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Prevenire la violenza maschile
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Quali possono essere le strade per prevenire la violenza maschile contro le donne? Per un cambiamento culturale così profondo, che passa attraverso la “presa di coscienza” di ogni singolo o singolo, più che attraverso le leggi e l’aggravio delle pene per gli aggressori, sono necessari interventi che vadano alle radici del problema: un processo educativo che cominci dai primi anni di vita e la formazione degli adulti, in modo particolare di quelli che hanno un rapporto diretto con le donne vittime di violenza, ma non solo. Prima di tutto è necessario che la questione uomo-donna venga assunta in tutta la sua gravità e per il peso politico che ha, che non vuol dire, come si sente ripetere spesso, dare pieni diritti, riconoscere “dignità” alla donna -come se fosse sempre e comunque una “questione femminile” -, ma chiedersi se anche gli uomini non abbiano da guadagnare in libertà e umanità dalla messa in discussione dell’ordine esistente: ripensare la divisione del lavoro, riconoscere che il “tempo di vita” è un bene per uomini e donne, che la cura dei figli, della famiglia, non è un destino femminile e tanto meno una questione privata, ma una “responsabilità collettiva”. Se gli uomini si abituassero ad avere familiarità col corpo – del bambino, del malato, dell’anziano, e del proprio, per tutte le vicende che lo attraversano -, e le donne si rassegnassero a quel potere sostitutivo di realizzazioni mancate che è “il rendersi indispensabili all’altro” – schiave che vogliono rendere schiavi gli altri” (Virginia Woolf) – forse gli uni darebbero la morte con meno facilità e le altre riconoscerebbero più facilmente l’ambiguità di tante apparenti “prove” d’amore. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Intercettare “uomini in crisi” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Prevenire la violenza maschile proviene da Comune-info.
February 28, 2026
Comune-info
La guerra contro le donne a Gaza
“SOGNAVO DI DIVENTARE UNA PIONIERA DELLA SCIENZA, COME MARIE CURIE O ZAHA HADID. MA POI HO CAPITO CHE ERO NATA IN UNO DEGLI ANGOLI PIÙ DIFFICILI DEL MONDO, DOVE ANCHE SOLO ESPRIMERE I PROPRI SOGNI È SUFFICIENTE PER SEPPELLIRLI. COME DONNA DI GAZA, NESSUNO MI HA MAI CHIESTO COSA VOLESSI… DA RAGAZZE CI SIAMO ABITUATE A TANTE COSE: SE QUALCUNO CI MOLESTA PER STRADA, CI SI ASPETTA CHE RESTIAMO IN SILENZIO… ESSERE UNA DONNA A GAZA SIGNIFICA PARTORIRE SOTTO I BOMBARDAMENTI O FUGGIRE CON I PROPRI FIGLI MENTRE SI SANGUINA… SIGNIFICA ESSERE COSTRETTE A LASCIARE LA SCUOLA A CAUSA DELLA GUERRA, ESSERE FORZATE AL MATRIMONIO… LA MIA OBIEZIONE RIGUARDA L’USO IMPROPRIO DELLA RELIGIONE PER GIUSTIFICARE LA VIOLENZA… SONO STANCA DI ESSERE SEMPRE CONSIDERATA UNA VITTIMA…”. DIMA SHAMALY È UNA STUDENTESSA DI INGEGNERIA BIOMEDICA E SCRITTRICE DI GAZA: AMMESSA AL VASSAR COLLEGE E ALL’UNIVERSITÀ DI EDIMBURGO, NON HA POTUTO FREQUENTARE A CAUSA DELLA CHIUSURA DELLE FRONTIERE. OGGI È SFOLLATA, MA NON HA SMESSO DI OCCUPARSI DI QUESTIONI CHE RIGUARDANO IL GENERE. E DELLA RELAZIONE ESISTENTE TRA PATRIARCATO, RELIGIONE E OCCUPAZIONE Foto di Ngar Amini su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Dima Shamaly è studentessa di ingegneria biomedica e scrittrice di Gaza. Ammessa al Vassar College e all’Università di Edimburgo, non ha potuto frequentare a causa della chiusura delle frontiere. Attualmente sfollata, si occupa di questioni che riguardano il genere, la salute e i diritti umani nelle zone di conflitto. In questo saggio dimostra come le tradizioni patriarcali, le interpretazioni religiose e la dura realtà dell’assedio si combinino per mettere a tacere e opprimere le donne a Gaza. Attingendo dalle sue esperienze di vita nella striscia, l’autrice spiega come queste forze aggravino le difficoltà delle donne: dalla sistematica emarginazione peggiorata dal conflitto in corso, agli abusi personali giustificati da interpretazioni distorte dei testi religiosi. Il suo obiettivo è quello di offrire una prospettiva onesta dall’interno di Gaza che sfidi le solite narrazioni in un luogo così complesso [Bruna Bianchi] Questo articolo fa parte di Voci di pace -------------------------------------------------------------------------------- Non ho mai capito veramente cosa significasse avere tutta la propria vita dettata dalla geografia. Sentivo spesso dire che Gaza era una prigione a cielo aperto. Sentivo questa verità nel profondo del mio cuore, ma non capivo come un luogo potesse avere il potere di plasmare il tuo passato, intrappolare il tuo presente e rubarti il futuro. Immaginavo il mondo come quello descritto dalla rosa ne Il piccolo principe: un luogo gentile e bellissimo dove tutti venivano trattati con amore e dignità. Ma la realtà si è rivelata ben diversa da quelle storie. Credevo che avrei avuto la libertà di fare le mie scelte e sognavo di diventare una pioniera della scienza, come Marie Curie o Zaha Hadid. Ma poi ho capito che ero nata in uno degli angoli più difficili del mondo, dove anche solo esprimere i propri sogni è sufficiente per seppellirli. Come donna di Gaza, nessuno mi ha mai chiesto cosa volessi. C’era sempre qualcuno che decideva per me, che fosse un membro della famiglia, un uomo per strada o qualcuno che predicava alla moschea. La mia voce è sempre stata temuta, la mia mente costantemente repressa e la mia stessa presenza subordinata al mio silenzio. E ogni volta che oppongo resistenza, mi puntano una pistola in faccia in nome dell’onore, della religione e della tradizione. La violenza contro le donne viene giustificata con le Scritture. Le porte ci vengono sbattute in faccia con il pretesto della guerra. E quando parliamo, ci viene detto di essere pazienti, perché “Dio è con coloro che sopportano”. Da ragazze ci siamo abituate a tante cose: se qualcuno ci molestava per strada, ci si aspettava che restassimo in silenzio, tenessimo la testa bassa e continuassimo a camminare. Ricordo di aver assistito ad aggressioni contro ragazze e di aver pensato che l’unica persona con cui potevo parlare fosse la vittima stessa, perché se anche avessi detto qualcosa, sarei stata ignorata o l’intera faccenda sarebbe stata insabbiata. È diventato inquietantemente normale vedere le mie cugine picchiate o costrette a sposarsi. Le lacrime nei loro occhi dicevano tutto: “Ma io voglio solo finire la scuola”. Eppure nessuno le ascoltava. Pensavo fosse così che dovevano andare le cose, perché c’era sempre una giustificazione: la tradizione, la cultura o la religione. Crescendo, mi sono trasformata da tipica ragazza mediorientale di Gaza in una persona piena di domande e pensieri critici. Con il tempo, le mie domande sono aumentate e nel mio vocabolario sono entrate nuove parole come “diritti delle donne”. Non mi era mai stato insegnato cosa significassero e quando finalmente l’ho capito, mi sono resa conto che non li avevo mai visti messi in pratica. Durante la guerra, man mano che mi immergevo sempre più in spazi femminili, ho iniziato a vedere cose che prima ritenevo incredibili. Essere una donna a Gaza significa partorire sotto i bombardamenti o fuggire con i propri figli mentre si sanguina. Significa dire addio al proprio marito o al proprio figlio, senza sapere se torneranno mai, e poi essere costrette a essere forti e andare avanti come se nulla fosse. Ci si aspetta che cresciamo i nostri figli per strada, senza riparo né cibo, e che lo facciamo in silenzio. Essere una donna a Gaza significa portare il peso di tutti, mentre ci viene negato il diritto di prendere decisioni sulla nostra vita. Significa essere costrette a lasciare la scuola a causa della guerra, essere forzate al matrimonio perché “è il momento giusto” e vedere i propri sogni derisi come se l’ambizione fosse un lusso riservato a chi non è sopravvissuto ai massacri. Se esci per andare a lavorare, devi affrontare molestie o accuse infinite; se rimani a casa, sei un peso. Durante il mio esilio in un campo profughi nella parte occidentale di Rafah, le donne si riunivano nella tenda in cui vivevo. Ci sedevamo a bere tè e a parlare di tutto, letteralmente di tutto: politica e religione, passato e presente, femminilità e bellezza, persone e uomini. Ero la più giovane tra loro, ma mi sentivo sempre un po’ come una madre. Non era una sensazione confortante. Quando qualcuno si sente abbastanza al sicuro da mostrarsi vulnerabile con te, inizi a sentirti responsabile del suo dolore e della sua sopravvivenza. Significa che devi essere presente, sempre. È quello che è successo tra me e la mia vicina. Ogni sera sentivamo suo marito urlare contro di lei, seguito dal suono nauseante delle sue ossa che venivano picchiate. Nessuno di noi osava intervenire. Offrire aiuto non è qualcosa che ci viene insegnato a fare nella nostra società. Al mattino, gli uomini dicevano cose del tipo: “Chissà cosa ha fatto per meritarselo?” o “È sua moglie, che c’entriamo noi?”. La ascoltavo ogni giorno. Era lei che manteneva la famiglia; correva dietro alle organizzazioni umanitarie per procurare cibo ai suoi figli, cucinava, lavava, puliva, faceva tutto in quella tenda angusta, simile a una cantina. Cresceva ed educava i figli e simultaneamente provvedeva al sostentamento della famiglia. E nonostante tutto, veniva maltrattata ogni giorno. Nessuno osava aiutarla. Non le era nemmeno permesso cercare l’aiuto di uno specialista o farsi curare i lividi sul viso e sul corpo. Tutto quello che potevo fare era ascoltarla. Perché cosa può davvero fare una ragazza di 19 anni per cambiare la vita di una donna sulla trentina, se non sedersi accanto a lei e offrirle sostegno emotivo? Eppure non potevo fare a meno di sentirmi in colpa per non essere in grado di aiutarla. Volevo approfondire le ragioni di tutto questo. Non riuscivo a capire come un essere umano adulto potesse alzare le mani sulla persona che diceva di amare. Il pensiero che qualcuno potesse fare del male al proprio partner era incomprensibile per me. Quello che ho invece sentito ogni giorno ha distrutto tutto ciò che pensavo di sapere. Storie che non avrei mai immaginato: una donna picchiata semplicemente perché la sua molokhia non era di gradimento del marito. Un’altra donna il cui volto è stato sfigurato dal fratello perché era stata vista parlare con suo cugino. Un’altra ancora che è stata molestata in pieno giorno sui mezzi pubblici, che poi è stata chiamata puttana quando ha osato reagire. Quante storie. Quanto dolore. E nessuna scusa che possa giustificare tutto questo. Ho capito che ci sono molte cause alla base di questa sofferenza. C’è la violenza radicata nell’educazione, quella legata alla possessività e autorità maschile, la violenza esterna della guerra e molte altre ragioni che spingono l’aggressore ad agire in questo modo. Ma non ho mai trovato una sola scusa convincente. Tutte le giustificazioni si nascondono dietro la religione o le usanze e le tradizioni, soprattutto la religione. La città di Gaza è governata da un’autorità puramente religiosa. È uno dei luoghi più chiusi al mondo, se non il più chiuso in assoluto, il che rende la religione il fondamento di tutto nella società. Non è questo che contesto. La mia obiezione riguarda l’uso improprio della religione per giustificare la violenza e i maltrattamenti contro le donne. Tutte le religioni rivelate onorano le donne. Parlando specificamente di Gaza, qui predomina l’Islam, eppure gli uomini usano versetti del Corano e degli Hadith per giustificare crimini imperdonabili. Si dichiarano studiosi religiosi, maturi e competenti in materia di religione. Si svegliano per la preghiera, mostrano devozione a Dio, poi nel pomeriggio picchiano brutalmente le loro mogli, e nessuno li ritiene responsabili. Quando viene loro chiesto il motivo, rispondono che Dio ha ordinato loro di farlo, citando la frase coranica “ma se persistono, picchiatele” (Sura An-Nisa, 4:34). Ma Dio non ha mai ordinato questo, e si tratta di una falsa interpretazione del versetto. Questa errata interpretazione è sostenuta sia dai leader religiosi che dalla gente comune. L’aggressore crede addirittura che sarà ricompensato ed entrerà in paradiso per ciò che fa. Un padre stupra sua figlia e nessuno lo punisce. Quando gli viene chiesto perché, risponde che Dio gli ha permesso di sposare o avere rapporti con “quelle schiave in tuo possesso” (cioè le schiave di cui si parla nel Corano). Quindi non vede sua figlia solo come un oggetto sessuale, ma come una schiava. E la cosa viene insabbiata perché “non è nostra usanza o tradizione” riconoscere cose del genere. Non nasciamo con diritti chiari; nasciamo, piuttosto, in un mondo in cui dobbiamo dimostrare di meritare anche il minimo briciolo di dignità. Molte donne non sanno nemmeno come proteggersi dalla violenza, né all’interno delle loro famiglie né davanti alla legge. La salute mentale e quella riproduttiva sono trattate come un lusso, come se fossimo solo macchine per la riproduzione e la sopportazione, non esseri umani. Le donne di Gaza devono affrontare l’occupazione, la povertà, l’aggressività e la violenza, oltre a subire una sistematica emarginazione all’interno della propria società. Non sono protette, ma ritenute responsabili. Non sono rispettate, ma sorvegliate. Anche la guerra viene usata come scusa per zittirle: “Non è il momento di rivendicare i propri diritti”, “Lasciamo morire le persone mentre voi vi concentrate sull’hijab, l’uguaglianza e la violenza? Ma quando arriverà il momento giusto? Dobbiamo aspettare un’altra morte, un altro sfollamento, prima di essere trattate come esseri umani? La guerra non è mai stata una scusa valida per rimanere in silenzio di fronte all’ingiustizia. Parlarne è proibito. Rivolgersi alla legge è proibito, perché in circostanze normali la legge è nelle mani degli stessi uomini religiosi che abusano delle loro mogli. In ogni angolo di Gaza che percorro, vedo manifesti di Hizb ut-Tahrir (Partito di liberazione della Palestina) che parlano delle donne: “Il secolarismo corrompe le donne”, “La CEDAW [Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne] umilia le donne”, “Il califfato protegge le donne”. Queste parole non significano nulla, se non che parlano di me senza mai ascoltarmi. Questo partito, e altri gruppi religiosi che riducono la religione al controllo dei corpi delle donne, non si curano della mia situazione reale. Non gli importa che io viva nella paura costante, senza protezione né libertà. Non parlano mai di povertà, guerra o occupazione. Non menzionano mai la violenza che subisco, le molestie o gli stupri. Parlano solo di me, non come essere umano, ma come simbolo che deve essere preservato, purificato o proibito. Non scrivo questo perché rifiuto la religione o odio la mia società. Scrivo perché sono stanca di essere usata come uno slogan. Stanca di essere ridotta a dibattiti che non hanno nulla a che fare con me. Stanca di essere trattata come un “caso tabù” che nessuno osa affrontare. Sono stanca di essere sempre considerata una vittima, di vedermi negati anche i miei diritti più elementari e di essere costretta a tacere. Non sono una vittima da preservare. Sono una donna che lavora nei campi, una madre in una tenda, una studentessa a scuola, una sopravvissuta alla guerra, ai matrimoni forzati e all’emarginazione. Sono creativa nell’arte e nella musica. Sogno di diventare un’icona scientifica, di aprire un giorno un mio ospedale. Ma nonostante tutto questo, non sono rappresentata nel processo decisionale, non sono rappresentata nel dibattito, non sono nemmeno rappresentata nella mia stessa storia. Se non iniziamo ad ascoltare le donne, non solo a parlare di loro, ma ad ascoltarle davvero, proteggerle e sostenerle, continueremo a ripetere lo stesso crimine: zittire la donna, ucciderla lentamente, poi mettere un cartello con il suo nome in ogni angolo della città. -------------------------------------------------------------------------------- Lo scritto è stato pubblicato per la prima volta in in “DEP. Deportate, esuli, profughe”, n. 56/57, Guerra all’infanzia dicembre 2025, pp. 267-270. La traduzione in italiano è di Catia C. Confortini. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Gli atleti israeliani -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La guerra contro le donne a Gaza proviene da Comune-info.
February 22, 2026
Comune-info
Il militarismo è sempre un vicolo cieco
LE RIFLESSIONI CONTENUTE NEGLI SCRITTI DI GWYN KIRK, NUTRITE DI FEMMINISMO, FILOSOFIA DELLA NONVIOLENZA E ANTIMILITARISMO, FORNISCONO UN ROBUSTO E ARTICOLATO QUADRO TEORICO PER PENSARE INSIEME VIOLENZA ECOLOGICA, VIOLENZA SULLE DONNE E VIOLENZA SUL MONDO NON UMANO. “IL MILITARISMO È, LETTERALMENTE, UN VICOLO CIECO. LA SUA DISTORSIONE CENTRALE È CHE LA VIOLENZA ORGANIZZATA SIA ESSENZIALE PER GARANTIRE LA SICUREZZA – SCRIVE FRANCESCA CASAFINA NELLA PREFAZIONE DI UN SOLIDO TERRENO: UN FEMMINISMO ECOLOGISTA E MATERIALISTA (NOVA DELPHI), IL LIBRO DI GWYN KIRK – AL CONTRARIO, LE FEMMINISTE, COSÌ COME GLI AMBIENTALISTI E I POPOLI INDIGENI CHE SI BATTONO PER LA SOSTENIBILITÀ E L’AUTODETERMINAZIONE, HANNO DIMOSTRATO CHE IL MILITARISMO CREA GRAVI INSICUREZZE PER LE POPOLAZIONI SOTTOMESSE, PER MOLTI ALL’INTERNO DELLE NAZIONI DOMINANTI, PER L’UMANITÀ E PER IL PIANETA STESSO…”. IL LIBRO DI GWYN KIRK (TRADUZIONI DI TERESA BERTUZZI E FRANCESCA CASAFINA) SARÀ PRESENTATO IL 28 FEBBRAIO A ROMA ALLA CASA DELLE DONNE, NELL’AMBITO DELLA FIERA DELL’EDITORIA DELLE DONNE FEMINISM9. LA PREFAZIONE COMPLETA unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- “Sì, molte persone coltivano orti, risparmiano acqua, riciclano materiali, promuovono energie rinnovabili, crescono i figli, si prendono cura degli anziani, sostengono le giovani e i giovani attivisti e superano le barriere razziali, di classe, di genere e nazionali… Eppure, il mondo ha intrapreso un catastrofico percorso fatto di disastri ambientali, crudeltà, avidità, gravi disuguaglianze e rapacità neoliberista. […] Questi saggi sono il mio tentativo di trovare un solido punto d’appoggio in questi tempi senza precedenti: un femminismo ecologico coerente, diretto e urgente“ (G. Kirk, “Un solido terreno. Saggi su ecologia e femminismo”) L’ecofemminismo ha esteso la riflessione femminista alla natura, mettendo al centro della propria critica filosofica le relazioni. La filosofia ecofemminista riconosce la natura patriarcale dei sistemi di oppressione e ne mette in evidenza gli effetti sulle donne e sulla natura, senza per questo sostenere – come a lungo si è rimproverato all’ecofemminismo – una identificazione astorica tra le due, bensì sforzandosi di comprendere come questa equiparazione delle donne al regno della fisicità abbia funzionato storicamente – almeno nelle culture occidentali – all’interno di una cornice filosofico-concettuale oppressiva. “Nell’ultimo decennio le discussioni accademiche sull’ecofemminismo negli Stati Uniti sono state paralizzate da argomentazioni sull’essenzialismo e sulla maggiore vicinanza delle donne alla natura. Tuttavia, una simile affermazione implica una separazione tra umani e non-umani altamente problematica”, scrive Gwyn Kirk nel saggio che dà il titolo alla raccolta di scritti dell’autrice Un solido terreno: un femminismo ecologista e materialista, pubblicata dalla casa editrice Nova Delphi Libri nella collana Intersezioni, dedicata all’ecofemminismo “Per rendere efficaci l’analisi e l’attivismo”, scrive l’autrice, “bisogna disporre di un quadro teorico materialista ampio e articolato”. Studiosa e attivista ecofemminista, Gwyn Kirk è tra le fondatrici dell’International Women’s Network Against Militarism, e si interessa da molti anni di femminismo, ecologia e pacifismo. Nei primissimi anni ’80 del secolo scorso fu tra le attiviste che presero parte al primo campo di pace femminista di Greenham Common, di cui l’autrice stessa racconta nel classico Greenham Women Everywhere: Dreams, Ideas and Actions from the Women’s Peace Movement (con Alice Cook, 1983). L’esperienza di Greenham permise a molte donne di mettere in connessione il livello micro delle violenze – domestico e interpersonale – con il livello macro della violenza su scala globale. Poco prima della creazione del campo di Greenham, nel 1980 e 1981 un gruppo di donne aveva circondato il Pentagono per protestare contro la gli interessi dell’industria nucleare e la retorica della sicurezza armata globale, analizzando da un punto di vista femminista le connessioni fra patriarcato, militarismo, colonialismo e devastazione ambientale. Nel corso degli anni, Kirk ha tenuto corsi in studi di genere e storia delle donne in diversi college e università statunitensi, e dai suoi scritti emerge la necessità di pensare la ricerca e l’attivismo come ambiti inscindibili, come scrive nel saggio Rami, radici e ali, o in Istruzione e apprendimento, in cui si sofferma appunto sulla sua attività di docente negli Stati Uniti. Il tema dell’insegnamento, così importante per Kirk, appare intimamente legato all’attivismo ambientale e alla necessità di riconsiderare i nostri stili di vita e il nostro modo di abitare il mondo. Il degrado ambientale, e il suo impatto, a livello locale e globale, sulla vita delle donne, è un tema femminista laddove aiuta a comprendere i meccanismi dell’oppressione. E sposta l’asse della riflessione direttamente sulle condizioni storiche e materiali delle vite delle donne. Per questo è necessario difendere un ambientalismo femminista materialista, come scriveva anche Greta Gaard in Critical Ecofeminism (Ecocritical Theory and Practice) del 2017. Senza indugiare troppo in inutili quanto dannosi dibattiti se sia giusto considerare o no l’ecofemminismo come essenzialista, anche Kirk suggerisce di guardare alla materialità della vita delle donne, alle condizioni reali della loro oppressione, alle contraddizioni del capitalismo globale. Le riflessioni contenute negli scritti di Kirk, nutrite di femminismo, filosofia della nonviolenza e antimilitarismo, forniscono un robusto e articolato quadro teorico per pensare insieme violenza ecologica, violenza sulle donne e violenza sul mondo non umano. Un quadro che, ovviamente, muove da una critica forte alla guerra, in quanto esaltazione della violenza in tutte le sue forme, e al militarismo che genera una cultura della violenza. Il militarismo sfrutta le diseguaglianze e, come tutti i sistemi di oppressione, perpetua la logica del dominio e si nutre di dualismi oppositivi, quegli stessi dualismi che la critica femminista della scienza ha rivelato essere elementi centrali del pensiero occidentale. Ad alimentare costantemente la macchina della guerra, scrive, c’è un’idea militarizzata di sicurezza. L’autrice ci ricorda che la contraddizione tra sicurezza ambientale e sicurezza militare non può e non deve essere sottovalutata. In un saggio pubblicato nel 2022 sulla rivista “DEP Deportate Esuli Profughe” (Feminists Opposing Militarism: Creating Cultures of Life and Connectedness), scriveva che è necessario riconoscere la contraddizione alla base della sicurezza militarizzata, ovvero che le nazioni utilizzano molte risorse a loro disposizione per prepararsi alla guerra, anche durante i periodi di “pace”. Il militarismo è, letteralmente, un vicolo cieco. La sua distorsione centrale è che la violenza organizzata sia essenziale per garantire la sicurezza. Al contrario, le femministe, così come gli ambientalisti e i popoli indigeni che si battono per la sostenibilità e l’autodeterminazione, hanno dimostrato che il militarismo crea gravi insicurezze per le popolazioni sottomesse, per molti all’interno delle nazioni dominanti, per l’umanità e per il pianeta stesso.1 Come scrivono Carol Conh, Felicity Hill e Sally Ruddick, “i termini e i simboli di genere sono parte integrante del modo in cui le questioni politiche vengono pensate e rappresentate”.2 Solo un’analisi femminista, attenta al funzionamento delle gerarchie di potere e alle intersezioni fra i sistemi di oppressione, può infatti connettere i livelli micro e macro delle violenze. Come ha scritto Cynthia Enloe, citata da Catia Cecilia Confortini nell’introduzione al numero di “DEP Deportate Esuli Profughe” dedicato al disarmo, “il personale è internazionale”.3 Ed è la ragione per cui, scrive Kirk, le femministe non possono ignorare il problema del militarismo, tanto nell’analisi quanto nell’attivismo. Kirk ha descritto in molti suoi lavori, fra questi alcuni raccolti nell’antologia Un solido terreno: un femminismo ecologista e materialista, la progressiva militarizzazione delle isole del Pacifico, con il problema della radioattività e dei test nucleari. Solo nello stato insulare delle Isole Marshall, a metà strada tra le Filippine e le Hawaii, vennero condotti fra il 1946 e il 1958 sessantasette test nucleari, come racconta nel saggio Isole Marshall: sopravvissuti al nucleare. Il tema dell’impatto ambientale del militarismo statunitense è al centro anche del saggio Vie di salvezza. Kirk prende in esame le mobilitazioni di diverse organizzazioni delle Filippine, della Corea del Sud e della prefettura di Okinawa, in Giappone; analizza le denunce, le battaglie per ottenere giustizia, la decisione di non subire passivamente un destino imposto in nome della sicurezza globale. Proprio a Okinawa, nel 1997, nacque quello che è oggi l’International Women’s Network Against Militarism, di cui Gwyn Kirk è stata una delle fondatrici. Dal sito del Network: Our Network – with members in Guåhan (Guam), Hawai’i, Japan, Northern Mariana Islands, Okinawa, Philippines, South Korea, and the continental United States – has focused on decades of militarization, insecurity and violence in the Asia-Pacific region. Today, we express our solidarity and offer a vision for genuine security in the face of the humanitarian crisis in Palestine and Israel. As a feminist Network, we have witnessed and documented the fact that women and girls bear the heaviest cost of militarism, military bases and operations, armed conflicts, and wars, though this is distributed unevenly based on race, ethnicity, class, age, gender identity, sexual orientation, religion, nationality and citizenship status, and geography. Nonostante alcuni saggi raccolti nel volume siano stati scritti anni fa, l’impianto teorico che li sorregge rimane valido, tragicamente attuale, come l’invito a non sottovalutare la contraddizione tra sicurezza ambientale, salute umana e sicurezza militare. Un compito per cui risulta fondamentale il contributo e la messa in pratica del pensiero femminista ecologico e antimilitarista, che ha saputo analizzare, e disvelare, l’articolazione delle formazioni patriarcali con altre forme di oppressione, anche nel loro intreccio con le crisi ecologiche odierne. Questo e molto altro troverà chi vorrà avvicinarsi al pensiero ecofemminista di Gwyn Kirk, con un invito a riscoprire la profondità dell’analisi ecofemminista, come ci invita a fare l’autrice stessa, che delinea in questi saggi un quadro teorico articolato, ricco di genealogie: un solido punto d’appoggio per leggere le crisi odierne, interpretare le contraddizioni del presente ed elaborare strategie per resistere e continuare a esistere. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Gwyn Kirk, Feminists Opposing Militarism: Creating Cultures of Life and Connectedness, “DEP Deportate, esuli, profughe”, 49/2022, p. 24″. 2 Carol Cohn, Felicity Hill, Sara Ruddick, L’importanza del genere per l’eliminazione delle armi di distruzione di massa, “DEP Deportate, esuli, profughe”, 54/2024, p. 84″. 3 Catia Cecilia Confortini, Introduction, “DEP Deportate, esuli, profughe”, 41-42/2020, p. 1. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il militarismo è sempre un vicolo cieco proviene da Comune-info.
February 8, 2026
Comune-info
L’ombra di Mossadeq
È FORTE L’ILLUSIONE DI UN FRONTE ANTI-OCCIDENTALE ETEROGENEO RISPETTO A QUANTO ACCADE IN IRAN. MA MOLTI TRA CHI SEGUE CON APPRENSIONE LE VICENDE DEGLI IRANIANI, E SOPRATTUTTO DELLE IRANIANE, NON CONOSCONO BENE CIÒ CHE QUEL PAESE HA ATTRAVERSATO NELL’ULTIMO SECOLO. E SENZA RISALIRE A QUELLE VICENDE NON SI CAPISCE QUEL CHE STA AVVENENDO. “L’OMBRA DI MOSSADEQ ALEGGIA SULLE VICENDE IRANIANE DAGLI ANNI CINQUANTA AD OGGI – SCRIVE FRANCO BERARDI BIFO IN QUESTA PREZIOSA RICOSTRUZIONE STORICA – MA QUANDO DICO L’OMBRA DI MOSSADEQ VOGLIO DIRE: IL PROCESSO DI LIBERAZIONE DAL COLONIALISMO CHE A METÀ DEL SECOLO SCORSO CREBBE DOVUNQUE… Theran. Foto di Haidar Alkhayat, Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- 11 gennaio 2026, passeggiata domenicale nel sole a Bologna. Vogliamo andare a un ristorante dalle parti di porta Saragozza, ma ci fermiamo in piazza Galvani dove c’è una manifestazione: qualche centinaio di persone, per lo più iraniane, sventolano bandiere con lo stemma monarchico. Diversi cartelli gridano: “Viva lo shah”. Da alcuni giorni l’Iran è sconvolto da una rivolta popolare di proporzioni colossali. Non si sa molto perché il regime ha chiuso l’accesso a Internet, ma si sa abbastanza per capire che è in corso un massacro (probabilmente più di 30mila morti, ndr). Alcuni ritengono che il regime sia sul punto di cadere, altri pensano che questo sia improbabile. Il regime islamista ha una base di massa, e potrebbe affrontare uno scontro prolungato e sanguinoso. Intanto Trump ha minacciato di bombardare, si attende che scoppi una guerra che potrebbe aggiungersi alle carneficine già in corso nell’area. Il regime degli Ayatollah può arginare il genocidio sionista? Improbabile. Ma ormai siamo ridotti a sperare che il nazismo degli uni sconfigga il nazismo degli altri: Putin e Zelenskjj, Khamenei e Netanyahu… Confesso che non avevo pensato che potesse riapparire la faccia di un rappresentante della genia assassina degli Shah di Persia: le bandiere con il leone dorato, simbolo della Persia monarchica mi danno la percezione di una regressione inimmaginabile. Credo che la maggioranza dei ragazzi che oggi seguono con apprensione le vicende degli iraniani, e soprattutto delle iraniane, non conoscano tanto bene le vicende che quel paese ha attraversato nell’ultimo secolo. E senza risalire a quelle vicende non si capisce bene quel che sta accadendo, né chi fosse lo Shah di Persia, il boia Reza Pahlevi, cacciato dalla rivoluzione khomeinista nel 1979 e morto in esilio. Suo figlio, oggi businessman nel paese degli yankee, si presenta come possibile successore del regime dei boia col turbante. Mossadeq, nel 1953 Ho seguito le vicende iraniane fin da quando ero ragazzo. Alla fine degli anni Sessanta avevo conosciuto alcuni studenti comunisti iraniani che abitavano a Bologna, a pochi metri da via Marsili, la casa dove vivevo a quel tempo. Nel 1973 mi invitarono a partecipare a un convegno della CISNU, l’organizzazione degli studenti iraniani esiliati in Europa. Andai a Francoforte dove si teneva il convegno e ricordo uno stanzone pieno di letti a castello dove dormivano i nemici del regime. Ma non si dormì molto, perché alcuni dei partecipanti erano maoisti, altri erano filo-sovietici, passarono la notte a discutere animatamente, e rischiarono di venire alle mani. Quando il mattino seguente tornammo tutti insieme (maoisti, filo-sovietici e io che non appartenevo a nessuna delle chiese comuniste dominanti) nella grande sala dove si svolgeva il convegno, mi chiesero di tenere un discorso a nome degli studenti del movimento italiano anti-imperialista e parlai delle lotte alla FIAT Mirafiori. Negli anni successivi la situazione iraniana divenne turbolenta, fino a quando, nel 1977 cominciarono rivolte guidate a distanza dai discorsi di Khomeini registrati su nastri magnetici che a Teheran si ascoltavano di nascosto. Per capire quel che accadde negli anni Settanta, e anche quel che accade oggi, occorre risalire ancora più indietro, al 1953, quando un primo ministro democraticamente eletto dal popolo iraniano, di nome Mohammed Mossadeq, decise di nazionalizzare i pozzi petroliferi, espropriando le compagnie petrolifere inglesi e statunitensi. Nei mesi seguenti a questa decisione venne arrestato e processato da emissari della Cia. L’ombra di Mossadeq aleggia sulle vicende iraniane da allora ad oggi. Ma quando dico l’ombra di Mossadeq voglio dire: il processo di liberazione dal colonialismo che a metà del secolo scorso crebbe dovunque, ma quasi dovunque fu stroncato dalla reazione neo-colonialista oppure fu deviato in direzione integralista e ultra-reazionaria. Nel 1953 io avevo tre anni, non avevo tempo per seguire le vicende iraniane, ma c’era Ryszard Kapuscinski che faceva il reporter per l’agenzia di stampa polacca, PAP, e che ha scritto un libro nel quale dedica alcune pagine alla persona di Mossadeq. “Mossadeq… il dottore, da tempo sotto costante minaccia d’attentato (contro di lui cospirano democratici e liberali come pure uomini dello Shah ed estremisti islamici)… ha cacciato gli inglesi dai campi petroliferi sostenendo che ogni paese ha diritto di disporre delle proprie ricchezze, ma dimenticando che la forza ha sempre la meglio sul diritto. L’Occidente ha decretato il blocco dell’Iran e il boicottaggio del petrolio iraniano facendone un frutto proibito per tutti i mercati” (Kapucinski: Shah-in-Shah, Feltrinelli, 2001, pag. 40). Mossadeq, come l’indiano Nehru, l’egiziano Nasser, l’indonesiano Sukarno e lo jugoslavo Tito tentarono di realizzare forme di socialismo indipendente dal dominio sovietico e dal dominio occidentale: avevano questa idea che i loro popoli avessero diritto a utilizzare le risorse dei loro paesi e che il colonialismo andasse cancellato definitivamente. Perciò avviarono riforme e nazionalizzazioni che spesso furono stroncate con la forza. Mossadeq venne arrestarono e rimase agli arresti per dieci anni, fin quando morì. Un leccaculo delle grandi aziende petroliere inglesi e nordamericane, di nome Reza Pahlevi si impadronì di tutto il potere e iniziò un processo di modernizzazione che consisteva nel proporre al popolo iraniano modelli che venivano dai paesi dei suoi padroni. “Il petrolio produce grossi profitti ma dà lavoro a poca gente, non genera problemi sociali non crea né un proletariato numeroso né una borghesia numerosa, per cui il governo, non essendo obbligato a dividere i profitti, può disporne a suo piacimento” (Ryszard Kapuscinski: Shah-in-Shah, Feltrinelli, 2001, pag 52). Lo Shah non avrebbe potuto opporsi alle decisioni del primo ministro eletto Mossadeq, che era popolarissimo e godeva dell’appoggio dei partiti socialisti, del partito comunista Tudeh, e anche dei nazionalisti. Furono dunque gli occidentali che si incaricarono di far fuori il legittimo rappresentante della volontà popolare. “Non esiste alcun dubbio che sia stata la CIA a organizzare e dirigere il colpo di stato che nel 1953 portò alla destituzione del primo ministro Mohammed Mossadeq e al mantenimento sul trono dello Shah Rehza Pahlavi, però pochi americani sanno che l’agente della CIA incaricato di organizzare il colpo di stato era un nipote del presidente Theodore Roosevelt. Questo uomo, Kermit Roosevelt, condusse a Teheran un’operazione talmente spettacolare che per molti anni nella CIA continuarono a chiamarlo Mister Iran…” (45-6). Non si capisce quel che è accaduto nei decenni successivi, non si capisce l’odio profondo che gli iraniani hanno sempre manifestato contro gli americani (il grande Satana). se non si ricorda la brutale eliminazione di Mossadeq. Può sorprendere che un popolo colto come quello persiano abbia accettato di piegarsi all’oscurantismo integralista e rinunciare alla democrazia, ma lo spettacolo che i propugnatori occidentali della democrazia avevano dato nel 1953 fu sufficiente per convincere i persiani che la democrazia è una burla, e che qualsiasi boia è meglio dei boia nord-americani, anche dei fanatici come i seguaci dell’orrendo Khomeini. Durante gli anni dello Shah, la democrazia imposta dagli americani usava come strumento la più brutale polizia segreta, nota come SAVAK. Quando conobbi gli studenti della CISNU sentii molto parlare della polizia segreta che li perseguitava: la SAVAK era nota per la sua efferatezza, per i sequestri di persona e le torture. “L’Iran apparteneva alla SAVAK, ma la Savak agiva come organizzazione clandestina, appariva e spariva, cancellava le sue tracce, non aveva indirizzo… annoverava sessantamila agenti senza contare i tre milioni di informatori… La SAVAK era libera di comprare la gente o di torturarla, di distribuire impieghi o di reclutare nei sotterranei. Stabiliva chi fossero i nemici da annientare… L’unica persona a cui l’istituzione doveva rendere conto era lo Shah. Gli altri non contavano” (Kapuscinski: 66-67). Arriva Khomeini Nel 1977, quando le proteste popolari cominciarono a diffondersi e la voce di Khomeini veniva ascoltata nei bazaar e nelle case private, lo Shah fece pubblicare da un giornale un articolo che fece precipitare la situazione. “Lo Shah disse che Khomeini è uno straniero…” (Kapuscinski, 155) Khomeini non era straniero, tutti sapevano che era costretto all’esilio. E nei giorni successivi le strade si riempirono di manifestanti inviperiti. “Le folle cantano e scandiscono: morte allo Shah. Pochi miliziani, poche inquadrature di volti. Gli operatori sembrano affascinati dalla valanga incalzante… durante gli ultimi mesi della rivoluzione milioni di manifestanti hanno calpestato le strade di tutte le città iraniane: folle inermi, la cui forza stava tutta nel numero e nella determinazione irremovibile. Gli uomini scendono in strada tutti, fino all’ultimo, ed è in questo sciamare contemporaneo di intere città che consiste il fenomeno della rivoluzione iraniana” (155). La repressione della polizia e della Savak fu feroce. “Uno dei documentari più trasmessi è quello sulla manifestazione di Esfahan: un oceano di teste attraversa la piazza principale, poi i soldati aprono all’improvviso il fuoco da ogni lato. La folla cerca disperatamente una via di scampo: grida, tumulto, fuga disordinata. Infine la piazza si svuota… Al centro su una sedia a rotelle è rimasto un invalido senza gambe. Anche lui vorrebbe scappare, ma la ruota della carrozzina si è bloccata, il film non mostra il perché. Spinge disperatamente la poltrona con le mani incassando istintivamente la testa tra le spalle per proteggersi dalle pallottole che gli fischiano intorno, ma invano… Spettacolo tanto sconvolgente che per un attimo i soldati smettono di sparare… Cala il silenzio…” (156-7) In quei giorni gli intellettuali europei si misurarono per la prima volta con un fenomeno nuovo: il fondamentalismo religioso islamico, che si alimentava di decenni di umiliazioni, frustrazioni, violenze che l’occidente aveva imposto per garantirsi il dominio sulla produzione di petrolio. Negli anni successivi il fenomeno si diffuse, imprevisto dai politologi occidentali e anche dagli intellettuali di sinistra per i quali il fondamentalismo rappresentava una sfida. Come si potevano tenere insieme rivoluzione sociale e oscurantismo religioso? Tariq Ali è un intellettuale di origine pakistana che si era fatto conoscere a Londra nelle lotte studentesche del ’68, e aveva preso posizione a favore delle sinistre arabe e soprattutto palestinesi. In un libro dal titolo Lo scontro dei fondamentalisti, esprime lo sconcerto della sinistra laica e libertaria: “Per la sinistra iraniana era impossibile immaginare che la gente che aveva partecipato alle gigantesche manifestazioni potesse fare sul serio quando cantava Allah u akhbar o Lunga vita a Khomeini, o quando inneggiava ai religiosi col turbante intenzionati a creare la repubblica islamica. Gli idioti della sinistra dell’Europa occidentale che erano arrivati in Iran per partecipare agli eventi straordinari, si lasciarono trascinare dal fervore e dall’eccitazione e cominciarono a cantare gli stessi slogan per dimostrare la propria solidarietà… Questa era una rivolta contro l’illuminismo, contro il progresso. Era una rivoluzione postmoderna che accadeva prima che si affermasse il postmoderno. Foucault, tra i primi a riconoscere questa affinità, fu tra i più accesi difensori della Repubblica Islamica. Come si era potuti arrivare a questo?” (Tariq Ali: Lo scontro dei fondamentalismi, Rizzoli, 2002, pagina 176-7). In una serie di articoli pubblicati dal Corriere della sera, Michel Foucault aveva proposto un’interpretazione innovativa e controversa della rivoluzione fondamentalista. La reazione tradizionalista e religiosa esprimeva secondo lui un bisogno profondo di liberarsi non solo dello Shah, ma anche dell’imperialismo culturale occidentale. Naturalmente c’era del vero in quel che diceva Foucault, ma non c’è dubbio che sottovalutò le mostruose conseguenze di repressione e oscurantismo che la rivoluzione fondamentalista era destinata a produrre. La vendetta imperialista La vendetta americana fu terribile, e provocò milioni di morti in Iran e in Iraq. Gli Stati Uniti spinsero il dittatore dell’Iraq, Saddam Hussein, a scatenare una guerra contro la Repubblica Islamica, che stava influenzando le masse di tutto il mondo islamico. Armato dai sovietici e dagli americani, Saddam poté scatenare un’offensiva contro l’Iran che si stava appena riprendendo dagli effetti della rivoluzione, e che non aveva gli strumenti per difendersi. La risposta del regime islamico fu la mobilitazione generale. Khomeini parlò alla televisione e chiese a chiunque possedesse un fucile di presentarsi immediatamente alla moschea più vicina, dichiarando la jihad. “Solo la morte potrà salvarci. L’America controlla tutto dall’alto, a noi resta un’unica possibilità: gettare prima un ponte di morti per poi essere in grado di combattere contro l’Iraq. Disse Khomeini in un discorso televisivo. Un esercito di credenti, vestiti di sudari, imbracciò le armi e partì per farsi strada fino all’esercito iracheno. Finalmente le truppe iraniane raggiunsero gli iracheni e iniziarono una guerra destinata a durare otto anni. Milioni di soldati sarebbero caduti su entrambi i fronti…” (Kader Abdolah: La casa nella moschea, Iperborea, 2005, pagina 353). Anno dopo anno Khomeini continuò a mandare truppe mal equipaggiate ma decise a tutto, l’offensiva saddamista venne fermata, gli aerei iraniani bombardarono le città irachene come gli aerei iracheni avevano bombardato le città iraniane. Quando gli uomini cominciarono a scarseggiare Khomeini chiamò alla guerra anche i bambini. Migliaia di ragazzini di dodici anni furono mandati a morire nel deserto: un’onda umana destinata a bonificare i campi minati. Si racconta che a ciascuno di loro veniva consegnata una chiave che dovevano portare al collo. La guerra si concluse con un nulla di fatto: le truppe irachene che avevano invaso parte dell’Iran si ritirarono, e una decina di anni dopo gli Stati Uniti scatenarono la prima guerra contro Saddam Hussein, che non serviva più. Fu la prima guerra del Golfo. La seconda guerra contro Saddam venne lanciata nel nuovo millennio dal presidente George Bush jr. Quella seconda volta Saddam venne impiccato. E l’Iraq fu devastato da una guerra criminale e insensata. L’illusione “campista” Non appena esplose la guerra Iran-Iraq, Khomeini decise di liberarsi delle sinistre che lo avevano appoggiato nei primi mesi della sua rivoluzione. Nel romanzo La casa della moschea Abdolah racconta l’eliminazione della sinistra da parte del regime integralista. “Per rendere sicuro il fronte interno il regime decise di fare piazza pulita di tutti i movimenti di sinistra.… A Senjan l’ayatollah Araki ricevette l’ordine di sgombrare il Villaggio Rosso. A quell’epoca il villaggio viveva i suoi giorni migliori, era diventato una zona autonoma con regole proprie, un paese dei sogni dove i giovani avevano creato, in piccolo, il loro stato comunista ideale. I raccolti venivano messi in comune e divisi equamente tra tutti gli abitanti. La sera si ritrovavano in piazza e si leggevano a vicenda i versi del poeta Majakovski….. Mentre i carri armati entravano nel villaggio, spuntarono centinaia di islamici armati che si appostarono nell’oscurità. Nel frattempo due elicotteri volavano sopra le case, illuminando i tetti con un potente fascio di luce. Iniziarono a sparare contro tutto ciò che si muoveva” (354-5). Chi si era illuso che la rivoluzione khomeinista potesse aprire la strada a una democrazia, o che comunque le sinistre potessero convivere con un regime religioso integralista dovette rapidamente arrendersi alla prova dei fatti: il khomeinismo era oscurantismo reazionario. Foucault aveva certamente preso male le misure. Non solo la rivoluzione iraniana, ma in generale tutto il movimento anti-colonialista portava dentro di sé un’ambiguità di fondo: pur di liberarsi dall’imperialismo occidentale spesso i popoli credettero di potersi affidare a leader nazionalisti o integralisti. In India, ad esempio una componente decisiva del movimento indipendentista, guidato da Subas Chandra Bose, era ideologicamente vicino al fascismo italiano e durante la guerra ebbe il sostegno dei nazisti. Nel lungo periodo il nazionalismo induista ha finito per prevalere rispetto alle componenti liberal-democratiche, e l’attuale predominio di Norendra Modi si fonda proprio sulla prevalenza di un nazionalismo razzista e aggressivo. Oggi riemerge l’illusione di un fronte anti-occidentale eterogeneo che mette insieme regimi nazionalisti in alcuni casi apertamente autoritari. La grande dimostrazione di forza che si è svolta a Pechino il primo settembre 2025 ha mostrato che questo fronte può effettivamente sfidare l’egemonia occidentale e bianca. Questo fronte può portare a uno scontro finale con l’imperialismo statunitense, ma l’idea che possa avviare un’emancipazione dal modello capitalista estrattivista e militarista è un’illusione. Chi crede che il regime fondamentalista e misogino iraniano debba essere appoggiato perché sarebbe anti-imperialista è vittima di un’illusione. Solo l’internazionalismo operaio poteva emancipare il pianeta dallo sfruttamento e dalla guerra. La sconfitta del movimento comunista è la sconfitta dell’umanità e della pace. Mentre scrivo queste righe, alla fine del gennaio del 2026, gli iraniani trattengono il respiro perché il Fuhrer biondo che governa gli Stati Uniti d’America ha detto che un’Armada si sta preparando ad attaccare. Il pretesto con cui statunitensi e sionisti si preparano ad aggredire la Repubblica Islamica è la spaventosa repressione che gli ayatollah hanno scatenato contro la popolazione che nelle prime settimane dell’anno ha occupato le strade delle città iraniane. Anche se Internet è bloccata nello spazio iraniano, qualche notizia arriva: si parla di migliaia di morti, si parla di cadaveri scaricati da camion militari, si parla di decine di migliaia di arresti. Non posso sapere se il ministero della Guerra Usa lancerà davvero una nuova guerra in nome della democrazia, mentre a Minneapolis le milizie trumpiane uccidono sequestrano e deportano la gente che si nasconde per evitare di incappare negli aggressori dell’ICE. Non posso immaginare quali rappresaglie sarà in grado di lanciare la Repubblica Islamica nel caso che le minacce si concretizzino. Gli Ayatollah hanno dichiarato che in caso di attacco per loro sarà guerra totale. Guerra totale significa, fra le altre cose, il blocco dello Stretto di Hormuz, dal quale transita una quota considerevole del petrolio mondiale. Inoltre occorre ricordare che la Cina e l’Iran hanno un patto di mutuo sostegno militare, e pare che da qualche settimana armi cinesi stiano arrivando in Iran. Forse ci avviciniamo allo scontro finale che gli sciiti duodecimani attendono come si attende il sacrificio salvifico che permetterà il ritorno dell’Imam nascosto, Muhammad al Mahdi, il dodicesimo Imam che si nascose una quindicina di secoli fa. Non saprei davvero per chi parteggiare, nel caso la guerra si scatenasse davvero. Da disertore quale sono non parteggerei per nessuno, ma non dimentico che ai suoi tempi Khomeini avvertì gli occidentali a fare attenzione. “C’è un solo essere che veglia sul nostro paese, un solo essere che ci protegge, un solo essere che tiene tutto sotto controllo mentre dormiamo, Allah. L’America ha i computer, noi abbiamo Allah. L’America ha grandi aerei di ricognizione, noi abbiamo Allah. America, se vuoi sapere chi ha abbattuto i tuoi aerei leggi la sura dell’Elefante: Alam para kayfe raz bin azabel fiel Non hai visto cosa abbiamo fatto di coloro che cavalcavano gli elefanti? La loro astuzia li aveva ingannati. Noi inviammo stormi di uccelli Che lanciarono pietre contro di loro Riducendoli come pula di grano svuotata” (Kader Abdolah, op. cit. 350-1). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Che succede in Iran? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’ombra di Mossadeq proviene da Comune-info.
January 29, 2026
Comune-info
Le donne e la lezione iraniana
ALLA FINE DEGLI ANNI SETTANTA, LE DONNE FURONO DECISIVE NELLA LOTTA CONTRO LO SCIÀ. LA RIVOLUZIONE PROMETTEVA LIBERTÀ, MA LA NEONATA REPUBBLICA ISLAMICA COSTRUÌ RAPIDAMENTE UN ORDINE FONDATO SUL CONTROLLO DEI LORO CORPI. TUTTAVIA IL MOVIMENTO FEMMINILE IRANIANO NON SI È FERMATO: LO SLOGAN “DONNA, VITA, LIBERTÀ” È FRUTTO DI QUEL MOVIMENTO CHE OGGI ESPRIME UNA CONSAPEVOLEZZA IMPORTANTE CHE NON RIGUARDA SOLO L’IRAN: NEI MOMENTI DI CRISI, LE DONNE SONO IL MOTORE DEI COMPLESSI E CONTRADDITTORI PROCESSI DI CAMBIAMENTO MA QUANDO QUESTI COMINCIANO A PRENDERE FORMA SONO LE PRIME A ESSERE SACRIFICATE. DI CERTO OGGI IN IRAN, ACCANTO ALLE FIGURE PIÙ NOTE, ESISTE UNA MOLTITUDINE DI DONNE IN LOTTA: È QUESTA DIMENSIONE DIFFUSA A RENDERE IL MOVIMENTO CAPACE DI AGIRE ALLA RADICE DEI PROBLEMI MA ALLO STESSO TEMPO È CIÒ CHE LO ESPONE AL RISCHIO DI ESSERE CAVALCATO E RACCONTATO DA ALTRI C’è una costante nella storia contemporanea dell’Iran che attraversa le generazioni e che oggi torna a interrogare il mondo: nei momenti di crisi, le donne sono il motore del cambiamento; quando però il cambiamento prende forma, sono le prime a essere sacrificate. Non è una deriva accidentale, ma una dinamica politica deliberata che oggi molte iraniane temono possa ripetersi. Alla fine degli anni Settanta, le donne furono decisive nella lotta contro lo Scià. La rivoluzione prometteva libertà, ma la neonata Repubblica Islamica costruì rapidamente un ordine fondato sul controllo dei loro corpi. L’obbligo del velo viene reintrodotto e magistrate come Shirin Ebadi, giudice stimata, vennero estromesse perché una donna non poteva giudicare un uomo. La rivoluzione si era compiuta, ma i diritti delle donne non erano più una priorità. Da allora il movimento femminile iraniano non si è mai fermato. Le donne hanno continuato a sfidare il sistema dall’interno, pagando spesso con la prigione, la censura, l’isolamento. In questo periodo si colloca l’attivismo di Narges Mohammadi, che ha denunciato la repressione e la tortura, trasformando l’esperienza del carcere in testimonianza politica. Con l’uccisione di Mahsa Amini, nel settembre 2022, qualcosa si spezza in modo irreversibile. Il corpo di una giovane donna arrestata per un hijab “indossato male” diventa il punto di non ritorno. Il rifiuto dell’obbligo del velo non è più un gesto simbolico, ma una contestazione dell’intero impianto patriarcale dello Stato. Lo slogan “Donna, Vita, Libertà” esprime una consapevolezza nuova: senza libertà per le donne non esiste una vita degna, e senza vita degna non esiste una società giusta. Le donne guidano le proteste, si espongono in prima persona, trasformano la disobbedienza quotidiana in atto politico. Accanto alle figure più note esiste però una moltitudine di donne senza nome pubblico: è questa dimensione diffusa a rendere il movimento radicale e, allo stesso tempo, esposto al rischio di essere raccontato e deciso da altri. La forza sta nella coralità. Oggi la preoccupazione più profonda non riguarda soltanto la repressione, ma ciò che potrebbe venire dopo. Molte donne iraniane temono che i loro diritti vengano ancora una volta considerati negoziabili o rinviabili. Alcune attiviste iraniane costrette all’anonimato mettono in guardia (in un articolo pubblicato da La Stampa l’11 gennaio 2026) proprio da questo rischio. Una di loro osserva che le donne hanno tenuto aperta la frattura nel sistema per anni, ma che ora, proprio mentre si immagina un “dopo”, quella centralità rischia di scomparire dal discorso pubblico. Non è una sensazione vaga, ma un copione già visto. Questa lezione, però, non si ferma ai confini di Teheran. Parla di un modello di potere che sta riemergendo con forza anche in Occidente: un potere che disprezza il diritto, riduce le istituzioni a un palcoscenico per l’ego del leader e considera i diritti civili come concessioni revocabili o moneta di scambio. L’esempio più emblematico di questa deriva è Donald Trump. Mentre si propone oggi come il “liberatore” pronto a decidere le sorti dell’Iran, la sua storia politica racconta una verità opposta. Non può esserci credibilità nel difendere le donne iraniane quando, in patria, si è lavorato sistematicamente per mettere i diritti femminili ai margini, smantellando garanzie storiche sulla salute riproduttiva e alimentando una retorica che calpesta la dignità delle donne. Il paradosso è brutale: un leader con un passato segnato da ombre profonde nel rapporto con il genere femminile pretende di ergersi a paladino di un movimento che fa dell’autodeterminazione il suo cuore pulsante. Ma il “patriarca” che decide dall’alto, che usa i diritti come strumento di propaganda e che mette la propria morale personale al di sopra della legge, è fatto della stessa sostanza di ciò che le iraniane combattono nelle piazze. Quando il potere assume questo volto, i diritti delle donne diventano la prima moneta di scambio in ogni trattativa. La voce delle iraniane, dunque, riguarda tutti noi: ci avverte che affidare la propria liberazione a chi ha calpestato i diritti in casa propria è un’illusione pericolosa. Perché le donne non sono una parentesi della storia. E ogni democrazia che le tratta come tali — o che delega il loro destino al “patriarca” di turno — ha già sancito il proprio fallimento morale e politico. -------------------------------------------------------------------------------- Leggi anche questo articolo del collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano Roja: > Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le donne e la lezione iraniana proviene da Comune-info.
January 12, 2026
Comune-info
Trasformare noi stessi
MOLESTIE SESSUALI E BULLISMO SONO PROBLEMI LEGATI A SISTEMI RADICATI COME IL CAPITALISMO E IL PATRIARCATO. LA POLITICA ISTITUZIONALE NON VUOLE INTERVENIRE, MA ANCHE QUANDO LO VUOLE NON È IN GRADO DI FARLO PERCHÉ NON PREVEDE IL COINVOLGIMENTO VERO DEGLI INDIVIDUI. ABBIAMO BISOGNO DI UNA POLITICA CHE SAPPIA ANDARE ALLE RADICI. “IL MALE CONSISTE IN STRUTTURE DI OPPRESSIONE E DISUGUAGLIANZA CHE NOI STESSI INCARNIAMO… – SCRIVE AMADOR FERNÁNDEZ-SAVATER – SOLO ASSUMENDO IL NOSTRO COINVOLGIMENTO PER TRASFORMARE NOI STESSI E, INSIEME AD ALTRI SOGGETTI IMPEGNATI, TRASFORMARE LE STRUTTURE CHE CAUSANO DANNO E GLI STILI DI VITA CHE LE SOSTENGONO, POSSIAMO MODIFICARE CIÒ CHE OGGI APPARE IMMUTABILE….” Foto di Maschile plurale -------------------------------------------------------------------------------- Viviamo in una società immutabile? Ascoltando le notizie sulla politica nazionale attuale – in particolare sui casi di molestie sessuali, bullismo e corruzione – credo che nessuno dei problemi riportati nelle notizie abbia una soluzione nell’attuale quadro politico. Perché? Non solo perché si tratta di problemi strutturali, legati a sistemi radicati come il capitalismo o il patriarcato, ma anche perché queste strutture sono sostenute e riprodotte negli stili di vita, nei comportamenti e nelle abitudini quotidiane delle persone. In altre parole, le strutture oggettive esistono anche all’interno e in quanto soggettività; sono riprodotte soggettivamente. Pertanto, non possono essere semplicemente modificate “dall’esterno”; deve esserci un profondo cambiamento soggettivo. Ma la politica convenzionale non può, non vuole o non sa nulla di come intervenire a quel livello. Quando la gestione politica prende in considerazione uno di questi problemi e vuole fare qualcosa al riguardo – cosa che non accade molto spesso – implementa, ad esempio, come vediamo oggi, protocolli di controllo, meccanismi sanzionatori o campagne informative. Il problema è questo: in nessuno di questi casi sono coinvolti gli individui. Il protocollo viene applicato indiscriminatamente, la punizione viene imposta dall’esterno e la campagna trasmette ciò che è “moralmente corretto” senza aprire uno spazio di dialogo. Si tratta di processi automatici, meccanismi senza soggetto: non hanno bisogno che nessuno agisca, si preoccupi o pensi con la propria testa. È sufficiente che le persone obbediscano, temano le conseguenze e interiorizzino ciò che è “corretto”. Cambia qualcosa in questo modo? Nella migliore delle ipotesi, queste misure limitano o contengono il danno. Nello scenario più comune, lo stesso comportamento si ripresenta sotto un’altra forma. Il molestatore impara a non lasciare traccia, il funzionario corrotto impara a coprire meglio le proprie tracce, il sessista impara a manipolare il linguaggio con il politicamente corretto. Il male non si trasforma: viene spostato, nascosto o adattato alla norma. In ogni caso, è più o meno la stessa cosa. Qualsiasi misura che non tenga conto degli individui – del loro coinvolgimento, dei loro pensieri, del loro senso di responsabilità – è più o meno la stessa cosa. Non affronta il comportamento fondamentale che perpetua il problema. Il problema diventa un circolo vizioso e la situazione diventa immutabile. Nessuno sa niente, nessuno conosce nessuno, nessuno è responsabile Questi casi vengono sbandierati sui giornali, colpendo profondamente i partiti politici, ma nessuno sa niente, nessuno conosce nessuno, nessuno è responsabile. Come dicevano ridendo gli affascinanti prigionieri del film Le ali della libertà: “Qui siamo tutti innocenti”. La politica convenzionale è una guerra di potere. La responsabilità è fuori luogo: mostrerebbe debolezza, fornirebbe munizioni all’avversario, cederebbe terreno. In questo campo di battaglia, ogni parola viene letta come un’arma, ogni accettazione di responsabilità come una sconfitta, ogni critica come un punto debole. Si tratta di difendere e attaccare in una lotta in cui la verità non conta. Il male è sempre un problema altrui: un’eccezione, una falla nel sistema, “qualche mela marcia”. Viene individuato, considerato un’anomalia, relegato all’esterno. Non ci si pensa, non se ne parla, non gli si dà un nome. Il risultato, lungi dal silenzio, è un rumore costante: “Anche tu”, “Te l’avevo detto”, “Questi sono casi isolati”. Le misure adottate non mirano ad affrontare i problemi, ma a mettere a tacere lo scandalo, ripristinare la normalità e riprendere il controllo dell’agenda. L’obiettivo non è affrontare il male, ma esternarlo, rimuoverlo dalla scena e far sì che tutto proceda senza intoppi. Nessun tipo di analisi critica dei problemi è possibile in questo quadro. Parole genuine, gesti di coinvolgimento e pensieri significativi sono inefficaci, non aggiungono potere e non aiutano a vincere la narrazione. Il male, escluso dal pensiero, non scompare, ma ritorna nella realtà. Una responsabilità radicale Ci sono problemi che non possono essere “risolti”, ma possono essere trasformati. Trasformare un problema significa affrontarlo, e per affrontarlo è necessario assumersene la responsabilità. Significa essere coinvolti, impegnati e responsabili. La responsabilità richiede un approccio non strategico, non basato sulla logica di attacco e difesa nella lotta per il potere, ma su una verità soggettiva. Una verità che ci tocca, ci riguarda, ci commuove. I politici convenzionali vivono in un regime in cui questa verità non può esistere: potrebbe esserci un destino peggiore? Il filosofo Günther Anders ha proposto una forma insolita e radicale di responsabilità, distinta dalla nozione di innocenza o colpevolezza giudiziaria: l’appropriazione di ciò in cui si è coinvolti e invischiati, a cui si partecipa anche se non si vuole o non si decide di farlo. Anders distingue quindi chiaramente tra responsabilità e colpa, tra il piano etico-politico e quello giudiziario, la cui confusione ci lascia oggi intrappolati in un’alternativa fatale: o sono innocente (e allora non c’è più nulla a cui pensare), o sono colpevole (e a questo pensa il sistema penale). La responsabilità, d’altra parte, riguarda il coinvolgimento, l’intervento, la presa di responsabilità. Non attraverso gesti vani, lacrime di coccodrillo e altri gesti vuoti, ma attraverso azioni molto concrete: pensare, elaborare, rispondere. In altre parole, trasformare. Questa nozione di responsabilità può essere applicata a molti ambiti. Ad esempio: uomini che, senza essere accusati, decidono di riflettere su cosa significhi essere un uomo e in quale tipo di struttura siano intrappolati, anche se non lo vogliono o non l’hanno scelto, su come questo porti alla partecipazione a privilegi e violenza, e su cosa si possa fare al riguardo. Non si tratta di uomini che “si difendono”, che si limitano a dichiarare la propria innocenza (non tutti gli uomini), o che cambiano superficialmente il proprio comportamento quando si sentono rimproverati, ma piuttosto di uomini che si pongono domande significative, riflettono e sviluppano la propria etica delle relazioni e si danno una nuova educazione emotiva. Questa responsabilità è “radicale” perché va alla radice, a ciò che sostiene le strutture che vogliamo cambiare: noi stessi, come soggetti coinvolti. In questo atto di coinvolgimento, di assunzione di responsabilità per coloro che si sentono toccati da qualcosa, risiede l’unica via d’uscita possibile dallo status quo, l’inizio di una risposta diversa, sorprendente, trasformativa. Il male non è qualcosa che accade agli altri, un’eccezione, una falla nel sistema; consiste in strutture di oppressione e disuguaglianza che noi stessi incarniamo: le facciamo nostre. Questo male, quindi, permea stili di vita, relazioni e godimento, e non si trasforma automaticamente, per decreto, protocollo, punizione o moralismo, senza la nostra attivazione come soggetti. I meccanismi di controllo – protocollo, punizione, informazione – non toccano il cuore di nulla; al massimo, contengono il male fino alla prossima volta. Politica convenzionale. Solo assumendo il nostro coinvolgimento per trasformare noi stessi e, insieme ad altri soggetti impegnati, trasformare le strutture che causano danno e gli stili di vita che le sostengono, possiamo modificare ciò che oggi appare immutabile. Politica radicale. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Ctxt.es con il titolo El bucle de la política española y la responsabilidad radical -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trasformare noi stessi proviene da Comune-info.
December 23, 2025
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Quel consenso dato per scontato
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 22 novembre 2025. Foto di Patrizia Piras -------------------------------------------------------------------------------- La proposta di modifica dell’articolo 609-bis del codice penale in materia di violenza sessuale e di libera manifestazione del consenso, come noto, è stata approvata alla Camera e ora bloccata in Senato dalla Lega. Pur tenendo conto delle difficoltà che avrà l’applicazione della legge nell’azione processuale il suo valore simbolico resta innegabile. Dire infatti che senza il consenso della donna si è difronte a uno stupro significa mettere in discussione un pregiudizio di fondo della misoginia che abbiamo ereditato: quello che ha visto la donna come “la sessualità dell’uomo oggettivata”, “la sua colpa divenuta carne”. Solo rinunciando alle sue “intenzioni immorali verso di lui’, la donna può restituire l’uomo al suo “Io migliore”. Chi scrive questo è il giovane filosofo viennese Otto Weininger, morto suicida a ventitré anni, dopo aver pubblicato la sua tesi di laurea “Sesso e carattere” nel 1903. Ma attraverso di lui è tutta la cultura greco romana cristiana che parla, in quel fondamento sessista, razzista e classista, che ha visto la donna come la “maledizione” dell’uomo, la “tenebra materna” che lo vincola alle sue radici biologiche, pulsionali, al corpo e alle sue passioni più violente e degradanti. Pretendere che nella sessualità ci sia “il consenso libero e attuale” della donna vuol dire perciò intaccare alla radice l’idea che, detto volgarmente, nel caso di un’aggressione o di uno stupro, “è lei che se l’è cercata”, e che perciò “ha goduto”, lo ha desiderato. In altre parole: il consenso della donna donna è dato per scontato, perché la donna, nell’immaginario maschile trasmesso per generazioni dalla cultura dominante, è per sua “natura” essenzialmente “sessualità”. Il suo unico desiderio è il coito, essere posseduta. Della misoginia, tuttora presente nei rapporti personali, intimi, così come nelle istituzioni della vita pubblica, nelle leggi e nell’azione giudiziaria, gli esempi non mancano. Si può aggiungere che, in alcuni casi, come nel giovane filosofo viennese, gli uomini stessi ne sono vittime. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO: > Ogni chiave agitata tra le mani è una promessa -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quel consenso dato per scontato proviene da Comune-info.
November 27, 2025
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Altro che vergine infantile e fragile
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Teresa Forcades da molti anni apre crepe nella relazione tra libertà e fede. Monaca benedettina catalana, medico, teologa femminista, nel suo ultimo libro, Queer Mary (Castelvecchi), propone una lettura teologica e biblica di Maria di Nazareth che ribalta molti stereotipi secolari. Ragionando sul futuro dell’esperienza cristiana, invece di partire da Maria madre fedele e paziente rimette al centro il Magnificat, il cantico raccolto nel Vangelo di Luca con il quale la giovane donna palestinese ringrazia Dio perché si schiera con il popolo oppresso: “rovescia i potenti dai troni”, “esalta gli umili”, “lascia i ricchi a mani vuote”. La gioia del suo canto non è solo per sé, ma per tutto il popolo. Una voce potente: del resto, anche se la tradizione cattolica, fortemente intrisa ancora oggi di patriarcato, si è inventata e ha esaltato Maria donna silenziosa, spiega Forcades, se si prendono in considerazione il numero di parole pronunciate, solo Giovanni Battista e Zaccaria superano Maria, se si prendono in considerazioni le azioni compiute, è invece superata solo da Pietro. A Maria è successo quel che accade a molte donne: “le sue parole sono sottovalutate…”. C’è un altro momento molto significativo in cui Maria prende parola, quando insieme a Giuseppe ritrova il giovanissimo Gesù discutere al tempio. In pubblico sarebbe dovuto intervenire soltanto il padre, invece Maria agisce senza dipendere dall’uomo: “Giuseppe non è affatto annullato, ma è dislocato rispetto al posto di dominio”. In realtà tutto il messaggio cristiano, osserva la teologa femminista, è un invito a non considerare il maschile o il femminile più importante dell’altro. La monaca benedettina parla di “de-essenzializzare il binarismo sessuale”. In questo orizzonte, l’interazione tra lo Spirito Santo e Maria non è tra un principio maschile e un principio femminile, ma l’interazione di due libere volontà, quella di Dio e quella di Maria. Insomma, abbracciare il cristianesimo è vivere in pieno la nostra umanità e scoprire una chiamata alla queerness che non esclude mai nessuno. Altro che vergine infantile e fragile, come viene ancora oggi per lo più rappresentata Maria. Non solo: il concepimento senza peccato originale, secondo Forcades, dimostra che ogni persona può sempre vivere esperienze di riscatto e liberazione. Anche la “dichiarazione dell’Assunzione di Maria al cielo con corpo e anima equivale a dichiarare che il suo modo di vivere la sua identità personale sulla Terra era completamente libero”. Maria non ha avuto paura, ha vissuto un’apparente inaudita reciprocità con Dio, tanto da accoglierlo come padre ma anche come figlio, cioè come colui che riceve. “In questo senso, è appropriato affermare che l’esperienza cristiana del XXI secolo sarà mariana, o non sarà”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Altro che vergine infantile e fragile proviene da Comune-info.
November 20, 2025
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De-occidentalizzare e de-patriarcalizzare la Chiesa
SECONDO LEONARDO BOFF, INSIEME ALLA POVERTÀ E ALLA QUESTIONE ECOLOGICA, SONO DUE LE PRINCIPALI SFIDE PER IL NUOVO PAPA: LA DE-OCCIDENTALIZZARE E LA DE-PATRIARCALIZZARE DELLA CHIESA. GLI ANNI VISSUTI CON I POVERI DEL PERÙ, DOVE CON GUSTAVO GUTIÉRREZ È NATA E SI È SVILUPPATA LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE, POTREBBERO RIVELARSI DECISIVI Contadini del Perù, un paese dominato dall’estrattivismo. Foto di desinformemonos.org -------------------------------------------------------------------------------- Confesso che sono rimasto sorpreso dalla nomina del cardinale nordamericano-peruviano Prevost al supremo pontificato della Chiesa. Ciò per mia ignoranza. In seguito, quando mi sono informato meglio, guardando i video su Youtube e i suoi discorsi tra la gente, stando in mezzo a un’alluvione in una città peruviana e la sua particolare attenzione per la popolazione indigena (la maggioranza dei peruviani), ho capito che lui può davvero essere la garanzia di continuità con l’eredità di papa Francesco. Non avrà il suo carisma, ma sarà se stesso, più riservato e timido ma molto coerente con le sue posizioni sociali, comprese le critiche al presidente Trump e al suo vice. Non a caso papa Francesco lo ha chiamato dalla sua diocesi dei poveri in Perù e lo ha chiamato a ricoprire un ruolo importante nell’amministrazione del Vaticano. Leone XIV ha vissuto gran parte della sua vita fuori dagli Stati Uniti, per molti anni come missionario e poi come vescovo in Perù, dove certamente ha acquisito una vasta esperienza di un’altra cultura e della difficile situazione sociale povera della maggior parte della popolazione. Confessò esplicitamente di essersi identificato con quelle persone al punto di naturalizzarsi peruviano. Il suo primo discorso al pubblico è stato contro le mie aspettative iniziali. È stato un discorso pio e rivolto all’interno della Chiesa. Non è stata citata la parola “poveri”, tanto meno liberazione, minacce alla vita e il grido ecologico. Il tema forte è stato la pace, in particolare “disarmata e disarmante”, una critica delicata a quanto sta accadendo oggi in modo drammatico, come la guerra in Ucraina e il genocidio, a cielo aperto, di migliaia di bambini e civili innocenti nella Striscia di Gaza. È sembrato che gli atri temi non fossero nella coscienza del nuovo papa. Ma credo che torneranno presto anche quelli, perché tali tragedie erano così forti nei discorsi di papa Francesco, suo grande amico, che devono ancora risuonare nelle orecchie del nuovo papa. Papa Francesco, in quanto gesuita, aveva un raro senso della politica e dell’esercizio del potere, attraverso il famoso “discernimento dello spirito”, una categoria centrale della spiritualità di Sant’Ignazio. La mia supposizione è che egli ha visto nel cardinale Prevost un suo possibile successore. Non apparteneva alla vecchia e già decadente cristianità europea, proveniva dal Grande Sud, con un’esperienza pastorale e teologica maturata nella periferia della Chiesa, nel suo caso il Perù, dove con Gustavo Gutiérrez è nata e si è sviluppata la teologia della liberazione (leggi anche L’impronta indelebile di Gustavo Gutiérrez, icona della teologia della liberazione). Sicuramente, con il suo modo di fare gentile e la sua predisposizione all’ascolto e al dialogo, porterà avanti le sfide assunte e le innovazioni affrontate da papa Francesco, che non è il caso qui di elencarle. Ma, dal mio punto di vista, ci saranno altre sfide, mai prese sul serio dagli interventi dei papi precedenti: come de-occidentalizzare e de-patriarcalizzare la Chiesa cattolica di fronte alla nuova fase dell’umanità. Essa è caratterizzata dalla mondializzazione dell’umanità (non solo in senso economico, ora turbato da Trump) che, anzi, si sta realizzando a ritmi sempre più rapidi in termini politici, sociali, tecnologici, filosofici e spirituali. In questo processo accelerato, la Chiesa Cattolica nella sua istituzionalizzazione e nella forma come si è strutturata gerarchicamente, appare come una creazione dell’Occidente. Questo è innegabile. Dietro a tutto, c’è il diritto romano classico, il potere degli imperatori con i suoi simboli, riti e modalità di esercizio del potere accentrati in un’autorità massima, il papa, «con potestà ordinaria, massima, piena, immediata e universale» (canone 331), attributi che, in verità, spetterebbero solo a Dio. A ciò si aggiunge la sua infallibilità in materia di fede e morale. Non si potrebbe andare oltre. Papa Francesco si è consapevolmente allontanato da questo paradigma e ha iniziato a inaugurare un altro modello di Chiesa semplice e povera in uscita per il mondo. Questo non ha nulla a che vedere con il Gesù storico, povero, predicatore di un sogno assoluto, il Regno di Dio e critico severo di ogni potere. Ma è proprio quello che è successo: con l’erosione dell’Impero romano, i cristiani, diventati Chiesa con un alto senso morale, si sono fatti carico della riorganizzazione dell’Impero romano che ha attraversato secoli. Ma questa è una creazione della cultura occidentale. Il messaggio originario di Gesù, il suo Vangelo, non si esaurisce né si identifica con questo tipo di incarnazione, perché il messaggio di Gesù è quello di una totale apertura a Dio come Abba (Padre caro), di misericordia illimitata, di amore incondizionato persino per i nemici, di compassione per coloro che sono caduti lungo le strade della vita e di vita come servizio agli altri. L’attuale papa Leone XIV non sarà immune a questa sfida. Vogliamo vedere e sostenere il suo coraggio e la sua forza nell’affrontare i tradizionalisti e nel compiere passi in quella direzione. Una grande, immensa sfida per qualsiasi papa è relativizzare questo modo di organizzare il cristianesimo affinché possa acquisire nuovi volti nelle diverse culture umane. Papa Francesco ha compiuto grandi passi in questa direzione. L’attuale nuovo papa ha accennato a questo dialogo nel suo discorso inaugurale. Finché non ci muoveremo con fermezza verso questa de-occidentalizzazione, per molti paesi il cristianesimo sarà sempre una cosa dell’Occidente. È stato complice della colonizzazione dell’Africa, delle Americhe e dell’Asia e ancora oggi è visto così dalle intelligenze dei paesi che furono colonizzati. Un’altra sfida non meno importante è la de-patriarcalizzazione della Chiesa. Ne abbiamo già parlato sopra. Nella guida della Chiesa ci sono solo uomini, celibi e ordinati con il sacramento dell’Ordine (da sacerdote a papa). Il fattore patriarcale è visibile nella negazione alle donne del sacramento dell’Ordine. Loro costituiscono, di gran lunga, la maggioranza dei fedeli e sono le madri e le sorelle dell’altra metà, degli uomini della Chiesa e dell’umanità. Questa esclusione maschilista fa male al corpo ecclesiastico e mette in discussione l’universalità della Chiesa. Fintanto che non si apre alla possibilità per le donne, come è accaduto in quasi tutte le chiese, di accedere al sacerdozio, si dimostra il suo radicato patriarcato, segno di una cultura occidentale sempre più un accidente nella storia universale. Oltre a ciò, l’obbligo di mantenere il celibato (convertito in legge) rende ancora più radicale il carattere patriarcale, favorendo l’anti-femminismo che si nota in alcuni strati della gerarchia ecclesiastica. Poiché si tratta solo di una legge umana e storica e non divina, nulla impedisce che venga abolita e che venga consentito il celibato facoltativo. Queste e molte altre sfide dovranno essere affrontate dal nuovo papa, mentre nella coscienza dei fedeli cresce sempre più il senso evangelico della partecipazione (la sinodalità) e dell’uguaglianza in dignità e diritti di tutti gli esseri umani, uomini e donne. Perché dovrebbe essere diverso nella Chiesa cattolica? Queste riflessioni vogliono essere una sfida permanente da essere affrontata da chi è stato scelto per il servizio più alto per animare la fede e orientare i cammini della comunità cristiana, come la figura del papa. Verrà il tempo in cui la forza di questi cambiamenti diventerà così esigente che essi si realizzeranno. Allora sarà una nuova primavera della Chiesa, che diventerà tanto più universale quanto più si farà carico di questioni universali e offrirà il suo contributo per risposte umanizzanti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo De-occidentalizzare e de-patriarcalizzare la Chiesa proviene da Comune-info.
May 13, 2025
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