Psiche e migrazione: quando il gruppo cura (parte I)
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Bisognerebbe avvicinarsi ai migranti non solamente come ”problema”, ma anche
come occasione di conoscenza del loro mondo, dei loro saperi, tradizioni,
religioni che meriterebbero un maggiore approfondimento. Un approccio diverso
potrebbe arricchire la nostra cultura , talvolta chiusa e direzionata verso un
pensiero unico. In particolare, chiediamoci che accade quando le problematiche
migratorie diventano causa di disagi psichici ai quali si risponde con
interventi non sempre adeguati alla richiesta. Talvolta è difficile riuscire ad
analizzare la domanda e comprendere come dietro la presentazione di un dolore
fisico spesso ci sia una modalità culturale di esprimere un disagio psichico.
Infatti, noi siamo abituati ad una concezione del corpo diviso dalla psiche. La
nostra cultura è basata sulla separazione: inizio o fine, vita o morte, mente o
corpo… È abbastanza difficile infatti passare dal “o/o“ (di tipo lineare) al
“e/e” (di tipo circolare) come ci insegna Culiano1nel suo testo sui “dualismi
occidentali“ e cogliere le relazioni, il “fra”, l’unità, non la divisione.
Quest’ultima crea difficoltà nel passare da una dimensione individuale a quella
di gruppo nell’ambito terapeutico.
Qui viene descritta succintamente l’esperienza comune a utenti italiani e
stranieri nel ‘ambito di un servizio pubblico di Salute Mentale. L’idea di un
gruppo che cura è nata per offrire un luogo dove poter finalmente raccontare la
propria sofferenza, ricomporre “pezzi” di storia “vissuti in maniera drammatica,
senza il tempo di poterli ricomporre.
Perché il gruppo transculturale? Primo perché “la dimensione gruppo” è molto
frequente in diverse culture in cui l’individuo non è considerato se non per sua
appartenenza al gruppo, tanto che si parla addirittura di io gruppale per
connotarne la sua identità. Inoltre rappresenta una possibilità di essere
ascoltati – finalmente – dopo esperienze di violenza e fuga che hanno consentito
solo ”tempi traumatici“: il luogo di incontro diventa un modo per condividere il
proprio vissuto con tempi diversi in cui “gli altri” sono un’occasione di
confronto per scoprire somiglianze e differenze con la propria sofferenza
psichica. In tal senso si crea un gruppo con storia composto all’inizio da
persone sconosciute e per certi versi non riconosciute fino ad allora, e che in
seguito possono riprendere i fili del loro percorso contribuendo col proprio
racconto “alla storia di gruppo”. Abbiamo definito questo gruppo trasculturale2
per delinearne il suo divenire, la sua processualista, il suo attraversamento
fra culture di pari dignità, come un fiume – anzi meglio – come il corso di un
fiume che procedendo nel suo percorso si arricchisce sempre di più con l’acqua
dei vari affluenti .
L’incontro di gruppo diventa luogo di ascolto, di cambiamento, di apprendimento,
di deuteroappredimento (apprendere ad apprendere, G.Bateson ,1972)3, per tutti i
partecipanti, operatori compresi. Gli incontri fra rappresentanti di differenti
culture provenienti da varie parti del mondo e dal Sud d’Italia che sono migrati
a Roma, hanno permesso la costruzione di realtà di cambiamento e nuove modalità
relazionali, mediante un viaggio geografico-emotivo in cui tutti sono stati
coinvolti (il gruppo è composto da utenti e operatori). Durante gli anni della
sua esistenza tale lavoro ha suscitato alcune riflessioni, fra le quali la più
frequente era questa: in che modo si conosce ciò che si crede di conoscere? Si è
abituati a pensare che la realtà può essere “scoperta”. Al contrario, la realtà
è un’interpretazione personale, un modo particolare di osservare e spiegare il
mondo che viene costruito attraverso la comunicazione e l’esperienza. Applicando
tale osservazione al gruppo si è potuto vedere che ogni partecipante credeva di
dover scoprire l’altro per poi accorgersi che era frutto del modo con cui ci si
era rapportati e di quale relazione si volesse instaurare secondo le proprie
modalità culturali. Certamente la civiltà occidentale sembrerebbe più propensa
in questo momento a chiudersi e difendersi più che a conoscere “l’ altro”! La
rappresentazione fisica di tale visione era riconoscibile nel comportamento
degli utenti italiani più restii agli “avvicinamenti” ed alla ”comunicazione non
verbale”.
Infine, il viaggio insieme diventa per il gruppo un momento di confronto vero e
non “inventato”, un momento trasformativo, un’occasione per superare rispettive
diffidenze e stereotipi. Una possibilità modo di esporre davanti a tutti il modo
di come ognuno pensa di conoscere l’altro e allo stesso di conoscersi.
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Alfredo Ancora, psichiatra e psicoterapeuta transculturale.
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Note
1 Cfr Culiano J. P. I miti dei dualismi occidentali Jaka BooK Milano 2018
2 Cfr Ancora A. Il viaggio transculturale introduzione a F. Ortiz Contrappunto
cubano del tabacco e dello zucchero, le origini del pensiero transculturale
Borla editore Roma, 2025
3 Cfr Bateson G. Verso una ecologia della mente Adelphi Milano, 1972
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