Trieste. Continuano gli sgomberi al Porto VecchioGIULIA INGALLINA E ARIANNA LOCATELLI 1
Sembra ormai una prassi settimanale quella degli sgomberi dei diversi edifici
facenti parte del complesso di porto vecchio a Trieste.
In questa area, da mesi, decine di richiedenti asilo hanno trovato riparo in
città mentre, nella maggior parte dei casi, attendono di avviare i processi di
regolarizzazione sul territorio italiano o che si liberi un posto in
accoglienza.
Come raccontato nelle scorse settimane dalle associazioni e dalle persone
solidali presenti sul territorio, gli sgomberi si sono susseguiti con ritmo
serrato nell’ultimo periodo.
Il primo è avvenuto a dicembre, giorno in cui è stato ritrovato il corpo di
Magoura Hichem Billal, 32enne algerino morto per il freddo che, in inverno a
Trieste, mette a rischio la vita delle persone costretto a trovare ripari di
fortuna. Dopodiché se ne sono verificati altri tre, e ad ogni sgombero è
corrisposta la chiusura di uno degli edifici di porto vecchio.
L’ultimo, lo scorso giovedì 5 febbraio 2026, ha interessato il magazzino numero
118, abitato da persone senza fissa dimora ed escluse dal circuito
dell’accoglienza.
L’edificio ospitava circa una cinquantina di persone che, alle 8 del mattino,
all’avvio delle operazioni, sono state costrette a uscire e a raccogliere in
fretta i propri averi, prima che l’ingresso venisse murato, lasciandole fuori da
quella che era diventata la loro abitazione.
Gli agenti di polizia, dopo aver ordinato l’evacuazione, hanno atteso che il
magazzino fosse vuoto rientrando nel furgone per ripararsi dalla pioggia, mentre
chi era costretto a “traslocare”, senza alcuna informazione, rimaneva privo di
una soluzione alternativa.
A rendere ancora più disumana l’operazione è il fatto che, a differenza degli
sgomberi precedenti, questa volta non sia stato predisposto alcun trasferimento
né alcuna forma di presa in carico, neppure prettamente formale, da parte delle
autorità presenti.
Più che in altre occasioni, le persone sgomberate sono state ignorate e
abbandonate da chi avrebbe dovuto garantirne l’assistenza: nessuna
identificazione, nessun orientamento, nessun trasferimento verso strutture di
accoglienza.
Solo gli attivisti solidali e le associazioni che sul territorio offrono
supporto alle persone in movimento – come sempre tenute all’oscuro delle
decisioni – hanno raggiunto l’area, dopo aver ricevuto nel tardo pomeriggio del
giorno precedente la notizia dell’imminente operazione di polizia.
Quella che si è verificata con l’ultimo sgombero è stata una mera azione di
forza, priva di ogni intenzione di migliorare le condizioni di vita delle
persone presenti ma, anzi, riproducendo il meccanismo dell’abbandono a pochi
metri di distanza.
Dopo l’uscita coatta, infatti, con i loro averi in mano, le persone non hanno
avuto altra scelta se non spostarsi nell’edificio di fronte, il magazzino numero
6, almeno fino a quando anche questo non verrà sgomberato. Senza neppure il
tentativo di predisporre un’alternativa – nemmeno di quelle parziali e di
facciata adottate negli sgomberi precedenti – si rafforza una deriva verso la
normalizzazione di simili situazioni.
Una forma di violenza strutturale sempre più tacita e preoccupante, nella misura
in cui non vi è nemmeno più la necessità di simulare attenzione ai diritti
umani, ma si può arrivare ad agire esplicitamente in violazione di essi. Ciò a
cui si assiste è una gestione emergenziale e spettacolarizzata, che per la
“risoluzione” del “problema” sacrifica e nega i diritti fondamentali delle
persone coinvolte.
Come denunciato all’interno dell’ultimo comunicato stampa del Consorzio Italiano
di Solidarietà, questa volta emerge ancora più chiaramente la “progressiva
dismissione delle responsabilità istituzionali, che si traduce in un abbandono
pianificato di persone titolari del diritto alla protezione e all’accoglienza,
in aperto contrasto con gli obblighi giuridici internazionali e interni assunti
dallo Stato italiano.” 2
GLI SGOMBERI E LA GIUSTIFICAZIONE DELLA RIQUALIFICAZIONE STORICO CULTURALE DEGLI
EDIFICI
Questo episodio si inserisce nel quadro complessivo della situazione in città
dove centinaia di richiedenti asilo sono esclusi dal sistema di accoglienza,
sospesi in un vuoto giuridico ed esistenziale alimentato da prassi illegittime
della questura e operazioni spettacolari e vuote delle forze dell’ordine.
Approfondimenti/A proposito di Accoglienza
LA QUESTURA DI TRIESTE OSTACOLA L’ACCESSO ALLA PROCEDURA D’ASILO
La denuncia nel rapporto «Accesso Negato»
29 Dicembre 2025
Gli interventi finalizzati a “liberare porto vecchio dagli occupanti” vengono
gestiti come operazioni straordinarie di controllo coordinate dalla Prefettura,
in attuazione delle decisioni assunte dal Comitato provinciale per l’ordine e la
sicurezza pubblica (C.P.O.S.P.).
La sicurezza pubblica richiamata a giustificazione degli sgomberi non sembra
includere però la tutela delle persone costrette a vivere a Porto Vecchio, che
sono le uniche a subire concretamente il disagio di quelle condizioni. Se
l’obiettivo dichiarato è la salvaguardia, essa non comprende evidentemente chi
abita quegli spazi, dal momento che alle azioni di forza non segue alcuna
attivazione di misure di protezione.
Nell’ultimo mese simili operazioni si sono fatte più frequenti. Al “maxi
trasferimento” del 3 dicembre 2025 avvenuto durante lo sgombero dei magazzini 2
e 2A, si sono susseguiti:
* Il 22 gennaio 2026, lo sgombero dell’edificio numero 4 con lo spiegamento di
un ampio, e quasi ridicolo, dispositivo di sicurezza composto da polizia di
stato, carabinieri, guardia di finanza, vigili del fuoco e polizia locale, e
il supporto di contingenti di rinforzo e coordinamento tecnico-operativo
della questura di Trieste. Questo per l’evacuazione, a cui poi è corrisposta
la presa in carico e il trasferimento della metà delle persone, senza alcun
chiaro criterio di selezione. Un centinaio di esse sono rimaste per strada,
alcune delle quali da mesi nella medesima situazione. L’edificio è stato poi
sigillato per la “messa in sicurezza”, vero obiettivo dell’operazione a
discapito della tutela delle persone aventi diritto all’accoglienza 3.
* Il 28 gennaio 2026 l’operazione di sgombero ha coinvolto circa 180-200
persone (donne, uomini e coppie) divise prima tra chi aveva i documenti
relativi alla richiesta di asilo e chi no, e poi caricati, in numero minore,
sui bus diretti in questura per l’identificazione e, sembrerebbe, il
successivo trasferimento a casa Malala. Durante l’operazione sono stati
sgomberati e sigillati i magazzini numero 7 e 10 e sono state prese in carico
circa 80-90 persone, mentre un centinaio – tra cui due nuclei familiari –
sono rimaste escluse dal trasferimento e abbandonate sul luogo alla fine
delle operazioni 4
L’obiettivo di questi sgomberi viene giustificato con la riqualificazione
dell’area del Porto Vecchio di Trieste, una vasta zona portuale dismessa da
oltre cinquant’anni, oggi costellata di magazzini e capannoni abbandonati.
Parte di questi edifici sono stati occupati, soprattutto in seguito allo
sgombero del Silos6, da richiedenti asilo o aspiranti richiedenti asilo che
vengono esclusi dal sistema di accoglienza.
Dopo anni di abbandono, nel 2023 viene approvato dalla Giunta Comunale e
sviluppato dal gruppo COSTIM (controllato da POLIFIN) un piano di
riqualificazione degli edifici di Porto Vecchio, nominato “Porto Vivo” 5.
Le comunicazioni ufficiali hanno presentato il progetto come un’operazione di
rigenerazione urbana che mira a trasformare un’area storica e abbandonata in un
polo culturale, turistico ed economico di rilevanza regionale ed europea, senza
mai menzionare come si stia, nei fatti, organizzando il processo che, per la
riqualificazione dell’area sacrifica i diritti delle persone.
Dai dati comunicati 6, l’intervento interesserebbe 66 ettari di area, con 5
moli, 35 edifici storici (hangar e magazzini ottocenteschi) e un’estensione di
circa 3 km di spazi, per un ammontare di 600 milioni di euro.
Le somme previste per tale intervento vanno ad aggiungersi ai 50 milioni di euro
già stanziati nell’ambito del Piano Stralcio “Cultura e Turismo” (FSC 2014-2020)
per l’intervento “Porto Vecchio di Trieste”, attualmente in corso 7.
Alcuni progetti di conversione degli edifici sembrano già noti, il capannone 1
(Molo IV) dovrebbe essere ristrutturato per ospitare l’archivio storico
dell’Autorità Portuale; i magazzini 2 e 4 destinati al trasferimento degli
uffici regionali, ed altri magazzini saranno alienati a privati per la
riqualificazione, in conformità con le linee guida del masterplan.
L’obiettivo è completare i lavori entro il 2030 che procederebbe, come da
dichiarato sul sito del ministero della cultura9: “con interventi di tutela,
valorizzazione e messa in rete del patrimonio […] L’obiettivo è quello di
restituire alla città un’area portuale dismessa, ma anche e soprattutto generare
processi virtuosi in ambito culturale e ambientale”.
Mentre si inneggia al rispetto del patrimonio storico ci si dimentica però di
tutelare le persone che vengono abbandonate proprio come per anni sono stati
abbandonati quegli edifici che ora sembrano essere diventati un bene di primaria
importanza.
Inoltre, la “restituzione alla città” appare poco credibile, dal momento che il
progetto sembra orientato più a trasformare l’area in una vetrina per turisti e
croceristi che a renderla realmente accessibile e fruibile dalla cittadinanza.
Quanto può dirsi sostenibile una riqualificazione che procede attraverso
operazioni capaci di produrre trattamenti degradanti nei confronti di chi
quell’area è costretto a viverla?
Tutto questo avviene inoltre in un contesto in cui da anni associazioni e
attivisti solidali si battono per l’apertura di strutture di prima accoglienza,
attualmente non sufficienti nel territorio triestino. Le ingenti risorse
previste per l’attuazione del progetto finiscono per suonare come una beffa di
fronte alle ripetute dichiarazioni di assenza di fondi per far fronte alla
cosiddetta “emergenza accoglienza”.
Il contrasto è evidente: da un lato investimenti milionari per la
riqualificazione dell’area, dall’altro l’asserita impossibilità di reperire
risorse per garantire soluzioni dignitose a chi si trova senza un riparo.
Inoltre, il fatto che tali finanziamenti non siano neppure in minima parte
destinabili all’attivazione di misure alternative di accoglienza a seguito degli
sgomberi, rende palese come la questione non sia economica, ma politica,
rivelando il disinteresse strutturale nei confronti delle persone lasciate senza
tutela.
Il piano sopra citato diventa il pretesto per portare avanti delle operazioni
che le istituzioni ambivano da tempo: l’eliminazione di soggetti indesiderati i
cui diritti non sono considerati rilevanti ma, anzi, sacrificabili.
Così la creazione di uno spazio “cittadino”, immaginato come un prototipo quasi
futuristico tra grandi palazzi votati all’economia e al turismo, finisce per
diventare la giustificazione mediatica di una strategia di “pulizia” che mira
non tanto alla celebrata riqualificazione di edifici storici – che, una volta
trasformati, rischiano di conservare ben poco della loro storia – quanto
all’allontanamento sistematico di persone “non benvenute”.
LA VIOLAZIONE DEL DIRITTO NASCOSTA DALLA PROPAGANDA DEI MEDIA
Vivere a Porto Vecchio è una condizione che deriva direttamente dalle scelte
istituzionali di non accoglienza e dalle strategie di deterrenza messe in atto,
di cui gli sgomberi fanno parte.
Dallo sgombero del Silos, avvenuto il 21 giugno 2024, non sembra esserci mai
stata la volontà di progettare soluzioni alternative conformi alle disposizioni
di legge e rispettose dei diritti dei richiedenti asilo.
Può sembrare persino superfluo doverlo ribadire, eppure c’è chi continua a
ignorare che il diritto d’asilo è un diritto sancito dalla Costituzione
(all’articolo 10, comma 3) 8 e che il diritto all’accoglienza discende dalla
direttiva 2013/33/UE 9 dell’Unione Europea, la quale impone agli Stati membri di
garantire condizioni di vita dignitose fin dal momento della manifestazione
della volontà di chiedere protezione e per tutta la durata della procedura.
Recepita nell’ordinamento italiano con il D.Lgs. 142/2015 10, tale direttiva
obbliga lo Stato ad assicurare standard minimi di accoglienza per i richiedenti
asilo, standard che a Trieste risultano evidentemente disattesi.
Inoltre, all’articolo 11 del decreto attuativo, viene specificato come:
“Nel caso in cui è temporaneamente esaurita la disponibilità di posti
all’interno dei centri […] a causa di arrivi consistenti e ravvicinati di
richiedenti, l’accoglienza può essere disposta dal prefetto [..] in strutture
temporanee, appositamente allestite, previa valutazione delle condizioni di
salute del richiedente, anche al fine di accertare la sussistenza di esigenze
particolari di accoglienza.”14
Dunque, neppure in situazioni emergenziali si dovrebbe assistere all’abbandono
di persone costrette a vivere per strada, prive di qualsiasi misura di tutela
attivata dalle istituzioni. Quest’anno, inoltre, a Trieste non sono state
predisposte soluzioni alternative – come, ad esempio, l’allestimento temporaneo
di palestre o di altri spazi comunali – optando di fatto per non offrire alcuna
risposta all’emergenza freddo e lasciando le persone esposte alla precarietà.
In questa situazione aumentano i numeri delle vittime di Stato: dopo i decessi
di Hishem Bilal Magoura, Shirzai Farhdullah, Nabi Ahmad, Muhammad Baig, un
cittadino nepalese di 43 anni, Sunil Tamang, è stato soccorso il 10 gennaio 2026
per arresto cardiaco all’interno dei magazzini del Porto Vecchio di Trieste ed è
morto tre giorni dopo all’ospedale di Cattinara.
Eppure, il giorno precedente si era presentato in questura per manifestare la
volontà di chiedere protezione internazionale, alla quale la legge fa
corrispondere una presa in carico, tanto più necessaria in presenza di
condizioni di vulnerabilità. Nonostante avesse dichiarato le proprie condizioni
fisiche, era stato respinto dagli agenti senza che venisse attivata alcuna
procedura di accoglienza 11
La situazione risulta ancora più paradossale se pensiamo che gli arrivi a
Trieste non rispecchiano affatto i numeri di emergenzialità che si vuole far
credere. Negli ultimi mesi, le persone arrivate in città, dopo l’attraversamento
della frontiera, sono in media 29 al giorno 12, una quota perfettamente
gestibile se ci fosse la volontà di organizzare un sistema funzionale e
rispettoso dei diritti delle persone.
Si potrebbero predisporre strutture a bassa soglia, organizzare trasferimenti
più frequenti e programmati, raccogliere tempestivamente le domande di asilo,
evitando di lasciare le persone in strada, costrette a presentarsi ogni giorno
in questura per vedersi respingere con motivazioni illegittime.
Mantenere una cornice emergenziale, alimentando l’idea di un’invasione e
dell’impossibilità di gestire i numeri, si rivela però la scelta più efficace
sul piano mediatico.
L’obiettivo sembra essere quello di consolidare una narrazione che stigmatizza e
criminalizza “lo straniero che occupa impropriamente edifici pubblici”, come se
non fosse una scelta obbligata. Sembra che nessuno, ai piani alti, voglia
effettivamente provare a trovare una soluzione per le persone che si trovano
costrette ad occupare questi spazi, a vivere in condizione disumane proprio a
causa della negligenza del sistema che dovrebbe accoglierle e che invece le
abbandona.
Non solo le istituzioni omettono di attivare strutture di accoglienza
alternative come indica la legge, costringendo le persone a cercare riparo in
autonomia, ma, quando queste riescono a trovare una sistemazione a Porto
Vecchio, le autorità intervengono con gli sgomberi ad allontanarle anche da quel
rifugio precario.
Il “problema” viene semplicemente spostato da un luogo di fortuna a un altro:
prima il Silos, ora i magazzini del Porto Vecchio, che uno dopo l’altro vengono
chiusi e svuotati dalle persone che li abitano, la cui presenza dovrebbe essere
riconosciuta, non rimossa o ignorata.
“emerge con chiarezza una strategia che mira unicamente a rimuovere la presenza
di persone dai magazzini, spingendole ad allontanarsi e tentando
progressivamente di chiudere – uno dopo l’altro – i luoghi di riparo informale
che esse riescono a trovare. Ma quando l’ultimo magazzino sarà stato sgomberato
e sigillato, cosa succederà? Le autorità non sembrano porsi il problema, quel
che è certo è che i richiedenti asilo abbandonati non spariranno nel nulla.”
Dal comunicato stampa 13 di ICS
Strategicamente, i media rendono visibili le persone in movimento quando serve
alimentare la retorica dell’“invasione”; le invisibilizzano, invece, quando
l’obiettivo è farle scomparire dallo spazio urbano e sottrarre allo sguardo
pubblico anche le operazioni attraverso cui vengono allontanate, operazioni che
spesso comportano la compressione di diritti fondamentali.
Con questi sgomberi, questo è quello che sta avvenendo, una rimozione dal
panorama cittadino di persone “indesiderate” che vengono escluse dagli spazi
della città e da delle tutele che gli spetterebbero. Non si tratta semplicemente
di liberare edifici, ma di ridefinire chi può abitare la città e chi, invece,
deve esserne tenuto ai margini, privato di riconoscimento e di diritti.
Lo spazio urbano può essere letto come «mediatore di rapporti di potere» 14
luogo in cui si producono e si rendono visibili processi sociali e politici,
dinamiche di significazione e pratiche di territorializzazione. Tali processi si
iscrivono in un quadro più ampio di tecnologie politiche orientate a “governare
la vita” e a controllare la mobilità attraverso dispositivi di coercizione e di
imposizione.
In questo senso, la gestione dello spazio si traduce in vere e proprie
“cartografie delle persone”, da eliminare, inglobare, ricollocare o ricondurre a
una posizione ritenuta accettabile, secondo piani urbanistici che finiscono per
produrre esclusione.
Se lo spazio dell’inclusione coincide con lo spazio del cittadino riconosciuto,
è proprio a partire da qui che emergono le figure dell’esclusione e le soglie
del “rigetto dalla società”. Ciò che sta accadendo a Trieste può essere letto
alla luce di un contesto politico più ampio in cui, come denunciava Balibar 15,
si profila il rischio di un «apartheid europeo».
Il confine, infatti, non si dissolve una volta attraversata la frontiera
geografica ma si inscrive nei corpi, nelle pratiche di profilazione razziale,
nelle gerarchie che determinano la posizione sociale degli individui. I processi
di confine superano la linea fisica e si riproducono come confini sociali,
stabilendo le soglie di in-appartenenza.
Le persone da “escludere” vengono dapprima relegate ai margini della città, come
nel caso di Porto Vecchio, e poi progressivamente e silenziosamente rimosse
anche da quegli spazi periferici, attraverso strategie come gli sgomberi.
Tramite queste forme di de-territorializzazione, la società mantiene l’“altro”
in una condizione di esternalità permanente, negandogli qualsiasi effettivo
“diritto alla città” 16 e arrivando, in ultima istanza, a mettere in discussione
il riconoscimento stesso dei diritti in quanto persona.
È qui che si produce l’invisibilità totale: un’esclusione costruita attraverso
l’in-accoglienza, la relegazione in luoghi di fortuna lontani dal centro e la
reiterazione degli sgomberi, con l’obiettivo di tenere queste presenze fuori
dalla vita cittadina e quotidiana, fino a produrne la «scomparsa sociale» 17– un
esito che può realizzarsi solo attraverso la sistematica compressione dei
diritti fondamentali.
1. Mi sono laureata in antropologia culturale ed etnologia a Bologna. Sono
un’attivista e una studentessa e negli ultimi anni ho girato varie città
seguendo progetti di ricerca e volontariato su diverse frontiere in
supporto alle persone in movimento. Attualmente lavoro per Migreurop e
recentemente sono entrata nel CD di OnBorders ↩︎
2. Dal comunicato stampa di ICS: Porto Vecchio, sgombero senza accoglienza:
murato l’edificio 118, persone lasciate senza tutele – ICS – Consorzio
Italiano di Solidarietà ↩︎
3. Il nuovo sgombero in Porto Vecchio lascia in strada oltre 100 persone – ICS
– Consorzio Italiano di Solidarietà ↩︎
4. Dal comunicato di ICS del 29 gennaio 2026: Nuovo sgombero in Porto Vecchio:
trasferimenti insufficienti e diritti negati ↩︎
5. Approvata in Giunta la proposta di valorizzazione e rigenerazione urbana
dell’area di Porto Vecchio – Porto Vivo, Comune di Trieste (luglio 2024) ↩︎
6. Qui i dettagli degli interventi ↩︎
7. Qui i dettagli dell’intervento ↩︎
8. La Costituzione – Articolo 3 | Senato della Repubblica ↩︎
9. Direttiva 2013/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno
2013, recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione
internazionale ↩︎
10. DECRETO LEGISLATIVO 18 agosto 2015, n. 142 – Normattiva ↩︎
11. In Porto Vecchio la sospensione dei diritti mette a rischio la vita,
Comunicato ICS (10 gennaio 2026) ↩︎
12. Dati dal Report di dicembre 2025 di IRC (International Rescue Committee) ↩︎
13. Porto Vecchio, sgombero senza accoglienza: murato l’edificio 118, persone
lasciate senza tutele ↩︎
14. Cappello, C., Cingolani, P., & Vietti, F. (2023). Etnografia delle
migrazioni. Temi e metodi di ricerca.
Roma: Crocci Editore. ↩︎
15. Balibar, E. (2001). Nous, citoyens d’Europe? Les frontières, l’État, le
peuple. Parigi: La Découverte. ↩︎
16. Lefebvre, H. (2014). Il diritto alla città. Verona: Ombre Corte. ↩︎
17. Agier, M. (2008).Gérer les indésirables. Des camps de réfugiés au
gouvernement humanitaire.
Parigi: Flammarion. ↩︎