Se la paura diventa governo

Comune-info - Tuesday, February 3, 2026

Ci sono domande che non ci poniamo perché sappiamo la riposta e siamo abituati ad accettarla. Perché, ad esempio, Giorgia Meloni è corsa in ospedale da un poliziotto ed è rimasta in silenzio davanti ai tanti morti in mare di questi giorni? Poi ci sono scelte di cui abbiamo un gran bisogno, ma che abbracciamo con difficoltà perché richiedono uno sforzo collettivo per essere accolte. Scrive Emilia De Rienzo: “Forse la vera resistenza oggi non sta nel gridare più forte, ma nel saper ancora sostare nel dubbio… La democrazia non ha bisogno di leader forti, ma di cittadini svegli. Non ha bisogno di lucchetti, ma di spazi di discussione… oltre il perimetro della paura. Forse è proprio questo che dà fastidio: non la violenza…”

Carnevale sociale promosso da Askatasuna a Vanchiglia, quartiere di Torino

C’è una regola non scritta nella gestione del consenso: estrarre il particolare per condannare l’universale. I fatti violenti di Torino vanno sicuramente condannati. Ma fermarsi lì significa accettare un racconto parziale, e quindi falso. È la strategia del “fermo immagine”: si isola il gesto di un singolo per oscurare una piazza intera che chiede diritti, riducendo la democrazia a una questione di ordine pubblico.

La gerarchia del dolore

In questo scenario, la narrazione procede per corsie preferenziali. Perché Giorgia Meloni corre in ospedale da un poliziotto e resta in silenzio davanti alle violenze nei confronti di manifestanti pacifici? E ai tanti morti in mare di questi giorni? Perché la solidarietà istituzionale è diventata selettiva, unilaterale, gerarchica?

Questa è la visione del mondo che ci viene imposta: un’idea di società dove non tutte le vite hanno lo stesso peso politico. Se indossi una divisa, sei lo stato; se sei un migrante o un giovane che grida il suo dissenso, sei un “carico residuale” o un nemico interno.

L’empatia è diventata un premio che il potere concede solo a chi gli obbedisce, mentre la crudeltà del silenzio avvolge chiunque sfugga al controllo.

L’Illusione del leader forte

I dati di oggi ci dicono che il 57 per cento degli italiani cerca un “leader forte” (fonte). Non è una novità, ma la conferma di un’inquietudine profonda che viene da lontano. In un mondo precario, identificarsi con uno Stato che “picchia duro” dà un senso illusorio di sicurezza.

Ma la domanda di un leader forte non è un segno di salute; è il sintomo di una solitudine collettiva. Si crea il mostro, si alza il volume della paura e infine si vende la repressione come protezione.

Così, il conflitto viene criminalizzato e i centri sociali diventano bersagli facili, mentre realtà come CasaPound vengono tollerate. Perché? Perché il neofascismo non mette in discussione la gerarchia del potere; il dissenso autogestito, invece, mostra che esistono forme di partecipazione non addomesticate. E questo fa paura più della violenza stessa.

Nella mia esperienza con i ragazzi, ho imparato che la punizione fine a se stessa rende solo più violenti. Se un allievo sbagliava, l’espulsione segnava il fallimento di entrambi. Ma se ti fermavi, se rinunciavi al ruolo di giudice per sederti accanto a lui e chiedergli il motivo di quella rabbia, allora — e solo allora — si apriva il dialogo. Oggi lo Stato ha smesso di essere educatore. Si comporta come un insegnante autoritario che ha sostituito la parola con il registro dei cattivi.

Chiedere “perché” non significa giustificare la violenza, significa assumersi la responsabilità di un cammino comune. Una società che espelle i suoi figli invece di interrogarne il malessere è una società che ha smesso di crescere.

Il dubbio come atto di resistenza

Forse la vera resistenza oggi non sta nel gridare più forte, ma nel saper ancora sostare nel dubbio. Mentre i commenti feroci sui social cercano colpevoli da linciare, noi dobbiamo avere il coraggio di restare nel campo dell’umano.

La democrazia non ha bisogno di leader forti, ma di cittadini svegli. Non ha bisogno di lucchetti, ma di spazi di discussione. Restare umani significa proprio questo: rifiutare la soluzione facile della forza e continuare a cercare, ostinatamente, il senso della giustizia oltre il perimetro della paura.

Forse è proprio questo che dà fastidio: non la violenza.

Emilia De Rienzo, insegnante e formatrice, vive a Torino. Fa parte di Comune da oltre dieci anni (i suoi articoli sono leggibili qui).

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