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RADIO AFRICA: I RUOLI DEL CONTINENTE NELLA GUERRA RUSSIA-UCRAINA E IL CONFLITTO INFINITO IN SUDAN
Radio Africa: nuova puntata, giovedì 26 febbraio, per l’approfondimento quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro la Cassetta degli attrezzi. In questa trasmissione torneremo a parlare di Sudan con gli aggiornamenti che ci ha fornito Roberto Valussi, della redazione della rivista Nigrizia, che tra l’altro ha organizzato un incontro a Verona il prossimo giovedì 5 di marzo. L’iniziativa si intitola Tiny Africae, una serata a metà tra attualità giornalistica e musica dal vivo presso l’Osteria Ai Preti, interrato dell’acqua morta 27, a partire dalle 18.30. Andremo poi a Nairobi, Kenia, dove ci siamo collegati con il giornalista Andrea Spinelli Barrile, co-fondatore della testata giornalista Slow-News.com, firma del Manifesto e di Africa rivista. Con lui per riprendere i legami tra il continente africano e la guerra russo-ucraina, ma anche per parlare dell’evento che sta seguendo in questi giorni, l’Africa Media Festival. La puntata di Radio Africa, in onda giovedì 26 febbraio alle ore 18.45 e in replica venerdì 27 febbraio, alle ore 6.30. Ascolta o scarica
February 26, 2026
Radio Onda d`Urto
Quattro anni dopo
24 febbraio 2026: quarto anniversario dell’invasione russa in Ucraina, quando la guerra, quella, già in corso con modalità altre da non farla chiamare guerra, e quella combattuta in tante altre parti del mondo troppo distanti per essere considerate un pericolo per la pace dell’Occidente, bussa alle porte dell’Europa. Bisogna difenderla, la pace, racconta la politica quasi in coro, e per questo bisogna difendere i confini, così sembra ineluttabile riarmarsi. La guerra entra nella quotidianità degli Europei attraverso le immagini dei telegiornali e il dibattito politico tra esponenti di partito, storici e opinionisti. Intanto si aggiunge il conflitto in Palestina, anche quello a partire da una data che non ne segna l’inizio. 24 febbraio 2026: a Palermo, anche oggi, come da quattro anni, c’è chi dice no alla guerra riunendosi in Presidio. Prima ogni domenica mattina, a Piazza Vittorio Veneto, conosciuta in città come “la Statua”, con il suo monumento al milite ignoto, poi in altri luoghi della città che non ferma la sua corsa tra le vetrine e le bancarelle delle festività che si rincorrono, il 24 di ogni mese. Sono le donne dell’Udi, della CGIL e di tante altre realtà come Le Rose Bianche, l’Anpi, Emily, Governo di Lei, Cif, Le Onde, Arcilesbica, Comunità dell’Arca, Movimento nonviolento, Circolo Laudato si’ e con loro cittadini e cittadine che sentono la necessità di non rimanere in silenzio mentre il mondo sprofonda nel baratro di una nuova guerra globale. “Fuori la guerra dalla Storia” recita lo striscione che le accompagna da quattro anni e accanto, sulla strada pedonale di fronte al Teatro Massimo, si aggiungono cartelli che questa storia raccontano in tutti i paesi dove la guerra non tace. Ucraina e Palestina, Iran e Afghanistan, Congo e Sudan, Myanmar e Siria. Dopo l’apertura al ritmo dei tamburi e delle mani degli astanti battute sul petto, con le voci del coro e delle percussioni  di Lucina Lanzara che invocano pace per tutti i Paesi in guerra, attivisti e attiviste si alternano al microfono: di quei Paesi e dei loro popoli raccontano sofferenza e oppressione, chiedono al nostro Paese azioni diplomatiche nel rispetto del costituzionale ripudio della guerra, smascherano, oltre le parole con cui ci vengono ammansite, le intenzioni di governi guerrafondai e i loro interessi economici. Ci raccontano delle donne del Rojava, riunite in assemblea e decapitate, dell’attacco ad Aleppo, dei disertori russi e ucraini, palestinesi e israeliani, giovani che rischiano la prigione e la vita pur di non imbracciare le armi e rendersi complici di torture e massacri, dell’embargo economico statunitense che affama il popolo cubano, impedisce il rifornimento di medicinali salvavita, lascia al buio non solo le case ma anche le scuole e soprattutto gli ospedali. È notizia delle ultime ore la visita dell’ambasciatore di Trump al governatore della Calabria per chiedere l’interruzione della collaborazione dei medici cubani che hanno sostenuto la (mal)sanità calabrese al collasso anche per mancanza di medici. Chi ancora non lo sapeva, apprende come, mentre il paese di Niscemi frana lasciando in sospeso la vita dei suoi abitanti, il Governo stanzia milioni di euro per mettere in sicurezza le antenne del Muos su segnalazione dei militari statunitensi. È tempo di non restare indifferenti, di mobilitarsi tutti insieme per ribaltare il sistema patriarcale che da sempre vede gli uomini e ora, purtroppo, anche le donne, risolvere i conflitti con la forza violenta delle armi, a partire da questo grido delle donne di Palermo che trova la sua eco in tante altre città italiane: il 28 marzo la rete “10 100 1000 piazze di donne per la pace” si riunirà nelle diverse realtà cittadine aderenti in una grande manifestazione nazionale. L’impegno di ogni città verrà “cucito” mettendo insieme in un grande arazzo i tasselli preparati nelle singole realtà. C’è ancora tempo, per chi volesse, in ogni parte d’Italia, di unirsi a questo progetto di rappresentazione simbolica della pace attraverso il lavoro di sapienza antica delle donne! Molti passano, indaffarati, qualcuno si siede e ascolta, come un gruppo di giovanissimi seduto sul marciapiede. La luce di piccole candele illumina l’invito alla nonviolenza nelle bandiere con le armi spezzate. È l’educazione alla nonviolenza, a partire dai primi anni di vita di ogni bambino e bambina, l’unica strada per interrompere una Storia in cui la pace è solo una tregua nel susseguirsi dei conflitti armati! “Fuori la guerra dalla Storia!”         Maria La Bianca
February 25, 2026
Pressenza
L’Africa delle stragi: dall’infamia italiana del 1937 alla fucina bellica sudanese. Rivolte tradite tra Dacca e Yangon
> Questa settimana I Bastioni di Orione completano l’ascolto dell’incontro con > Emanuele Giordana: questa volta passiamo le sue considerazioni sui motivi e le > conseguenze della tornata fintamente elettorale tenutasi a Naypyidaw e in > poche altre città birmane, mentre nei due terzi della nazione multietnica la > guerra imperversa su livelli diversi, a seconda degli interessi delle singole > comunità, con l’imperversare dell’aviazione di Tatmadaw a impedire il tracollo > della giunta di Tsai Ming Hlaing, sostenuta – o comunque non lasciata crollare > – dagli interessi cinesi, er il momento decisi a congelare la situazione > birmana. > L’altro argomento di cui ci aveva parlato Emanuele il 12 febbraio era > l’imminente elezione in Bangladesh che ha visto il definitivo tradimento della > rivolta che ha defenestrato Sheikh Hasina, mettendo nei guai Modi, che ha > cercato di intromettersi uccidendo l’icona della rivolta , ottenendo la > vittoria del partito nazionalista Bnp che puzza di restauro dello status quo, > in qualche modo… > > Buona parte della puntata è trascorsa in Africa, tra la ricorrenza del > massacro perpetrato dal viceré Graziani – mai come quest’anno da rimeditare – > in un’Etiopia indomita sotto l’occupazione assassina dell’impero fascista; > ovviamente il governo nostalgico attuale ricorda solo i suoi criminali > camerati morti e non ha banfato sulla strage del 19 febbraio 1937. Lo abbiamo > fatto noi con Matteo Dominioni, storico e docente del periodo coloniale. > Abbiamo a lungo raccolto la lucida e precisa analisi del conflitto sudanese, > che si sta espandendo in ogni direzione del Continente , che ci ha offerto > Marco Trovato, direttore di “Africa Rivista”, di ritorno da un intrepido > viaggio in Kordofan. Risultano chiari dal suo racconto i vari livelli su cui > si combatte questo conflitto che vede schierati ai due lati della disputa > tutte le grandi potenze, che appoggiano e riforniscono i contendenti, vi è poi > un livello locale che coinvolge le potenze locali e le guerre dell’Africa > orientale, oltre alle alternanti adesioni delle milizie locali che appoggiano > ora Hemedti, ora al Burahn. -------------------------------------------------------------------------------- Blocchi ideologici impediscono serie riflessioni sull’ignobile avventura italiana in Etiopia Il momento per gli studi storici non potrebbe essere più difficile: gli archivi sono artatamente chiusi, il revisionismo occupa tutti i canali, la sordina è applicata ancora di più alla ricerca scientifica – le viene preferita la sottile arte della vacuità da influencer di politici superficiali e populisti. Così a fronte di una strage fascista, rivendicata, istigata, organizzata dal regime mussoliniano, tutte le attenzioni vengono spostate su episodi ininfluenti, già registrati e collocati negli ultimi 80 anni nella loro collocazione storica finché la voglia di vendetta di una Destra portata al potere dal venir meno della vigilanza antifascista da parte delle forze progressiste, complici e corree nella scelta omertosa di non consegnare i criminali italiani, la cancellazione di tracce (la filiera dei gas usati e su cui tutti tacquero). Perciò ci siamo rivolti a uno storico che da vari decenni si occupa dei misfatti del ventennio fascista in particolare nel Corno d’Africa: Matteo Dominioni cerca di ricondurci a termini, parole, testimonianze, analisi, dati e documenti scientifici, attraverso i quali poter ricondurre a una ricostruzione il più possibile veritiera e al conseguente giudizio sulla invasione, occupazione e poi la postura coloniale, che coinvolse un milione di italiani. Su tutti spicca il criminale di guerra Graziani. Lo abbiamo interpellato il 19 febbraio, cioè “Yekatit 12”, come gli etiopi chiamano il loro giorno della memoria, di quel 1937 in cui sono stati uccisi tra 4 e 20 mila abitanti del Corno d’Africa per mano degli occupanti italiani aizzati dagli alti ranghi militari, da Graziani e da Mussolini stesso che ordinavano: «Si uccide troppo poco!». Una enorme caccia all’uomo nero scatenata a casa sua da invasori e occupanti feroci; qualcosa di peggio di colonizzatori, piuttosto brutali assassini razzisti che hanno ordito una strage, giorni di orrore e terrore per tutti quelli con la pelle sbagliata. E gli eredi di quella parte già giudicata dalla Storia fanno carte false, fabbricando una storia revisionata e miope. Complessa anche la memoria etiope, parcellizzata e utilizzata da identità diverse: divisioni tra appartenenze diverse e opportunismi collegati dalla ricostruzione storica tra collaborazionisti e partigiani, tra oromo e amhara, tra eritrei ed etiopi, ascari e resistenti. Il risultato è un modo diverso di partecipare al ricordo dello Yekatit 12. -------------------------------------------------------------------------------- Due elezioni in Sudest asiatico hanno visto sancire l’impossibilità di ottenere alcun cambiamento. Rispetto al feroce regime militar-affaristico in Myanmar, dove si è visto festeggiare un lustro dal golpe contro il governo di Aung san suu chi  e la restaurazione del sistema in cui una generazione di giovani aveva sperato; e rispetto a un sistema che mantiene le solite oligarchie dinastiche al potere in Bangladesh, nonostante sia trascorso poco più di un anno dalla imponente rivolta che ha portato alla cacciata di Sheikh Hasina. Di entrambi ce ne parla Emanuele Giordana, impegnato nel suo consueto annuale studio delle società asiatiche e dei loro cambiamenti, che si è spinto fino ai confini birmani, raccogliendo informazioni e mettendo insieme conoscenze, differenze tra comunità e milizie, municipi più o meno indipendenti rispetto alla giunta golpista che ha ovviamente dichiarato la vittoria nei seggi disertati da tutti (compresi gli osservatori internazionali) ma che controlla solo un terzo del territorio e delle risorse. Il resto è guerra aperta con le forze di difesa popolare che continuano a conquistare posizioni strategiche. Risulta un territorio bantustizzato tra karen, shan, wa (i filocinesi che gestiscono il traffico di armi), arakan… La Cina sembra aver optato per un attendismo che congela la situazione birmana. E l’India tenta di migliorare le sue relazioni sia con la giunta birmana, sia in quel Bangladesh dove con la fuga di Hasina ha perso il controllo del paese.   Infatti ritroviamo esattamente 18 mesi dopo il racconto esaltante della rivolta di Dacca un paese normalizzato, dove il movimento giovanile – dopo che è stata ammazzata la giovane icona Sharif Osman Hadi (poeta 31enne) da sicari di Modi, preoccupato di non poter più contare sulla fedeltà della giovane nazione bangladese – si è avvicinato a Jamaat-e-Islami e questo gli ha alienato le simpatie delle donne e anche dei non musulmani, non ancora pronti ad accogliere la minoranza dopo l’indipendenza di mezzo secolo fa dal Pakistan. Quindi si registra la vittoria dei nazionalisti di Tarique Rahman, rifugiatosi in esilio vent’anni fa, dopo che la madre lasciò il potere a lungo detenuto e ora populista che potrebbe rieditare i metodi estorsivi e corruttivi della madre. Questo è il risultato dell’incapacità del governo di transizione di Yunus, il premio Nobel che ha deluso per l’incapacità di riformare i settori della sicurezza e quello istituzionale, sottoposto a giudizio referendario insieme alle elezioni, come avvenuto per quello costituente thailandese. La guerra in Sudan si fa sempre più sanguinosa si susseguono gli attacchi contro civili con l’utilizzo  di micidiali droni che vengono adattati con ordigni letali mentre una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha denunciato il 19 febbraio “atti di genocidio” ad Al Fashir, il capoluogo dello stato sudanese del Darfur Settentrionale, conquistato nell’ottobre scorso dai paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf). Aumenta il coinvolgimento di  attori esterni nel sostegno ai due contendenti da una parte l’esercito sudanese e dall’altro le forze di supporto rapido RSF, l’ agenzia Reuters ha riferito che l’Etiopia ospita un campo di addestramento segreto per le forze paramilitari sudanesi che combattono l’esercito sudanese da quasi tre anni. Secondo l’agenzia, una decina di fonti, tra cui una all’interno del governo etiope, hanno confermato l’esistenza del campo di addestramento e hanno affermato che gli Emirati Arabi Uniti ne hanno finanziato la costruzione, fornito istruttori militari e offerto supporto logistico. il Sudanese Emergency Lawyers ha esortato sia le Forze armate sudanesi sia le Forze di supporto rapido (Rapid Support Forces, Rsf) a cessare gli attacchi con droni, a evitare obiettivi civili e a rispettare il diritto internazionale umanitario. L’appello si inserisce in un contesto di intensificazione degli attacchi con droni nelle regioni del Kordofan e del Darfur, dove proseguono i combattimenti tra l’esercito regolare e le Rsf. Organizzazioni umanitarie hanno più volte denunciato il deterioramento della situazione sul terreno e un crescente numero di raid contro aree densamente popolate. La situazione umanitaria è devastante mancando l’accesso al cibo e alle cure in quanto il sistema sanitario è collassato ,la crisi del Sudan è diventata la più grande emergenza al mondo in termini di sfollamento e protezione: 12 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, molte delle quali vivono in rifugi di fortuna, senza sicurezza e senza speranza. Durante la guerra civile del Sudan, scoppiata nell’aprile 2023, entrambe le parti si sono sempre più affidate ai droni, e i civili hanno sopportato il peso della carneficina.Il terreno pianeggiante del Sudan e la copertura limitata lo rendono adatto agli attacchi e alla sorveglianza dei droni. La maggior parte dei droni in Sudan sono contrabbandati da una rete di sostenitori stranieri via terra, mare e aria, aggirando gli embarghi ufficiali, mentre gli stati stranieri sfruttano la situazione a loro vantaggio. Della situazione in Sudan ne parliamo con Marco Trovato direttore di Africa rivista.
February 21, 2026
Radio Blackout - Info
Vite sospese nel Sudan in guerra
GIORGIO MARCACCIO 1 Samrin Adam è una geografa e docente sudanese presso il dipartimento di GIS e cartografia della facoltà di scienze geografiche e ambientali dell’Università di Khartum. Attualmente sta conseguendo un Master in Public Policy, con un focus sulla governance ambientale e sulla “spatial justice”. Il suo lavoro si colloca all’intersezione tra mappature, politiche pubbliche e coinvolgimento delle comunità. Attraverso progetti come Akhir Faysal, Samrin studia come le mappature partecipative possano diventare uno strumento per preservare memoria e identità e per permettere alle comunità di esprimersi politicamente, in particolare per quelle sfollate lontano dal proprio Paese 2 . In questa intervista, Samrin racconta in prima persona la guerra che dal 2023 devasta il Sudan, le sfide quotidiane dei cittadini e il ruolo delle mappe collettive come strumenti di resilienza e espressione politica. CI PUÒ SPIEGARE LA SITUAZIONE DEL PAESE IN QUESTO MOMENTO E COSA STA SUCCEDENDO DAL 2023? Dall’Aprile del 2023 il Sudan è coinvolto in una guerra devastante tra le Sudanese Armed Force (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF) 3 . Il conflitto, iniziato come lotta per il potere tra fazioni militari, si è poi trasformato in una guerra urbana diffusa sul territorio, causando sfollamenti di massa ed il collasso delle istituzioni. Milioni di cittadini Sudanesi sono migrati internamente o sono stati obbligati a lasciare il Paese, mentre sanità, istruzione, infrastrutture e l’intero sistema amministrativo sono stati profondamente compromessi. L’assetto geografico della guerra è in continuo cambiamento. Dall’inizio degli scontri, le due fazioni hanno avuto a fasi alterne il controllo su città e regioni, creando così grave instabilità in tutto il territorio. Khartum e lo Stato di Al-Jazira, che nelle prime fasi della guerra erano teatro di intensi scontri, in questo momento stanno provando a riprendersi in alcune aree dove diverse comunità si stanno impegnando per istituire nuovamente dei servizi e ritrovare un po’ di quotidianità. Tuttavia, questo non è un segnale di stabilità: il Governo, anche locale, rimane fratturato, le infrastrutture sono danneggiate e diversi quartieri sono ancora caratterizzati da violenza e sfollamenti. Al contempo, in Darfur e in Kordofan gli scontri si sono intensificati. Nell’ottobre del 2025, El-Fasher, capitale del Nord Darfur, fu teatro di un forte crescendo delle violenze, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria già in corso. La popolazione continua ad affrontare insicurezza, situazioni di assedi e di esodi forzati. Sono circolate a riprova di ciò vari rapporti riportanti testimonianze che mostrano violazioni di diritti umani e crimini di guerra. Oggi il Sudan e la sua situazione non possono essere descritti semplificandone i termini. Siamo infatti davanti ad un panorama di fronti in costante movimento, momenti di parziale recupero e devastazione in corso in questo esatto momento; un Paese che cerca di barcamenarsi tra tentativi di recuperare un ritmo naturale in alcune regioni, mentre in altre continua la violenza. Le conseguenze umanitarie, sociali e politiche di tutta questa situazione restano ancora profonde e irrisolte. QUANDO HA LASCIATO IL SUDAN? DOVE TI TROVAVI QUANDO LA GUERRA È SCOPPIATA?  Film da vedere “Sudan, Remember Us” racconta giovani sudanesi che, tra poesia e sogni, resistono a violenze e oppressione, contribuendo a un movimento per la libertà Mi trovavo a Khartum, nel quartiere di Burri, quando iniziò la guerra nell’aprile del 2023 4. Per i primi dieci giorni rimasi intrappolata in casa per l’intensificarsi degli scontri in città. Lo stato di Khartum è composto da tre città – Khartum, Omdurman e Bahri – divise dal Nilo e connesse tramite dei ponti. Per diverse volte provai ad attraversare il Nilo da Khartum a Omdurman, dove si trova la casa della mia famiglia, ma i bombardamenti pesanti e i colpi di arma da fuoco rendevano impossibile il passaggio dai ponti. Ogni tentativo di passare implicava calcolare ogni rischio nel giro di pochi secondi, senza sapere se saremmo riusciti a tornare indietro salvi. Appurato che era impossibile attraversare direttamente dai ponti, mi sono spostata verso Sud con altre persone che scappavano verso lo stato di Al-Jazira. Da lì ho poi viaggiato verso Atbara e Shendi nello stato del fiume Nilo, dove sono riuscita a riunirmi con la mia famiglia. Il 3 Giugno 2023 sono riuscita a lasciare il Sudan; non fu una partenza pianificata, ma un percorso dettato dalla volontà di sopravvivere e modellata dalla geografia e dalla guerra stessa. COSA PUÒ DIRE LEI PERSONALMENTE DI QUANTO HA VISTO, SENTITO E VISSUTO IN PRIMA PERSONA RIGUARDO AL CONFLITTO? Avendo visto e sentito in prima persona la guerra a Khartum e tra le vie di sfollamento interne al Paese, quello che noto maggiormente è una profonda rottura della vita dei cittadini e delle loro aspirazioni democratiche. Durante le prime ore della guerra, ho sentito un sentimento schiacciante di delusione e rabbia. Ho pensato alla rivoluzione del 2018 – alle persone che sono morte, ai sacrifici fatti e agli anni di resistenza – e ho avuto il timore di aver perso il nostro Paese, che tutti gli sforzi fatti erano stati vanificati. Dopo anni di mobilitazioni per una transizione politica, il ritorno agli scontri militari per il potere è stato devastante. Questa guerra non si limita al confronto armato; essa è anche frammentazione di quartieri, istituzioni e fiducia sociale. Nonostante ciò, quello che più mi sorprende è la resilienza della società civile sudanese, le relazioni di aiuto reciproco, le iniziative dal basso e tutte le azioni giornaliere di solidarietà che persistono nonostante il collasso istituzionale. COME È NATO IL PROGETTO DI MAPPATURA A FAYSAL? C’È STATO QUALCOSA IN PARTICOLARE CHE LA HA COLPITA DELLE DONNE CHE HANNO PARTECIPATO O DI COME È STATA PERCEPITA L’ESPOSIZIONE DALL’ESTERNO?  Il progetto Akhir-Faysal è nato da una conversazione tra la dottoressa Mariasole Pepa dell’Università di Padova 5 ed io. Discutemmo di come un progetto di mappatura collettiva avrebbe potuto aiutare le donne sudanesi scappate dal conflitto che si trovano al Cairo nel sentirsi rappresentate. Dal principio volevamo che il processo fosse un lavoro condiviso più che un progetto di ricerca, sottolineando la sua natura veramente collettiva nel vero senso della parola. Per comunicare trasparenza e fiducia, abbiamo lanciato la proposta dal mio account Facebook personale tramite un Google Form. Capimmo subito che donne sfollate in un nuovo contesto che conoscono poco sarebbero state caute, perciò fu fondamentale utilizzare una piattaforma a loro familiare e di cui si potessero fidare. La maggior parte di sudanesi che sono scappati verso l’Egitto sono donne, il che rese necessario e più semplice al tempo stesso mettere proprio loro al centro del progetto. Durante il workshop, ogni donna ha raccontato la sua personale esperienza spaziale di esilio. Al posto che essere mappate da altri, sono state proprio loro a identificare i mercati, le cliniche, i posti sicuri e quelli più emozionali che avevano trovato come riferimenti. La cosa che più mi ha impressionato è stato come l’atto di mappare è stato al contempo un atto terapeutico e politico. Al di fuori delle mappe, queste donne hanno costruito dei forti legami tra di loro, dando vita ad una rete di solidarietà che esiste ancora oggi. DOPO LA PRESENTAZIONE DEL 1° NOVEMBRE 2024, IL PROGETTO È STATO POI AGGIORNATO? C’È STATO MODO DI VEDERE L’EVOLUZIONE DEI LUOGHI DI INTERESSE DOPO LA PRIMA INDAGINE? Non sono riuscita ad essere fisicamente presente alla prima esibizione per via di impegni di viaggio, ma grazie ai resoconti delle colleghe e al materiale registrato sono riuscita a seguire da vicino l’impatto che ha avuto. Quello che più ha catturato la mia attenzione è stata la varietà di persone che sono venute alla presentazione. Non c’erano solo sudanesi tra il pubblico ma anche egiziani e persone di diverse provenienze. Questo è stato molto importante per noi. Il progetto non è stato pensato solo per la comunità sudanese, ma l’idea era di creare uno spazio aperto ad un dialogo ben più largo sul tema degli sfollati, dell’appartenenza e di come le donne ricostruiscono la vita in spazi urbani che non conoscono. Sounds from Faysal Main Street Sounds from Faysal Main Street Music from the street SOUND OF THE CITY L’esibizione ha permesso di far vedere come queste donne sudanesi sfollate percepiscono e si muovono sul territorio, come ricostruiscono una certa quotidianità e come, dopo una forte rottura, riescono a ricreare un loro “nido” familiare. In gennaio poi, le mappe prodotte sono state trasportate a Parigi per espandere ulteriormente il dialogo e le discussioni; e in questo mese (febbraio) questo stesso progetto troverà spazio al Museo della Geografia di Padova, in collaborazione con l’università di Padova, aumentando così la visibilità e il coinvolgimento internazionale 6. COSA È CEDEJ KHARTUM E QUAL È IL SUO RUOLO AL SUO INTERNO? Mentre lavoravo al progetto, stavo collaborando con CEDEJ Khartoum (Centre d’Études et de Documentation Économiques, Juridiques et Sociales), che al tempo si era spostato al Cario per via dello scoppio della guerra in Sudan. Mi era stato dato un assegno di ricerca dal CEDEJ, con il quale il progetto Akhir-Faysal era iniziato 7. Dal principio il CEDEJ si è occupato di fornire sostegno istituzionale all’iniziativa. Quando poi abbiamo tenuto il primo workshop, la professoressa Marie Bassi, direttrice di CEDEJ Khartoum, partecipò e fu presente per vedere in prima persona il forte dialogo generato grazie al processo di mappatura collettivo. L’impatto della prima sessione ha quindi rinforzato la rilevanza del progetto, e il CEDEJ ha intensificato i suoi investimenti accademici e finanziari affinché il progetto continuasse e si espandesse. Il progetto fu reso possibile dalla collaborazione di quattro ricercatrici: la dott.ssa Mariasole Pepa (Università di Padova), Duaa Abu Siwar (Università di Khartum), la prof.ssa. Marie Bassi (CEDEJ Khartoum) ed io. Il mio ruolo riguardava la coordinazione e la progettazione partecipativa della mappatura, ovvero fare in modo che la metodologia rimanesse centrale sia nel contesto della ricerca accademica sia nel processo di coinvolgimento della comunità. Evidenziazione in rosso dell’area di Faysal. Donne al lavoro sulla mappa di Faysal durante uno dei laboratori collettivi. PH: Mariasole Pepa, 2024 IN CHE MODO SI PUÒ AIUTARE LA CAUSA DELLA POPOLAZIONE E DELLA SOCIETÀ CIVILE SUDANESE CHE SI TROVA IN GRANDE DIFFICOLTÀ IN QUESTO MOMENTO? Gli aiuti possono essere espressi in diverse forme: si può iniziare semplicemente ascoltando e amplificando la voce dei sudanesi che raccontano questo conflitto e rifiutandosi di ridurlo a narrative semplificate. Le relazioni della società civile dentro e fuori dal Sudan stanno permettendo la sopravvivenza di comunità grazie ad aiuti reciproci, documentazione di quanto sta succedendo e organizzazioni che nascono dal basso – queste persone hanno bisogno di visibilità e di un aiuto concreto e materiale. Le istituzioni accademiche, gli spazi culturali e le piattaforme di comunicazione possono creare spazio per docenti, artisti e attivisti sudanesi, affinché possano parlare per loro stessi. Altri modi concreti per contribuire sono finanziare iniziative che partono dalle comunità locali, supportare la ricerca indipendente e confrontarsi con organizzazioni umanitarie credibili e degne di fiducia. La cosa forse più importante, è che questa solidarietà duri nel tempo e si trasformi in un sopporto di lungo termine. Il Sudan non è solo un luogo di guerra, ma è una società che sta lottando per la sua dignità, responsabilità e per un suo futuro democratico. Grazie per aver creato uno spazio di discussione sul Sudan e per il vostro impegno nel sensibilizzare l’opinione pubblica sulle realtà che affliggono la popolazione di questo Paese. Le piattaforme che promuovono un dialogo informato e la visibilità sono estremamente preziose in tempi di crisi prolungata. 1. Studente presso UniPD del corso di Scienze politiche, Relazioni internazionali e Diritti umani al terzo anno, sto svolgendo un tirocinio curricolare presso Melting Pot. Sono appassionato di attualità internazionale e storia delle relazioni internazionali, materia in cui sto scrivendo una tesi di laurea triennale. Ho un diploma di liceo classico ottenuto a Bergamo, e dal liceo in poi ho fatto attività di volontariato locale e in città ↩︎ 2. Mapping with Sudanese Women in Cairo, Vision Scarto ↩︎ 3. How RSF is adopting Israel’s ‘template for genocide’ in Sudan, Al Jazeera (maggio 2025) ↩︎ 4. Si legga: “L’inferno all’improvviso. Testimonianze dal Sudan” di Andrea Pase e Mariasole Pepa, Università di Padova – Una città, mensile di interviste giugno-luglio 2023 – numero 293 ↩︎ 5. Consigliamo la lettura di “Pensare attraverso il cotone in Sudan: vecchi e nuovi estrattivismi” di Mariasole Pepa, dal numero 1 della rivista Teiko (pag.69) ↩︎ 6. Sudan at war, Women on the Move: Akhir Faysal Project. Un incontro dedicato all’analisi delle trasformazioni sociali e spaziali generate dal conflitto in corso in Sudan – Museo di Geografia dell’Università di Padova ↩︎ 7. Mapping with Sudanese Women in Cairo – CEDEJ Khartoum ↩︎
Guerra in Sudan, troppo dimenticata
Del Sudan non si sente parlare mai, ma se uno ha la curiosità di andarsi a leggere riviste informate come Nigrizia, scopre che la più grande crisi umanitaria al mondo sta passando inosservata. Il Sudan (dal quale il Sud Sudan si è separato nel 2011), ha una popolazione di 45 milioni di abitanti. La guerra che è in corso dal 15 aprile 2023 è la più grande crisi umanitaria al mondo, coinvolge quasi metà della popolazione: gli sfollati sono 14 milioni; di questi, due milioni (ma qualcuno parla del doppio) sono fuori dal Paese (soprattutto in Egitto); sette milioni di bambini non vanno a scuola da 3 anni. Più della metà della popolazione soffre di una crisi alimentare, 5 milioni soffrono la fame. La guerra in Darfur esiste da oltre 22 anni, negli ultimi anni si è allargata a buona parte del Paese, coinvolgendo soprattutto l’enorme capitale – Khartum – dove vivevano 14 milioni di persone. Se in precedenza le guerre in Africa venivano combattute con vecchie armi “leggere”, questa volta vengono usati costosissimi e micidiali droni di alta tecnologia. La produzione di questi non avviene certo in Africa; una buona parte di questi è fabbricata nella democratica Europa. Perché c’è la guerra? Una breve parola: l’ORO. La zona del Darfur (ma in realtà anche altre parti del Paese, contese per la stessa ragione) è ricca di oro. Una maledizione per questo Paese africano. Chi combatte in questa guerra? Facciamo un passo indietro: all’inizio del secolo il governo militare del dittatore sudanese Al-Bashir crea una milizia, le Rapid Support Forces, al diretto servizio del presidente. Questa feroce milizia, definita “Diavoli a cavallo”, porta avanti la pulizia etnica in Darfur. Questa milizia ha anche un compito che farà comodo all’Europa, tanto che nei giorni della Brexit nessuno fa caso al fatto che l’Unione Europea manda fiumi di soldi per finanziare questo lavoro sporco: “proteggere” l’Europa dall’arrivo di migranti, “arginare il flusso migratorio”, senza perdersi sui ma e sui come… Nel giro di qualche anno, nel 2021/22, questa milizia diventa autonoma e viene “rilevata” dagli Emirati Arabi che la fanno diventare il suo esercito mercenario che combatterà ferocemente per conquistare il Darfur. La guerra si sviluppa quindi tra l’Esercito Nazionale e questo esercito mercenario finanziato appunto dagli Emirati Arabi. Chi sostiene il governo e finanzia il suo esercito? Iran, Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Russia. Ci fu un periodo in cui la Russia riusciva a vendere armi da una parte e dall’altra, fantastico! Per aggiungere un soggetto che qui in Europa conosciamo, le truppe private russe della Wagner combattevano a fianco dell’esercito mercenario e ne sostenevano la logistica con le loro basi in Centrafrica. Attualmente il Darfur è nelle mani delle milizie mercenarie; non a caso dal 2023 gli Emirati Arabi hanno aumentato in maniera stratosferica la loro produzione di oro, sì, produzione, perché questa si “misura” laddove l’oro viene “lavorato”, non estratto. Ho avuto modo di intervistare una persona che in seguito alla guerra scoppiata in Sudan si è dovuta rifugiare in Egitto. Per questioni di sicurezza, preferisce l’anonimato, quindi lo chiameremo Musa. Descrivimi brevemente Khartum Khartum, come quasi tutte le capitali africane, è una megalopoli. Ha la forma di una Y capovolta, dal momento che si trova all’incrocio dei due importanti fiumi: il Nilo Bianco, che arriva dall’Uganda e il Nilo Azzurro, che arriva dall’Etiopia. È una città estesissima, con pochi grattacieli. In alto si trova Khartum nord, a ovest Khartum “capitale” con tutte le sedi del potere, mentre a Est Omdurman, dove si trova la maggior parte della popolazione. La parte con le sedi ministeriali è la più devastata, è una città fantasma. Certo, da marzo 2025 c’è una lentissima ripresa, le scuole qua e là riaprono, torna, almeno in parte, la corrente. Come sono le miniere d’oro? Sono terribili. Sono dei piccoli buchi nei quali si infilano soprattutto bambini, perché uomini grandi e grossi spesso non ci passano. Ci lavorano dentro, sottoterra per decine di metri, in condizioni inimmaginabili. Si tratta di una popolazione schiavizzata e gli incidenti mortali sono frequentissimi. E chi li registra? Chi ne parla? Chi paga per queste morti? Nessuno. Eppure, ci fu un tentativo di cambiamento radicale nel 2018/19 Si, a sollevarsi furono soprattutto giovani, ma anche donne, associazioni, sindacati: la dittatura di Al-Bashir – che durava da 30 anni – era insostenibile. Fu un momento di grande speranza. Il dittatore fu deposto, ma le rivendicazioni pacifiche continuarono. Dopo settimane di un lunghissimo sit-in nel centro di Khartum ci fu una violenta repressione da parte dell’esercito unito alle forze paramilitari, ma alla fine, tramite accordi, si avviò la costruzione di una transizione democratica. Questo processo, nel giro di due anni, naufragò, i militari fecero un colpo di stato e da allora sono al potere. Che lingue si parlano in Sudan? Nel Sudan l’arabizzazione, soprattutto negli ultimi anni, è stata fortissima: oramai l’arabo ha schiacciato tutte le antiche lingue locali. Nel Sud Sudan si mantiene forte l’inglese e parecchie lingue tribali. Ma anche la situazione in Sud Sudan è a rischio. Intanto le guerre tribali sono endemiche: da lungo tempo comandano i Denka, mentre i Nuer sono all’opposizione. In Sud Sudan si rischia davvero una prossima guerra, e sarebbe terribile. Considera che in Sudan c’è un profondo razzismo nei confronti dei sud sudanesi. Gli abitanti del Sudan, leggermente più chiari di carnagione, si considerano vicini al mondo arabo e considerano inferiori le popolazioni che arrivano anche solo dal Sud Sudan, più nere. Così anche nella guerra in Darfur, in Sudan, le milizie mercenarie hanno la pretesa di ergersi a paladini dei diritti dei neri: questa cosa non è vera, è pura strumentalizzazione, anche per “arruolare” popolazione nera a combattere. Torniamo quindi alla guerra: chi combatte? Come in tutte le guerre chi aveva strumenti, mezzi economici, alta formazione scolastica, è scappato dal paese mettendosi in salvo. Combattono i poveri: l’arruolamento nell’esercito è chiaramente per tutti, ci sono anche minorenni nell’esercito regolare. Nelle milizie mercenarie c’è di tutto, ovviamente anche bambini. Se molti, da una parte e dall’altra, sono forzati a combattere, una buona parte lo fa per avere un minimo di entrate e mantenere la famiglia. Considera che nell’esercito mercenario ci sono uomini che arrivano da altri Paesi dell’Africa, ma ci sono anche, per esempio, 400 mercenari colombiani. Rimango esterrefatto da quest’ultima affermazione e più tardi cerco un amico colombiano per chiedere se è al corrente della cosa: “Certo – mi dice – i combattenti colombiani hanno combattuto davvero, sono allenati, non sanno fare altro, così vengono assoldati laddove c’è bisogno, dove il mercato tira. Ci sono vere e proprie agenzie che ti trovano dove andare a combattere. In Colombia lo sappiamo tutti!”. Pazzesco – penso – questo è il mondo… Ma torniamo a Musa. Tu ora vivi al Cairo, buona parte dei sudanesi fuggiti si trovano in Egitto, in quali condizioni? In Egitto non vi sono campi profughi, i sudanesi si spargono per tutto il Paese, nelle zone più povere, più periferiche, in palazzoni, dove vivono in 15 in 30 metri quadrati. Le loro condizioni di vita sono durissime. Inoltre, in Egitto il razzismo nei loro confronti è forte e cresce. Ultimamente il governo egiziano sta avviando campagne contro di loro, ci sono state parecchie deportazioni verso il confine col Sudan. Penso, con grande dolore, che il recente slogan di “remigrazione” si sta moltiplicando nel mondo… Come si guarda e come vedi tu, dal Sudan, il genocidio in corso a Gaza? Io credo che in generale delle guerre in Africa si parli pochissimo, e non c’è solo quella in Sudan ma anche in Mozambico, in Congo. In molte zone i cristiani sono perseguitati: in Nigeria, qualche giorno fa, sono stati uccisi 12 di loro. Questi massacri avvengono nel silenzio del mondo. Bisogna parlarne, denunciarli, fermarli. Gli interessi occidentali qui sono spaventosi: oro, petrolio, vendita di armi, sono mercati fiorenti. Per capire l’origine, la portata di queste guerre, basta risalire il circuito della produzione di armi. Pensa che la nostra “Piaggio” che fabbrica droni, è stata acquistata dalla Turchia. Noi occidentali siamo i principali responsabili delle guerre in Africa. Il mondo dei media segue una vulgata per cui a volte anche in Sudan sentiamo le notizie di Gaza e dell’Ucraina prima di quelle della guerra del Paese in cui viviamo. Le guerre dimenticate vanno fatte conoscere. O si mette mano a queste guerre che, come tutte le guerre, portano morte, distruzione, terrore, miseria, o andrà sempre peggio. Cominciamo col parlarne, fatelo per favore. Andrea De Lotto
January 31, 2026
Pressenza
Cesena: echi di rivolta in Sudan
Serata internazionalista sul conflitto in Sudan Nel 2019 una rivolta popolare della durata di 4 mesi ha costretto il dittatore sudanese Al-Bashir, alla guida dello stato dal 1989, a cedere...
January 29, 2026
mezzoradaria
“Uscite d’emergenza”: sbloccato il ricongiungimento dei familiari dal campo UNHCR in Ciad
Un’importante ordinanza del Tribunale di Roma è stata emessa nella causa promossa da un rifugiato sudanese accolto da Baobab Experience Odv di Roma e assistito dall’Avv. Ludovica Di Paolo Antonio 1 contro il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e l’Ambasciata d’Italia a Yaoundé (Camerun). Il Tribunale ha infatti ordinato in via d’urgenza, ex art. 700 c.p.c., all’Ambasciata competente il rilascio del visto per l’ingresso in Italia in favore della madre e della figlia del titolare di status di rifugiato residente in Italia. Il cittadino sudanese aveva avviato oltre un anno fa la procedura di ricongiungimento familiare per la propria madre e la propria figlia di soli 8 anni, entrambe rifugiate in condizioni di grave vulnerabilità in un campo UNHCR in Ciad. Nonostante il completamento della procedura telematica, il decorso dei termini previsti dalla legge, l’invio di numerosi solleciti e l’attivazione dei poteri sostitutivi presso l’Ispettorato Generale di Amministrazione, il cittadino sudanese non era riuscito a ottenere il nulla osta al ricongiungimento familiare. Per tale ragione, aveva presentato direttamente istanza all’Ambasciata italiana competente, con sede a Yaoundé, in Camerun. L’Ambasciata aveva tuttavia rifiutato di avviare il procedimento e di rilasciare il visto alle familiari del rifugiato residente in Italia, nonostante fosse stato adeguatamente evidenziato e documentato, anche tramite specifiche relazioni dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che le due donne versavano in condizioni di grave insicurezza e vulnerabilità. Con l’ordinanza in esame, il Tribunale di Roma ha affermato, tra l’altro, che: «Non v’è dubbio, dunque, che il silenzio della pubblica amministrazione, che ha omesso di pronunciarsi sull’istanza di rilascio del nulla osta, costituisca un ingiustificato inadempimento dell’obbligo gravante sulla stessa di provvedere espressamente sull’istanza presentata, come disposto dal comma 8 dell’art. 29 del D.lgs. n. 286/1998, così come modificato dal D.L. n. 13/2017, convertito nella L. n. 46/2017, che prescrive l’obbligo per l’amministrazione di pronunciarsi entro il termine di novanta giorni dalla richiesta». «Pertanto, il silenzio-inadempimento della pubblica amministrazione, che ha continuato nel suo stato di inerzia malgrado i solleciti del ricorrente, appare illegittimo in quanto ingiustificato e lesivo del diritto fondamentale del ricorrente al ricongiungimento familiare, espressamente sancito sul piano sovranazionale dall’articolo 8 CEDU e dall’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali, rispettivamente consacranti il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Inoltre, già da tempo, la Corte costituzionale ha affermato che la garanzia della convivenza del nucleo familiare trova il proprio fondamento nelle norme costituzionali che assicurano protezione alla famiglia (Corte cost. n. 202/2013)». «Contrariamente a quanto sostenuto dall’Amministrazione resistente, il mancato ottenimento del nulla osta non preclude una pronuncia dell’autorità consolare sulla domanda di visto, come chiaramente desumibile dall’art. 6, comma 5, del d.p.r. n. 394/1999, il quale prevede che “le autorità consolari, ricevuto il nulla osta di cui al comma 4 ovvero, se sono trascorsi novanta giorni dalla domanda di nulla osta, ricevuta copia della stessa domanda e degli atti contrassegnati a norma del medesimo comma 4, rilasciano il visto d’ingresso […]”». «Mentre in caso di rilascio del nulla osta questo viene trasmesso telematicamente all’ambasciata competente per il visto ed ha inizio la seconda fase sopra menzionata, ove questo venga negato, o come nella specie vi sia un silenzio-inadempimento dell’amministrazione deputata al rilascio, il richiedente il ricongiungimento può chiedere direttamente al giudice di ordinare il rilascio del visto di ingresso, senza necessità di nulla osta, ove ne sussistano i presupposti di legge». «Sussiste altresì il requisito del periculum in mora, posto che al nucleo familiare del ricorrente deve essere garantito il diritto fondamentale all’unità familiare […] A ciò deve aggiungersi un ulteriore profilo di vulnerabilità determinato dalle precarie condizioni di vita della madre e della figlia del ricorrente che, fuggite dal Sudan, hanno raggiunto il Ciad il 5 maggio 2024 e qui hanno trovato rifugio nel Campo Rifugiati UNHCR di Touloum, nella regione di Wadi Fira, confinante con il Sudan. Come emerge dalla documentazione in atti, le donne vivono in condizioni di vulnerabilità estremamente gravi, con cibo e acqua potabile sempre scarsi, situazione peraltro diffusa in Ciad, soprattutto lungo il confine con il Sudan, come confermato da autorevoli fonti». Tribunale di Roma, ordinanza del 16 ottobre 2025 1. La campagna “Uscite d’emergenza” di Baobab Experience è stata attivata proprio per sostenere questa e altre importanti iniziative di evacuazione ↩︎
Il governo sudanese ha presentato un piano di pace all’ONU
Il primo ministro sudanese, Kamel Idriss, ha presentato lunedì al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite l’iniziativa del suo governo, che prevede un cessate il fuoco globale sotto la supervisione internazionale e regionale. Rivolgendosi ai membri del consiglio, Idriss ha affrontato il tema della reintegrazione degli ex combattenti nella vita civile e ha chiesto “un cessate il fuoco sotto la supervisione congiunta delle Nazioni Unite, dell’Unione Africana e della Lega degli Stati Arabi, accompagnato dal ritiro della milizia ribelle da tutte le aree che occupa e dal suo disarmo”. I capi delle milizie di Pronto Intervento (RSF) hanno sprezzantemente respinto la proposta. I combattimenti si stanno incendiando in Kordofan, con la popolazione intrappolata nel mezzo, provocando decine di migliaia di sfollati ogni giorno. ANBAMED
December 24, 2025
Pressenza
Sudan, la guerra dimenticata
Come viene spiegato nel suo sito, SSAW – Support Survivors of African War è un’organizzazione dedicata al supporto dei sopravvissuti alle guerre africane, con il Progetto Sudan come obiettivo primario e punto di partenza. “Dall’aprile 2023 infatti il Sudan è alle prese con una guerra devastante tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Quella che era iniziata come una disputa politica si è trasformata in un brutale conflitto che ha travolto le città da Khartoum al Darfur. Il bilancio umanitario è catastrofico: oltre 150.000 vite perdute, 12,4 milioni di sfollati e oltre 26 milioni di persone che affrontano un’estrema insicurezza alimentare. Gli ospedali sono al collasso, i diritti umani sono sistematicamente violati, eppure il mondo continua a guardare dall’altra parte.” In questo contesto drammatico, di cui si parla troppo poco, l’associazione di volontari si impegna ad aiutare le famiglie rimaste in Sudan fornendo soccorsi essenziali e i migranti arrivati in Italia con corsi di italiano, inglese e computer con il Progetto LDTC – Linguistics and Digital Training Courses 2024, con UNHCR e INTERSOS Programma PartecipAzione, fornisce supporto legale ai rifugiati e organizza incontri, seminari e conferenze per far conoscere la situazione del Paese; negli ultimi tempi questa è precipitata con la conquista di Al Fasher da parte delle Forze di Supporto Rapido, che hanno commesso terribili atrocità ai danni della popolazione soprattutto. L’associazione ha lanciato il progetto SSSW (Support Survivors of Sudan War), una campagna di aiuti umanitari radicata nei principi decoloniali e agroecologici. Il primo obiettivo: riempire e spedire in Sudan un container umanitario con forniture salvavita. Grazie a volontari, donatori e organizzazioni alleate, SSAW ha raccolto e imballato beni essenziali per un valore di oltre 65.000 €, ma purtroppo il container di aiuti è rimasto bloccato a Port Sudan per problemi burocratici. Come annunciato nella sua Pagina Facebook, l’associazione sta organizzando diverse iniziative: Il 13 dicembre a Milano incontro “Insieme per il Sudan” Casa di Quartiere Pecetta (Municipio 8) in via della Pecetta 29 Il 15 dicembre una serata per conoscere il Sudan a Erba in Via Cesare Battisti 5 Il 15 dicembre Milano “Apericena di Natale”  e un dibattito sul Sudan con Mediterranea Saving Humans – Milano Piazza Villapizzone 3 Il 18, 19 e 20 dicembre a Milano, insieme a La Mya Parte – Associazione Migranti, Associazione Shukran Somalia – Onlus e  Cambio Passo  un evento intitolato “Vivere la speranza”: in occasione della Giornata Internazionale del Migrante viene inaugurata quest’anno In Diaspora, la prima edizione del Festival Metropolitano delle Diaspore. 18 e 19 dicembre presso la Casa delle associazioni, Via Miramare 9 (fermata MM1 Sesto Marelli) 20 dicembre nella sede del Municipio 8 (Casa di Quartiere Pecetta in via della Pecetta 29) “Attraversiamo una fase storica in cui l’ostilità nei confronti delle persone che migrano, soprattutto dal cosiddetto Sud Globale, si esprime con particolare violenza” spiegano gli attivisti. “Per questo vogliamo aprire uno spazio di confronto pensato e organizzato da e per le diaspore che vivono tra Milano e provincia, grazie a più appuntamenti di scambio e approfondimento di esperienze e temi di attualità”. Il 21 dicembre a Cuneo C.so Giuletti 31 riflessioni e dibattito sull’attuale situazione sudanese, seguiti da una cena tipica sudanese. Riferimenti: Info@ssaworg.com https://ssaworg.com/ https://www.instagram.com/ssaworg/ https://www.facebook.com/SupportingSudan                             Anna Polo
December 12, 2025
Pressenza
Riapre Centro pediatrico di EMERGENCY in Sudan a Mayo
Dopo più di due anni e mezzo ha riaperto le porte il Centro pediatrico di EMERGENCY in Sudan a Mayo chiuso nell’aprile 2023 dopo l’inizio della guerra a causa delle mancate condizioni di sicurezza per staff e pazienti. Già nei primi giorni di apertura sono stati ricevuti in media tra i settanta e i novanta bambini al giorno. Tra loro anche malnutriti: tutti portano le conseguenze della guerra sulla loro pelle. “Quando ad aprile 2023 in Sudan è iniziata la guerra il campo profughi di Mayo, 20 chilometri da Khartoum e centinaia di migliaia di abitanti, è stato colpito duramente da attacchi che lo rendevano privo delle condizioni di sicurezza necessarie a portare avanti la nostra attività – spiega Matteo D’Alonzo, direttore programma EMERGENCY in Sudan –. Per ovviare alla chiusura dell’ambulatorio di Mayo e andare incontro ai bisogno emersi durante questi due anni di conflitto siamo riusciti comunque a portare avanti le cure per i pazienti pediatrici aprendo un Centro pediatrico nello stesso compound del Centro Salam di cardiochirurgia nel quartiere di Soba, zona sud di Khartoum, che continua la sua attività con flussi di settanta pazienti al giorno, ma ora che la situazione è più tranquilla siamo felici di poter ricevere i bambini in un luogo più vicino a dove vivono. Nei primi giorni di apertura abbiamo ricevuto oltre duecento minori, segno che era fondamentale un altro intervento a favore della popolazione pediatrica, la più colpita dal conflitto”. Al momento sono impiegati nella clinica cinque infermieri, un pediatra, un medical officer, due tecnici di laboratorio, due farmaciste, quattro addetti alle pulizie. Alcuni di loro lavoravano in clinica prima che fosse chiusa nel 2023. La clinica di Mayo fornirà cure gratuite ai bambini fino ai 14 anni di età, un programma di assistenza prenatale e screening per la malnutrizione, un programma di vaccinazioni, servizio di ostetricia per visitare le donne incinte, seguirne la gravidanza e offrire consulenze per la pianificazione familiare. I casi che necessiteranno di ricovero, inoltre, verranno riferiti al Centro pediatrico all’interno del Centro Salam, dove è presente un reparto che può ospitare fino a sedici pazienti ricoverati. “Degli oltre duecento bambini visitati in questi giorni, un quarto presentavano condizioni critiche e sono dovuti passare in osservazione – racconta Denu Fedaku, pediatra di EMERGENCY a Mayo –. Tra le diagnosi più frequenti: malnutrizione acuta, patologie respiratorie, anemia falciforme, malaria. Tra i primi piccoli pazienti un bambino di sei anni gravemente malnutrito e con sospetta tubercolosi. Qui, inoltre, vediamo che anche le mamme sono malnutrite: il poco cibo che hanno, quando c’è, lo danno ai loro bambini.” Secondo l’ultima fotografia scattata dall’Integrated Food Security Phase Classification (IPC)[1] l’85% della popolazione sudanese si trova tra la seconda e la quarta fase di insicurezza alimentare su cinque, con una situazione che si aggrava nella regione del Darfur. La fame e la malnutrizione erano già a livelli record prima dei combattimenti, ora 26 milioni di persone – metà della popolazione – si trovano ad affrontare livelli elevati di insicurezza alimentare acuta. Al momento il Sudan è tra i primi quattro paesi al mondo con più alto livello di insicurezza alimentare, e il primo nell’Africa orientale, con una stima di 3,7 milioni di bambini di età compresa tra 6 e 59 mesi e un milione di donne incinte e che allattano gravemente malnutrite. Si stima che nel 2025 circa 3.2 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni abbiano sofferto di malnutrizione acuta.[2] “Nella seconda fase dell’apertura, a gennaio, attiveremo un secondo ambulatorio, un servizio di salute sessuale e riproduttiva, un programma di nutrizione clinica per i bambini sotto i 5 anni.   – conclude D’Alonzo –. I bisogni sono tanti e siamo pronti a riattivare gradualmente tutte le attività per tornare a pieno regime, con la differenza che ora la popolazione di Mayo è aumentata notevolmente. Dobbiamo ringraziare i nostri colleghi sudanesi che hanno reso possibile la ripartenza e che da più di due anni e mezzo di consentono di restare qui e mandare avanti tutti i nostri centri nel Paese.” EMERGENCY è presente in Sudan dal 2004, e non ha mai lasciato il Paese dall’inizio del conflitto. Attualmente è presente a Khartoum con il Centro Salam di cardiochirurgia e con un ambulatorio e un reparto pediatrico; con un centro pediatrico a Port Sudan, nello stato del Mar Rosso. A Nyala, in Sud Darfur con un centro pediatrico; ad Atbara nel nord-est del Paese, a Kassala, vicino al confine con l’Eritrea, e a Gedaref, a sud-est con degli ambulatori cardiologici.  -------------------------------------------------------------------------------- [1] IPC, Sudan: Acute Food Insecurity Situation for September 2025 and Projections for October 2025 – January 2026 and for February – May 2026, https://www.ipcinfo.org/ipc-country-analysis/details-map/ en/c/1159787/?iso3=SDN [2] UNICEF, Generational crisis looms in Sudan, https://www.unicef.org/sudan/ stories/generational-crisis-looms sudan#:~:text=Some%203.2% 20million%20children%20under,life%2Dthreatening%20form%20of%20malnutrition. Emergency
December 11, 2025
Pressenza