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Proteggere Piazza Libertà
-------------------------------------------------------------------------------- Trieste, Piazza Libertà (foto Nika Viq) -------------------------------------------------------------------------------- Martedì 17 febbraio abbiamo appreso dal social Trieste Café l’intenzione del gruppo Forza Nuova di chiedere alla Questura di Trieste l’autorizzazione a una manifestazione in Piazza Libertà alle ore 19 del 20 marzo. La richiesta è stata accompagnata dalla divulgazione di un manifesto pieno di violenza razzista. Come tutti sanno in città proprio in quell’ora, in Piazza Libertà si trova regolarmente ogni giorno l’ODV Linea d’Ombra, insieme alla rete di “Fornelli resistenti”, i cui gruppi provengono da tutta Italia, ad altri gruppi di cittadini, scout, studenti e studentesse, universitari, per accogliere i migranti della Rotta balcanica che giungono spesso in condizioni di sofferenza anche grave. È fin troppo evidente l’intenzione provocatoria di quest’associazione politica di matrice fascista: trasformare un luogo divenuto ormai da anni un centro di incontro, accoglienza e solidarietà fra cittadini italiani ed europei e chi proviene lungo la Rotta balcanica da paesi tormentati da guerre, carestie, crisi ambientali e violenze di ogni genere, in un luogo di odio e di violenza. Linea d’Ombra, insieme ad altre associazioni e cittadini, ha avviato una raccolta di firme, che ha quasi raggiunto la quota di cinquemila (tra cui oltre cento realtà associative) per chiedere, a chi ne ha il compito istituzionale, di preservare Piazza Libertà come luogo di incontro e di amicizia fra popoli, di cui oggi c’è un disperato bisogno. -------------------------------------------------------------------------------- Lorena Fornasir (Presidente Linea d’Ombra ODV) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Proteggere Piazza Libertà proviene da Comune-info.
March 5, 2026
Comune-info
Chiudete il centro di Gjader, in Albania
-------------------------------------------------------------------------------- Foto TAI -------------------------------------------------------------------------------- Il 23 e 24 febbraio una delegazione del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI, insieme alla deputata Rachele Scarpa), ha effettuato un nuovo accesso al centro di Gjader. Quanto emerso accerta uno scenario grave e per molti versi paradossale: nonostante i due rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea – il secondo dei quali sulla firma del protocollo stesso – il governo non solo non sospende i trattenimenti, ma aumenta in modo significativo i trasferimenti forzati dai CPR italiani verso l’Albania. Nelle ultime due settimane si sono registrati due trasferimenti di circa 35 persone ciascuno. Oggi sono circa 90 le persone trattenute a Gjader: il numero più alto dall’apertura del centro, nell’ottobre 2024. Per dieci mesi i trasferimenti sono avvenuti con numeri molto più contenuti, in media circa dieci persone per volta, con una presenza complessiva intorno alle venti persone. Oggi si arriva a circa 90 presenze. I numeri segnalano un’accelerazione evidente e indicano la volontà del governo di normalizzare il funzionamento del centro, consolidandolo come parte strutturale del sistema di detenzione amministrativa, nonostante i rinvii pendenti alla CGUE. L’esercizio del diritto alla difesa è limitato dalla distanza geografica e il diritto alla salute compromesso, come emerge dal registro degli eventi critici e dal numero di persone che soffrono vulnerabilità psicofisiche e che nonostante ciò, vengono trasferite nel CPR. Dalle testimonianze raccolte emerge che i trasferimenti verso l’Albania avvengono, anche nell’ultimo periodo, con un uso generalizzato dei dispositivi di coercizione per l’intera durata del viaggio, senza una valutazione individuale sulla necessità e proporzionalità della misura. Le persone riferiscono di non aver ricevuto ordini formali di trasferimento ed è tanto più grave in considerazione del fatto che l’autorità giudiziaria ha già ritenuto illegittima la mancanza di un ordine formale di trasferimento. Ancora non sono noti i criteri in base ai quali vengono selezionate le persone. I profili sono estremamente eterogenei per storia personale, anzianità di presenza in Italia e nazionalità, elemento che rafforza l’opacità delle procedure adottate. L’arrivo massivo delle ultime settimane ha generato forte confusione e disorientamento tra le persone trattenute. Il dato è riscontrabile anche nell’aumento delle annotazioni riportate nel registro degli eventi critici, segnale di una tensione crescente all’interno della struttura. Finora, la maggior parte delle persone trasferite in Albania è stata poi riportata in Italia a seguito della presentazione di una domanda di asilo. Moltissime sono rientrate anche per la rivalutazione dell’idoneità al trattenimento per ragioni sanitarie. I rimpatri effettivamente eseguiti sono stati pochi e, in ogni caso, sempre successivi al ritorno delle persone in Italia, escluso il caso dei cinque cittadini egiziani rimpatriati direttamente via Tirana a maggio 2025. Dagli accessi agli atti risulta inoltre che, in tutti i casi in cui l’ente gestore ha convocato la Commissione per la valutazione delle vulnerabilità, le persone sono state trasferite in Italia in quanto riconosciute vulnerabili e inadatte al trattenimento. Segnale che, per moltissime persone, il trasferimento in Albania non doveva avere luogo proprio alla luce delle loro condizioni psicofisiche. Tra le persone trattenute vi è una persona che si trovava nel CPR di Bari e che è stato il primo soccorritore del 25enne Simo Said, deceduto il 12 febbraio all’interno del CPR pugliese. Questo ragazzo, che dovrebbe essere sentito dalle autorità nell’ambito dell’incidente probatorio sulla morte di Simo Said, è stato inspiegabilmente portato a Gjader, e, anche alla luce di quell’evento traumatico, presenta un grave stato di sofferenza psicologica e numerosi episodi di autolesionismo che non sembrano essere stati oggetto di una rivalutazione dell’idoneità alla permanenza in CPR. È trattenuta anche una persona proveniente dall’Iran, nonostante l’attuale clima politico del Paese renda di fatto impossibile il rimpatrio. Colpisce inoltre la presenza di moltissime persone che avevano un lavoro regolare in Italia, lo hanno perso e, a seguito di ciò, hanno perso anche il permesso di soggiorno: persone inserite nel tessuto sociale e lavorativo, poi trasferite coattivamente in Albania. Emerge poi un elemento che rende il meccanismo ancora più grave: almeno due delle persone incontrate erano già state trattenute a Gjader, poi riportate in Italia e ora nuovamente trasferite in Albania. Un rimbalzo forzato che evidenzia la natura profondamente lesiva e propagandistica di questo sistema. Per la prima volta è stato utilizzato il carcere presente nella struttura di Gjader, per la detenzione di una persona accusata di aver commesso un reato mentre si trovava nel CPR. Il giorno successivo la persona è stata trasferita in Italia. L’incremento dei trasferimenti e l’ampliamento delle presenze segnano un passaggio di estrema gravità: il cosiddetto “modello Albania” si colloca fuori dal perimetro giuridico europeo di riferimento e il protocollo non è compatibile neanche con le disposizioni contenute nei regolamenti connessi al Patto europeo su migrazione e asilo. I costi umani ed economici dell’esperimento albanese continuano a salire davanti all’ostinazione del governo. Quando saranno i tribunali a prendere atto dell’incompatibilità, i giudici saranno di nuovo incolpati del mancato funzionamento del centro? Il Tavolo Asilo e Immigrazione e l’on. Rachele Scarpa chiedono al governo la sospensione immediata di tutti i trasferimenti verso il CPR di Gjader e la chiusura del centro, struttura che continua a operare fuori dal perimetro del diritto, in un quadro di radicale contrasto con i principi fondamentali. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Chiudete il centro di Gjader, in Albania proviene da Comune-info.
March 2, 2026
Comune-info
Il cellulare era un dettaglio
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Il 19 febbraio abbiamo raccontato la vicenda di John segnalata di un progetto di accoglienza diffusa in Salento. Non avendo ancora documenti per una SIM e nessun euro, John non poteva telefonare ai suoi familiari in Ghana per un cellulare (leggi Lo zainetto di John). Prima gli altri ospiti del SAI (il progetto del Sistema di Accoglienza e Integrazione) gli hanno prestato i loro telefoni poi è partito un passaparola locale e via web attraverso l’ong Gus che gestisce il SAI per cercare un telefonino da donare. «Siamo stati travolti da messaggi, parole gentili e da una vicinanza che, lo confessiamo, non ci aspettavamo così intensa... – dice Paola Medici – Ne avevamo bisogno per ricordarci che non siamo soli… La richiesta di un cellulare per John non voleva essere il focus del messaggio. Era un dettaglio, quasi marginale, dentro una storia molto più grande. E invece è successo qualcosa di bellissimo: siamo stati sommersi da telefoni, disponibilità, offerte sincere di aiuto. Un’ondata di generosità che ci ha emozionati più di quanto riusciamo a dire… Ne abbiamo accettato uno. Ce lo ha donato una cara amica. Era di sua madre che, ci ha detto, “avrebbe voluto così”…». Il Gus –  info@gus-italia.org – ha anche deciso chei numerosi telefoni proposti non andranno persi: saranno raccolti per essere donati a nelle prossime settimane chi ne avrà bisogno. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il cellulare era un dettaglio proviene da Comune-info.
March 2, 2026
Comune-info
C’è chi di fatto impedisce di chiedere asilo
Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Suo fratello è stato ucciso dalla Guardia Costiera tunisina, nello speronamento del barcone. Lui è stato venduto al lager di Al-assah. Dopo diversi tentativi di suicidio, riusciamo a fare evacuare R. con un corridoio umanitario, ma la Questura di Roma gli impedisce di presentare domanda d’asilo. Sveglia all’alba per mettersi in fila all’Ufficio immigrazione, ma una volta dentro, viene invitato ad andarsene. “C’è carenza di personale, deve andare via”. Questo prima. “Il suo appuntamento non risulta”. Questo dopo. L’attivista di Baobab mostra il foglio della Questura di Roma con la convocazione di R. Il personale dice di aspettare. Passa un’ora. Passano due ore. Passano tre ore. L’attivista di Baobab ferma una mediatrice di passaggio che sbuffando prende il foglio dell’appuntamento di R. e scompare per altre due ore. Quando scende un altro mediatore urlando il nome di R., l’attivista è al telefono con un’avvocata di Baobab. Il mediatore spagnolo mette in mano a R. – che parla arabo – una penna e gli dice di firmare. R. firma inconsapevolmente un nuovo appuntamento per tre mesi dopo. L’attivista chiede di visionare il foglio firmato da R. e gli operatori minacciano di chiamare la polizia, rimproverando R. – che nel frattempo inizia a sentirsi male – di immaturità. R. strappa il foglio dell’appuntamento e chiede di tornare a casa: non sta bene. Si rifugia in un angolo e si addormenta a terra, stanco, provato. Nulla valgono le considerazioni dell’attivista sulle fragilità documentate del ragazzo e sul trattamento degradante al quale veniva sottoposto da ore. Alla fine R. se ne va, di nuovo sconfitto, senza rispondere più al telefono. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo C’è chi di fatto impedisce di chiedere asilo proviene da Comune-info.
March 2, 2026
Comune-info
Il punto di approdo di chi resta fuori
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Per il tredicesimo anno consecutivo, Medici per i Diritti Umani (MEDU) – come racconta nel rapporto “Gli insediamenti dell’esclusione” – è intervenuta nella Piana di Gioia Tauro, garantendo nei mesi di gennaio e febbraio 2026 supporto socio-legale e orientamento sanitario ai braccianti che vivono nel campo container di Contrada Russo e nella Tendopoli di San Ferdinando. Sono state prese in carico 40 persone regolarmente soggiornanti, provenienti da diversi Paesi dell’Africa occidentale. Il 70% vive stabilmente in Italia da oltre tre anni e si sposta stagionalmente seguendo i cicli agricoli. Trenta erano già state supportate negli anni precedenti: un dato che conferma la cronicizzazione della marginalità abitativa e lavorativa. La paga media dichiarata è di circa 50 euro al giorno. Si registra un maggiore ricorso a contratti formali, ma restano diffusi contratti brevi e giornate non registrate. Le giornate in busta paga (12–20 al mese) raramente coincidono con quelle effettivamente lavorate. La stagione agrumicola è stata inoltre più breve e meno favorevole, anche a causa della ridotta resa produttiva legata alla siccità dell’anno precedente. La Tendopoli ha ospitato quest’anno in media circa 500 persone, mentre in passato è arrivata a ospitarne fino a 1.200. Una soluzione nata come temporanea è divenuta uno spazio di marginalità permanente. Servizi igienici deteriorati, assenza di illuminazione, accumulo e combustione di rifiuti, tende usurate e mancanza di misure di sicurezza rendono le condizioni di vita gravemente inadeguate. Nella giornata di martedì ancora un campanello di allarme: un incendio ha coinvolto due tende e si è reso necessario il trasporto in ospedale di un giovane residente. Negli anni scorsi, roghi analoghi hanno già provocato vittime all’interno dell’insediamento. Non si tratta di fatalità, ma dell’esito prevedibile di condizioni strutturalmente insicure. Si registra inoltre un aumento della presenza di persone con dipendenze, di cittadini stranieri con disagio psichico e di lavoratori segnati dal fallimento del Decreto Flussi: persone entrate regolarmente in Italia ma rimaste escluse dalla procedura di assunzione e dalla regolarizzazione, precipitate in una condizione di invisibilità istituzionale. Gli insediamenti della Piana non sono soltanto spazi di precarietà abitativa: rappresentano il punto di approdo di chi resta fuori dai meccanismi formali di accesso ai diritti. MEDU torna a chiedere alle istituzioni interventi essenziali e non più rinviabili: il superamento dell’approccio emergenziale con un piano strutturale di accoglienza diffusa; la garanzia effettiva dell’accesso a residenza, codice fiscale e assistenza sanitaria; controlli efficaci lungo tutta la filiera agricola; una revisione profonda del Decreto Flussi per evitare che produca nuova esclusione. Finché la risposta resterà temporanea, la marginalità continuerà a riprodursi, lasciando centinaia di lavoratori intrappolati tra precarietà abitativa e ricattabilità lavorativa. -------------------------------------------------------------------------------- Leggi il rapporto completo “Gli insediamenti dell’esclusione” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il punto di approdo di chi resta fuori proviene da Comune-info.
March 1, 2026
Comune-info
Con lo sguardo di un colonizzato
VIVERE PER MOLTI ANNI IN DIVERSI PAESI DELL’AFRICA OCCIDENTALE, SOPRATTUTTO IN NIGER, COSTRINGE E CAMBIARE SGUARDO SUL MONDO E SUI PROCESSI MIGRATORI. DI CERTO, SCRIVE MAURO ARMANINO, OGGI SEMBRA DEL TUTTO IRRILEVANTE, AI CAPI DI STATO AFRICANI RECENTEMENTE RIUNITI AD ADDIS ABEBA PER L’ASSEMBLEA DEI CAPI DI STATO E DI GOVERNO DELL’UNIONE AFRICANA, CHE MIGLIAIA DI GIOVANI, DONNE E BAMBINI CONTINUINO A VOLER FUGGIRE DAL CONTINENTE AFRICANO. “LO AMMETTO. SONO STATO COLONIZZATO, FORSE NON ABBASTANZA, DALL’AFRICA OCCIDENTALE E IN PARTICOLARE DAL SAHEL…. CHE I POVERI PRENDANO LA PAROLA E DANZINO L’AVVENUTA LIBERAZIONE DA OGNI PAURA…” unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Lo ammetto. Sono stato colonizzato, forse non abbastanza, dall’Africa Occidentale e in particolare dal Sahel. Fin dal mio primo soggiorno in Costa d’Avorio per un paio d’anni come inesperto insegnante di muratura in un centro professionale. Assieme a un amico avevamo scelto il volontariato internazionale sostitutivo del servizio militare. Correva la fine degli anni Settanta, ruggenti, così saranno in seguito definiti. Da allora l’Africa occidentale non mi avrebbe più abbandonato se si eccettua uno splendido transito di tre anni a Cordoba, in Argentina. Anche in quel Paese si trattava di intercettare i fragili sentieri e le parole che parlavano di lotte per la dignità nelle periferie povere della città. Nel frattempo, licenziatomi dalla fabbrica dove avevo ripreso il lavoro, ero tornato in Costa d’Avorio. Stavolta come missionario di “professione”, e cioè come religioso per l’accompagnamento dei giovani studenti fino all’inizio degli anni Novanta. Fu poi la volta della Liberia che chiudeva, durante il mio soggiorno, una lunga guerra (in)civile nel 2007. Al ritorno, dopo la pace, ho transitato uno splendido centro storico nella città di Genova. In carcere ma soprattutto sulle strade ho avuto modo di incontrare volti africani nel mio Paese di origine. Arrivò in seguito il Niger, nel Sahel, per quattordici anni, come testimone privilegiato della drammatica ed esaltante realtà dei migranti. Ed è stato durante quest’ultimo soggiorno, tra sabbia, vento, tempesta e soprattutto polvere che il processo di “colonizzazione africana” si è in qualche modo approfondita, perfezionata e realizzata. Certo l’operazione non si è ancora totalmente compiuta. D’altronde un proverbio più volte ascoltato in quella porzione d’Africa l’affermava con chiarezza “anche se resta a lungo nello stagno il legno non diventerà mai un coccodrillo”. Viene solo ricordato agli incauti ospiti che l’appartenenza a una cultura diversa della propria sarà sempre parziale e precaria. La consapevolezza di questa intrinseca fragilità rende il processo di colonizzazione dell’ospite un cantiere permanente. Ho lasciato il Sahel l’anno scorso per un servizio in patria solo per constatare che l’Africa finora vissuta non mi hanno mai lasciato. Proprio in quel senso parlo di una certa colonizzazione che sembra essere diventare una seconda natura, un modo di reinterpretare il mondo e la vita stessa. Ed è in questa prospettiva che, coinvolto con nostalgia, rammarico e passione, seguo le vicende e i discorsi che emergono da questo amato Continente. Si tratta di metter assieme, con parole di vento, lo sguardo di un colonizzato da un trentennio di soggiorno in Africa occidentale. Sguardo che chi scrive si augura non ritornerà mai più normalizzato e omologato al sistema. Ad esempio sembra del tutto irrilevante, ai capi di stato africani recentemente riuniti ad Addis Abeba (Assemblea dei capi di stato e di governo dell’Unione Africana), che migliaia di giovani, donne e bambini continuino a voler fuggire dal Continente. Non degno di menzione che, in numero imprecisato, trovino la morte nel deserti e nei mari che circondano l’Africa. Nessun riferimento ai centri di disumanizzazione per migranti finanziati dall’Europa in Libia. Del tutto inosservato passa, nella dichiarazione finale del vertice, la morte di centinaia di giovani africani in Ucraina, inviati al fronte con false promesse da agenzie russe. Il fenomeno era stato denunciato da tempo. I “Black Wagner” dall’Africa al fronte ucraino in nome e una guerra mai scelta. Il trentanovesimo vertice dell’Unione Africana si è chiuso con, tra l’altro, il duplice impegno di far tacere le armi nel conflitto armato del Sudan e nel Sahel, quest’ultimo insanguinato dall’azione di gruppi armati ormai da un decennio. I capi di stato hanno altresì sottolineato la non tolleranza a ulteriori tentativi di destabilizzazione delle democrazie mediante colpi di stato militari. Non una parola, invece, sui “golpe” istituzionali che garantiscono per molti dei presenti una “presidenza a vita”. Anzi alcuni di loro, per quale alchimia politica non si sa, vengono scelti come mediatori di conflitti. Forse perché affidabili e abili dittatori. Si nota, sempre nel vertice citato, il richiamo al tempo tragico della tratta atlantica degli schiavi dimenticando che è esistita, non meno avvilente, la tratta operata in Africa orientale con le carovane in contesto “islamico”. Si domandano scuse e risarcimenti per questo. Mai però si assiste a una autocritica che faccia luce sulle responsabilità locali che hanno reso possibile il dramma della schiavitù, peraltro già ben esistente e applicata sul posto. Mai si menziona, per il “politicamente corretto” che spesso nei Paesi del Maghreb gli africani subsahariani vengano trattati, a tutti gli effetti, da schiavi. L’Africa “bianca” è diversa. Con lo sguardo di un colonizzato mi verrebbe da aggiungere che nel Continente i poveri non contano quasi nulla se non quando siamo prossimi alle elezioni. Che i militari al potere, senza nessun permesso, facciano ciò per cui sono destinati. Al servizio del popolo tramite il rispetto delle istituzioni. Che smettano, una volta per tutte, di manipolare e sedurre, con le armi in mano, con inutili e vane promesse di benessere. Che i politici e gli intellettuali africani abbiano ancora il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi dove e come hanno tradito la loro funzioni. Che i religiosi, di ogni confessione, smettano di sedere accanto alla mensa dei potenti e siano con coerenza, semplici e umili operatori di giustizia e di verità. E che, infine, i poveri prendano la parola e danzino l’avvenuta liberazione da ogni paura. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Con lo sguardo di un colonizzato proviene da Comune-info.
March 1, 2026
Comune-info
Asilo, un diritto sotto pressione
-------------------------------------------------------------------------------- Parma, 14 febbraio: presentazione del Report Migrantes 2025 “Il diritto d’asilo”, presso la sede dei Missionari Saveriani. Foto di Nicola Masnadi (che ringraziamo), pubblicata anche sulla pag. fb di una delle più importanti esperienze di accoglienza in Italia, quella del Ciac -------------------------------------------------------------------------------- Un abitante del pianeta su 67. Questo secondo le stime dell’UNHCR è il dato che fotografa la gravità dello sradicamento forzato a livello globale alla fine del 2024, quando è stato toccata la cifra record di 123,2 milioni di persone in fuga. E se le cause della migrazione forzata continuano a peggiorare, la crisi dell’asilo – soprattutto nel cosiddetto Nord globale – sembra ormai diventata una condizione permanente. È il quadro che emerge dal Rapporto 2025 sul diritto d’asilo della Fondazione Migrantes, intitolato significativamente Richiedenti asilo: le speranze recluse. Anche se a metà 2025 il dato globale è leggermente sceso (117,3 milioni), soprattutto per alcuni rientri in Paesi come Afghanistan, Siria e Sudan, non si può non notare come si tratti di ritorni in condizioni precarie, che non garantiscono una reale reintegrazione. Le cause restano le stesse, ma sempre più intrecciate: conflitti armati, persecuzioni politiche, crisi economiche, disuguaglianze e cambiamenti climatici. Nel solo 2024 quasi 46 milioni di persone sono state costrette a spostarsi a causa di eventi ambientali. E, contrariamente alla percezione diffusa in Europa, tre rifugiati su quattro continuano a essere accolti in Paesi a basso o medio reddito. A fronte di un incremento esponenziale delle spese militari, la cooperazione allo sviluppo, che potrebbe potenzialmente migliorare le condizioni di vita in certi contesti e prevenire la necessità di fuga da parte di alcune componenti della popolazione locali, è ai minimi storici. Il confronto è inquietante e smaschera qualsiasi retorica dell’“aiutiamoli a casa loro”: il 2,5 del PIL globale è dedicato alla spesa militare globale, mentre la spesa complessiva per gli aiuti allo sviluppo umano e alla cooperazione si va addirittura contraendo e corrisponde a solo lo 0,33% del PIL globale. L’Italia è ferma allo 0,28%, con la beffa di conteggiare in questa cifra le spese per l’esternalizzazione e il primo anno di accoglienza delle persone che fanno domanda d’asilo. Il rapporto evidenzia quindi una tendenza preoccupante: la gestione delle migrazioni forzate viene sempre più trattata come una questione di sicurezza e controllo, più che di protezione. Politiche un tempo considerate eccezionali – respingimenti, accordi con Paesi terzi, procedure accelerate o extraterritoriali – stanno diventando la norma. L’Unica norma che sembra attrarre fondi e consenso. Anche l’Europa si muove in questa direzione. Nel 2024 le domande di asilo per la prima volta nell’Unione sono diminuite a circa 913 mila (-13% rispetto al 2023), ma la percezione politica resta quella di una pressione crescente. Intanto i tassi di riconoscimento mostrano segnali di contrazione e, nei primi mesi del 2025, le decisioni positive risultano in forte calo. Sul fronte degli arrivi irregolari, i dati indicano una diminuzione complessiva, ma il prezzo umano resta altissimo. Nei primi nove mesi del 2025 si contano quasi 1.300 morti o dispersi nel Mediterraneo, con il rischio di morte sulla rotta centrale pari a un caso ogni 58 arrivi. Tra i nodi più controversi emerge la crescente esternalizzazione delle politiche migratorie. Il cosiddetto “modello Albania”, analizzato nella parte dedicata all’Italia, viene interpretato come un laboratorio per spostare fuori dai confini nazionali la gestione dell’asilo, sollevando interrogativi sul rispetto delle garanzie giuridiche e sul futuro stesso del diritto di protezione. Tutte preoccupazioni che diventano ancora più concrete nel 2026, anno della concreta implementazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo che renderà il diritto d’asilo e la libertà di movimento ancora più difficile da rivendicare ed esigere. Il quadro che ne emerge è quello di una trasformazione profonda: l’emergenza diventa normalità e il diritto d’asilo rischia di essere progressivamente svuotato. Ma il rapporto invita anche a una lettura diversa. Le guerre non sono il nostro destino ineluttabile, così come non lo è la corsa al riarmo. Il diritto internazionale, il diritto d’asilo, la diplomazia e la ricerca del bene comune possono e devono tornare al centro. La solidarietà, insieme al rispetto per la terra, sono valori che possiamo e dobbiamo continuare a coltivare. Invertire la marcia rispetto a un orizzonte di sgretolamento dei meccanismi di tutela dei diritti umani e di messa in discussione del diritto d’asilo non solo è possibile, ma necessario. L’orrore e la sofferenza inflitti alle persone nei luoghi d’origine e lungo i percorsi di fuga non possono essere ridotti a errori collaterali o al segno di un tempo in declino. Così come non possiamo accettare che la reclusione o i rimpatri, sempre più privi di garanzie legali, vengano presentati come un’alternativa al diritto d’asilo e all’accoglienza di chi cerca protezione. -------------------------------------------------------------------------------- Una sintesi del volume può essere consultata a questo link, dove si trovano anche indicazioni sulle modalità di acquisto e sull’organizzazione di presentazioni a livello locale. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FULVIO VASSALLO PALEOLOGO: > L’Europa demolisce il diritto di asilo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Asilo, un diritto sotto pressione proviene da Comune-info.
February 23, 2026
Comune-info
Lo zainetto di John
John è ghanese. Arriva da un Paese definito sicuro. Abbastanza sicuro da negargli il diritto di restare, non abbastanza da impedirgli di partire. È giunto ad Andrano, in Salento, il 9 dicembre con uno zainetto arancione, numero 88, e due buste di plastica. Dentro quello zaino c’era tutto ciò che aveva, dentro i suoi occhi, molto di più. La notte lascia uscire le lacrime che non può mostrare, di giorno offre al mondo un sorriso gentile, fastidiosamente riverente. Piange perché non riesce a sentire la sua famiglia. Nessun documento per una SIM. Nessun denaro per un cellulare. Gli altri ospiti (del SAI, Sistema di Accoglienza e Integrazione) gli prestano il loro telefono, permettendogli di incontrare virtualmente i propri cari. Un gesto semplice. Umano. Immenso. In questi giorni di mare agitato, di onde che restituiscono corpi e silenzi, quello zainetto arancione è diventato, per tutti noi, qualcosa di difficile da sopportare. Non è più solo un oggetto. È un simbolo, un peso, un monito doloroso. Chiediamo a John, quasi con pudore, di toglierlo: “Indossa questo zainetto, per favore. È del G.U.S., la nostra associazione. Non come segno di proprietà, ma di appartenenza. Per noi non sei un numero. Sei John, una persona”. Perché accogliere non è solo offrire un posto. È riconoscersi, ostinatamente, come parte della stessa umanità. Ha scritto Daniele, operatore del SAI: “Non so cosa sia più devastante: ascoltare le notizie delle ultime ore e pensare che uno di loro avrebbe potuto far parte dei nostri progetti, condividere programmi, obiettivi, risate e anche incomprensioni… oppure pensare che una delle persone che abbiamo già accolto, con cui condividiamo tutto questo, avrebbe potuto essere al loro posto, se una maledetta previsione meteo fosse stata diversa mentre affrontavano lo stesso viaggio…”. E mentre leggiamo i giornali, quei volti non sono mai anonimi. Hanno lineamenti, carattere, storie che conosciamo. Li vedo lì, sulle spiagge di Tropea e della mia città, Trapani. È un colpo al cuore. E per questo sento anch’io, come Daniele, il bisogno di condividere queste parole con chi è ancora capace di comprendere. Perché, in tutto questo, peggio della morte stessa, c’è l’incapacità di troppi di capire. O, peggio ancora, di sentire. -------------------------------------------------------------------------------- Paola Medici, sociologa e coordinatrice del progetto SAI di Andrano, si occupa da tempo di discriminazioni -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Lo zainetto di John proviene da Comune-info.
February 19, 2026
Comune-info
Guerra ai migranti
-------------------------------------------------------------------------------- Scuola di italiano ma anche Servizio Anticaporalato (progetto “Su.Pr.Eme. 2”). Foto YaBasta RestiamoUmani di Scisciano (Napoli) -------------------------------------------------------------------------------- Con l’approvazione, l’11 febbraio, in Consiglio dei Ministri del decreto legge anti-immigrazione, che segue di un giorno l’approvazione da parte di un parlamento europeo di destra conclamata e succube dell’asse Roma-Berlino (Merz-Meloni), del patto migrazione e asilo del 2024, la guerra globale alle migrazioni e a chi salva vite diventa azione permanente di governo delle popolazioni. Il divieto temporaneo di ingresso nelle acque territoriali da 30 giorni a 6 mesi in presenza di “situazioni gravi per l’ordine pubblico”, “rischio di terrorismo”, “pressione migratoria straordinaria” e “emergenze sanitarie e grandi eventi che richiedono maggior sicurezza”, introduce un nuovo potere arbitrario di decisione dell’esecutivo che potrà sanzionare le imbarcazioni con una multa da 10 a 50.000 euro e con la confisca in caso di infrazione reiterata. Il blocco navale diventa atto di guerra legittimo in contrasto con il divieto di respingimenti collettivi. Impedendo alle ong di operare, aumentando i casi di sequestro e i possibili reati, moriranno più persone. Le persone migranti intercettate potranno essere condotte in stati terzi che abbiano sottoscritto specifici accordi con l’Italia e siano dotati di strutture di trattenimento anche in vista di eventuali rimpatri. L’ignobile “modello Albania” dei centri di detenzione e rimpatrio anticostituzionali, che sarà adottato in Europa (ne parla in modo approfondito Fulvio Vassallo Paleologo, giurista, in L’Europa demolisce il diritto di asilo, ndr).), diventa il modello di deportazione di migranti nei “paesi terzi sicuri”. Le persone trattenute nei CPR saranno private dei cellulari, “consegnati soltanto per il periodo strettamente necessario al loro utilizzo secondo le regole della struttura”. Questo provvedimento non è compatibile con “i diritti fondamentali e la dignità della persona connaturati alla privazione della libertà personale”. La limitazione alle visite degli assistenti parlamentari esclude professionisti legali e sanitari necessari ad accertare le violazioni dei diritti. Il Ddl prevede una stretta feroce al diritto di asilo, peraltro già fortemente limitato, soprattutto per minori non accompagnati. I requisiti dovranno essere dimostrati attraverso documentazione formale. La permanenza regolare in Italia per almeno cinque anni sarà verificata tramite iscrizioni anagrafiche e titoli di soggiorno. Vengono ristretti i criteri di accoglimento delle domande di ricongiungimento familiare. Il tutto è inscritto nella svolta autoritaria mondiale che si estende dagli “ordini esecutivi” di Trump, alle deportazioni di massa, ai decreti sicurezza, al riarmo, al divieto di manifestare e alla repressione del dissenso e della critica. Non si tratta di progetti separati, ma di un progetto di società. Un progetto in cui è in gioco anche il diritto. Bisogna mobilitarsi, bisogna organizzare una opposizione sociale forte, prima che una nuova versione di leggi razziali sia all’ordine del giorno, non in un solo paese, ma in un mondo preso in politiche di morte. La manifestazione nazionale “No Kings” del 28 marzo, come è accaduto già negli Stati Uniti e in Inghilterra, è l’occasione di “disegnare un mondo nuovo”. Bisogna fare scacco al re. La misura è davvero colma ed è necessario che trabocchi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerra ai migranti proviene da Comune-info.
February 15, 2026
Comune-info
L’Europa demolisce il diritto di asilo
-------------------------------------------------------------------------------- Una giornata all’aperto per la Scuola di italiano promossa da Ciac (Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione Internazionale) di Parma, punto di riferimento storico per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo -------------------------------------------------------------------------------- Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva le modifiche ai regolamenti sulle procedure dell’Ue per consentire un esame accelerato delle domande di asilo, ma si tratta di domande che dovranno essere processate in territorio europeo. In base al Considerando 65 del Regolamento procedure (UE) 2024/1348 quando applica la procedura di esame alla frontiera della domanda di protezione internazionale,“lo Stato membro dovrebbe provvedere alla predisposizione delle condizioni necessarie per accogliere il richiedente alla frontiera esterna o in prossimità della stessa ovvero in una zona di transito, come regola generale, conformemente alla direttiva (UE) 2024/1346. Lo Stato membro può esaminare la domanda in un punto della frontiera esterna diverso da quello in cui è fatta domanda d’asilo, trasferendo il richiedente in uno specifico luogo sito alla frontiera esterna ovvero in prossimità della frontiera dello Stato membro interessato, o in altri luoghi designati sul proprio territorio nei quali vi sono strutture adeguate”. Con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni, il Parlamento UE ha modificato il precedente Regolamento procedure (UE) 2024/1348 con l’istituzione di un elenco UE dei paesi di origine sicuri. Saranno quindi imposte procedure accelerate, non solo in frontiera, per i richiedenti asilo provenienti da Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. Anche i paesi candidati all’adesione all’Ue (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Georgia, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Serbia, Turchia) sono designati come paesi di origine sicuri a livello dell’Unione, a meno che nel paese non vi sia una situazione di conflitto armato internazionale o interno, siano state adottate misure restrittive che incidono sui diritti e sulle libertà fondamentali o la percentuale di decisioni positive prese dalle autorità degli Stati membri nei confronti dei richiedenti provenienti dal paese sia superiore al 20%. I paesi UE, come già ha fatto l’Italia, potranno designare ulteriori paesi di origine sicuri a livello nazionale, ad eccezione di quelli rimossi dall’elenco UE. E poco importa se questi paesi saranno caratterizzati da luoghi di totale violazione dei diritti umani, come l’inferno di Sfax o leprigioni egiziane nelle quali è stato torturato e ucciso Giulio Regeni. Per il governo italiano e per l’Ue, in nome del contrasto dell’immigrazione, anche paesi simili potranno essere definiti come “paesi di origine sicuri”. Gli eurodeputati hanno inoltre approvato il Regolamento relativo all’applicazione del concetto di paese terzo sicuro, che modifica il Regolamento (UE) sulle procedure di asilo 2024/1348, con 396 voti a favore, 226 contrari e 30 astensioni. I due Regolamenti costituiscono una modifica regressiva di Regolamenti sulle procedure di asilo non ancora entrati in vigore, varati nel 2024 in attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che venivano ritenuti troppo “garantisti” dalla maggioranza che si è formata nel Parlamento europeo, con la saldatura tra i popolari e le destre populiste. Si svuota di fatto non solo la portata effettiva del diritto di asilo, ma si cancellano i diritti fondamentali delle persone che in caso di rimpatrio forzato nel paese di origine, dopo procedure sommarie e senza un esercizio effettivo dei diritti di difesa, perché i ricorsi contro i dinieghi non saranno sospensivi delle espulsioni verso paesi ritenuti sicuri, potranno subire la privazione di tutti i diritti di libertà e persino del diritto alla vita. Lontano dai confini UE, le operazioni di riconsegna operate dalle polizie europee lasceranno prive di qualsiasi tutela persone che, sottratte alla giurisdizione europea, scompariranno nel nulla, non solo in Egitto ed in Tunisia, ma anche negli altri paesi extra UE designati come “sicuri”. Il vigente diritto dell’Ue, nella interpretazione della Corte di giustizia UE “osta a che uno Stato membro designi come Paese di origine sicuro un Paese terzo che non soddisfi, per talune categorie di persone, le condizioni sostanziali di siffatta designazione”. La Corte di giustizia ha altresì confermato la possibilità che uno Stato membro dell’Ue stabilisca una lista di Paesi di origine sicuri mediante un atto avente forza di legge, precisando però che va garantito un “accesso sufficiente e adeguato alle fonti di informazione (…) sulle quali si fonda tale designazione” e che il giudice ha il potere di valutare se questa rispetti i criteri giuridici previsti dal diritto europeo; nell’effettuare tale valutazione può avvalersi di fonti plurime e diverse da quelle seguite dall’Amministrazione “a condizione, da un lato, di accertarsi dell’affidabilità di tali informazioni e, dall’altro, di garantire alle parti in causa il rispetto del principio del contraddittorio”. Per questa ragione occorre garantire l’esercizio effettivo dei diritti di difesa e fare emergere la condizione individuale non solo dei richiedenti asilo, ma di tutte le persone che, anche in base alla legislazione nazionale (in Italia ex art. 5.6 del T.U. immigrazione 286/98), dopo l’esecuzione dell’allontanamento forzato, saranno comunque vulnerabili a seguito del rimpatrio. Paesi sicuri Secondo l’art.61 del Regolamento procedure (UE) 2024/1348 un paese terzo può essere designato paese di origine sicuro “soltanto se, sulla base della situazione giuridica, dell’applicazione della legge all’interno di un sistema democratico e della situazione politica generale, si può dimostrare che non ci sono persecuzioni quali definite all’articolo 9 del regolamento (UE) 2024/1347, né alcun rischio reale di danno grave quale definito all’articolo 15 di tale regolamento”. La designazione dei paesi di origine sicuri a livello dell’Unione, ricorre quando questo paese garantisca una protezione effettiva e abbia ratificato e rispetti la convenzione di Ginevra nei limiti delle deroghe o limitazioni previste da tale paese, autorizzate a norma della convenzione. Dunque tale designazione, secondo quanto espressamente previsto, “non pregiudica la disposizione del regolamento (UE) 2024/1348 secondo la quale gli Stati membri possono applicare il concetto di paese di origine sicuro solo a condizione che i richiedenti non possano fornire elementi che giustifichino il motivo per cui il concetto di paese di origine sicuro non è applicabile nei loro confronti, nel quadro di una valutazione individuale. In tale contesto è opportuno prestare particolare attenzione ai richiedenti che si trovano in una situazione specifica in tali paesi, come le persone LGBTIQ, le vittime di violenza di genere, i difensori dei diritti umani, le minoranze religiose e i giornalisti”. In ogni casosi deve tenere conto della misura in cui, nel Paese designato come sicuro, è garantita protezione contro le persecuzioni ed i maltrattamenti con disposizioni legislative e regolamentari, il rispetto dei diritti e delle libertà stabiliti negli strumenti internazionali a tutela dei diritti umani, il rispetto del principio di non-refoulement (art. 33 della Convenzione di Ginevra), e un sistema di ricorsi effettivi contro le violazioni di tali diritti e libertà. Rimane comunque all’autorità giudiziaria nazionale il potere di controllo sul corretto inserimento di un Paese nella lista di Paesi sicuri, quando i criteri di tale valutazione non sono attendibili o esplicitati, o su base meramente personale, come è confermato anche dalla più recente giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea. La Corte ha infatti affermato che il diritto dell’Unione non osta a che uno Stato membro proceda alla designazione di un paese terzo quale paese di origine sicuro mediante un atto legislativo, a condizione che tale designazione possa essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo. Sarà quindi importante garantire sempre una effettiva difesa legale e monitorare con team legali qualificati, operatori umanitari, medici e gruppi di rappresentanti parlamentari tutti i luoghi di arrivo e trattenimento dei richiedenti asilo bloccati alle frontiere europee e/o deportati verso paesi terzi. Centri rimpatrio in paesi terzi In base al Regolamento UE 2024/1349 “il cittadino di paese terzo o l’apolide la cui domanda è stata respinta nell’ambito della procedura di asilo alla frontiera non è autorizzato a entrare nel territorio dello Stato membro interessato”, e gli Stati membri possono imporre al richiedente asilo denegato il trattenimento per un periodo non superiore a 12 settimane “in un luogo sito alla frontiera esterna o in prossimità della stessa ovvero in una zona di transito. Qualora non sia in grado di accogliere la persona in uno di tali luoghi, lo Stato membro può ricorrere ad altri luoghi sul proprio territorio”. Se una decisione di rimpatrio non può essere eseguita entro questo termine massimo, “gli Stati membri continuano le procedure di rimpatrio a norma della direttiva 2008/115/CE”. In base a quanto previsto dal Consiglio Affari Interni dell’Unione Europea nel dicembre scorso, gli Stati membri avrebbero approvato un accordo politico che introduce la possibilità di creare “return hub” (o centri di rimpatrio) in Paesi terzi ritenuti sicuri. La creazione di centri di rimpatrio (hub) al di fuori dell’UE non è dunque ancora contenuta in un atto legislativo immediatamente applicabile, ma dovrà essere oggetto di ulteriori decisioni che dovranno portare all’adozione del nuovo Regolamento sui rimpatri, presumibilmente entro il 2027. Solo allora l’Ue introdurrà un nuovo sistema comune per i rimpatri, abrogando la vigente Direttiva Rimpatri (dir. 2008/115/CE), e sostituendola con il nuovo Regolamento proposto dalla Commissione Europea all’inizio del 2025 (COM/2025/101 final). Dopo l’entrata in vigore di questo nuovo Regolamento sui rimpatri, con l’abrogazione della precedente Direttiva 2008/115/CE, si potranno inviare i richiedenti asilo denegati che hanno ricevuto una decisione definitiva di espulsione, anche contestuale al diniego, in un Paese terzo, sulla base di un accordo bilaterale o concluso a livello di Ue. Ma rimarranno ancora garanzie giurisdizionali e diritti di difesa che non possono essere cancellati e la stessa Unione europea dovrà esprimersi sui singoli accordi bilaterali, nel tentativo di raggiungere criteri uniformi di negoziazione con i paesi terzi, criteri concordati che oggi appaiono assai lontani, anche per ragioni meramente economiche. A breve termine non sembrano dunque previsti a livello europeo centri di detenzione ubicati all’esterno dell’Unione per il trattenimento di persone che hanno fatto richiesta di asilo ad uno Stato membro, alle frontiere esterne o nei luoghi assimilati, ma pur sempre sul territorio di questo Stato, dunque rientrante sotto la giurisdizione dell’Ue. Il modello Albania, dunque, non ha ancora “vinto” e rimane privo di copertura legale a livello europeo e lo stesso vale per i progetti di legge sul “blocco navale” che il governo Meloni cerca di legittimare con il richiamo alle norme europee. Non si deve confondere la categoria dei Paesi terzi sicuri con il modello dei centri di rimpatrio (return hubs), che l’Italia ha cercato di esternalizzare con il Protocollo Italia-Albania. Il “modello Albania”, oltre che ai pochissimi naufraghi richiedenti asilo soccorsi in acque internazionali da navi militari italiane, che costituiva la previsione originaria, dopo il Decreto Legge 37/2025, poi convertito in Legge 75/2025, si dovrebbe applicare anche ai migranti irregolari le cui domande sono già state respinte e ha come obiettivo il loro rimpatrio, verso un Paese diverso da quello in cui si trova il centro, che di fatto dovrebbe funzionare come una sorta di stazione di transito. Tanto che i pochi rimpatri di persone detenute nel centro di Gjader, lo scorso anno, si sono effettuati dall’Italia e non dall’Albania. La normativa europea sui Paesi terzi sicuri, invece, si applica ai richiedenti asilo e punta alla loro riammissione nel Paese terzo da cui sono transitati, o sulla base di specifici accordi bilaterali o a livello dell’Ue. Perché i centri in Albania restano al di fuori dello Stato di diritto Gli Stati membri potranno applicare il concetto di paese terzo sicuro a un richiedente asilo che non sia cittadino di quel determinato paese, e quindi dichiarare la sua domanda di protezione inammissibile nel corso di una procedura in frontiera. Per poterlo fare, deve ricorrere una delle tre seguenti condizioni: l’esistenza di un legame tra il richiedente e un paese terzo, come la presenza di familiari, una precedente permanenza nel paese o legami linguistici, culturali o simili; il fatto che il richiedente sia transitato da un paese terzo prima di arrivare nell’UE dove avrebbe potuto richiedere una protezione effettiva; l’esistenza di un accordo o intesa con un paese terzo, a livello bilaterale, multilaterale o dell’UE, per l’ammissione dei richiedenti asilo, ad eccezione dei minori non accompagnati. Gli accordi conclusi dall’UE o dai suoi Stati membri con un paese terzo per applicare il concetto di paese terzo sicuro devono includere una disposizione che obblighi il paese terzo a esaminare nel merito qualsiasi richiesta di protezione effettiva presentata dalle persone interessate. Questo non si verifica ancora nei rapporti tra Italia e Albania, che sotto questo profilo andrebbero rinegoziati. Fino ad allora i centri di detenzione in Albania resteranno al di fuori dello Stato di diritto, e la loro residua attività potrebbe anche essere fonte di ulteriore responsabilità contabile per tutte le autorità politiche e amministrative che ne imporranno il funzionamento. Gli Stati membri dovrebbero avere la possibilità di applicare il concetto di paese terzo sicuro come motivo di inammissibilità della domanda di protezione qualora esista la possibilità che il richiedente abbia accesso alla procedura di asilo e, se le condizioni sono soddisfatte, riceva una protezione effettiva in un paese terzo in cui non sussistono minacce alla sua vita o alla sua libertà per ragioni di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche o appartenenza a un determinato gruppo sociale, in cui non è oggetto di persecuzione né esposto a un rischio effettivo di danno grave ai sensi del regolamento (UE) 2024/1347 a ed è protetto dal respingimento e dall’allontanamento in violazione del diritto alla protezione da torture e trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti sancito dal diritto internazionale. Eccezioni La designazione di un paese terzo come sicuro, sia a livello Ue che nazionale, potrà avvenire anche con eccezioni per specifiche parti del territorio o per categorie chiaramente identificabili di persone. Questa disposizione, e quelle relative alle procedure accelerate di frontiera potranno applicarsi prima dell’entrata in applicazione della legislazione UE sull’asilo, prevista per giugno 2026. In questo modo si ritiene di superare la giurisprudenza della Corte di Lussemburgo che nel 2024 aveva fornito una nozione di paese di origine sicuro senza la possibilità di eccezioni territoriali. Ma ancora oggi non si possono escludere le eccezioni personali, basate sulle condizioni dei singoli richiedenti asilo, come non si può escludere l’esercizio effettivo dei diritti di difesa, come stabilito dalla Corte di Giustizia con la sentenza del 1 agosto 2025, che non si può certo ritenere superata dai nuovi Regolamenti approvati adesso dal Parlamento europeo. In questa sentenza è stabilito a chiare lettere che fino a quando non entrerà in vigore un nuovo regolamento europeo sui rimpatri che disciplini gli “hub/return-hub”, non è legittimo considerare automaticamente “sicuro” un paese terzo. Secondo il Considerando 5 del nuovo Regolamento sui paesi terzi sicuri, “Data la necessità di rafforzare la cooperazione con i paesi terzi nella lotta alla migrazione irregolare verso l’Unione, gli Stati membri dovrebbero poter anche applicare il concetto di paese terzo sicuro sulla base di un accordo o di un’intesa, indipendentemente dalla sua designazione formale, conclusi dall’Unione o dagli Stati membri con il paese terzo interessato in modo da favorire la certezza del diritto e la trasparenza, a condizione che l’accordo o l’intesa in questione contenga disposizioni che richiedano di esaminare nel merito tutte le richieste di protezione effettiva presentate in tale paese terzo da richiedenti interessati dall’accordo o dall’intesa”. Nei nuovi Regolamenti Ue si prevede formalmente il pieno rispetto dei parametri fissati dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Ue, anche se l’affermazione è ridimensionata dalla possibilità che “l’esame da parte delle autorità competenti del paese terzo con cui l’Unione o gli Stati membri hanno concluso un accordo o un’intesa potrebbe includere, esclusivamente al fine di concedere protezione effettiva, diversi tipi di procedure per il trattamento dei casi, quali procedure semplificate, di gruppo o prima facie”. Si tratta di procedure sommarie già ampiamente sperimentate, e negativamente, in territorio europeo, da Lesvos in Grecia, ai centri hotspot di detenzione in Sicilia, con una serie di sentenze di condanna da parte delle Corti internazionali, sentenze a seguito di ricorsi che non mancheranno certo dopo l’entrata in vigore della nuova normativa, in tutti i casi di detenzione informale o contraria alle norme europee ed internazionali. Secondo il nuovo Regolamento sui paesi terzi sicuri, “Al fine di garantire un più stretto coordinamento a livello dell’Unione e di accrescere le leve e la cooperazione nei dialoghi con i paesi terzi, gli Stati membri dovrebbero poter applicare il concetto di paese terzo sicuro ai richiedenti nell’ambito di accordi o intese in cui l’Unione, uno o più dei suoi Stati membri o uno o più Stati membri e paesi terzi, da un lato, e un paese terzo sicuro, dall’altro, costituiscono le parti. Per ragioni di efficacia e per evitare incompatibilità, dal momento che l’oggetto degli accordi che rientrano nell’ambito di applicazione del presente regolamento può rientrare nella competenza concorrente dell’Unione e degli Stati membri, la Commissione e gli Stati membri dovrebbero cooperare strettamente nel concludere simili accordi, allo scopo di garantire la rappresentanza internazionale unitaria dell’Unione e dei suoi Stati membri“. Se qualcuno ritiene che oggi il modello Albania esca rafforzato dai nuovi Regolamenti approvati dal Parlamento europeo, potrebbe scoprire presto una ulteriore difficoltà per il suo effettivo rilancio, a fronte dei poteri di controllo, e di iniziativa, che si riservano gli organi dell’Ue, in vista di un quadro omogeneo di accordi con i paesi terzi ritenuti “sicuri”. Nessun modello Albania I due nuovi Regolamenti dovranno essere adesso approvati dal Consiglio dell’Unione europea. Va chiarito subito che, a una considerazione dei loro testi integrali, non costituiscono una ratifica del cosiddetto modello Albania, non prevedono lo sbarco in paesi terzi sicuri di persone soccorse in acque internazionali dalle Ong e neppure il loro eventuale trasferimento da paesi membri verso paesi terzi. I due Regolamenti non abrogano ancora la Direttiva 2008/115/CE che vieta di eseguire espulsioni e respingimenti al di fuori del territorio dell’Ue, con accompagnamento forzato da paesi terzi verso i paesi di origine, e vieta anche di eseguire espulsioni o respingimenti di richiedenti asilo denegati dal territorio di un paese membro come l’Italia verso un paese terzo, come nel caso dell’Albania. Rimangono dunque inammissibili le prassi di deportazione di immigrati irregolari dall’Italia in Albania, vietate dalla Direttiva rimpatri 2008/115 che rimane in vigore fino a quando Parlamento Ue e Consiglio non troveranno un accordo per la sua abrogazione, con la introduzione di una nuova normativa sui return hubs. Ma anche dopo, non verranno meno le garanzie stabilite dalla Costituzione italiana che all’art.10 prevede il diritto di asilo con una portata più ampia di quanto non si verifichi nella normativa europea. Qualunque trasferimento forzato, qualunque ipotesi di limitazione della libertà personale, in base all’art.13 della Costituzione, non potrà sottrarsi a un effettivo controllo degli organi giurisdizionali. Come afferma la Corte costituzionale, “Per quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia della immigrazione siano molteplici e per quanto possano essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di ordine pubblico connessi a flussi migratori incontrollati, non può risultarne minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani (Corte cost., sentenza n. 105 del 2001). E i blocchi navali? Si tratta di prospettive legislative ancora tutte da verificare a livello europeo, e di valutazioni politiche che non potranno sfuggire ai controlli giurisdizionali, al punto da svuotare del tutto i diritti di difesa riconosciuti dalla Carta Ue dei diritti fondamentali e dalle Costituzioni nazionali. In questa prospettiva non si può affermare, come sostiene il ministro dell’interno Piantedosi, che i centri di detenzione in Albania costituiscano “il primo esempio di quegli hub per il rimpatrio che sono citati da uno dei regolamenti”, almeno fino a quando, come previsto dal vigente Protocollo tra Italia e Albania, resteranno sotto la giurisdizione concorrente italiana e albanese. Un “modello” di esternalizzazione che non è sostenibile, non solo sotto il profilo amministrativo ed economico, ma anche dal punto di vista della compatibilità con il diritto eurounitario e del rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Che nei centri di detenzione albanesi non possono godere delle stesse tutele che spettano loro in territorio italiano, ed europeo, soprattutto nei casi in cui si richieda la protezione internazionale o sia necessario accertare l’effettiva età o le condizioni fisiche di chi si vorrebbe respingere, o espellere, da un paese all’altro. In nessun caso le proposte del governo italiano per un blocco navale in acque internazionali trovano copertura nei Regolamenti approvati dal Parlamento europeo. Né appare possibile a livello europeo modificare regole che sono imposte dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare approvate a livello delle Nazioni Unite. Chi fa oggi propaganda in questa direzione, vantando la vittoria del “modello Albania” o la possibilità di un “blocco navale”, è smentito dalla lettura dei testi effettivamente votati e dal complessivo sistema normativo che darà attuazione al Patto sulla migrazione e l’asilo approvato nel 2024. In base alla Direttiva rimpatri (2008/115/CE) ancora vigente, che resterà in vigore fino all’approvazione definitiva nel 2027 del nuovo Regolamento sui rimpatri, i rimpatri possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri, si prevede infatti inequivocabilmente come “esecuzione dell’obbligo di rimpatrio”, ,,,, “il trasporto fisico fuori dallo Stato membro” (art 3 par. 5). Inoltre, “al fine di agevolare la procedura di rimpatrio si sottolinea la necessità di accordi comunitari e bilaterali di riammissione con i paesi terzi. La cooperazione internazionale con i paesi d’origine in tutte le fasi della procedura di rimpatrio è una condizione preliminare per un rimpatrio sostenibile”. I nuovi Regolamenti approvati dal Parlamento europeo non legittimano ancora nuove forme di detenzione amministrativa, né automatismi nei trasferimenti forzati dal territorio di un paese membro verso paesi terzi “sicuri”, o verso paesi di origine ritenuti tali. Il controllo giurisdizionale rimane un passaggio ineliminabile, come impongono l’art. 5 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo, e in Italia, gli articoli 3,13 e 24 della Costituzione italiana. Senza nuovi accordi di riammissione con i paesi terzi e con i paesi di origine, e senza la loro effettiva attuazione, che non è certo all’orizzonte, al di fuori dei rapporti bilaterali già esistenti, il numero delle persone in condizioni di irregolarità effettivamente allontanate dal territorio italiano, ed europeo, non sembra destinato ad aumentare.Magari il ministero dell’interno potrebbe anche smettere di diffondere dati non veritieri sui “successi” conseguiti nell’aumento del numero delle persone destinatarie di un provvedimento di respingimento o di espulsione ed effettivamente rimpatriate. Se si vorranno “anticipare” singoli aspetti normativi dei nuovi Regolamenti, prima che questi entrino in vigore, se si moltiplicheranno i casi di detenzione informale ed arbitraria in frontiera, e nei luoghi che, con una finzione giuridica, si assimilano alla frontiera (con la finzione di non ingresso nel nuovo Regolamento sullo screening), per i quali l’Italia è già stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo, saranno altri ricorsi e verranno altre condanne da parte dei Tribunali e delle Corti internazionali. Almeno fino a quando i governi non eserciteranno un totale controllo sulla magistratura, come alcuni oggi vorrebbero imporre in Italia, magari sul modello di quei paesi come la Tunisia o l’Egitto, con i quali si concludono tanto facilmente accordi di riammissione, ma potremmo anche richiamare l’Ungheria, in ambito europeo, in cui il “governo delle migrazioni” e la “difesa dei confini” hanno portato alla cancellazione del diritto di asilo ma anche all’abbattimento dei controlli giurisdizionali, con la negazione delle garanzie dello Stato democratico di diritto non solo per i migranti ma per tutti i cittadini. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su a-dif.org con il titolo L’Unione europea cancella i diritti umani, ma non è una vittoria del “modello Albania” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’Europa demolisce il diritto di asilo proviene da Comune-info.
February 11, 2026
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