Con lo sguardo di un colonizzatoVIVERE PER MOLTI ANNI IN DIVERSI PAESI DELL’AFRICA OCCIDENTALE, SOPRATTUTTO IN
NIGER, COSTRINGE E CAMBIARE SGUARDO SUL MONDO E SUI PROCESSI MIGRATORI. DI
CERTO, SCRIVE MAURO ARMANINO, OGGI SEMBRA DEL TUTTO IRRILEVANTE, AI CAPI DI
STATO AFRICANI RECENTEMENTE RIUNITI AD ADDIS ABEBA PER L’ASSEMBLEA DEI CAPI DI
STATO E DI GOVERNO DELL’UNIONE AFRICANA, CHE MIGLIAIA DI GIOVANI, DONNE E
BAMBINI CONTINUINO A VOLER FUGGIRE DAL CONTINENTE AFRICANO. “LO AMMETTO. SONO
STATO COLONIZZATO, FORSE NON ABBASTANZA, DALL’AFRICA OCCIDENTALE E IN
PARTICOLARE DAL SAHEL…. CHE I POVERI PRENDANO LA PAROLA E DANZINO L’AVVENUTA
LIBERAZIONE DA OGNI PAURA…”
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Lo ammetto. Sono stato colonizzato, forse non abbastanza, dall’Africa
Occidentale e in particolare dal Sahel. Fin dal mio primo soggiorno in Costa
d’Avorio per un paio d’anni come inesperto insegnante di muratura in un centro
professionale. Assieme a un amico avevamo scelto il volontariato internazionale
sostitutivo del servizio militare. Correva la fine degli anni Settanta,
ruggenti, così saranno in seguito definiti. Da allora l’Africa occidentale non
mi avrebbe più abbandonato se si eccettua uno splendido transito di tre anni a
Cordoba, in Argentina. Anche in quel Paese si trattava di intercettare i fragili
sentieri e le parole che parlavano di lotte per la dignità nelle periferie
povere della città.
Nel frattempo, licenziatomi dalla fabbrica dove avevo ripreso il lavoro, ero
tornato in Costa d’Avorio. Stavolta come missionario di “professione”, e cioè
come religioso per l’accompagnamento dei giovani studenti fino all’inizio degli
anni Novanta. Fu poi la volta della Liberia che chiudeva, durante il mio
soggiorno, una lunga guerra (in)civile nel 2007. Al ritorno, dopo la pace, ho
transitato uno splendido centro storico nella città di Genova. In carcere ma
soprattutto sulle strade ho avuto modo di incontrare volti africani nel mio
Paese di origine. Arrivò in seguito il Niger, nel Sahel, per quattordici anni,
come testimone privilegiato della drammatica ed esaltante realtà dei migranti.
Ed è stato durante quest’ultimo soggiorno, tra sabbia, vento, tempesta e
soprattutto polvere che il processo di “colonizzazione africana” si è in qualche
modo approfondita, perfezionata e realizzata. Certo l’operazione non si è ancora
totalmente compiuta. D’altronde un proverbio più volte ascoltato in quella
porzione d’Africa l’affermava con chiarezza “anche se resta a lungo nello stagno
il legno non diventerà mai un coccodrillo”. Viene solo ricordato agli incauti
ospiti che l’appartenenza a una cultura diversa della propria sarà sempre
parziale e precaria. La consapevolezza di questa intrinseca fragilità rende il
processo di colonizzazione dell’ospite un cantiere permanente.
Ho lasciato il Sahel l’anno scorso per un servizio in patria solo per constatare
che l’Africa finora vissuta non mi hanno mai lasciato. Proprio in quel senso
parlo di una certa colonizzazione che sembra essere diventare una seconda
natura, un modo di reinterpretare il mondo e la vita stessa. Ed è in questa
prospettiva che, coinvolto con nostalgia, rammarico e passione, seguo le vicende
e i discorsi che emergono da questo amato Continente. Si tratta di metter
assieme, con parole di vento, lo sguardo di un colonizzato da un trentennio di
soggiorno in Africa occidentale. Sguardo che chi scrive si augura non ritornerà
mai più normalizzato e omologato al sistema. Ad esempio sembra del tutto
irrilevante, ai capi di stato africani recentemente riuniti ad Addis Abeba
(Assemblea dei capi di stato e di governo dell’Unione Africana), che migliaia di
giovani, donne e bambini continuino a voler fuggire dal Continente. Non degno di
menzione che, in numero imprecisato, trovino la morte nel deserti e nei mari che
circondano l’Africa. Nessun riferimento ai centri di disumanizzazione per
migranti finanziati dall’Europa in Libia. Del tutto inosservato passa, nella
dichiarazione finale del vertice, la morte di centinaia di giovani africani in
Ucraina, inviati al fronte con false promesse da agenzie russe. Il fenomeno era
stato denunciato da tempo. I “Black Wagner” dall’Africa al fronte ucraino in
nome e una guerra mai scelta. Il trentanovesimo vertice dell’Unione Africana si
è chiuso con, tra l’altro, il duplice impegno di far tacere le armi nel
conflitto armato del Sudan e nel Sahel, quest’ultimo insanguinato dall’azione di
gruppi armati ormai da un decennio. I capi di stato hanno altresì sottolineato
la non tolleranza a ulteriori tentativi di destabilizzazione delle democrazie
mediante colpi di stato militari. Non una parola, invece, sui “golpe”
istituzionali che garantiscono per molti dei presenti una “presidenza a vita”.
Anzi alcuni di loro, per quale alchimia politica non si sa, vengono scelti come
mediatori di conflitti. Forse perché affidabili e abili dittatori.
Si nota, sempre nel vertice citato, il richiamo al tempo tragico della tratta
atlantica degli schiavi dimenticando che è esistita, non meno avvilente, la
tratta operata in Africa orientale con le carovane in contesto “islamico”. Si
domandano scuse e risarcimenti per questo. Mai però si assiste a una autocritica
che faccia luce sulle responsabilità locali che hanno reso possibile il dramma
della schiavitù, peraltro già ben esistente e applicata sul posto. Mai si
menziona, per il “politicamente corretto” che spesso nei Paesi del Maghreb gli
africani subsahariani vengano trattati, a tutti gli effetti, da schiavi.
L’Africa “bianca” è diversa.
Con lo sguardo di un colonizzato mi verrebbe da aggiungere che nel Continente i
poveri non contano quasi nulla se non quando siamo prossimi alle elezioni. Che i
militari al potere, senza nessun permesso, facciano ciò per cui sono destinati.
Al servizio del popolo tramite il rispetto delle istituzioni. Che smettano, una
volta per tutte, di manipolare e sedurre, con le armi in mano, con inutili e
vane promesse di benessere. Che i politici e gli intellettuali africani abbiano
ancora il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi dove e come hanno
tradito la loro funzioni. Che i religiosi, di ogni confessione, smettano di
sedere accanto alla mensa dei potenti e siano con coerenza, semplici e umili
operatori di giustizia e di verità. E che, infine, i poveri prendano la parola e
danzino l’avvenuta liberazione da ogni paura.
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