Classe e consenso: la politica dei corpi e i file Epstein

Comune-info - Wednesday, February 11, 2026
Murale di Giulia Crastolla

Sulla vicenda Epstein sono usciti in questi giorni diversi contributi sia in forma di articoli, che di riflessioni su social network e pagine personali, scritte da diverse persone che seguo e stimo. Alcune, le più interessanti, hanno riacceso un dibattito, sintetizzabile nella “annosa” questione se si debba privilegiare un’analisi centrata sul ruolo di genere, e quindi volta a una critica del patriarcato, oppure sui rapporti di potere, e quindi attenta alle dinamiche di classe. Su questo avevo già scritto qualche giorno fa sulle pagine di Comune, ma sento il bisogno di esplicitare e completare quelle riflessioni.

La “polemica”, in sottofondo, è quella che se si punta il dito sul genere e quindi sul patriarcato, allora ci si dimentica della classe, che dovrebbe invece avere il primato nell’analisi. Si tratta di un dibattito che molte di noi speravano oramai consumato, e che forse interessa ad oggi solo una ristretta cerchia di “compagnanza”, ma che fornisce l’occasione di tornare1 su alcuni concetti che considero centrali nelle riflessioni di questi giorni, come quello di egemonia, di politica e anche di organizzazione. Perché il punto non è scegliere tra genere e classe come se fossero categorie in competizione, come se nominare il patriarcato significasse oscurare il capitalismo. Il problema non è che parlare di patriarcato faccia dimenticare la classe. Il problema è continuare a pensare la classe come se fosse neutra rispetto al genere, come se la violenza sessuale sistemica non fosse anche un dispositivo di potere e di riproduzione delle gerarchie sociali.

Un blocco storico di potere

Credo sia utile muovere la riflessione dall’idea che queste élite globali (ma che in fondo ritroviamo anche alle nostre traiettorie nazionali, a cui del resto sono ben ancorate2 ) hanno goduto per molto tempo, e ancora godono, di un gran consenso, qualcuno (molti e molte) le ha anche votate. Non si tratta solo di destra e sinistra – come mostrano bene i nomi dentro gli Epstein files – ma di un blocco storico di potere che ha organizzato consenso e coercizione, anche attraverso la condivisione, a più livelli, di sogni, promesse e immaginari.

Proprio quelle rappresentazioni che hanno esposto il potere come scevro dal peso della cura, non più sporcato dai miasmi della riproduzione – padre nostro liberaci dalla fatica (e dall’odore di merda), amen; che hanno fuso in modo affatto ingenuo il possesso con il godimento – feticismo della merce e feticismo dei corpi, si potrebbe dire; che hanno reso desiderabile la violenza, simbolo del privilegio, – chiediamoci, cosa vogliamo quando vogliamo tutto?

Si tratta, e questo è il punto, di una linea del consenso che si traccia, sui corpi (o meglio, sui corpi-territori come ci aiutano a capire le eco-femministe). Corpi abili, disabili, a disposizione, corpi contaminati dalla fabbrica, corpi femminili depotenziati, corpi razzializzati come scarti, corpi animali torturati. Vite che valgono, vite che non valgono. Vite come fine, vite come mezzi per quel fine.

Cosa naturalizza la violenza sistemica?

Ritornando alla questione di cui sopra allora, forse serve ancora spiegare cosa è l’egemonia? Che la classe non è solo una categoria della storia, che già anche dentro Marx la classe è anche la sua antropologia, poiché diventa borghesia – forma di vita, autorappresentazione che nasconde, mentre assicura, le fondamenta materiali su cui si basa? Che la violenza non è un dettaglio della storia in questo racconto, ma è la sua struttura profonda. Originaria, direbbe sempre Marx.

Chiediamoci allora, cosa naturalizza la violenza sistemica. Cosa trasforma la proprietà privata in presidio di libertà, lo sfruttamento in progresso, la repressione in ordine, il dissenso in criminalità, cosa rende le guerre necessarie, non riesce ad immaginare lo sviluppo senza zone di sacrificio? Davvero non c’entra nulla tutto questo con ciò che rende lo stupro un “piaceva anche a lei”; il femminicidio un “mi ha provocato”; la pedofilia – quasi unicamente maschile – un “trauma irrisolto”; il genocidio in un dibattito tra giuristi? In quali contesti sociali, quotidiani, facciamo esperienza di un razzismo, patriarcato e comando capitalista che non si co-strutturano?

Se la lotta di classe non è solo salario e produzione, ma è conflitto sul valore dei corpi, sul tempo di vita, sulla riproduzione sociale, su chi paga il prezzo della ricchezza altrui, allora ci sono, e non si può più negarlo, domande urgenti e posizionamenti essenziali, davanti ai corpi martoriati di Gaza, alle vite distrutte e spese a chiedere riparazione di donne e bambine povere date in pasto ai potenti, al fatto che ogni giorno una donna muore per mano di un fidanzato, un padre, un fratello.

Ci sono privilegi da mettere in discussione e corpi a cui restituire centralità e spazio, nei nostri contesti quotidiani, anche se è complesso, anche se si sta scomodi, ripensare privilegi, significa ripensare i desideri e gli immaginari che li sostengono. È un po’ di tempo che si è tornati a interrogarsi sull’organizzazione politica, ecco, partiamo anche da qui: dall’idea che l’organizzazione (la rivoluzione, oserei dire?) si fa anche così: strappare il godimento al dominio e trasformarlo in assalto al cielo, restituendo potere e desiderio ai corpi che lo hanno sempre subito.

NOTE
1 Troppo brevemente, ma la riproduzione sociale nel tardo capitalismo lascia pochissimo spazio all’analisi.
2 Non parlo solo delle cene eleganti di Berlusconiana memoria, ma anche delle dichiarazioni di Giorgia Meloni che solo poco tempo fa proponeva Trump come Nobel per la pace, senza dimenticare le politiche che mirano, da destra e da sinistra, a cedere pezzi di sovranità nazionale e di gestione dell’ordine alle grandi piattaforme infrastrutturali.

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