Orrori consueti e orrori dimenticati

Comune-info - Saturday, February 14, 2026

Torino nel dicembre 2011 si è macchiata di un pogrom in piena regola. Che molti hanno già dimenticato. Nizza Monferrato, qualche giorno fa ha cercato di replicarlo. Ma anche in questo caso non la rimozione è cominciata subito. Del resto ci sono i giochi invernali di Milano-Cortina. Femminicidi, razzismo e memoria corta

Disegno di Gianluca Costantini

La prima scena è quella di Zoe dentro al bar. Sta per uscire e dice “a domani” perché ha appena finito il turno di lavoro: non sa, non può sapere che sarà l’ultimo. È una serata come tante, a Nizza Monferrato, e lei sta per recarsi a una cena a casa di amici. Tra di loro c’è anche Alex, che si è lasciato da poco con la sua migliore amica.

La seconda scena è per strada, dopo cena. Zoe viene colpita ripetutamente dal destro di Alex, che con i pugni sa e può fare male perché pratica la boxe. Sono rimasti soli, lui ci ha provato, lei lo ha respinto: nell’Italia del 2026 è ancora, incredibilmente, la premessa perfetta per un femminicidio. La scarica è micidiale, Zoe è tramortita e non si regge in piedi. Alex capisce la gravità della situazione, si fa prendere dal panico e anziché chiamare i soccorsi la butta in un canale.

La terza scena è il volto di Zoe – i lineamenti dolci, la smorfia sbarazzina – che campeggia su tutti i media. Perché la ragazza in quel canale ci è morta, se per annegamento o per i colpi subiti non è ben chiaro e a questo punto nemmeno ha più importanza. E tanti saluti ai suoi diciassette anni, a tutta la vita davanti e a tutti i sogni nella testa. Quello di Zoe Trinchero andrebbe in archivio come il femminicidio numero 7 dall’inizio dell’anno senza nemmeno troppo clamore, dato che l’Italia tutta, istituzioni comprese, è concentrata su un comico che si chiama Pucci e sui giochi invernali di Milano-Cortina. Ma non va così, l’archivio dovrà aspettare: perché nel frattempo di scena ce n’è stata un’altra. 

È di nuovo la sera del 6 dicembre, solo un po’ più tardi di prima. Sotto casa di Naudy Carbone, musicista di origini guineane che vive a Nizza Monferrato da quando aveva tre anni, si è radunata una folla inferocita: una cinquantina di persone, diverse delle quali armate di bastone o di coltello, ansiose di “fare giustizia”. Perché, subito dopo avere ucciso Zoe, Alex ha pensato di salvare sé stesso addossando a qualcun altro il delitto. Chi meglio di un nero un po’ eccentrico che si dice abbia dato qualche segno di fragilità emotiva? Detto fatto, neanche il tempo di puntare l’indice che il tribunale del popolo ha già emesso la sentenza: morte al nero, morte al pazzo. Naudy si spaventa e chiama i carabinieri, che lo salvano dal linciaggio.

La verità farà in fretta a emergere, insieme alla vergogna che la maggioranza degli abitanti di Nizza proverà per l’accaduto. Una ferita collettiva che costringe il frastuono a lasciare spazio al silenzio. Ma è dura fare i conti con una realtà del genere, specie se non si sa o se ci si è dimenticati che certi orrori – ma anche certi errori – possono accadere ovunque. E relegarli nel dimenticatoio è il peggio che si possa fare.

Torino, quartiere Vallette, 7 dicembre 2011. Si diffonde a tempo di record e suscita sgomento in tutta la città la notizia dello stupro subito da una ragazzina di sedici anni. È lei stessa a raccontare che a violentarla sono stati due stranieri, due ragazzi del vicino campo rom della cascina Continassa. Le cronache corrono e la rabbia monta in fretta, insieme al desiderio di vendetta. Tanto che la si ritrova in strada neanche tre giorni dopo, in una fiaccolata alla quale prendono parte, tutti insieme appassionatamente, esponenti dell’estrema destra, ultrà della Juventus e rappresentanti locali del Pd. Una parte di manifestanti si stacca dal corteo e, incoraggiata dagli applausi di parte dei partecipanti, va a dare fuoco al campo rom della Continassa. A impedire una strage è stata solo la paura che ha consigliato ai suoi abitanti di passare la serata altrove.

È così che Torino si macchia di un pogrom in piena regola, del quale in molti si vergognano mentre altri arrivano a giustificare l’accaduto con l’esasperazione legata alla presenza dei rom e con l’orrore per quanto accaduto alla ragazza. Che però nel frattempo, messa alle strette dalle perplessità dei medici e delle forze dell’ordine, ritratta tutto e cambia la versione dei fatti: nessuno l’ha violentata, si è inventata la storia dello stupro per giustificare i segni di un rapporto sessuale avuto con il fidanzato. Perché nell’Italia del 2011 i suoi genitori – civilissimi italiani, mica zingari – la sottopongono periodicamente a una visita ginecologica per a verificarne la verginità. Da lì a dare fuoco a un campo rom, come si vede, il passo può essere incredibilmente breve. 

Ora, se queste due storie hanno una morale è quella dello sporco spazzato sotto il tappeto, della memoria corta, dell’ipocrisia. Perché chiunque in cuor suo sa bene – e se ne vergogna, o almeno si spera che lo faccia – che il pugno, l’indice puntato, il controllo asfissiante vanno sempre a colpire il più debole, il più fragile, il diverso. E che le cento e più vittime di femminicidio che contiamo ogni anno vengono uccise dalla stessa logica che muove il razzismo e la xenofobia. Dovremmo ricordarcene, dovremmo denunciarlo ogni singolo giorno, custodendo la memoria e chiamando le cose con il loro nome. Perché Cristo non è morto di freddo e un ghetto che brucia non è mai una fatalità. E Marinella, proprio come Zoe, dentro al fiume non ci è scivolata. Sarebbe ora di dirselo chiaramente. 

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