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Psiche e migrazione: quando il gruppo cura (parte I)
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Bisognerebbe avvicinarsi ai migranti non solamente come ”problema”, ma anche come occasione di conoscenza del loro mondo, dei loro saperi, tradizioni, religioni che meriterebbero un maggiore approfondimento. Un approccio diverso potrebbe arricchire la nostra cultura , talvolta chiusa e direzionata verso un pensiero unico. In particolare, chiediamoci che accade quando le problematiche migratorie diventano causa di disagi psichici ai quali si risponde con interventi non sempre adeguati alla richiesta. Talvolta è difficile riuscire ad analizzare la domanda e comprendere come dietro la presentazione di un dolore fisico spesso ci sia una modalità culturale di esprimere un disagio psichico. Infatti, noi siamo abituati ad una concezione del corpo diviso dalla psiche. La nostra cultura è basata sulla separazione: inizio o fine, vita o morte, mente o corpo… È abbastanza difficile infatti passare dal “o/o“ (di tipo lineare) al “e/e” (di tipo circolare) come ci insegna Culiano1nel suo testo sui “dualismi occidentali“ e cogliere le relazioni, il “fra”, l’unità, non la divisione. Quest’ultima crea difficoltà nel passare da una dimensione individuale a quella di gruppo nell’ambito terapeutico. Qui viene descritta succintamente l’esperienza comune a utenti italiani e stranieri nel ‘ambito di un servizio pubblico di Salute Mentale. L’idea di un gruppo che cura è nata per offrire un luogo dove poter finalmente raccontare la propria sofferenza, ricomporre “pezzi” di storia “vissuti in maniera drammatica, senza il tempo di poterli ricomporre. Perché il gruppo transculturale? Primo perché “la dimensione gruppo” è molto frequente in diverse culture in cui l’individuo non è considerato se non per sua appartenenza al gruppo, tanto che si parla addirittura di io gruppale per connotarne la sua identità. Inoltre rappresenta una possibilità di essere ascoltati – finalmente – dopo esperienze di violenza e fuga che hanno consentito solo ”tempi traumatici“: il luogo di incontro diventa un modo per condividere il proprio vissuto con tempi diversi in cui “gli altri” sono un’occasione di confronto per scoprire somiglianze e differenze con la propria sofferenza psichica. In tal senso si crea un gruppo con storia composto all’inizio da persone sconosciute e per certi versi non riconosciute fino ad allora, e che in seguito possono riprendere i fili del loro percorso contribuendo col proprio racconto “alla storia di gruppo”. Abbiamo definito questo gruppo trasculturale2 per delinearne il suo divenire, la sua processualista, il suo attraversamento fra culture di pari dignità, come un fiume – anzi meglio – come il corso di un fiume che procedendo nel suo percorso si arricchisce sempre di più con l’acqua dei vari affluenti . L’incontro di gruppo diventa luogo di ascolto, di cambiamento, di apprendimento, di deuteroappredimento (apprendere ad apprendere, G.Bateson ,1972)3, per tutti i partecipanti, operatori compresi. Gli incontri fra rappresentanti di differenti culture provenienti da varie parti del mondo e dal Sud d’Italia che sono migrati a Roma, hanno permesso la costruzione di realtà di cambiamento e nuove modalità relazionali, mediante un viaggio geografico-emotivo in cui tutti sono stati coinvolti (il gruppo è composto da utenti e operatori). Durante gli anni della sua esistenza tale lavoro ha suscitato alcune riflessioni, fra le quali la più frequente era questa: in che modo si conosce ciò che si crede di conoscere? Si è abituati a pensare che la realtà può essere “scoperta”. Al contrario, la realtà è un’interpretazione personale, un modo particolare di osservare e spiegare il mondo che viene costruito attraverso la comunicazione e l’esperienza. Applicando tale osservazione al gruppo si è potuto vedere che ogni partecipante credeva di dover scoprire l’altro per poi accorgersi che era frutto del modo con cui ci si era rapportati e di quale relazione si volesse instaurare secondo le proprie modalità culturali. Certamente la civiltà occidentale sembrerebbe più propensa in questo momento a chiudersi e difendersi più che a conoscere “l’ altro”! La rappresentazione fisica di tale visione era riconoscibile nel comportamento degli utenti italiani più restii agli “avvicinamenti” ed alla ”comunicazione non verbale”. Infine, il viaggio insieme diventa per il gruppo un momento di confronto vero e non “inventato”, un momento trasformativo, un’occasione per superare rispettive diffidenze e stereotipi. Una possibilità modo di esporre davanti a tutti il modo di come ognuno pensa di conoscere l’altro e allo stesso di conoscersi. -------------------------------------------------------------------------------- Alfredo Ancora, psichiatra e psicoterapeuta transculturale. -------------------------------------------------------------------------------- Note 1 Cfr Culiano J. P. I miti dei dualismi occidentali Jaka BooK Milano 2018 2 Cfr Ancora A. Il viaggio transculturale introduzione a F. Ortiz Contrappunto cubano del tabacco e dello zucchero, le origini del pensiero transculturale Borla editore Roma, 2025 3 Cfr Bateson G. Verso una ecologia della mente Adelphi Milano, 1972 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Psiche e migrazione: quando il gruppo cura (parte I) proviene da Comune-info.
Aventure
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Baobab experience -------------------------------------------------------------------------------- Migrante/immigrato è ormai una parola abusata nel linguaggio mainstream – sia quello accademico sia quello comune – ed è carica di controindicazioni: pietrifica una condizione, la rende eredità, attraverso un participio passato, o inchioda in un presente continuo che non lascia scampo al cambiamento, a risoggettivarsi sotto un’altra luce che non sia quella del movimento passato o del movimento perpetuo. Raramente abbiamo ascoltato la parola migrante/immigrato facendo ricerca fra coloro che provano ad attraversare il Mediterraneo centrale. I nostri interlocutori provenienti dall’Africa Occidentale e che abbiamo imparato a conoscere nelle loro peripezie fra Marocco, Algeria, Libia, Tunisia, ne privilegiano altre. Una fra tutte è aventure («avventura»), e il modo soggettivo di definirsi è quindi quello di aventurier. Con questo termine si allude a un campo di situazioni e significati che eccede il movimento in sé e mette in rilievo la dimensione del rischio, la sua assunzione volontaria, l’investimento personale, la gioia della scoperta e la trasformazione dello sguardo attraverso il viaggio e gli incontri, la costruzione di un sapere utile a destreggiarsi, l’aleatorietà e imprevedibilità delle situazioni. La parola aventure restituisce quindi, nei molti casi in cui viene citata, l’idea del movimento nello spazio come principale dinamica della mobilità esistenziale e sociale, principale concreto strumento di sottrazione all’inedia e allo sfruttamento, dimensione necessaria alla sopravvivenza ancor prima psichica e culturale che materiale per chi nasce e cresce in contesti dove la precarietà è tanta e il contesto aleatorio (in Africa come in tutto il mondo, verrebbe da dire). Ma in questo contesto la violenza è sempre dietro l’angolo (e maggiore è la necessità di nascondersi maggiore sarà la violenza derivante dalla non visibilità forzata), e diventa spesso violenza sessuale quando l’avventura è quella delle donne. Si tratta quindi di conservare tutta la portata semantica del termine avventura nel senso di «ingiunzione alla vita» (provare a vivere è un dovere), mettendo in secondo piano invece la dimensione romantica ed esotica che spesso viene evocata da questa parola, che in questo contesto non ha nulla della eccezionalità di eroismi individuali e si pone invece come epopea collettiva, come forza vitale dell’uomo e della donna comune davanti all’insufficiente e all’avverso. In tal senso altri sostantivi attraverso i quali le persone interdette al movimento identificano il proprio gruppo sociale (si veda Soldat) non sono (sol)tanto alternativi a quello di aventurier, quanto piuttosto integrati a esso, come due facce della stessa medaglia. Da un lato l’aventurier cerca di aprirsi una via di vita, cerca di darsi una vita altrimenti impossibile in contesti di origine fortissimamente disuguali, dall’altro il soldat è la figura di una base piramidale in cui il singolo aventurier vale poco o niente se non si unisce ad altri, non potrà sopravvivere se non ubbidisce, sa di avere poche speranze di riuscita. Se boza si riferisce all’atto di sfidare la frontiera, di tirare i dadi in una partita che si vince o si perde (si veda Boza), l’aventure inizia quando si lascia casa e ci si mette in una situazione di ricerca, senza una destinazione fissa, predeterminata. Il termine opera come un fattore distintivo che rimanda a due elementi: la dimensione generazionale, perché la popolazione degli aventuriers è composta nella stragrande maggioranza da persone giovani dotate di una cospicua dotazione di capitale corporeo (forza fisica, resistenza, agilità, ecc.); e la classe sociale di appartenenza. Così da un lato troviamo gli aventuriers (a volte anche designati come «quelli del deserto»), dall’altro gli studenti, quelli che si muovono con i visti e gli aerei. Una composizione sociale che ci permette di capire come le condizioni di mobility injustice configurino percorsi geografici e condizioni sociali di movimento radicalmente differenti già a partire dal paese di origine. Questa distinzione, se riafferma a volte un orgoglio subalterno, dall’altro offusca gli spazi di scambio e solidarietà che si danno in un contesto come quello tunisino in cui il razzismo di stato contro la popolazione black (si veda Black) non fa molti sconti in relazione ai documenti che si hanno in tasca. Sono tutti «oro nero» e in quanto tali vittime di deportazioni e tratta di stato verso la Libia (si veda Or noir). Capita allora che gli studenti e i loro spazi quotidiani divengano a volte un rifugio provvisorio per i loro fratelli più poveri, mettendo a disposizione abitazioni e relazioni. Gli stessi studenti quando prendono il mare divengono aventuriers e bozayeurs (si veda Boza). Aventure infine è riaffermare una sete di conoscenza e una forza dello spirito che spinge soggetti subalterni e razzializzati in una sfida continua al fine di cambiare la propria vita e quella delle proprie famiglie. Il termine, diffuso lungo tutte le rotte terrestri e marine nel Maghreb e in Africa subsahariana, è stato registrato dalla letteratura socio-antropologica più attenta sin dai primi anni 2000. -------------------------------------------------------------------------------- Tratti dal libro Controdizionario del confine. Parole alla derive nel Mediterraneo centrale dell’Equipaggio della Tanimar (a cura di Filippo Torre, per Tami ed.). Il libro raccoglie 42 parole (tra cui black, cachette, boza, clandestino, fakop, soldat, tobà…) legate a chi cerca di attraversare il confine italo-tunisino, soprattutto persone dell’Africa francofona: sono termini spesso inventati, di un vocabolario precario e fluido ma straordinariamente vivo, che circolano nei campi informali e nei centri di accoglienza, parole che raccontano rapporti di potere, domini coloniali ma anche gesti ribelli di storpiatura, e ancora strategie di sopravvivenza e relazioni di solidarietà. È evidente: non si tratta solo di parole, “si tratta di vite – scrive nella prefazione Georges Kougang – che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle ascoltare”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Aventure proviene da Comune-info.
Abbiamo accettato di de-umanizzare l’altro
Nei due condomini di Lecce gestiti dal progetto SAI del Gus, daI 19 al 23 dicembre, non è mancata neanche quest’anno “L’ora del té con te”, un momento di condivisione e scambio di auguri tra i migranti, gli operatori, le operatrici e le persone che abitano nei condomini. Caffè, tè, cioccolata calda, dolcetti di pasta di mandorla: molto più di un “rito” di buon vicinato -------------------------------------------------------------------------------- C’è un punto, spesso invisibile, in cui una democrazia smette di essere tale e diventa una semplice amministratrice di corpi. È il punto in cui smettiamo di chiederci “è giusto?” e iniziamo a chiederci “funziona?”. Sulla gestione delle migrazioni, l’Europa ha superato questo confine da tempo, costruendo una macchina burocratica fatta per nascondere la verità ai nostri occhi. Un’inchiesta del quotidiano tedesco Neues Deutschland rivela che l’Italia, con finanziamenti della Commissione europea, starebbe realizzando un Centro di coordinamento di soccorso marittimo (RCC) anche nella Libia orientale, sotto il controllo del generale Haftar. Il progetto ricalca quello avviato a Tripoli nel 2017. Mediterranea Saving Humans denuncia come non si tratti di una struttura dedicata al salvataggio, ma di una sala operativa per coordinare le operazioni di intercettazione e cattura in mare delle persone in fuga da parte della cosiddetta Guardia costiera libica: il centro di Bengasi sarebbe una sala operativa destinata a coordinare le intercettazioni delle imbarcazioni di migranti da parte delle autorità libiche. Un sistema che negli anni ha già consentito il respingimento indiretto e il trasferimento forzato di decine di migliaia di persone verso la Libia, dove sono state rinchiuse in centri di detenzione segnati da violenze sistematiche, torture e abusi documentati da Nazioni Unite e organizzazioni indipendenti. Secondo il diritto internazionale, i paesi europei non possono riportare indietro nessuno verso la Libia, perché paese non sicuro. Per aggirare questo ostacolo, l’Italia e l’UE hanno creato una scappatoia: finanziano, addestrano e forniscono radar alle autorità libiche affinché siano loro a intercettare e riportare indietro i migranti. Tecnicamente si chiama pull-back. È un gioco di prestigio morale: noi diamo gli occhi (i radar) e i soldi (milioni di euro), ma sono le mani libiche a compiere l’orrore. Il successo elettorale di queste politiche crudeli svela una verità amara: abbiamo accettato di de-umanizzare l’altro per sentirci, illusoriamente, più sicuri. Ma questa sicurezza è tossica. Nel momento in cui permettiamo che un radar a Tobruk decida della vita e della morte di un uomo senza volto, stiamo distruggendo anche il nostro spazio di diritto. Non è solo il migrante a perdere la dignità; siamo noi a perdere la capacità di riconoscerla, diventando complici di un sistema che usa la paura per nascondere l’ingiustizia sociale che colpisce tutti, italiani compresi. La filosofia di Judith Butler ci mette davanti allo specchio. Lei parla di “vite degne di lutto”. Perché ci indigniamo per le vittime di una guerra e restiamo gelidi davanti a un naufragio o a un centro di tortura libico? Perché abbiamo imparato a non vedere il volto del migrante. Lo abbiamo trasformato in un numero, in un “carico”, in un segnale su un radar. Butler ci avverte: se decidiamo che alcune vite non sono “abbastanza umane” da essere piante, stiamo distruggendo la nostra stessa umanità. La nostra ipocrisia sta nel piangere a comando solo quando la vittima ci somiglia o quando il colpevole è un nemico lontano. Nulla di tutto questo è inevitabile. La costruzione del centro di Bengasi è una scelta. L’indifferenza con cui la accogliamo è una scelta. Essere cittadini consapevoli significa rifiutare l’idea che la nostra sicurezza debba essere costruita sulla negazione della dignità altrui. Non si tratta di essere idealisti, ma di essere onesti: se accettiamo che il diritto sia un lusso per pochi, quel diritto smette di esistere per tutti. La domanda che dobbiamo farci, allora, non è più “come fermiamo i migranti?”, ma “cosa stiamo diventando noi?”. Perché l’Europa non perde la sua anima in un colpo solo; la perde un radar alla volta, un finanziamento alla volta, un silenzio alla volta. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Abbiamo accettato di de-umanizzare l’altro proviene da Comune-info.
Sulla guerra ai migranti
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- È inutile girarci attorno. L’affermazione delle destre sovraniste autoritarie e razziste è ovunque riconducibile al rigetto dell’immigrazione: al rifiuto del profugo, del migrante, dello straniero povero, quello ricco è sempre bene accetto. Non alla dissoluzione delle sinistre, quanto a una percezione diffusa che con la crisi climatica – anche per chi la nega, pur sapendo che c’è – su questa Terra non ci sia più posto per tutti e che il posto che si ha vada difeso comunque (di migliorarlo non parla più nessuno). Per questo l’allarme per “l’inverno demografico” nei “paesi sviluppati” è razzismo: si vorrebbe evitare, senza peraltro riuscirci, che il deficit di nascite venga colmato da nuovi arrivati di altro colore, di altre religioni, di altre “culture”; a costo di diventare una popolazione decrepita, non solo senza soldi per le pensioni e senza braccia per i lavori pesanti, ma anche senza aspettative, senza creatività, senza gioia, senza speranza. La ricetta delle destre è semplice: respingiamoli tutti, in tutti i modi; rimandiamoli da dove sono venuti. Che queste soluzioni non funzionino non importa; vuol dire che bisogna rafforzarle, che ce ne vogliono di più… Così si trasforma una moltitudine in cerca di un lavoro, un salario e un tetto in una torma di sbandati che alimentano quel senso di insicurezza di cui si nutrono le destre. D’altronde le fu-sinistre non hanno idee diverse: copiano le destre cercando di non darlo a vedere; o di precederle, come ha fatto Minniti. Ma è una competizione persa in partenza e priva di prospettive, se non il sacrificio di tutto ciò che è connesso a una vera alternativa anche nel campo dei redditi, del welfare, dei diritti, del benessere di tutti. Il problema delle migrazioni non è uno “specchietto per le allodole”, ma una tragedia planetaria – soprattutto per coloro che sono costretti a migrare – legata ad altri due processi: la moltiplicazione delle guerre e la crisi climatica e ambientale che ne è spesso all’origine. In pochi decenni inondazioni, siccità, desertificazione, uragani, incendi e soprattutto l’innalzamento dei mari (i ghiacci persi non si ricostituiranno per migliaia e migliaia di anni) cacceranno dal loro habitat centinaia di milioni di esseri umani (ma diversi studiosi parlano di miliardi entro la fine del secolo). Europa e Stati Uniti non ne saranno indenni, ma il grosso dei flussi avrà origine in paesi lontani e investiranno innanzitutto quelli più vicini o che si troveranno lungo le rotte di quegli esodi. Ma poi? Le pressioni verso paesi più “ricchi”, meno popolati e più vecchi, aumenteranno in modo esponenziale. Certo, i loro governi si adopereranno per fermarle, come già fanno ora. Ma a che prezzo? Moltiplicando in mare, nei deserti, nelle prigioni dei paesi di transito, o direttamente, lo sterminio di quelle genti in cammino. Con le armi di cui si stanno dotando in misura spropositata: aerei, razzi, cannoni, bombe, droni, ma soprattutto apparati di sorveglianza e di comando da remoto dei “sistemi d’arma”. L’Ucraina è stato un laboratorio per la guerra dei droni; Gaza per la distruzione sistematica di un territorio e di un popolo. Ma quel compito verrà affidato sempre più spesso ai governi dei paesi di transito, resi per questo sempre più instabili ed esposti a bande e milizie capaci di tenere in scacco anche gli Stati che pretendono di controllarli. Poi ci sarà da “fare i conti” anche con i milioni di immigrati, recenti e no, già presenti in Europa e negli Stati uniti che in quel contesto si riconosceranno sempre meno nel paese che abitano e sempre più nelle popolazioni perseguitate dei loro paesi di origine. Che cosa ciò comporterà in termini di “guerra interna” ce lo mostra la caccia al migrante scatenata da Trump… Neanche per i “nativi” di Europa e Stati uniti, però, la vita sarà facile: oggi si discetta su dilemmi come motore termico o auto elettrica, come se la vita potesse continuare a scorrere (per coloro a cui “scorre”) come sempre anche in condizioni di belligeranza permanente sia contro “l’invasore” che all’interno. Ma le restrizioni saranno enormi e in continua crescita. Ovviamente non per tutti; solo per i più. E la cappa del potere sarà sempre più opprimente. La ricerca di un’alternativa a questa prospettiva dovrebbe impegnare tutti coloro che vedono nel rapporto con i migranti la faglia di uno scontro di civiltà, il passaggio stretto di un cambiamento radicale degli assetti sociali, la possibilità di una convivenza e una cooperazione tra diversi al posto della competizione e delle gerarchie tra diseguali. Le rivendicazioni basilari delle classi oppresse “autoctone” potranno affermarsi solo coinvolgendo, su un piede di parità, anche tutti i vecchi e nuovi arrivati. È con loro che si potrà portare a buon fine interventi, lavori e opere per prevenire o rimediare ai disastri della crisi climatica e delle guerre: sia qui che nei loro paesi di provenienza, grazie ai contatti che essi mantengono con le loro comunità di origine. È per raggiungere l’Europa, e non per restare impigliati ai suoi confini, in Italia o in Grecia, che in tanti affrontano i pericoli e i lutti di quei viaggi; ed è su questa loro “fame di Europa”, e non sul mercato unico, sull’euro, su un esercito condiviso o sulla guerra – che essi detestano come può fare solo chi vi è sfuggito – che si può ricostituire l’unità del continente. Il tema è centrale: rifondare l’Europa insieme ai profughi e ai migranti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sulla guerra ai migranti proviene da Comune-info.
Almeno potranno seppellirci
-------------------------------------------------------------------------------- I grandi investimenti del governo sulla Difesa e l’industria militare, il business dell’intelligenza artificiale, le infinite feste per i Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026. Eppure c’è chi nelle città del ricco nord muore d’abbandono, freddo, stenti: Hishen, Shirzai, Nabi e Muhammad sono giovani migranti morti in questi giorni di dicembre in Friuli Venezia Giulia. Moltissimi altri in questo momento sono ammalati con bronchiti e broncopolmoniti e vivono abbandonati in strada tra i topi, ad esempio a Trieste. Secondo le classifiche del Sole 24 ore, tra le oltre cento province, Trieste è al 17esimo posto per la qualità della vita. Siamo di fronte a una violenza razziale capillare, dice l’associazione Linea d’ombra di Trieste, per cui il disagio estremo e anche la morte in mare e in terra dei migranti non vale niente. Tutto questo accade ogni giorno in silenzio fra le luminarie natalizie. Non chiamatelo incidente. Non chiamatela emergenza. Racconta Lorena Fornasir di Linea d’ombra: “La ferita è profonda, sussurra un rumore cupo mentre scava, corrode, deturpa la solidarietà umana. Il veleno scorre sottile, si nasconde nei dettagli lasciando nell’indifferenza questi corpi d’inciampo, buoni solo da usare e sgomberare”. L’altro giorno Lorena ha ricevuto questa richiesta di aiuto: “Lorena, arriviamo ogni giorno in Questura a Gorizia. È successo ieri alle 9. Stiamo viaggiando molto e stiamo soffrendo molto. Non riceviamo alcun riparo. Non possiamo stare fuori in questo momento perché fa molto freddo e, inoltre, non abbiamo soldi. Oggi un nostro fratello che vaga da tre mesi per fare domanda, si è sentito male ed è caduto a terra. Sta molto male. In seguito è stato ricoverato in ospedale. Molti si ammalano ogni giorno. Per favore organizza un campo per noi, altrimenti organizza di mandarci in Bangladesh, non possiamo più sopportare questo dolore. Anche se rischiamo di morire, andremo comunque in Bangladesh perché, se dovessimo morire, i nostri genitori bengalesi almeno potranno seppellirci. È meglio morire in Bangladesh che morire senza speranza in questo Paese….”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Almeno potranno seppellirci proviene da Comune-info.
Il mondo di Castel Volturno
-------------------------------------------------------------------------------- Un laboratorio presso la Casa del bambino, “centro educativo che costruisce la comunità nel territorio”, promosso dall’associazione Black&White dei missionari a Castel Volturno -------------------------------------------------------------------------------- Il treno regionale con provenienza Napoli Centrale e diretto a Roma Termini arriva puntuale nella stazione di Villa Literno. Non ricordavo che, il 25 agosto del 1989, in questa cittadina fu ucciso Jerry Essan Masslo, richiedente asilo e raccoglitore di pomodori. La sera prima Jerry, fuggito dall’aparteid in Sudafrica, dormiva con altri 28 migranti in un capannone. Aveva denunciato le condizioni di sfruttamento di cui erano oggetto i lavoratori migranti della zona. Un gruppo di quattro persone, coi volti coperti, fece irruzione con armi e spranghe esigendo i salari che erano stati distribuiti. Il rifiuto di sottostare alla domanda gli costò la vita. Poco dopo l’assassinio ebbe luogo a Roma la prima grande manifestazione antirazzista in Italia con la partecipazione di circa 200 mila persone. Per Jerry furono tributati i funerali di Stato perché più volte era stato uccisa la sua dignità. A Roma Termini si annuncia invece che il treno Intercity con destinazione Torino Porta Nuova arriverà in ritardo. A Castel Volturno, ospite per qualche giorno dei compagni di viaggio missionari comboniani, fu il 18 settembre del 2008 che vennero attaccati e uccisi sei migranti e ferito gravemente un settimo. Tutti di origine dell’Africa subsahariana e in particolare del Ghana, componevano la ricca varietà di migranti che caratterizza a tutt’oggi il paesaggio del tutto particolare di Castel Volturno. Il giorno dopo il massacro circa duecento migranti organizzano un corteo di solidarietà e bloccano per alcune ore la via Domiziana. Le indagini, facilitate dalla testimonianza dell’unico superstite, condussero all’arresto, al processo e, per la prima volta nel Paese, ad una condanna definitiva per una strage di camorra che riconosce l’aggravante di razzismo. Nel luogo stesso della sparatoria si trova come monumento due semplici ferri intrecciati a simbolo delle storie migranti che si “incrociano” ancora oggi. Sono otto le zone nelle quali è stato suddiviso Castel Volturno e colpisce, allo sguardo del viaggiatore di pochi giorni, la straordinaria differenza tra di esse. La parte turistica, abbiente e caratterizzata da molto cemento in poco spazio a quelle dove il degrado ambientale facilita anche quello umano. Centinaia di case abbandonate, fatiscenti, vuote o abitate, saltuariamente o con regolarità, da migranti, richiedenti asilo o stranieri senza un’identità affermata. Alcune case sono chiamate connection houses e diventano luoghi di incontro, scambio, convivialità e piacere prezzolato per chi cerca di ricostruire il pezzo d’Africa abbandonato per cercare fortuna altrove. C’è la violenza dello sfruttamento, l’economia sommersa del lavoro sottopagato e la mano non troppo invisibile della camorra. In alcune strade di periferia si possono osservare signore offerte come mercanzia per clienti occasionali. Il treno è annunciato in crescente ritardo. Non ricordavo affatto che la grande Miriam Makeba, militante e cantante originaria del Suadafrica era morta proprio a Castel Volturno. Ormai provata da un salute malferma si dedicò a un giro mondiale di addio allo spettacolo, cantando in tutti i Paesi che aveva visitato nella sua lunga carriera. Makeba morì la notte del 9 novembre del 2008, lo stesso anno e luogo dove erano stati uccisi i migranti di cui sopra. Fu a causa di una crisi cardiaca presso la clinica Pineta Grande di Castel Volturno durante il concerto che aveva confermato malgrado i forti dolori al petto che l’avevano accompagnata. Nel luogo del decesso è stata posta una targa metallica col suo nome e il titolo col quale era conosciuta e amata. Mama Africa e Miraiam Makeba si confondono nello stesso volto con la forma dell’Africa che arriva per tentare di liberare il continente che l’ha resa schiava. Intanto si informano i signori viaggiatori che l’Intercity arriverà in ritardo a destinazione. -------------------------------------------------------------------------------- [Articolo pubblicato su I blog del Fatto Quotidiano, qui con l’autorizzazione dell’autore] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mondo di Castel Volturno proviene da Comune-info.
Incendi in Porto Vecchio
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Nell’ultima settimana, a Trieste, si sono verificati diversi incendi all’interno dell’area di Porto Vecchio. Alcune testate locali hanno attribuito l’origine dei roghi a fuochi “di fortuna” accesi da persone migranti per riscaldarsi. Le informazioni raccolte sul posto e le testimonianze di chi vive negli edifici indicano, però, una dinamica differente: come appare dalle evidenze raccolte finora, diversi episodi presentano caratteristiche compatibili con l’ipotesi di incendi dolosi, appiccati con l’intento di danneggiare chi, a causa delle inadempienze istituzionali, è costretto a dormire nei magazzini dismessi dell’area portuale. Gli incendi riportati dalla stampa risalgono al 10 e al 13 novembre. Ma chi abita nell’edificio segnala almeno cinque episodi nell’arco dell’ultima settimana: uno sotto la pensilina del varco automobilistico; due davanti agli ingressi al piano terra, in punti non utilizzati da chi vive stabilmente nell’edificio; uno al quarto piano, in una stanza dove trovavano riparo alcune persone (qui sono bruciati indumenti, sacchi a pelo e scarpe, senza alcuna traccia di un fuoco improvvisato per cucinare o scaldarsi…); un ultimo episodio sul retro del magazzino 2A, dove qualcuno avrebbe tentato di incendiare materiale da costruzione, in particolare tubi in plastica corrugata. Quest’ultimo tentativo è stato bloccato da due persone afghane, che raccontano di aver messo in fuga due individui le cui intenzioni non parevano né la solidarietà, né la ricerca di un riparo. Nella sola notte tra 15 e 16 novembre sono stati segnalati altri tre tentativi di incendio, avvenuti intorno alle 20, all’1 e alle 3 del mattino. Chi dorme stabilmente nell’edificio riferisce di aver allontanato anche in questa occasione persone estranee che, aggirandosi nei magazzini, erano arrivate fino all’ultimo piano e cercando di appiccare fuochi all’interno di stanze vuote. Diversi elementi rendono fragile la ricostruzione del “fuoco accidentale”: in almeno due occasioni il fuoco è stato acceso al piano terra dei magazzini, in luoghi dove le persone migranti non dormono. Le temperature attuali sono ancora miti e non richiedono l’accensione di fuochi per scaldarsi. Lo scorso inverno si è verificato un solo incendio nei magazzini, mentre ora gli episodi registrati sono cinque in una sola settimana. A questo si aggiungono le testimonianze raccolte, che raccontano di alcune presenze sospette nelle ore in cui sono divampati gli incendi. I vigili del fuoco sono intervenuti due volte insieme a personale dell’Arma, senza che venissero raccolte dichiarazioni da chi vive nelle strutture coinvolte. Nel frattempo le persone costrette a dormire nei magazzini del Porto Vecchio hanno iniziato turni di sorveglianza notturna, affiancate da cittadine e cittadini solidali, che si sono organizzati per mantenere una presenza attiva nella zona al fine di scoraggiare altri possibili incendi dolosi. Alla luce della natura ripetuta e delle modalità degli episodi, le associazioni Volontariɜ e attivistɜ solidali, ICS/Ufficio Rifugiati Onlus, Linea d’Ombra Odv, No Name Kitchen, scrivono in un messaggio diffuso in rete, “ritengono necessario accertare con urgenza se si tratti di incendi dolosi e, in tal caso, se possano essere prefigurati i reati di danneggiamento, incendio doloso nonché tentate lesioni o tentato omicidio, dal momento che la gravità dell’incendio ha – in almeno un caso – messo in pericolo l’incolumità e la vita delle persone che trovavano rifugio all’interno dei magazzini. Appare infatti plausibile l’azione di individui che mirano a fomentare allarme sociale, alimentando narrazioni che criminalizzano le persone migranti…”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Incendi in Porto Vecchio proviene da Comune-info.
Insieme alle arance torna il Rosarnofilmfest
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Una delle sedi per gli eventi del Rosarnofilmfest Fuori dal Ghetto è un luogo conosciuto soprattutto per il progetto “Casa dignità” destinato ai lavoratori braccianti, strappati alla vergogna della tendopoli di San Ferdinando. Il progetto è stato replicato in Piemonte nel saluzzese a Revello. Si chiama Dambe So, ed è un luogo che garantisce un letto, un bagno, una cucina per chi lavora tutto il giorno. L’ostello è sostenuto da Mediterranean Hope e dalla Federazione Chiese Evangeliche. Il Rosarnofilmfestival Fuori dal Ghetto ha molti partner (14 associazioni, fra questi la redazione di Comune) ed è promosso da Rete Comunità Solidale e SoS Rosarno che proprio in queste settimane torna a raccogliere ordini di arance dai gas in tutta Italia e anche all’estero. La campagna delle arance solidali di Etika sostiene una filiera etica di produzione e acquisto, il lavoro regolare e giustamente retribuito, e il diritto all’abitare presso gli ostelli sociali Dambe So. La programmazione del Rosarnofilmfest è partita alta il 5 novembre con don Nandino Capovilla (coordinatore nazionale di Pax Chisti), parroco di Marghera, e la presentazione a Cinquefrondi del suo libro su Gaza. Nell’estate don Nandino era stato protagonista di un episodio a Tel Aviv, bloccato al suo arrivo all’aeroporto di Ben Gurion e trattenuto per sette ore lunedì 11 agosto e successivamente espulso “per motivi di sicurezza”. Don Nandino ha poi aperto la 82ª Mostra del Cinema di Venezia con un intervento sul disumano massacro in corso a Gaza. A Palmi nei giorni successivi due proiezioni di film: Berlinguer, la grande ambizione, e il docufilm Noi e la grande ambizione con la presenza di Andrea Segre. Il progetto “Valigia” presentato da Lorenzo Terranera illustratore e scenografo (suoi fondali appaiono in alcuni programmi televisivi come Di Martedì), ha permesso ai ragazzi di alcuni istituti scolastici di Palmi, Cinquefrondi, Rosarno di apprendere le tecniche della comunicazione. Venerdì 14 novembre è stata una giornata densa di appuntamenti, iniziata a Palmi al teatro Manfroce con lo spettacolo di Ture Magro “Malanova”: la storia di una ragazzina abusata per anni da persone vicine alla ‘ndrangheta, una violenza tenuta nascosta per anni. La capacità di Ture Magro ha ottenuto attenzione e un assoluto silenzio da parte di ragazzi provenienti da scuole, spesso difficili, della Piana di Gioia Tauro. Nel pomeriggio sempre in una scuola a Rosarno si è svolto il concorso corti, quest’anno con la collaborazione dell’Archivio Memorie e Migranti. La giuria, come al solito composta da studenti e da lavoratori braccianti che hanno lavorato insieme, ha deciso il vincitore. Una scelta particolare che caratterizza il festival sta nel premio, volutamente non in denaro ma in prodotti della terra. Dambè So è stato il luogo dove alla fine di una lunga giornata ha accolto musica e cena africana con il Madya Trio. Il Rosarnofilmfestival Fuori dal Ghetto proseguirà ancora con incontro con le scuole, seguito da Sciara Progetti un laboratorio attivo, usando dei visori, partecipativo condotto in classe da formatori specializzati sui temi del bullismo e violenza di genere. A fine mese un incontro con “Il Patto territoriale” un confronto promosso dalla Chiesa Evangelica Valdese Reggio Calabria. Agroecologia e abitare ecosociale come fattori di cambiamento. Sabato 6 dicembre la presentazione di alcuni libri Schiavi mai di Antonio Olivieri e Boris Pesce, Integrazione di Ibrahim Diabate e Insorge l’aurora sull’oblio della frontiera di Francesco Piobbichi. Nelle settimane successive inizierà un percorso “Terra-la musica come legame ecosociale”. Intrecci sonori l’armonia dei canti popolari calabresi con Valentino Santagati. www.rosarnofilmfesti.org sostenuto dall’8xmille Tavola Valdese. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Insieme alle arance torna il Rosarnofilmfest proviene da Comune-info.
Non permetteremo che il suo razzismo ci usi, signor Merz
Foto di Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- Le parole del cancelliere tedesco Friedrich Merz non sono una semplice scivolata lessicale: sono il segno di una deriva profonda. Quando un leader parla di “problemi nel paesaggio urbano” riferendosi alla presenza di migranti, trasforma la realtà umana in una questione estetica, come se la diversità fosse un difetto da correggere. È un linguaggio che spoglia le persone del volto, riducendole a elementi di disturbo da eliminare, e prepara culturalmente l’esclusione. Dietro la presunta “preoccupazione per la sicurezza” si nasconde la volontà di rafforzare l’idea che la purezza culturale coincida con la sicurezza sociale. Da tempo, il discorso politico europeo scivola su questo terreno. Ma ciò che rende ancora più inquietante l’intervento di Merz è l’allusione alle “giovani donne” che — secondo lui — capirebbero le sue parole perché “lo hanno vissuto sulla propria pelle”. Un riferimento opaco ma chiaro, un modo per evocare la paura della violenza sessuale associandola implicitamente alla presenza dei migranti. Qui il linguaggio si fa doppio strumento di dominio: razziale e patriarcale. Da un lato, il potere maschile che si appropria del corpo delle donne come argomento politico; dall’altro, l’uso del razzismo come forma di protezione apparente. È un vecchio schema: il patriarcato promette sicurezza alle donne solo se accettano di diventare parte della sua retorica della paura. In realtà, le mette contro altri vulnerabili e perpetua la logica del controllo. È una costruzione narrativa che affonda le radici nel razzismo coloniale e nel patriarcato: l’uomo bianco che protegge la donna bianca dal maschio straniero. Molte donne tedesche si sono ribellate a questo uso strumentale della loro esperienza. Sui social e sulla stampa sono circolate frasi nette: “Non nel mio nome”, hanno scritto giornaliste e cittadine. “Non permetteremo che la nostra paura venga usata contro qualcuno”. Alcune attiviste hanno denunciato la “pornografia della paura”, un meccanismo che spettacolarizza la violenza sulle donne per costruire consenso politico. Come ha scritto una commentatrice su Taz: “Quando un uomo al potere parla di noi per giustificare le sue politiche di respingimento, non ci sta difendendo, ci sta espropriando”. In queste voci si riconosce una coscienza lucida: la violenza non si combatte con altri confini, ma smontando le strutture che la rendono possibile, il patriarcato, la disuguaglianza, il linguaggio che separa. Perché i dati ci dicono che la violenza sulle donne avviene principalmente in contesti familiari e domestici, da parte di partner o ex partner. Non serve militarizzare i confini: serve affrontare la cultura del possesso, la precarietà economica che intrappola le donne, investire nell’educazione alle relazioni paritarie nelle scuole, finanziare adeguatamente i centri antiviolenza invece di lasciarli al volontariato precario. È paradossale: chi strumentalizza la paura delle donne per giustificare politiche di respingimento è spesso lo stesso che taglia i fondi ai consultori, si oppone all’educazione sessuale, blocca leggi sul congedo parentale paritario. Oggi la vera frontiera democratica passa dalle parole. Perché è dalle parole che inizia la disumanizzazione: prima si deforma il senso, poi si deforma la realtà. E ogni volta che un politico si appropria della paura per trarne potere, la democrazia perde un pezzo della sua voce. Ma ovunque ci sono pezzi importanti di società che resistono e si rendono visibili. Una petizione, firmata in poche ore da decine di migliaia di donne, si intitola: “Siamo noi le figlie, e non permetteremo che il suo razzismo ci usi, signor Merz”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non permetteremo che il suo razzismo ci usi, signor Merz proviene da Comune-info.
Normalizzare la violenza, la mobilità criminalizzata
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Non è casuale. La deportazione dei migranti, rifugiati e richiedenti asilo si è estesa alla stessa velocità della globalizzazione delle merci e dei capitali. In molti dei Paesi occidentali e, gradualmente anche nel Sud del mondo, i campi di raccolta, identificazione, transito ed espulsione si sono moltiplicati. Fare poi appello a Paesi terzi ritenuti “sicuri” in quanto a rispetto dei diritti umani è una pura finzione giuridica senza fondamento. Le violenze insite nelle sinistre operazioni citate, per la loro pervasività e soprattutto per le collusioni coi poteri politici, sono da tempo “normalizzata”. Non fanno notizia, non danno scandalo, non sono pietra di inciampo, non fanno vergognare, non destano reazioni notabili, non generano sconcerto e non lasciano, apparentemente, traccia. Non è casuale. La mobilità, per la sua intrinseca carica sovversiva, è stata “criminalizzata”. Rivendica un’insopprimibile scorta di futuro da inventare per società dove una delle caratteristiche fondanti è, appunto, il controllo dei cittadini. Diventa insopportabile, per il sistema che va per la maggiore, saltare gli schemi che hanno creato frontiere armate per fronteggiare l’arrivo dei “barbari”. Per i greci i barbari erano coloro le cui parole erano incomprensibili, forse non erano parole ma solo suoni selvaggi da cui distinguersi. La libertà di movimento e cioè la mobilità, seppur affermata al numero tredici delle Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, è notoriamente riservata solo ad una parte degli umani che popolano la terra. Non è casuale. Infatti, a ben vedere, il mondo si divide tra quelli che possono viaggiare e quelli che dovrebbero sottostare a residenza sorvegliata. Tutto dipende da dove e da chi si nasce, tutto lì. Il resto sono corollari che la natura stessa ha pensato bene di catalogare. Ci sono i viaggiatori onesti per lavoro, i turisti, i pellegrini e i popoli nomadi. Arrivano poi coloro che, viaggiando senza chiedere permesso alle frontiere sono definiti clandestini, illegali, irregolari e, senza alcun dubbio, criminali. Le persone che dovrebbero scomparire in silenzio dove il destino li ha posti, ribellandosi apertamente alla stanzialità, diventano dunque il bersaglio favorito dei poteri. Sono visti e considerati come una minaccia permanente al disordine stabilito. Non è casuale. E, di fatto, non c’è nulla di peggio, nella vita che abituarsi, normalizzare, “naturalizzare” l’esclusione sistematica di coloro che sono portatori di un nuovo soffio al presente. Assumere come tedioso fatto di cronica la sparizione di migliaia di cercatori di mondi nuovi non potrà che che incentivare una cultura votata alla morte. Sarebbe un errore credere di passare indenni la “banalizzazione” della violenza di cui i campi di detenzione e le frontiere armate sono espressione. Ogni società che usa la violenza come metodo per dirottare, frenare e, in ultimo, tradire la mobilità, smarrirà irrimediabilmente il senso della vita e la sterilità sarà la sua sorte. Solo se ci accorgeremo che le nostre vite sono appese le une alle altre potremo. forse, aiutarci a sognare un altro mondo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Normalizzare la violenza, la mobilità criminalizzata proviene da Comune-info.