Vite sospese nel Sudan in guerra

Progetto Melting Pot Europa - Tuesday, February 17, 2026

GIORGIO MARCACCIO 1

Samrin Adam è una geografa e docente sudanese presso il dipartimento di GIS e cartografia della facoltà di scienze geografiche e ambientali dell’Università di Khartum. Attualmente sta conseguendo un Master in Public Policy, con un focus sulla governance ambientale e sulla “spatial justice”.

Il suo lavoro si colloca all’intersezione tra mappature, politiche pubbliche e coinvolgimento delle comunità. Attraverso progetti come Akhir Faysal, Samrin studia come le mappature partecipative possano diventare uno strumento per preservare memoria e identità e per permettere alle comunità di esprimersi politicamente, in particolare per quelle sfollate lontano dal proprio Paese 2 .

In questa intervista, Samrin racconta in prima persona la guerra che dal 2023 devasta il Sudan, le sfide quotidiane dei cittadini e il ruolo delle mappe collettive come strumenti di resilienza e espressione politica.

Ci può spiegare la situazione del paese in questo momento e cosa sta succedendo dal 2023?

Dall’Aprile del 2023 il Sudan è coinvolto in una guerra devastante tra le Sudanese Armed Force (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF) 3 . Il conflitto, iniziato come lotta per il potere tra fazioni militari, si è poi trasformato in una guerra urbana diffusa sul territorio, causando sfollamenti di massa ed il collasso delle istituzioni.

Milioni di cittadini Sudanesi sono migrati internamente o sono stati obbligati a lasciare il Paese, mentre sanità, istruzione, infrastrutture e l’intero sistema amministrativo sono stati profondamente compromessi.

L’assetto geografico della guerra è in continuo cambiamento. Dall’inizio degli scontri, le due fazioni hanno avuto a fasi alterne il controllo su città e regioni, creando così grave instabilità in tutto il territorio. Khartum e lo Stato di Al-Jazira, che nelle prime fasi della guerra erano teatro di intensi scontri, in questo momento stanno provando a riprendersi in alcune aree dove diverse comunità si stanno impegnando per istituire nuovamente dei servizi e ritrovare un po’ di quotidianità.

Tuttavia, questo non è un segnale di stabilità: il Governo, anche locale, rimane fratturato, le infrastrutture sono danneggiate e diversi quartieri sono ancora caratterizzati da violenza e sfollamenti.

Al contempo, in Darfur e in Kordofan gli scontri si sono intensificati.

Nell’ottobre del 2025, El-Fasher, capitale del Nord Darfur, fu teatro di un forte crescendo delle violenze, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria già in corso. La popolazione continua ad affrontare insicurezza, situazioni di assedi e di esodi forzati. Sono circolate a riprova di ciò vari rapporti riportanti testimonianze che mostrano violazioni di diritti umani e crimini di guerra.

Oggi il Sudan e la sua situazione non possono essere descritti semplificandone i termini.

Siamo infatti davanti ad un panorama di fronti in costante movimento, momenti di parziale recupero e devastazione in corso in questo esatto momento; un Paese che cerca di barcamenarsi tra tentativi di recuperare un ritmo naturale in alcune regioni, mentre in altre continua la violenza. Le conseguenze umanitarie, sociali e politiche di tutta questa situazione restano ancora profonde e irrisolte.

Quando ha lasciato il Sudan? Dove ti trovavi quando la guerra è scoppiata? 
Film da vedere
“Sudan, Remember Us” racconta giovani sudanesi che, tra poesia e sogni, resistono a violenze e oppressione, contribuendo a un movimento per la libertà

Mi trovavo a Khartum, nel quartiere di Burri, quando iniziò la guerra nell’aprile del 2023 4. Per i primi dieci giorni rimasi intrappolata in casa per l’intensificarsi degli scontri in città. Lo stato di Khartum è composto da tre città – Khartum, Omdurman e Bahri – divise dal Nilo e connesse tramite dei ponti.

Per diverse volte provai ad attraversare il Nilo da Khartum a Omdurman, dove si trova la casa della mia famiglia, ma i bombardamenti pesanti e i colpi di arma da fuoco rendevano impossibile il passaggio dai ponti. Ogni tentativo di passare implicava calcolare ogni rischio nel giro di pochi secondi, senza sapere se saremmo riusciti a tornare indietro salvi.

Appurato che era impossibile attraversare direttamente dai ponti, mi sono spostata verso Sud con altre persone che scappavano verso lo stato di Al-Jazira. Da lì ho poi viaggiato verso Atbara e Shendi nello stato del fiume Nilo, dove sono riuscita a riunirmi con la mia famiglia.

Il 3 Giugno 2023 sono riuscita a lasciare il Sudan; non fu una partenza pianificata, ma un percorso dettato dalla volontà di sopravvivere e modellata dalla geografia e dalla guerra stessa.

Cosa può dire lei personalmente di quanto ha visto, sentito e vissuto in prima persona riguardo al conflitto?

Avendo visto e sentito in prima persona la guerra a Khartum e tra le vie di sfollamento interne al Paese, quello che noto maggiormente è una profonda rottura della vita dei cittadini e delle loro aspirazioni democratiche.

Durante le prime ore della guerra, ho sentito un sentimento schiacciante di delusione e rabbia. Ho pensato alla rivoluzione del 2018 – alle persone che sono morte, ai sacrifici fatti e agli anni di resistenza – e ho avuto il timore di aver perso il nostro Paese, che tutti gli sforzi fatti erano stati vanificati.

Dopo anni di mobilitazioni per una transizione politica, il ritorno agli scontri militari per il potere è stato devastante. Questa guerra non si limita al confronto armato; essa è anche frammentazione di quartieri, istituzioni e fiducia sociale.

Nonostante ciò, quello che più mi sorprende è la resilienza della società civile sudanese, le relazioni di aiuto reciproco, le iniziative dal basso e tutte le azioni giornaliere di solidarietà che persistono nonostante il collasso istituzionale.

Come è nato il progetto di mappatura a Faysal? C’è stato qualcosa in particolare che la ha colpita delle donne che hanno partecipato o di come è stata percepita l’esposizione dall’esterno? 

Il progetto Akhir-Faysal è nato da una conversazione tra la dottoressa Mariasole Pepa dell’Università di Padova 5 ed io. Discutemmo di come un progetto di mappatura collettiva avrebbe potuto aiutare le donne sudanesi scappate dal conflitto che si trovano al Cairo nel sentirsi rappresentate.

Dal principio volevamo che il processo fosse un lavoro condiviso più che un progetto di ricerca, sottolineando la sua natura veramente collettiva nel vero senso della parola.

Per comunicare trasparenza e fiducia, abbiamo lanciato la proposta dal mio account Facebook personale tramite un Google Form. Capimmo subito che donne sfollate in un nuovo contesto che conoscono poco sarebbero state caute, perciò fu fondamentale utilizzare una piattaforma a loro familiare e di cui si potessero fidare.

La maggior parte di sudanesi che sono scappati verso l’Egitto sono donne, il che rese necessario e più semplice al tempo stesso mettere proprio loro al centro del progetto.

Durante il workshop, ogni donna ha raccontato la sua personale esperienza spaziale di esilio. Al posto che essere mappate da altri, sono state proprio loro a identificare i mercati, le cliniche, i posti sicuri e quelli più emozionali che avevano trovato come riferimenti.

La cosa che più mi ha impressionato è stato come l’atto di mappare è stato al contempo un atto terapeutico e politico. Al di fuori delle mappe, queste donne hanno costruito dei forti legami tra di loro, dando vita ad una rete di solidarietà che esiste ancora oggi.

Dopo la presentazione del 1° novembre 2024, il progetto è stato poi aggiornato? C’è stato modo di vedere l’evoluzione dei luoghi di interesse dopo la prima indagine?

Non sono riuscita ad essere fisicamente presente alla prima esibizione per via di impegni di viaggio, ma grazie ai resoconti delle colleghe e al materiale registrato sono riuscita a seguire da vicino l’impatto che ha avuto.

Quello che più ha catturato la mia attenzione è stata la varietà di persone che sono venute alla presentazione. Non c’erano solo sudanesi tra il pubblico ma anche egiziani e persone di diverse provenienze.

Questo è stato molto importante per noi. Il progetto non è stato pensato solo per la comunità sudanese, ma l’idea era di creare uno spazio aperto ad un dialogo ben più largo sul tema degli sfollati, dell’appartenenza e di come le donne ricostruiscono la vita in spazi urbani che non conoscono.

Sounds from Faysal Main Street
Sounds from Faysal Main Street
Music from the street
SOUND OF THE CITY

L’esibizione ha permesso di far vedere come queste donne sudanesi sfollate percepiscono e si muovono sul territorio, come ricostruiscono una certa quotidianità e come, dopo una forte rottura, riescono a ricreare un loro “nido” familiare.

In gennaio poi, le mappe prodotte sono state trasportate a Parigi per espandere ulteriormente il dialogo e le discussioni; e in questo mese (febbraio) questo stesso progetto troverà spazio al Museo della Geografia di Padova, in collaborazione con l’università di Padova, aumentando così la visibilità e il coinvolgimento internazionale 6.

Cosa è CEDEJ Khartum e qual è il suo ruolo al suo interno?

Mentre lavoravo al progetto, stavo collaborando con CEDEJ Khartoum (Centre d’Études et de Documentation Économiques, Juridiques et Sociales), che al tempo si era spostato al Cario per via dello scoppio della guerra in Sudan. Mi era stato dato un assegno di ricerca dal CEDEJ, con il quale il progetto Akhir-Faysal era iniziato 7.

Dal principio il CEDEJ si è occupato di fornire sostegno istituzionale all’iniziativa. Quando poi abbiamo tenuto il primo workshop, la professoressa Marie Bassi, direttrice di CEDEJ Khartoum, partecipò e fu presente per vedere in prima persona il forte dialogo generato grazie al processo di mappatura collettivo. L’impatto della prima sessione ha quindi rinforzato la rilevanza del progetto, e il CEDEJ ha intensificato i suoi investimenti accademici e finanziari affinché il progetto continuasse e si espandesse.

Il progetto fu reso possibile dalla collaborazione di quattro ricercatrici: la dott.ssa Mariasole Pepa (Università di Padova), Duaa Abu Siwar (Università di Khartum), la prof.ssa. Marie Bassi (CEDEJ Khartoum) ed io.

Il mio ruolo riguardava la coordinazione e la progettazione partecipativa della mappatura, ovvero fare in modo che la metodologia rimanesse centrale sia nel contesto della ricerca accademica sia nel processo di coinvolgimento della comunità.

Evidenziazione in rosso dell’area di Faysal.
Donne al lavoro sulla mappa di Faysal durante uno dei laboratori collettivi.
PH: Mariasole Pepa, 2024
In che modo si può aiutare la causa della popolazione e della società civile sudanese che si trova in grande difficoltà in questo momento?

Gli aiuti possono essere espressi in diverse forme: si può iniziare semplicemente ascoltando e amplificando la voce dei sudanesi che raccontano questo conflitto e rifiutandosi di ridurlo a narrative semplificate.

Le relazioni della società civile dentro e fuori dal Sudan stanno permettendo la sopravvivenza di comunità grazie ad aiuti reciproci, documentazione di quanto sta succedendo e organizzazioni che nascono dal basso – queste persone hanno bisogno di visibilità e di un aiuto concreto e materiale.

Le istituzioni accademiche, gli spazi culturali e le piattaforme di comunicazione possono creare spazio per docenti, artisti e attivisti sudanesi, affinché possano parlare per loro stessi. Altri modi concreti per contribuire sono finanziare iniziative che partono dalle comunità locali, supportare la ricerca indipendente e confrontarsi con organizzazioni umanitarie credibili e degne di fiducia.

La cosa forse più importante, è che questa solidarietà duri nel tempo e si trasformi in un sopporto di lungo termine. Il Sudan non è solo un luogo di guerra, ma è una società che sta lottando per la sua dignità, responsabilità e per un suo futuro democratico.

Grazie per aver creato uno spazio di discussione sul Sudan e per il vostro impegno nel sensibilizzare l’opinione pubblica sulle realtà che affliggono la popolazione di questo Paese. Le piattaforme che promuovono un dialogo informato e la visibilità sono estremamente preziose in tempi di crisi prolungata.

  1. Studente presso UniPD del corso di Scienze politiche, Relazioni internazionali e Diritti umani al terzo anno, sto svolgendo un tirocinio curricolare presso Melting Pot. Sono appassionato di attualità internazionale e storia delle relazioni internazionali, materia in cui sto scrivendo una tesi di laurea triennale. Ho un diploma di liceo classico ottenuto a Bergamo, e dal liceo in poi ho fatto attività di volontariato locale e in città ↩︎
  2. Mapping with Sudanese Women in Cairo, Vision Scarto ↩︎
  3. How RSF is adopting Israel’s ‘template for genocide’ in Sudan, Al Jazeera (maggio 2025) ↩︎
  4. Si legga: “L’inferno all’improvviso. Testimonianze dal Sudan” di Andrea Pase e Mariasole Pepa, Università di Padova – Una città, mensile di interviste giugno-luglio 2023 – numero 293 ↩︎
  5. Consigliamo la lettura di “Pensare attraverso il cotone in Sudan: vecchi e nuovi estrattivismi” di Mariasole Pepa, dal numero 1 della rivista Teiko (pag.69) ↩︎
  6. Sudan at war, Women on the Move: Akhir Faysal Project. Un incontro dedicato all’analisi delle trasformazioni sociali e spaziali generate dal conflitto in corso in Sudan – Museo di Geografia dell’Università di Padova ↩︎
  7. Mapping with Sudanese Women in Cairo – CEDEJ Khartoum ↩︎