Lo zainetto di John

Comune-info - Thursday, February 19, 2026

John è ghanese. Arriva da un Paese definito sicuro. Abbastanza sicuro da negargli il diritto di restare, non abbastanza da impedirgli di partire.

È giunto ad Andrano, in Salento, il 9 dicembre con uno zainetto arancione, numero 88, e due buste di plastica. Dentro quello zaino c’era tutto ciò che aveva, dentro i suoi occhi, molto di più. La notte lascia uscire le lacrime che non può mostrare, di giorno offre al mondo un sorriso gentile, fastidiosamente riverente. Piange perché non riesce a sentire la sua famiglia. Nessun documento per una SIM. Nessun denaro per un cellulare.

Gli altri ospiti (del SAI, Sistema di Accoglienza e Integrazione) gli prestano il loro telefono, permettendogli di incontrare virtualmente i propri cari. Un gesto semplice. Umano. Immenso.

In questi giorni di mare agitato, di onde che restituiscono corpi e silenzi, quello zainetto arancione è diventato, per tutti noi, qualcosa di difficile da sopportare. Non è più solo un oggetto. È un simbolo, un peso, un monito doloroso. Chiediamo a John, quasi con pudore, di toglierlo: “Indossa questo zainetto, per favore. È del G.U.S., la nostra associazione. Non come segno di proprietà, ma di appartenenza. Per noi non sei un numero. Sei John, una persona”.

Perché accogliere non è solo offrire un posto. È riconoscersi, ostinatamente, come parte della stessa umanità. Ha scritto Daniele, operatore del SAI: “Non so cosa sia più devastante: ascoltare le notizie delle ultime ore e pensare che uno di loro avrebbe potuto far parte dei nostri progetti, condividere programmi, obiettivi, risate e anche incomprensioni… oppure pensare che una delle persone che abbiamo già accolto, con cui condividiamo tutto questo, avrebbe potuto essere al loro posto, se una maledetta previsione meteo fosse stata diversa mentre affrontavano lo stesso viaggio…”.

E mentre leggiamo i giornali, quei volti non sono mai anonimi. Hanno lineamenti, carattere, storie che conosciamo. Li vedo lì, sulle spiagge di Tropea e della mia città, Trapani. È un colpo al cuore. E per questo sento anch’io, come Daniele, il bisogno di condividere queste parole con chi è ancora capace di comprendere. Perché, in tutto questo, peggio della morte stessa, c’è l’incapacità di troppi di capire. O, peggio ancora, di sentire.

Paola Medici, sociologa e coordinatrice del progetto SAI di Andrano, si occupa da tempo di discriminazioni

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