Vite sospese nel Sudan in guerra
GIORGIO MARCACCIO 1
Samrin Adam è una geografa e docente sudanese presso il dipartimento di GIS e
cartografia della facoltà di scienze geografiche e ambientali dell’Università di
Khartum. Attualmente sta conseguendo un Master in Public Policy, con un focus
sulla governance ambientale e sulla “spatial justice”.
Il suo lavoro si colloca all’intersezione tra mappature, politiche pubbliche e
coinvolgimento delle comunità. Attraverso progetti come Akhir Faysal, Samrin
studia come le mappature partecipative possano diventare uno strumento per
preservare memoria e identità e per permettere alle comunità di esprimersi
politicamente, in particolare per quelle sfollate lontano dal proprio Paese 2 .
In questa intervista, Samrin racconta in prima persona la guerra che dal 2023
devasta il Sudan, le sfide quotidiane dei cittadini e il ruolo delle mappe
collettive come strumenti di resilienza e espressione politica.
CI PUÒ SPIEGARE LA SITUAZIONE DEL PAESE IN QUESTO MOMENTO E COSA STA SUCCEDENDO
DAL 2023?
Dall’Aprile del 2023 il Sudan è coinvolto in una guerra devastante tra le
Sudanese Armed Force (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF) 3 . Il conflitto,
iniziato come lotta per il potere tra fazioni militari, si è poi trasformato in
una guerra urbana diffusa sul territorio, causando sfollamenti di massa ed il
collasso delle istituzioni.
Milioni di cittadini Sudanesi sono migrati internamente o sono stati obbligati a
lasciare il Paese, mentre sanità, istruzione, infrastrutture e l’intero sistema
amministrativo sono stati profondamente compromessi.
L’assetto geografico della guerra è in continuo cambiamento. Dall’inizio degli
scontri, le due fazioni hanno avuto a fasi alterne il controllo su città e
regioni, creando così grave instabilità in tutto il territorio. Khartum e lo
Stato di Al-Jazira, che nelle prime fasi della guerra erano teatro di intensi
scontri, in questo momento stanno provando a riprendersi in alcune aree dove
diverse comunità si stanno impegnando per istituire nuovamente dei servizi e
ritrovare un po’ di quotidianità.
Tuttavia, questo non è un segnale di stabilità: il Governo, anche locale, rimane
fratturato, le infrastrutture sono danneggiate e diversi quartieri sono ancora
caratterizzati da violenza e sfollamenti.
Al contempo, in Darfur e in Kordofan gli scontri si sono intensificati.
Nell’ottobre del 2025, El-Fasher, capitale del Nord Darfur, fu teatro di un
forte crescendo delle violenze, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria già
in corso. La popolazione continua ad affrontare insicurezza, situazioni di
assedi e di esodi forzati. Sono circolate a riprova di ciò vari rapporti
riportanti testimonianze che mostrano violazioni di diritti umani e crimini di
guerra.
Oggi il Sudan e la sua situazione non possono essere descritti semplificandone i
termini.
Siamo infatti davanti ad un panorama di fronti in costante movimento, momenti di
parziale recupero e devastazione in corso in questo esatto momento; un Paese che
cerca di barcamenarsi tra tentativi di recuperare un ritmo naturale in alcune
regioni, mentre in altre continua la violenza. Le conseguenze umanitarie,
sociali e politiche di tutta questa situazione restano ancora profonde e
irrisolte.
QUANDO HA LASCIATO IL SUDAN? DOVE TI TROVAVI QUANDO LA GUERRA È SCOPPIATA?
Film da vedere
“Sudan, Remember Us” racconta giovani sudanesi che, tra poesia e sogni,
resistono a violenze e oppressione, contribuendo a un movimento per la libertà
Mi trovavo a Khartum, nel quartiere di Burri, quando iniziò la guerra
nell’aprile del 2023 4. Per i primi dieci giorni rimasi intrappolata in casa per
l’intensificarsi degli scontri in città. Lo stato di Khartum è composto da tre
città – Khartum, Omdurman e Bahri – divise dal Nilo e connesse tramite dei
ponti.
Per diverse volte provai ad attraversare il Nilo da Khartum a Omdurman, dove si
trova la casa della mia famiglia, ma i bombardamenti pesanti e i colpi di arma
da fuoco rendevano impossibile il passaggio dai ponti. Ogni tentativo di passare
implicava calcolare ogni rischio nel giro di pochi secondi, senza sapere se
saremmo riusciti a tornare indietro salvi.
Appurato che era impossibile attraversare direttamente dai ponti, mi sono
spostata verso Sud con altre persone che scappavano verso lo stato di Al-Jazira.
Da lì ho poi viaggiato verso Atbara e Shendi nello stato del fiume Nilo, dove
sono riuscita a riunirmi con la mia famiglia.
Il 3 Giugno 2023 sono riuscita a lasciare il Sudan; non fu una partenza
pianificata, ma un percorso dettato dalla volontà di sopravvivere e modellata
dalla geografia e dalla guerra stessa.
COSA PUÒ DIRE LEI PERSONALMENTE DI QUANTO HA VISTO, SENTITO E VISSUTO IN PRIMA
PERSONA RIGUARDO AL CONFLITTO?
Avendo visto e sentito in prima persona la guerra a Khartum e tra le vie di
sfollamento interne al Paese, quello che noto maggiormente è una profonda
rottura della vita dei cittadini e delle loro aspirazioni democratiche.
Durante le prime ore della guerra, ho sentito un sentimento schiacciante di
delusione e rabbia. Ho pensato alla rivoluzione del 2018 – alle persone che sono
morte, ai sacrifici fatti e agli anni di resistenza – e ho avuto il timore di
aver perso il nostro Paese, che tutti gli sforzi fatti erano stati vanificati.
Dopo anni di mobilitazioni per una transizione politica, il ritorno agli scontri
militari per il potere è stato devastante. Questa guerra non si limita al
confronto armato; essa è anche frammentazione di quartieri, istituzioni e
fiducia sociale.
Nonostante ciò, quello che più mi sorprende è la resilienza della società civile
sudanese, le relazioni di aiuto reciproco, le iniziative dal basso e tutte le
azioni giornaliere di solidarietà che persistono nonostante il collasso
istituzionale.
COME È NATO IL PROGETTO DI MAPPATURA A FAYSAL? C’È STATO QUALCOSA IN PARTICOLARE
CHE LA HA COLPITA DELLE DONNE CHE HANNO PARTECIPATO O DI COME È STATA PERCEPITA
L’ESPOSIZIONE DALL’ESTERNO?
Il progetto Akhir-Faysal è nato da una conversazione tra la dottoressa Mariasole
Pepa dell’Università di Padova 5 ed io. Discutemmo di come un progetto di
mappatura collettiva avrebbe potuto aiutare le donne sudanesi scappate dal
conflitto che si trovano al Cairo nel sentirsi rappresentate.
Dal principio volevamo che il processo fosse un lavoro condiviso più che un
progetto di ricerca, sottolineando la sua natura veramente collettiva nel vero
senso della parola.
Per comunicare trasparenza e fiducia, abbiamo lanciato la proposta dal mio
account Facebook personale tramite un Google Form. Capimmo subito che donne
sfollate in un nuovo contesto che conoscono poco sarebbero state caute, perciò
fu fondamentale utilizzare una piattaforma a loro familiare e di cui si
potessero fidare.
La maggior parte di sudanesi che sono scappati verso l’Egitto sono donne, il che
rese necessario e più semplice al tempo stesso mettere proprio loro al centro
del progetto.
Durante il workshop, ogni donna ha raccontato la sua personale esperienza
spaziale di esilio. Al posto che essere mappate da altri, sono state proprio
loro a identificare i mercati, le cliniche, i posti sicuri e quelli più
emozionali che avevano trovato come riferimenti.
La cosa che più mi ha impressionato è stato come l’atto di mappare è stato al
contempo un atto terapeutico e politico. Al di fuori delle mappe, queste donne
hanno costruito dei forti legami tra di loro, dando vita ad una rete di
solidarietà che esiste ancora oggi.
DOPO LA PRESENTAZIONE DEL 1° NOVEMBRE 2024, IL PROGETTO È STATO POI AGGIORNATO?
C’È STATO MODO DI VEDERE L’EVOLUZIONE DEI LUOGHI DI INTERESSE DOPO LA PRIMA
INDAGINE?
Non sono riuscita ad essere fisicamente presente alla prima esibizione per via
di impegni di viaggio, ma grazie ai resoconti delle colleghe e al materiale
registrato sono riuscita a seguire da vicino l’impatto che ha avuto.
Quello che più ha catturato la mia attenzione è stata la varietà di persone che
sono venute alla presentazione. Non c’erano solo sudanesi tra il pubblico ma
anche egiziani e persone di diverse provenienze.
Questo è stato molto importante per noi. Il progetto non è stato pensato solo
per la comunità sudanese, ma l’idea era di creare uno spazio aperto ad un
dialogo ben più largo sul tema degli sfollati, dell’appartenenza e di come le
donne ricostruiscono la vita in spazi urbani che non conoscono.
Sounds from Faysal Main Street Sounds from Faysal Main Street Music from the
street SOUND OF THE CITY
L’esibizione ha permesso di far vedere come queste donne sudanesi sfollate
percepiscono e si muovono sul territorio, come ricostruiscono una certa
quotidianità e come, dopo una forte rottura, riescono a ricreare un loro “nido”
familiare.
In gennaio poi, le mappe prodotte sono state trasportate a Parigi per espandere
ulteriormente il dialogo e le discussioni; e in questo mese (febbraio) questo
stesso progetto troverà spazio al Museo della Geografia di Padova, in
collaborazione con l’università di Padova, aumentando così la visibilità e il
coinvolgimento internazionale 6.
COSA È CEDEJ KHARTUM E QUAL È IL SUO RUOLO AL SUO INTERNO?
Mentre lavoravo al progetto, stavo collaborando con CEDEJ Khartoum (Centre
d’Études et de Documentation Économiques, Juridiques et Sociales), che al tempo
si era spostato al Cario per via dello scoppio della guerra in Sudan. Mi era
stato dato un assegno di ricerca dal CEDEJ, con il quale il progetto
Akhir-Faysal era iniziato 7.
Dal principio il CEDEJ si è occupato di fornire sostegno istituzionale
all’iniziativa. Quando poi abbiamo tenuto il primo workshop, la professoressa
Marie Bassi, direttrice di CEDEJ Khartoum, partecipò e fu presente per vedere in
prima persona il forte dialogo generato grazie al processo di mappatura
collettivo. L’impatto della prima sessione ha quindi rinforzato la rilevanza del
progetto, e il CEDEJ ha intensificato i suoi investimenti accademici e
finanziari affinché il progetto continuasse e si espandesse.
Il progetto fu reso possibile dalla collaborazione di quattro ricercatrici: la
dott.ssa Mariasole Pepa (Università di Padova), Duaa Abu Siwar (Università di
Khartum), la prof.ssa. Marie Bassi (CEDEJ Khartoum) ed io.
Il mio ruolo riguardava la coordinazione e la progettazione partecipativa della
mappatura, ovvero fare in modo che la metodologia rimanesse centrale sia nel
contesto della ricerca accademica sia nel processo di coinvolgimento della
comunità.
Evidenziazione in rosso dell’area di Faysal. Donne al lavoro sulla mappa di
Faysal durante uno dei laboratori collettivi.
PH: Mariasole Pepa, 2024
IN CHE MODO SI PUÒ AIUTARE LA CAUSA DELLA POPOLAZIONE E DELLA SOCIETÀ CIVILE
SUDANESE CHE SI TROVA IN GRANDE DIFFICOLTÀ IN QUESTO MOMENTO?
Gli aiuti possono essere espressi in diverse forme: si può iniziare
semplicemente ascoltando e amplificando la voce dei sudanesi che raccontano
questo conflitto e rifiutandosi di ridurlo a narrative semplificate.
Le relazioni della società civile dentro e fuori dal Sudan stanno permettendo la
sopravvivenza di comunità grazie ad aiuti reciproci, documentazione di quanto
sta succedendo e organizzazioni che nascono dal basso – queste persone hanno
bisogno di visibilità e di un aiuto concreto e materiale.
Le istituzioni accademiche, gli spazi culturali e le piattaforme di
comunicazione possono creare spazio per docenti, artisti e attivisti sudanesi,
affinché possano parlare per loro stessi. Altri modi concreti per contribuire
sono finanziare iniziative che partono dalle comunità locali, supportare la
ricerca indipendente e confrontarsi con organizzazioni umanitarie credibili e
degne di fiducia.
La cosa forse più importante, è che questa solidarietà duri nel tempo e si
trasformi in un sopporto di lungo termine. Il Sudan non è solo un luogo di
guerra, ma è una società che sta lottando per la sua dignità, responsabilità e
per un suo futuro democratico.
Grazie per aver creato uno spazio di discussione sul Sudan e per il vostro
impegno nel sensibilizzare l’opinione pubblica sulle realtà che affliggono la
popolazione di questo Paese. Le piattaforme che promuovono un dialogo informato
e la visibilità sono estremamente preziose in tempi di crisi prolungata.
1. Studente presso UniPD del corso di Scienze politiche, Relazioni
internazionali e Diritti umani al terzo anno, sto svolgendo un tirocinio
curricolare presso Melting Pot. Sono appassionato di attualità
internazionale e storia delle relazioni internazionali, materia in cui sto
scrivendo una tesi di laurea triennale. Ho un diploma di liceo classico
ottenuto a Bergamo, e dal liceo in poi ho fatto attività di volontariato
locale e in città ↩︎
2. Mapping with Sudanese Women in Cairo, Vision Scarto ↩︎
3. How RSF is adopting Israel’s ‘template for genocide’ in Sudan, Al Jazeera
(maggio 2025) ↩︎
4. Si legga: “L’inferno all’improvviso. Testimonianze dal Sudan” di Andrea Pase
e Mariasole Pepa, Università di Padova – Una città, mensile di interviste
giugno-luglio 2023 – numero 293 ↩︎
5. Consigliamo la lettura di “Pensare attraverso il cotone in Sudan: vecchi e
nuovi estrattivismi” di Mariasole Pepa, dal numero 1 della rivista Teiko
(pag.69) ↩︎
6. Sudan at war, Women on the Move: Akhir Faysal Project. Un incontro dedicato
all’analisi delle trasformazioni sociali e spaziali generate dal conflitto
in corso in Sudan – Museo di Geografia dell’Università di Padova ↩︎
7. Mapping with Sudanese Women in Cairo – CEDEJ Khartoum ↩︎