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L’Aventino dei migranti?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Nel romanzo La grève des bàttu (Lo sciopero dei mendicanti), la scrittrice senegalese Aminata Sow Fall racconta una storia tanto divertente quanto rivelatrice di una verità scomoda. Le autorità di una città africana, che ricorda Dakar, decidono di liberare le strade dai mendicanti, considerati una vergogna per l’immagine moderna del paese. I mendicanti vengono allontanati e umiliati. Ma accade l’imprevisto: essi decidono di non tornare più in città. Ben presto i notabili, i funzionari e i ricchi scoprono che l’assenza dei mendicanti crea un problema sociale e religioso: non hanno più nessuno a cui fare l’elemosina, nessuno da cui ricevere quelle preghiere e quelle benedizioni che ritenevano necessarie alla loro fortuna, secondo quanto suggerito loro dai marabutti. Coloro che sembravano inutili si rivelano improvvisamente indispensabili. E qui il romanzo assume toni farseschi: coloro che li consideravano un ingombro e li avevano cacciati, li vanno disperatamente a cercare. Il vero capolavoro di Aminata Sow Fall sta nel rovesciamento dei rapporti di dipendenza. A prima vista, sono i mendicanti a dipendere dai ricchi. Lo sciopero dimostra invece che la dipendenza è reciproca. Anche i ricchi hanno bisogno dei mendicanti. Non se ne accorgono finché questi sono presenti; lo scoprono soltanto quando scompaiono. È una lezione che va ben oltre il Senegal degli anni Settanta. Leggendo questo romanzo oggi in Italia, viene spontaneo pensare ai migranti. Da anni una parte del dibattito pubblico li descrive come un peso, un problema o una minaccia. Si parla perfino sempre più spesso di “remigrazione”. Eppure chi raccoglie la frutta e la verdura? Chi assiste molti anziani nelle nostre case? Chi lavora nei magazzini della logistica, nei cantieri, nelle cucine dei ristoranti, nelle pulizie e nei servizi che rendono possibile la vita quotidiana? In larga misura, proprio quei migranti che alcuni vorrebbero allontanare. Anche qui esiste un rapporto di dipendenza reciproca. Si pensa spesso che i migranti abbiano bisogno dell’Italia per lavorare e vivere. Ed è certamente vero. Ma è altrettanto vero che l’Italia ha bisogno di loro. Molte famiglie, molte imprese e interi settori dell’economia si reggono sul loro lavoro quotidiano. Per questo viene da immaginare, con un sorriso ma non senza una punta di serietà, uno “sciopero dei migranti”: una sorta di Aventino moderno. Non una protesta rumorosa, ma una semplice assenza: per qualche giorno niente raccolti nei campi, niente assistenza a molti anziani, meno facchini nei magazzini, meno lavoratori nei servizi, niente pizze a casa… Forse allora una parte dell’opinione pubblica scoprirebbe ciò che i personaggi di Aminata Sow Fall imparano a proprie spese. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCESCO PIOBBICHI: > E se ci provassimo per davvero a cambiare le cose? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’Aventino dei migranti? proviene da Comune-info.
June 9, 2026
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La ferocia del mercato
In questi giorni la morte di quattro braccianti – un pachistano e tre afghani – in Calabria, bruciati vivi dentro un’auto, ha riportato alla ribalta il dramma delle condizioni di sfruttamento in cui vivono migliaia di persone impiegate in agricoltura. Francesco Piobbichi, operatore MH a Rosarno, dove la FCEI ha avviato dal 2022 Dambe So, un ostello sociale per i lavoratori migranti, riflette da anni su questi temi. Cosa sta succedendo? Stiamo assistendo a un consolidamento delle modalità estrattive più brutali che il sistema produttivo impone sul lavoro bracciantile. Le cronache sono piene di violenza esercitata da parte padronale e, come in questo caso, dai caporali. Il processo si sviluppa in maniera diversa a seconda dei territori e della produzione, nei quali la razializzazione della forza lavoro produce diverse caselle in cui si inseriscono lavoratori e lavoratrici. Rosarno è nella stessa regione di Amandolara ma rappresenta un contesto molto diverso per come si sviluppa il lavoro bracciante rispetto alle produzioni nella sibariade. Qui sono i campi concentrazionari, i bacini per avere forza lavoro “just in time”. Nella sibariade invece la presenza dei caporali è molto più consistente. Quali sono le cause della vulnerabilità dei lavoratori braccianti? Documenti, casa, politiche di confinamento dello stato, assenza di trasporti pubblici e ferocia di un mercato che comprime i salari. Se poi ci mettiamo un’intera cultura basata sull’emergenza che invece di difendere i lavoratori li tratta come problema di ordine pubblico mi pare che il quadro sia completo. Quali sono le possibili soluzioni? Prima di tutto riconoscere il fallimento generale delle politiche dello stato. Bisognerebbe chiedersi se questo episodio di Amendolara non sia semplicemente la punteggiatura di una breve parentesi che descrive una equazione più complessiva, il cui risultato è quello di avere decine di migliaia di lavoratori piegati e ricattati per l’esigenza del mercato. Se ai braccianti non viene dato il potere di difesa diretto serve poco parlare di aumentare i controlli o di realizzare progetti sociali contro il caporalato. La vicenda va affrontata strutturalmente cambiando completamente la logica di fondo. Fino ad oggi il sistema è ruotato intorno alle imprese: la Bossi-Fini e il decreto Flussi di fatto si muovono in queste logica che permette ai caporali di speculare. Dovremmo invece fare ruotare il sistema intorno ai lavoratori braccianti partendo da una parola: dignità. Dignità per avere un visto che gli permette di cercare lavoro ed entrare regolarmente in Italia. Dignità per avere una casa e non un campo container o una baracca. Dignità di avere trasporti e contratti regolari. I caporali si eliminano così. E poi però c’è dell’altro. Cioè? In agricoltura occorre richiamare le imprese alla responsabilità sociale. E in particolare la grande distribuzione che sembra sempre una realtà avulsa da ogni processo quando è responsabile di aver distrutto il sistema sociale dell’agricoltura in Italia con il sottocosto. Noi vorremmo proporre un prezzo equo sotto il quale non si acquista, nè si importa e nè si esporta. Un prezzo al cui interno le imprese pagano una tassa per l’accoglienza. Nella Piana di Gioia Tauro con una tassa di un centesimo al kg risolveremmo strutturalmente molte cose. Questo meccanismo potrebbe poi sostenere una agenzia per l’abitare sociale dei lavoratori braccianti collegata al centro per l’impiego che risolverebbe molte questioni. E le istituzioni? Fanno sostanzialmente l’opposto. Usano il decreto Caivano per costruire nuovi campi di confinamento con un una sorta di social washing etico, intanto hanno fatto a Taurianova altri campi container confinando altri braccianti lontano da tutto. In decenni hanno speso decine di milioni di euro senza produrre nulla. La tendopoli sarà sgomberata da quelli che l’hanno fatta, e lo sarà per la terza volta mentre a Rosarno 30 appartamenti rimangono vuoti. Per questo saremo in piazza a Reggio Calabria davanti al Teatro Cilea per ribadire insieme ad altre associazioni che si sono riunite nel patto territoriale che vogliamo prendere parola e avere un processo trasparente. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicata su Nev.it e Mediterraneanhope.com, con il titolo completo Calabria, contro il caporalato una sola risposta: la dignità -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI TONIO DELL’OLIO: > L’orrore dell’ipocrisia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La ferocia del mercato proviene da Comune-info.
June 4, 2026
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Sul colonialismo italiano
-------------------------------------------------------------------------------- Milano 2019, vernice rosa sporcata da una statua dedicata a Indro Montanelli, fascista -------------------------------------------------------------------------------- Mercoledì 27 maggio sera ho seguito il programma di La7 “Una giornata particolare”. Ero molto curioso e attento nel capire come la storia del colonialismo italiano venga ancora oggi raccontata nel 2026. Cercavo di capire dove mi avrebbe portato questa storia nera del fascismo e del mito dell’“italiani brava gente” nel Corno d’Africa, e cosa ne rimanga ancora oggi. Ho capito tre cose che confermano il mio pensiero sui giornalisti italiani e sulla politica italiana, dalla sinistra alla destra. La prima è che molti italiani, soprattutto politici e presidenti di questi tempi, continuano a credere che “gli italiani siano stati brava gente in Africa”, che abbiano fatto solo opere buone e che quindi non ci sia bisogno di chiedere scusa. La seconda è che i giornalisti, a loro volta, si adattano sempre alla situazione politica del momento e non sono mai abbastanza onesti nel raccontare il genocidio compiuto dai fascisti italiani, che causò la morte di decine di migliaia di civili etiopi, eritrei, somali e libici. La terza cosa riguarda il Corno d’Africa: finché noi somali, etiopi ed eritrei resteremo divisi, e finché i governi italiani continueranno a non prendere seriamente la questione del colonialismo italiano nel Corno d’Africa, sarà difficile arrivare alla verità. Non sono uno storico né un esperto della materia, ma so che il mio Paese, la Somalia, nonostante sia tra le vittime del colonialismo, viene ancora trattato come una parte marginale della storia, dove le tracce del colonialismo e le sue vittime diventano quasi fantasmi. Conosco i racconti di mio nonno Ali, che parlava di suo padre, Omar Aboki Maxaad (Waliyow), mio bisnonno. Fu tra i civili e i ribelli durante le “pacificazioni”. Fu anche tra i primi a parlare italiano in Somalia. Non so con certezza quale fosse il suo ruolo, ma i racconti tramandati nella mia famiglia e il diario scritto in italiano da mio nonno parlano di torture, repressioni e situazioni terribili causate dai militari fascisti italiani. Soltanto in Somalia per 71 anni, dal 1889 al 1960 morirono migliaia di civili e tanti combattenti della resistenza somala guidata dal Sayid Mohammed Abdulle Hassan. Durante il genocidio – quando in Etiopia tra il 1936 e il 1941 venivano uccisi decine di migliaia di civili etiopi – la Somalia veniva usata come base militare per invadere l’Etiopia. E poi ci sono le migliaia di vittime del canale Keli Assale o Keli Asaylow, dove centinaia di somali venivano usati per attraversare il canale. Ancora oggi non esistono informazioni precise né tracce sul numero reale delle vittime. Senza parlare di tutto ciò che accadde durante la resistenza: qualcuno sa dire quante persone morirono nel crollo della diga e dei canali di Genale, sul fiume Basso Scebeli (Webi Shabelle)? Il termine somalo “Ma dhamaato” (madamato) significa letteralmente “qualcosa che non ha fine” o “che non finisce”, poiché è composto da “Ma” (Non) e “Dhammaad” (Fine o termine). Di conseguenza, il significato completo della frase indica una ferita o una situazione che non si conclude mai. Il modo in cui questo fenomeno viene presentato nella trasmissione non corrisponde assolutamente alla realtà storica: all’epoca, una bambina di dodici anni non si sposava per scelta. La verità è che i militari fascisti prendevano queste bambine con la forza. Se Indro Montanelli e molti altri ufficiali hanno abusato ripetutamente di dodicenni eritree, etiopi o somale, non si è trattato di matrimonio, ma di pura pedofilia. All’epoca molte famiglie non ne parlavano, e ancora oggi la comunità non considera affatto quelle unioni come matrimoni. Come dice la parola stessa, “Ma dhamaato” è qualcosa che non finisce: gli abusi e le violenze subiti da moltissime donne e bambine sono fatti storici documentati. Lo testimoniano ancora oggi le numerose fotografie dell’epoca che ritraggono queste donne nude, i cui sguardi non mostrano alcuna felicità. Siamo ancora molto lontani dalla verità, e solo attraverso una narrazione onesta si può decostruire questa pagina buia della storia italiana. Finché l’Italia non riconoscerà davvero i propri crimini e i propri errori, il Corno d’Africa continuerà a essere una zona di instabilità politica. Verità e giustizia per il Corno d’Africa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sul colonialismo italiano proviene da Comune-info.
June 4, 2026
Comune-info
I signori dei cancelli
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo “migration pact” dell’Unione Europea, quello fortemente voluto da Meloni perché oltre a limitare pesantemente il diritto di asilo, sdogana le pratiche di deportazione di esseri umani in campi di internamento appositamente costruiti in paesi extra UE sul modello albanese, entrerà in vigore il 12 giugno. Ma non è che “i signori dei cancelli”- cancelli come quelli delle prigioni, delle celle, dei contemporanei campi di concentramento su base etnica – abbiano proprio la strada spianata, nemmeno sul piano istituzionale. Due avvenimenti non di poco conto danno nuova linfa alla lotta per la giustizia e contro le aberrazioni del diritto rappresentate dalle politiche nazionali e comunitarie in tema di migranti. Il primo, anche in ordine di importanza, è sicuramente l’inizio del processo El -Hisri alla Corte Penale Internazionale. Il compare di Almasri, catturato in Germania e presente fisicamente all’Aja, potrebbe essere rinviato a giudizio, aprendo finalmente la strada ad un processo storico. Sotto accusa infatti, rischiano di finire concretamente anche le trame oscure che caratterizzano almeno dal 2017, i rapporti tra Italia e Libia. Il vergognoso e indicibile sodalizio stipulato con milizie criminali che spadroneggiano in Libia da dopo la guerra di “regime change” voluta dal condannato Sarkozy, più per le 143 tonnellate d’oro con cui Gheddafi voleva dare vita alla moneta panafricana che avrebbe scalzato il franco africano – la moneta con la quale i francesi hanno proseguito il colonialismo in Nordafrica con altri mezzi – che per i “diritti umani”, potrebbe finalmente essere disvelato con nomi e cognomi, circostanze, prove delle efferatezze che certo non si possono attribuire solo alle carogne umane che le hanno compiute sul campo. Anche i “padrini” di quel patto, blocco degli esseri umani in cambio di denaro e privilegi per i boss, rischiano di finire sotto la lente d’ingrandimento dei public prosecutors della Corte Penale internazionale. La decisione sul rinvio a giudizio o meno del torturatore libico arriverà a luglio. Task force Il governo, o meglio la “task force” formata da funzionari e tecnici che, sotto gli ordini di Mantovano e Piantedosi, curano le analisi strategiche sulla Libia, e predispongono le mosse che poi le traballanti “istituzioni” libiche compiono, dall’istituzione della zona SAR ( la prima al mondo senza un Place of Safety) al finto e tardivo ordine di arresto per Almasri mentre si preparava la sua esfiltrazione dall’Italia, sta monitorando la situazione con preoccupazione. È chiaro che quel processo nel cuore dell’Europa, se ci sarà, diventerà l’epicentro di un terremoto politico e reputazionale per l’Italia e di conseguenza, per Von Der Layen, camerata di merende di Meloni in tema di politiche aggressive contro i diritti umani. Ma non solo: le vittime, migliaia e migliaia, che hanno patito sofferenze, torture, schiavitù, stupri in Libia a causa di un piano sistematico e preordinato che ha sempre avuto come obiettivo la creazione di una “cortina di ferro” da Tripoli a Bengasi, capace di impedire che profughi e richiedenti asilo potessero giungere sulle coste meridionali dell’Europa, le vittime, loro in prima persona, potrebbero ricevere un messaggio forte: si può avere giustizia. Anche dopo anni, anche se non sei importante o ricco, anche se devi denunciare potenti, ministri, governi, alti gradi, puoi avere giustizia. D’altronde questo è uno dei motivi principali che costringe i giudici della Corte Penale Internazionale, a vivere blindati: sono le “democrazie migliori del mondo” quelle che vorrebbero farli fuori, anche fisicamente, ma questa è una storia che ben conosciamo qui da noi: viene ripetuta ogni anniversario dell’uccisione di Falcone e Borsellino. Ma l’Aja non è l’unico pensiero per chi si occupa di “ragion di Stato”. Pochi giorni fa è stata recapitata al governo italiano dalla CEDU, Corte Europea per i Diritti Umani, la comunicazione dell’acquisizione formale di due ricorsi contro l’Italia presentati da due vittime del torturatore Almasri, che è stato fatto scappare dalla cattura proprio dal governo, con tanto di volo di Stato sul Falcon dei servizi. L’Italia è già stata deferita all’Assemblea degli Stati per il “lavoretto” di Almasri, che aveva come obiettivo non fare aprire il processo internazionale. Ma poi, siccome il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi, è capitato El-Hisri. Di macellai ne bastava uno per poter aprire un processo. La “task force” ha dunque suggerito e preparato il ricorso alla Corte presentato dallo stesso Almasri: gli incontri tra il Generale Caravelli (AISE) e Al-Siddiq Ahmad al-Sour, Procuratore Generale di Tripoli, non devono essere stati solo l’occasione di assaggiare datteri e the alla menta: il suo ufficio si occupa della grana Almasri, ex capo della polizia giudiziaria libica, oltre che torturatore e stupratore di bambini. Il fulcro della strategia è quello sulla messa in discussione della “illegittimità per vizio di giurisdizione” dell’azione della Corte penale Internazionale. È anche la sostanza del ricorso presentato da Almasri contro il mandato di cattura internazionale per i suoi crimini. “Si tratta di fatti che riguardano la Libia, sono una questione nazionale, non internazionale” – gli hanno suggerito di dire. Alla CEDU invece, per ora, la questione è solo ai preliminari: la task force deve preoccuparsi di inviare una memoria che serve alla Corte per valutare se ci sono gli estremi per accettare il ricorso e mettere sotto accusa non i macellai, ma i padroni della macelleria. Grandi preoccupazioni dunque, a fianco degli indubbi successi: Meloni gioisce per aver contribuito in maniera determinante alla proliferazione nel Mediterraneo di nuovi campi di internamento che non si vedevano dall’epoca coloniale, ma deve buttare un occhio a questo fastidioso diritto internazionale che disturba la campagna d’Africa. Piantedosi gongola per il calo degli sbarchi di donne, uomini e bambini. Il quaranta per cento in meno. Non dice nulla sul conseguente aumento del 155% dei morti in mare, e dunque non si può dire se gongola anche per questo. Ma di contro tutta questa gioia governativa per così tante conquiste di civiltà, dalla distruzione del diritto di asilo alla neutralizzazione delle Convenzioni di Amburgo e di Ginevra, ci sono anche i fallimenti, che cominciano ad arrivare a raffica, degli strumenti amministrativi di punizione usati contro chi soccorre vite in mare. Il Decreto Piantedosi sta per essere seppellito da decine di sentenze che riconoscono ogni volta la sua totale pretestuosità e illegittimità. Non manca molto che i fermi arbitrari e illegali operati dal governo contro navi di soccorso, si tramutino anche in ricorsi per danni morali e materiali, così che sarebbe finalmente lo Stato, grazie a Piantedosi, a sovvenzionare economicamente il soccorso civile in mare. Cosa peggiore per il Viminale non ci sarebbe. E poi nel mentre c’è il processo per la strage di Cutro, che prima o poi, udienza dopo udienza, tornerà a far parlare di sé. Gli imputati sono ufficiali della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, non esattamente un bel vedere per “la legalità che rappresentano le istituzioni” come ebbe a dire quel grandissimo legalitario del ministro Salvini, mentre i cadaveri di una delle peggiori omissioni di soccorso della storia, venivano restituiti dal mare sulla spiaggia. Nuovi piani La “task force” strategica però è al lavoro, in cerca di nuove strategie per impedire che le navi di soccorso possano operare per salvare più vite che possono. Da un lato verrà presto varato un nuovo decreto sicurezza – ma un governo che fa decine di decreti sicurezza, quanta insicurezza trasmette? – quello del “blocco navale”. Il tentativo è di capitalizzare il migration pact europeo, per dotarsi di nuovi strumenti di rappresaglia e impedimento del soccorso civile in mare. Con questi nuovi poteri, il governo potrà “chiudere temporaneamente i confini” a quelle navi che, in ragione di allarmi quali terrorismo e pandemie, avessero a bordo naufraghi migranti. Ma da ambienti ben informati – risulterebbe che gli esperti siano stati messi al lavoro anche su qualcosa di più audace: trovare il modo “legale” di far sequestrare le navi ong dalle milizie libiche in acque internazionali. Il piano allo studio, che coinvolgerebbe anche la Procura Generale Libica, prevede queste fasi: costruzione di fattispecie di reato create ad arte, attraverso la messa in scena delle cosiddette “runaway boat”, barche veloci che affiancano le navi di soccorso e “scaricano” alcune decine di persone migranti alla volta e poi ripartono tornando in Libia. La messa in scena serve a rappresentare la “contiguità” tra navi ong e trafficanti. La seconda fase è l’apertura, in seguito ai rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica”, presso il tribunale di Tripoli, di un fascicolo riguardante la “continuazione del reato di tratta di esseri umani” posto in essere su suolo libico, in acque internazionali ad opera delle navi di soccorso. Per fare questo si tenterà, si dice, di richiamarsi alla direttiva onu anti trafficking del 2000 e successive. I rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica” dopo ogni caso di messa in scena delle “runaway boat”, vengono inviati anche alla struttura Ncc del Viminale, e a Frontex. La polizia giudiziaria dei porti assegnati in Italia per lo sbarco successivo dei naufraghi li acquisisce e li sottopone al magistrato competente. Il quale potrebbe aprire subito, in Italia, un fascicolo per articolo 12 – favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – contro il comandante della nave. Ma il punto “innovativo” non è questo, ma il lato libico: sulla base del perseguimento di un reato, iniziato su suolo nazionale libico e “continuato” in acque internazionali, il tentativo è di legittimare un intervento coercitivo con ordine impartito al comando delle navi, di dirigersi su Tripoli “per accertamenti giudiziari”. Al rifiuto del comandante della nave, che ha la responsabilità del suo equipaggio e dell’incolumità delle persone soccorse, la procedura allo studio è di regole d’ingaggio che prevedono anche l’uso di armi da fuoco in termini di “deterrenza”. È questa la parte pi delicata del piano: l’addestramento del personale libico, che fa il doppio lavoro tra attività criminali delle milizie e “ufficiali” del governo libico, non da ancora il livello di sicurezza adeguato. Agli italiani non ai libici. Ma su questo, dice la fonte ben informata, stanno lavorando. Proprio un bel lavoro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I signori dei cancelli proviene da Comune-info.
June 4, 2026
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Il grido di Sabir
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Associazione Sabir -------------------------------------------------------------------------------- Sabir è una comunità educativa impegnata nel territorio di Crotone che in questi anni ha cercato con pazienza di tenere insieme anche proposte per accogliere ragazzi migranti – molti dei quali arrivati dopo aver attraversato deserti, torture, guerre e detenzioni in Turchia o Libia – tra supporto psicologico, mediazione culturale, continuità scolastica, formazione professionale, attività sportive, percorsi di affido familiare e affido culturale. Si tratta di proposte che vanno molto al di là della prassi ordinaria dell’accoglienza disegnata dai governi. È il frutto di uno sforzo educativo enorme e fortemente radicato nel territorio che ha permesso di creare relazioni di fiducia e corresponsabilità sociale, rompendo di fatto la logica assistenziale nei confronti dei minori stranieri non accompagnati. Oggi però tutto questo rischia di essere cancellato da anni di logiche emergenziali. In una lettera aperta di Sabir, rilanciata dalla Rete delle comunità solidali, si legge: “Non esistono, allo stato, soluzioni logistiche compatibili con la prosecuzione dei percorsi già avviati. Non esistono garanzie sulla continuità educativa. Non esiste alcuna visione pedagogica. Esiste soltanto una logica amministrativa che tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire. Ed è forse questo il punto più grave. In Italia si organizzano continuamente tavoli sulla devianza giovanile, sulle baby gang, sull’emarginazione sociale e sul disagio dei minori. La politica nazionale invoca sicurezza, integrazione e prevenzione. Si moltiplicano dichiarazioni pubbliche sulla necessità di investire sui giovani e sui percorsi educativi. Poi però, nei territori, si lasciano spegnere esperienze che funzionano davvero. Si mortificano realtà che hanno dimostrato concretamente che un altro modello di accoglienza è possibile: un modello fondato sulla relazione educativa, sulla presenza quotidiana, sulla costruzione di autonomia e sul radicamento territoriale…”. Lettera apertaDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il grido di Sabir proviene da Comune-info.
May 27, 2026
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Anche se vi credete assolti
EL HISRI, DIRIGENTE PER DIVERSI ANNI DEL CARCERE MITIGA A TRIPOLI, PICCHIAVA PERSONALMENTE OGNI GIORNO ALMENO UNA DONNA: LA MISOGINIA ERA DICHIARATA. “CAGNE, SCHIAVE, PUTTANE” ERANO GLI APPELLATIVI PER LE MADRI VIOLENTATE DAVANTI AI FIGLI, OPPURE FATTE ABORTIRE A PUGNI IN PANCIA SE ERANO INCINTE. I BAMBINI PICCOLI CHE PIANGEVANO, NON COMMUOVEVANO IL RELIGIOSISSIMO EL HISRI. LI PRENDEVA A CALCI O LI AMMAZZAVA. AD ALCUNI È TOCCATO ESSERE STUPRATI DA LUI, PERSONALMENTE. LE TESTIMONIANZE RACCOLTE PER IL PROCESSO IN CORSO ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE RAGGELANO IL SANGUE. “QUI EL HISRI DOVREBBE SEDERE A FIANCO DI PASSATI E PRESENTI MINISTRI E SOTTOSEGRETARI ITALIANI, ALTI FUNZIONARI DEI SERVIZI SEGRETI, E ANCHE PRESIDENTI DEL CONSIGLIO – SCRIVE LUCA CASARINI, RICORDANDO I CONTINUI ACCORDI FIRMATI DALL’ITALIA CON LA LIBIA SULLE MIGRAZIONI – MA IN REALTÀ, CON QUESTO LIVELLO DI FORZA E POTENZA CHE PUÒ ESPRIMERE UN TRIBUNALE COME QUESTO, CHE SI ALIMENTA DI RICERCA DI GIUSTIZIA E NON DI VENDETTA, QUELLI CHE MANCANO, QUELLI CHE FUGGONO SEMPRE DAI PROCESSI USANDO LE LORO IMMUNITÀ, SONO TUTTI E TUTTE QUI. ANCHE SE VI CREDETE ASSOLTI SIETE LO STESSO COINVOLTI…” Disegno di Mauro Biani originariamente pubblicato sul manifesto (2017) -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo giorno delle udienze dedicate alla discussione istruttoria per il rinvio a giudizio o meno del torturatore di Mitiga El-Hisri, alla Corte Penale Internazionale (qui un articolo sul primo giorno di udienze, Un mostro che contiene molti mostri, ndr), si è chiuso dopo la prima parte dell’arringa difensiva degli avvocati dell’imputato. Lui, seduto appoggiato al muro da un lato, affiancato da quattro poliziotti di origini africane, è stato immobile tutto il tempo, sguardo fisso verso l’altro lato, quello dell’accusa. A un certo punto muoveva le labbra come se stesse pregando. L’aspetto, e il ghigno feroce con il quale si presentava davanti alle sue vittime, terrorizzate solo a sentirne pronunciare il nome, non fanno pensare a uno che prega. Ma invece, ascoltando la descrizione minuziosa del modus operandi della banda di El Hisri, si scopre che proprio la persecuzione religiosa era una delle maggiori attività a Mitiga. Per assicurarsi un posto nel loro personale paradiso si sono inventati un Islam funzionale ai loro interessi e schifose pulsioni. Succede con tutte le religioni, Dio è sempre stato preso in ostaggio dai fanatici, e anche dai compari di Almasri ed El Hisri: conducevano all’inferno gli “infedeli”, e cioè ogni essere umano al quale sequestravano la vita, e lo torturavano e stupravano in nome di Dio. Vengono in mente Trump, Nethanyau, Putin e Kyrill, gli Ayatollah e le derive messianiche delle guerre contemporanee. L’Isis, i suprematisti bianchi di Quanon, il miliardario Thiel e il suo “anticristo”, i rosari sventolati ai comizi di quelli che fanno morire donne, uomini e bambini nel Mediterraneo. A pensarci bene, quei banditi di Mitiga sono in buona e autorevole compagnia. La persecuzione religiosa praticata da El Hisri, ha avuto come prime vittime cittadini e cittadine libici e musulmani, giudicati eretici da questa sorta di gran sacerdoti dell’orrore. Le testimonianze raggelano il sangue: seviziati, umiliati, spezzati nello spirito e nel corpo con strumenti di tortura forgiati appositamente per procurare più male possibile. El Hirsri, che spesso eseguiva personalmente le violenze, documentate a centinaia, era però particolarmente appassionato di donne e bambini. Il lager di Mitiga, che in realtà è una delle prigioni ufficiali del sistema libico, è organizzato a sezioni. C’è la sala delle torture, dove fiumi di sangue hanno intriso il pavimento e i tavolacci degli aguzzini, che dopo averlo fatto scorrere dai corpi martoriati, ordinavano ad altri prigionieri di pulire. A poca distanza gli edifici della sezione femminile, in mano ad El Hisri. Gli altri due sottocapi, Almasri designato dal governo libico con il titolo di “responsabile della polizia giudiziaria”, e lo zio di El Hisri, padrone della zona maschile, insieme all’unico imputato arrestato in Germania e oggi a processo, costituiscono la struttura di vertice del lager, fondato da Kara, il capo supremo della milizia Rada. El Hisri picchiava personalmente e ogni giorno almeno una donna: la misoginia era dichiarata. “Se un diavolo muore gli angeli sono contenti” è una frase dell’imputato riportata da una testimone che ha assistito all’agonia di una donna torturata e stuprata, poi morta. “Cagne, schiave, puttane” erano gli appellativi per le madri violentate davanti ai figli, oppure fatte abortire a pugni in pancia se erano incinte. I bambini piccoli che piangevano, non commuovevano il “religioso” El Hisri. Li prendeva a calci, o li ammazzava. Ad alcuni è toccato essere stuprati da lui, personalmente. I capi spiegavano ai loro soldati, molti arruolati a forza in cambio della vita o della salvezza dei loro familiari, che gli africani, ma anche i libici nelle loro mani, erano solo “schiavi”. “Schiavo”, così si rivolgevano agli internati di Mitiga, catturati o nelle strade di Tripoli, oppure in mare dalla cosiddetta “Guardia costiera libica” e poi deportati e consegnati nelle mani dei carcerieri. Persecuzione religiosa ed ideologica, misoginia, violenze sessuali anche su bambine e bambini, torture, uccisioni, gambizzazioni: ogni crudeltà che esiste è stata e purtroppo è ancora, praticata. Eppure anche El Hisri, in questa Corte, ha diritto a difendersi dalle accuse che farebbero ammutolire chiunque. C’è uno staff intero di avvocati del diritto internazionale, assicuratigli proprio dalla Corte, che cerca di smontare questo processo. A partire dalla sua legittimità: “Anche la Nato, durante i bombardamenti del 2011, ha commesso crimini in Libia. Perché quelli non sono stati giudicati?” dichiara l’avvocato egiziano che conduce il lavoro della difesa. La strategia è la stessa, probabilmente studiata anche da “consulenti” italiani, che ha portato Almasri a presentare ricorso presso la Corte stessa per “vizio di giurisdizione”, reclamando per sé il diritto di essere processato in Libia. E dunque, rimanere di fatto impunito. Questa tattica ha preso forma dal momento stesso del suo arresto in Italia, che per il governo, non doveva avvenire: in fretta e furia qualcuno da Palazzo Chigi, prima di procedere all’esfiltrazione del ricercato verso la Libia per sottrarlo alla Corte, ha suggerito alle autorità libiche di emettere un mandato di arresto per Almasri. “Vogliamo processarlo noi” scrive il capo della procura di Tripoli su un documento che arriva miracolosamente sul tavolo del Ministro della Giustizia Nordio che si trova in mano la patata bollente. Questo improvvisa quanto palesemente falsa volontà delle autorità libiche di arrestare e processare il loro capo della polizia giudiziaria, diventerà uno degli alibi di Nordio, Piantedosi, Mantovano e sottobosco vario, per evitare di essere processati a loro volta in Italia. Coprire la vergogna di aver protetto un torturatore, non riaccompagnandolo a casa con un volo di Stato, non sembra però cosa possibile. Almasri adesso, protetto in Libia da un finto arresto che lo ha semplicemente messo al sicuro dalla Corte Penale internazionale, ha presentato il suo ricorso, che verrà valutato nei prossimi mesi all’Aja, ed El Hisri ha uno staff intero di avvocati, che lo difende. Anche lui, qui in Olanda, è rinchiuso in un carcere che rispetto al lager che dirige in Libia, sembra un hotel a cinque stelle. È seduto, riposato e vestito ogni giorno con un completo diverso da centinaia di euro, e non ha catene. Non è seviziato, stuprato, torturato, come lo sono state le sue vittime. Eppure sta anche in questo paradosso la forza, la potenza che il diritto internazionale e il suo sistema di giustizia – oggi sotto attacco da Trump, da Putin, da Nethanyau e anche dai piccoli loro servitori nostrani – possiede: le garanzie di difesa anche per i peggiori criminali, sulla base del principio di presunzione di innocenza per chiunque, nonostante l’evidenza. La salvaguardia della dignità umana, garantita anche a un mostro, per ricordare a tutti che i “mostri” sono umani, non alieni. Questa postura del diritto, che trae la sua legittimità dalle garanzie per ognuno, è ciò che vorrebbe essere cancellato dai candidati al governo del mondo che stanno bombardando e massacrando con le loro guerre centinaia di migliaia di persone. Il diritto basato sulla forza brutale contro il diritto basato su una idea di giustizia e di diritti umani attribuiti anche ai carnefici. La Corte Penale Internazionale è stata davvero una recente grande conquista per un’idea di democrazia e di convivenza possibile. Per una idea di mondo governato con umanità anche quando ha a che fare con il disumano, con l’orrore, con l’inaccettabile. E gli avvocati del torturatore continueranno a tessere la loro trama concettuale per spiegare perché il loro assistito non può essere processato. E le procuratrici e procuratori dell’accusa, continueranno a dare voce alle testimonianze dei sepolti vivi di Mitiga, che rappresentano tutti i sepolti vivi in ogni “non luogo” di cui si dotano anche i paesi come l’Italia per internare quella che decidono essere “l’umanità in eccesso”. Dai Cpr ai lager libici, il principio è esattamente lo stesso. Si possono torturare le persone “con i ferri, con i vetri, con i fili, con i gas, con gli strumenti più segreti”, come recita l’antica canzone di Ricky Gianco, oppure imbottendoli di psicofarmaci e portandoli alla pazzia e al suicidio, come accade nelle nostre democratiche carceri e nei campi di internamento per migranti disseminati in tutta Italia, in tutta Europa, e che si vorrebbero in tutto il Mediterraneo. Ma il principio è sempre lo stesso: avere il potere di decidere chi deve vivere e chi deve morire, ridurre a “nuda vita” esseri umani spogliati da ogni diritto, da ogni dignità, privati “dell’anima”. Il paradosso ritorna, potente: per impedire che questo possa accadere, bisogna garantire anche ai carnefici, anche ai tiranni, anche ai peggiori colpevoli, il diritto ad avere un processo giusto, il diritto a non essere ammazzati seduta stante dopo le descrizioni delle loro orribili colpe. Quei carnefici dunque, contengono una parte di noi, non dobbiamo mai dimenticarlo. Nel caso della Libia, del sistema terrificante che è stato messo in piedi per fermare donne, uomini e bambini migranti, è vero anche dal punto di vista materiale, concreto. Qui El Hisri dovrebbe sedere a fianco di passati e presenti ministri e sottosegretari italiani, alti funzionari dei servizi segreti, e anche presidenti del Consiglio. Ma in realtà, con questo livello di forza e potenza che può esprimere un tribunale come questo, che si alimenta di ricerca di giustizia e non di vendetta, quelli che mancano, quelli che fuggono sempre dai processi usando le loro immunità, sono tutti e tutte qui. Anche se vi credete assolti siete lo stesso coinvolti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Anche se vi credete assolti proviene da Comune-info.
May 22, 2026
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Un mostro che contiene molti mostri
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Nicolas Messifet su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il monitor interno dal quale chi assiste all’udienza del processo a El – Hisri, uno dei capi torturatori del lager di Mitiga in Libia, ogni tanto mostra la faccia dell’imputato. Non ha segni di tortura, non sembra stare male, non ha stracci addosso o catene ai polsi come le sue vittime: solo quegli occhi che guardano fisso, che non si abbassano nemmeno quando la procuratrice della Corte Penale Internazionale descrive lo stupro di una donna compiuto davanti al figlio piccolo, costretto da El Hisri a guardare. I giudici che con i loro staff di investigatori hanno lavorato quindici anni a raccogliere prove, testimonianze, foto, video, documenti ufficiali e tantissimo altro materiale, lo definiscono un processo “storico” – a “milestone” – per provare a fare giustizia contro un vero e proprio sistema di violazione permanente dei diritti umani. Il “sistema Libia” appunto, che però non potrebbe esistere se non fosse stato congegnato anche a partire da “menti” italiane ed europee. El Hisri, detto Al Bouti, è un pari grado di Almasri, quello fatto fuggire dal governo italiano e riportato con il Falcon dei servizi segreti proprio a Mitiga, dove la maggior parte dei crimini contro l’umanità e crimini di guerra sono stati compiuti. Il nome di Almasri è stato pronunciato già dalle prime battute durante la lettura dei diciassette capi di imputazione. È chiaro, da dentro questo tribunale, perché Almasri non doveva arrivarci alla sbarra. Il “sistema Libia” è fondato su una complicità evidente tra livelli istituzionali e milizie criminali che si sono spartite la Libia dopo la destituzione violenta di Gheddafi del 2011. L’inchiesta della CPI parte da quel momento, e documenta le atrocità commesse dall’imputato e dai suoi complici fino al 2020. Si passa dunque, dal 2017, anno della stipula del patto Italia-Libia, sottoscritto da Minniti e Gentiloni, con i clan di signorotti della guerra tra cui anche la milizia “Rada”, una tra le più potenti- si parla di 1.500 soldati inquadrati militarmente e forniti di armi, mezzi e soldi-quella che controlla la prigione di Mitiga, nordest di Tripoli e, cosa assai rilevante, l’aeroporto internazionale, peraltro ricostruito grazie ai lavori forzati dei migranti prigionieri. Un processo come questo non è la semplice descrizione in generale di tutto ciò che già sappiamo, atrocità comprese. No. Il primo livello è la responsabilità individuale dell’imputato, con prove, riscontri, volti, referti medici, circostanze precise. Ascoltare la descrizione di torture, stupri e violenze di ogni genere, delle quali El Hisri è personalmente responsabile, è dura. All’entrata, dopo controlli rigidi per l’accesso, distribuiscono un vademecum dove te lo scrivono che potrebbe essere troppo dura assistere, ascoltare. Che puoi uscire in qualsiasi momento. Il secondo livello, quello che stabilisce la relazione tra un crimine efferato e la categoria dei crimini contro l’umanità, è il carattere strutturale, pianificato, nel quale ogni singolo atto criminale è inserito, e la funzione che svolge nell’assicurare potere di vita e di morte sulle persone che lo subiscono. E qui il lavoro approfondito e puntuale dei giudici ci offre una prima importante verità: le prime vittime di El Hisri, di Almasri, del capo supremo della Rada, Al Kora, sono stati i cittadini libici. Sono libici quelli sequestrati e torturati per primi, oppositori politici, avvocati, giornalisti, studenti o anche persone che possedevano dei terreni, una casa, dei soldi. Si capisce la parabola dunque che porta a ciò che oggi conosciamo del sistema Libia: dopo la caduta di Gheddafi, si formano i gruppi armati che con la scusa della “rivoluzione”, cominciano ad accaparrarsi il potere e materialmente pezzi di territorio. Nel caso della “Rada” ad esempio, è un quartiere di Tripoli che gli dà i natali, e da lì la conquista di un’area strategica come quella dell’aeroporto e fin sulla costa con l’accesso al mare, trasforma quattro banditi di un clan familiare, in uomini che comandano. Che negoziano un pezzetto di quello che altri, simili a loro ma magari più scaltri, hanno già preso in cambio della fedeltà all’Occidente. In uno degli ultimi rapporti dell’Onu sulla Libia, concentrato sulle violazioni dell’embargo sulle armi, si parla del clan di Dbaibaba, attuale premier del governo di Tripoli riconosciuto dall’Unione Europea, come uno dei più criminali e potenti. Stessa cosa se si osserva la “carriera” del ministro degli Interni Trebelsi, l’amicone di Piantedosi, segnalato dalla segreteria di stato americana già durante la prima presidenza Trump come “trafficante e contrabbandiere”. La Rada ha gestito la sua prigione, il suo lager, a partire dall’eliminazione dei dissidenti libici e dell’imposizione del regno del terrore a Tripoli, offrendo sul “mercato” le sue capacità. Rada “Security Defence Force”. Rada “polizia giudiziaria”. Tutti titoli assegnati dai vari governi ufficiali. Ma d’altronde non era il prefetto Caravelli, capo dei servizi segreti esterni a dichiarare che “con la Rada ottima collaborazione”? Questo strutturazione della milizia inizialmente impegnata contro i cittadini libici, anch’essi torturati, ammazzati, anche le donne libiche stuprate, anche i bambini libici violentati e terrorizzati e chissà cos’altro, viene poi dal 2017 impiegata per i migranti. Le pratiche disumane sono rielaborate per il nuovo business, quello di fermare profughi e rifugiati che tentano di raggiungere l’Italia e l’Europa via mare. Ma chi suggerisce alla Rada di fare questo? In cambio di che cosa, di quanti soldi? Chi suggerisce la creazione di un nuovo sistema di respingimento di massa, articolato nella cattura in mare di chi prova a fuggire, e nella successiva deportazione e internamento nei lager? Chi regala mezzi, addestramenti, ruoli ai vari El Hisri per fare tutto questo? Ascoltando le accuse ci si rende conto di cosa abbiamo fatto, noi che apparteniamo ai paesi “civili”, noi che abbiamo i governi “democratici”: abbiamo alimentato gli orrori, le atrocità che prima sono state compiute contro la società civile libica per trasformarli e strutturarli in “orrori funzionali”, utili alla nostra “guerra” ai migranti. Ascoltando l’excursus dei procuratori della Corte, che puntualmente delineano lo sviluppo e il ruolo di una milizia e dei suoi capi, si capisce che El Hisri è solo quello che si è fatto prendere. Non è lui il “mostro” in mezzo a quelli “normali”. Lui è solo un mostro meno potente di tutti gli altri. Viene spontaneo, dinnanzi al primo processo di questo livello che finalmente si celebra, dopo decine di migliaia di morti in mare e nel deserto, pensare a una Norimberga. Ma Norimberga non si può fare solo con un criminale che altrimenti rischia di diventare un capro espiatorio. Qui mancano quelli potenti, quelli che non si sporcano le mani. Quelli che in Libia ci vanno con l’aereo di stato, quelli che il quartiere di El Hisri manco sanno dov’è. E dopo il primo giorno, è tutto. -------------------------------------------------------------------------------- [Dalla Corte Penale Internazionale, Luca Casarini] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un mostro che contiene molti mostri proviene da Comune-info.
May 20, 2026
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Camminare bendati
-------------------------------------------------------------------------------- Taranto, 15 maggio. Foto di Giustizia per Taranto -------------------------------------------------------------------------------- A Waterloo Place, nel cuore monumentale di Londra, è comparsa una figura. Un uomo in abito formale avanza con passo deciso verso il vuoto. Il volto è completamente coperto da una bandiera. Non la porta: la subisce. Non la espone: la indossa come una benda. L’installazione, attribuita a Banksy, non è stata scelta a caso né per il gesto né per il luogo. Attorno si innalzano le statue che celebrano la storia imperiale britannica — la retorica della potenza, la memoria pubblica della nazione, il culto di sé che ogni impero trasforma in marmo. In mezzo a quella grammatica della celebrazione, la figura bendata introduce una frattura silenziosa: non celebra nulla, non ricorda nulla, ma cammina. Cammina con la sicurezza di chi è convinto di sapere dove sta andando. Cammina verso il precipizio. Il nazionalismo è questa cosa: non l’amore per un luogo o una lingua, ma la certezza che rende inutile lo sguardo. La bandiera sul volto non lascia entrare nulla, nessun dubbio, nessun volto altrui, nessuna storia che non sia già stata decisa. È un dispositivo di chiusura che si spaccia per identità, una paura che viene somministrata come appartenenza. E funziona tanto meglio quanto più si ammanta di retorica: il popolo, la nazione, i confini, i nemici. Le destre che si ispirano al fascismo — e alcune, senza ipocrisie, al nazismo — hanno capito da tempo che non serve la violenza esplicita per preparare il terreno alla violenza. Basta lavorare sulle coscienze. Basta convincere che ci sono vite che contano e vite che non contano. Basta insegnare a non vedere. La filosofia del Novecento ha un nome per questo: la sparizione del volto. Per Emmanuel Lévinas, il volto dell’altro è il luogo in cui si fonda ogni etica possibile, non come astrazione, ma come appello concreto e irriducibile. Quando guardi il volto di un altro essere umano, qualcosa ti chiede conto. Quando quel volto viene rimosso — sostituito da una categoria, da uno straniero, da un clandestino, da un nero — quella richiesta scompare. E ciò che rimane è solo gestione: il problema da risolvere, il numero da ridurre, il corpo da espellere. Alle 5 di mattina del 10 maggio 2026, in piazza Fontana a Taranto, Bakari Sako stava andando a prendere il treno. Aveva 35 anni, veniva dal Mali, faceva il bracciante. Una “baby gang” lo ha accerchiato e ucciso a coltellate. Sei fermati, di cui quattro minorenni tra i 15 e i 17 anni. Secondo la procura, il gruppo cercava qualcuno di vulnerabile da colpire — “in questo caso un ragazzo nero”, ha detto la procuratrice per i minorenni. La pista dell’odio razziale è ancora in corso di accertamento. Ma le telecamere avevano già immortalato lo stesso gruppo, sei minuti prima, mentre intimidiva un altro uomo di origine subsahariana. Bakari Sako non era un simbolo. Era una persona. Aveva due mogli in Mali, entrambe incinte quando è morto. Lavorava. Si alzava prima dell’alba per prendere un treno. Qualcuno lo ha visto e ha deciso che era il tipo di cosa che si può colpire. Questo non nasce dal niente. Nasce da anni di propaganda che ha lavorato sistematicamente a togliere il volto ai migranti — a trasformarli in invasori, in emergenza, in minaccia da cui difendersi. Nasce dai decreti sicurezza, dai porti chiusi come atti di forza, dai comunicati che contano gli sbarchi come fossero dati di borsa. Nasce dal linguaggio della destra di governo che normalizza la disumanizzazione e poi si stupisce — o finge di stupirsi — quando la disumanizzazione produce conseguenze fisiche. La violenza razzista non arriva come fulmine a ciel sereno: arriva dopo che qualcuno ha preparato il cielo. E arriva nel silenzio. Perché la morte di Bakari Sako non ha generato, dalla politica, quasi nessuna reazione. Un uomo ucciso all’alba mentre andava al lavoro, e chi governa questo paese ha scelto di non nominarlo. Il silenzio non è neutro: è una scelta. È la scelta di chi sa che nominare costerebbe qualcosa — almeno la coerenza con il discorso che si è costruito. La domanda che quell’immagine pone non riguarda solo chi porta la bandiera sul volto. Riguarda anche chi guarda e cosa sceglie di fare. Perché non tutti hanno scelto il silenzio. La procuratrice Eugenia Pontassuglia ha parlato chiaro: “Non ci sono decreti sicurezza che tengano, dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere ed essere rispettata”. Associazioni, sindacati, singoli cittadini hanno detto il nome di Bakari Sako quando chi governa preferiva non dirlo. Non sono una maggioranza rumorosa. Ma esistono — e la loro esistenza conta, perché dimostra che la benda non è un destino: è una scelta. E le scelte si possono fare diversamente. La figura di Banksy cammina verso il precipizio con la sicurezza di chi non vede più. Ma attorno a lei, in quello stesso spazio carico di storia e di retorica, qualcuno si è fermato a guardare. Qualcuno ha riconosciuto nell’installazione non un’opera d’arte da ammirare, ma uno specchio da rifiutare. Ci sono persone che la benda non se la sono mai messa, e persone che hanno trovato la forza di togliersela. È da lì — non dall’alto, non dalle istituzioni che tacciono — che si ricomincia a costruire qualcosa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Camminare bendati proviene da Comune-info.
May 18, 2026
Comune-info
Il Diritto di asilo alla prova del patto europeo
VENERDÌ 22 MAGGIO 2026, LA RETE NAZIONALE EUROPASILO – A CUI ADERISCONO ALCUNI DEI PIÙ CONSOLIDATI PROGETTI DELLO SAI (SISTEMA ACCOGLIENZA INTEGRAZIONE) – PROMUOVE A BOLOGNA IL CONVEGNO NAZIONALE CON RACCOLTA ESPERTI, OPERATORI E ISTITUZIONI PER ANALIZZARE LE NUOVE NORME EUROPEE E COSTRUIRE RISPOSTE COMUNI NEI TERRITORI. “IL NUOVO PATTO EUROPEO SULLA MIGRAZIONE E L’ASILO È UNA REALTÀ: QUALI SARANNO LE CONSEGUENZE CONCRETE SUI TERRITORI? IL CUORE DEL NOSTRO CONVEGNO SARANNO LE COMUNITÀ DI PRATICA, SPAZI DI LAVORO COLLETTIVO PER NON FARSI TROVARE IMPREPARATI…”. I TEMI DEI 4 TAVOLI DI LAVORO DEL POMERIGGIO -------------------------------------------------------------------------------- Il Nuovo Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo è una realtà: quali saranno le conseguenze concrete sui territori? A Bologna non staremo solo a guardare. Il cuore del nostro convegno saranno le Comunità di pratica, spazi di lavoro collettivo per non farsi trovare impreparati. Ecco i 4 tavoli di lavoro del pomeriggio: MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI: Analisi degli impatti delle nuove norme e costruzione di alternative possibili per la tutela dei più vulnerabili. NUOVI DIRITTI: Contro la tentazione di creare “servizi separati”, lavoriamo per un welfare universale che includa i rifugiati nelle comunità locali. LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE: Quali impatti avranno le restrizioni ai movimenti in UE sui progetti di vita delle persone e sui nostri sistemi di accoglienza? PROCEDURA ACCELERATA E TRATTENIMENTO: Strategie per garantire il diritto alla difesa e alla tutela legale nonostante l’estensione delle procedure rapide. Informazioni e iscrizioni (posti limitati per i tavoli) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il Diritto di asilo alla prova del patto europeo proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
Senza razzismo solo a parole
-------------------------------------------------------------------------------- C’è un report, appena pubblicato dall’European Network Against Racism (ENAR), che aiuta a comprendere quel che sta accadendo in questi ultimi giorni e non solo, in Italia. Un lavoro di ricerca che mette insieme, in maniera comparativa, sette rapporti nazionali e che prende il nome di Raceless in name only: whiteness and the racial governance of mobility in European Union (Privi di razzismo solo a parole: la bianchezza e la gestione razziale della mobilità nell’Unione Europea). Sin dalle prime pagine si capisce non solo il senso di quel che sarà il contenuto di questo lavoro, ma emerge in maniera nitida la chiave di lettura con cui leggere questo tempo. Chi da anni si occupa di scrivere, parlare, mettere in guardia su antirazzismo e decolonizzazione, sapeva e sa quel che sta accadendo, scrivono i curatori: la normalizzazione dell’esclusione, il diffondersi della tecnocratizzazione del sospetto, le cosiddette emergenze migratorie utilizzate per accrescere la paura, hanno rafforzato non solo politiche di profilazione razziale ma anche un sentire sociale ostile nei confronti delle persone nere. Politiche e sentire che raggiungono il picco dell’evidenza e del differente approccio quando vi è stato da dare una risposta alle persone rifugiate che fuggivano dall’Ucraina. La possibilità di muoversi nel continente europeo, così come il sentimento di solidarietà e compassione che si è creato tra la gente, sono due aspetti che non sono emersi in occasione di altri conflitti e nei confronti delle persone che scappavano e che hanno trovato e continuano a trovare sul loro cammino migratorio ostilità e barriere. Tutto questo, si legge nel rapporto, non è casuale, riflette una gerarchia di vicinanza e prossimità che ha a che fare con la whiteness, la bianchezza. Una logica che ritroviamo declinata lungo una medesima linea razziale, economica e politica che abita tanto nelle leggi quanto nelle zone di frontiera, sia interne che esternalizzate, che negli episodi di violenza più o meno visibile che ritroviamo nelle nostre città e nei racconti dei media. Con un ulteriore passo in più, sottolinea ENAR, le parole e le azioni della destra estrema non sono più confinate ma “sempre più riecheggiate e normalizzate da politiche che ne diventano espressione principale”. Basti vedere il termine remigrazione utilizzato inizialmente da frange estremiste in maniera provocatoria che diventa programma governativo. Il report Il progetto mette insieme una serie di analisi e ricerche che vanno dal giugno 2024 al dicembre 2025, lungo cinque zone di frontiera (Germania/Austria, Germania/Repubblica ceca, Italia/Francia, Croazia/Slovenia e la regione di confine basca) e tre paesi europei, Cipro, Francia e Grecia. Diversi i report presi in considerazione, così come molteplici sono le realtà che lavorano su queste tematiche e che sono state coinvolte. Tra le dodici persone che hanno condotto l’indagine, la metà ha un background migratorio e vi è chi ha personalmente subito episodi di discriminazione razziale. Ad aprire la ricerca un glossario, in modo che sia chiaro non solo il contenuto ma a cosa si riferiscono esattamente i termini utilizzati, da blackness a coloniality/decoloniality, da migranticisation a necropolitics, da racialisation a struttural racism e whiteness. Parole che sono più di un vocabolario tematico, racchiudono la declinazione di schemi razziali e nazionalistici che diventano norme che escludono e creano società escludenti. A mostrare come questo sia realtà varie testimonianze nel report. La profilazione razziale spesso raccontata vede persone nere essere perquisite senza nessun tipo di motivazione particolare, in contesti che non sono di controllo o frontiera. Azioni portate avanti da forze dell’ordine che non riconoscono un’europeità che non sia bianca e che individuano nel colore un discrimine, che per ENAR è espressione di una continuità coloniale e discriminazione razziale. Discriminazione che spesso si palesa già dal tipo di approccio con cui avviene la richiesta di documento. La preoccupazione Partendo dal presupposto che tutta la riforma del diritto europeo, che inizia dal febbraio 2024 con l’obiettivo di arrivare al famoso Patto d’asilo e migrazione del prossimo giugno, aveva come premessa quella di uniformare l’area Schengen nel rispetto del principio di non discriminazione, ENAR commissiona uno studio che vuole metter insieme, in maniera documentata, quel che accade nelle pratiche di frontiera così come nelle norme che regolamentano le procedure accelerate di controllo dei documenti, l’interpretazione di paese terzo sicuro e lo strumento del rimpatrio. I report, i racconti e le leggi sempre più escludenti rispetto alla concessione dei visti così come alla presa in carico delle domande d’asilo, mettono in luce con il tempo non solo un aumento di una sorta di continuità d’approccio coloniale, ma anche un accrescimento dei poteri discrezionali delle forze dell’ordine, non solo di frontiera. La preoccupazione delle ricercatrici e ricercatori è che questo loro lavoro che descrive in termini crudi quel che accade alle persone, trovi nel nuovo Patto su migrazione e asilo una sorta di ulteriore normalizzazione delle forme razziali di profilazione, di utilizzo di procedure accelerate e detentive. “L’abolizione del diritto d’asilo e il concretizzarsi dell’esternalizzazione delle persone migranti in paesi terzi, realizza la marcatura di queste persone come sgradite. La riforma del Codice di frontiera di Schengen che regolerà le forme di libero movimento all’interno dei confini europei con i controlli sulla mobilità delle persone razzializzate rimarcherà la loro differente condizione di appartenenza”. L’obiettivo Rappresentare nero su bianco cosa sta accadendo e come questa Europa stia gestendo i diritti legati alla migrazione, vuole essere un monito a una mobilitazione collettiva nei diversi paesi europei in cui le persone migranti vengono di continuo razzializzate. Gli episodi di cronaca che si susseguono ormai rendono palese non solo la quotidianità degli eventi, ma l’urgenza all’azione di contrasto a questo immaginario dominante per cui non esiste un’europeità (ma noi potremmo aggiungere una italianità) che non sia bianca. D’altra parte, altro aspetto non secondario che il report mette in luce: “la governance migratoria europea è strutturata dalla supremazia bianca, che è espressione di logiche coloniali che si ripetono e si materializzano nelle pratiche di esclusione, violenza e discriminazione che non sono più casi isolati o eccezionali, ma pratiche sistematiche e strutturali che si ripetono”. La frase di apertura del rapporto Raceless in name only è “When you kow, you know”. Quando sei a conoscenza, sei a conoscenza. Ecco, tutto si può dire rispetto a quel che sta accadendo tranne che non lo sapevamo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Nigrizia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Senza razzismo solo a parole proviene da Comune-info.
May 17, 2026
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