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Capracotta accoglie
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ad inizio di aprile i grandi media hanno raccontato l’intensa nevicata di Capracotta, anche se in questo splendido paese dell’Appennino molisano (il più alto comune dell’Appennino del Sud) non è certo una novità. Qualcosa di nuovo e importante è avvenuto invece qualche giorno dopo, quando per la prima volta questa località, ha accolto una famiglia nell’ambito di un progetto di accoglienza diffusa. Si tratta di un nucleo familiare di origine turca, arrivato con il programma nazionale SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione) promosso dal ministero dell’Interno, coordinato in questo caso dal Comune di Agnone, ente capofila del progetto sul territorio. Il SAI, come noto ai lettori di Benvenuti Ovunque, rappresenta una rete pubblica che, malgrado i tagli e i tentativi di smantellarla, va oltre la semplice ospitalità, offrendo percorsi strutturati per l’autonomia di richiedenti asilo e rifugiati. Dall’assistenza sanitaria e psicologica all’apprendimento della lingua italiana, fino all’inserimento lavorativo e sociale, ogni fase è orientata a favorire una relazione vera e complessa tra rifugiati e società. La famiglia, racconta l’associazione locale Amici di Capracotta, è stata accolta in una struttura del comune situata nei pressi del Santuario della Madonna di Loreto, recentemente riqualificata grazie al progetto “Montagna accogliente”, iniziativa pensata per rendere il territorio sempre più inclusivo e aperto. «Crediamo profondamente che l’accoglienza sia un valore fondamentale, oltre che un’opportunità di crescita per tutta la comunità – ha detto il sindaco Candido Paglione- L’arrivo di questa famiglia rappresenta per noi un momento importante: un’occasione di grande umanità e di arricchimento reciproco, nel segno della solidarietà e della condivisione. A loro rivolgiamo il più sincero benvenuto: Capracotta è anche casa vostra». Del resto qui l’accoglienza ha una lunga storia: c’è prima di tutto l’accoglienza vissuta dai capracottesi da emigranti in tanti paesi del mondo (in primis Argentina e Usa, ma anche Germania e Francia) e in molte città italiane (da Roma a Milano passando per Torino); c’è l’accoglienza dei tanti originali che tornano l’estate triplicando, insieme ai turisti in cerca di fresco, il numero dei residenti; c’è ora, finalmente, anche l’accoglienza di migranti. In realtà, basta percorrere un chilometro della strada che porta da Capracotta a San Pietro Avellana per conoscere un’altra storia importante di accoglienza. Subito dopo l’Armistizio dell’8 settembre, numerosi prigionieri di guerra alleati fuggirono dal campo di concentramento di Sulmona nascondendosi tra i boschi abruzzesi e molisani. Nel loro vagabondare furono spesso aiutati e sfamati da tanti contadini italiani che divisero con loro il poco che avevano nonostante fossero minacciati di morte dalle ordinanze tedesche. A Capracotta, comune situato all’interno della linea Gustav e per questo completamente distrutto dai tedeschi (citato anche da Ernest Hemingway in Addio alle armi) il 4 novembre 1943 i fratelli Rodolfo e Gasperino Fiadino furono portati sulla strada verso San Pietro Avellana e fucilati per aver accolto, nascosto e sfamato alcuni prigionieri. Accogliere, spezzare il pane con chi non ne ha, resistere alla violenza della guerra restano parte della memoria di questa gente di montagna. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Capracotta accoglie proviene da Comune-info.
April 18, 2026
Comune-info
Insegnare la lingua italiana tra diritti e cittadinanza
Il laboratorio di serigrafia della Scuola di Cittadinanza fa parte della Scuola di italiano, in stile educazione diffusa, promossa da Ciac Parma. Precisione e collaborazione, parola dopo parola, colore dopo colore: si può apprendere anche fuori dalla aule scolastiche e senza banchi, si può costruire una società diversa e antirazzista in tanti modi diversi -------------------------------------------------------------------------------- Entrando nelle aule della scuola d’italiano del CIAC, la prima cosa che colpisce non è il silenzio dello studio, ma il suono di una risata collettiva. Siamo nel cuore di una struttura che ogni giorno accoglie circa 120 studenti, suddivisi in dieci classi che coprono l’intero spettro dell’apprendimento, dal primo approccio all’alfabetizzazione fino al livello A2 avanzato. In via Bandini a Parma, sede della scuola di italiano di Ciac, l’apprendimento della lingua italiana non è considerato un traguardo puramente scolastico, ma un prerequisito fondamentale per l’esercizio dei diritti di cittadinanza.  Lucia, la coordinatrice, spiega come la scuola sia un organismo in costante movimento. “Siamo organizzati su tre sessioni annuali di circa tre mesi e mezzo ciascuna ma manteniamo una flessibilità d’ingresso a ciclo continuo”. Ogni venerdì pomeriggio, i nuovi candidati vengono sottoposti a un colloquio e a un test di livello per garantire un inserimento mirato. Ma la vera notizia è il cambiamento demografico tra i banchi: sebbene gli uomini siano ancora la maggioranza, il numero delle donne è letteralmente esploso negli ultimi due anni. Il segreto? Un’intuizione pratica: lo “Spazio bimbi”. “Abbiamo creato un’area dove le mamme possono lasciare i propri figli durante le lezioni”, mi racconta Lucia. Un piccolo servizio che ha rimosso un ostacolo enorme per l’integrazione femminile. “La mia paura più grande – dice Mariagrazia, una delle “maestre” – è non riuscire a dare abbastanza attenzione a tutti, non cogliere l’esperienza individuale di chi ho davanti”. L’approccio scelto mira a creare un ambiente di apprendimento orizzontale, dove l’errore linguistico diventa un elemento di coesione: “Ridere insieme dei propri sbagli – conclude Mariagrazia – sia quelli degli studenti che quelli della maestra, trasforma l’aula in un gruppo unito”. Il pilastro dell’offerta formativa è la “Scuola di Cittadinanza”, un percorso che si affianca ai corsi mattutini per adulti e pomeridiani per minori. Non è una scuola comune. Si tiene il martedì, mercoledì e giovedì mattina, in orario complementare alle lezioni di lingua. L’obiettivo è trasferire la lingua fuori dalle mura scolastiche attraverso laboratori di arte, musica, serigrafia e giardinaggio, oltre a visite guidate ai musei e alle istituzioni del territorio. Timothy, uno degli studenti della scuola, sottolinea la necessità di questo pragmatismo: “Saper scrivere è importante, ma se non sai rispondere a una domanda semplice come ‘Come stai?’, non puoi dire di conoscere davvero la lingua. La pratica ti permette di parlare con le persone, ed è questa la cosa più utile”. In questo contesto, l’italiano smette di essere una barriera per diventare uno strumento di autonomia. L’obiettivo finale, come emerge dalle diverse voci della scuola, non è solo l’alfabetizzazione, ma la costruzione di una rete di relazioni che permetta a ogni individuo di abitare consapevolmente lo spazio pubblico della città. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Ciaconlus.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Insegnare la lingua italiana tra diritti e cittadinanza proviene da Comune-info.
April 18, 2026
Comune-info
La macchina economica della reclusione
Foto Assemblea lucana Nocpr -------------------------------------------------------------------------------- Come collettivo in lotta contro la detenzione amministrativa, denunciamo la vergognosa speculazione edilizia che alimenta i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) e critichiamo il contratto d’appalto pubblicato per i lavori di adeguamento del CPR di Palazzo san Gervasio (Potenza). I documenti tecnici relativi al nuovo progetto di adeguamento (inizio lavori 2026 – fine lavori 2028) svelano come la logica del profitto sia il vero motore della costruzione di queste gabbie. Lo spieghiamo in quattro punti. Uno, il business delle “gabbie”. Il caso Palazzo San Gervasio L’architettura della reclusione non è edilizia civile, ma un investimento punitivo. Lo Stato, tramite Invitalia, ha stanziato circa 7 milioni di euro (6.956.129,28 €) per il solo “adeguamento” del centro lucano. L’analisi del contratto rivela criticità strutturali: L’appalto “a corpo”: Essendo l’importo fisso e invariabile, l’appaltatore ha l’interesse economico a ridurre la qualità dei materiali e dei servizi per massimizzare il proprio guadagno, peggiorando le condizioni di vita dei reclusi. Architettura del controllo: I milioni vengono spesi per recinzioni metalliche, garitte, impianti antintrusione e sistemi di videosorveglianza (TVCC) potenziati, trasformando ogni movimento in un atto di polizia. Disparità di standard: Mentre per i reclusi si costruiscono celle, il contratto impone standard elevatissimi per i controllori, obbligando l’appaltatore a fornire alla Direzione Lavori uffici con tecnologie avanzate e persino un’autovettura di servizio. Due, la speculazione come motore della detenzione L’opposizione alla speculazione è parte della lotta per la chiusura dei centri. Il sistema genera profitto attraverso: Subappalti e profitti a cascata: La filiera di aziende coinvolte crea un interesse economico affinché i CPR restino aperti e vengano costantemente ampliati, diluendo al contempo le responsabilità etiche e legali tra stazione appaltante e privati. Manutenzione infinita: Le clausole di “gratuita manutenzione” e le responsabilità decennali vincolano le imprese alle strutture per lunghi periodi, creando un legame simbiotico tra lo Stato e i costruttori. Tre, le criticità sistemiche di Invitalia. Invitalia non è un’agenzia tecnica neutrale, ma il “braccio armato” del capitale di Stato per operazioni opache. Le sue attività mostrano una profonda schizofrenia del capitale. Schizofrenia operativa: mentre progetta resort turistici di lusso tramite Italia Turismo S.p.A., costruisce simultaneamente gabbie per migranti nello stesso territorio. La “Bad Bank” (Operazione Iran): Gestisce una linea di credito da 5 miliardi di euro per investimenti in Iran che altre istituzioni (Sace) hanno rifiutato perché troppo rischiosi. Se l’operazione fallisce, il rischio ricade sul denaro pubblico. Accentramento di potere e fallimenti. Durante il Covid-19 ha operato in regime di eccezione sollevando dubbi sulla trasparenza. Contemporaneamente, fallisce nel rilancio industriale (ex Ilva, Industria Italiana Autobus), limitandosi a tamponare le perdite dei privati con fondi pubblici senza risolvere le crisi occupazionali o ambientali. Quattro, l’esternalizzazione del business e il modello Albania La logica vista a Palazzo San Gervasio si sta ora riproducendo su scala internazionale con la costruzione dei CPR in Albania. Questa esternalizzazione rappresenta il “salto di qualità” per il business della detenzione: i diritti umani diventano ancora più invisibili e i flussi di denaro pubblico sfuggono al controllo sociale. È la “deportazione appaltata” mascherata dal linguaggio tecnico dei cronoprogrammi. Ogni bullone avvitato in questi centri è un insulto alla dignità umana finanziato con le nostre tasse. Opporsi ai CPR significa colpire la macchina economica di Invitalia e dei costruttori che lucrano sulla privazione della libertà. Chiudiamo i CPR. Fermiamo la speculazione. Nelle tasche dei costruttori il sangue dei migranti. [Assemblea lucana Nocpr] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La macchina economica della reclusione proviene da Comune-info.
April 13, 2026
Comune-info
Filiera agricola e ingiustizia climatica
L’ALLAGAMENTO DEL GHETTO DI TORRETTA ANTONACCI, FOGGIA, E LA MORTE DI ALAGIE SINGATHE NON SONO TRAGEDIE ISOLATE. RENDONO VISIBILE IL LEGAME TRA CAMBIAMENTO CLIMATICO, REGIME DEL LAVORO MIGRANTE E FORME DELL’ABITARE ALLA BASE DEL SISTEMA ALIMENTARE CONTEMPORANEO E DELLA RIDEFINIZIONE DELL’AGRICOLTURA ITALIANA Ortogentile, Bari. “Sfruttazero” in Puglia, che coinvolge anche lavoratori migranti, dimostra da diversi anni che è possibile creare esperienze comunitarie e di agricoltura diversa -------------------------------------------------------------------------------- Le immagini[1] che nei giorni scorsi sono arrivate dal “ghetto” di Torretta Antonacci, Foggia, hanno una potenza dirompente. Stradine sommerse, le porte dei container e delle baracche chiuse nel tentativo di tenere fuori l’acqua. Centinaia di persone bloccate nel fango, senza soccorsi adeguati, senza vie di fuga, senza alcuna protezione da parte delle istituzioni. Il gesto — probabilmente vano — di mettere in salvo le poche cose che si possiedono. Quelle immagini sono uno squarcio nella normalità. Rendono visibile qualcosa a cui non siamo abituati a pensare. Già. Negli ultimi anni ci siamo abituati alle immagini del nostro territorio devastato da eventi climatici estremi, sempre più frequenti. Dopo le immagini e i titoli dei giornali, puntuali arrivano le voci degli agricoltori, delle loro associazioni e confederazioni, che invocano ristori e intervento pubblico. E ci ricordano il legame tra clima, agricoltura e territori. Ma i braccianti? Dove sono i braccianti e le braccianti in questo quadro? Chi avrebbe inserito un bracciante nell’immagine che si forma nella sua mente ascoltando la notizia dei danni causati dal maltempo nell’area tra Abruzzo, Molise e Puglia. Ecco: le immagini del ghetto sommerso dall’acqua li ricollocano al loro posto. Gridano: ci siamo anche noi. Il lavoro agricolo è dentro quella foto. E c’è nei ghetti rurali che costellano le nostre campagne, oggi casa per una parte rilevante di quel lavoro. Non possiamo continuare a lasciarlo fuori quando parliamo di cambiamento climatico. Se le immagini del ghetto allagato sono uno squarcio, la notizia che arriva l’indomani è un grido. Alagie è morto. Si è tolto la vita, da solo, in un casolare. Viveva nel ghetto. Aveva 29 anni, veniva dal Gambia. Lavorava come bracciante agricolo nelle campagne del foggiano e viveva a Torretta Antonacci da qualche anno. Già durante il Covid aveva consegnato la fotocopia dei suoi documenti ai delegati sindacali dell’Unione Sindacale di Base che animano lo sportello attivo nel ghetto nella speranza di ottenere un documento. “L’ultima volta che l’abbiamo registrato era in attesa della commissione. Gli serviva un certificato di residenza che ovviamente non aveva, ma all’epoca la Questura accettava ancora la residenza fittizia al campo. Poi più nulla»., racconta Francesco Caruso[2]. “Ultimamente era molto giù perché temeva di non riuscire ancora ad ottenere il permesso di soggiorno”, ricorda Don Nazareno Galullo[3]. Non sappiamo cosa abbia spinto Alagie al gesto estremo, né quale sia stata la connessione con quanto accaduto il giorno prima. Ma non è un caso che non lo sappiamo. Quante domande dovremmo farci sulle storie dei lavoratori e delle lavoratrici migranti: su cosa hanno vissuto, su cosa li ha spinti a partire, su cosa hanno lasciato e su cosa li spinge ogni giorno ad affrontare la vita che fanno. Conosciamo però il contesto in cui Alagie viveva e il suo malessere, legato alla lunga e interminabile attesa di un documento; un permesso di soggiorno vissuto come possibile fine delle sofferenze, come primo passo verso un altro futuro. La sua morte non è la prima in un ghetto agricolo italiano. La storia dell’agricoltura italiana degli ultimi decenni è costellata di morti di giovani uomini e donne di origine africana e asiatica. La sua morte, come quelle che l’hanno preceduta, non è una morte individuale. È il prodotto di un sistema agricolo e agroalimentare. E ci ricorda che gran parte di quel lavoro oggi è di origine migrante: senza documenti, senza permesso di soggiorno, o sospeso in una precarietà continua legata alle condizioni di permanenza nel nostro paese. Clima, agricoltura e lavoro: dalla crisi alla ristrutturazione Cambiamento climatico, agricoltura e cibo sono legati a doppia mandata. Da un lato, l’agricoltura e i sistemi agroalimentari contribuiscono in modo rilevante al cambiamento climatico. Tra produzione agricola, allevamenti intensivi, fertilizzanti chimici, trasformazione industriale, trasporti e distribuzione, il sistema agroalimentare globale è responsabile di circa un terzo delle emissioni di gas serra, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO)[4]. Dall’altro lato, il cambiamento climatico colpisce l’agricoltura in modo diretto e crescente: alluvioni improvvise, siccità prolungate, ondate di calore, per non citare che gli eventi più evidenti, ridisegnano i cicli produttivi, mettono a rischio i raccolti, aumentano l’incertezza e la fragilità dei territori rurali. È un circuito che si autoalimenta: l’agricoltura contribuisce alla crisi climatica e la crisi climatica destabilizza l’agricoltura. Ma se vogliamo smettere di inseguire gli eventi e reagire alle tragedie, dobbiamo fare un salto di qualità. Dobbiamo passare dal cambiamento climatico come impatto al cambiamento climatico come ristrutturazione. Finché lo leggiamo come una successione di eventi estremi — alluvioni, siccità, ondate di calore — restiamo dentro una logica emergenziale: contiamo i danni, invochiamo ristori, ricostruiamo, e poi aspettiamo l’evento successivo. Il cambiamento climatico, invece, sta già ristrutturando i processi produttivi, ridisegnando le campagne, trasformando le relazioni sociali dentro cui si produce il cibo. Cosa significa tutto questo per i processi produttivi? Quale ristrutturazione e quali cambiamenti sta promuovendo nella produzione agricola, nelle nostre campagne, nelle relazioni sociali di produzione e riproduzione? Innanzitutto, una crescente instabilità dei cicli agricoli: raccolti anticipati o posticipati, stagioni sempre meno prevedibili, perdita improvvisa di produzioni, necessità di concentrare il lavoro in finestre temporali più brevi e intense. A questa incertezza il sistema risponde scaricando flessibilità sul lavoro: disponibilità immediata, ritmi più serrati, compressione dei tempi, riduzione delle tutele. Cambiano anche gli assetti territoriali: alcune colture si spostano, altre si intensificano, altre ancora diventano sempre più dipendenti da irrigazione, chimica e controllo tecnologico. Le campagne si trasformano e con esse i processi produttivi e le condizioni del lavoro ad essi associati. Aumenta, infine, la competizione lungo la filiera: quando i margini si riducono e i rischi crescono, la pressione si scarica verso il basso, sui piccoli produttori e ancora di più sul lavoro agricolo. È qui che la precarietà diventa strutturale, che il lavoro informale si espande, che i ghetti rurali continuano a essere funzionali a un sistema che ha bisogno di forza lavoro disponibile, mobile e a basso costo. I ghetti come infrastruttura del regime di lavoro I ghetti rurali non nascono oggi. Sono il prodotto della ristrutturazione dell’agricoltura che, dagli anni Ottanta in poi, ha ridisegnato le campagne italiane e le relazioni sociali dentro cui si produce il cibo. L’intensificazione delle colture, l’integrazione nelle filiere agroindustriali, la pressione sui prezzi esercitata dalla distribuzione, la competizione internazionale hanno trasformato profondamente l’organizzazione del lavoro agricolo. In questo processo, il ricorso a forza lavoro migrante stagionale, flessibile e a basso costo è diventato strutturale[5]. Dentro questa trasformazione, anche le forme dell’abitare sono diventate parte integrante del regime di lavoro[6]. Casolari abbandonati, insediamenti informali, baraccopoli costruite ai margini delle aree produttive hanno assunto una funzione precisa: concentrare manodopera disponibile, ridurre i costi di riproduzione del lavoro, garantire prossimità ai campi e massima flessibilità. In Capitanata, come in molti altri territori agricoli, i ghetti sono diventati uno degli elementi più visibili — proprio perché centrali — di questo regime. Rendono evidente qualcosa che spesso resta sullo sfondo: l’importanza decisiva dell’abitare nei regimi del lavoro agricolo contemporaneo. Mostrano, in forma estrema, che dove e come si vive non è separato da dove e come si lavora. La disponibilità della forza lavoro, la sua mobilità, la sua ricattabilità passano anche attraverso le forme dell’abitare. E questo vale anche quando le forme dell’abitare sono meno visibili. Affitti sovraffollati, alloggi temporanei, sistemazioni informali diffuse nei centri peri-urbani e rurali, ospitalità precarie legate al lavoro stagionale: anche queste configurazioni fanno parte dello stesso regime. Il ghetto ne è la forma più estrema e più visibile, ma non l’unica. Ma i ghetti non sono soltanto infrastrutture dello sfruttamento. Sono anche spazi di vita, di relazioni, di ricostruzione quotidiana. Come coglievano già gli Almamegretta in Sciosce Viento[7], sono anche tentativi di rifare casa, di ricreare comunità per persone la cui casa è lontana migliaia di chilometri. Dentro baracche e casolari si condividono cibo, informazioni sul lavoro, contatti, sostegno reciproco; si costruiscono reti di solidarietà, forme di mutuo aiuto, microeconomie informali che permettono di resistere a condizioni altrimenti insostenibili. I ghetti sono dunque luoghi densi di ambivalenza nelle relazioni sociali: spazi in cui oppressione e solidarietà viaggiano lungo un confine tenue, intrecciandosi in modi che rendono difficile separare analiticamente due forze che immaginiamo opposte. Lo stesso spazio che rende possibile lo sfruttamento può diventare anche spazio di protezione reciproca; la stessa precarietà che espone al ricatto può generare cooperazione e organizzazione dal basso. E questa ambivalenza attraversa anche altre forme dell’abitare contemporaneo dei lavoratori e delle lavoratrici migranti, in agricoltura e oltre: alloggi condivisi, ospitalità temporanee, reti informali di accoglienza, soluzioni precarie che al tempo stesso espongono a vulnerabilità e permettono forme di sostegno reciproco. Spazi in cui la riproduzione della forza lavoro si costruisce quotidianamente tra dipendenza e autonomia, tra sfruttamento e solidarietà, tra isolamento e comunità. Per questo, quando ci interroghiamo sulle trasformazioni in corso, i ghetti ci ricordano che non possiamo limitarci a un’astratta logica del “capitale”. Dobbiamo guardare alle tensioni che attraversano questi spazi: ai conflitti, alle pratiche di resistenza, alle forme di solidarietà che emergono dentro il lavoro agricolo contemporaneo. È dentro questo intreccio — tra capitale e lavoro, tra dominio e cooperazione, tra vulnerabilità e capacità collettiva — che si gioca una parte decisiva delle trasformazioni in corso. Permesso di soggiorno, residenza, diritto ad abitare Se non vogliamo interrogarci per motivi fini a sé stessi, dobbiamo farlo dentro la prassi politica. Gli eventi di questi giorni restituiscono con chiarezza i soggetti e gli spazi da cui può partire una battaglia per un sistema agricolo, agroalimentare e sociale più giusto. Una politica di classe oggi non può che partire dai lavoratori e dalle lavoratrici migranti, dai loro bisogni più immediati, dalle condizioni materiali dentro cui vivono e lavorano. La storia di Alagie, i suoi turbamenti legati all’attesa di un documento, sono la cifra di un malessere più diffuso che ha un’origine precisa. Non c’è lotta di classe oggi — in agricoltura e oltre — che non passi dalla lotta per il permesso di soggiorno. Che si tratti di una sanatoria, come in Spagna, o di una trasformazione profonda delle politiche migratorie capace di spezzare il legame tra permesso di soggiorno e lavoro, bisogna partire da qui. Il permesso di soggiorno è, banalmente ma concretamente, il diritto ad avere diritti. Accanto a questo, è necessario aprire un fronte di lotta sulla residenza anagrafica. In un contesto in cui per molti lavoratori l’unica possibilità abitativa resta quella dei ghetti o delle sistemazioni informali, la residenza anagrafica diventa uno strumento decisivo: consente l’accesso alla sanità, ai servizi, a partire da un conto corrente e dai servizi bancari, al lavoro regolare, alla mobilità, alla casa. Senza residenza e senza documenti, la precarietà del lavoro si salda a quella dell’abitare e si riproduce. Le rivendicazioni avanzate in questi giorni da organizzazioni sindacali e sociali vanno esattamente in questa direzione: da un lato, soluzioni abitative dignitose, superamento dei ghetti e assunzione di responsabilità pubblica sulla casa, come hanno ribadito l’USB e la FLAI CGIL; dall’altro la necessità di affrontare strutturalmente lo sfruttamento del lavoro agricolo, la precarietà contrattuale, il caporalato, e di portare la vertenza dei braccianti al centro dell’agenda politica anche a livello europeo. Sono rivendicazioni fondamentali, che vanno sostenute e rilanciate[8]. Rivendicare a gran voce soluzioni abitative è tanto più necessario se si considera che il PNRR aveva stanziato centinaia di milioni di euro per il superamento degli insediamenti informali — una misura che aveva fatto sperare si potesse finalmente prendere atto del fatto che questi insediamenti hanno perso ogni carattere stagionale, trasformandosi in veri e propri villaggi, se non città, e intervenire di conseguenza in modo adeguato. Portare il tema dello sfruttamento al cuore dell’agenda dell’UE è un atto politico dovuto, di fronte alla ormai chiara consapevolezza che lo sfruttamento del lavoro migrante è un elemento strutturale del sistema agroalimentare non solo in Italia ma a livello europeo — se non globale — e che per affrontarlo servono politiche migratorie e del lavoro in aperta controtendenza rispetto alle recenti riforme varate a Bruxelles. Ma il punto decisivo è da dove partire. Non da astrazioni o modelli ideali, ma dalle persone che oggi lavorano nei campi e abitano questi spazi. Dalle loro richieste immediate: documenti, residenza, accesso ai servizi — a partire da un conto corrente e dai servizi bancari — casa e lavoro dignitoso. La sequenza non è indifferente. A cosa servono case vere e lavori dignitosi se lavoratori privi di permesso di soggiorno o di una preliminare residenza continuano a essere spinti ai margini, costretti alla precarietà e impossibilitati a sottoscrivere contratti di affitto o di lavoro? E a cosa servono rivendicazioni anche giuste se non si parte dal sostegno alle domande immediate dei lavoratori e delle lavoratrici, se non si generano processi che li mettano in condizione di diventare protagonisti della lotta, liberi di scegliere della propria vita — e liberi, se lo desiderano, anche di vivere e lavorare altrove? Solo a partire da qui può prendere forma una battaglia più ampia: per politiche abitative degne di questo nome, capaci di garantire una casa alla classe lavoratrice su cui si regge un settore cruciale della nostra economia; e per forme di lavoro dignitoso, sottratte alla precarietà strutturale che segna l’agricoltura contemporanea. Dopo l’acqua A Torretta Antonacci l’acqua prima o poi si ritira. Il fango si secca. Le baracche vengono rimesse in piedi. Le persone tornano nei campi. Ma le condizioni restano. Restano i ghetti. Resta il lavoro precario. Resta l’attesa di un documento. Resta l’assenza di alternative abitative. Resta un sistema agricolo che continua a reggersi sulla totale precarietà. E allora la domanda non è cosa è successo lì. La domanda è perché continuiamo a permettere che succeda. E soprattutto cosa significa, oggi, cambiare davvero. Significa partire dalle persone che abitano questi luoghi. Dai lavoratori e dalle lavoratrici migranti che tengono in piedi interi segmenti della produzione agricola. Dalle loro richieste più immediate: permesso di soggiorno, residenza, accesso alla casa e al lavoro dignitoso, e accesso ai servizi – a partire da un conto corrente e dalla possibilità di esistere formalmente dentro lo spazio sociale ed economico in cui già vivono. Significa anche avere l’audacia di guardare oltre le tragedie, di leggere il cambiamento climatico non solo come emergenza ma come ristrutturazione, di interrogare il modo in cui si produce il cibo, si organizza il lavoro e si costruiscono le forme dell’abitare nelle campagne, all’interno delle forme che prende il conflitto di classe nell’attuale congiuntura. Solo a partire da qui possono prendere forza reale le rivendicazioni per il superamento dei ghetti, per politiche abitative pubbliche, per il contrasto allo sfruttamento, per la redistribuzione del valore lungo la filiera agroalimentare. Solo così la transizione ecologica smette di essere uno slogan e diventa trasformazione reale delle campagne. Perché se accettiamo che alcune vite siano sacrificabili per tenere basso il prezzo del cibo, non stiamo solo tollerando un’ingiustizia. Stiamo accettando un modello agricolo fondato sulla precarietà. Stiamo accettando una transizione climatica costruita sulle disuguaglianze. Stiamo decidendo che tipo di sistema alimentare vogliamo sostenere. E, in fondo, che tipo di società vogliamo essere davvero. -------------------------------------------------------------------------------- [1] https://www.facebook.com/FoggiaToday/videos/braccianti-bloccati-a-torretta-antonacci/938948445525978/ [2] https://ilmanifesto.it/torretta-antonacci-i-dannati-dei-campi-tra-fango-e-gelo [3] https://www.avvenire.it/attualita/il-dramma-del-bracciante-alagie-29-anni-che-si-e-impiccato-nella-baraccopoli_106739 [4] https://openknowledge.fao.org/items/d4c93ed3-7a63-47f3-a29f-ced0458bd5dc [5] https://www.taylorfrancis.com/books/edit/10.4324/9781315659558/migration-agriculture-alessandra-corrado-domenico-perrotta-carlos-de-castro [6] https://www.torrossa.com/it/resources/an/5320868 [7] https://www.youtube.com/watch?v=KQD9FvyvClY [8] https://www.usb.it/leggi-notizia/torretta-antonacci-un-bracciante-trovato-morto-impiccato-nel-ghetto-ieri-lalluvione-oggi-un-corpo-senza-vita-fino-a-quando-1718.html https://www.flai.it/primo-piano/torretta-antonacci-le-vite-dei-migranti-vengono-spremute-come-i-pomodori-che-raccolgono/ -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Filiera agricola e ingiustizia climatica proviene da Comune-info.
April 11, 2026
Comune-info
Nel silenzio del Mediterraneo
-------------------------------------------------------------------------------- Da Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- L’ultimo naufragio, nel giorno di Pasqua, ha lasciato dietro di sé almeno ottanta morti. I sopravvissuti sono 32. Tra loro, un ragazzo egiziano di quindici anni, partito da solo, arrivato a Lampedusa e poi chiuso in un silenzio che è quello del trauma. Nel silenzio del Mediterraneo si continua a morire. Le immagini parlano da sole: persone aggrappate a uno scafo rovesciato, corpi già dispersi nel mare. Non è un incidente. È una tragedia che si ripete. Nel 2026, nel Mediterraneo centrale, sono già morte o scomparse 765 persone. Più del doppio rispetto allo scorso anno. Oggi muore una persona ogni nove che tenta la traversata. Eppure gli arrivi sono diminuiti. Questo significa una cosa sola: non è il numero delle partenze a determinare la morte, ma l’assenza di soccorsi, il vuoto di responsabilità, le politiche che tengono lontani gli occhi e le navi. E allora diciamolo con chiarezza: non si possono vincere le elezioni sulla morte e sulla sofferenza di esseri umani. Non si può trasformare il confine in un luogo dove la vita vale meno. Non si può costruire consenso sul rischio calcolato della morte. Non possiamo continuare a trasformare queste vite in numeri. Non possiamo limitarci a contare i morti. Due donne, rimaste sole con i loro bambini, hanno chiesto che i corpi dei loro mariti siano sepolti vicino al luogo dove vivranno. È una richiesta minima. È una richiesta umana. Serve un cambiamento: più operazioni di salvataggio, vie legali e sicure di ingresso, corridoi umanitari, politiche che mettano al centro la vita, non il confine. L’Europa non può continuare a voltarsi dall’altra parte. Perché ogni naufragio non è solo una tragedia: è una responsabilità collettiva. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nel silenzio del Mediterraneo proviene da Comune-info.
April 8, 2026
Comune-info
Alluvioni tra le baracche
GLI EVENTI METEOROLOGICI DI QUESTI ULTIMI GIORNI HANNO ORMAI POCO DI IMPREVEDIBILE, MENO ANCOR LE LORO CONSEGUENZE SUI TERRITORI DI ABRUZZO, MOLISE E PUGLIA. LE PIOGGE HANNO ALLAGATO ANCHE IL GHETTO DI BARACCHE DI RIGNANO GARGANICO, ULTIMAMENTE RINOMINATO TORRETTA ANTONACCI, DOVE VIVONO OLTRE MILLE PERSONE. LO SFRUTTAMENTO LAVORATIVO E LE CONDIZIONI ASSURDE IN CUI SOPRAVVIVONO QUELLE PERSONE SONO BEN NOTE, MA NESSUNO HA MAI VOLUTO METTERLE DAVVERO IN DISCUSSIONE. EPPURE ESISTE DA OLTRE VENT’ANNI E LA REGIONE IN TUTTO QUESTO TEMPO NON È STATA AMMINISTRATA DA ORBÁN O SALVINI. IN QUEL GHETTO, DUE GIORNI FA, ALAGIE SINGATHE SI È IMPICCATO. AVEVA VENTINOVE ANNI Come scrive Italo Di Sabato in Un territorio già provato, gli eventi meteorologici di questi ultimi giorni non hanno nulla di imprevedibile così come non hanno nulla di imprevedibile le loro conseguenze. Dopo un inverno troppo secco, il terreno non può assorbire l’acqua che si riversa, causando frane, inondazioni e smottamenti. Se la natura non si può domare, è altrettanto vero che è possibile arginare gli effetti delle attività capitaloceniche, principali responsabili di questi fenomeni meteorologici avversi, e anche prevenirli con adeguate politiche ambientali. Le conseguenze dei fenomeni alluvionali degli ultimi giorni hanno messo in luce, per l’ennesima volta, il fallimento delle istituzioni che non hanno saputo prevenirli adeguatamente. Tuttavia, gli eventi degli ultimi giorni rendono evidente che ad aver fallito non sono solo le politiche ambientali ma anche le politiche sociali, come dimostra la drammatica situazione nei ghetti del foggiano. Qui da molti anni sorgono, sotto gli occhi di tutti, incluse le istituzioni, insediamenti informali, veri e propri slum, dove vivono migliaia di braccianti stranieri, schiavi del caporalato, sfruttati nei campi agricoli. Le forti piogge degli ultimi giorni hanno causato gravi allagamenti tra le baracche di questi slum, costruite con materiali di scarto – inclusi quelli contenenti eternit – rendendo ancora più difficile l’esistenza delle donne e degli uomini invisibilizzati dalle istituzioni che vivono in questi agglomerati in assenza dei minimi servizi igienici. Nonostante numerose siano le associazioni e i sindacato che da tempo lottano per dare dignità e riconoscimento giuridico a queste persone, le misure adottate dalle istituzioni restano insufficienti per contrastare il complesso sistema di sfruttamento in cui sono intrappolati questi lavoratori invisibili, messo in piedi da organizzazioni mafiose italiane ed estere e produttori agricoli senza scrupoli. Alla Provincia di Foggia era stato assegnato un finanziamento da Fondi PNRR proprio per risolvere il grave problema dei ghetti sul territorio. Tuttavia, gli investimenti fatti hanno lasciato la situazione pressoché inalterata. Addirittura, una parte di questi fondi – circa 100.000 euro, secondo il sindcato USB, che dovevano essere investiti a Rignano Garganico, ultimamente rinominato Torretta Antonacci, uno dei ghetti del foggiano – dovranno essere restituiti all’Unione Europea per inutilizzo. Oggi, Torretta Antonacci è completamente isolata. L’unica strada che porta all’insediamento è completamente allagata. Questa situazione mostra quindi il doppio fallimento delle istituzioni, nella provincia di Foggia come altrove. Da un lato, rivela l’incapacità delle istituzioni di attuare politiche ambientali volte a prevenire e limitare l’impatto di fenomeni avversi, sollevando non poche questioni morali, politiche ed ecologiche, dal momento che, come spiegano gli scienziati, questi fenomeni di emergenza climatica saranno sempre più frequenti, mettendo quindi i cittadini da nord a sud in ginocchio sempre più spesso. Dall’altro lato, questa situazione rivela un certo razzismo istituzionale, la de-umanizzazione dei migranti, la non-volontà di riconoscerli come soggetti, come umani. Torretta Antonacci, in questi giorni, non è rimbalzata nei titoli di (alcuni) giornali solo per l’alluvione, ma anche per il suicidio di Alagie Singathe, un bracciante gambiano di ventinove anni che viveva nel ghetto da qualche anno. La sua morte è il sintomo di una politica che non funziona, una politica arrogante che non rispetta né la vita né il pianeta. Se è vero che non possiamo sapere le ragioni del suo gesto, è altrettanto vero che il contesto di forte marginalità e grave vulnerabilità sociale quale è quello dei ghetti della Capitanata, ha sicuramente avuto un ruolo determinante. Tutto questo ci invita a riflettere sull’emergenza climatica e sull’emergenza sociale, sul nostro ruolo come collettività, così come sul ruolo delle istituzioni su cui ricadono responsabilità ben precise. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Alluvioni tra le baracche proviene da Comune-info.
April 4, 2026
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La notte del 12 agosto del 2021 ho lasciato l’Afghanistan
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di mana5280 su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Sono anni che lavoro con rifugiati e migranti accolti nei progetti SAI e provo a ricostruire le loro storie, a mettermi in ascolto dei loro percorsi, spesso tortuosi, che li hanno portati qui da noi. Mi interessa capire non solo la loro storia ma anche l’orizzonte temporale, fatto di presente e futuro che compone o ricompone le esistenze. Prestare ascolto al loro vissuto permette di uscire dal ruolo omologato di migrante, persona da soccorrere ed aiutare senza distinzioni. Ogni persona accolta ha infatti un proprio vissuto, spesso segnato da traumi indelebili ma conserva gelosamente anche molto altro… odori, sapori, ricordi, rituali, affetti che chi lavora sempre in emergenza non riesce a decifrare fagocitato com’è dalla burocrazia e dagli schemi rigidi dei protocolli. Riuscire a scardinare lo scrigno prezioso di tutto “quell’altro” non detto può divenire un’esperienza forte e commovente. Nell’ultimo laboratorio che ho tenuto per un SAI calabrese ho incontrato una famiglia afghana che si trova in Italia da circa due anni. Parlano tutti abbastanza bene l’italiano ed è stato facile perciò comunicare e approfondire alcuni aspetti del loro percorso. Lui, il papà di cinque figli, è stato ai tempi della Repubblica un alto funzionario governativo nella provincia di Herat, tra le prime a cadere dopo l’invasione talebana del 2021. In Afghanistan aveva quattro guardie del corpo, una casa enorme, una vita decisamente agiata. Tutta la famiglia ha partecipato attivamente al laboratorio, producendo molto materiale fotografico per allestire una mostra sulla loro storia e cultura ma il momento più emozionante è stato quando Abdul – nome di fantasia per garantire l’anonimato in quanto perseguitato politico – ha letto ad alta voce, davanti a noi tutti, il suo racconto che riporto qui per intero. [Roberta Ferruti] Ricordo molto bene il 12 agosto 2021, era giovedì, molti distretti della provincia di Herat la mia città, erano già caduti in mano ai talebani, e la guerra era arrivata alle sue porte. Io sono rimasto nell’ufficio del governatore fino alle 12, poi sono andato a casa per mangiare. Quando ho acceso la televisione ho visto che i Talebani erano entrati nella città e stavano prendendo uno dopo l’altro gli uffici del governo. Herat era piena di paura, confusione e caos. Io ero contrario ai Talebani e avevo molta paura per la mia vita e per la mia famiglia. Quella notte è stata una delle notti più difficili della mia vita. Non pensavamo mai che il governo potesse cadere così velocemente. Dopo la caduta della città, molti soldati e funzionari del governo sono fuggiti. Ognuno cercava di salvare la propria vita e la propria famiglia. In quel momento ho capito che dovevo lasciare la città immediatamente. Senza dire niente a nessuno, neppure agli altri parenti: io, mia moglie e i miei cinque figli siamo saliti in macchina e abbiamo lasciato in fretta e furia la città. Un mio amico mi aveva detto che potevamo restare nascosti nella sua casa per qualche tempo. Vengo dall’Afganistan, una terra di straordinaria bellezza paesaggistica e culturale, caratterizzata da montagne imponenti, valli remote e una storia millenaria che affascina da sempre viaggiatori ed esploratori. La mia famiglia di provenienza è tra le più importanti dell’Afghanistan, molti familiari, infatti, hanno lavorato nelle istituzioni pubbliche, durante il periodo della Repubblica. Ho lavorato per dieci anni come capo in diversi distretti della provincia di Herat. Nell’ultimo si trovava la più grande base militare delle forze armate italiane della provincia di Herat e ho sempre tenuto una stretta collaborazione con loro lavorando a diversi progetti per aiutare la popolazione, ad esempio: sostegno alle scuole e all’educazione, sostegno agli ospedali e ai centri sanitari, collaborazione con gli uffici del governo, costruzione e manutenzione delle strade… Prima del 12 agosto del 2021 la situazione in Afghanistan era più stabile e più libera. I diritti delle donne erano rispettati, infatti le donne potevano studiare, lavorare e partecipare alle elezioni. Alcune di loro lavoravano anche al Parlamento e nei Consigli provinciali. La sicurezza era abbastanza buona e le Forze dell’ordine facevano il loro lavoro per proteggere la popolazione. La mia famiglia aveva una vita tranquilla e stabile. Avevamo tutto quello che serviva per vivere. La nostra casa era nel centro della città e avevamo tre automobili. Possiamo dire che avevamo una vita normale e serena. Purtroppo la situazione è cambiata dopo l’Accordo di Doha che ha gettato le basi per la caduta della Repubblica e il ritorno al potere da parte dei Talebani. La notte del 12 agosto del 2021 ho dunque lasciato la mia casa e la mia città insieme alla mia famiglia. Ad Herat c’era un grande disordine, fortunatamente durante il viaggio non abbiamo avuto intoppi. Ma, circa due ore dopo dall’arrivo a casa del mio amico, siamo stati informati del fatto che una decina di Talebani erano entrati nella nostra casa per cercarmi, hanno picchiato i miei cugini, che sono anche fratelli di mia moglie, e, hanno chiesto loro dove fossi. Per fortuna nessuno sapeva dove mi trovavo, tranne il mio amico. Solo per poco i Talebani non sono riusciti a trovarmi. Dal giorno dopo ho iniziato a cercare un modo per lasciare il paese. Dopo sette giorni, un mio amico è riuscito a ottenere per me un visto per l’Iran. Sono stato costretto a lasciare l’Afghanistan da solo, senza la mia famiglia, e sono andato in Iran. Dopo circa quattro mesi, mia moglie e i miei figli sono riusciti a venire anche loro in Iran insieme a mio cugino. Finalmente la nostra famiglia si è riunita di nuovo. All’inizio il nostro unico obiettivo era salvarci la vita, per questo motivo abbiamo scelto l’Iran, che era il paese più vicino e più sicuro per noi. Nei primi mesi non avevamo nessun contatto con le istituzioni internazionali. Dopo circa otto mesi, un mio amico mi ha dato l’indirizzo email del Ministero della Difesa italiano. Abbiamo scritto una email e dopo poco tempo abbiamo ricevuto una risposta positiva. Ci hanno chiesto di inviare tutti i documenti della nostra collaborazione con le forze dell’ordine italiane. Fortunatamente avevamo tutti i documenti e le prove e li abbiamo inviati. Poiché le forze dell’ordine italiane mi conoscevano bene e sapevano della nostra collaborazione, hanno accettato la nostra richiesta. Abbiamo aspettato circa venti mesi. Un giorno ci hanno chiamato e ci hanno detto di andare al Consolato italiano a Teheran per completare i documenti e ricevere il visto per l’Italia. Quel giorno è stato uno dei giorni più felici della nostra vita. Al consolato ci hanno accolto con grande gentilezza e rispetto. Il 21 dicembre 2023 abbiamo lasciato l’Iran per andare in Italia. Dopo essere atterrati a Roma, dove due operatori ci hanno accolto e ci hanno aiutato, abbiamo preso un altro aereo per la Calabria. Giunti all’aeroporto, abbiamo trovato due operatori dell’ufficio che seguiva il nostro caso. Sono stati loro stessi che ci hanno accompagnato sull’autobus che ci ha portati dove siamo ora. Voglio dire grazie al governo italiano, al popolo italiano e anche all’ufficio SAI per la loro gentilezza, ospitalità e aiuto. Siamo molto grati per il sostegno che abbiamo ricevuto. [Abdul] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La notte del 12 agosto del 2021 ho lasciato l’Afghanistan proviene da Comune-info.
April 1, 2026
Comune-info
Proteggere questa pratica di cura
INTORNO A PIAZZA DEL MONDO, A TRIESTE, ESISTE UNA RETE SORPRENDENTE CHE OGNI GIORNO CERCA DI ACCOGLIERE I MIGRANTI IN TRANSITO VERSO ALTRI PAESI, DI CUI NESSUN SI OCCUPA. GIAN ANDREA FRANCHI, CHE CON LINEA D’OMBRA È OGNI POMERIGGIO IN QUELLA PIAZZA, SI RIVOLGE AD ANDREA SEGRE, MATTEO CALORI E STEFANO COLLIZZOLLI, REGISTI DI “TRIESTE È BELLA DI NOTTE”. QUI IL PRECEDENTE ARTICOLO DI GIAN ANDREA FRANCHI, QUELLA LINEA D’OMBRA CHE MOLTI NASCONDONO. QUESTO INVECE L’INTERVENTO DI SEGRE, CALORI E COLLIZZOLLI: TRIESTE, I MIGRANTI E LA NOSTRA SCELTA DI RACCONTO -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Cari Andrea, Matteo e Stefano, mi addolora la vostra reazione, ma io credo che forse cosa peggiore della violenza palese e dell’inganno, sia la rimozione del lavoro quotidiano nella piazza della stazione di Trieste. Non ho inteso fare un’operazione impossibile come mettere sullo stesso piano forme diverse di negazione della realtà umana e politica: forme diverse, appunto. Considerarle analoghe è per me talmente privo di senso che non immaginavo che qualcuno potesse farlo. Capisco, però, che l’accostamento verbale possa suscitare una reazione. Probabilmente quello che per me era ovvio, può non apparire tale. Quello che accade quotidianamente in piazza non è un qualunque lavoro di volontariato, bensì una pratica di Cura dalla valenza prettamente politica, che parte dall’accoglienza dei migranti in transito per andar fuori dal nostro paese, di cui nessun altro si occupa. Inoltre, la piazza del mondo è un laboratorio sociale che è stato pienamente testimone dei respingimenti negli anni 2020 e 2021, così come ha seguito giorno per giorno il dramma del silos e tuttora continua ad essere accanto ai migranti di Porto vecchio. Sanità, farmaci, cibo, vestiario ogni sera per molti. Abbiamo infine una rete di migliaia di persone fuori Trieste. Sono sorti come figli della Piazza del mondo almeno sessanta “Fornelli resistenti” che, ormai da tre anni, portano da mangiare a centinaia di persone. Tutta questa realtà relazionale complessa, frutto di un costante impegno, data per ovvia, viene costantemente omessa, rimossa, e, peggio ancora, denegata. La formazione di una rete imponente, inoltre, è frutto di viaggi frequentissimi in tutta Italia, creando legami e reti di comunità. Credo che sia stato un errore di prospettiva nel film non mostrare il contesto in cui si svolgevano quei respingimenti: la prima accoglienza avveniva quasi sempre nella Piazza del mondo, cioè in strada, fra noi. Così è stato per Alì che avevamo conosciuto e supportato a Velika Kladusa; così è stato per Umar che avevamo ugualmente seguito e sostenuto nel suo terribile percorso dalla tortura alla “salvezza”. Mi pareva di averlo anche accennato alla presentazione del film qui a Trieste. Sono queste vicende il cuore del problema migrante. E di questo solo noi ci occupiamo. Un problema sociale importante va visto nel suo contesto reale. Io dico che il film non dava la visione reale del problema. Sarebbe bastato un cenno, ma limitando il problema si finisce con il darne un’immagine che nasconde la complessità in cui si svolge. -------------------------------------------------------------------------------- [Gian Andrea Franchi] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Proteggere questa pratica di cura proviene da Comune-info.
March 27, 2026
Comune-info
Trieste, i migranti e la nostra scelta di racconto
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Siamo gli autori di “Trieste è bella di notte”. Leggiamo su Comune con tristezza e stupore l’intervento di Gian Andrea Franchi (Quella linea d’ombra che molti nascondono), che conosciamo da anni, da quando nel 2017 abbiamo raccontato l’attività sua e di Lorena Fornasir, assieme ad altre pratiche simili, prima che nascesse “Linea d’ombra”, nel film di zaLab “Dove bisogna stare”.  “Trieste è bella di notte” è un film; rappresenta un punto di vista e una scelta di racconto. È naturalmente criticabile, ma parlare di censura e di omissione intenzionale manca completamente il bersaglio. Il film racconta e denuncia le “riammissioni informali”: i respingimenti illegali operati dallo Stato italiano al confine sloveno. Non parla di Linea d’ombra, come non parla di No Name’s Kitchen o di Alto Vicentino Accoglie o di molte altre realtà che conosciamo, stimiamo e supportiamo, semplicemente perché si concentra sulla denuncia della pratica dei respingimenti.  Troviamo che mettere insieme questa scelta di racconto con i fasci in piazza e l’attacco infame e manipolatorio delle Iene sia folle. Di tutto c’è bisogno in questa fase, tranne che di cercarsi e additare i nemici dove non ci sono. [Andrea Segre, Stefano Collizzolli, Matteo Calore] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trieste, i migranti e la nostra scelta di racconto proviene da Comune-info.
March 26, 2026
Comune-info
Quella linea d’ombra che molti nascondono
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ci sono diversi modi di negare la valenza politica e sociale dell’impegno che creano alcune realtà sociali attente ai temi delle migrazioni, come l’esperienza nata intorno a “Piazza del Mondo”, a Trieste. C’è l’approccio di tipo fascista, con cui ad esempio quella piazza fu destinata ad accogliere un comizio della destra nell’ottobre del 2020, producendo uno scontro con la polizia. Quell’approccio è stato rinnovato di recente con la richiesta di un altro comizio per il 20 marzo, questa volta, dopo alcune proteste, negato dalla questura. C’è poi l’approccio messo in atto da Le Jene-Mediaset il 15 marzo, con un’intervista truccata con Lorena Fornasir di Linea d’Ombra, punto di riferimento dell’esperienza che nasce ogni pomeriggio nell’incontro con i migranti della Rotta Balcanica: quell’intervista insinua la collaborazione di Linea d’Ombra con lo sfruttamento del movimento migratorio. E infine c’è approccio più sottile che si è espresso ad esempio con il documentario “Trieste è bella di notte” del 2023, nel quale Linea d’Ombra non esiste, e di recente con un capitoletto nel volume Luoghi di confine. Violenze e resistenze del territorio italiano, pubblicato da un autorevole editore come DeriveApprodi, intitolato “Confini oltre il confine: il silos di Trieste e l’abbandono istituzionale dei richiedenti asilo”. Il secondo si basa sull’omissione del fatto che l’impegno quotidiano nella piazza davanti alla stazione di Trieste, che dura dall’ottobre del 2019 e che ha prodotto un’attivissima rete che coinivolge migliaia di persone in tutta Italia, è nato con Linea d’Ombra. È molto triste che persone che vengono quotidianamente in piazza per conto di associazioni del cosiddetto terzo settore fingano di ignorare questo fatto. È triste ma ha un significato: Linea d’Ombra si è presentata sin dal suo lontano inizio come attore di un impegno politico con i migranti in transito fuori d’Italia in nome del loro diritto alla libertà di movimento, e questo urta gli equilibri di molte associazioni del terzo settore che, ovviamente, devono preservare il loro rapporto con le istituzioni… Da questo però non dovrebbe discendere che fingano che la piazza in cui vengono tutti i giorni a raccogliere dati sul passaggio dei profughi della Rotta Balcanica, interferendo con Linea d’Ombra molte volte, soprattutto nel caso di situazioni difficili, esiste soprattutto grazie al costante quotidiano impegno di tutto ciò che si raccoglie intorno a Linea d’Ombra. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quella linea d’ombra che molti nascondono proviene da Comune-info.
March 24, 2026
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