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Sabir, la lingua del mare oltre i confini
-------------------------------------------------------------------------------- Torre Faro, Messina. Foto di Luca N su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- “Il mare prende, il mare dà” è un antico proverbio marinaio e un modo di dire popolare che esprime la doppia natura del mare: una risorsa generosa che offre nutrimento, vita e lavoro, ma anche un elemento imprevedibile e crudele capace di reclamare vite e distruggere. Il nostro mare Mediterraneo ce lo ricorda ogni giorno con le salme dei migranti che emergono lungo le coste, con i naufragi che ormai non fanno più notizia. Oggi purtroppo questo mare sembra essere solo fonte di dolore e rabbia. Eppure il Mediterraneo ha una storia antica e complessa, resa ancora più straordinaria grazie all’incontro tra culture, storie e popoli diversi, che ne hanno solcato le acque nei secoli. In particolare, tra l’XI e il XIX secolo, da Marsiglia a Istanbul, Tunisi e Algeri, Genova e Palermo, il Mare nostrum è stato il perno dell’intensa attività commerciale di marinai e pescatori, provenienti dalle coste di Europa, Asia ed Africa. Tra di loro non c’erano barriere e la comunicazione era facilitata da un idioma, il sabir, parlato in tutti i porti e sulle navi del Mar Mediterraneo. Noto anche come lingua franca mediterranea, il nome deriva dal termine sabir – sapere – poiché spesso le conversazioni iniziavano con espressioni come “saber”, cioè “saper fare”. Altri autori sostengono che il termine “sabir” sia stato recuperato dall’opera “Il Borghese gentiluomo” di Moliére, uno dei più importanti autori del teatro classico francese del XVII secolo. Nell’opera satirica, portata in scena per la prima volta nel 1670 alla corte di Re Luigi XIV, Molière fa pronunciare al muftì, un alto ufficiale della legge religiosa nei paesi musulmani, le parole “Se ti sabir; Ti respondir; Se non sabir; Tazir, tazir” ovvero “Se tu sai, rispondi. Se non sai, rimani in silenzio”. Era una lingua nata per dare ordini o per trattare, come testimoniano le frasi giunte fino a noi nei diari di viaggio o in altre opere letterarie (come il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes). Un altro esempio tipico di frase in Sabir riportata dalla storia è: “Anda, anda canaglia, anda a palazzo” (Vai, vai canaglia, vai a casa/lavoro). Una lingua nata per comunicare dicevamo, farsi capire di cui restano poche testimonianze scritte. Soltanto nel 1830, in Francia, fu pubblicato il “Dizionario della lingua franca o piccolo moresco” che ha recuperato molti termini del sabir, dotato di un frasario per la vita quotidiana di chi volesse lavorare e vivere vicino al mare. Nell’Ottocento però il suo vocabolario si è disperso ed è stato assorbito dai dialetti dei pescatori ma molti termini sono usati ancora oggi in Italia per indicare pesci, venti, parti delle imbarcazioni o contrattazioni commerciali. Parole nate dalla fusione di radici arabe, greche e ispaniche sono diventate, a tutti gli effetti, parole dialettali locali. Era una lingua di contatto che non apparteneva a nessuno ma che permetteva a tutti di intendersi, una lingua del mare “mediterraneus”, ovvero “in mezzo alle terre”, che ha rappresentato la culla della civiltà occidentale. Secondo gli studiosi di glottologia e linguistica, il sabir rappresenta una tra le più antiche e longeve lingue pidgin oggi conosciute, ovvero quei lessici sviluppati a partire dall’unione di influenze linguistiche differenti,in seguito a fenomeni di migrazioni, colonizzazioni e relazioni commerciali, come per esempio il pidgin nigeriano, il chinglish (cinese – inglese ) o il fanalago sudafricano. Il sabir non aveva una grammatica complessa che si adattava al contesto, seguiva il ritmo dei gesti e dei suoni. Il suo vocabolario era un mix linguistico delle sponde del Mediterraneo: 65-70% italiano, con fortissime influenze dei dialetti marinai dell’epoca, in particolare genovese e veneziano, poi spagnolo (10%), altra grande lingua commerciale e imperiale dell’epoca. A queste si aggiungono contaminazioni da arabo, catalano, greco, occitano, sardo, siciliano e turco. Come le onde del mare il sabir andava e veniva e ogni volta si modificava e si arricchiva: i marinai di Genova e Venezia portavano i propri dialetti nel Mediterraneo e al contempo rientravano a casa introducendo parole “ibridate” nei dialetti costieri locali. Il veneziano e il ligure hanno infatti assorbito e stabilizzato nel proprio lessico marittimo termini alterati dal sabir, legati alle manovre delle barche, ai venti e alle merci. Il siciliano invece ha fatto da ponte grazie alla posizione strategica nel Mediterraneo dell’isola. La parola siciliana patruni (padrone/comandante), è entrata nel sabir e si è evoluta fino a radicarsi persino nelle varianti costiere di Algeri e Tunisi. Scirocco deriva dall’arabo šulūq (vento del sud-est) e il sabir lo ha standardizzato rendendolo universale per tutti i marinai del Mediterraneo, superando le varianti locali. Ghibli, un termine libico-arabo passato attraverso il sabir per indicare il vento caldo del deserto, oggi è usato in molti gerghi costieri del Sud Italia; oppure bonaccia, unione della radice romanza (buono) con la semplificazione tipica del sabir per indicare la totale assenza di vento e il mare calmo. Nei dialetti siciliano e sardo (specialmente legati alla pesca del tonno e alle tonnare), il termine Rais / Raisi si usa ancora oggi per indicare il capo assoluto della pesca. Deriva direttamente dall’arabo ra’īs (capo/comandante), parola cardine del sabir per indicare il capitano della nave. L’elenco di parole in uso derivanti dal sabir oggi è ancora molto ricco e testimonia di un’epoca durata diversi secoli in cui il nostro mare era il centro di scambi non solo commerciali ma culturali che hanno superato le barriere linguistiche inventando una comunicazione semplice e diretta. Un Mediterraneo ombelico del mondo, culla di civiltà e sapienze ben lontano dall’immagine che sempre più si sta radicando nell’immaginario collettivo delle persone del nostro tempo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sabir, la lingua del mare oltre i confini proviene da Comune-info.
July 23, 2026
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Fuori dal ghetto. Azione!
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Storie di vita, storie di accoglienza negata e di soprusi, ma anche storie di riscatto. Il concorso della rassegna “Fuori dal ghetto. Rosarno Filmfestival” 2026 – promosso da Mediterranea Hope-Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Rete Comunità Solidali e S.O.S. Rosarno (con molte adesioni, tra cui la redazione di Comune-info/Benvenuti ovunque) – ha come tema centrale lo sfruttamento del lavoro. Il termine per inviare le opere è il 30 settembre. Qui il bando completo: BandoDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Fuori dal ghetto. Azione! proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
33 chilometri
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Calais dista 33 chilometri dalle coste inglesi. Per alcune persone è una traversata di pochi minuti. Per altre – che arrivano da Afghanistan, Sudan, Kurdistan iracheno, Eritrea – mesi o anni di attesa tra sgomberi continui e senza diritti, in una frontiera dove si decide chi può esistere e chi no. Calais è, al pari di Ceuta e Lampedusa, di Lesbo e Bihac, una delle frontiere più dure d’Europa. Perché, anche se a tentare la traversata sono persone che nella quasi totalità dei casi hanno pieno diritto ad asilo e protezione, le istituzioni francesi e britanniche le tengono bloccate in un vergognoso rimpallo di responsabilità (e di fondi).  Dopo lo sgombero della “Jungle”, avvenuto nel 2016, migliaia di persone vivono ancora nella zona tra Calais e Dunkerque sparse nei boschi e ai margini delle strade, senza ripari stabili, in condizioni di estrema precarietà e totalmente privi di risorse. Da anni in questa zona associazioni e reti di solidarietà garantiscono ciò che le istituzioni francesi e britanniche negano: pasti, beni essenziali e supporto alle persone bloccate lungo la frontiera tra Francia e Regno Unito. Tra pochi giorni un gruppo di attiviste e attivisti di Casetta rossa, storico spazio sociale e culturale autogestito di Garbatella, a Roma, partirà per portare solidarietà, un contributo alle attività sul campo e beni di prima necessità. La loro è la scelta di campo di chi rifiuta un’Europa che respinge, alza muri e arriva a negare i più elementari diritti di base a chi fugge dall’inferno.  È in corso una raccolta di fondi e materiali a sostegno della missione, che si appoggerà a Refugee Community Kitchen e alle altre realtà che ogni giorno garantiscono pasti, beni essenziali e solidarietà a chi è in transito lungo questa frontiera. Le donazioni possono essere effettuate al link https://gofund.me/b29dd653e. I beni di prima necessità possono essere consegnati tutti i giorni dalle 16 in avanti a Casetta rossa, in via Magnaghi 14 a Roma. Servono abiti pesanti, prodotti per l’igiene personale, sacchi a pelo, tende, ma anche prodotti alimentari a lunga conservazione, guanti, mascherine, detergenti e disinfettanti.  Ogni contributo, anche piccolo, fa una differenza enorme per chi si trova bloccato lungo la frontiera, a pochi chilometri dal sogno di una vita dignitosa. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO REPORTAGE DALLA FRANCIA DEL 2015: > La chiamano la Jungle di Calais -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo 33 chilometri proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Gli umani di Riace
A RIACE, VINCERE È L’ULTIMA DELLE PREOCCUPAZIONI. I GIOCHI ANTIRAZZISTI CELEBRANO DA QUASI TRENT’ANNI LO SPORT COME SPAZIO DI INCONTRO, MEMORIA E RESISTENZA COLLETTIVA. UN RACCONTO DI PERSONE, SQUADRE E COMUNITÀ CHE CONTINUANO A OPPORSI AL RAZZISMO, DENTRO E FUORI DAGLI STADI. Foto di Ci sono premi ai quali, in questo speciale torneo che va avanti da trent’anni, tutti tengono meno. Ma alla fine, proprio alla fine della manifestazione, in un tripudio di bandiere, torce e striscioni, mentre le casse fraternamente messe a disposizione dai palermitani del “Mediterraneo antirazzista” continuano a sparare a ruota la celebre “K’mon, k’mon, antifa hooligan” del gruppo street punk veronese Los Fastidios, arriva il momento di attribuire anche quelli. Se nel mondo dello sport, a tutti i livelli, ormai l’unica cosa che conta è vincere, ai “Giochi antirazzisti” di Riace vincere è proprio l’ultima delle preoccupazioni. Qui. Perché quasi ovunque, invece, avviene il contrario. Chi può negare, infatti, che il desiderio di vincere sia ormai diventato talmente pervasivo e ossessivo da aver emarginato, in piscine, campi e palestre, qualsiasi approccio diverso? Chi non ritiene ormai grottesche le ipocrite frasi di convenienza che, quasi settimanalmente, citano De Coubertin presentandolo come un modello, per poi calpestarne i valori un minuto dopo, liberando le peggiori pulsioni narcisistiche? Qui l’aria che si respira è tutta un’altra. Ma alla fine, visto che si è giocato, vengono attribuiti anche quei premi. Ai bolognesi di “Progetto Ultrà”, quindi, che hanno affrontato in finale, ai rigori, i ragazzi degli “O Boy Squad”, e alla storica società di pallavolo romana “Polisportiva Città Futura”, che ha battuto la celebre e sempre presente ai Giochi “Palestra Popolare Gino Milli” di Bologna. Ma gli applausi ricevuti dai vincitori non sono stati maggiori di quelli riservati a tutti gli altri. Premiata “Lazionet” per il suo impegno e per la costanza con la quale, da tantissimi anni, si batte contro il razzismo. Oggi la curva della Lazio non è né più né meno schierata a destra di tante altre, ma, all’inizio del percorso di conquista degli spalti attraverso slogan e parole d’ordine xenofobe e violente, contrastarla era un gesto a dir poco eroico. Aver continuato a farlo senza cedere a intimidazioni e minacce è ammirevole. Premiato “Esquilino Football Club” per aver portato il maggior numero di giovani atleti e aver dimostrato che si possono coniugare attività sportiva e politica anche nelle scuole calcio, se lo si vuole. Il riconoscimento “Primavera antifascista” è quindi andato alla squadra di questo complesso, ma altrettanto bel rione romano. Alla coloratissima e divertente compagine delle “Silvia’s Sixteen” è andato il premio “Presa a bene per Claudia”, messo in palio proprio da “Lazionet”, che ha voluto così ricordare la figura di una loro carissima compagna di strada, prematuramente scomparsa l’anno scorso in un incidente di moto. Maria Claudia Benincà, oltre a essere un’attivista conosciutissima a Roma, specialmente nel quadrante sud, era infatti molto legata a questo gruppo di storici frequentatori dei “Giochi antirazzisti” e con loro, l’anno scorso, era scesa a Riace. Di tutta la cerimonia è stato sicuramente il momento più toccante: tanti gli occhi lucidi e inevitabile qualche lacrima, perché il suo ricordo è ancora vivido. Un titolo speciale, poi, inedito — il “premio drone” — è andato alla performer messicana Ana Teresa Fernández, che, per denunciare la deriva disumana tipica del nostro tempo, ha fatto disporre i partecipanti sulla spiaggia, riprendendoli poi dall’alto mentre componevano la scritta S.O.S. in codice Morse. Le immagini, riprese con un drone finalmente usato per ragioni di carattere estetico, artistico e politico, e non militare, come purtroppo molto più spesso ci capita di sentire, vogliono davvero contribuire a lanciare un grido d’allarme. Ed è davvero un S.O.S. quello che si cerca di inviare con quanta più forza possibile attraverso i “Giochi antirazzisti”: uniamoci! Stiamo vicini! Resistiamo! Avanti, avanti! Sono fatte così le persone, i compagni, le compagne e i militanti che, insieme a “Progetto Ultrà” e a Carlo Balestri, continuano, spesso contro ostacoli molto grandi — non insormontabili, ma molto grandi —, a promuovere questa iniziativa ormai giunta quasi al trentennale. Non tutti, soprattutto i più giovani, quelli che oggi portano avanti progetti importantissimi come la “Scuola di italiano per migranti di Bolognina”, o le ragazze e i ragazzi di “Mediterranea”, ricordano infatti quanto violenta e offensiva fosse diventata, intorno alla metà degli anni Novanta, molta parte del movimento ultras alle nostre latitudini. Pochi, forse, sanno quanto fossero diventate quotidiane le offese contro i giocatori di pelle nera quando Carlo Balestri ebbe l’idea di organizzare un festival di sport e cultura antirazzista che facesse da cassa di risonanza per quella parte delle tifoserie e della società italiana che non sopportava i “buuu”, gli “scimmia”, i “negro de m…”. Dall’olandese Aaron Winter al camerunense François Omam-Biyik, quanti episodi odiosi ci ritornano in mente andando indietro con la memoria a quel periodo. Quanto furono ipocrite e accondiscendenti le istituzioni sportive nel tollerare il fenomeno, prima di prendere seri provvedimenti e arrivare a chiudere le curve e a sospendere le partite. Oggi affrontiamo un momento diverso, nel quale proprio le incertezze e le timidezze di chi ha governato, a destra o a sinistra, hanno contribuito a determinare uno slittamento. Affrontare il razzismo, istituzionale e sociale, è una sfida complessa, che ha bisogno, dentro e fuori dagli stadi, di molti nuovi contributi. E non è certo a iniziative come queste che possiamo immaginare di delegare una responsabilità enorme come quella di arginare fenomeni ai quali neanche i più pessimisti pensavano di dover assistere. Perché, se è vero che la violenza contro l’alterità culturale ha raggiunto, anche in altri momenti della storia del nostro Paese, vertici di gravità che non dobbiamo dimenticare, oggi inquieta e allarma l’idea che possa farsi largo tra le persone un progetto di “remigrazione” violenta. Se, quindi, manifestazioni come i “Giochi antirazzisti” non possono costituire il solo antidoto, possono però assolvere a quella importantissima funzione di raccordo e condivisione delle esperienze che, almeno una volta l’anno, riempie il cuore: vedere persone e realtà diverse avvicinarsi e conoscersi un po’ di più. L'articolo Gli umani di Riace proviene da Comune-info.
July 16, 2026
Comune-info
Sostenere chi racconta le rotte
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- The Routes Journal – Il giornale delle rotte – è un progetto di comunicazione alternativa sulla mobilità impedita: racconta la criminalizzazione delle rotte migratorie e le conseguenze che questa produce sulla vita delle persone che le percorrono. Nasce dal desiderio di un gruppo di ricercatori, artisti, migranti e attivisti di offrire uno sguardo diverso sul fenomeno migratorio. A partire dai materiali informativi che le persone in movimento producono sulle proprie condizioni materiali e sociali lungo le rotte, una newsroom cooperativa lavora per trasformare fotografie, audio e video in storie accessibili a un pubblico non specialistico. Può essere definito un progetto informativo sul “movimento interrotto”. Non ha una sede fissa: la sua sede è ovunque vivano i suoi corrispondenti, perché The Routes Journal racconta i luoghi e le storie di chi è in movimento. Il progetto ambisce a connettere mondi diversi e lontani. Lo fa su Instagram, provando a descrivere ciò che accade al di là delle frontiere dell’Europa, ovvero l’esperienza quotidiana delle persone migranti che parlano dalle coste tunisine, dagli hangar libici, dalle barche, solo per fare qualche esempio. Parla di rotte migratorie, oggi quella del Mediterraneo centrale, quella dell’Oceano Indiano, quella Canaria; domani, chissà. Lo scopo è evidenziare la traccia silenziosa di quelle rotte: non indicazioni su dove andare, ma racconti di come si vive nel passaggio e nell’attesa. Narra la violenza dei confini, l’abbandono, la paura, ma anche le pratiche quotidiane di resistenza e di solidarietà. Restituisce il quotidiano di chi abita le rotte, componendo una topografia dell’assenza, della precarietà, della necropolitica. The Routes Journal è una newsroom all’interno della cosiddetta underground railroad, animata da corrispondenti: uomini e donne dall’altra parte del mare, dall’altra parte del confine della “fortezza Europa”. Alcuni partecipano regolarmente, altri solo sporadicamente. Sono persone che hanno tentato più volte di raggiungere l’Europa e che ora sono confinati in una “terra di mezzo”. Inviano scatti dalle loro case, filmano gli accampamenti in cui vivono, scrivono poesie; tra un movimento e l’altro. Tra arresti e sequestri. Prima di attraversare, di fare boza. Tra cokseurs, arabes, barnamiche, acque blu, bussolier e capitani. The Routes Journal trasforma la loro esperienza in testimonianza pubblica. Abou è uno di loro. Ha appena sedici anni ed è stato detenuto in una prigione libica, torturato a scopo di estorsione. Marine racconta la disperazione di avere una figlia malata senza sapere dove portarla per farla curare, perché nera: arrivata in ospedale, l’hanno cacciata. Farhan ha invece voluto pubblicare il corpo esanime dell’amico, ucciso senza ragione alla fine del Ramadan del 2026. Poi c’è Aissatou, Lamine, Xavier e molti altri. Le loro storie si intrecciano e insieme, come nella reazione chimica che dal negativo porta alla fotografia, ci restituiscono un’immagine che in molti vorrebbero tenere nascosta o rendere invisibile. La loro partecipazione a The Routes Journal è gratuita e volontaria. Ma hanno bisogno di medicinali, cibo, cure ospedaliere, telefoni. Vorremmo poterli sostenere. Vi chiediamo di aiutarci con una raccolta fondi, perché possano continuare a raccontare di che materia è fatta l’esternalizzazione dei confini dell’Unione Europea. Potete donare con queste due modalità: * IBAN: IT87N0830401804000003424187 intestato all’Associazione Melting Pot Odv, causale: The Routes Journal * Tramite la raccolta fondi su Paypal -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Meltingpot.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sostenere chi racconta le rotte proviene da Comune-info.
July 11, 2026
Comune-info
Dispositivi della frontiera diffusa
I NUOVI CENTRI PER EFFETTUARE LE PROCEDURE DI FRONTIERA DELLE RICHIESTE D’ASILO SARANNO LA BASE LOGISTICA DEL MODELLO DI SFRUTTAMENTO SPERIMENTATO A PARTIRE DAGLI ANNI NOVANTA NEL SUD ITALIA PER L’AGRICOLTURA -------------------------------------------------------------------------------- Trieste, migranti della Rotta Balcanica. Foto di Lorena Fornasir -------------------------------------------------------------------------------- In maggio il Dipartimento Libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno ha pubblicato una circolare che illustra in maniera estremamente chiara gli orientamenti politici del Governo Meloni in merito alla gestione delle frontiere, a seguito dell’applicazione del Patto Europeo su migrazione e asilo. Questo documento, passato in sordina rispetto al dibattito pubblico sul tema, ridefinisce in maniera radicale il ruolo delle frontiere, stravolgendo le prassi e le garanzie democratiche effettive per l’esercizio del diritto d’asilo. In realtà, la circolare non è altro che l’esposizione degli orientamenti decisi dal Governo per recepire il nuovo regolamento procedure n° 1348 del 2024[1], in particolare l’art. 54, che definisce i criteri generali dei luoghi per l’espletamento delle procedure di frontiera per le richieste d’asilo. Dunque, il radicamento normativo espresso dalla circolare è il nuovo regolamento procedure, che consente di creare questi nuovi criteri che portano a un modello di frontiera diffusa. Tuttavia, è il Governo a decidere quali luoghi utilizzare per le procedure di frontiera, il profilo che devono assumere e la loro ubicazione. Proviamo a formulare delle ipotesi di lettura e interpretazione politica di questi documenti: in ragione di una presunta e non meglio specificata “particolare connotazione geografica nazionale”, non si esclude alcun sito in cui effettuare le procedure di frontiera e si introduce la possibilità di utilizzare unità operative itineranti; tutti i luoghi classificati come “frontiera” fanno parte di una “rete nazionale a supporto della frontiera esterna dell’Unione”. Questa definizione chiarisce l’obiettivo politico, ma non spiega le procedure da applicare per evitare il rischio di una compressione o addirittura di una sospensione del diritto d’asilo e della mancata applicazione della Convenzione di Ginevra. In pratica, si assiste a uno spostamento verso l’interno del concetto di frontiera, trasformando ogni luogo in un valico di frontiera. Per rendere concreta questa bizzarra interpretazione del concetto di frontiera, imposta dal Regolamento procedure, il Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione ha redatto un elenco dei valichi di frontiera, suddividendoli in 52 zone aeree e 111 zone marittime, e ha assegnato a ciascuna di queste zone un’area di competenza. Naturalmente, le frontiere terrestri non sono contemplate nell’elenco, in quanto l’Italia non ha frontiere terrestri con paesi esterni all’Unione Europea e le procedure di frontiera si applicano alle frontiere esterne, ovvero quelle che dividono un paese membro dell’UE da un paese non membro. Fa eccezione solo la Svizzera, che non è membro dell’UE, ma applica le norme del Patto di Schengen, tra cui l’applicazione del nuovo regolamento RAM che sostituisce il regolamento di Dublino. Le zone di terra di pertinenza della Rotta Balcanica, uno dei canali di ingresso più importanti del Paese, ad esempio, non dovrebbero avere luoghi dedicati alla gestione delle procedure di frontiera terrestri. I posti individuati per la zona di frontiera orientale, il Friuli Venezia Giulia, dovrebbero infatti essere dedicati esclusivamente  agli ingressi nella zona del porto di Trieste e dell’aeroporto di Ronchi dei Legionari, dove potrebbero avvenire gli arrivi  dalla frontiera esterna. Sappiamo già che le fantasie del governo non vanno in questa direzione. Quando queste ridicole procedure verranno applicate, sarà necessario monitorare molto bene cosa accadrà in quell’area del Paese, già tristemente nota per i respingimenti illegali avvenuti durante il periodo della pandemia[2]. La circolare, pur affermando in modo assertivo che sono già stati individuati i luoghi in cui in via prioritaria verranno svolte le procedure di frontiera,  quelli attivati dalla cosiddetta Legge Puglia (563/95) prodotta dal Governo Dini e mai più smantellati per un totale di 3132 posti, ci fa sapere anche che verrà recuperato l’utilizzo degli hotspot attivi e non[3], per un totale di 3519 posti, che attiverà 3804 nuovi posti[4] e che in caso di necessità si potranno utilizzare anche i posti disponibili nel sistema dei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), che in questi anni hanno sopperito all’inadeguato allargamento del Sistema SAI, dunque una funzione completamente diversa rispetto a quella che si vuole attribuire con l’indirizzo ministeriale introdotto dalla circolare. Inoltre sono stati individuati 489 posti dedicati al trattenimento per le procedure di frontiera[5]. Tutti questi posti sono attivati per concorrere a raggiungere la “capacità adeguata” stabilita dagli accordi europei e tuttavia si precisa che nonostante l’avvio dei posti è contemplata l’ipotesi di non vincolare le procedure di frontiera a luoghi deputati solo a questa mansione. Questo comporta che i luoghi attivi potranno essere utilizzati in modo flessibile in base alle esigenze procedurali. È del tutto evidente che tale promiscuità produrrà una riduzione e una compressione delle attività dedicate alla tutela dei richiedenti, come già avviene nei luoghi promiscui allestiti negli anni, vedi i casi di Brindisi Restinco e Gradisca D’Isonzo (Gorizia) dove nella stessa area sono attivi spazi dedicati ai richiedenti asilo e spazi dedicati alle persone trattenute nel CPR e dove l’accesso ad enti di tutela è ridotto e ampiamente osteggiato. Questi stessi centri dedicati ai richiedenti asilo oggi diventano anche luoghi dove possono essere svolte le procedure di frontiera. Insomma, la chiarezza di questa circolare è data dalla esplicitazione politica della volontà di rendere flessibile e discrezionali i diritti e creare sovrapposizione procedurale allo scopo di tenere in un limbo giuridico ed esistenziale le persone che arrivano per chiedere protezione internazionale. All’interno delle modifiche legislative realizzate dall’introduzione del Patto migrazione e asilo UE, tra le quali la finta revisione del vituperato Regolamento Dublino, che prende il nome di RAM e lascia inalterato il principio che a valutare la procedura d’asilo sia il primo paese Ue nel quale avviene l’ingresso del richiedente asilo, l’Italia sta riproponendo la funzione che ha tenuto negli ultimi trenta anni: precarizza  gli ingressi, costruisce o allestisce grandi strutture per contenere le persone in procedura di asilo, non agevola percorsi di accoglienza e integrazione tali da consentire una vita degna e incanala i richiedenti dentro i circuiti del lavoro, creando un filo diretto fra il regime di frontiera e i canali dello sfruttamento[6]. Abbiamo verificato negli anni che le procedure di frontiera accelerate, quelle che il regolamento procedure sistematizza, comprimono i diritti delle persone perché rispondono ad esigenze di propaganda di emergenza e non alla effettiva verifica delle condizioni delle persone. Inoltre i tempi annunciati dalle norme quasi mai vengono realmente mantenuti. Le procedure di frontiera, sistematizzate dal regolamento procedure già citato, prevedono anche una estensione da 60 a 90 giorni per accedere al mercato del lavoro. Come illustrato altrove, questa modifica, questa modifica legislativa non incide sui processi reali, anzi contribuisce a precarizzare e a modellare il mercato del lavoro dove sorgeranno i centri. Questa scelta politica si rende palese oggi, perché rompe una prassi consolidata negli anni di allestire grandi centri nelle aree del Sud e della Sicilia con alta capacità di assorbimento lavorativo, di manodopera poco qualificata, per ampliare anche al nord le zone di utilizzo dei grandi centri  così da coprire la domanda di manodopera inevasa derivante dalla caotica e volutamente inefficiente procedura del decreto flussi. A questo proposito, è sufficiente comparare i dati relativi al numero di richieste pervenute nel decreto flussi dalle varie regioni italiane e ai tassi di successo delle procedure di rilascio dei permessi di soggiorno per comprendere che il mondo produttivo spinge a richiedere manodopera a basso costo anche per effetto della crisi del manifatturiero del nord, in particolare quello che dipende dalle relazioni economiche con la Germania. I dati prodotti dalla campagna “Ero straniero”[7]  ci offrono un’opportunità per approfondire questa analisi. Si evidenzia che le domande pervenute presso le prefetture sono 720.467, su una disponibilità di quote di 119.836. Solo 24.858, il 20,7%, sono le pratiche concluse con successo. In termini numerici assoluti, la classifica delle cinque regioni con il maggior numero di domande presentate è la seguente: Campania (40.116), Lombardia (36.222), Lazio (24.120), Veneto (23.596), Emilia-Romagna (15.489). Analizzando i dati, emerge una corrispondenza geografica tra l’apertura dei nuovi centri governativi per le procedure di frontiera menzionati e le richieste di nulla osta lavorativo del decreto flussi. I numeri attribuiti ai singoli centri non sono essenziali, sebbene non siano metodologicamente privi di connessione. Come dimostrato dalla nostra analisi nel tempo, i grandi centri si rivelano strumenti logistici ad alta rotazione, fungendo da collettore per la creazione di zone franche destinate a fungere da bacini di manodopera just in time. Dunque, ciò che intravediamo sul piano politico è che il Patto Ue su migrazione e asilo si sta assestando come un grande strumento di propaganda liberista e sta attuando un cedimento dall’interno di un complesso quadro normativo che ha come scopo la garanzia di diritti soggettivi inalienabili. Il composito pacchetto legislativo e culturale sul quale il Patto Ue  sta agendo avrà effetti sul quadro generale delle politiche continentali in termini di divisione internazionale del lavoro sia rispetto al bacino del mediterraneo sia rispetto ai singoli stati nella articolata gerarchia interna alla UE. La linea del Governo Meloni  ancora l’Italia a un settore manifatturiero che tiene i suoi equilibri sulla manodopera non qualificata e su settori produttivi a basso contenuto tecnologico. In ragione di ciò lo sfruttamento della manodopera straniera è in linea con il modello produttivo ricercato dal Governo e le scelte logistiche in tema di procedura di frontiera si legano in maniera stretta con le esigenze del mercato del lavoro che abbiamo adottato. Queste procedure, in sintesi, operano simultaneamente a decostruire il diritto d’asilo e cercano di superare anche i pochi e irrealistici vincoli imposti dallo strumento giuridico del Decreto Flussi. Un tentativo maldestro. -------------------------------------------------------------------------------- [Gianluca Nigro, Associazione Finis Terrae] -------------------------------------------------------------------------------- [1] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:L_202401348 [2] https://altreconomia.it/la-feroce-normalita-dei-respingimenti-illegali-ai-confini-dellunione-europea/ https://altreconomia.it/i-respingimenti-italiani-in-slovenia-sono-illegittimi-condannato-il-ministero-dellinterno/; [3] Isola Capo Rizzuto, Roccella Jonica, Reggio Calabria, Vibo Valentia, Taranto, Lampedusa, Porto Empedocle, Catania, Messina, Pozzallo, Augusta, Pantelleria [4] In Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte Sardegna, Sicilia, Toscana, Veneto [5] Modica (Ragusa), Porto Empedocle (Agrigento) Gjader (Albania) [6] https://www.osservatoriorepressione.info/patto-per-chi-il-regime-di-frontiera-e-lo-sfruttamento/ [7]https://erostraniero.it/territori/ -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Osservatorio repressione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dispositivi della frontiera diffusa proviene da Comune-info.
July 10, 2026
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Che cos’è, oggi, la cittadinanza?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Può sembrare una domanda astratta, ma non lo è affatto: cos’è, oggi, la cittadinanza? È una domanda che riguarda il futuro della nostra democrazia. L’8 luglio la Camera ha approvato, con 148 voti favorevoli e 99 contrari, l’iter d’urgenza per una proposta di legge che introduce nuove ipotesi di revoca della cittadinanza e nuovi ostacoli per chi la sta acquisendo. Non si tratta di un episodio isolato. Negli ultimi mesi si sono susseguiti interventi che rendono più restrittivi i requisiti per ottenere la cittadinanza, ampliano i casi in cui può essere revocata e, più in generale, ridefiniscono il rapporto tra appartenenza, identità nazionale e sicurezza. Temi diversi, che sembrano però muoversi nella stessa direzione. Non è soltanto una questione di immigrazione. È il modo stesso di concepire la cittadinanza che sembra cambiare. Nella nostra Costituzione e nella tradizione delle democrazie costituzionali, la cittadinanza non è un privilegio né una ricompensa. È il fondamento dell’uguaglianza giuridica. Una volta cittadini, tutti sono uguali davanti alla legge. Lo Stato giudica le azioni delle persone, non la loro origine, la religione che professano o la storia della loro famiglia. Oggi, invece, sembra affermarsi un’altra idea. Un ragazzo nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri, che oggi può diventare cittadino dichiarando la propria volontà entro un anno dal compimento della maggiore età, con la nuova legge dovrebbe superare anche un esame di integrazione. Una richiesta che nessun suo coetaneo nato da genitori italiani dovrà mai affrontare. La cittadinanza non appare più come il luogo dell’uguaglianza, ma come un confine da presidiare: un bene da concedere con maggiore cautela, da limitare o rendere più fragile per alcuni. Matteo Salvini lo ha espresso con un’immagine molto esplicita: la cittadinanza dovrebbe funzionare come una “patente a punti”, e chi delinque dopo aver ricevuto le chiavi di casa dovrebbe vedersi ritirare quelle chiavi. È una metafora che dice molto più di quanto sembri. La cittadinanza non viene più pensata come uno status che garantisce uguali diritti e uguali doveri, ma come una licenza sempre revocabile, un’appartenenza che deve essere continuamente dimostrata. Non è tanto il singolo provvedimento a colpire. È il quadro complessivo che emerge. La domanda sembra non essere più: quali diritti spettano a ogni cittadino? Ma piuttosto: chi appartiene davvero alla comunità nazionale? Questa trasformazione riflette anche un’idea di identità nazionale come qualcosa di fisso, omogeneo, da preservare nella sua presunta purezza. Un’identità che guarda al passato con nostalgia e considera ogni cambiamento come una minaccia. Eppure le società non sono mai rimaste immobili. L’Italia, come tutta l’Europa, sta diventando una realtà sempre più plurale. Le migrazioni, i cambiamenti demografici, la mobilità delle persone, le guerre e la crisi climatica stanno trasformando il volto delle nostre comunità. È un processo complesso, che pone problemi reali e richiede politiche serie. Ma è difficile immaginare che possa essere fermato. La storia non procede all’indietro. La vera sfida, allora, non è impedire il cambiamento, ma governarlo senza rinunciare ai principi che rendono democratica una società. Significa passare da un “noi” costruito sull’esclusione a un “noi” fondato sulla condivisione dei diritti e delle responsabilità; da un’identità che si difende alzando confini a una comunità che si riconosce nella forza delle proprie istituzioni e dei propri valori costituzionali. Perché una società diventa davvero più sicura restringendo continuamente il significato della cittadinanza? Oppure rischia di ottenere il risultato opposto? Quando una parte della popolazione viene rappresentata come un problema permanente, quando ragazze e ragazzi nati o cresciuti nel nostro Paese continuano a sentirsi cittadini “con riserva”, il rischio è quello di alimentare proprio quella frattura che si dice di voler combattere. La sicurezza è un bene fondamentale. Ma non nasce soltanto dal controllo e dalla punizione. Nasce anche dalla fiducia reciproca, dal riconoscimento, dalla possibilità di sentirsi parte della stessa comunità politica. Ogni Stato ha il diritto di stabilire le regole per l’acquisizione della cittadinanza e di pretendere il rispetto delle proprie leggi. Ma un conto è definire criteri di accesso; un altro è trasformare la cittadinanza in uno strumento che distingue continuamente tra chi appartiene pienamente alla comunità e chi deve dimostrare, ogni volta, di meritarne l’appartenenza. Forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci. Perché il futuro delle nostre società sarà inevitabilmente plurale. Possiamo scegliere se affrontare questa trasformazione alimentando paure e contrapposizioni oppure costruendo una convivenza fondata sul diritto, sulla responsabilità e sull’uguaglianza. La cittadinanza, in fondo, non serve a tracciare nuovi confini tra le persone. Serve a garantire che, una volta riconosciuti come membri della stessa comunità politica, nessuno sia meno cittadino di un altro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che cos’è, oggi, la cittadinanza? proviene da Comune-info.
July 10, 2026
Comune-info
Sui costi nascosti dei centri in Albania
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jarrod Erbe su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) lancia la campagna “RENDITI CONTO – Centri in Albania. Il costo non è solo economico”, focalizzata sui costi umani e democratici dei centri per persone migranti costruiti dal governo Meloni in Albania. La campagna prende forma sui canali digitali simulando l’alert di un inatteso addebito di ben 74 milioni di euro per la costruzione dei centri in Albania – la sola spesa pienamente documentabile del Protocollo Italia-Albania – e mette in luce alcuni aspetti del cosiddetto “modello Albania” rimasti sempre in ombra. Al di là del costo economico esorbitante di questo progetto che ha sottratto fondi alla collettività, “Renditi conto” punta un faro su ciò che troppo spesso resta invisibile: i costi umani, sociali e democratici del modello Albania. Il costo più alto di questi centri lo pagano proprio le persone trattenute: isolate, private della libertà personale, spostate senza informazioni su destinazione e ragioni del trasferimento; persone che vedono i propri diritti alla salute e alla cura ostacolati, con accesso limitato alla tutela legale e per le quali anche la comunicazione con i familiari risulta estremamente difficile. Molte delle persone trattenute sperimentano una situazione di grave sofferenza psicologica, che porta a un’ampia somministrazione di psicofarmaci così come a ripetuti atti di autolesionismo, tentativi di suicidio compresi. “Sono sempre solo, ho paura” oppure “Appena qualcuno mi dice qualcosa, io piango” o ancora “Volevo il contratto, ma nessuno me lo ha fatto”: sono alcune delle eloquenti testimonianze delle persone trattenute raccolte durante le visite ai centri effettuate dal TAI.  Accanto al costo umano c’è un costo democratico: l’accesso alle informazioni è limitato anche per i parlamentari, una mancanza di trasparenza che diventa opacità diffusa per i cittadini e sottrazione al controllo dell’opinione pubblica. Organizzazioni della società civile, operatori e operatrici dell’informazione e persino delegazioni parlamentari in visita ai centri hanno incontrato diverse difficoltà nell’ottenere dati essenziali sul numero delle persone trattenute, sulle procedure applicate e sulle condizioni di permanenza nei centri. Come se i centri italiani in Albania fossero luoghi in cui non vige lo stato di diritto.  Infine, esiste un costo economico che ricade sull’intera collettività: oltre 670 milioni di euro fino al 2028 stando a quanto preventivato dal governo. Risorse sottratte a servizi davvero essenziali  che andrebbero a beneficio di tutta la società: asili nido, scuole, ospedali, posti in terapia intensiva, borse di specializzazione per il personale sanitario, potenziamento dei servizi socio-sanitari, assistenziali e di welfare.    Nati per trattenere persone migranti soccorse in mare e gestirne le procedure accelerate di asilo lontano dal nostro territorio e poi trasformati in luoghi di detenzione amministrativa per persone già trattenute nei CPR italiani, i centri italiani di Shëngjin e Gjadër sono apparsi da subito problematici e resta irrisolta la questione della compatibilità di questo modello con il diritto europeo. Grazie alla collaborazione con alcuni parlamentari italiani ed europei il TAI ha avuto accesso ai centri e condotto un monitoraggio indipendente, con cui ha denunciato gravi criticità sul piano dei diritti, della trasparenza e delle garanzie sia nella fase iniziale del progetto, sia nella sua successiva estensione al trattenimento delle persone provenienti dai CPR italiani. Quanto accade in Albania non riguarda soltanto le persone trattenute, ma l’intera società italiana: a Shëngjin e Gjadër vengono attuate pratiche che ledono la tutela dei diritti e la qualità della democrazia, in Italia e in Europa. Per questo il TAI da tempo chiede la chiusura dei centri in Albania, in quanto luoghi di sofferenza non riformabili. Lungi dall’essere una risposta efficace a esigenze reali, con i centri oltre Adriatico il governo italiano sta sperimentando una forma inedita di delocalizzazione, che sposta la frontiera oltre i confini nazionali e normalizza l’idea che sia possibile comprimere diritti e garanzie in spazi sempre più distanti dagli occhi dei cittadini e dal controllo pubblico. Un preoccupate salto di qualità nelle politiche di esternalizzazione, in atto da diversi anni anche a livello europeo, che non può essere corretto, ma che deve solo essere eliminato. Per tutti questi motivi il TAI torna a chiedere con forza la chiusura dei centri e l’abbandono definitivo del modello Albania. -------------------------------------------------------------------------------- Fanno parte del Tavolo Asilo e Immigrazione: A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Avvocato di strada ONLUS, Caritas Italiana, Casa dei diritti, sociali, Centro Astalli, CGIL, CIES, CIR, CNCA, Commissione migranti e GPIC Missionari Comboniani Italia, Comunità di Sant’Egidio, Comunità Papa Giovanni XXIII, CONNGI, Emergency, Ero Straniero, Europasilo, FCEI, Fondazione Migrantes, Forum per cambiare l’ordine delle cose, International Rescue Committee Italia, Intersos,  Legambiente, Medici del Mondo Italia, Medici per i Diritti Umani, Movimento italiani senza cittadinanza, Medici Senza Frontiere Italia, Oxfam Italia, Re.Co.Sol, Red Nova, Refugees Welcome Italia, Salesiani per il sociale, Save the Children, Senza confine, SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni), UIL, UNIRE -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su comunitasolidali.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sui costi nascosti dei centri in Albania proviene da Comune-info.
July 10, 2026
Comune-info
Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola di Bari
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Usb Braccianti Foggia -------------------------------------------------------------------------------- Da questa mattina siamo dentro la basilica di San Nicola a Bari. Siamo un centinaio di braccianti e ci siamo rinchiusi qui, nel cuore di questa città, perché fuori nessuno ci ascolta. Veniamo dalle baracche di Torretta Antonacci (nel foggiano, ndr), arriviamo dai campi dove alle sei del mattino stiamo già curvi sui filari. E da qui non ce ne andiamo finché il presidente della Regione Puglia Decaro e il governo Meloni non daranno un segnale chiaro e concreto: soluzioni vere contro le baracche, subito, e documenti per tutti. Non parole, non tavoli, non promesse. Atti. Perché occupiamo una chiesa? Perché è l’unico luogo di questa città dove la nostra vita vale ancora qualcosa. Per lo Stato non esistiamo: esistono le nostre braccia quando c’è da raccogliere il pomodoro, e spariscono i nostri corpi quando c’è da darci un tetto, un documento, un nome. Il 30 giugno è scaduto il PNRR, e con esso sono morti per sempre i 30 milioni di euro stanziati per il superamento di Torretta Antonacci, il più grande ghetto agricolo della Capitanata, Trenta milioni. Persi. Bruciati. E non è stata la sfortuna, non è stata la burocrazia: siete stati voi. Torretta Antonacci non è arrivata “in ritardo” alla scadenza: l’avete esclusa voi, mentre il vostro commissario straordinario ammetteva davanti alla Corte dei Conti che i tempi non c’erano più. La Corte dei Conti aveva segnalato San Severo tra i casi critici d’Italia: cronoprogrammi impossibili, convenzioni mai firmate, cantieri mai aperti. Quattro anni di riunioni in Prefettura, tavoli tecnici, commissari, passerelle e fotografie. Risultato: zero alloggi, zero dignità, 30 milioni in fumo. Governo, Regione, Prefettura e Comune hanno scelto, ciascuno per la propria parte, di lasciarci nel ghetto. Perché un bracciante senza documenti e senza casa è un bracciante in ginocchio, e un bracciante in ginocchio costa poco. Noi ci spezziamo la schiena a 40 gradi. Moriamo letteralmente di caldo e di fatica sotto il sole, ora dopo ora, cassone dopo cassone, per raccogliere i pomodori, gli ortaggi e la frutta che finiscono sulle vostre tavole. Il cibo che mangiate passa dalle nostre mani. Il made in Italy di cui vi riempite la bocca nei convegni sta in piedi sulle nostre schiene. E noi moriamo come foglie, uno a uno, nei campi e nelle baracche. Ad aprile è morto alagie, a gennaio Mamadou e tanti altri fratelli di estate muoiono per il caldo e di estate per il freddo. E lo diciamo forte: viviamo nelle baracche non perché siamo clandestini, ma perché ci avete resi ostaggi della vostra burocrazia. Abbiamo in tasca i permessi C3, i rinnovi e le richieste di asilo ferme da anni nelle questure e nelle commissioni. Lavoriamo, produciamo, mandiamo avanti l’agricoltura di questo Paese, e ci negate perfino un pezzo di carta. Ora basta: documenti per tutti, perché chi lavora questa terra ha il diritto di viverci da persona libera, non da fantasma ricattabile nelle mani dei caporali. E non provate a raccontarci che i fondi “torneranno in altra forma”. Senza uno stanziamento nazionale immediato, vincolato e verificabile, quei 30 milioni sono spariti per sempre e lo sapete. Noi la nostra proposta l’avevamo già messa sul tavolo: un villaggio progettato insieme agli abitanti, con percorsi di urbanistica partecipata, case vere, spazi comuni, dignità. L’avete ignorata, come avete ignorato noi. Ora ve la riportiamo dentro una cattedrale occupata. La pazienza è finita. L’occupazione della Cattedrale è solo l’inizio. Davanti a noi c’è la stagione della raccolta del pomodoro e noi siamo pronti a fermarla: scioperi nel pieno della raccolta, presidi permanenti sotto i palazzi del potere, blocchi e manifestazioni in tutta la Capitanata. Il cibo arriva sulle vostre tavole grazie alle nostre braccia: ricordatevi che quelle braccia possono fermarsi. Non usciremo da qui a mani vuote. Pretendiamo: lo stanziamento immediato, con fondi nazionali, di risorse pari a quelle perse, vincolate al superamento reale di Torretta Antonacci e decise con noi, non sopra le nostre teste; acqua, luce, servizi igienici e infrastrutture di base da subito nell’insediamento, perché nessuno può sopravvivere un’altra estate così; documenti per tutti: sblocco immediato dei permessi, dei rinnovi e delle richieste di asilo ferme da anni, rilascio di un permesso biennale per ricerca occupazione. Non chiediamo carità: pretendiamo giustizia. Il tempo delle vostre promesse è scaduto il 30 giugno, insieme ai vostri fondi. Il tempo della nostra lotta comincia adesso. [USB Braccianti] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > E se ci provassimo per davvero a cambiare le cose? -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Filiera agricola e ingiustizia climatica -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola di Bari proviene da Comune-info.
July 4, 2026
Comune-info
Svezia: obbligo di segnalare le persone senza documenti
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Shrikant Ambawale su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Lo scorso 15 giugno, il Parlamento svedese ha adottato una legge che obbliga alcuni dipendenti pubblici a segnalare automaticamente alle autorità le persone prive di documenti. Questo obbligo riguarderà il Servizio pubblico per l’impiego, l’Agenzia per la previdenza sociale, il Servizio penitenziario e di libertà vigilata, l’Agenzia per l’esecuzione delle sentenze, l’Agenzia per le pensioni e l’Agenzia delle entrate. Si estende inoltre all’Autorità svedese per la lotta alla criminalità economica e alla Procura, qualora venga richiesto dalle forze dell’ordine. Queste ultime potranno trasmettere le informazioni all’Agenzia per l’immigrazione o al servizio di sicurezza. Lunedi 15, il Parlamento ha anche votato la cosiddetta “legge di buona condotta”, che permette alle autorità di ritirare i permessi di soggiorno basandosi su un concetto poco definito di “cattiva condotta” 1. Con effetto anche retroattivo, la norma non specifica quali tipi di comportamento siano considerati inaccettabili, ma il governo ha citato, come esempi, debiti non saldati, evasione fiscale, attività criminali e legami con organizzazioni estremiste. Queste leggi si inseriscono nel “cambio di paradigma” 2 della politica migratoria svedese, volto a ridurre il numero di persone che arrivano irregolarmente nel paese. L’obbligo di segnalazione nasce da una proposta del governo svedese nell’ambito dell’accordo di Tidö, stretto tra i partiti di Destra dopo le elezioni del 2022. La proposta, tuttavia, è stata approvata con 174 voti favorevoli e 172 contrari, evidenziando una forte opposizione nella società svedese, come riportato da John Stauffer di Civil Rights Defenders ad AP 3. AP riporta anche le parole di Jacob Lind, esperto di migrazioni all’Università di Malmö, che definisce questa misura simbolica come parte di una lunga lista di leggi problematiche sulla migrazione, in quanto consente a importanti agenzie statali di “spiare”. Infatti, sebbene la proposta preveda esenzioni per scuole, e servizi sociali e sanitari, non tutela in modo efficace le persone che usufruiscono di tali servizi 4. Una ricerca condotta a marzo illustra gli impatti reali della legge. Gli impiegati pubblici delle agenzie menzionate finirebbero per comportarsi a tutti gli effetti come guardie di frontiere, anziché concentrarsi sulla propria missione. Un aspetto particolarmente preoccupante è che la segnalazione avverrebbe quando una persona “ha ragione di credere” che un’altra non ha diritto di risiedere nel paese, lasciando un ampio margine di incertezza e un rischio altissimo di profilazione razziale. I ricercatori forniscono anche esempi concreti: un’ostetrica deve segnalare tempestivamente una nascita all’Agenzia delle Entrate svedese affinché il bambino possa essere registrato. Quindi, se anche questa agenzia è tenuta a condividere le informazioni, la presunta esenzione per gli operatori sanitari non offre una reale protezione. O allo stesso modo, sia il Servizio penitenziario e di libertà vigilata svedese che il Servizio pubblico per l’impiego basano i propri rapporti sulla riservatezza, ma sarebbero comunque obbligati a segnalare familiari senza documenti menzionati dagli utenti. Si tratta di scenari che, ora che la legge è stata approvata, rischiano concretamente di verificarsi. Questa legge incide direttamente sulla vita quotidiana delle persone sia senza documenti che coloro che devono segnalarle e, nonostante le esenzioni, limita la possibilità per queste persone di esercitare i propri diritti umani. La proposta e la successiva indagine 5 condotta dal governo per analizzarne le implicazioni erano state già ampiamente criticate. Questo obbligo contribuisce a creare un sentimento e clima di paura tra le persone senza documenti, i lavoratori pubblici e chi frequenta queste agenzie, come sottolinea Louise Bonneau, Advocacy officer per PICUM, ricordando che questo voto rappresenta una sconfitta per i diritti umani in Svezia. Platform for Undocumented Migrants (PICUM) riporta inoltre le parole di Jacob Lind, secondo cui le persone senza documenti saranno ulteriormente spinte ai margini della società, con diritti sempre più limitati. Questa legge viola i diritti dei bambini, mina l’indipendenza dei funzionari pubblici e danneggia la reputazione dello Stato, favorendo un clima ostile e di stampo autoritario nei confronti delle persone migranti. Infine, Jan Willem Goudriaan, segretario generale dell’Unione dei servizi pubblici europea, evidenzia come una misura tale mini il diritto di asilo, il principio di non refoulement e alimenti paura, sospetto e discriminazione. Tuttavia, dalla società civile ci si può aspettare una resistenza simile a quella già dimostrata finora, come ricorda Hannah Laustiola, direttrice di Médecins du Monde Svezia, che ha contribuito a ridurre l’ambito della proposta iniziale. Una misura del genere è assolutamente inaccettabile: mette i funzionari pubblici in una posizione impropria, minando la fiducia sociale e producendo gravi conseguenze per le persone senza documenti, i loro diritti, la loro vita quotidiana e il loro benessere. Oltre a violare il diritto internazionale e europeo, l’obbligo di segnalazione di persone senza documenti può comportare e aumentare abusi, violenza, sfruttamento, profilazione razziale, paura e marginalizzazione. 1. Sweden votes to back laws reinforcing its immigration crackdown – The Guardian, 16.06.2026 ︎ 2. The Government of Sweden ︎ 3. Sweden requires public workers to report migrants not authorized to live there – The Associated Press, 15.06.2026 ︎ 4. PICUM ︎ 5. Un riassunto in inglese dei risultati dell’indagine si può trovare da pagina 45 a 66 a questo link ︎ -------------------------------------------------------------------------------- [Gaia Facchini, Melting pot] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Svezia: obbligo di segnalare le persone senza documenti proviene da Comune-info.
June 29, 2026
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