciogliere: perché l’interlocutore individuato per un intervento sul disagio sociale e culturale è specificamente la Polizia Penitenziaria, e non uno dei molti soggetti sportivi o educativi — società sportive dilettantistiche, CONI territoriale, enti del terzo settore, reti scolastiche locali — attivi sul territorio lombardo di provenienza degli studenti? La circolare non fornisce alcun criterio che giustifichi questa scelta specifica rispetto ad altre astrattamente disponibili: non emerge, dal testo, per quale ragione l’incontro con atlete e atleti di eccellenza debba avvenire necessariamente all’interno di una struttura del Corpo di Polizia Penitenziaria, piuttosto che, ad esempio, in un contesto sportivo civile di pari livello. A questa domanda se ne affianca una seconda, altrettanto priva di risposta nel documento: cosa viene proposto a questi stessi ragazzi, nel loro territorio di residenza, in termini di intervento continuativo sul disagio dichiarato come criterio di selezione? La circolare non menziona alcuna proposta strutturata — sportiva, educativa o sociale — che accompagni il rientro della classe dopo l’esperienza dei sei giorni in Sicilia, né alcun raccordo con servizi, associazioni o presidi già operanti sul territorio lombardo. Il Campus si presenta così come un episodio isolato, non ancorato a un prima né a un dopo: la scuola avanza la candidatura, la Commissione seleziona, gli studenti partono e tornano, senza che il testo preveda alcuna continuità né alcuna verifica di quanto accade una volta esaurita l’esperienza. Se il disagio sociale e culturale è il criterio di ammissione al progetto, la sua assenza di trattamento nel “durante” e nel “dopo” locale resta il vuoto più significativo dell’intero impianto. I tre elementi qui ricostruiti si compongono in un quadro coerente. Il progetto “Sport per la Legalità” mobilita una risorsa — l’eccellenza sportiva del Gruppo Fiamme Azzurre — che nel sistema sportivo italiano è per definizione incardinata in un corpo di polizia, e la indirizza verso un pubblico selezionato per fragilità sociale, sottraendola a un possibile impiego nei confronti della popolazione detenuta, per il quale esiste un canale istituzionale riconosciuto ma di dimensione ed esito non misurabili. Al tempo stesso, la circolare non definisce, in alcun punto del testo, quale sia l’obiettivo pedagogico verificabile dell’esperienza proposta agli studenti, né i suoi costi, né i criteri di valutazione del risultato. Ne risulta un dispositivo che si presenta nel linguaggio della prevenzione del disagio, ma che nella sua articolazione concreta assomiglia più a un’esperienza di socializzazione al corpo — in senso letterale e istituzionale — della Polizia Penitenziaria, che a un intervento strutturato sul disagio sociale e culturale dichiarato come criterio di selezione. *Fonte primaria: nota USR Lombardia prot. n. 38584 del 20 luglio 2026, “Progetto Regionale Sport per la Legalità”.* Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle universtià -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Europei di Birmingham, l’Italia è da record
Le competizioni di atletica leggera si concluderanno domani, ma l’Italia è già da record di medaglie. Attualmente, gli azzurri sono primi nel medagliere, con ben 7 ori (il numero più alto tra tutti i Paesi in gara), 4 argenti e 4 bronzi aggiudicati. Seguono la Gran Bretagna, padrona di casa, e la Germania. Solamente nella mattinata di oggi sono giunte cinque medaglie dalla marcia, con i due ori di Massimo Stano (maratona di marcia maschile) e Sofia Fiorini (maratona di marcia femminile), la quale ha anche battuto il record mondiale della nuova distanza: 3 ore, 15 minuti e 11 secondi. Due argenti sono stati aggiudicati da Francesco Fortunato (mezza maratona di marcia) e da Alexandrina Mihai (anche lei mezza maratona), mentre un bronzo lo ha conquistato Andrea Cosi nella mezza maratona – strappando così per l’Italia una doppia medaglia nella competizione. A ciò si aggiunge poi la qualificazione di Larissa Iapichino per la finale di salto in lungo, che si svolgerà domani. Dallo scorso 10 agosto, data di inizio delle competizioni, l’Italia ha collezionati risultati sorprendenti. Leonardo Fabbri e Zane Weir si sono aggiudicati rispettivamente il primo e il secondo posto nel getto del peso, mentre un’altra doppia medaglia è venuta dai 5mila metri, con l’oro di Nadia Battocletti e il bronzo di Micol Majori. Sara Fantini si è aggiudicata il secondo posto sul podio per il lancio del martello, mentre Dariya Derkach ha guadagnato un oro nel salto triplo. Ieri, Nadia Battocletti ha poi registrato la doppietta, con l’oro nei 10 mila metri, accompagnato da quello di Gianmarco Tamberi per il salto in alto – per il quale è salito sul podio, con un terzo posto, anche Matteo Sioli. Infine, Eseosa Desalu è riuscito a guadagnarsi il terzo posto nei 200 metri. I risultati eccezionali degli azzurri sono il punto di arrivo di un percorso durato anni, durante il quale l’atletica italiana si è dimostrata sempre più un’eccellenza – basti pensare agli europei di Roma del 2024, quando riuscimmo a portare a casa 24 medaglie, il miglior risultato di sempre per gli azzurri. E la partita è ancora tutta da giocare: restano infatti circa una ventina di titoli da assegnare tra stasera e domani, quando si chiuderanno definitivamente le competizioni. Così come si chiuderanno domani anche gli Europei di nuoto di Parigi, dove l’Italia sta collezionando risultati importanti. Sono ben 34 le medaglie collezionate: 11 ori, 9 argenti e 14 bronzi. The post Europei di Birmingham, l’Italia è da record appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Sport e Militarizzazione: nuove generazioni giocano alla guerra con la Ginnastica Dinamica Militare
«In uno stato non funzioneranno le leggi se non vige la paura, né si comanda un esercito, senza lo schermo del timore e del rispetto. Anche se si fa un fisico gagliardo, l’uomo deve pensare che una colpa anche piccola può buttarlo giù». Sofocle «La macchina della fama conferisce celebrità attraverso una conflagrazione così potente da non lasciare alcuna possibilità di sopravvivenza». Don Delillo Ci siamo occupati più volte negli articoli dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università della relazione fra le attività motorie, ludiche, sportive, per grandi e piccini e la vocazione alla guerra: bambini, bambine e giovani precocemente addestrati alla disciplina del corpo, semplice involucro da esibire quando occorre manifestare prontezza e resistenza, due fra le soft skills che si devono insegnare, esercitare e valutare a scuola, in tutti gli ordini e gradi (clicca qui; oppure qui). La tragedia di Sofocle ruota intorno alla vicenda di Aiace che – vinta Troia a fianco degli Achei – perde la gara con Ulisse per l’assegnazione delle armi di Achille. Tanto è lo sdegno, il dolore per la fama non conseguita che si darà la morte. La guerra fa questo effetto, ieri come oggi, su chi crede di farne un luogo di eroismo personale. Ma della citazione, per stare in argomento, mi colpiscono il richiamo alla gagliardia di poca durata e al desiderio di fama.  Uno sguardo ai tre video tratti da Tik Tok (Tik Tok influencer e ginnastica dinamica militare) mette in luce che il tema sono le virtù della ginnastica, in stile marines. Ma non vengono trascurarti neanche i capi d’abbigliamento adatti alla palestra e al campo militarizzati. Il social network cinese, attivissimo dal 2018, mostra le pagine associate a due nomi femminili, Camilla Bocci e Giulia Iarpini, nome e cognome, se non sono fasulli ma, forse i seguaci li credono autentici, e può essere. Il narcisismo da social è fenomeno noto. Insomma, non si tratta di andare in palestra a sudare in vista del costume da bagno, per ottenere un fisico come quello della modella che sfoggia le magliette e le calzamaglie indispensabili per ben figurare. Qui il gioco si fa duro. Gli istruttori sono paramilitari? Forse. Negli articoli citati più su, già pubblicati dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, i curricula degli istruttori davano contezza di uomini e donne già provati nelle guerre, sui tanti scenari in cui operavano le truppe di intermediazione ONU (le guerre giuste!), come mercenari e contractors. Qui, in Tik Tok, tutto sembra allegro, bonario, ci si diverte un sacco, come ci comunica il sorriso di una delle blogger. Sono pagine con centinaia di migliaia di followers (i seguaci, appunto), così ho pensato alla citazione contenuta in uno dei saggi del testo di Don Delillo, Nelle rovine del futuro (Napoli 2022). Rovine di guerra, rovine ambientali, rovine personali. Perché di desiderio di fama si muore. Meno tragicamente, sparisci dal web se non mantieni attiva quotidianamente la tua pagina social, se non compiaci i tuoi followers, se non fai pubblicità esplicita e implicita a quanto sta sul mercato, basta un niente, e la macchina della fama si arresta. Certo, nei casi citati a sostenere questi baracconi pseudo-sportivi ci pensa il mercato e, purtroppo anche alcune scuole, dove insegnanti e dirigenti non sono per nulla attenti agli scopi educativi altissimi che le istituzioni scolastiche dovrebbero onorare. Tutto diventa propaganda pro-militarizzazione delle coscienze, tutto si compra e si vende: due capi annodati. La Adidas ha utilizzato, per pubblicizzare un suo marchio, la danza Maori, Haka, esibita prima delle partite di rugby. Un modo per intimidire, far tremare le gambe alla squadra avversaria, come danza di guerra. Peccato che presso i polinesiani avesse altre funzioni, ma tant’è, è gagliarda e i fisici dei giocatori che mostrano la lingua e si battono le cosce, sono impressionanti macchine muscolari.   Ritorno a Sofocle. La paura come veicolo dell’obbedienza alle leggi dello stato e come rispetto degli ordini in un esercito, sono la garanzia del buon funzionamento del primo e del secondo. Basta dare un’occhiata a decreti sulla sicurezza che piovono su di noi da un parlamento inerte, firmati da un presidente della Repubblica che rischia di mantenere nel futuro una fama sinistra, come quella del Governo attuale. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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L’ossessione per i filo-russi si è abbattuta anche sulla nazionale di calcio
A un mese dalla riorganizzazione gattopardiana della FIGC, che ha affidato la presidenza a Giovanni Malagò, volto noto del potere sportivo italiano, la nazionale di calcio è piombata nuovamente nel caos. La scelta del commissario tecnico ha scatenato la mai sopita ossessione per i filo-russi, facendo cambiare i piani alla federazione e riuscendo laddove altre proteste — come quella relativa alla sospensione delle partite con Israele — avevano fallito. Via Andrea Pirlo, accusato dai liberali italiani di fare propaganda per il Cremlino; dentro Roberto Mancini, già allenatore della nazionale tra il 2018 e l’estate del 2023, quando lasciò il suo incarico con una pec inviata da Mykonos e fece in fretta e furia le valigie per raggiungere lo stipendio multimiliardario offerto dall’Arabia Saudita. È durata appena due settimane l’esperienza di Paolo Maldini, bandiera del Milan, come direttore tecnico della nazionale italiana di calcio. Si è dimesso, insieme all’amico e consulente Leonardo, dopo il polverone politico e mediatico abbattutosi su Andrea Pirlo, che i due avevano individuato — subito dopo il tramonto della suggestione Pep Guardiola — come il commissario tecnico della “rifondazione” calcistica italiana, a pochi mesi dalla debacle di Zenica. Più che presentare a Pirlo, ex campione dei Mondiali di calcio del 2006, una legittima contestazione nel merito, relativa al suo percorso da allenatore, politici e media si sono concentrati sulle sue attività extra-calcistiche. A finire nel mirino della critica non sono stati tanto gli esoneri prima alla Juventus, poi al club turco Fatih Karagümrük e infine alla Sampdoria — cui ha fatto seguito l’approdo alla corte dello United FC di Dubai — quanto piuttosto l’accordo commerciale con uno sponsor russo, siglato lo scorso anno. Si tratta della Fonbet, tra le più grandi agenzie di scommesse del Paese, che vanta legami con le principali organizzazioni sportive russe. Tra i maggiori azionisti di Fonbet figura l’oligarca Sergey Lomakin, presidente dello United FC di Dubai, allenato proprio da Pirlo. E non è un caso: «la collaborazione professionale oggetto delle recenti polemiche nasce nell’ambito del mio percorso lavorativo negli Emirati Arabi Uniti», ha scritto l’ex centrocampista. A maggio, in qualità di “ambasciatore” della società, Pirlo ha presieduto a un evento organizzato a Mosca, mentre l’aggressione all’Ucraina entrava nel quarto anno di ostilità. Quando nel fine settimana l’idea di Pirlo alla guida della nazionale di calcio ha iniziato a prendere quota, in Italia è esplosa la polemica. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione Carlo Calenda. Gli ha fatto eco l’ex dem Pina Picierno, oggi vicepresidente del Parlamento europeo: «Non interessa se Pirlo sia filo-russo o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin». Rispondendo alle polemiche dopo alcuni giorni di silenzio, Pirlo ha conferito all’accordo con Fonbet una natura esclusivamente «commerciale e sportiva. Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono». Il caso mediatico ha rispolverato l’ossessione italiana per i “filo-russi” e rilanciato la questione etica nello sport. Lo ha fatto in un Paese dove i vertici sportivi non si sono creati problemi a ospitare e giocare a calcio con una nazionale rappresentante uno Stato genocida, nonostante le proteste dal basso. Soltanto l’incapacità mostrata sul campo da gioco ha impedito all’Italia di partecipare ai Mondiali di calcio organizzati in America, con epicentro negli Stati Uniti, gli stessi dell’aggressione all’Iran, del golpe in Venezuela o della fame imposta a Cuba. L’elenco dei cortocircuiti etici potrebbe continuare, comprendendo gli accordi tra club e sponsor. Si pensi, ad esempio, al caso della Lazio con Polymarket, piattaforma che permette di speculare su tutto, guerre comprese. Verrebbe dunque da chiedersi fino a che punto vale il diritto internazionale, riprendendo una massima del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Se non ci sono limiti, ci troviamo nel campo della critica oggettiva, a tutela dei principi di giustizia e uguaglianza; se invece il diritto si ferma alle preferenze personali il gioco slitta sul doppiopesismo, quello a cui l’Italia, l’Europa e l’Occidente ci hanno ormai abituato. Pina Picierno incontra rappresentanti dell’IDSF. L’anno scorso, quando militava ancora tra le fila del Partito Democratico, Pina Picierno, che di fronte all’affair Pirlo ha parlato di «normalizzazione del regime di Putin», non si è fatta particolari problemi nell’incontrare i rappresentanti dell’Israel Defense and Security Forum (IDSF). Un’organizzazione di ex militari che — come sottolineato allora dagli stessi deputati dem — «propugna apertamente le ragioni dei coloni in Cisgiordania, i crimini contro l’umanità perpetrati a Gaza e nega esplicitamente la soluzione dei due popoli due Stati». Per spegnere le polemiche su Andrea Pirlo, la FIGC ha appena ufficializzato la nomina di Roberto Mancini come nuovo commissario tecnico della nazionale. Inizia così la sua seconda esperienza a Coverciano, a tre anni di distanza dall’abbandono prematuro del suo incarico e la fuga verso l’Arabia Saudita, non proprio una bandiera dei diritti umani. 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July 28, 2026
L'INDIPENDENTE