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Le donne e la lezione iraniana
ALLA FINE DEGLI ANNI SETTANTA, LE DONNE FURONO DECISIVE NELLA LOTTA CONTRO LO SCIÀ. LA RIVOLUZIONE PROMETTEVA LIBERTÀ, MA LA NEONATA REPUBBLICA ISLAMICA COSTRUÌ RAPIDAMENTE UN ORDINE FONDATO SUL CONTROLLO DEI LORO CORPI. TUTTAVIA IL MOVIMENTO FEMMINILE IRANIANO NON SI È FERMATO: LO SLOGAN “DONNA, VITA, LIBERTÀ” È FRUTTO DI QUEL MOVIMENTO CHE OGGI ESPRIME UNA CONSAPEVOLEZZA IMPORTANTE CHE NON RIGUARDA SOLO L’IRAN: NEI MOMENTI DI CRISI, LE DONNE SONO IL MOTORE DEI COMPLESSI E CONTRADDITTORI PROCESSI DI CAMBIAMENTO MA QUANDO QUESTI COMINCIANO A PRENDERE FORMA SONO LE PRIME A ESSERE SACRIFICATE. DI CERTO OGGI IN IRAN, ACCANTO ALLE FIGURE PIÙ NOTE, ESISTE UNA MOLTITUDINE DI DONNE IN LOTTA: È QUESTA DIMENSIONE DIFFUSA A RENDERE IL MOVIMENTO CAPACE DI AGIRE ALLA RADICE DEI PROBLEMI MA ALLO STESSO TEMPO È CIÒ CHE LO ESPONE AL RISCHIO DI ESSERE CAVALCATO E RACCONTATO DA ALTRI C’è una costante nella storia contemporanea dell’Iran che attraversa le generazioni e che oggi torna a interrogare il mondo: nei momenti di crisi, le donne sono il motore del cambiamento; quando però il cambiamento prende forma, sono le prime a essere sacrificate. Non è una deriva accidentale, ma una dinamica politica deliberata che oggi molte iraniane temono possa ripetersi. Alla fine degli anni Settanta, le donne furono decisive nella lotta contro lo Scià. La rivoluzione prometteva libertà, ma la neonata Repubblica Islamica costruì rapidamente un ordine fondato sul controllo dei loro corpi. L’obbligo del velo viene reintrodotto e magistrate come Shirin Ebadi, giudice stimata, vennero estromesse perché una donna non poteva giudicare un uomo. La rivoluzione si era compiuta, ma i diritti delle donne non erano più una priorità. Da allora il movimento femminile iraniano non si è mai fermato. Le donne hanno continuato a sfidare il sistema dall’interno, pagando spesso con la prigione, la censura, l’isolamento. In questo periodo si colloca l’attivismo di Narges Mohammadi, che ha denunciato la repressione e la tortura, trasformando l’esperienza del carcere in testimonianza politica. Con l’uccisione di Mahsa Amini, nel settembre 2022, qualcosa si spezza in modo irreversibile. Il corpo di una giovane donna arrestata per un hijab “indossato male” diventa il punto di non ritorno. Il rifiuto dell’obbligo del velo non è più un gesto simbolico, ma una contestazione dell’intero impianto patriarcale dello Stato. Lo slogan “Donna, Vita, Libertà” esprime una consapevolezza nuova: senza libertà per le donne non esiste una vita degna, e senza vita degna non esiste una società giusta. Le donne guidano le proteste, si espongono in prima persona, trasformano la disobbedienza quotidiana in atto politico. Accanto alle figure più note esiste però una moltitudine di donne senza nome pubblico: è questa dimensione diffusa a rendere il movimento radicale e, allo stesso tempo, esposto al rischio di essere raccontato e deciso da altri. La forza sta nella coralità. Oggi la preoccupazione più profonda non riguarda soltanto la repressione, ma ciò che potrebbe venire dopo. Molte donne iraniane temono che i loro diritti vengano ancora una volta considerati negoziabili o rinviabili. Alcune attiviste iraniane costrette all’anonimato mettono in guardia (in un articolo pubblicato da La Stampa l’11 gennaio 2026) proprio da questo rischio. Una di loro osserva che le donne hanno tenuto aperta la frattura nel sistema per anni, ma che ora, proprio mentre si immagina un “dopo”, quella centralità rischia di scomparire dal discorso pubblico. Non è una sensazione vaga, ma un copione già visto. Questa lezione, però, non si ferma ai confini di Teheran. Parla di un modello di potere che sta riemergendo con forza anche in Occidente: un potere che disprezza il diritto, riduce le istituzioni a un palcoscenico per l’ego del leader e considera i diritti civili come concessioni revocabili o moneta di scambio. L’esempio più emblematico di questa deriva è Donald Trump. Mentre si propone oggi come il “liberatore” pronto a decidere le sorti dell’Iran, la sua storia politica racconta una verità opposta. Non può esserci credibilità nel difendere le donne iraniane quando, in patria, si è lavorato sistematicamente per mettere i diritti femminili ai margini, smantellando garanzie storiche sulla salute riproduttiva e alimentando una retorica che calpesta la dignità delle donne. Il paradosso è brutale: un leader con un passato segnato da ombre profonde nel rapporto con il genere femminile pretende di ergersi a paladino di un movimento che fa dell’autodeterminazione il suo cuore pulsante. Ma il “patriarca” che decide dall’alto, che usa i diritti come strumento di propaganda e che mette la propria morale personale al di sopra della legge, è fatto della stessa sostanza di ciò che le iraniane combattono nelle piazze. Quando il potere assume questo volto, i diritti delle donne diventano la prima moneta di scambio in ogni trattativa. La voce delle iraniane, dunque, riguarda tutti noi: ci avverte che affidare la propria liberazione a chi ha calpestato i diritti in casa propria è un’illusione pericolosa. Perché le donne non sono una parentesi della storia. E ogni democrazia che le tratta come tali — o che delega il loro destino al “patriarca” di turno — ha già sancito il proprio fallimento morale e politico. -------------------------------------------------------------------------------- Leggi anche questo articolo del collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano Roja: > Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le donne e la lezione iraniana proviene da Comune-info.
Trasformare noi stessi
MOLESTIE SESSUALI E BULLISMO SONO PROBLEMI LEGATI A SISTEMI RADICATI COME IL CAPITALISMO E IL PATRIARCATO. LA POLITICA ISTITUZIONALE NON VUOLE INTERVENIRE, MA ANCHE QUANDO LO VUOLE NON È IN GRADO DI FARLO PERCHÉ NON PREVEDE IL COINVOLGIMENTO VERO DEGLI INDIVIDUI. ABBIAMO BISOGNO DI UNA POLITICA CHE SAPPIA ANDARE ALLE RADICI. “IL MALE CONSISTE IN STRUTTURE DI OPPRESSIONE E DISUGUAGLIANZA CHE NOI STESSI INCARNIAMO… – SCRIVE AMADOR FERNÁNDEZ-SAVATER – SOLO ASSUMENDO IL NOSTRO COINVOLGIMENTO PER TRASFORMARE NOI STESSI E, INSIEME AD ALTRI SOGGETTI IMPEGNATI, TRASFORMARE LE STRUTTURE CHE CAUSANO DANNO E GLI STILI DI VITA CHE LE SOSTENGONO, POSSIAMO MODIFICARE CIÒ CHE OGGI APPARE IMMUTABILE….” Foto di Maschile plurale -------------------------------------------------------------------------------- Viviamo in una società immutabile? Ascoltando le notizie sulla politica nazionale attuale – in particolare sui casi di molestie sessuali, bullismo e corruzione – credo che nessuno dei problemi riportati nelle notizie abbia una soluzione nell’attuale quadro politico. Perché? Non solo perché si tratta di problemi strutturali, legati a sistemi radicati come il capitalismo o il patriarcato, ma anche perché queste strutture sono sostenute e riprodotte negli stili di vita, nei comportamenti e nelle abitudini quotidiane delle persone. In altre parole, le strutture oggettive esistono anche all’interno e in quanto soggettività; sono riprodotte soggettivamente. Pertanto, non possono essere semplicemente modificate “dall’esterno”; deve esserci un profondo cambiamento soggettivo. Ma la politica convenzionale non può, non vuole o non sa nulla di come intervenire a quel livello. Quando la gestione politica prende in considerazione uno di questi problemi e vuole fare qualcosa al riguardo – cosa che non accade molto spesso – implementa, ad esempio, come vediamo oggi, protocolli di controllo, meccanismi sanzionatori o campagne informative. Il problema è questo: in nessuno di questi casi sono coinvolti gli individui. Il protocollo viene applicato indiscriminatamente, la punizione viene imposta dall’esterno e la campagna trasmette ciò che è “moralmente corretto” senza aprire uno spazio di dialogo. Si tratta di processi automatici, meccanismi senza soggetto: non hanno bisogno che nessuno agisca, si preoccupi o pensi con la propria testa. È sufficiente che le persone obbediscano, temano le conseguenze e interiorizzino ciò che è “corretto”. Cambia qualcosa in questo modo? Nella migliore delle ipotesi, queste misure limitano o contengono il danno. Nello scenario più comune, lo stesso comportamento si ripresenta sotto un’altra forma. Il molestatore impara a non lasciare traccia, il funzionario corrotto impara a coprire meglio le proprie tracce, il sessista impara a manipolare il linguaggio con il politicamente corretto. Il male non si trasforma: viene spostato, nascosto o adattato alla norma. In ogni caso, è più o meno la stessa cosa. Qualsiasi misura che non tenga conto degli individui – del loro coinvolgimento, dei loro pensieri, del loro senso di responsabilità – è più o meno la stessa cosa. Non affronta il comportamento fondamentale che perpetua il problema. Il problema diventa un circolo vizioso e la situazione diventa immutabile. Nessuno sa niente, nessuno conosce nessuno, nessuno è responsabile Questi casi vengono sbandierati sui giornali, colpendo profondamente i partiti politici, ma nessuno sa niente, nessuno conosce nessuno, nessuno è responsabile. Come dicevano ridendo gli affascinanti prigionieri del film Le ali della libertà: “Qui siamo tutti innocenti”. La politica convenzionale è una guerra di potere. La responsabilità è fuori luogo: mostrerebbe debolezza, fornirebbe munizioni all’avversario, cederebbe terreno. In questo campo di battaglia, ogni parola viene letta come un’arma, ogni accettazione di responsabilità come una sconfitta, ogni critica come un punto debole. Si tratta di difendere e attaccare in una lotta in cui la verità non conta. Il male è sempre un problema altrui: un’eccezione, una falla nel sistema, “qualche mela marcia”. Viene individuato, considerato un’anomalia, relegato all’esterno. Non ci si pensa, non se ne parla, non gli si dà un nome. Il risultato, lungi dal silenzio, è un rumore costante: “Anche tu”, “Te l’avevo detto”, “Questi sono casi isolati”. Le misure adottate non mirano ad affrontare i problemi, ma a mettere a tacere lo scandalo, ripristinare la normalità e riprendere il controllo dell’agenda. L’obiettivo non è affrontare il male, ma esternarlo, rimuoverlo dalla scena e far sì che tutto proceda senza intoppi. Nessun tipo di analisi critica dei problemi è possibile in questo quadro. Parole genuine, gesti di coinvolgimento e pensieri significativi sono inefficaci, non aggiungono potere e non aiutano a vincere la narrazione. Il male, escluso dal pensiero, non scompare, ma ritorna nella realtà. Una responsabilità radicale Ci sono problemi che non possono essere “risolti”, ma possono essere trasformati. Trasformare un problema significa affrontarlo, e per affrontarlo è necessario assumersene la responsabilità. Significa essere coinvolti, impegnati e responsabili. La responsabilità richiede un approccio non strategico, non basato sulla logica di attacco e difesa nella lotta per il potere, ma su una verità soggettiva. Una verità che ci tocca, ci riguarda, ci commuove. I politici convenzionali vivono in un regime in cui questa verità non può esistere: potrebbe esserci un destino peggiore? Il filosofo Günther Anders ha proposto una forma insolita e radicale di responsabilità, distinta dalla nozione di innocenza o colpevolezza giudiziaria: l’appropriazione di ciò in cui si è coinvolti e invischiati, a cui si partecipa anche se non si vuole o non si decide di farlo. Anders distingue quindi chiaramente tra responsabilità e colpa, tra il piano etico-politico e quello giudiziario, la cui confusione ci lascia oggi intrappolati in un’alternativa fatale: o sono innocente (e allora non c’è più nulla a cui pensare), o sono colpevole (e a questo pensa il sistema penale). La responsabilità, d’altra parte, riguarda il coinvolgimento, l’intervento, la presa di responsabilità. Non attraverso gesti vani, lacrime di coccodrillo e altri gesti vuoti, ma attraverso azioni molto concrete: pensare, elaborare, rispondere. In altre parole, trasformare. Questa nozione di responsabilità può essere applicata a molti ambiti. Ad esempio: uomini che, senza essere accusati, decidono di riflettere su cosa significhi essere un uomo e in quale tipo di struttura siano intrappolati, anche se non lo vogliono o non l’hanno scelto, su come questo porti alla partecipazione a privilegi e violenza, e su cosa si possa fare al riguardo. Non si tratta di uomini che “si difendono”, che si limitano a dichiarare la propria innocenza (non tutti gli uomini), o che cambiano superficialmente il proprio comportamento quando si sentono rimproverati, ma piuttosto di uomini che si pongono domande significative, riflettono e sviluppano la propria etica delle relazioni e si danno una nuova educazione emotiva. Questa responsabilità è “radicale” perché va alla radice, a ciò che sostiene le strutture che vogliamo cambiare: noi stessi, come soggetti coinvolti. In questo atto di coinvolgimento, di assunzione di responsabilità per coloro che si sentono toccati da qualcosa, risiede l’unica via d’uscita possibile dallo status quo, l’inizio di una risposta diversa, sorprendente, trasformativa. Il male non è qualcosa che accade agli altri, un’eccezione, una falla nel sistema; consiste in strutture di oppressione e disuguaglianza che noi stessi incarniamo: le facciamo nostre. Questo male, quindi, permea stili di vita, relazioni e godimento, e non si trasforma automaticamente, per decreto, protocollo, punizione o moralismo, senza la nostra attivazione come soggetti. I meccanismi di controllo – protocollo, punizione, informazione – non toccano il cuore di nulla; al massimo, contengono il male fino alla prossima volta. Politica convenzionale. Solo assumendo il nostro coinvolgimento per trasformare noi stessi e, insieme ad altri soggetti impegnati, trasformare le strutture che causano danno e gli stili di vita che le sostengono, possiamo modificare ciò che oggi appare immutabile. Politica radicale. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Ctxt.es con il titolo El bucle de la política española y la responsabilidad radical -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trasformare noi stessi proviene da Comune-info.
Quel consenso dato per scontato
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 22 novembre 2025. Foto di Patrizia Piras -------------------------------------------------------------------------------- La proposta di modifica dell’articolo 609-bis del codice penale in materia di violenza sessuale e di libera manifestazione del consenso, come noto, è stata approvata alla Camera e ora bloccata in Senato dalla Lega. Pur tenendo conto delle difficoltà che avrà l’applicazione della legge nell’azione processuale il suo valore simbolico resta innegabile. Dire infatti che senza il consenso della donna si è difronte a uno stupro significa mettere in discussione un pregiudizio di fondo della misoginia che abbiamo ereditato: quello che ha visto la donna come “la sessualità dell’uomo oggettivata”, “la sua colpa divenuta carne”. Solo rinunciando alle sue “intenzioni immorali verso di lui’, la donna può restituire l’uomo al suo “Io migliore”. Chi scrive questo è il giovane filosofo viennese Otto Weininger, morto suicida a ventitré anni, dopo aver pubblicato la sua tesi di laurea “Sesso e carattere” nel 1903. Ma attraverso di lui è tutta la cultura greco romana cristiana che parla, in quel fondamento sessista, razzista e classista, che ha visto la donna come la “maledizione” dell’uomo, la “tenebra materna” che lo vincola alle sue radici biologiche, pulsionali, al corpo e alle sue passioni più violente e degradanti. Pretendere che nella sessualità ci sia “il consenso libero e attuale” della donna vuol dire perciò intaccare alla radice l’idea che, detto volgarmente, nel caso di un’aggressione o di uno stupro, “è lei che se l’è cercata”, e che perciò “ha goduto”, lo ha desiderato. In altre parole: il consenso della donna donna è dato per scontato, perché la donna, nell’immaginario maschile trasmesso per generazioni dalla cultura dominante, è per sua “natura” essenzialmente “sessualità”. Il suo unico desiderio è il coito, essere posseduta. Della misoginia, tuttora presente nei rapporti personali, intimi, così come nelle istituzioni della vita pubblica, nelle leggi e nell’azione giudiziaria, gli esempi non mancano. Si può aggiungere che, in alcuni casi, come nel giovane filosofo viennese, gli uomini stessi ne sono vittime. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO: > Ogni chiave agitata tra le mani è una promessa -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quel consenso dato per scontato proviene da Comune-info.
Altro che vergine infantile e fragile
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Teresa Forcades da molti anni apre crepe nella relazione tra libertà e fede. Monaca benedettina catalana, medico, teologa femminista, nel suo ultimo libro, Queer Mary (Castelvecchi), propone una lettura teologica e biblica di Maria di Nazareth che ribalta molti stereotipi secolari. Ragionando sul futuro dell’esperienza cristiana, invece di partire da Maria madre fedele e paziente rimette al centro il Magnificat, il cantico raccolto nel Vangelo di Luca con il quale la giovane donna palestinese ringrazia Dio perché si schiera con il popolo oppresso: “rovescia i potenti dai troni”, “esalta gli umili”, “lascia i ricchi a mani vuote”. La gioia del suo canto non è solo per sé, ma per tutto il popolo. Una voce potente: del resto, anche se la tradizione cattolica, fortemente intrisa ancora oggi di patriarcato, si è inventata e ha esaltato Maria donna silenziosa, spiega Forcades, se si prendono in considerazione il numero di parole pronunciate, solo Giovanni Battista e Zaccaria superano Maria, se si prendono in considerazioni le azioni compiute, è invece superata solo da Pietro. A Maria è successo quel che accade a molte donne: “le sue parole sono sottovalutate…”. C’è un altro momento molto significativo in cui Maria prende parola, quando insieme a Giuseppe ritrova il giovanissimo Gesù discutere al tempio. In pubblico sarebbe dovuto intervenire soltanto il padre, invece Maria agisce senza dipendere dall’uomo: “Giuseppe non è affatto annullato, ma è dislocato rispetto al posto di dominio”. In realtà tutto il messaggio cristiano, osserva la teologa femminista, è un invito a non considerare il maschile o il femminile più importante dell’altro. La monaca benedettina parla di “de-essenzializzare il binarismo sessuale”. In questo orizzonte, l’interazione tra lo Spirito Santo e Maria non è tra un principio maschile e un principio femminile, ma l’interazione di due libere volontà, quella di Dio e quella di Maria. Insomma, abbracciare il cristianesimo è vivere in pieno la nostra umanità e scoprire una chiamata alla queerness che non esclude mai nessuno. Altro che vergine infantile e fragile, come viene ancora oggi per lo più rappresentata Maria. Non solo: il concepimento senza peccato originale, secondo Forcades, dimostra che ogni persona può sempre vivere esperienze di riscatto e liberazione. Anche la “dichiarazione dell’Assunzione di Maria al cielo con corpo e anima equivale a dichiarare che il suo modo di vivere la sua identità personale sulla Terra era completamente libero”. Maria non ha avuto paura, ha vissuto un’apparente inaudita reciprocità con Dio, tanto da accoglierlo come padre ma anche come figlio, cioè come colui che riceve. “In questo senso, è appropriato affermare che l’esperienza cristiana del XXI secolo sarà mariana, o non sarà”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Altro che vergine infantile e fragile proviene da Comune-info.
De-occidentalizzare e de-patriarcalizzare la Chiesa
SECONDO LEONARDO BOFF, INSIEME ALLA POVERTÀ E ALLA QUESTIONE ECOLOGICA, SONO DUE LE PRINCIPALI SFIDE PER IL NUOVO PAPA: LA DE-OCCIDENTALIZZARE E LA DE-PATRIARCALIZZARE DELLA CHIESA. GLI ANNI VISSUTI CON I POVERI DEL PERÙ, DOVE CON GUSTAVO GUTIÉRREZ È NATA E SI È SVILUPPATA LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE, POTREBBERO RIVELARSI DECISIVI Contadini del Perù, un paese dominato dall’estrattivismo. Foto di desinformemonos.org -------------------------------------------------------------------------------- Confesso che sono rimasto sorpreso dalla nomina del cardinale nordamericano-peruviano Prevost al supremo pontificato della Chiesa. Ciò per mia ignoranza. In seguito, quando mi sono informato meglio, guardando i video su Youtube e i suoi discorsi tra la gente, stando in mezzo a un’alluvione in una città peruviana e la sua particolare attenzione per la popolazione indigena (la maggioranza dei peruviani), ho capito che lui può davvero essere la garanzia di continuità con l’eredità di papa Francesco. Non avrà il suo carisma, ma sarà se stesso, più riservato e timido ma molto coerente con le sue posizioni sociali, comprese le critiche al presidente Trump e al suo vice. Non a caso papa Francesco lo ha chiamato dalla sua diocesi dei poveri in Perù e lo ha chiamato a ricoprire un ruolo importante nell’amministrazione del Vaticano. Leone XIV ha vissuto gran parte della sua vita fuori dagli Stati Uniti, per molti anni come missionario e poi come vescovo in Perù, dove certamente ha acquisito una vasta esperienza di un’altra cultura e della difficile situazione sociale povera della maggior parte della popolazione. Confessò esplicitamente di essersi identificato con quelle persone al punto di naturalizzarsi peruviano. Il suo primo discorso al pubblico è stato contro le mie aspettative iniziali. È stato un discorso pio e rivolto all’interno della Chiesa. Non è stata citata la parola “poveri”, tanto meno liberazione, minacce alla vita e il grido ecologico. Il tema forte è stato la pace, in particolare “disarmata e disarmante”, una critica delicata a quanto sta accadendo oggi in modo drammatico, come la guerra in Ucraina e il genocidio, a cielo aperto, di migliaia di bambini e civili innocenti nella Striscia di Gaza. È sembrato che gli atri temi non fossero nella coscienza del nuovo papa. Ma credo che torneranno presto anche quelli, perché tali tragedie erano così forti nei discorsi di papa Francesco, suo grande amico, che devono ancora risuonare nelle orecchie del nuovo papa. Papa Francesco, in quanto gesuita, aveva un raro senso della politica e dell’esercizio del potere, attraverso il famoso “discernimento dello spirito”, una categoria centrale della spiritualità di Sant’Ignazio. La mia supposizione è che egli ha visto nel cardinale Prevost un suo possibile successore. Non apparteneva alla vecchia e già decadente cristianità europea, proveniva dal Grande Sud, con un’esperienza pastorale e teologica maturata nella periferia della Chiesa, nel suo caso il Perù, dove con Gustavo Gutiérrez è nata e si è sviluppata la teologia della liberazione (leggi anche L’impronta indelebile di Gustavo Gutiérrez, icona della teologia della liberazione). Sicuramente, con il suo modo di fare gentile e la sua predisposizione all’ascolto e al dialogo, porterà avanti le sfide assunte e le innovazioni affrontate da papa Francesco, che non è il caso qui di elencarle. Ma, dal mio punto di vista, ci saranno altre sfide, mai prese sul serio dagli interventi dei papi precedenti: come de-occidentalizzare e de-patriarcalizzare la Chiesa cattolica di fronte alla nuova fase dell’umanità. Essa è caratterizzata dalla mondializzazione dell’umanità (non solo in senso economico, ora turbato da Trump) che, anzi, si sta realizzando a ritmi sempre più rapidi in termini politici, sociali, tecnologici, filosofici e spirituali. In questo processo accelerato, la Chiesa Cattolica nella sua istituzionalizzazione e nella forma come si è strutturata gerarchicamente, appare come una creazione dell’Occidente. Questo è innegabile. Dietro a tutto, c’è il diritto romano classico, il potere degli imperatori con i suoi simboli, riti e modalità di esercizio del potere accentrati in un’autorità massima, il papa, «con potestà ordinaria, massima, piena, immediata e universale» (canone 331), attributi che, in verità, spetterebbero solo a Dio. A ciò si aggiunge la sua infallibilità in materia di fede e morale. Non si potrebbe andare oltre. Papa Francesco si è consapevolmente allontanato da questo paradigma e ha iniziato a inaugurare un altro modello di Chiesa semplice e povera in uscita per il mondo. Questo non ha nulla a che vedere con il Gesù storico, povero, predicatore di un sogno assoluto, il Regno di Dio e critico severo di ogni potere. Ma è proprio quello che è successo: con l’erosione dell’Impero romano, i cristiani, diventati Chiesa con un alto senso morale, si sono fatti carico della riorganizzazione dell’Impero romano che ha attraversato secoli. Ma questa è una creazione della cultura occidentale. Il messaggio originario di Gesù, il suo Vangelo, non si esaurisce né si identifica con questo tipo di incarnazione, perché il messaggio di Gesù è quello di una totale apertura a Dio come Abba (Padre caro), di misericordia illimitata, di amore incondizionato persino per i nemici, di compassione per coloro che sono caduti lungo le strade della vita e di vita come servizio agli altri. L’attuale papa Leone XIV non sarà immune a questa sfida. Vogliamo vedere e sostenere il suo coraggio e la sua forza nell’affrontare i tradizionalisti e nel compiere passi in quella direzione. Una grande, immensa sfida per qualsiasi papa è relativizzare questo modo di organizzare il cristianesimo affinché possa acquisire nuovi volti nelle diverse culture umane. Papa Francesco ha compiuto grandi passi in questa direzione. L’attuale nuovo papa ha accennato a questo dialogo nel suo discorso inaugurale. Finché non ci muoveremo con fermezza verso questa de-occidentalizzazione, per molti paesi il cristianesimo sarà sempre una cosa dell’Occidente. È stato complice della colonizzazione dell’Africa, delle Americhe e dell’Asia e ancora oggi è visto così dalle intelligenze dei paesi che furono colonizzati. Un’altra sfida non meno importante è la de-patriarcalizzazione della Chiesa. Ne abbiamo già parlato sopra. Nella guida della Chiesa ci sono solo uomini, celibi e ordinati con il sacramento dell’Ordine (da sacerdote a papa). Il fattore patriarcale è visibile nella negazione alle donne del sacramento dell’Ordine. Loro costituiscono, di gran lunga, la maggioranza dei fedeli e sono le madri e le sorelle dell’altra metà, degli uomini della Chiesa e dell’umanità. Questa esclusione maschilista fa male al corpo ecclesiastico e mette in discussione l’universalità della Chiesa. Fintanto che non si apre alla possibilità per le donne, come è accaduto in quasi tutte le chiese, di accedere al sacerdozio, si dimostra il suo radicato patriarcato, segno di una cultura occidentale sempre più un accidente nella storia universale. Oltre a ciò, l’obbligo di mantenere il celibato (convertito in legge) rende ancora più radicale il carattere patriarcale, favorendo l’anti-femminismo che si nota in alcuni strati della gerarchia ecclesiastica. Poiché si tratta solo di una legge umana e storica e non divina, nulla impedisce che venga abolita e che venga consentito il celibato facoltativo. Queste e molte altre sfide dovranno essere affrontate dal nuovo papa, mentre nella coscienza dei fedeli cresce sempre più il senso evangelico della partecipazione (la sinodalità) e dell’uguaglianza in dignità e diritti di tutti gli esseri umani, uomini e donne. Perché dovrebbe essere diverso nella Chiesa cattolica? Queste riflessioni vogliono essere una sfida permanente da essere affrontata da chi è stato scelto per il servizio più alto per animare la fede e orientare i cammini della comunità cristiana, come la figura del papa. Verrà il tempo in cui la forza di questi cambiamenti diventerà così esigente che essi si realizzeranno. Allora sarà una nuova primavera della Chiesa, che diventerà tanto più universale quanto più si farà carico di questioni universali e offrirà il suo contributo per risposte umanizzanti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo De-occidentalizzare e de-patriarcalizzare la Chiesa proviene da Comune-info.