
Il militarismo è sempre un vicolo cieco
Comune-info - Sunday, February 8, 2026Le riflessioni contenute negli scritti di Gwyn Kirk, nutrite di femminismo, filosofia della nonviolenza e antimilitarismo, forniscono un robusto e articolato quadro teorico per pensare insieme violenza ecologica, violenza sulle donne e violenza sul mondo non umano. “Il militarismo è, letteralmente, un vicolo cieco. La sua distorsione centrale è che la violenza organizzata sia essenziale per garantire la sicurezza – scrive Francesca Casafina nella prefazione di Un solido terreno: un femminismo ecologista e materialista (Nova Delphi), il libro di Gwyn Kirk – Al contrario, le femministe, così come gli ambientalisti e i popoli indigeni che si battono per la sostenibilità e l’autodeterminazione, hanno dimostrato che il militarismo crea gravi insicurezze per le popolazioni sottomesse, per molti all’interno delle nazioni dominanti, per l’umanità e per il pianeta stesso…”. Il libro di Gwyn Kirk (traduzioni di Teresa Bertuzzi e Francesca Casafina) sarà presentato il 28 febbraio a Roma alla Casa delle donne, nell’ambito della Fiera dell’Editoria delle Donne Feminism9. La prefazione completa
unsplash.com“Sì, molte persone coltivano orti, risparmiano acqua, riciclano materiali, promuovono energie rinnovabili, crescono i figli, si prendono cura degli anziani, sostengono le giovani e i giovani attivisti e superano le barriere razziali, di classe, di genere e nazionali… Eppure, il mondo ha intrapreso un catastrofico percorso fatto di disastri ambientali, crudeltà, avidità, gravi disuguaglianze e rapacità neoliberista. […] Questi saggi sono il mio tentativo di trovare un solido punto d’appoggio in questi tempi senza precedenti: un femminismo ecologico coerente, diretto e urgente“
(G. Kirk, “Un solido terreno. Saggi su ecologia e femminismo”)

L’ecofemminismo ha esteso la riflessione femminista alla natura, mettendo al centro della propria critica filosofica le relazioni. La filosofia ecofemminista riconosce la natura patriarcale dei sistemi di oppressione e ne mette in evidenza gli effetti sulle donne e sulla natura, senza per questo sostenere – come a lungo si è rimproverato all’ecofemminismo – una identificazione astorica tra le due, bensì sforzandosi di comprendere come questa equiparazione delle donne al regno della fisicità abbia funzionato storicamente – almeno nelle culture occidentali – all’interno di una cornice filosofico-concettuale oppressiva. “Nell’ultimo decennio le discussioni accademiche sull’ecofemminismo negli Stati Uniti sono state paralizzate da argomentazioni sull’essenzialismo e sulla maggiore vicinanza delle donne alla natura. Tuttavia, una simile affermazione implica una separazione tra umani e non-umani altamente problematica”, scrive Gwyn Kirk nel saggio che dà il titolo alla raccolta di scritti dell’autrice Un solido terreno: un femminismo ecologista e materialista, pubblicata dalla casa editrice Nova Delphi Libri nella collana Intersezioni, dedicata all’ecofemminismo “Per rendere efficaci l’analisi e l’attivismo”, scrive l’autrice, “bisogna disporre di un quadro teorico materialista ampio e articolato”. Studiosa e attivista ecofemminista, Gwyn Kirk è tra le fondatrici dell’International Women’s Network Against Militarism, e si interessa da molti anni di femminismo, ecologia e pacifismo. Nei primissimi anni ’80 del secolo scorso fu tra le attiviste che presero parte al primo campo di pace femminista di Greenham Common, di cui l’autrice stessa racconta nel classico Greenham Women Everywhere: Dreams, Ideas and Actions from the Women’s Peace Movement (con Alice Cook, 1983). L’esperienza di Greenham permise a molte donne di mettere in connessione il livello micro delle violenze – domestico e interpersonale – con il livello macro della violenza su scala globale. Poco prima della creazione del campo di Greenham, nel 1980 e 1981 un gruppo di donne aveva circondato il Pentagono per protestare contro la gli interessi dell’industria nucleare e la retorica della sicurezza armata globale, analizzando da un punto di vista femminista le connessioni fra patriarcato, militarismo, colonialismo e devastazione ambientale.
Nel corso degli anni, Kirk ha tenuto corsi in studi di genere e storia delle donne in diversi college e università statunitensi, e dai suoi scritti emerge la necessità di pensare la ricerca e l’attivismo come ambiti inscindibili, come scrive nel saggio Rami, radici e ali, o in Istruzione e apprendimento, in cui si sofferma appunto sulla sua attività di docente negli Stati Uniti. Il tema dell’insegnamento, così importante per Kirk, appare intimamente legato all’attivismo ambientale e alla necessità di riconsiderare i nostri stili di vita e il nostro modo di abitare il mondo.
Il degrado ambientale, e il suo impatto, a livello locale e globale, sulla vita delle donne, è un tema femminista laddove aiuta a comprendere i meccanismi dell’oppressione. E sposta l’asse della riflessione direttamente sulle condizioni storiche e materiali delle vite delle donne. Per questo è necessario difendere un ambientalismo femminista materialista, come scriveva anche Greta Gaard in Critical Ecofeminism (Ecocritical Theory and Practice) del 2017. Senza indugiare troppo in inutili quanto dannosi dibattiti se sia giusto considerare o no l’ecofemminismo come essenzialista, anche Kirk suggerisce di guardare alla materialità della vita delle donne, alle condizioni reali della loro oppressione, alle contraddizioni del capitalismo globale.
Le riflessioni contenute negli scritti di Kirk, nutrite di femminismo, filosofia della nonviolenza e antimilitarismo, forniscono un robusto e articolato quadro teorico per pensare insieme violenza ecologica, violenza sulle donne e violenza sul mondo non umano. Un quadro che, ovviamente, muove da una critica forte alla guerra, in quanto esaltazione della violenza in tutte le sue forme, e al militarismo che genera una cultura della violenza. Il militarismo sfrutta le diseguaglianze e, come tutti i sistemi di oppressione, perpetua la logica del dominio e si nutre di dualismi oppositivi, quegli stessi dualismi che la critica femminista della scienza ha rivelato essere elementi centrali del pensiero occidentale.
Ad alimentare costantemente la macchina della guerra, scrive, c’è un’idea militarizzata di sicurezza. L’autrice ci ricorda che la contraddizione tra sicurezza ambientale e sicurezza militare non può e non deve essere sottovalutata. In un saggio pubblicato nel 2022 sulla rivista “DEP Deportate Esuli Profughe” (Feminists Opposing Militarism: Creating Cultures of Life and Connectedness), scriveva che è necessario riconoscere la contraddizione alla base della sicurezza militarizzata, ovvero che le nazioni utilizzano molte risorse a loro disposizione per prepararsi alla guerra, anche durante i periodi di “pace”.
Il militarismo è, letteralmente, un vicolo cieco. La sua distorsione centrale è che la violenza organizzata sia essenziale per garantire la sicurezza. Al contrario, le femministe, così come gli ambientalisti e i popoli indigeni che si battono per la sostenibilità e l’autodeterminazione, hanno dimostrato che il militarismo crea gravi insicurezze per le popolazioni sottomesse, per molti all’interno delle nazioni dominanti, per l’umanità e per il pianeta stesso.1
Come scrivono Carol Conh, Felicity Hill e Sally Ruddick, “i termini e i simboli di genere sono parte integrante del modo in cui le questioni politiche vengono pensate e rappresentate”.2 Solo un’analisi femminista, attenta al funzionamento delle gerarchie di potere e alle intersezioni fra i sistemi di oppressione, può infatti connettere i livelli micro e macro delle violenze. Come ha scritto Cynthia Enloe, citata da Catia Cecilia Confortini nell’introduzione al numero di “DEP Deportate Esuli Profughe” dedicato al disarmo, “il personale è internazionale”.3 Ed è la ragione per cui, scrive Kirk, le femministe non possono ignorare il problema del militarismo, tanto nell’analisi quanto nell’attivismo.
Kirk ha descritto in molti suoi lavori, fra questi alcuni raccolti nell’antologia Un solido terreno: un femminismo ecologista e materialista, la progressiva militarizzazione delle isole del Pacifico, con il problema della radioattività e dei test nucleari. Solo nello stato insulare delle Isole Marshall, a metà strada tra le Filippine e le Hawaii, vennero condotti fra il 1946 e il 1958 sessantasette test nucleari, come racconta nel saggio Isole Marshall: sopravvissuti al nucleare. Il tema dell’impatto ambientale del militarismo statunitense è al centro anche del saggio Vie di salvezza. Kirk prende in esame le mobilitazioni di diverse organizzazioni delle Filippine, della Corea del Sud e della prefettura di Okinawa, in Giappone; analizza le denunce, le battaglie per ottenere giustizia, la decisione di non subire passivamente un destino imposto in nome della sicurezza globale. Proprio a Okinawa, nel 1997, nacque quello che è oggi l’International Women’s Network Against Militarism, di cui Gwyn Kirk è stata una delle fondatrici. Dal sito del Network:
Our Network – with members in Guåhan (Guam), Hawai’i, Japan, Northern Mariana Islands, Okinawa, Philippines, South Korea, and the continental United States – has focused on decades of militarization, insecurity and violence in the Asia-Pacific region. Today, we express our solidarity and offer a vision for genuine security in the face of the humanitarian crisis in Palestine and Israel. As a feminist Network, we have witnessed and documented the fact that women and girls bear the heaviest cost of militarism, military bases and operations, armed conflicts, and wars, though this is distributed unevenly based on race, ethnicity, class, age, gender identity, sexual orientation, religion, nationality and citizenship status, and geography.
Nonostante alcuni saggi raccolti nel volume siano stati scritti anni fa, l’impianto teorico che li sorregge rimane valido, tragicamente attuale, come l’invito a non sottovalutare la contraddizione tra sicurezza ambientale, salute umana e sicurezza militare. Un compito per cui risulta fondamentale il contributo e la messa in pratica del pensiero femminista ecologico e antimilitarista, che ha saputo analizzare, e disvelare, l’articolazione delle formazioni patriarcali con altre forme di oppressione, anche nel loro intreccio con le crisi ecologiche odierne. Questo e molto altro troverà chi vorrà avvicinarsi al pensiero ecofemminista di Gwyn Kirk, con un invito a riscoprire la profondità dell’analisi ecofemminista, come ci invita a fare l’autrice stessa, che delinea in questi saggi un quadro teorico articolato, ricco di genealogie: un solido punto d’appoggio per leggere le crisi odierne, interpretare le contraddizioni del presente ed elaborare strategie per resistere e continuare a esistere.
1 Gwyn Kirk, Feminists Opposing Militarism: Creating Cultures of Life and Connectedness, “DEP Deportate, esuli, profughe”, 49/2022, p. 24″.
2 Carol Cohn, Felicity Hill, Sara Ruddick, L’importanza del genere per l’eliminazione delle armi di distruzione di massa, “DEP Deportate, esuli, profughe”, 54/2024, p. 84″.
3 Catia Cecilia Confortini, Introduction, “DEP Deportate, esuli, profughe”, 41-42/2020, p. 1.
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