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Sport in Palestina: il possibile per non soffocare
-------------------------------------------------------------------------------- pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- In Mille Piani, Deleuze e Guattari scrivono che tutto è politico.1 Le attività sportive non fanno eccezione. Al contrario, lo sport è profondamente politico e questa sua dimensione viene sfruttata in modo differente dai diversi agenti sociali. Nei sistemi capitalisti, lo sport, il calcio in particolare, rappresenta una componente importante negli ingranaggi economici, venendo catturato nel processo di accumulazione del capitale. Tuttavia, al di là di questa funzione economica, lo sport contribuisce alla costruzione dell’identità nazionale, ruolo che assume a partire dall’Ottocento con il delinearsi e affermarsi degli Stati moderni. In Italia, per esempio, l’attività sportiva comincia ad essere sistematicamente sfruttata a fini nazionalistici a partire dal Risorgimento.2 Questo legame tra sport e identità nazionale può però produrre effetti molto diversi. Se da un lato permette alle popolazioni di legittimarsi e rafforzare la propria immagine a livello internazionale, dall’altro può sfociare tanto in processi di dominazione ed esclusione quanto configurarsi come strumento di lotta e resistenza contro la dominazione. Un chiaro esempio di quest’ultima dimensione è rappresentato dal ruolo che popolazioni africane hanno attribuito al calcio in epoca post-coloniale. Il calcio è diventato in questo contesto, non solo un mezzo per creare senso di collettività, ma anche e soprattutto un mezzo per plasmare e consolidare la propria identità nazionale, sollevando allo stesso tempo questioni importanti legate alla loro storia e memoria culturale. Questa dinamica di decolonizzazione e di affermazione della propria identità attraverso il calcio, o più in generale lo sport, è osservabile anche in Palestina, dove l’attività sportiva è intimamente legata alla resistenza del popolo palestinese. Attraverso lo sport, i palestinesi, non solo rafforzano il loro senso di comunità, ma trovano, come suggerisce Giulia Fabrizi in More than a Game: Sport, Identity and Resistance in Palestine, l’unica arena in cui possano effettivamente esprimersi come collettività riconosciuta a tutti gli effetti.3 Emblematica è la partecipazione dal 1996 di atleti palestinesi ai Giochi Olimpici. Tuttavia, è bene non cadere in facili semplificazioni. Se è vero che gli atleti palestinesi hanno avuto accesso ad alcuni eventi sportivi di rilievo come possono essere i Giochi Olimpici, o la loro affiliazione alla FIFA dal 1998, la situazione in cui versano è di totale marginalizzazione su scala globale. Questo è chiaramente testimoniato dal fatto che la Palestina non è ancora stata riconosciuta da tutti gli Stati nonché dalla diffusa indifferenza, soprattutto a livello istituzionale, nei confronti delle violenze sistematiche che ne subisce il suo popolo. Gli atleti palestinesi, inoltre, restano esclusi dalla maggior parte delle manifestazioni sportive e fanno fronte a grandi difficoltà per allenarsi o semplicemente muoversi nei territori a causa delle restrizioni imposte dall’occupazione. A ciò, si aggiunge il fatto che sono bersaglio di una durissima repressione. Non a caso, numerosi studiosi parlano di un atleticidio definito da Derek Silva et al. come “l’annientamento del settore sportivo mediante l’uccisione, la menomazione, l’arresto o la detenzione di atleti, allenatori, personale legato al settore sportivo, ufficiali di gara e dirigenti, nonché la distruzione delle infrastrutture sportive e della sua storia”4. Secondo la Palestinian Sports Media Union, dall’ottobre 2023 al luglio 2026, si contano più di mille atleti e giovani palestinesi appartenenti ad associazioni sportive uccisi nella sola Striscia di Gaza.5 Di questi 567 erano giocatori di calcio,6 ultimi dei quali Saleem al-Ashqar, ucciso il 29 giugno scorso mentre cercava una bombola per cucinare ad Al-Qarara, e Fadi Hamdallah al-Nassan, giocatore 17enne della nazionale, ucciso l’11 luglio in Cisgiordania. Già in seguito alla morte di Salem di Saleem al-Ashqar, le reazioni sono state molto forti e numerose voci hanno chiesto, ancora una volta, l’esclusione della IFA (Israel Football Association) dalla FIFA. Nello stesso arco di tempo, le infrastrutture sportive danneggiate sono state circa 280; molte – come spiega l’allenatore della nazionale di calcio Ihab Abu Jazar – sono state riconvertite in centri di detenzione per prigionieri palestinesi.7 Il calcio rimane sicuramente lo sport più popolare ma, negli ultimi anni, soprattutto in Cisgiordania, l’arrampicata sta assumendo un ruolo sempre più rilevante configurandosi come spazio di resistenza politica. L’arrampicata, così come le altre discipline sportive praticate in Palestina, permette di fare comunità, di socializzare e affrontare insieme le restrizioni e i soprusi quotidiani, di emancipare il proprio corpo e liberare la mente. Tuttavia, dal momento che è praticata all’aria aperta e a diretto contatto con la natura e quindi con il territorio, offre la possibilità di riappropriarsi della propria terra e di riconnettersi profondamente a essa. L’arrampicata acquisisce così un valore simbolico e politico particolarmente speciale, rendendo ancora più evidente il ruolo dello sport come strumento di liberazione e resistenza. Deleuze e Guattari in Il Maggio ‘68 non ha avuto luogo usano l’espressione “del possibile sennò soffoco”8. Lo sport in Palestina può essere visto come quel possibile, come quel soffio di vita che può dare speranza in un mondo soffocante per rendere il presente più sopportabile. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Deleuze, Gilles, Félix Guattari, Capitalisme et Schizophrénie: Mille Plateaux, 2 vols (Paris: Éditions de Minuit, 1980), II, p. 260 2 Pivato Stefano, Identità sportiva e identità nazionale, Mélanges de l’École française de Rome. Italie et Méditerranée, 1997, vol. 109, n°1, pp. 277-284 3 Giulia Fabrizi, More than a Game: Sport, Identity and Resistance in Palestine, ISPI 4 “the obliteration of athletics through the killing, disabling, arrest, or detention of athletes, coaches, staff, officials, and administrators and the destruction of athletic infrastructure and history’ (Derek Silva et al., ‘Settler Colonialism–Genocide–Athleticide: The Destruction of Sport in Occupied Palestine”, Journal of Sociology, vol. 43, n°2, https://journals.humankinetics.com/view/journals/ssj/43/2/article-p221.xml 5 Palestine Observatory, “928 Athletes were killed by Israeli Occupation Forces in Gaza“, 7 luglio 2026 6 Sofia Sheera, “Fifa Does Nothing After Israeli Forces Shoot and Kill Palestinian Goalkeeper“, 3 luglio 2026, Novara Media 7 Ihab Abu Jazar in un intervita di Francesco Pietrella, “Il ct della Palestina: ‘Il mio vice ucciso mentre consegnava aiuti, anche l telefono ci fa paura’“, Gazzetta dello Sport, 8 settembre 2025 8 Du possible, sinon j’étouffe (Gilles Deleuze, Félix Guattari, “Mai 68 n’a pas eu lieu”, Chimère, 2007, vol. 2, n°64, https://shs.cairn.info/revue-chimeres-2007-2-page-23?lang=fr&tab=cites-par -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sport in Palestina: il possibile per non soffocare proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
Sport e ideologia militarista: il lato nascosto dell’addestramento infantile
Virtù indica il bene in senso morale e spirituale, ma è significativo che questa parola derivi etimologicamente dal latino vir, “maschio”. Nelle comunità tradizionali la virtù che davvero contava doveva essere essenzialmente la forza fisica del maschio, il suo carattere indomito e virile, che evidentemente veniva percepito come la migliore garanzia di poter avere la meglio sul nemico. Anche la parola eroe ha a che fare con la medesima famiglia semantica (attraverso il greco héros, “prode, forte in guerra, combattente”) Davide Borrelli. La segnalazione che commento, giunta all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università con un video pubblicato su Facebook, riguarda un campo di allenamento sportivo, paramilitare – legendary strenght revealed  – organizzato a Rettorgole, frazione di Caldogno, in provincia di Vicenza. Siamo nel Nord, lavoratore e produttivo, terreno di coltura della vecchia Lega, del suo pervicace separatismo, a cui la legge n.86/2024, a firma del ministro Roberto Calderoli, ha dato corpo, mentre si diffonde – in forma pressoché clandestina – l’ennesimo testo di preintesa Stato-Regioni. Ricordo spesso questo aspetto perché la mentalità autonomista si coltiva anche con quella ristrettezza di pensiero a cui abitua la competizione sportiva, unita a stretto vincolo con il culturismo, con il vigore fisico indispensabile al guerriero. Addestramento che è anche consuetudine alla obbedienza al comando, la performance come risposta efficace a quel che – nella rigida scala gerarchica – viene chiesto al sottoposto, senza che l’ordine si possa giudicare e mettere in dubbio. La postura tipica del coach (come è obbligo oggi chiamare la tizia o il tizio che in palestra ti fanno sudare), non solo del superiore graduato, è la messa in mostra, come modello, del proprio fisico e l’urlo come interlocuzione. Nel video un gruppo di bambini, forse appena preadolescenti, è schierato in riga davanti a un addestratore che urla l’ordine, un monito di buona retorica militare, “Compagnia?”, a cui i ragazzini rispondono – chiaro e forte come nei film sui marines – “Commando!!” (due emme!), controrisposta “Grandiosi“, e avvio dell’attività a colpi di fischietto. Tutto questo agitarsi di corpi fra ostacoli, salti, corse, è accompagnato da una musica epica, ad alta energia, come si è detto più su. La fonte è un sito dedicato, “Cinematic Sourse“, brutte copie, algoritmico-intelligenti, di Vangelis, nel canone delle colonne sonore, fin da Momenti di Gloria del 1981, o delle tracce che accompagnano le gesta di Arnold Schwarzenegger in Comando (1985), guarda il caso.   Musica e lotta audace sono ormai cultura popolare. Lo mostrano due serie di cartoni animati molto viste da grandi e piccini, i Simpson e quella coreana Saya Boys. Gruppi musicali in stile militare per i quali la musica è solo un’occasione di scontro con altre formazioni. Boy-Baby Band, nel primo caso protagonista Bart, nel secondo Jinu, demone che eccitando il suo pubblico ne cattura l’energia. Insomma, si tratta sempre di conflitti all’ultima nota, per i Leoni (Saya), anche di incantesimi e rituali di morte. Ma vengo a chi governa tutto questo dispiegamento di energia combattente, in mimetica, rivolta a giovani futuri eroi. A Roma ha la sua sede l’ENDAS (Ente Nazionale Democratico di Azione Sociale e Sportiva), scudo con un’onda gialla che porta la testa di un’aquila, guarda il caso (https://www.endas.it/area-istituzionale/la-nostra-storia/). Associazione sportiva riconosciuta dal CONI, nasce nel 1949 a scopi sociali e democratici (sic) visto che, finito il fascismo delle adunate domenicali e delle esercitazioni ginniche, occorre occupare il campo. Ma prima, nel 1946, venne fondato il suo antesignano, il M.A.S (Movimento di Azione Sociale) che, leggiamo sul sito dell’ENDAS, intendeva l’attività sportivo-sociale o social-sportiva come via della redenzione (sic) dopo l’oscurantismo del Ventennio. Oggi, bambini, adolescenti, adulti, più che redenti dalle colpe dei padri, e forse da quelle dei partigiani, devono crescere nella convinzione che è meglio rispondere affermativamente al comando, preparare fisico e mente per la difesa totale del suolo patrio. Allo scopo servono buone dosi di competizione, di crediti meritevoli in qualunque modo conseguiti, di resilienza, di reattività al rischio, competenze a cui educa la scuola di Valditara. Ma serve anche lo sport, attività di vario tipo che ormai, fosse anche nel campetto parrocchiale, svolgono tutte le creature piccole e giovani. Intrattenimento e divertimento – ci dicono- attivo e passivo (il tifoso) diventato industria dei corpi, corpi a cui la televisione, i media, le aziende che producono divise e oggetti sportivi, chiedono di andare sempre oltre il limite fisico, grazie a dosi di  sostanze chimiche (i controlli anti-doping spesso non conseguono risultati) e di allenamenti intensivi. E succede che un tennista super titolato svenga per il caldo o che giovani calciatori muoiano sul campo per infarto. Come scrive il sociologo in esergo, la virtù richiede sacrificio, i soldati in guerra se lo sentono ripetere fin dall’assedio di Troia.    Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
SPORT E BUSINESS, DAI MONDIALI DI CALCIO AL “CASO” BRESCIA: INTERVISTA AL SOCIOLOGO, SCRITTORE E GIORNALISTA PIPPO RUSSO
Sport e business, dal globale al locale. Tra Messico, Canada e (soprattutto) Usa sono in corso i Mondiali di Calcio, definiti i più diseguali di sempre, con biglietti alle stelle, l’inserimento di due “cooling break” a metà dei due tempi (per inserire ulteriori spot pubblicitari) e un sistema “sempre più piegato allo sfruttamento intensivo del prodotto, costi quel che costi”, spiega a Radio Onda d’Urto Pippo Russo, sociologo all’Università di Firenze, scrittore e giornalista sportivo, che ha definito più volte Infantino “Fifantino”, perché “la Fifa è stato ormai designata attorno alla sua stessa figura” in un mix di business estremo, rapporti opachi e declinazioni fortemente classiste se non quando razziste, guardando a quanto accaduto contro alcune tifoserie e anche alcune Nazionali, come Haiti e Iran. Nelle stesse ore dei Mondiali nelle Americhe, a Brescia – città da cui trasmettiamo – è sparita la storica squadra di basket, protagonista dei vertici delle serie A, il cui titolo è stato trasferito d’imperio a Roma, in omaggio al nuovo progetto della cosiddetta “Nba Europe”. Il tutto a un’estate esatta – quella 2025 – dall’altro crack, quello dello storico Brescia Calcio targato Cellino, ora riammesso dal Consiglio regionale lombardo ai futuri campionati dilettantistici, mentre l’ex Feralpi Salò, diventata Union, resterà allo stadio Rigamonti con la presidenza Pasini, che ha ufficializzato l’accordo per la costruzione di un nuovo maxicentro sportivo  nel quartiere di Buffalora. Il progetto, “Union City”, sorgerà su un’area totale di oltre 120.000 metri quadrati che ingloba l’attuale Golf Club Serenissima. Di tutto questo Radio Onda d’Urto ha parlato con Pippo Russo, sociologo all’Università di Firenze, scrittore e giornalista sportivo. Ascolta o scarica
July 1, 2026
Radio Onda d`Urto
In Italia cresce il valore dello spettacolo: nel 2025 la spesa è arrivata a 4,3 miliardi
Nel 2025 il sistema dello spettacolo, dell’intrattenimento e dello sport in Italia ha consolidato il proprio peso nell’economia del Paese, registrando una crescita significativa della spesa a fronte di volumi sostanzialmente stabili. È quanto emerge dal Rapporto SIAE 2025, che fotografa un ecosistema capace di rafforzarsi sul piano economico, pur dentro una fase di trasformazione dei consumi culturali e di selezione dell’offerta. Nel corso dell’anno sono stati realizzati 3.343.656 eventi, con 253.067.237 spettatori e una spesa complessiva di 4.299.846.591 euro, in aumento del 7% rispetto al 2024. A fronte di una leggera riduzione degli eventi (–0,8%) e di un pubblico sostanzialmente stabile (–0,1%), il sistema ha mostrato una crescente capacità di generare valore. Sono cresciuti infatti tutti i principali indicatori economici: la spesa media per spettatore è salita a 16,99 euro (+7%), l’introito medio per evento ha raggiunto 1.286 euro (+7,8%) e quello per locale è arrivato a 78.334 euro (+17,3%). Il quadro restituisce l’immagine di un mercato più maturo, che riduce la dispersione e valorizza maggiormente ogni esperienza proposta. Il tessuto organizzativo si razionalizza, con la diminuzione dei locali attivi (–8,8%) e degli organizzatori (–10,9%), ma con il rafforzamento dei soggetti capaci di garantire continuità, qualità e capacità attrattiva. Anche la presenza territoriale resta molto ampia, pur in lieve contrazione, con 6.629 comuni attivi pari all’84% dei comuni italiani.  Per quanto riguarda la musica dal vivo, nel 2025 i Concerti hanno superato per la prima volta la soglia simbolica del miliardo di euro di spesa, confermandosi il principale motore economico dello spettacolo italiano. Con appena il 2% degli eventi complessivi, il macro-settore ha concentrato il 12,5% degli spettatori e il 27% della spesa totale dell’intero sistema. Il comparto ha chiuso l’anno con 67.890 eventi (+3,6%), 31.512.325 spettatori (+8,7%) e 1.162.064.376,7 euro di spesa (+17,5%). Cresciuti anche gli indicatori di rendimento: la spesa media individuale è salita a 36,88 euro e l’introito medio per evento a 17.117 euro. A trainare è stato soprattutto il settore Pop, Rock e Leggera, che da solo ha raccolto il 57,7% dell’offerta, l’83,8% del pubblico e il 91,6% della spesa del macro-aggregato. Il live si è confermato sempre più centrale nel panorama culturale italiano, anche per la sua capacità di intercettare un pubblico ampio e trasversale e di generare un’esperienza non replicabile altrove. Anche il Cinema ha confermato la propria tenuta economica, seppure con una flessione della partecipazione. Le proiezioni sono restate sostanzialmente stabili a 2.746.498 (+0,1%), mentre gli spettatori sono scesi a 71.750.837 (–2,3%), con una spesa complessiva di 539,9 milioni di euro (+0,1%). Gli incassi si sono tenuti soprattutto grazie al prezzo medio del biglietto, che è salito a 7,52 euro (+2,5%), compensando in parte il calo delle presenze. Ma il settore continua a scontare trasformazioni strutturali nei consumi culturali: l’accorciamento delle finestre di distribuzione, la crescita delle piattaforme di streaming, il miglioramento della qualità dei dispositivi domestici e una più generale trasformazione delle abitudini di fruizione. In questo contesto, è emerso però un segnale incoraggiante sul fronte del prodotto nazionale: nella top ten dei film più visti, 4 titoli su 10 sono stati italiani, e insieme hanno raccolto oltre 9,9 milioni di spettatori, pari al 46% delle presenze dei film in classifica. È un dato che segnala una rinnovata forza competitiva del cinema italiano, capace di presidiare il botteghino in un anno segnato da una minore spinta dei blockbuster internazionali. Quanto al Teatro, nello scorso anno si è confermato uno dei pilastri del sistema dello spettacolo italiano, sia per articolazione interna sia per capacità di generare valore: 154.900 spettacoli (+1,2%), per 29.747.210 spettatori (+5,3%) e 641.172.118 di euro di spesa (+10,8%). Cresciuti anche la spesa media per spettatore – pari a 21,55 euro – e l’introito medio per spettacolo, superiore a 4.139 euro. La Prosa continua ad essere la spina dorsale del comparto, ma segnali molto positivi arrivano anche da Arte varia, Rivista e Musical e Balletto. La Lirica, pur con volumi più contenuti, si è distinta ancora una volta per il profilo premium, con la spesa media per spettatore più alta del macro-settore. Nel comparto sportivo, il Calcio ha continuato ad occupare una posizione dominante, confermando la propria centralità culturale ed economica nell’esperienza sportiva del Paese, con l’82,6% degli eventi sportivi totali, il 75,1% degli spettatori e il 71,7% della spesa del macro-aggregato Sport. La spesa complessiva ha raggiunto 626.246.807 euro, in crescita del 3,1%, mentre eventi e spettatori hanno fatto registrare una lieve flessione, soprattutto per effetto delle dinamiche di rilevazione delle partite delle categorie dilettantistiche e per il minor numero di competizioni internazionali giocate nei grandi stadi rispetto all’anno precedente. Accanto al calcio, gli sport individuali si sono confermati uno dei comparti a più alta intensità economica dell’intero sistema dello spettacolo e dell’intrattenimento, con 2.962 eventi, 2.460.495 spettatori e 159.411.228 euro di spesa, in crescita del +13,6%. A trainare il comparto è soprattutto il tennis, protagonista di un autentico boom nel 2025 anche sull’onda dei grandi risultati azzurri: 893.092 spettatori (+30,7%) e 73.105.344 euro di spesa (+23,5%). Infine, quanto alle Mostre, nel 2025 il settore ha confermato la propria capacità attrattiva, tra il richiamo dei grandi maestri e la crescita di format immersivi sempre più ibridi tra esposizione e intrattenimento. L’anno si è chiuso con 84.519 giornate di apertura, 16.278.462 visitatori e 157.543.567 euro di spesa: volumi in lieve calo rispetto al 2024, ma con una sostanziale tenuta sul piano economico. A crescere è stato soprattutto il valore medio dell’esperienza, con una spesa per visitatore di 9,68 euro (+3,6%), mentre i comuni raggiunti salgono a 313, a conferma di una presenza territoriale ancora ampia e in lieve espansione. Qui il Rapporto SIAE 2025. Tutti i numeri dello Spettacolo in Italia – Novantesima edizione: https://d2aod8qfhzlk6j.cloudfront.net/SITOIS/SIAE_ANNUARIO_Impaginato_DIGITAL_e357ecdf9e.pdf.  Giovanni Caprio
June 29, 2026
Pressenza
SPORT BUSINESS: DOPO IL CALCIO, BRESCIA RISCHIA DI PERDERE ANCHE IL BASKET. INTERVISTA AGLI “IRRIDUCIBILI LEONESSA”
Sport e business. Dopo il calcio, il basket: Brescia in 2 estati rischia di perdere seriamente le principali società dei due sport più seguiti e praticati. Se l’estate 2025 è stata quella del fallimento del Brescia Calcio “targato” Massimo Cellino, rimpiazzato dal trasferimento forzato della Feralpi di Pasini da Salò allo stadio Rigamonti con il nome di “Union”, oggi pomeriggio – venerdì 26 giugno – potrebbe scendere la parola fine sulla Pallacanestro Brescia, da un decennio esatto in serie A, vincitrice nel 2023 della Coppa Italia e oggi in mano al gruppo Germani, colosso bresciano nel trasporto di prodotti industriali, rifiuti e prodotti speciali, con il presidente Mauro Ferrari. Sullo sfondo delle prossime ore c’è la decisione del Consiglio federale della Fip sulla sostanziale cessione del titolo a Roma, impegnata nella corsa a prendere parte al nuovo giocattolo importato dagli Usa, pomposamente chiamato “Nba Europe”. In mezzo, però, ci sono centinaia di atleti, in particolare bambini e ragazzi, e migliaia di tifosi. Tra loro lo storico gruppo del tifo organizzato della Pallacanestro Brescia, gli Irriducibili Leonessa, nati nel 2010. Su Radio Onda d’Urto l’intervisita a Paolo, degli Irriducibili Leonessa. Ascolta o scarica
June 26, 2026
Radio Onda d`Urto
Sport, scienza e militarizzazione: il caso del Centro Sportivo dell’Aeronautica Militare a Vigna di Valle
Il 7 maggio scorso 100 studenti di un istituto superiore romano hanno partecipato ad un evento al Centro Sportivo dell’Aeronautica Militare a Vigna di Valle dall’emblematico titolo “Le forze in gioco”. Durante l’iniziativa hanno potuto incontrare due atleti professionisti appartenenti all’Aeronautica, ossia Andrew Howe per il salto in lungo ed Elisa Blanchi per la ginnastica ritmica. I due campioni, prima di iniziare attività pratiche all’interno del centro, hanno raccontato a studenti e studentesse quanto sia importante per lo sport il supporto delle Forze Armate. Il 13 maggio è stata la volta di oltre 500 studenti e studentesse di sette istituti del circondario di Vigna di Valle che hanno partecipato alle “Etruskiadi”, un iniziativa che ha visto l’intervento delle Farfalle Azzurre della ginnastica ritmica. Nel frattempo un istituto di Bracciano ha potuto fare un esperimento con i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) di Roma che hanno mostrato ai presenti come si misurano i raggi cosmici nelle acque del lago. Ovviamente le imbarcazioni utilizzate non potevano essere se non quelle dell’Aeronautica Militare. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci domandiamo perché studenti e studentesse debbano imparare che in Italia se vuoi fare l’atleta e nel frattempo avere anche uno stipendio devi cercare di entrare nelle Forze Armate, altrimenti ti esporrai seriamente al rischio di dover abbandonare i tuoi sogni solamente perché lo Stato non riesce a concepire altre forme di finanziamento. Allo stesso modo rimaniamo ancora una volta perplessi di fronte all’utilizzo della scienza in contesti in cui è chiaro che le conoscenze trasmesse vengano utilizzate principalmente per scopi bellici. Proprio per tali ragioni come Osservatorio ci auguriamo che nelle scuole lo sport e la scienza vengano insegnati in futuro in feste organizzate dalla società civile, la sola in grado di promuovere senza ambiguità pace e democrazia. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Sawe e il nuovo ritmo della corsa
Sebastian Sawe è un maratoneta keniota. Fino a poco tempo fa il suo nome circolava soprattutto tra lə appassionatə più attentə. Il 26 aprile 2026 ha vinto la Maratona di Londra in 1h59’30”, diventando la prima persona a correre in una competizione i 42 chilometri e 195 metri sotto le due ore. Questa performance ha proiettato lui – e la pratica della maratona – in un’altra dimensione. Per anni quella soglia è stata rappresentata come una specie di confine biologico. Nel 2019 Eliud Kipchoge – altro gigante della corsa keniota — era riuscito a scendere sotto le due ore, ma in condizioni non valide per un record ufficiale: un evento costruito appositamente, con lepri che si alternavano, auto schermanti e supporti tecnici dedicati. Da allora la domanda è rimasta sospesa: quando sarebbe successo davvero, dentro una gara normale? > La risposta è arrivata a Londra. E non riguarda soltanto la maratona. Ogni > volta che un limite sportivo cade, infatti, non travolge solo una specifica > classifica. Trasforma l’immaginario di ciò che è diffusamente rappresentato > come possibile. La corsa è una delle pratiche sportive più diffuse al mondo. > Dentro convivono motivazioni molto diverse: correre stare bene, per > gareggiare, per passare del tempo con altre persone, per stare da solə. Per > molto tempo ha conservato un’immagine di sport relativamente semplice e > apparentemente democratico. Un paio di scarpe, un po’ di tempo libero, il > corpo che attraversa lo spazio. Negli ultimi vent’anni, però, questa presunta innocenza ha subito una radicale torsione. Ad esempio, le scarpe sono diventate strumenti altamente ingegnerizzati. I modelli di fascia alta integrano raffinate piastre in fibra di carbonio e schiume capaci di restituire energia a ogni passo. Costano centinaia di euro e promettono una maggiore efficienza biomeccanica. Lo stesso vale per gli strumenti di misurazione. Orologi GPS come quelli prodotti da Garmin non registrano soltanto tempo e distanza. Calcolano frequenza cardiaca, VO2 max stimato, carico di allenamento, capacità di recupero, qualità del sonno, livello di stress. La corsa, così, è diventata una produzione di dati senza soluzione di continuità. Peraltro, raramente questi dati restano privati. Piattaforme come Strava permettono di pubblicare allenamenti, confrontare prestazioni, competere sui segmenti, costruire reti sociali. Le performance esposte e comparate.  È in questo contesto che il risultato di Sawe assume un significato più ampio. Scendere sotto le due ore non è soltanto una straordinaria impresa atletica individuale. È anche un’accelerazione culturale. Un evento del genere modifica le aspettative collettive: influenza direttamente percezioni e posture di allenatorə, aziende, media, atletə professionistə e amatorə. Nella corsa contemporanea, del resto, la ricerca della performance non riguarda soltanto l’élite. > Le stesse logiche governano gran parte dello sport amatoriale: ottimizzazione, > comparazione, miglioramento continuo, trasformazione del tempo libero in > spazio produttivo, ottimizzazione. La corsa, in questa dimensione, non è > separata dal mondo che la circonda. Nella pratica del podismo riecheggia la > razionalità dominante: competizione permanente, necessità di auto misurarsi, > produzione continua di risultati visibili. Eppure questa non è l’unico modo possibile di pratica la corsa. Nonostante la pervasività di questa razionalità, la corsa ha una dimensione più ambivalente, complessa. Può favorire una relazione più diretta con il proprio corpo, determinare un tempo sospeso e indefinito, riformulare il modo di attraversare la città in maniera improduttiva, persino inutile. È forse questa tensione a rendere la corsa affascinante e in parte misteriosa. Dopo Sawe è probabile che l’attenzione verso la performance cresca ancora, spinta dall’industria sportiva, dalla tecnologia e dai media. La barriera delle due ore, una volta caduta, smette di apparire eccezionale e diventa un nuovo orizzonte da inseguire, ciascunə con i propri mezzi. Ma proprio perché la corsa è una pratica così diffusa e potenzialmente accessibile, il suo significato resta aperto. Può trasformarsi facilmente in efficace dispositivo di ottimizzazione individuale. Oppure restare, almeno in parte, uno spazio di sottrazione: qualcosa che non serve a produrre valore, ma ad attraversare il mondo alla ricerca del proprio ritmo. Immagine di copertina da Pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Sawe e il nuovo ritmo della corsa proviene da DINAMOpress.
May 28, 2026
DINAMOpress
TURCHIA: LA PROMOZIONE IN SÜPER LIG DELL’AMEDSPOR, “LA SFIDA CURDA AL CALCIO TURCO”
L’Amedspor (Amed SFK), la squadra di calcio della città curda di Amed (Diyarbakir in turco), nel Kurdistan turco (Bakur), ha raggiunto la promozione in Süper Lig, massima serie del calcio professionistico in Turchia, per la prima volta nella sua storia. La conquista sportiva, in questo caso, ha anche un valore politico: l’Amedspor, infatti, è la squadra simbolo della comunità curda all’interno dello stato turco. I suoi colori, il rosso, il bianco, il verde e – talvolta – anche il giallo, sono i colori della nazione curda. La scelta stessa di utilizzare il nome curdo della città, Amed, e non quello turco (Dyiarbakir), testimonia il valore e il ruolo politico e sociale, oltre che sportivo, della società. “La scelta di nominare la società con questa parola è già una scelta politica, contro l’ondata di turchizzazione che è stata avviata con la fondazione della Repubblica di Turchia nel 1923”, spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto Murat Cinar, giornalista e autore dell’articolo “Amedspor, sbarca in serie A la sfida curda al calcio turco”, pubblicato su Il Manifesto. “La società calcistica Amedspor nasce nel 1972, quindi quasi cinquant’anni dopo la Repubblica di Turchia, e nonostante i diversi percorsi di assimilazione avviati nel frattempo, sceglie il nome storico, in lingua curda, della città”, aggiunge Cinar. Quelli dell’Amedspor sono colori che “in diversi angoli dell’area mediorientale (Iraq, Siria, Iran, Turchia) è possibile trovare nelle bandiere di diverse formazioni politiche, anche armate, oppure nelle realtà associative e nei centri culturali curdi”, continua Murat Cinar. “Per questo – spiega Cinar – sono ritenuti problematici, perché l’esistenza del Kurdistan è sempre stata negata dalla Repubblica di Turchia, così come dagli altri paesi citati, dove la popolazione curdofona è stata soggetta a discriminazioni e assimilazioni. Amedspor dà visibilità e rappresentanza a quella fetta di storia che è sempre stata ignorata, per questo è un fenomeno”. I due gruppi del tifo organizzato che supportano la squadra, UltrAmed e Barikat, si dichiarano antifascisti e sono storicamente vicini alle lotte di lavoratori e lavoratrici, così come ai movimenti sociali e alle istanze del movimento di liberazione curdo. “Si tratta di una tifoseria molto impegnata e schierata che si è dimostrata solidale con alcuni scioperi di lavoratori, quando ci sono proteste in Turchia si sono dimostrati più volte solidali, hanno fatto coreografie contro i femminicidi, e ovviamente quando ci sono state tensioni nelle altre aree del Kurdistan si sono fatti sentire, anche con coreografie giganti”, aggiunge ancora Murat Cinar ai nostri microfoni. L’Amedspor e i suoi tifosi sono accusati dalla destra nazionalista turca di essere “portavoce dei separatisti” e “fiancheggiatori dei terroristi”. “Le trasferte sono sempre state difficili per questa squadra perché ha subìto diversi casi di discriminazione e violenza”, conclude Cinar. “Nonostante questo – aggiunge – i tifosi hanno continuato a gridare slogan in curdo e portare le bandiere di questi colori, anche in trasferta”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Murat Cinar, giornalista, collaboratore de Il Manifesto, dove ha pubblicato l’articolo “Amedspor, sbarca in serie A la sfida curda al calcio turco”. Ascolta o scarica.
May 13, 2026
Radio Onda d`Urto
La mercificazione del calcio
IL GRANDE CALCIO ITALIANO DELLE TECNOLOGIE, DEGLI SPONSOR, DEGLI STADI SIMILI A CENTRI COMMERCIALI E SOPRATTUTTO DEI FATTURATI MULTIMILIARDARI FINISCE PER L’ENNESIMA VOLTA SOTTO INCHIESTA PER L’IPOTESI DI “CONCORSO IN FRODE SPORTIVA”. NEL LIBRO DI GABRIEL KUHN UN CALCIO AL POTERE. GIOCO E LOTTA SOCIALE (ELEUTHERA), SI CERCANO NEL CALCIO BUSINESS TRACCE DEL CALCIO COME STRUMENTO DI RISCATTO E TRASFORMAZIONE SOCIALE. DEL RESTO, IL CALCIO HA APPASSIONATO, TRA GLI ALTRI, DINO BUZZATI, EDUARDO GALEANO, PIER PAOLO PASOLINI, TONI NEGRI COSÌ COME MUOVE TANTE ESPERIENZE COMUNITARIE POCO VISIBILI CHE NON SMETTONO DI CERCARE COMPAGNI E COMPAGNE DI SQUADRA E NON PADRONI. IL LIBRO È UN OMAGGIO A TUTTI COLORO CHE AI MEGA STADI E ALLE DIRETTE TELEVISIVE PREFERISCONO ANCORA LA GIOIA DI GIOCARE NEI VICOLI, NEI CAMPI FANGOSI, NEI CAMPETTI CONDIVISI CON GLI AMANTI DEL BASKET POPOLARE. IN UN CAPITOLO, KUHN RAGIONA SUL PERCHÉ IL FUTURO DEL CALCIO ORGANIZZATO OGGI È A RISCHIO Foto Liberi Nantes: campo sportivo XXV Aprile di Pietralata (Roma). Società e campo hanno alle spalle due straordinarie storie di calcio popolare -------------------------------------------------------------------------------- Secondo molti osservatori, il futuro del calcio organizzato è a rischio e dipende sempre di più dal consumo piuttosto che da una solida cultura calcistica di matrice popolare. Se il calcio andasse fuori moda fra le classi medio-alte, è possibile che le classi lavoratrici siano ormai talmente estromesse da non poter essere più in grado di salvare l’industria dal crollo. Come osservato in un articolo uscito sull’«Observer» negli anni Novanta: «Il pericolo è che la nuova versione commerciale del gioco – imbastita per la televisione e giocata da star pagate milioni – non riuscirà ad attirare la nuova generazione di consumatori compulsivi»37. Malcolm Clarke, presidente della Football Supporters Association, ha dichiarato allo stesso giornale che «negando alle masse la possibilità di accesso, le prossime generazioni potrebbero accorgersi in futuro che il calcio – il gioco del popolo – è diventato un sport di nicchia»38. L’industria del calcio però continua a crescere. I grandi investitori hanno presentato varie strategie per assicurarsi entrate ancora maggiori per i club più importanti, allargando ancora di più la forbice con le categorie più basse del calcio professionistico. I direttori sportivi delle grandi squadre europee, in particolare a suo tempo Uli Hoeneß del Bayern Monaco, sostengono da tempo la creazione di una Super Lega Europea in cui i migliori club – leggasi i più ricchi – possano unirsi in modo simile a quanto avviene nelle leghe sportive statunitensi. Dovesse succedere, l’allontanamento dalle classi popolari sarebbe completo. Le squadre trancerebbero definitivamente le loro radici con il territorio e il calcio diventerebbe uno spettacolo esclusivo e per ricchi, in barba al sistema delle retrocessioni. Una piega che implicherebbe la fine di una parte integrante della cultura calcistica tradizionale: il sogno che un club minore possa arrivare in alto grazie al merito e non al denaro. In poche parole, i più ricchi e famosi ballerebbero a porte chiuse il proprio redditizio valzer del pallone e la conversione del calcio da sport popolare a bene di consumo arriverebbe al suo triste epilogo. Già oggi, il carattere popolare del calcio si riduce spesso a una mera trovata pubblicitaria. La maggior parte degli spettatori nei grandi stadi europei è composta da turisti intrattenuti da una piccola sezione di tifosi, è il caso per esempio dell’Anfield o del Camp Nou, ancora portatori dello «spirito originario». Molti biglietti stagionali sono poi riservati agli sponsor, cosa che impedisce ai veri tifosi di partecipare alle partite lasciando spesso i sedili vuoti. In alcuni di questi nuovi stadi, più simili a dei centri commerciali, questo «spirito» (autentico o meno) è ormai impossibile da rintracciare. In questo senso è eloquente la controversia scoppiata durante l’assemblea generale dei membri del Bayern Monaco nel novembre del 2007. Dopo che un vecchio tifoso si è lamentato della mancanza di atmosfera nella nuova Allianz Arena, uno stadio da 340 milioni di euro fornito di ogni possibile comodità (ristoranti, negozi, scuole materne, Lego World e «megastore» delle squadre di casa), il direttore sportivo Uli Hoeneß si era abbandonato a una filippica sull’«ingratitudine» dei tifosi tradizionali, vecchi arnesi che appartengono a una cultura calcistica anacronistica, secondo lui, di impaccio sulla via di un nuovo e limpido affarismo. Dato questo contesto, sembra spesso miope o ipocrita concentrare le proprie critiche sulle squadre aziendali, quelle prive di una solida base di tifosi, come il Bayer Leverkusen – la più importante delle trasfigurazioni sportive del gigante farmaceutico –, o il TSG Hoffenheim, club legato a un paesino di 3.300 abitanti e sponsorizzato dal magnate dei media Dietmar Hopp, che dopo una rapida promozione in Bundesliga, partendo dalle più infime leghe dilettantistiche, è arrivato quasi a vincere il campionato. Per quanto problematici possano essere questi esempi, infatti, né il Leverkusen né l’Hoffenheim vengono gestite diversamente dal Bayern Monaco o dal Manchester United, l’unica differenza è che queste ultime possono pretestuosamente rivendicare una qualche «tradizione» da potersi poi rivendere. Le pressioni da parte dell’opinione pubblica e delle federazioni nazionali hanno fin qui evitato la creazione di una Super Lega. È però innegabile che la Champions League introdotta dalla UEFA nel 1992 e modificata ulteriormente nel 2024, costituisca già un primo passo avanti in questa direzione. Eliminando il formato a sorteggio aperto e a scontro diretto della vecchia Champions League, il nuovo torneo garantisce ai club di punta europei un certo numero di partite ogni anno, incrementando così il gap economico fra loro e gli avversari meno fortunati dal punto di vista finanziario. Più partite comportano più denaro, mentre l’imprevedibilità, un ingrediente cruciale se si vuole rendere il calcio più interessante, non conta quasi più nulla. Non ci sorprende, in questo senso, che i momenti migliori della magia del calcio continentale siano arrivati dai Campionati Europei, una competizione che rimane ancora al di là del controllo degli interessi commerciali dei club. Nel 1992 la Danimarca fu richiamata due settimane prima dell’inizio del torneo come rimpiazzo della Jugoslavia, a quel tempo dilaniata dalla guerra, ma dopo un inizio traballante i danesi hanno finito per vincere la coppa. Anni dopo, nel 2004, una squadra come la Grecia, un outsider dato 100-1 per la vittoria finale, è riuscita a ribaltare le previsioni grazie a una disciplina tattica esemplare e a una serie di partite vinte a colpi di 1-0 che l’hanno portata a conquistare il trofeo. D’altra parte, la cupidigia degli affaristi potrebbe arrivare anche a ritorcersi contro di loro. Le maggiori competizioni si sono ingrandite a tal punto che persino i tifosi più accaniti ne hanno abbastanza. I primi Europei di calcio, giocati nel 1955-1956, prevedevano 29 partite; la Champions League del 2024-2025 ne ha prodotte 279. La Coppa del mondo maschile in Argentina nel 1978 ha visto disputate trentotto partite, oggi ne prevede sessantaquattro. Anche gli interessi degli sponsor hanno cominciato a influenzare molto il gioco. Una delle controversie più grandi è legata alla convocazione di Ronaldo per la finale della Coppa del mondo del 1998, nonostante i medici avessero dichiarato espressamente che non era in condizioni di giocare. Tanto il Brasile quanto Ronaldo avevano sottoscritto contratti molto vantaggiosi con la Nike, tanto che la nota marca sportiva pare abbia fatto pressioni sui funzionari della nazionale brasiliana pretendendo in cambio che Ronaldo scendesse in campo a ogni costo. Alla fine l’attaccante è apparso fuori forma e il Brasile ha perso 3-0 con la Francia. Gli interessi aziendali dominano anche le vendite nel settore del merchandise. Fra le tradizioni del calcio c’è sicuramente quella per cui i tifosi indossano la maglia della squadra d’appartenenza. Oggi molti club rilasciano due o tre maglie diverse ogni anno. In aggiunta a questo, il logo dello sponsor principale della squadra viene sempre spiattellato sull’intera superficie del busto. In pratica, da questo punto di vista, i tifosi non fanno altro che pagare un sacco di soldi per fare da manifesti pubblicitari ambulanti a favore delle grandi aziende. Ronaldo, ancora lui, è stato al centro di una delle più eclatanti fregature legate alle divise calcistiche: quando l’Inter l’ha ingaggiato nel 1997, nessuna maglietta con il suo solito numero, il 9, era ancora pronta. Dopo che migliaia di magliette contraffatte erano già state vendute, il club ha deciso di schierare Ronaldo con la numero 10, in modo tale da poter comunque guadagnare dalle vendite. Ancora maggiore è stato poi l’impatto della televisione. Il fatto che alcune grandi partite della Coppa del mondo del 1986 si siano disputate nel caldo torrido del mezzogiorno messicano, solo per permettere agli europei di guardarsi comodamente la partita a fine giornata, sembra una manovra relativamente innocua se confrontata con gli enormi cambiamenti avvenuti in seguito nella programmazione delle partite in tutto il mondo. Fino agli anni Novanta, molti campionati disputavano le loro partite con una programmazione precisa, di sabato o di domenica; tutte le partite iniziavano e finivano allo stesso orario. Oggi le partite vengono spalmate su tutta la settimana e a diversi orari per nessun’altra ragione se non quella di venire incontro ai bisogni della televisione. Questa trasformazione non fa che diminuire l’entusiasmo crescente tipico della vigilia di campionato, per non parlare dell’impatto sulla correttezza della competizione. Ma la cosa peggiore è che rende ancora più complicato andare allo stadio per i meno abbienti. Come fai ad andare da Berlino a Friburgo, o da Newcastle a Londra, per una partita di lunedì sera, quando il tuo orario di lavoro va dalle 9 alle 17? Ovviamente bisogna stare attenti a non assumere una posizione ingenuamente tradizionalista. Le tiritere sui «bei vecchi tempi» sono noiose nel calcio come nella vita, e gli slogan come «vecchia maniera» o «no al calcio moderno», onnipresenti in tutti gli stadi europei, appartengono spesso al repertorio degli «anticapitalisti» di destra. L’innovazione è positiva, anche nel gioco del calcio. Così come non tutti gli aspetti della commercializzazione sono per forza negativi. Non c’è dubbio, per esempio, che abbia contribuito a una maggiore diversità sulle gradinate in termini di genere e razza, c’è ben poco di romantico infatti nel ricordo di una curva esclusivamente bianca e maschile, a prescindere dalla provenienza di classe. L’obiettivo, in questo senso, deve essere quello di trovare un’innovazione che sia capace di contestare il bigottismo tipico della cultura calcistica senza consegnare il gioco agli interessi delle grandi aziende. I problemi sociali all’interno delle classi popolari non vengono risolti con l’esclusione del popolo, ma dandogli la possibilità di partecipare alla gestione del gioco. Nella lotta contro la commercializzazione vengono impiegati anche valori conservatori, quando i giocatori vengono osannati per aver preferito l’«onore» di giocare per il «proprio paese» e non per gli interessi dei club in cui giocano. A parte il fatto che tutti i grandi campioni guadagnano cifre abbastanza sostanziose da poter giocare anche in nazionale, è difficile considerare il fervore nazionalistico una virtù più alta dell’avarizia. A questo proposito, nel 1995 si è verificato un simpatico incidente nella storia del calcio austriaco: durante una sfida clamorosamente impari di Coppa Uefa fra l’Austria Vienna e l’azera FK Ganja, i tifosi austriaci si sono a tal punto annoiati da intonare improvvisamente una serie di cori per lo Steaua București, prossima avversaria della rivale Austria Salzburg il giorno successivo. La cosa più divertente sono stati i disperati tentativi dei telecronisti e dei dirigenti di calcio austriaci di coprire l’esplicito disprezzo per l’«unità nazionale» mostrato dai tifosi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La mercificazione del calcio proviene da Comune-info.
April 26, 2026
Comune-info
La Fondazione Nervi al Ministero: rispettare il vincolo sullo Stadio Flaminio
Dal sito www.stadioflaminio.org foto della Fondaz. PLN La Pier Luigi Nervi Foundation, l’organizzazione che detiene i diritti delle opere del famoso ingegnere e architetto che progettò lo Stadio Flaminio e molte altre opere entrate nella storia dell’architettura, il 22 aprile 2026 ha inviato una lettera a Roma Capitale e alla Soprintendenza di Stato [1] con oggetto: Conferenza dei Servizi relativa al progetto di riqualificazione dello Stadio Flaminio presentato da S.S. Lazio S.p.A. – Deposito nota tecnica nell’interesse dell’Ing. Marco Nervi, quale coerede del progettista Pier Luigi Nervi e portatore di interesse legittimo” nella quale chiede che la nota inviata in allegato “venga acquisita, protocollata e tenuta nella massima considerazione nell’ambito delle determinazioni istruttorie e conclusive del procedimento”. In sintesi viene chiesto il rispetto del vincolo apposto all’opera nel 2018 dal Ministero dei Beni e delle Attività con la Relazione storico -critica a cura della Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio. La lunga e approfondita nota allegata [2] è a firma di Ugo Carughi e Francesco Romeo, il primo, architetto, Ex Presidente di Docomomo Italia (gruppo nazionale di Do.co.mo.mo International che si occupa della documentazione, conservazione e valorizzazione degli edifici e dei complessi urbani del Novecento) e Membro del Consiglio di Direzione e Coordinamento Tecnico dei Comitati Scientifici ICOMOS Italia (Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei siti), il secondo Professore Ordinario di Scienza delle Costruzioni Sapienza Università di Roma. Il prof. Romeo è anche stato Project Leader del team di specialisti e studiosi della Sapienza Università di Roma, della Pier Luigi Nervi Project Association e di Do.Co.Mo.Mo. Italia, che ha promosso e curato Il Pier Luigi Nervi Project , un progetto di ricerca per il restauro e il recupero dello Stadio Flaminio che ha avuto il sostegno di The Getty Foundation come parte dell’iniziativa Keeping it modern Architectural Conservation Grants 2017[3]. Un lavoro importante, che nonostante il patrocinio di Roma Capitale è stato completamente accantonato, con il periodico riproporsi del progetto di fare dell’impianto sportivo inutilizzato da anni lo Stadio della Lazio S.S., progetto che comporterebbe il totale stravolgimento dell’opera architettonica, con un’espansione verticale per insediare le gradinate necessarie a raggiungere la capienza di più di 50.000 spettatori, sostenute da una struttura esterna che cancellerebbe alla vista l’opera dei Nervi, distruggendone la “grande pensilina a sbalzo” che – come dichiarato nel decreto del Ministero – “caratterizza anche dal punto di vista formale e architettonico l’intera struttura”[2]. Dopo la bocciatura da parte dell’Assemblea Capitolina di un altro progetto di recupero e gestione dello Stadio, con la principale motivazione che delle attività sportive che prevedano gli spettatori consentiti dall’attuale capienza anzichè il pubblico delle grandi competizioni sportive internazionali non sono di interesse pubblico[4], la S.S. Lazio è tornata alla carica, presentando il progetto per la mega struttura che dovrebbe ospitare le partite e il solito corredo di attività volte all’equilibrio economico dell’operazione: nella recente conferenza stampa la lunga sequenza di rendering ha mostrato una trasformazione incompatibile con i vincoli apposti [5]. Riportiamo in calce la nota della PGF, supportata anche da AIPAI (Associazione italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale) e da Carteinregola, allegata alle lettera ai due enti, di fatto un appello al Sindaco e alla Soprintendente Speciale Dott.ssa Daniela Porro . Ci auguriamo che il Sindaco non intenda sacrificare un importante patrimonio collettivo per consegnarlo al profitto di un privato – vedi le citate attività commerciali per garantire l’equilibrio economico finanziario – con pesanti ricadute su un territorio già provato da numerosi poli di attrazione – vedi Stadio Olimpico a pochi metri – che rendono già ora invivibili i quartieri limitrofi durante gli eventi sportivi e di varia natura. Ma soprattutto ci auguriamo che la Soprintendente Porro sia ferma nel mantenere quel vincolo posto dallo stesso Ministero della Cultura per tutelare una straordinaria opera architettonica. (AMBM) PIER LUIGI NERVI FOUNDATION: NOTE SUL PROGETTO S.S. LAZIO S.P.A PER LO STADIO FLAMINIO CONSIDERAZIONI PRELIMINARI Il Progetto di Fattibilità Tecnica ed Economica, presentato dalla S.S. Lazio S.p.A il 6 e 9 febbraio 2026, nell’ambito  della  documentazione relativa alla Proposta   di riqualificazione, ammodernamento e ampliamento dello Stadio Flaminio in Roma ai sensi dell’art. 4 del D. Leg.vo n. 38 del 2021, mette in campo una molteplicità di temi, dagli strumenti urbanistici alle condizioni geologiche dell’area; dai percorsi e dalla mobilità pedonale e su gomma ai parcheggi; dai caratteri idraulici del terreno agli aspetti impiantistici. I due temi più delicati, ai quali tutti gli altri sono direttamente o indirettamente collegati, sono rappresentati dalle modalità di recupero dello stadio Flaminio e dalla loro compatibilità con l’interesse culturale dichiarato su quest’opera di P.L. Nervi dal MiC (art. 10 lett. d del D.Lgs. 42/04), con provvedimento del 27.09.2018 n. 74. Ebbene, nell’elaborato 01 Relazione Generale Ambito Urbano del suddetto progetto, questi ultimi due aspetti, che per loro natura e preminenza dovrebbero essere esaminati assieme, sono trattati in modo nettamente separato e manifestamente contraddittorio. Il primo è collocato all’inizio, nel capitolo titolato: 0. LO STADIO FLAMINIO: LA STRUTTURA ESISTENTE IN RAPPORTO ALL’IPOTESI DI PROGETTO. Nei paragrafi 0.1, 0.2, 0.3, 0.4, 0.5, 0.6 sono dapprima esaminate in termini generici le problematiche delle strutture in cemento armato in rapporto alla durabilità e alla sicurezza. Successivamente, si richiamano le vicende che hanno interessato lo stadio Flaminio a partire dall’inaugurazione, nel 1959, cui seguirono, dagli anni ’80 in poi, periodici lavori prevalentemente di ripresa strutturale e circoscritte modifiche funzionali, fino al 2012, quando la capienza ammissibile era progressivamente diminuita dai 50.000 spettatori iniziali nel 1960 a soli 4.000 (verbale di agibilità del 2012), anche a seguito dei progressivi aggiornamenti delle normative in materia di impianti sportivi e delle conseguenti limitazioni funzionali. Successivamente, il lungo periodo di abbandono, con conseguenti vandalismi e danneggiamenti. In tale parte della relazione sono anche dichiarati gli obiettivi del progetto: ripristino della capienza originaria dello stadio (e sua) rifunzionalizzazione … nell’obiettivo di restituirlo alla sua specifica funzionalità originaria di stadio per competizioni di massimo livello. Prima ancora di ragionare delle possibili proposte architettoniche, non può non osservarsi che gli obiettivi dichiarati, nel puntare all’incremento della funzione di stadio per competizioni calcistiche di massimo livello (Serie A e competizioni europee) e al ripristino della capienza originaria, comportano necessariamente la realizzazione di nuove strutture volumetricamente rilevanti: quasi uno stadio aggiuntivo a quello esistente. Come citato nella relazione stessa (Elaborato n.001, p. 7), l’originaria capienza di circa 50.000 spettatori (1959) era stata raggiunta grazie a 34.744 posti in piedi nei settori di curva e 15.256 posti a sedere sulle tribune est e ovest. Ma nel 1986 i posti in piedi furono eliminati, come precisa la Relazione Tecnica Generale del progetto (p.24). Pertanto, prevedendo esclusivamente posti a sedere, il volume degli spalti dovrà notevolmente aumentare. Non si tratterebbe, dunque, soltanto di ricostruzione di parti ammalorate e in degrado, che è anche contemplata nel programma d’intervento in tutti i casi in cui le condizioni di ammaloramento dell’impianto lo richiedano; si tratterebbe di un nuovo stadio, che utilizza la stessa sede d’impianto di quello esistente. Dunque, anche sul piano della sola funzione, l’obiettivo appare impossibile da conseguire senza proporre nuove strutture che, come può facilmente verificarsi guardando il progetto, modificherebbero in modo pesantissimo e irreversibile lo stato dei luoghi e l’organismo esistente, a cominciare dalla sua stessa immagine. Considerando, invece, che lo stadio originario era dotato di spazi e strutture per altri sport oltre al calcio (cinque palestre e una piscina con relativi servizi), per restituirlo davvero alle sue funzionalità originarie, occorrerebbe concepire lo stadio Flaminio come un impianto sportivo polifunzionale per i settori giovanili e per il pubblico più ampio, incrementandone la polifunzionalità ed escludendo incontri di calcio di massimo livello. E ciò – diremmo soprattutto – per la sussistenza del vincolo ministeriale, considerandone le motivazioni espresse nella relazione allegata al provvedimento, che più oltre saranno richiamate. In proposito, non è un caso che il tema del vincolo sullo stadio sia collocato nell’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo: 4. RAPPORTO DELL’AREA DI PROGETTO CON I BENI CULTURALI IMMOBILI E VINCOLI. 4.2 Stadio Flaminio: vincolo di tutela; nettamente disgiunto da tutti gli altri aspetti del progetto. Riguardo alla Dichiarazione di interesse storico-artistico, la relazione di progetto dichiara che tale questione pone una specifica problematica che richiede di essere affrontata e risolta nelle sedi opportune. E, ancora, che il manufatto stadio è stato complessivamente conservato e preservato da trasformazioni inerenti alle sue essenziali e tipiche caratteristiche architettoniche e strutturali. Ma si prevede la rimozione della pensilina che, evidentemente, non si ritiene una essenziale e tipica caratteristica architettonica e strutturale. È appena il caso di rilevare come sia del tutto ingiustificato separare il progetto dalla contestuale considerazione del vincolo apposto sullo stadio e, soprattutto, delle motivazioni del provvedimento ministeriale, quasi relegando la questione a un adempimento burocratico. IL PROGETTO IN RAPPORTO ALLA DICHIARAZIONE DI INTERESSE CULTURALE Un primo aspetto sottolineato dalla relazione di vincolo del MiC è la “qualità della nuova sistemazione urbanistica e (delle) singole architetture, (che) diverrà un esempio a livello nazionale ed internazionale”. Viene ancora sottolineato che “il nuovo stadio, insieme al vicino Palazzetto dello Sport, … diviene l’edificio maggiormente rappresentativo, anche a livello urbano, del complesso delle nuove Olimpiadi”. Nella relazione del Ministero, dunque, le opere realizzate per le Olimpiadi del 1960 vanno in primis considerate quali insieme di capolavori architettonici innovativi, in stretta relazione con la disposizione urbanistica dell’area, oltre che con il momento storico che impose Roma all’attenzione internazionale. In un’unica area una serie di architetture d’autore, accomunate da un comune, innovativo livello tecnologico e da alti valori espressivi, sono il frutto di una stagione produttiva irripetibile. Di fronte a un siffatto insieme, una operazione snaturante condotta anche soltanto su una di esse, tra l’altro una delle più rappresentative come lo stadio Flaminio, determinerebbe un vulnus su tutto l’insieme. Tra le prescrizioni del bando di concorso del 1956 per la progettazione del nuovo stadio, la relazione di vincolo ricorda come “il nuovo Stadio dovesse essere contenuto entro il perimetro del preesistente”; e che “il nuovo progetto non doveva superare in altezza i 18 – 20 ml. per limitare l’invasività delle tribune rispetto al contesto naturale circostante”. È indubbio che tali indicazioni, valide nel 1956 come oggi, siano state fondamentali per definire il morbido e sfilante profilo dello stadio, adagiato all’interno di un pregevole contesto territoriale. Le prescrizioni del bando sono state interpretate da Nervi in modo magistrale, tanto che le dimensioni e la sagoma dello stadio ne costituiscono, al contempo, un fondamentale fattore di qualità architettonica e di collocazione paesaggistica. Ma è la stessa relazione del progetto in commento che sottolinea come la presenza del vincolo paesaggistico secondo la Tavola A del PTPR impone un approccio progettuale responsabile e integrato, che tenga conto non solo delle esigenze funzionali e strutturali dell’impianto sportivo, ma anche della sua relazione con il contesto urbano e ambientale, promuovendo una rigenerazione sostenibile e rispettosa del patrimonio identitario di Roma. Dunque, immaginare un nuovo stadio al di sopra di quello esistente, che si elevi per circa il doppio dell’altezza delle gradonate delle tribune del Flaminio, e di quattro volte di quella delle curve, con l’aggiunta di una copertura continua che raggiunge la quota massima di 40,6 metri, appare un assurdo da qualsiasi punto di vista e in pieno contrasto con le motivazioni del vincolo. Peraltro, tale quota superiore viene giustificata per non superare le quote delle torri faro di + 44,94 m, evitando eccessivo impatto visivo e volumetrico sul quartiere Flaminio (elaborato  10  Relazione paesaggistica, capitolo 10). Criterio del tutto improprio, accompagnato da un commento che sa di beffa, dato che è di tutta evidenza che l’impatto di elementi verticali puntuali non può certo essere paragonato a quello di un gigantesco volume pieno. Nel citato paragrafo 4 della relazione di progetto si sottolinea che il manufatto stadio è stato complessivamente conservato e preservato da trasformazioni inerenti le (sic) sue essenziali e tipiche caratteristiche architettoniche e strutturali di riferimento, con l’unica eccezione dell’alienazione della pensilina di copertura. Ma poi, nel paragrafo della stessa relazione titolato 4.2a Copertura della tribuna d’onore (pag.21), si afferma che La tribuna coperta, sorretta da una struttura in cemento armato a sbalzo, rappresenta uno degli elementi più iconici dell’opera, per la sua audacia tecnica e la raffinatezza costruttiva. E il testo continua con una dettagliata descrizione. Forse la pensilina è ‘raccontata’ perché il progetto, in contrasto con le sue stesse valutazioni, prevede  di eliminarla e la descrizione  scritta ne rimarrebbe l’ultima testimonianza? Infatti, la stessa relazione di progetto, al paragrafo 7.4a (pag. 37), informa che tra le prime operazioni previste in fase di cantiere vi è la demolizione della pensilina in cemento armato a sbalzo posta sulla tribuna ovest … nonostante il suo valore storico, la pensilina presenta gravi criticità strutturali e risulta non compatibile con il nuovo assetto progettuale. Intanto, sarebbe più corretto dire: “il nuovo assetto progettuale risulta non compatibile con la pensilina”. Quanto alle “criticità strutturali”, non sarebbe certo impossibile porvi rimedio tenendo anche conto delle metodologie di consolidamento e restauro. Ma, in proposito, non può tacersi che in tutta la relazione il termine “restauro” compare due sole volte. La prima, con riferimento non allo stadio Flaminio, ma al Palazzetto dello Sport (pag. 14). La seconda, con diretto riferimento al Flaminio, pone l’accento sulla più ampia operazione di ‘riqualificazione’, termine più vago e meno impegnativo nei riguardi dei valori storici e architettonici dell’opera. Il progetto è considerato un ‘gesto urbano’ (pag. 34). Il che conferma, se non altro, la dimensione dell’operazione, anche se consistesse, come dovrebbe, nel solo restauro e ragionevole aggiornamento dello stadio, conservandone non soltanto la pura consistenza materiale, ma anche l’immagine urbana. D’altra parte, la demolizione della pensilina è in pieno contrasto con le motivazioni del vincolo della Soprintendenza ad essa riferite. La “grande pensilina a sbalzo caratterizza anche dal punto di vista formale e architettonico l’intera struttura”. E ancora: “Di particolare interesse è la soluzione dell’ampia pensilina aggettante che copre le gradonate della tribuna d’onore del settore occidentale; è un capolavoro geometrico-costruttivo, sostiene la critica. La sagoma dello sbalzo si snellisce con continuità dall’incastro all’estremità libera e di grande effetto scenografico è l’elegante superficie rigata”. Così la considera il Ministero. Ma c’è di più. Il Flaminio viene considerato dal Ministero anche come parte di un altro insieme, costituito dagli stadi Berta, a Firenze (1929-1932), dal progetto dello stadio a Swindon, in Inghilterra (1963-1966), e dallo stadio comunale di Novara (1964), tutti accomunati dalla terminologia coniata da Le Corbusier: l’estetica dell’ingegnere. La relazione di vincolo del Ministero pone con attenzione il confronto tra le strutture che reggono le pensiline di questi stadi, a cominciare da quello fiorentino: “l’armonico profilo curvilineo dei costoloni maschera gli sforzi di trazione e di compressione che ne hanno determinato la forma … anche nello stadio Flaminio è ottenuto lo stesso risultato statico rinforzando la parte iniziale dello sbalzo. In esso, tuttavia, è stata usata una tecnologia più sofisticata … Se si confrontano le sezioni del progetto per lo stadio a Swindon e per quello di Novara, molto simili a quella del Flaminio, si comprendono con immediatezza le analogie strutturali e formali, che fanno di queste opere i brani di un unico, straordinario racconto”. Nessun dubbio, quindi, per il Ministero, sull’importanza di tale elemento, anche in relazione ad altre opere dello stesso autore. Infine, la relazione di vincolo sullo stadio Flaminio prescrive di “rispettarne la struttura, l’impianto originario, nonché le finiture … fattori … fortemente identitari e non modificabili in una strategia di valorizzazione dell’impianto”. Ebbene, non riteniamo che questo “rispetto” possa tradursi nel conservare lo stadio di Pier Luigi e Antonio Nervi per poi seppellirlo sotto una struttura abnorme, che ne cancellerebbe la nuda essenzialità e lo collocherebbe fuori scala, alterandone il rapporto con il contesto urbano. L’esterno dello stadio letteralmente scomparirebbe, preceduto da una selva ridondante di giganteschi e fantasiosi telai in acciaio, lontanissimi dalla razionale sobrietà materica e morfologica del Flaminio. In definitiva, non possono non rilevarsi le contraddizioni contenute nella stessa relazione di progetto tra i generici intenti e le ridondanti espressioni di riconoscimento dell’opera dei Nervi: è possibile intervenire su impianti esistenti, anche vincolati, con progetti coerenti e di qualità, a condizione che vi sia una visione strategica condivisa tra pubblico e privato (pag. 29); gli stadi storici vincolati possono essere modernizzati senza rinunciare all’identità originaria (pag. 30); La proposta di riqualificazione dello stadio Flaminio si fonda su un equilibrio delicato tra conservazione e innovazione. L’obiettivo è duplice: da un lato, proteggere e valorizzare gli elementi identitari dell’impianto progettato da Pier Luigi Nervi (pag. 33): ma Pier Luigi non lo aveva progettato con il figlio Antonio? Per gli attuali progettisti la cosa non ha importanza. Gli elementi che definiscono il valore architettonico e strutturale dell’edificio sono molteplici … tra questi spiccano la pensilina della tribuna Ovest (pag. 33): come mai, allora, vogliono rimuoverla? E si potrebbe continuare. In conclusione, si ribadisce che il progetto è in totale contrasto con le motivazioni che hanno indotto il competente  Ministero   a  decretare  l’interesse   culturale  dello    stadio. Occluderne l’immagine e parcellizzarne la complessiva percezione è contrario, infatti, a qualsiasi intento di tutela e modificherebbe la natura ‘pubblicistica’ dell’opera, che non sarà più percepita nelle condizioni che rappresentano le modalità percettive di un’opera pubblica contemplate dalla letteratura economica. Una selva di telai metallici gesticolanti, di scale aeree, di passerelle, ben lontana dalla essenziale successione dei sostegni di Pier Luigi e Antonio Nervi, sostengono le gradinate aggiuntive del nuovo progetto, enfatizzandone il ‘fuori scala’ rispetto allo stadio esistente. Anteponendovisi, ne frantumano l’immagine unitaria, cancellandone ogni suggestione proveniente dal felice connubio tra architettura e paesaggio, di cui l’opera dei Nervi era stata un’interprete d’eccezione. Richiamiamo, in proposito, quanto fin dal 1936 scriveva Walter Benjamin sull’architettura: “Delle costruzioni si fruisce in duplice modo: attraverso l’uso e attraverso la percezione. O, in termini più precisi: in modo tattico e in modo ottico … Non c’è nulla, dal lato tattico che faccia da contropartita di ciò che, dal lato ottico, è costituito dalla contemplazione” (W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 1936). Le motivazioni e le prescrizioni contenute nella dichiarazione di interesse culturale dello stadio Flaminio di Roma sono interamente recepite dal Piano di Conservazione elaborato nell’ambito del programma Keeping It Modern, finanziato dalla Getty Foundation e acquisito in atti dalla Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma con prot. 346-A del 04.01.2021. A riprova di ciò, in una nota del 29.01.2021 con prot. 4827-P, il Soprintendente Speciale ha concordato nel ritenere “il Piano di conservazione elaborato quale strumento indispensabile in vista degli auspicabili interventi di restauro”. Ugo Carughi Ex Presidente Docomomo Italia Membro del Consiglio di Direzione e Coordinamento Tecnico dei Comitati Scientifici ICOMOS Italia Francesco Romeo ProfessoreOrdinario di Scienza delle Costruzioni Sapienza Università di Roma ROMA, 22 aprile 2026 Per osservazioni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com 24 aprile 2026 Vedi anche Stadio Flaminio – II Municipio – cronologia materiali 18 febbraio 2026 Presentazione del progetto dello Stadio della Lazio al Flaminio (> vai alll’articolo con il video della conferenza 26 giugno 2025 Piediperterra al Flaminio un’esplorazione urbana alla scoperta delle trasformazioni del quartiere VEDI IL VIDEO DELL’INTERVENTO di Maurizio Giodice sullo Stadio Flaminio 27 aprile 2025 Il video di Carteinregola: Stadio Flaminio: No a partire e grandi eventi in mezzo alle case – SI’ alla conservazione dell’opera architettonica e alla sostenibilità per gli abitanti 18 aprile 2025 Le associazioni diramano un comunicato: Stadio Flaminio: NO a partite e  grandi eventi in mezzo alle case SI’  alla conservazione dell’opera di Nervi e alla sostenibilità per gli abitanti (leggi) webinar QUALE FUTURO PER LO STADIO FLAMINIO?  Ripartire dalla conservazione per il rilancio  mercoledì 6 dicembre sulle pagine FB e Youtube di Carteinregola con Fondazione Pier Luigi Nervi Project, DOCOMOMO Italia, Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, VAS Verdi Ambiente e Società, Cittadinanzattiva Lazio (> vai alla registrazione ) NOTE [1] La lettera è stata inviata: alla Direzione del Dipartimento Programmazione e Attuazione Urbanistica, alla Direzione del Dipartimento Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda U.O. Gestione e Sviluppo Impiantistica Sportiva e alla Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma; per conoscenza al Sindaco Roberto Gualtieri, agli Assessori Veloccia, Onorato, Smeriglio, alla Soprintendente Speciale Dott.ssa Daniela Porro , oltre alla S.S. Lazio S.p.a. [2] SCARICA il Decreto di interesse culturale dell’opera di P.L. Nervi dal MiC (art. 10 lett. d del D.Lgs. 42/04), con provvedimento del 27.09.2018 n. 74. [3]Vai al sito Stadio Flaminio della Getty Foundation: Lo Stadio Flaminio di Pier Luigi e Antonio Nervi a Roma: un piano di conservazione interdisciplinare  con la storia dello Stadio e il progetto L’iniziativa, promossa in accordo con il Comune di Roma, il Dipartimento di Ingegneria Strutturale e Geotecnica della SAPIENZA Università di Roma, la Pier Luigi Nervi Project Association e Do.Co.Mo.Mo. Italia alla Getty Foundation – una delle istituzioni internazionali più prestigiose che sostengono la ricerca sull’arte, l’architettura e la conservazione – ha ottenuto il sostegno alla elaborazione di un piano di conservazione dello stadio Flaminio nel quadro dell’iniziativa di sovvenzione internazionale Keeping it Modern. Il programma di ricerca, dal titolo Lo Stadio Flaminio di Pier Luigi e Antonio Nervi a Roma: un piano di conservazione interdisciplinare, è stato approvato con delibera del 1 giugno 2017 ed è stato sviluppato da un team di specialisti nei vari settori disciplinari coinvolti nella ricerca, sotto la supervisione di un comitato scientifico internazionale. [4] 29 aprile 2025 l’Assemblea capitolina approva la Delibera di Giunta del 3 aprile “Studio di Fattibilita’ relativo ai lavori di ”Restauro e Ristrutturazione dello Stadio e del Parco Polisportivo Flaminio mediante recupero con restauro, ristrutturazione e valorizzazione dello Stadio Flaminio di Roma con annessa proposta di partenariato ai sensi del medesimo art.1, comma 304, lettera ”a” della L. 147/2013 come modificata dall’art. 62 della L. 96/2017”, presentato dalla Costruzioni Civili e Commerciali S.p.A., in qualita’ di mandataria del R.T.I. costituita con la Rubner Holzbau S.r.l. e la S.S.D. Roma Nuoto a.r.l. (Protocollo N. 10151 del 02/04/2025)” SCARICA LA DELIBERA [5] 18 febbraio 2026 Presentazione del progetto dello Stadio della Lazio al Flaminio (> vai alll’articolo con il video della conferenza
April 24, 2026
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