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Proteggere Piazza Libertà
-------------------------------------------------------------------------------- Trieste, Piazza Libertà (foto Nika Viq) -------------------------------------------------------------------------------- Martedì 17 febbraio abbiamo appreso dal social Trieste Café l’intenzione del gruppo Forza Nuova di chiedere alla Questura di Trieste l’autorizzazione a una manifestazione in Piazza Libertà alle ore 19 del 20 marzo. La richiesta è stata accompagnata dalla divulgazione di un manifesto pieno di violenza razzista. Come tutti sanno in città proprio in quell’ora, in Piazza Libertà si trova regolarmente ogni giorno l’ODV Linea d’Ombra, insieme alla rete di “Fornelli resistenti”, i cui gruppi provengono da tutta Italia, ad altri gruppi di cittadini, scout, studenti e studentesse, universitari, per accogliere i migranti della Rotta balcanica che giungono spesso in condizioni di sofferenza anche grave. È fin troppo evidente l’intenzione provocatoria di quest’associazione politica di matrice fascista: trasformare un luogo divenuto ormai da anni un centro di incontro, accoglienza e solidarietà fra cittadini italiani ed europei e chi proviene lungo la Rotta balcanica da paesi tormentati da guerre, carestie, crisi ambientali e violenze di ogni genere, in un luogo di odio e di violenza. Linea d’Ombra, insieme ad altre associazioni e cittadini, ha avviato una raccolta di firme, che ha quasi raggiunto la quota di cinquemila (tra cui oltre cento realtà associative) per chiedere, a chi ne ha il compito istituzionale, di preservare Piazza Libertà come luogo di incontro e di amicizia fra popoli, di cui oggi c’è un disperato bisogno. -------------------------------------------------------------------------------- Lorena Fornasir (Presidente Linea d’Ombra ODV) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Proteggere Piazza Libertà proviene da Comune-info.
March 5, 2026
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Il cellulare era un dettaglio
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Il 19 febbraio abbiamo raccontato la vicenda di John segnalata di un progetto di accoglienza diffusa in Salento. Non avendo ancora documenti per una SIM e nessun euro, John non poteva telefonare ai suoi familiari in Ghana per un cellulare (leggi Lo zainetto di John). Prima gli altri ospiti del SAI (il progetto del Sistema di Accoglienza e Integrazione) gli hanno prestato i loro telefoni poi è partito un passaparola locale e via web attraverso l’ong Gus che gestisce il SAI per cercare un telefonino da donare. «Siamo stati travolti da messaggi, parole gentili e da una vicinanza che, lo confessiamo, non ci aspettavamo così intensa... – dice Paola Medici – Ne avevamo bisogno per ricordarci che non siamo soli… La richiesta di un cellulare per John non voleva essere il focus del messaggio. Era un dettaglio, quasi marginale, dentro una storia molto più grande. E invece è successo qualcosa di bellissimo: siamo stati sommersi da telefoni, disponibilità, offerte sincere di aiuto. Un’ondata di generosità che ci ha emozionati più di quanto riusciamo a dire… Ne abbiamo accettato uno. Ce lo ha donato una cara amica. Era di sua madre che, ci ha detto, “avrebbe voluto così”…». Il Gus –  info@gus-italia.org – ha anche deciso chei numerosi telefoni proposti non andranno persi: saranno raccolti per essere donati a nelle prossime settimane chi ne avrà bisogno. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il cellulare era un dettaglio proviene da Comune-info.
March 2, 2026
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Con lo sguardo di un colonizzato
VIVERE PER MOLTI ANNI IN DIVERSI PAESI DELL’AFRICA OCCIDENTALE, SOPRATTUTTO IN NIGER, COSTRINGE E CAMBIARE SGUARDO SUL MONDO E SUI PROCESSI MIGRATORI. DI CERTO, SCRIVE MAURO ARMANINO, OGGI SEMBRA DEL TUTTO IRRILEVANTE, AI CAPI DI STATO AFRICANI RECENTEMENTE RIUNITI AD ADDIS ABEBA PER L’ASSEMBLEA DEI CAPI DI STATO E DI GOVERNO DELL’UNIONE AFRICANA, CHE MIGLIAIA DI GIOVANI, DONNE E BAMBINI CONTINUINO A VOLER FUGGIRE DAL CONTINENTE AFRICANO. “LO AMMETTO. SONO STATO COLONIZZATO, FORSE NON ABBASTANZA, DALL’AFRICA OCCIDENTALE E IN PARTICOLARE DAL SAHEL…. CHE I POVERI PRENDANO LA PAROLA E DANZINO L’AVVENUTA LIBERAZIONE DA OGNI PAURA…” unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Lo ammetto. Sono stato colonizzato, forse non abbastanza, dall’Africa Occidentale e in particolare dal Sahel. Fin dal mio primo soggiorno in Costa d’Avorio per un paio d’anni come inesperto insegnante di muratura in un centro professionale. Assieme a un amico avevamo scelto il volontariato internazionale sostitutivo del servizio militare. Correva la fine degli anni Settanta, ruggenti, così saranno in seguito definiti. Da allora l’Africa occidentale non mi avrebbe più abbandonato se si eccettua uno splendido transito di tre anni a Cordoba, in Argentina. Anche in quel Paese si trattava di intercettare i fragili sentieri e le parole che parlavano di lotte per la dignità nelle periferie povere della città. Nel frattempo, licenziatomi dalla fabbrica dove avevo ripreso il lavoro, ero tornato in Costa d’Avorio. Stavolta come missionario di “professione”, e cioè come religioso per l’accompagnamento dei giovani studenti fino all’inizio degli anni Novanta. Fu poi la volta della Liberia che chiudeva, durante il mio soggiorno, una lunga guerra (in)civile nel 2007. Al ritorno, dopo la pace, ho transitato uno splendido centro storico nella città di Genova. In carcere ma soprattutto sulle strade ho avuto modo di incontrare volti africani nel mio Paese di origine. Arrivò in seguito il Niger, nel Sahel, per quattordici anni, come testimone privilegiato della drammatica ed esaltante realtà dei migranti. Ed è stato durante quest’ultimo soggiorno, tra sabbia, vento, tempesta e soprattutto polvere che il processo di “colonizzazione africana” si è in qualche modo approfondita, perfezionata e realizzata. Certo l’operazione non si è ancora totalmente compiuta. D’altronde un proverbio più volte ascoltato in quella porzione d’Africa l’affermava con chiarezza “anche se resta a lungo nello stagno il legno non diventerà mai un coccodrillo”. Viene solo ricordato agli incauti ospiti che l’appartenenza a una cultura diversa della propria sarà sempre parziale e precaria. La consapevolezza di questa intrinseca fragilità rende il processo di colonizzazione dell’ospite un cantiere permanente. Ho lasciato il Sahel l’anno scorso per un servizio in patria solo per constatare che l’Africa finora vissuta non mi hanno mai lasciato. Proprio in quel senso parlo di una certa colonizzazione che sembra essere diventare una seconda natura, un modo di reinterpretare il mondo e la vita stessa. Ed è in questa prospettiva che, coinvolto con nostalgia, rammarico e passione, seguo le vicende e i discorsi che emergono da questo amato Continente. Si tratta di metter assieme, con parole di vento, lo sguardo di un colonizzato da un trentennio di soggiorno in Africa occidentale. Sguardo che chi scrive si augura non ritornerà mai più normalizzato e omologato al sistema. Ad esempio sembra del tutto irrilevante, ai capi di stato africani recentemente riuniti ad Addis Abeba (Assemblea dei capi di stato e di governo dell’Unione Africana), che migliaia di giovani, donne e bambini continuino a voler fuggire dal Continente. Non degno di menzione che, in numero imprecisato, trovino la morte nel deserti e nei mari che circondano l’Africa. Nessun riferimento ai centri di disumanizzazione per migranti finanziati dall’Europa in Libia. Del tutto inosservato passa, nella dichiarazione finale del vertice, la morte di centinaia di giovani africani in Ucraina, inviati al fronte con false promesse da agenzie russe. Il fenomeno era stato denunciato da tempo. I “Black Wagner” dall’Africa al fronte ucraino in nome e una guerra mai scelta. Il trentanovesimo vertice dell’Unione Africana si è chiuso con, tra l’altro, il duplice impegno di far tacere le armi nel conflitto armato del Sudan e nel Sahel, quest’ultimo insanguinato dall’azione di gruppi armati ormai da un decennio. I capi di stato hanno altresì sottolineato la non tolleranza a ulteriori tentativi di destabilizzazione delle democrazie mediante colpi di stato militari. Non una parola, invece, sui “golpe” istituzionali che garantiscono per molti dei presenti una “presidenza a vita”. Anzi alcuni di loro, per quale alchimia politica non si sa, vengono scelti come mediatori di conflitti. Forse perché affidabili e abili dittatori. Si nota, sempre nel vertice citato, il richiamo al tempo tragico della tratta atlantica degli schiavi dimenticando che è esistita, non meno avvilente, la tratta operata in Africa orientale con le carovane in contesto “islamico”. Si domandano scuse e risarcimenti per questo. Mai però si assiste a una autocritica che faccia luce sulle responsabilità locali che hanno reso possibile il dramma della schiavitù, peraltro già ben esistente e applicata sul posto. Mai si menziona, per il “politicamente corretto” che spesso nei Paesi del Maghreb gli africani subsahariani vengano trattati, a tutti gli effetti, da schiavi. L’Africa “bianca” è diversa. Con lo sguardo di un colonizzato mi verrebbe da aggiungere che nel Continente i poveri non contano quasi nulla se non quando siamo prossimi alle elezioni. Che i militari al potere, senza nessun permesso, facciano ciò per cui sono destinati. Al servizio del popolo tramite il rispetto delle istituzioni. Che smettano, una volta per tutte, di manipolare e sedurre, con le armi in mano, con inutili e vane promesse di benessere. Che i politici e gli intellettuali africani abbiano ancora il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi dove e come hanno tradito la loro funzioni. Che i religiosi, di ogni confessione, smettano di sedere accanto alla mensa dei potenti e siano con coerenza, semplici e umili operatori di giustizia e di verità. E che, infine, i poveri prendano la parola e danzino l’avvenuta liberazione da ogni paura. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Con lo sguardo di un colonizzato proviene da Comune-info.
March 1, 2026
Comune-info
Le responsabilità politiche della strage di Cutro
-------------------------------------------------------------------------------- Foto CarovaneMigranti, che fino al primo marzo promuove diversi appuntamenti dedicati alla strage di Cutro, “per rompere il silenzio” -------------------------------------------------------------------------------- È il terzo anniversario della strage di Steccato di Cutro. La notte fra il 25 e il 26 febbraio del 2023, un’imbarcazione con a bordo duecento migranti s’infrange sulle coste di Cutro, quindici chilometri da Cotrone, provocando la morte di quasi cento persone, tra cui quasi quaranta minori.  Una strage che sarebbe potuta essere evitata, se la catena dei soccorsi avesse funzionato adeguatamente. Una strage dimenticata e tenuta nascosta, nonostante sia l’evento più drammatico avvenuto in Calabria. Una strage che si aggiunge alle innumerevoli altre che si sono consumate e si consumano sotto i nostri occhi nel Mediterraneo, culla della civiltà europea e dei diritti umani.  Giovedì commemoriamo le vittime di questo evento, frutto di un clima politico che vede nei respingimenti, nei lager, nei Centri di permanenza per i rimpatri, nelle deportazioni in località terze e nella negazione sistematica dei diritti, i mezzi privilegiati per “occuparsi” di vite umane disperate, vittime del neocolonialismo dell’Occidente. E lo facciamo all’ombra di un disegno di legge sull’immigrazione e “l’accoglienza”, presentato dal governo Meloni, che pone la disumanità come principio regolativo: blocco navale, espulsioni accelerate, ridimensionamento della tutela legale per i richiedenti asilo, compressione del diritto al ricongiungimento familiare.  La stessa disumanità che traspare dalle parole del ministro dell’interno Matteo Piantedosi all’indomani della tragedia di Cutro, che getta la colpa della loro morte e di quella dei loro figli ai naufraghi stessi; la stessa disumanità che si manifesta nel festeggiare il compleanno del ministro Matteo Salvini mentre ancora il mare restituiva i cadaveri sulla spiaggia. Al di là delle responsabilità individuali sul malfunzionamento della catena dei soccorsi, è alle responsabilità politiche di questa catastrofe che dobbiamo guardare: finché la cattiveria e la rivalsa sui più deboli – elementi co-essenziali alle destre – saranno a fondamento delle politica e della sovranità, notti come quelle tra il 25 e il 26 febbraio 2023 continueranno a ripetersi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le responsabilità politiche della strage di Cutro proviene da Comune-info.
February 26, 2026
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Accoglienza comunitaria
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Dal 2015, il programma di Accoglienza diffusa della Caritas di Roma ha riguardato un migliaio di persone, un quarto dei quali minorenni, coinvolgendo oltre cento comunità ospitanti tra parrocchie e istituti religiosi. Avviato con il Giubileo del 2000, il programma ha vissuto un vero salto di qualità con l’appello di papa Francesco che undici anni fa ha invitato ogni comunità a ospitare una famiglia di profughi. Da subito la proposta è andata oltre la fornitura di un alloggio cercando la disponibilità di comunità che accompagnassero gli ospiti verso l’autonomia. “L’Accoglienza diffusa è dunque una risposta complessa che persegue l’integrazione di una persona attraverso la costruzione di una rete sociale, una palestra di cittadinanza e di solidarietà che si pone al fianco di chi vive la povertà abitativa”, scrive Giustino Trincia, direttore Caritas di Roma, nel quaderno L’accoglienza che trasforma. Dieci anni di reti, comunità e promozioni (curato dell’Area Studi e Comunicazione della Caritas. In questi dieci anni il programma si è sviluppato lontano dai riflettori della ribalta e si è articolato in diverse forme, dall’accoglienza straordinaria per richiedenti asilo (CAS), ai percorsi di seconda accoglienza del progetto “Ero Forestiero” e dei senza dimora che escono dagli ostelli, fino alla grande mobilitazione per l’emergenza Ucraina che ha coinvolto quarantaquattro strutture diocesane, dimostrando che l’accoglienza comunitaria è l’unica capace di rispettare la dignità delle persone ed evitare l’alienazione dei grandi centri collettivi. “Non siamo chiamati a salvare nessuno ma a camminare insieme come persone tra persone”, aggiunge Trincia. Come? Con un orizzonte profondamente politico: “Costruendo ponti lì dove il mercato e l’indifferenza vorrebbero costruire muri”. Per questo, secondo il direttore della Caritas romana, si tratta di un’esperienza che in realtà “potrebbe essere accolta in un panorama che travalica il perimetro ecclesiale, per proporsi come una delle ulteriori vie possibili per arginare prima, e ridurre poi, quella insostenibile povertà abitativa che attanaglia Roma da ormai troppi decenni…”. Il quaderno sull’accoglienza diffusa è stato presentato a Roma il 13 febbraio (foto a lato), il giorno dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri del disegno di legge che inasprisce le norme sui migranti. Nel corso dell’incontro, tra gli altri, è intervenuto don Marco Pagniello, direttore della Caritas italiana, prendo posizione contro quel disegno di legge che «esclude il valore e la possibilità dell’accoglienza». -------------------------------------------------------------------------------- Leggi e scarica il rapporto completo curato dalla Caritas di Roma: Quaderni_Caritas_7_2026Download -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Accoglienza comunitaria proviene da Comune-info.
February 20, 2026
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Lo zainetto di John
John è ghanese. Arriva da un Paese definito sicuro. Abbastanza sicuro da negargli il diritto di restare, non abbastanza da impedirgli di partire. È giunto ad Andrano, in Salento, il 9 dicembre con uno zainetto arancione, numero 88, e due buste di plastica. Dentro quello zaino c’era tutto ciò che aveva, dentro i suoi occhi, molto di più. La notte lascia uscire le lacrime che non può mostrare, di giorno offre al mondo un sorriso gentile, fastidiosamente riverente. Piange perché non riesce a sentire la sua famiglia. Nessun documento per una SIM. Nessun denaro per un cellulare. Gli altri ospiti (del SAI, Sistema di Accoglienza e Integrazione) gli prestano il loro telefono, permettendogli di incontrare virtualmente i propri cari. Un gesto semplice. Umano. Immenso. In questi giorni di mare agitato, di onde che restituiscono corpi e silenzi, quello zainetto arancione è diventato, per tutti noi, qualcosa di difficile da sopportare. Non è più solo un oggetto. È un simbolo, un peso, un monito doloroso. Chiediamo a John, quasi con pudore, di toglierlo: “Indossa questo zainetto, per favore. È del G.U.S., la nostra associazione. Non come segno di proprietà, ma di appartenenza. Per noi non sei un numero. Sei John, una persona”. Perché accogliere non è solo offrire un posto. È riconoscersi, ostinatamente, come parte della stessa umanità. Ha scritto Daniele, operatore del SAI: “Non so cosa sia più devastante: ascoltare le notizie delle ultime ore e pensare che uno di loro avrebbe potuto far parte dei nostri progetti, condividere programmi, obiettivi, risate e anche incomprensioni… oppure pensare che una delle persone che abbiamo già accolto, con cui condividiamo tutto questo, avrebbe potuto essere al loro posto, se una maledetta previsione meteo fosse stata diversa mentre affrontavano lo stesso viaggio…”. E mentre leggiamo i giornali, quei volti non sono mai anonimi. Hanno lineamenti, carattere, storie che conosciamo. Li vedo lì, sulle spiagge di Tropea e della mia città, Trapani. È un colpo al cuore. E per questo sento anch’io, come Daniele, il bisogno di condividere queste parole con chi è ancora capace di comprendere. Perché, in tutto questo, peggio della morte stessa, c’è l’incapacità di troppi di capire. O, peggio ancora, di sentire. -------------------------------------------------------------------------------- Paola Medici, sociologa e coordinatrice del progetto SAI di Andrano, si occupa da tempo di discriminazioni -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Lo zainetto di John proviene da Comune-info.
February 19, 2026
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Un approccio miope
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Lorena Fornasir -------------------------------------------------------------------------------- Mercoledì 11 febbraio pomeriggio il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sull’immigrazione. Il testo ufficiale non è ancora disponibile, ma le anticipazioni che circolano non ci stupiscono, ma destano tutta la nostra preoccupazione. Blocco navale, inasprimento della normativa sui ricongiungimenti familiari, sul diritto d’asilo e sull’accoglienza, divieto dei telefoni nei CPR. Sembrano essere queste alcune delle lungimiranti idee che il governo ha elaborato sull’immigrazione. Misure che confermano, se ce ne fosse stato bisogno, un approccio miope, violento, discriminatorio e completamente inefficace. Gli unici effetti che si avranno saranno quelli di rendere più insicura e difficile sia la vita delle persone straniere che riescono ad arrivare, sia i viaggi per raggiungere l’Europa. Le migrazioni non si fermeranno; però, giorno dopo giorno, si afferma l’egemonia culturale di una classe politica mondiale populista e retrograda che ci propone un mondo isolato, chiuso militarizzato, individualista e arrabbiato. Per fortuna le persone straniere che vediamo ogni giorno, abbattendo con i loro corpi confini e frontiere, ce ne propongono un altro: pieno di coraggio e di speranza. -------------------------------------------------------------------------------- Emilia Bitossi, presidente del Naga Commento pubblicato su Naga.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un approccio miope proviene da Comune-info.
February 12, 2026
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CPR: si continua a morire
-------------------------------------------------------------------------------- PH: Stop CPR Roma -------------------------------------------------------------------------------- Nel CPR di Bari-Palese muore un ragazzo di 25 anni mentre il governo approva nuove norme per rafforzare trattenimenti ed espulsioni. Nello stesso giorno, a Torino, arriva la condanna dell’ex direttrice del centro per la morte di Moussa Balde: riconosciuta la responsabilità del gestore, ma resta fuori quella dello Stato. Nello stesso momento in cui il Consiglio dei ministri approvava l’ennesimo disegno di legge in continuità con la linea repressiva degli ultimi anni (più detenzione amministrativa, più espulsioni, più procedure accelerate di frontiera, meno diritti), nel CPR di Bari un giovane di circa 25 anni, di origine marocchina, veniva trovato privo di vita. Le prime informazioni parlano di arresto cardiocircolatorio, di “cause naturali“. Sul posto, secondo quanto riportato dai quotidiani locali, sarebbe intervenuta la polizia che non avrebbe rilevato segni di violenza. Gli accertamenti sono in corso, ma c’è un elemento che precede ogni esito: un altro ragazzo è morto mentre era sotto “custodia” dello Stato. È l’ennesima morte in un luogo di trattenimento amministrativo, dove le persone vengono private della libertà fino a 18 mesi (!), in attesa di un improbabile rimpatrio. Se lo Stato decide di rinchiudere qualcuno, il minimo che deve garantire è la tutela della sua vita e della sua integrità. E invece, dentro i CPR, la lista dei morti continua ad allungarsi. Intanto il governo rivendica una nuova “riforma organica volta a potenziare gli strumenti di contrasto all’immigrazione illegale e a garantire una gestione più rigorosa dei flussi migratori”: detto in termini più comprensibili, il disegno di legge rafforza il trattenimento, amplia le ipotesi di espulsione, accelera le procedure di frontiera in perfetta continuità con un impianto securitario che considera la migrazione e la solidarietà un problema di ordine pubblico. Mentre a Palazzo Chigi si parla di “sicurezza e controllo”, dentro i CPR si muore. LE DENUNCE IGNORATE Sul CPR di Bari-Palese le criticità e le proteste delle persone trattenute non sono una novità. A settembre 2025, dopo un sopralluogo effettuato anche a seguito delle rivolte esplose nei mesi estivi, la Commissione CPR dell’Unione Camere Penali Italiane insieme alla Camera penale di Bari aveva lanciato un allarme sulle condizioni di vita all’interno della struttura. La parlamentare Rachele Scarpa e l’europarlamentare Cecilia Strada, esprimendo «un pensiero di vicinanza va alla famiglia e agli affetti del ragazzo deceduto», hanno chiesto subito che sia fatta piena luce sulla morte: «Chiediamo che venga accertata con rapidità e trasparenza la causa e la dinamica dei fatti e che sia fornita al più presto una ricostruzione completa di quanto accaduto». Da anni le parlamentari insieme ad associazioni, garanti e avvocati denunciano nei CPR un deterioramento grave del benessere psicofisico delle persone trattenute: autolesionismo, tentativi di suicidio, isolamento, uso massiccio di psicofarmaci – che tra gli effetti collaterali possono avere anche l’arresto cardiaco – difficoltà di accesso a cure adeguate e alla difesa legale. Troppo spesso le morti vengono archiviate come “naturali“. Ma cosa significa “naturale” quando avvengono in un contesto di restrizione forzata, violenza e assenza di tutele? Quando una persona muore in “custodia” dello Stato, lo Stato non può fare finta di nulla. A Torino c’è un giudice, ma non basta Nello stesso giorno della morte a Bari, a Torino si è concluso il processo per la morte di Moussa Balde, il giovane guineano che il 23 maggio 2021 si tolse la vita nel CPR di corso Brunelleschi. Balde era stato brutalmente pestato a Ventimiglia da tre uomini mossi dall’odio razziale. Invece di essere inserito in un percorso di cura e tutela, venne rinchiuso nel CPR con un decreto di espulsione. Dopo nove giorni di isolamento nell’“ospedaletto” del CPR, si impiccò. La sua vicenda è stata raccontata come l’emblema del sistema razziale e punitivo italiano nei confronti delle persone straniere.  Il tribunale ha condannato in primo grado per omicidio colposo Annalisa Spataro, l’allora direttrice del centro gestito dalla multinazionale Gepsa, a un anno di reclusione con pena sospesa, disponendo il risarcimento immediato di più di 300mila euro ai familiari della vittima, parte civile con l’avvocato Gianluca Vitale. Il medico responsabile è stato assolto. Per l’avvocato Gianluca Vitale, «la sentenza deve essere un monito per chiunque voglia gestire luoghi come il CPR, che non dovrebbero esistere. Deve sapere che poi potrebbe essere chiamato a rispondere, anche penalmente, di ciò che lì succede. Il tribunale ha riconosciuto la responsabilità dell’ente gestore del centro nella morte di Balde. Purtroppo, è rimasto al di fuori di questo processo la responsabilità dello Stato nella gestione del CPR e in tutto ciò che lì succedeva, perché non c’era nessun controllo reale da parte della prefettura». È una condanna che almeno segna un importante precedente, anche se lascia intatto il nodo politico della responsabilità sistemica dei governi che hanno costruito e continuano a sostenere il sistema della detenzione amministrativa in Italia.  Un sistema da abolire che produce violenza istituzionale Il filo che unisce Bari e Torino è la natura stessa dei CPR: luoghi di segregazione amministrativa dove lo Stato esercita un potere pieno e arbitrario su persone che sono prive di un titolo di soggiorno. Ogni morte non è solo una tragedia individuale che colpisce una comunità immigrata e una famiglia. È la riprova più evidente delle condizioni materiali dei CPR, dell’isolamento, dell’assenza di controllo pubblico sui gestori privati, della compressione delle possibilità di difesa legale e di comunicazione con l’esterno, di semplice richiesta di aiuto. Mentre il governo procede nella stretta, rafforzando trattenimenti ed espulsioni, la realtà restituisce un’immagine nitida: i CPR sono luoghi di morte che dovrebbero essere chiusi immediatamente. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Melting pot (sostieni) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo CPR: si continua a morire proviene da Comune-info.
February 12, 2026
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Il giudice e il bambino
-------------------------------------------------------------------------------- Disegno di Gianluca Costantini (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Quando la politica mina le fondamenta dello stato di diritto, l’esercizio del diritto diventa un atto politico. Potrebbe riassumersi così il provvedimento con cui il giudice Samuel Frederick Biery, della Corte Distrettuale texana, ha ordinato l’immediata liberazione del piccolo Liam Conejo Ramos, sequestrato dagli agenti dell’ICE e trattenuto insieme al padre in un centro di detenzione in Texas. La storia è ben nota. A Minneapolis, dove da settimane imperversano le squadre della «Migra» – così gli americani di origine ispanica chiamano la polizia federale dell’immigrazione – un bambino di appena cinque anni era stato fermato mentre tornava da scuola, ed era stato usato come «esca»: gli agenti l’avevano costretto a bussare alla porta di casa, in modo da poter sequestrare anche il padre. La foto che ritrae il momento dell’arresto ha fatto il giro del mondo: si vede un bambino piccolo e spaurito, con un cappellino blu e uno zainetto dell’Uomo Ragno, tenuto fermo come se fosse un pericoloso criminale. Due deputati democratici avevano poi denunciato le sofferenze di Liam, che rinchiuso in un centro di detenzione chiedeva insistentemente della mamma, e piangeva. Qualche giorno fa è arrivata finalmente la bella notizia: la Corte Distrettuale ha ordinato l’immediata liberazione del piccolo e del padre. La cosa era tutto sommato prevedibile, visto che i rastrellamenti dell’ICE sono – per usare un eufemismo – di dubbia legittimità. Meno scontato è invece lo stile che il giudice Biery ha deciso di usare nel suo provvedimento. Già, perché l’ordinanza della Corte distrettuale non è un’asettica disamina dei fatti, delle circostanze e delle norme applicabili: è un atto di accusa durissimo contro le politiche trumpiane, in cui non mancano passaggi di amaro sarcasmo. Vi si legge ad esempio che la vicenda di Liam «ha origine dalla decisione del governo – mal concepita e applicata in modo maldestro – di imporre un numero minimo di espulsioni giornaliere, da eseguirsi anche a costo di traumatizzare dei bambini»; che «il governo mostra di non conoscere un importante documento della storia americana, chiamato Dichiarazione di Indipendenza»; o, ancora, che «per alcune persone la brama sfrenata di potere e l’uso della crudeltà per avere quel potere non conoscono limiti e sono privi di decenza» (riferimento evidente a Donald Trump). Sono frasi che farebbero storcere il naso a chi, in Italia, accusa la magistratura di voler «fare politica»: ma, come si diceva, quando la politica si pone al di fuori dei confini del diritto, l’esercizio del diritto diventa necessariamente un atto politico. Niente perquisizioni senza mandato «È stato presentato a questo Tribunale il ricorso del richiedente asilo Adrian Conejo Arias e del figlio di cinque anni…». Il provvedimento del giudice Biery si apre con queste parole, che già da sole avrebbero potuto risolvere il caso: il padre del piccolo Liam è un richiedente asilo, dunque non è un immigrato irregolare, dunque non doveva essere arrestato né tantomeno espulso. Eppure, non è questa la linea argomentativa su cui si incentra il resto dell’ordinanza. La Corte distrettuale sceglie di seguire un’altra strada, meno ovvia ma più carica di implicazioni giuridiche e politiche: l’obiettivo polemico sono le modalità con cui la «Migra» conduce le sue operazioni; per questo, Biery ricorda a Donald Trump che negli Stati Uniti esiste un «fastidioso inconveniente chiamato Quarto Emendamento». Il Quarto Emendamento della Costituzione Americana – che fa parte del Bill of Rights, la dichiarazione dei diritti – era stato pensato per proteggere gli individui e le comunità dagli abusi delle forze dell’ordine: la norma prescrive che, per procedere a un arresto o a una perquisizione, le autorità di polizia debbano munirsi di un mandato; e aggiunge che il mandato può essere concesso solo quando vi sia una «probable cause», cioè un fondato motivo che giustifichi l’arresto o la perquisizione. Il giudice Biery, dunque, ribadisce che l’ICE non può effettuare perquisizioni senza farsi preventivamente autorizzare da un tribunale: poi, con la tagliente ironia che caratterizza tutta la sua ordinanza, aggiunge che di solito gli agenti non si rivolgono all’Autorità Giudiziaria ma si fanno conferire il mandato dai loro superiori. E questo – dice testualmente l’ordinanza – equivale a «inviare la volpe a far la guardia al pollaio». C’è poi un altro punto importante, che Biery non affronta direttamente ma che è implicito nel riferimento al Bill of Rights: è la cosiddetta «probable cause», cioè il motivo che può giustificare una perquisizione in un luogo pubblico o in una casa privata. Come abbiamo visto nei reportage giornalistici di tutto il mondo, le operazioni dell’ICE a Minneapolis sono di fatto dei rastrellamenti indiscriminati: gli agenti irrompono nei bar, nei centri commerciali o nei quartieri residenziali, e arrestano tutti coloro che ai loro occhi potrebbero essere «immigrati clandestini». Molte testimonianze video confermano che, spesso, basta avere un aspetto fisico «messicano» o «somalo», o magari parlare con un «accento straniero», per finire nel girone infernale della detenzione amministrativa. E proprio su questo punto – sui criteri etnico-razziali usati per individuare i «sospetti» – esiste negli Stati Uniti un dibattito molto vivace. Il dibattito sui controlli selettivi Nel 1992 a El Paso – città al confine con il Messico, dove molti abitanti sono cittadini americani di origine ispanica e parlano comunemente spagnolo – decine di studenti e di docenti della scuola superiore «James Bowie High School» fecero causa alla Border Patrol (la polizia di frontiera) e all’Immigration and Naturalization Service (l’agenzia governativa «antenata» dell’ICE). La causa giudiziaria nasceva dal comportamento arrogante della Border Patrol: con il pretesto di cercare immigrati irregolari da espellere, gli agenti erano entrati più volte nei locali della scuola e avevano minacciato i ragazzi. Un insegnante, Benjamin Murillo, era stato fermato a un posto di blocco e si era visto puntare una pistola alla tempia da un poliziotto particolarmente esaltato; alcuni studenti erano stati seguiti fino a casa, altri erano stati brutalmente picchiati. Tutte le vittime degli abusi avevano l’unica colpa di avere, per l’appunto, un «aspetto fisico messicano». Il procedimento giudiziario avviato dalla Bowie High School sfociò in una storica sentenza, la Murillo versus Musegades. I giudici della Corte Distrettuale del Texas sancirono che fermare un individuo per il suo accento spagnolo o per i suoi tratti somatici «latini» era un atto discriminatorio lesivo dei diritti delle minoranze: gli agenti potevano effettuare perquisizioni e controlli solo sulla base di «fatti specifici, al di là della mera apparenza fisica di una persona». Da allora – pur con qualche incertezza – la giurisprudenza ha continuato a ribadire che le forze dell’ordine non possono adottare criteri etnico-razziali di profilazione. L’8 Settembre scorso, però, la Corte Suprema ha emanato un’ordinanza urgente che secondo molti commentatori rischia di rimettere in discussione questo orientamento giurisprudenziale. I magistrati del più alto tribunale americano hanno sostenuto infatti che «l’apparente identità etnica non può da sola legittimare un ragionevole sospetto (…), ma può essere un “fattore rilevante” se considerata insieme ad altre circostanze» (Noem v. Vasquez Perdomo, pag. 5-6). Con questa motivazione, la Corte ha di fatto avallato i controlli selettivi su strada basati sull’aspetto fisico (anche se, è bene chiarirlo, non ha in alcun modo autorizzato i raid indiscriminati e le perquisizioni casa per casa effettuate a Minneapolis). Nel suo richiamo al IV Emendamento, il giudice Biery sembra voler contestare le tesi della Corte Suprema. E vuole chiaramente ribadire – contro gli approcci «law and order» così diffusi nel mondo conservatore americano – il primato delle libertà e dei diritti fondamentali. In tal modo, come dice lui stesso in uno dei passaggi più graffianti e amari del provvedimento, cerca di «svuotare l’oceano delle violazioni alla Costituzione con il cucchiaino di un giudice». -------------------------------------------------------------------------------- Leggi la sentenza completa qui e qui -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Cronache di ordinario razzismo (sostieni il progetto: clcca) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il giudice e il bambino proviene da Comune-info.
February 12, 2026
Comune-info
E i sopravvissuti?
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Di morti in mare parlano in pochi. Ma c’è qualcosa di cui non parla quasi nessuno: i sopravvissuti alla Libia e al mare abbandonati in Italia in strada, senza cibo e senza una coperta per scaldarsi. Tra loro anche bambini. I diritti umani sono stati cancellati. E anche la pietà. Perché sopravvissuti vanno considerati quei migranti che arrivano vivi sul territorio italiano. I sopravvissuti stanno per strada, in attesa per mesi o anni di un centro di accoglienza straordinaria, isolato e decadente; in attesa per mesi o anni di ottenere i documenti; in attesa per mesi o anni di avere il diritto a lavorare legalmente. Sempre che prima non impazziscano su un marciapiede di qualche comune italiano. Sempre che per fame e per necessità non finiscano inghiottiti nel buco nero dello sfruttamento lavorativo. Sempre che con le ultime forze non scelgano di spostarsi in un altro Paese europeo, col rischio di venire prima o poi respinti in Italia, perché è qui che hanno preso le impronte e fatto richiesta di protezione, sperando di essere protetti. E invece vengono fatti morire, lentamente. Questo inverno si continua a partire dalle coste libiche e tunisine, nonostante il meteo avverso, nonostante il rischio di morire inghiottiti dal mare. Si continua a partire “perché meglio morire in mare che restare solo un giorno in più in Libia”: la frase che più sentiamo ripetere alla persone migranti che arrivano al Baobab, a Roma, con traumi inenarrabili. E alcuni di quelli che partono, arrivano, salvi a metà. Chiamiamo la sala operativa sociale del Comune di Roma e non c’è mai posto. Mai. Seguiamo allo sportello legale richiedenti asilo lasciati dormire al gelo per mesi. Vediamo continui rinvii e abusi dell’ufficio immigrazione che sembra seguire istruzioni scritte per umiliare e sfinire persone già duramente rotte nell’anima. Nessuno ne parla ma chi è arriva è salvo a metà. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo E i sopravvissuti? proviene da Comune-info.
February 12, 2026
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