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“Uscite d’emergenza”: sbloccato il ricongiungimento dei familiari dal campo UNHCR in Ciad
Un’importante ordinanza del Tribunale di Roma è stata emessa nella causa promossa da un rifugiato sudanese accolto da Baobab Experience Odv di Roma e assistito dall’Avv. Ludovica Di Paolo Antonio 1 contro il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e l’Ambasciata d’Italia a Yaoundé (Camerun). Il Tribunale ha infatti ordinato in via d’urgenza, ex art. 700 c.p.c., all’Ambasciata competente il rilascio del visto per l’ingresso in Italia in favore della madre e della figlia del titolare di status di rifugiato residente in Italia. Il cittadino sudanese aveva avviato oltre un anno fa la procedura di ricongiungimento familiare per la propria madre e la propria figlia di soli 8 anni, entrambe rifugiate in condizioni di grave vulnerabilità in un campo UNHCR in Ciad. Nonostante il completamento della procedura telematica, il decorso dei termini previsti dalla legge, l’invio di numerosi solleciti e l’attivazione dei poteri sostitutivi presso l’Ispettorato Generale di Amministrazione, il cittadino sudanese non era riuscito a ottenere il nulla osta al ricongiungimento familiare. Per tale ragione, aveva presentato direttamente istanza all’Ambasciata italiana competente, con sede a Yaoundé, in Camerun. L’Ambasciata aveva tuttavia rifiutato di avviare il procedimento e di rilasciare il visto alle familiari del rifugiato residente in Italia, nonostante fosse stato adeguatamente evidenziato e documentato, anche tramite specifiche relazioni dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che le due donne versavano in condizioni di grave insicurezza e vulnerabilità. Con l’ordinanza in esame, il Tribunale di Roma ha affermato, tra l’altro, che: «Non v’è dubbio, dunque, che il silenzio della pubblica amministrazione, che ha omesso di pronunciarsi sull’istanza di rilascio del nulla osta, costituisca un ingiustificato inadempimento dell’obbligo gravante sulla stessa di provvedere espressamente sull’istanza presentata, come disposto dal comma 8 dell’art. 29 del D.lgs. n. 286/1998, così come modificato dal D.L. n. 13/2017, convertito nella L. n. 46/2017, che prescrive l’obbligo per l’amministrazione di pronunciarsi entro il termine di novanta giorni dalla richiesta». «Pertanto, il silenzio-inadempimento della pubblica amministrazione, che ha continuato nel suo stato di inerzia malgrado i solleciti del ricorrente, appare illegittimo in quanto ingiustificato e lesivo del diritto fondamentale del ricorrente al ricongiungimento familiare, espressamente sancito sul piano sovranazionale dall’articolo 8 CEDU e dall’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali, rispettivamente consacranti il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Inoltre, già da tempo, la Corte costituzionale ha affermato che la garanzia della convivenza del nucleo familiare trova il proprio fondamento nelle norme costituzionali che assicurano protezione alla famiglia (Corte cost. n. 202/2013)». «Contrariamente a quanto sostenuto dall’Amministrazione resistente, il mancato ottenimento del nulla osta non preclude una pronuncia dell’autorità consolare sulla domanda di visto, come chiaramente desumibile dall’art. 6, comma 5, del d.p.r. n. 394/1999, il quale prevede che “le autorità consolari, ricevuto il nulla osta di cui al comma 4 ovvero, se sono trascorsi novanta giorni dalla domanda di nulla osta, ricevuta copia della stessa domanda e degli atti contrassegnati a norma del medesimo comma 4, rilasciano il visto d’ingresso […]”». «Mentre in caso di rilascio del nulla osta questo viene trasmesso telematicamente all’ambasciata competente per il visto ed ha inizio la seconda fase sopra menzionata, ove questo venga negato, o come nella specie vi sia un silenzio-inadempimento dell’amministrazione deputata al rilascio, il richiedente il ricongiungimento può chiedere direttamente al giudice di ordinare il rilascio del visto di ingresso, senza necessità di nulla osta, ove ne sussistano i presupposti di legge». «Sussiste altresì il requisito del periculum in mora, posto che al nucleo familiare del ricorrente deve essere garantito il diritto fondamentale all’unità familiare […] A ciò deve aggiungersi un ulteriore profilo di vulnerabilità determinato dalle precarie condizioni di vita della madre e della figlia del ricorrente che, fuggite dal Sudan, hanno raggiunto il Ciad il 5 maggio 2024 e qui hanno trovato rifugio nel Campo Rifugiati UNHCR di Touloum, nella regione di Wadi Fira, confinante con il Sudan. Come emerge dalla documentazione in atti, le donne vivono in condizioni di vulnerabilità estremamente gravi, con cibo e acqua potabile sempre scarsi, situazione peraltro diffusa in Ciad, soprattutto lungo il confine con il Sudan, come confermato da autorevoli fonti». Tribunale di Roma, ordinanza del 16 ottobre 2025 1. La campagna “Uscite d’emergenza” di Baobab Experience è stata attivata proprio per sostenere questa e altre importanti iniziative di evacuazione ↩︎
Il governo sudanese ha presentato un piano di pace all’ONU
Il primo ministro sudanese, Kamel Idriss, ha presentato lunedì al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite l’iniziativa del suo governo, che prevede un cessate il fuoco globale sotto la supervisione internazionale e regionale. Rivolgendosi ai membri del consiglio, Idriss ha affrontato il tema della reintegrazione degli ex combattenti nella vita civile e ha chiesto “un cessate il fuoco sotto la supervisione congiunta delle Nazioni Unite, dell’Unione Africana e della Lega degli Stati Arabi, accompagnato dal ritiro della milizia ribelle da tutte le aree che occupa e dal suo disarmo”. I capi delle milizie di Pronto Intervento (RSF) hanno sprezzantemente respinto la proposta. I combattimenti si stanno incendiando in Kordofan, con la popolazione intrappolata nel mezzo, provocando decine di migliaia di sfollati ogni giorno. ANBAMED
Sudan, la guerra dimenticata
Come viene spiegato nel suo sito, SSAW – Support Survivors of African War è un’organizzazione dedicata al supporto dei sopravvissuti alle guerre africane, con il Progetto Sudan come obiettivo primario e punto di partenza. “Dall’aprile 2023 infatti il Sudan è alle prese con una guerra devastante tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Quella che era iniziata come una disputa politica si è trasformata in un brutale conflitto che ha travolto le città da Khartoum al Darfur. Il bilancio umanitario è catastrofico: oltre 150.000 vite perdute, 12,4 milioni di sfollati e oltre 26 milioni di persone che affrontano un’estrema insicurezza alimentare. Gli ospedali sono al collasso, i diritti umani sono sistematicamente violati, eppure il mondo continua a guardare dall’altra parte.” In questo contesto drammatico, di cui si parla troppo poco, l’associazione di volontari si impegna ad aiutare le famiglie rimaste in Sudan fornendo soccorsi essenziali e i migranti arrivati in Italia con corsi di italiano, inglese e computer con il Progetto LDTC – Linguistics and Digital Training Courses 2024, con UNHCR e INTERSOS Programma PartecipAzione, fornisce supporto legale ai rifugiati e organizza incontri, seminari e conferenze per far conoscere la situazione del Paese; negli ultimi tempi questa è precipitata con la conquista di Al Fasher da parte delle Forze di Supporto Rapido, che hanno commesso terribili atrocità ai danni della popolazione soprattutto. L’associazione ha lanciato il progetto SSSW (Support Survivors of Sudan War), una campagna di aiuti umanitari radicata nei principi decoloniali e agroecologici. Il primo obiettivo: riempire e spedire in Sudan un container umanitario con forniture salvavita. Grazie a volontari, donatori e organizzazioni alleate, SSAW ha raccolto e imballato beni essenziali per un valore di oltre 65.000 €, ma purtroppo il container di aiuti è rimasto bloccato a Port Sudan per problemi burocratici. Come annunciato nella sua Pagina Facebook, l’associazione sta organizzando diverse iniziative: Il 13 dicembre a Milano incontro “Insieme per il Sudan” Casa di Quartiere Pecetta (Municipio 8) in via della Pecetta 29 Il 15 dicembre una serata per conoscere il Sudan a Erba in Via Cesare Battisti 5 Il 15 dicembre Milano “Apericena di Natale”  e un dibattito sul Sudan con Mediterranea Saving Humans – Milano Piazza Villapizzone 3 Il 18, 19 e 20 dicembre a Milano, insieme a La Mya Parte – Associazione Migranti, Associazione Shukran Somalia – Onlus e  Cambio Passo  un evento intitolato “Vivere la speranza”: in occasione della Giornata Internazionale del Migrante viene inaugurata quest’anno In Diaspora, la prima edizione del Festival Metropolitano delle Diaspore. 18 e 19 dicembre presso la Casa delle associazioni, Via Miramare 9 (fermata MM1 Sesto Marelli) 20 dicembre nella sede del Municipio 8 (Casa di Quartiere Pecetta in via della Pecetta 29) “Attraversiamo una fase storica in cui l’ostilità nei confronti delle persone che migrano, soprattutto dal cosiddetto Sud Globale, si esprime con particolare violenza” spiegano gli attivisti. “Per questo vogliamo aprire uno spazio di confronto pensato e organizzato da e per le diaspore che vivono tra Milano e provincia, grazie a più appuntamenti di scambio e approfondimento di esperienze e temi di attualità”. Il 21 dicembre a Cuneo C.so Giuletti 31 riflessioni e dibattito sull’attuale situazione sudanese, seguiti da una cena tipica sudanese. Riferimenti: Info@ssaworg.com https://ssaworg.com/ https://www.instagram.com/ssaworg/ https://www.facebook.com/SupportingSudan                             Anna Polo
Riapre Centro pediatrico di EMERGENCY in Sudan a Mayo
Dopo più di due anni e mezzo ha riaperto le porte il Centro pediatrico di EMERGENCY in Sudan a Mayo chiuso nell’aprile 2023 dopo l’inizio della guerra a causa delle mancate condizioni di sicurezza per staff e pazienti. Già nei primi giorni di apertura sono stati ricevuti in media tra i settanta e i novanta bambini al giorno. Tra loro anche malnutriti: tutti portano le conseguenze della guerra sulla loro pelle. “Quando ad aprile 2023 in Sudan è iniziata la guerra il campo profughi di Mayo, 20 chilometri da Khartoum e centinaia di migliaia di abitanti, è stato colpito duramente da attacchi che lo rendevano privo delle condizioni di sicurezza necessarie a portare avanti la nostra attività – spiega Matteo D’Alonzo, direttore programma EMERGENCY in Sudan –. Per ovviare alla chiusura dell’ambulatorio di Mayo e andare incontro ai bisogno emersi durante questi due anni di conflitto siamo riusciti comunque a portare avanti le cure per i pazienti pediatrici aprendo un Centro pediatrico nello stesso compound del Centro Salam di cardiochirurgia nel quartiere di Soba, zona sud di Khartoum, che continua la sua attività con flussi di settanta pazienti al giorno, ma ora che la situazione è più tranquilla siamo felici di poter ricevere i bambini in un luogo più vicino a dove vivono. Nei primi giorni di apertura abbiamo ricevuto oltre duecento minori, segno che era fondamentale un altro intervento a favore della popolazione pediatrica, la più colpita dal conflitto”. Al momento sono impiegati nella clinica cinque infermieri, un pediatra, un medical officer, due tecnici di laboratorio, due farmaciste, quattro addetti alle pulizie. Alcuni di loro lavoravano in clinica prima che fosse chiusa nel 2023. La clinica di Mayo fornirà cure gratuite ai bambini fino ai 14 anni di età, un programma di assistenza prenatale e screening per la malnutrizione, un programma di vaccinazioni, servizio di ostetricia per visitare le donne incinte, seguirne la gravidanza e offrire consulenze per la pianificazione familiare. I casi che necessiteranno di ricovero, inoltre, verranno riferiti al Centro pediatrico all’interno del Centro Salam, dove è presente un reparto che può ospitare fino a sedici pazienti ricoverati. “Degli oltre duecento bambini visitati in questi giorni, un quarto presentavano condizioni critiche e sono dovuti passare in osservazione – racconta Denu Fedaku, pediatra di EMERGENCY a Mayo –. Tra le diagnosi più frequenti: malnutrizione acuta, patologie respiratorie, anemia falciforme, malaria. Tra i primi piccoli pazienti un bambino di sei anni gravemente malnutrito e con sospetta tubercolosi. Qui, inoltre, vediamo che anche le mamme sono malnutrite: il poco cibo che hanno, quando c’è, lo danno ai loro bambini.” Secondo l’ultima fotografia scattata dall’Integrated Food Security Phase Classification (IPC)[1] l’85% della popolazione sudanese si trova tra la seconda e la quarta fase di insicurezza alimentare su cinque, con una situazione che si aggrava nella regione del Darfur. La fame e la malnutrizione erano già a livelli record prima dei combattimenti, ora 26 milioni di persone – metà della popolazione – si trovano ad affrontare livelli elevati di insicurezza alimentare acuta. Al momento il Sudan è tra i primi quattro paesi al mondo con più alto livello di insicurezza alimentare, e il primo nell’Africa orientale, con una stima di 3,7 milioni di bambini di età compresa tra 6 e 59 mesi e un milione di donne incinte e che allattano gravemente malnutrite. Si stima che nel 2025 circa 3.2 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni abbiano sofferto di malnutrizione acuta.[2] “Nella seconda fase dell’apertura, a gennaio, attiveremo un secondo ambulatorio, un servizio di salute sessuale e riproduttiva, un programma di nutrizione clinica per i bambini sotto i 5 anni.   – conclude D’Alonzo –. I bisogni sono tanti e siamo pronti a riattivare gradualmente tutte le attività per tornare a pieno regime, con la differenza che ora la popolazione di Mayo è aumentata notevolmente. Dobbiamo ringraziare i nostri colleghi sudanesi che hanno reso possibile la ripartenza e che da più di due anni e mezzo di consentono di restare qui e mandare avanti tutti i nostri centri nel Paese.” EMERGENCY è presente in Sudan dal 2004, e non ha mai lasciato il Paese dall’inizio del conflitto. Attualmente è presente a Khartoum con il Centro Salam di cardiochirurgia e con un ambulatorio e un reparto pediatrico; con un centro pediatrico a Port Sudan, nello stato del Mar Rosso. A Nyala, in Sud Darfur con un centro pediatrico; ad Atbara nel nord-est del Paese, a Kassala, vicino al confine con l’Eritrea, e a Gedaref, a sud-est con degli ambulatori cardiologici.  -------------------------------------------------------------------------------- [1] IPC, Sudan: Acute Food Insecurity Situation for September 2025 and Projections for October 2025 – January 2026 and for February – May 2026, https://www.ipcinfo.org/ipc-country-analysis/details-map/ en/c/1159787/?iso3=SDN [2] UNICEF, Generational crisis looms in Sudan, https://www.unicef.org/sudan/ stories/generational-crisis-looms sudan#:~:text=Some%203.2% 20million%20children%20under,life%2Dthreatening%20form%20of%20malnutrition. Emergency
Nel 38° anniversario della “Intifada delle pietre”…
Alla ricorrenza dell’8 dicembre 1987 l’esercito israeliano ha compiuto una vasta operazione di rastrellamenti che hanno toccato tutte le province della Cisgiordania. Secondo i rapporti pubblicati dai corrispondenti locali dell’agenzia Wafa, sono stati arrestati più di 122 attivisti e militanti. Il più grave attacco è stato contro l’università di Bei Zeit, occupata dalle truppe dall’alba di oggi, con irruzione negli uffici, arresto di personale di guardia, insegnanti e studenti. Anche l’università palestinese di Gerusalemme ad Abu Diss è stata invasa dalle truppe israeliane in assetto dii guerra. Genocidio a Gaza – Duri bombardamenti aerei e dell’artiglieria su Shejaie e Beit Lahia. Non sono cessati gli attacchi dei carri armati nella zona di Khan Younis e Rafah nel sud. In tutta la linea di demarcazione sono entrati in funzione giganteschi bulldozer per spianare a terra gli edifici ed impedire così il ritorno degli abitanti palestinesi. Negli attacchi sono state usate bombe incendiarie contro popolazione civile. È un crimine di guerra. La protezione civile palestinese ha faticato a spegnere gli incendi che si sono sviluppati nelle case già diroccate. È sempre più chiaro il disegno dei generali israeliani: la deportazione forzata dei nativi per colonizzare Gaza. Contro la zona costiera, affollata dai profughi nelle tende, sono stati utilizzati i droni con il lancio di missili mirati, per colpire i gruppi di persone. Alla cieca. Ieri è stata decimata una famiglia: una donna e i suoi 3 figli sono stati uccisi davanti alla loro tenda allagata, mentre tentavano di far fronte alla furia della natura. Il rapporto giornaliero del ministero della salute informa dell’arrivo negli ospedali dei corpi di 15 persone uccise, nella giornata di ieri. È la pace dei cimiteri. Libano – Israele torna ai duri bombardamenti in sud Libano. 6 raids ieri su Jebel Safi. La prepotenza di Tel Aviv è arrivata a bombardare in località a 20 km a nord di Nabatie, cioè nella profondità del territorio libanese. Stati Uniti e Ue ai quali il nuovo governo libanese ha consegnato le sorti del paese, invece di bloccare la mano assassina di Israele, hanno annunciato piani per aiutare l’esercito libanese a disarmare Hezbollah. Yemen – Nuovi sviluppi militari in Yemen. Il Consiglio Meridionale di Transizione ha preso il controllo di due regioni orientali e occupato la capitale provvisoria Aden. Il capo di governo filo saudita è scappato venerdì a Riad, riportando il paese alla situazione del 1990, prima della riunificazione dei due Yemen. Il Consiglio controlla adesso i giacimenti petroliferi e manca soltanto la dichiarazione formale di secessione. È un passo che segna la sconfitta dell’Arabia Saudita che aveva alimentato con la sua interferenza militare la guerra civile yemenita, che dura da oltre 10 anni. Gli sviluppi recenti potrebbero riportare, anche se in condizioni nuove, l’esperienza della Repubblica democratica del Sud Yemen, guidata allora da un movimento di sinistra. Sudan – Le milizie di Pronto Intervento hanno preso il controllo dei complessi petroliferi della provincia di Kordofan. Le società cinesi che lo gestivano si sono ritirate e l’esercito ha abbandonato la regione. È uno sviluppo sicuramente determinante a cambiare le carte nell’eventualità di futuri negoziati. Tali sviluppi spiegano in parte il silenzio delle cancellerie europee sul dramma sudanese. Come a Gaza, stanno collocandosi dalla parte sbagliata della storia. Hanno sostenuto in segreto le milizie, fornendo armi tramite triangolazioni neanche tanto camuffate. Il tutto nel nome di combattere l’influenza economica della Cina e l’espansionismo militare di Mosca. Libertà di informazione – L’esperienza dei tre giornalisti embedded ha svelato il trucco di Israele. Il Comitato per la protezione dei giornalisti, dopo aver esaminato le esperienze di tre giornalisti stranieri a cui è stato permesso di entrare nella Striscia di Gaza nell’ambito di tour organizzati dall’esercito israeliano, ha affermato che i tour coordinati hanno limitato gli spostamenti dei giornalisti, li hanno deliberatamente indirizzati verso prospettive di notizie preparate in precedenza e hanno imposto una revisione del contenuto delle notizie prima della pubblicazione. Una delle giornaliste, Tarnopolsky (AFP), ha confermato che non hanno potuto muoversi liberamente, avvicinarsi ai civili o documentare in modo indipendente, aggiungendo: “A ciascuno di noi è stato permesso di condurre una breve intervista supervisionata con il portavoce dell’esercito israeliano”. Ha poi aggiunto: “Tutto era stato organizzato in anticipo. Non abbiamo visto nessuno e non abbiamo potuto documentare nulla. Questo non era giornalismo; era una commedia”.   > [Anbamed] NL 1934 – 09 dicembre 2025 ANBAMED
Sudan, indagine di Amnesty International sull’attacco al campo profughi di Zamzam: “Crimine di guerra”
Tra l’11 e il 13 aprile 2025 i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Fsr) hanno attaccato Zamzam, il più grande campo per persone sfollate dello stato sudanese del Darfur settentrionale. Facendosi strada con munizioni esplosive, le Fsr hanno aperto il fuoco contro i civili, preso ostaggi, vandalizzato e distrutto moschee, scuole e centri sanitari costringendo alla fuga circa 400.000 persone. L’attacco ha preceduto l’offensiva per conquistare El Fasher, la capitale dello stato, obiettivo raggiunto il 26 ottobre con esiti devastanti. Sull’attacco a Zamzam Amnesty International ha reso nota una propria indagine, giungendo alla conclusione che si sia trattato di un crimine di guerra. L’indagine è stata condotta tra giugno e agosto del 2025 e si è basata su 29 interviste a testimoni oculari, sopravvissuti, familiari di vittime, giornalisti, analisti militari e personale medico, oltre che sull’analisi di decine di video, fotografie e immagini satellitari. “L’orribile attacco contro persone disperate e affamate ha mostrato ancora una volta l’allarmante disprezzo per la vita umana da parte delle Fsr: civili depredati di ciò che serviva loro per sopravvivere, uccisi spietatamente, lasciati soli senza sapere a chi chiedere giustizia mentre piangevano i loro cari. Non fu un’azione isolata, bensì parte integrante della campagna delle Fsr contro i villaggi e i campi per persone sfollate”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “Alcuni partner internazionali, come gli Emirati Arabi Uniti, hanno attivamente alimentato il conflitto in Sudan, fornendo armi alle Fsr”, ha accusato Callamard. “L’unico modo per porre fine a queste violazioni dei diritti umani è interrompere l’afflusso di armi alle parti in conflitto e ampliare l’embargo, attualmente vigente solo per quanto riguarda il Darfur, al resto del Sudan. Gli stati membri dell’Unione Africana, l’Unione europea, l’Autorità intergovernativa sullo sviluppo, il Regno Unito, gli Stati Uniti d’America, la Russia e la Cina devono chiedere a tutti gli stati, in primo luogo agli Emirati Arabi Uniti, di non trasferire armi e munizioni alle Fsr, all’esercito sudanese e ad altri gruppi armati. Dato l’elevato pericolo di dirottare queste forniture alle Fsr, gli stati devono immediatamente sospendere tutti i trasferimenti di armi agli Emirati Arabi Uniti”, ha sottolineato Callamard. Le Fsr non hanno risposto alle richieste di Amnesty International di commentare le conclusioni della sua indagine. “Bombardavano ovunque” Le persone sopravvissute all’attacco a Zamzam hanno raccontato che l’11 e il 12 aprile le bombe hanno colpito luoghi affollati come case, strade e le vicinanze di una moschea dov’era in corso la celebrazione di un matrimonio, uccidendo e ferendo civili per poi dare alle fiamme le abitazioni. Immagini satellitari del 16 aprile, analizzate da Amnesty International, hanno mostrato nuovi crateri a ulteriore conferma dell’uso di armi esplosive in zone popolate. Le persone sopravvissute hanno fornito terribili resoconti sui tentativi di fuggire dagli incendi e di nascondersi per evitare i bombardamenti: “Era davvero terribile. Non si riusciva a capire da dove venissero i colpi. Bombardavano ovunque, in ogni luogo”, ha testimoniato Younis*, un soccorritore volontario. “I combattenti [delle Fsr] urlavano e sparavano contro chiunque, ecco perché hanno ucciso così tante persone”, ha riferito Mamoun*, un volontario addetto alla distribuzione del cibo. “Uno [delle Fsr] era piazzato su un tettuccio e sparava a chiunque si trovasse lungo la strada”, ha aggiunto Sadya*, volontaria per alcune organizzazioni non governative. Aprire il fuoco a casaccio, in assenza di obiettivi militari specifici, può costituire un attacco indiscriminato, ossia una grave violazione del diritto internazionale umanitario. In alcuni casi, come ha documentato Amnesty International, i combattenti delle Fsr hanno sparato intenzionalmente contro civili. Secondo testimoni oculari, le Fsr hanno ucciso 47 civili che si stavano nascondendo all’interno di abitazioni, di un centro sanitario e di una moschea. Uccidere intenzionalmente persone che non stanno partecipando o non stanno più partecipando direttamente ad atti ostili è una grave violazione del diritto internazionale umanitario e può costituire un crimine di guerra. Le testimonianze oculari e i video esaminati da Amnesty International confermano che le Fsr hanno preso di mira civili sulla base del sospetto che facessero parte delle Forze unite, un’alleanza di ex gruppi ribelli del Darfur alleata all’esercito sudanese o che fossero soldati. Le Fsr, inoltre, hanno saccheggiato e incendiato abitazioni, negozi, un mercato, una scuola e la moschea della zona di Sheikh Farah, distruggendo o danneggiando gravemente infrastrutture civili di grande importanza. I luoghi di culto, le strutture sanitarie e i centri educativi sono protetti dal diritto internazionale. Le persone sfollate intervistate da Amnesty International hanno descritto la loro pericolosa fuga in cerca di salvezza senza cibo, acqua e servizi medici. Alcune di loro hanno subito azioni che possono costituire i crimini di stupro, uccisione e saccheggio. Senza cibo, acqua, servizi medici e mezzi per cercare un rimedio giuridico, le persone sopravvissute agli attacchi si sono sentite abbandonate dalla comunità internazionale. Le loro priorità, hanno raccontato ad Amnesty International, sono ora quelle di ricevere aiuti umanitari e di stare in luoghi protetti e sicuri. Chiedono risarcimenti per i crimini subiti durante e dopo l’attacco e che i responsabili siano chiamati a risponderne. “Nessuno si sta occupando della nostra situazione”, ha concluso Elnor* che ha visto 15 uomini armati uccidere uno dei suoi fratelli di 70 anni e un nipote di 30 anni. *I veri nomi delle persone intervistate sono stati protetti per motivi di sicurezza e confidenzialità. Amnesty International
La NATO si prepara alla guerra contro la Russia. Attacchi di Israele a Gaza, in Cisgiordania e Siria. Intanto in Sudan…
Le informazioni raccolte e divulgate oggi, 2 dicembre, da ANBAMED. Sono passati tre anni, 9 mesi e 7 giorni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato Militare NATO, ha dichiarato al Financial Times che l’alleanza sta valutando di intensificare la sua risposta alla guerra ibrida di Mosca e ha affermato che un “attacco preventivo” potrebbe essere considerato una ”azione difensiva”. Per spiegare la sua neolingua, ha aggiunto: “Siamo in un certo senso reattivi. Essere più aggressivi o proattivi invece che reattivi è qualcosa a cui stiamo pensando”. GAZA – Le operazioni militari israeliane conto i civili sono intensificate ultimamente, dopo la consegna degli ultimi corpi di ostaggi israeliani uccisi dagli stessi bombardamenti dell’esercito di occupazione. L’aviazione di Tel Aviv ha colpito duramente a Khan Younis e Rafah. Elicotteri hanno bersagliato i campi di sfollati a ovest di Khan Younis. L’artiglieria ha bombardato a Zeitoun, a sud di Gaza città. Il rapporto del ministero della sanità palestinese informa dell’uccisione di 9 civili, nella giornata di ieri, i corpi dei quali sono arrivati negli ospedali. Mentre le violazioni israeliane della tregua non trovano eco sulla stampa scorta mediatica del genocidio e non vengono condannate dalle cancellerie dei paesi colonialisti di Stati uniti e Ue, la situazione umanitaria si aggrava. Le operazioni di ricerca dei dispersi palestinesi sotto le macerie vanno a rilento, a causa del blocco israeliano dell’ingresso di macchinari di movimento terra. Ogni giorno vengono recuperati decine di corpi, ma il numero totale si aggira tra i 10 e i 15 mila vittime dei bombardamenti israeliani sulle zone residenziali. È un dramma per molte famiglie che non riescono a dare una degna sepoltura ai loro cari, caduti vittime dei bombardamenti israeliani. Migliaia di famiglie stanno cercando di estrarre i corpi dei loro cari da sole, in assenza di risorse. “Alcune ci riescono, altre falliscono, ma la realtà è che migliaia di vittime sono ancora oggi sepolte sotto le macerie – ha detto il portavoce della protezione civile, Al-Basal  – Ci sono corpi che possono essere identificati direttamente, ma molte vittime che potranno essere identificate solo attraverso test di laboratorio (DNA)”, sottolineando che la Protezione Civile ha recuperato centinaia di corpi negli ultimi mesi di persone senza nome e che sono stati sepolti nelle ‘tombe non identificate’ nel cimitero dei numeri a Deir al-Balah. CISGIORDANIA – Il 17enne Muhannad Taher Zaghir è stato assassinato dalle truppe israeliane a el-Khalil (Hebron). È stato colpito dalle pallottole dei soldati israeliani mentre era nell’auto del padre. All’ambulanza della Mezzaluna rossa è stato impedito di soccorrerlo e poi il suo corpo è stato preso in ostaggio dall’esercito di occupazione. Anche a nord di Ramallah, le truppe israeliane di occupazione hanno impedito il soccorso ad un ragazzo ferito dalle pallottole dei soldati nel villaggio di Omm Safa. A nord di Gerusalemme, un gruppo di coloni ebrei, arrivati da ogni dove, ha issato costruzioni provvisorie per la realizzazione di una nuova colonia nel villaggio palestinese, Mikhmas. L’esercito ha accompagnato i colonizzatori e allontanato, con la minaccia delle armi, i contadini nativi dalle loro terre. SIRIA – Truppe di Tel Aviv avanzano verso nord nella provincia siriana di Quneitra. È la terza incursione israeliana in territorio siriano, sempre più vicino alla capitale Damasco. I soldati di Tel Aviv hanno eretto posti di blocco, compiuto azioni di rastrellamento e distrutto infrastrutture e demolito case. In una zona rurale hanno sradicato alberi, per costringere i contadini alla deportazione. Gruppi di coloni ebrei israeliani hanno tentato di creare degli insediamenti nelle zone occupate militarmente da Israele all’interno del territorio siriano, ma sono stati rispediti indietro dallo stesso esercito israeliano, con la motivazione che l’area non è ancora sicura e non sarebbe possibile garantire l’incolumità dei cittadini israeliani. LIBANO – Una tregua silente per la visita del papa. Ma la pressione sul governo e l’esercito libanesi da parte degli “intermediari” statunitensi è sempre più sfacciatamente a fianco di Israele. La rappresentante Usa nella commissione di supervisione sulla tregua pretende la restituzione ad Israele di un missile inesploso lanciato su Beirut. Gli Stati Uniti hanno chiesto urgentemente al governo libanese di recuperare la bomba intelligente GBU-39 lanciata da Israele durante l’assassinio del comandante militare di Hezbollah Haytham Ali Tabatabai, ma che non è esplosa ed è rimasta intatta sul luogo dell’attacco. La Casa Bianca teme che la bomba sofisticata, di fabbricazione USA, finisca nelle mani di Hezbollah che poi potrebbe consegnarla all’Iran, Russia o Cina. SUDAN – Le milizie hanno affermato di aver conquistato la caserma dell’esercito governativo a Babmusa. La scena militare sudanese sta assistendo a una rapida escalation dopo che le Forze di Supporto Rapido hanno preso il controllo della città di Babnusa nel Kordofan occidentale, aprendo un nuovo capitolo nel conflitto e ristabilendo un nuovo equilibrio di potere tra le due parti. Il risultato più drammatico della guerra civile sudanese è il prezzo pagato dalla popolazione civile costretta alla fuga ed a subire le angherie di milizie senza controllo. Sono state denunciate dai superstiti violenze indicibili che vanno dallo stupro fino alla richiesta di riscatto alle famiglie delle persone prese in ostaggio. ALEGERIA – Aumento del salario minimo e reddito di disoccupazione. Il governo algerino ha approvato due decreti per la lotta contro la povertà. Secondo una dichiarazione del Consiglio dei ministri, il salario minimo è stato aumentato da 20˙000 dinari (circa 155 dollari) a 24˙000 dinari (circa 185 dollari) a partire dall’inizio del prossimo anno. Come riportato dalla televisione di Stato e da una dichiarazione del consiglio, il presidente Tebboune ha deciso di aumentare l’indennità di disoccupazione da 15˙000 dinari (115 dollari) a 18˙000 dinari (circa 140 dollari).   INIZIATIVE Libertà per Marwan Barghouti : È in corso la campagna italiana in favore della liberazione dei prigionieri politici palestinesi e in particolare per mettere fine alle torture e maltrattamenti. Al centro di tale campagna vi è l’obiettivo di salvare il Mandela palestinese, Marwan Barghouti, da 23 anni in carcere. Sciopero della fame a staffetta contro il genocidio – Sono passati 6 mesi e 17 giorni di sciopero della fame a staffetta, dall’avvio della campagna di Digiuno x Gaza, l’iniziativa lanciata a maggio da Anbamed. Oggi, martedì 02 dicembre, il digiuno a staffetta prosegue. Il digiuno a staffetta prosegue fino alla conclusione vera dell’aggressione militare. Si propone di devolvere il costo di un pasto a favore di una raccolta fondi per la Palestina: “Oltre il digiuno, Gaza nel cuore” (https://gofund.me/4c0d34e2c). La petizione BDS chiede di cancellare il gemellaggio Milano-Tel Aviv e le collaborazioni economiche del Comune con Israele e un appello implora per la liberazione dei medici in ostaggio nei campi di concentramento israeliani. Il 13 dicembre a Milano, alle ore 18:00, ci sarà la presentazione della fiaba illustrata, “Strega!”, di Mia Lecomte – edizione bilingue italiano-arabo di Mesogea – Messina. Una pubblicazione per finanziare i progetti dell’associazione palestinese Al-Najdah a Gaza. Le maestre di Al-Najdah dopo averla ricevuta in formato digitale hanno detto: “Così coniugheremo istruzione e intrattenimento”. La presentazione sarà presso la sede dell’associazione ChiAmaMilano alla presenza di autrice, curatrici e illustratori e illustratrici. Per informazioni e adesioni al progetto Ore Felici per i Bambini di Gaza scrivere a anbamedaps@gmail.com     ANBAMED
Ambasciatore del Sudan all’UE: “smettete di fornire armi che alimentano la guerra”
Il 17 novembre la testata statunitense Politico riporta le parole ottenute dall’ambasciatore del Sudan presso la UE, Abdelbagi Kabeir, il quale ha denunciato il contributo che, con le proprie armi, i paesi europei stanno dando alla continuazione della guerra civile in corso nel paese africano. Nemmeno due settimane fa i […] L'articolo Ambasciatore del Sudan all’UE: “smettete di fornire armi che alimentano la guerra” su Contropiano.
Se uniamo i puntini troviamo un disegno di barbarie
Unire i puntini sta diventando un gioco pericoloso, anche perché i puntini, a seguire le cronache, riguardano soprattutto morte e distruzione. Basta leggere le prime pagine: Zelensky si fa gentilmente consegnare da Macron cento aerei da caccia Rafale, più droni, missili e altro, tra gli applausi della sinistra liberal-militare europea […] L'articolo Se uniamo i puntini troviamo un disegno di barbarie su Contropiano.
La guerra civile del Sudan devasta il cuore della nostra umanità
> La guerra civile in Sudan è scoppiata nell’aprile 2023 e, finora, diversi > cicli di colloqui di pace non sono serviti a porre fine all’orribile conflitto > in corso. Due generali che erano alleati nel realizzare il colpo di stato del > 2021 sono ora i leader delle parti opposte: il generale Abdel Fattah al-Burhan > è il capo delle forze armate sudanesi (SAF) e, in sostanza, Presidente del > Paese. Il suo ex vice e ora avversario è il generale Mohamed Hamdan Dagalo, > leader delle Forze di Supporto Rapido (RSF), forte di 100.000 uomini. Nel giugno 2025, le RSF hanno ottenuto una vittoria significativa quando hanno preso il controllo della regione lungo il confine del Sudan con la Libia e l’Egitto. L’uomo forte libico, il generale Khalifa Haftar è stato accusato di sostenere le RSF fornendole armi e combattenti. Le RSF controllano anche la maggior parte del Darfur e gran parte del vicino Kordofan. In effetti, si teme che il paese possa ancora una volta essere diviso in due stati se le RSF portano avanti il loro piano dichiarato di stabilire un governo rivale.  ATROCITÀ IMPENSABILI Forse la conseguenza più orribile del conflitto è lo stupro e l’uccisione di innocenti, compresi bambini e neonati. Le Nazioni Unite riferiscono che oltre 40.000 persone sono state uccise e più di 14 milioni sono state sfollate; la classificazione della fase di sicurezza alimentare integrata ha identificato una carestia diffusa, che colpisce quasi 400.000 persone. Ci sono state anche orribili violenze sessuali estese a bambini molto piccoli, e segnalazioni di bambini che tentano di porre fine alla propria vita a seguito di questi episodi. Il popolo Massalit e altre comunità non arabe nello stato del Darfur occidentale del Sudan sono stati oggetto di pulizia etnica. Le RSF e le milizie arabe alleate hanno perpetrato atrocità e assalti incessanti nei quartieri di Massalit a El Geneina, la capitale del Darfur occidentale, massacrando migliaia di persone e lasciandone altrettante senza una casa o un rifugio. A febbraio, l’esercito sudanese ha bombardato Nyala, la più grande città del Darfur meridionale, con bombe non indirizzate. Questi attacchi hanno ucciso dozzine di persone e devastato quartieri civili, un caso da manuale di guerra indiscriminata. Nel frattempo, i convogli delle Nazioni Unite sono stati attaccati più volte, anche all’inizio di giugno e alla fine di agosto, dimostrando ancora una volta che anche gli operatori umanitari sono sotto assedio. I PAESI COMPLICI NEL CAOS SUDANESE Il generale al-Burhan è sostenuto principalmente dal Qatar, che gli fornisce sostegno finanziario e armi, dall’Iran che fornisce droni, e dall’Eritrea che ospita campi di addestramento per gruppi allineati alle SAF, in particolare vicino ai confini orientali. Le RSF stanno ricevendo un sostegno significativo dagli Emirati Arabi Uniti, che sono accusati di inviare armi e droni. Anche alcune imprese belliche turche sono state coinvolte nella fornitura di droni che finiscono per essere utilizzati da entrambe le parti. Il Washington Post ha riferito di come l’uso di droghe – in particolare Captagon, un’anfetamina sintetica – da parte dei combattenti della milizia “abbia introdotto una nuova pericolosa variabile in un campo di battaglia già senza legge”. Le pillole Captagon, che possono essere prodotte in centinaia di milioni, rendono i combattenti più inclini alla violenza e più propensi a commettere atrocità indicibili. Metà della popolazione sudanese ora dipende dagli aiuti umanitari per sopravvivere. Oltre 25 milioni di persone fanno affidamento sulle consegne di cibo solo per superare la giornata, in un paese in cui le bombe continuano a cadere e i villaggi vengono ridotti in cenere. Sia le RSF che le SAF stanno commettendo atrocità impunemente, con i civili intrappolati nel mezzo di questa guerra da incubo: omicidi etnici mirati, stupri di gruppo, attacchi aerei su ospedali e case, saccheggi di aiuti e blocchi che affamano intere città. Se una delle due parti spingerà per la vittoria totale, che a questo punto sembra quasi irraggiungibile, comporterà un’escalation del massacro a proporzioni veramente catastrofiche – poiché significherà che altri stati (Russia, Iran, Emirati Arabi Uniti, Libia, Ciad, Etiopia, Egitto, ecc.), che si sono schierati con una parte o l’altra, dovranno aumentare significativamente il loro sostegno agli aiuti militari e alla fornitura di armi più avanzate. Entrambe le parti rimangono completamente trincerate nella loro reciproca opposizione e gli Stati che le sostengono non sembrano disposti a prendere in considerazione l’applicazione di pressioni diplomatiche per cambiare lo status quo. Se il conflitto continuerà a imperversare per anni, distruggerà tutto ciò che resta del Sudan e non farà altro che aggravare la calamità che è stata inflitta a milioni di civili sudanesi. NON C’È TEMPO DA PERDERE La guerra civile in Sudan è un oltraggio morale e umanitario, una disputa di potere tra due leader militari spietati, nessuno dei quali ha a cuore i veri interessi del proprio paese, ma che sono avidi di potere e ricchezza mentre i civili stanno pagando un prezzo terribile in morte e distruzione. La comunità internazionale deve rinsavire e compiere uno sforzo diplomatico concertato per porre fine a questa carneficina insensata e a uccisioni, stupri e saccheggi indiscriminati. LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE DEVE AGIRE ORA Purtroppo, non c’è motivo di credere che Trump farà qualcosa per porre fine alla guerra. La sua complicità nel genocidio di Gaza la dice lunga sulla sua insensibilità. Porre fine alla guerra richiede una forte spinta diplomatica internazionale, in particolare da parte delle Nazioni Unite e dell’UE: 1. La comunità internazionale deve sostenere indagini credibili, imporre un embargo globale sulle armi a tutte le parti coinvolte in Sudan per interrompere il flusso di armi e porre fine al loro sostegno cinico e egoistico. 2. L’UE e l’ONU possono coordinare sanzioni mirate su individui ed entità che forniscono sostegno finanziario o militare ai combattenti e garantire protezione ai milioni ancora intrappolati in questa guerra. 3. L’UE e le Nazioni Unite devono spingere per una missione internazionale di mantenimento della pace per proteggere i civili e creare zone sicure per gli aiuti umanitari. 4. Sponsorizzare colloqui di pace inclusivi che coinvolgano non solo le parti in conflitto, ma anche i leader della società civile locale e le parti interessate regionali. 5. Aumentare i finanziamenti umanitari e il supporto logistico per garantire che cibo, assistenza medica e riparo raggiungano chi ne ha bisogno. 6. Istituire un’inchiesta o un tribunale internazionale per documentare i crimini di guerra e ritenere responsabili gli autori, creando pressioni affinché entrambe le parti negozino. 7. I negoziatori devono sfruttare la diplomazia regionale coinvolgendo i vicini paesi africani e mediorientali per sostenere uno sforzo di pace unificato. Questa è una guerra senza qualità redentrici: non ci sono alti ideali in gioco e nessuna delle due parti, se vittoriosa, è in grado di garantire al paese un futuro migliore o più luminoso. Ma porre fine alla guerra significherebbe fermare una crisi in continua crescita, che sta colpendo milioni di uomini, donne e bambini le cui vite sono afflitte dalla fame e dalla minaccia quotidiana di violenza sessuale, mutilazioni e morte. È tempo che le potenze occidentali agiscano. Altrimenti, la loro bancarotta morale sarà in piena mostra, poiché le condizioni continueranno a degenerare e alla fine si trasformeranno in un inimmaginabile inferno vivente per decine di milioni di innocenti sudanesi. -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: Dr. Alon Ben-Meir è un professore in pensione di relazioni internazionali, che ha recentemente insegnato presso il Center for Global Affairs della New York University. Ha tenuto corsi di negoziazione internazionale e studi sul Medio Oriente. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Filomena Santoro. Revisione di Thomas Schmid. Pressenza New York