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Paura per la Terza Guerra Mondiale ma pochi consensi alla corsa al riarmo
Sono assai interessanti e rivelatori i risultati di un sondaggio condotto da Politico negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Gran Bretagna, Canada su 10.289 persone e presentato alla vigilia della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. Secondo il sondaggio, il 46% degli statunitensi e il 43% dei britannici credono che la […] L'articolo Paura per la Terza Guerra Mondiale ma pochi consensi alla corsa al riarmo su Contropiano.
February 15, 2026
Contropiano
Meloni e la democrazia dell’obbedienza in marcia
Articoli di Mario Sommella, Franco Astengo e Umberto Franchi. Democrazia a ritroso e verità sotto assedio: come la regressione diventa un metodo di governo La regressione democratica non arriva come un golpe con i carri armati. Arriva come una ristrutturazione silenziosa: si cambiano le serrature, si spostano le porte, si restringono i corridoi. Un giorno ti accorgi che la casa
February 8, 2026
La Bottega del Barbieri
Se la paura diventa governo
CI SONO DOMANDE CHE NON CI PONIAMO PERCHÉ SAPPIAMO LA RIPOSTA E SIAMO ABITUATI AD ACCETTARLA. PERCHÉ, AD ESEMPIO, GIORGIA MELONI È CORSA IN OSPEDALE DA UN POLIZIOTTO ED È RIMASTA IN SILENZIO DAVANTI AI TANTI MORTI IN MARE DI QUESTI GIORNI? POI CI SONO SCELTE DI CUI ABBIAMO UN GRAN BISOGNO, MA CHE ABBRACCIAMO CON DIFFICOLTÀ PERCHÉ RICHIEDONO UNO SFORZO COLLETTIVO PER ESSERE ACCOLTE. SCRIVE EMILIA DE RIENZO: “FORSE LA VERA RESISTENZA OGGI NON STA NEL GRIDARE PIÙ FORTE, MA NEL SAPER ANCORA SOSTARE NEL DUBBIO… LA DEMOCRAZIA NON HA BISOGNO DI LEADER FORTI, MA DI CITTADINI SVEGLI. NON HA BISOGNO DI LUCCHETTI, MA DI SPAZI DI DISCUSSIONE… OLTRE IL PERIMETRO DELLA PAURA. FORSE È PROPRIO QUESTO CHE DÀ FASTIDIO: NON LA VIOLENZA…” Carnevale sociale promosso da Askatasuna a Vanchiglia, quartiere di Torino -------------------------------------------------------------------------------- C’è una regola non scritta nella gestione del consenso: estrarre il particolare per condannare l’universale. I fatti violenti di Torino vanno sicuramente condannati. Ma fermarsi lì significa accettare un racconto parziale, e quindi falso. È la strategia del “fermo immagine”: si isola il gesto di un singolo per oscurare una piazza intera che chiede diritti, riducendo la democrazia a una questione di ordine pubblico. La gerarchia del dolore In questo scenario, la narrazione procede per corsie preferenziali. Perché Giorgia Meloni corre in ospedale da un poliziotto e resta in silenzio davanti alle violenze nei confronti di manifestanti pacifici? E ai tanti morti in mare di questi giorni? Perché la solidarietà istituzionale è diventata selettiva, unilaterale, gerarchica? Questa è la visione del mondo che ci viene imposta: un’idea di società dove non tutte le vite hanno lo stesso peso politico. Se indossi una divisa, sei lo stato; se sei un migrante o un giovane che grida il suo dissenso, sei un “carico residuale” o un nemico interno. L’empatia è diventata un premio che il potere concede solo a chi gli obbedisce, mentre la crudeltà del silenzio avvolge chiunque sfugga al controllo. L’Illusione del leader forte I dati di oggi ci dicono che il 57 per cento degli italiani cerca un “leader forte” (fonte). Non è una novità, ma la conferma di un’inquietudine profonda che viene da lontano. In un mondo precario, identificarsi con uno Stato che “picchia duro” dà un senso illusorio di sicurezza. Ma la domanda di un leader forte non è un segno di salute; è il sintomo di una solitudine collettiva. Si crea il mostro, si alza il volume della paura e infine si vende la repressione come protezione. Così, il conflitto viene criminalizzato e i centri sociali diventano bersagli facili, mentre realtà come CasaPound vengono tollerate. Perché? Perché il neofascismo non mette in discussione la gerarchia del potere; il dissenso autogestito, invece, mostra che esistono forme di partecipazione non addomesticate. E questo fa paura più della violenza stessa. Nella mia esperienza con i ragazzi, ho imparato che la punizione fine a se stessa rende solo più violenti. Se un allievo sbagliava, l’espulsione segnava il fallimento di entrambi. Ma se ti fermavi, se rinunciavi al ruolo di giudice per sederti accanto a lui e chiedergli il motivo di quella rabbia, allora — e solo allora — si apriva il dialogo. Oggi lo Stato ha smesso di essere educatore. Si comporta come un insegnante autoritario che ha sostituito la parola con il registro dei cattivi. Chiedere “perché” non significa giustificare la violenza, significa assumersi la responsabilità di un cammino comune. Una società che espelle i suoi figli invece di interrogarne il malessere è una società che ha smesso di crescere. Il dubbio come atto di resistenza Forse la vera resistenza oggi non sta nel gridare più forte, ma nel saper ancora sostare nel dubbio. Mentre i commenti feroci sui social cercano colpevoli da linciare, noi dobbiamo avere il coraggio di restare nel campo dell’umano. La democrazia non ha bisogno di leader forti, ma di cittadini svegli. Non ha bisogno di lucchetti, ma di spazi di discussione. Restare umani significa proprio questo: rifiutare la soluzione facile della forza e continuare a cercare, ostinatamente, il senso della giustizia oltre il perimetro della paura. Forse è proprio questo che dà fastidio: non la violenza. -------------------------------------------------------------------------------- Emilia De Rienzo, insegnante e formatrice, vive a Torino. Fa parte di Comune da oltre dieci anni (i suoi articoli sono leggibili qui). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Se la paura diventa governo proviene da Comune-info.
February 3, 2026
Comune-info
Incutere timore per sentirsi al sicuro: un’illusione mortifera
> «Per essere temuti, occorre essere potenti. E per essere potenti in questo > mondo così brutale, occorre essere più veloci e dimostrarsi più forti». Con > queste parole, pronunciate da Emmanuel Macron in occasione del discorso > prenatalizio alle forze armate, il presidente della Repubblica francese > trasmette sì un messaggio di sostegno ai militari, ma soprattutto ribadisce > una visione del mondo ormai obsoleta, profondamente radicata nell’immaginario > guerrafondaio degli Stati moderni: quella per cui la sicurezza si fonda sulla > potenza distruttrice accumulata e sulla capacità di colpire più velocemente > l’avversario, due elementi che servono a incutere timore al nemico. Una storia già nota. Da diversi secoli, infatti, costituisce le fondamenta del pensiero strategico delle potenze militari: incutere timore per sentirsi al sicuro. Accumulare strumenti militari per dissuadere l’avversario. Accelerare per non essere superati. Ma questa logica, presentata come “realismo”, merita di essere indagata per quello che è realmente: una spirale che non fa altro che generare violenza, che contribuisce meno a prevenire la guerra di quanto non la renda sempre più probabile. E questo perché, contrariamente a quanto afferma il Presidente della Repubblica francese, voler essere temuti non equivale a voler essere rispettati. Il timore non genera stabilità né tantomeno fiducia, ma paura, sfiducia e non fa altro che preparare allo scontro. Un mondo in cui ogni potenza cerca di essere più veloce e più forte dell’altra non è un mondo più sicuro; è un mondo messo sotto scacco in modo permanente, in cui l’escalation diventa normalità e l’errore, l’incidente o la cattiva interpretazione possono condurre a conseguenze irreversibili. La storia militare è piena di esempi in cui la corsa alla potenza invece di dissuadere ha condotto alla catastrofe. Nel 1914, per esempio, la paura di essere battuti sul tempo portò gli Stati europei più importanti a privilegiare l’attacco rapido e massivo, rendendo la guerra non solo possibile, ma anche inevitabile. Questa filosofia strategica condivisa ha trasformato la paura del ritardo in motore della catastrofe. E l’orribile risultato è sotto gli occhi di tutti. In tempi più recenti abbiamo la minaccia nucleare, spesso presentata come garanzia di pace, ma che in realtà si basa sulla minaccia di una distruzione di massa, ovvero sulla possibilità reale dell’annientamento. Possiamo davvero considerare questa una politica di sicurezza? Affermando che «il mondo è brutale», il discorso presidenziale avalla questa brutalità come un danno imprescindibile, quasi naturale. Trasforma uno status del mondo storicamente prodotto dalle rivalità tra potenze, dalle logiche imperiali, dalle illegalità di massa, dalle economie militarizzate in fatalità, alla quale non possiamo fare altro che adattarci. Orbene, spesso quello che la politica chiama «realtà» altro non è che quello che lei stessa contribuisce a creare. Essere «più veloci e più forti» non è una strategia neutra. È una scelta politica che porta con sé tutta una serie di conseguenze. Vuol dire decidere di investire in modo massiccio sulle capacità militari a discapito di altre forme di sicurezza. Vuol dire convogliare colossali risorse verso l’armamento invece che verso la prevenzione dei conflitti, la diplomazia, la giustizia sociale, la resilienza delle società. E, soprattutto, vuol dire rafforzare il concetto secondo cui la violenza armata resta, in ultima istanza, l’arbitro supremo dei rapporti internazionali. Da parte nostra, siamo convinti che la sicurezza reale delle popolazioni dipenda meno dal timore ispirato e più dalla capacità di ridurre le cause strutturali della violenza: le illegalità, le umiliazioni, le dominazioni, le logiche predatorie dell’economia e le eredità coloniali ancora irrisolte. In altre parole, essere potenti significa investire nella cooperazione piuttosto che nella competizione armata. Vuol dire rafforzare il diritto internazionale invece di limitarlo; e ancora, vuol dire sviluppare abilità civili di prevenzione, di mediazione e di resistenza civile, invece di affidarsi sempre di più alla dissuasione e alla minaccia. A forza di voler incutere timore, gli Stati finiscono per non essere più compresi, e ancora meno ascoltati. E a forza di «essere più veloci e più forti», perdono di vista la meta verso la quale tendono. La vera questione politica non è di sapere come vincere la prossima guerra (nella quale tutti saranno perdenti!), ma come uscire da questo mondo reso brutale proprio da coloro che pretendono di metterlo in sicurezza. La priorità dovrebbe essere quella di cambiare paradigma di sicurezza, ma per questo bisogna avere il coraggio di abbandonare le illusioni letali degli Stati, che hanno come principali vittime sempre i popoli. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI ADA DE MICHELI. Alain Refalo
January 26, 2026
Pressenza
Può esistere una cittadinanza globale?
di Luca Graziano Viviamo in un’epoca in cui la parola cittadinanza sembra aver perso il suo significato originario. Nata per unire, oggi essa divide. Definisce confini, stabilisce appartenenze, assegna diritti in modo diseguale. È diventata una condizione geografica più che un riconoscimento universale dell’essere umano. Ogni giorno, nel Mediterraneo, lungo il confine tra Messico e Stati Uniti o nei deserti
January 11, 2026
La Bottega del Barbieri
L’Italia della paura
L’Italia da anni vive dentro un paradosso che è ormai diventato la sua cifra politica e culturale: più la società si impoverisce, più cresce la domanda di sicurezza. È un automatismo che non nasce dal caso, ma da una precisa dinamica economica e sociale. Le persone che vivono nella precarietà, […] L'articolo L’Italia della paura su Contropiano.
November 29, 2025
Contropiano
L’Italia della paura
-------------------------------------------------------------------------------- Mercato Pignasecca, uno dei più antichi di Napoli. Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- L’Italia da anni vive dentro un paradosso che è ormai diventato la sua cifra politica e culturale: più la società si impoverisce, più cresce la domanda di sicurezza. È un automatismo che non nasce dal caso, ma da una precisa dinamica economica e sociale. Le persone che vivono nella precarietà, schiacciate da salari bassi, servizi carenti, vita instabile, si sentono più esposte, più fragili, più sole. La paura, in un tale contesto, non è un’emozione: è un prodotto sociale, quasi un sottoprodotto dell’austerità, dell’erosione del welfare, della cancellazione dei diritti. Eppure, invece di affrontare le cause strutturali dell’insicurezza – la precarietà del lavoro, le disuguaglianze crescenti, la desertificazione dei servizi pubblici, la povertà abitativa – la politica ha scelto per anni la scorciatoia più redditizia: trasformare la paura in consenso. Il centrodestra ha fatto di questo meccanismo un’arte, costruendo su di esso un’egemonia culturale che oggi appare quasi inscalfibile. Gli basta sollevare il tema della sicurezza, agganciarsi a un fatto di cronaca qualsiasi, amplificarlo fino alla distorsione, e usarlo per dipingere un Paese invivibile, assediato da nemici interni ed esterni. È un copione che conosciamo bene: paura-audience-consenso. Una catena che si autoalimenta e che non richiede soluzioni, solo narrazioni. Non importa che i reati siano in calo: ciò che conta è la percezione, che può essere manipolata con estrema facilità. La destra rende il Paese più impaurito, e un Paese impaurito vota per chi promette ordine, disciplina, repressione. Una macchina perfetta, che produce insicurezza per poi venderne la cura. Il centrosinistra, di fronte a questa strategia, non solo è apparso incapace di proporre un discorso alternativo, ma spesso si è consegnato alla logica dell’avversario. Diviso, litigioso, ripiegato su ambiguità e tatticismi, ha rinunciato a imporre un tema che parli ai bisogni materiali del Paese: lavoro, casa, cure, istruzione, diritti. Ha inseguito la destra sul terreno della sicurezza, accettandone le categorie, adottandone persino la lingua. Così facendo, ha contribuito a legittimare un immaginario sicuritario che è esattamente ciò che blocca ogni possibilità di cambiamento. Il risultato? L’Italia rimane imbrigliata in una doppia assenza: assenza di welfare e assenza di alternativa. Ma nel frattempo, qualcosa di più profondo è cambiato. Siamo di fronte a una mutazione antropologico-cognitiva che ha riscritto le fondamenta del discorso pubblico. L’uguaglianza, per anni pilastro della cultura politica italiana, è stata sostituita dalla legalità. La giustizia sociale è stata rimpiazzata dal giustizialismo. Il conflitto sui diritti e sulle risorse è stato cancellato e sostituito dal conflitto identitario, dal linciaggio morale, dalla caccia al colpevole. La cronaca nera è diventata il principale prisma attraverso cui osserviamo noi stessi. Tutti si percepiscono “giusti”, e i “colpevoli” sono sempre gli altri: i poveri, i migranti, i giovani, i marginali, chi non può difendersi. La logica del capro espiatorio domina la scena. Si invoca la gogna, il processo mediatico, la punizione esemplare. È un rito collettivo che non risolve, non spiega, non approfondisce. Serve solo a canalizzare la rabbia di un Paese sempre più impoverito contro bersagli facili, distogliendo lo sguardo da chi quella rabbia la produce. Basta salire su un treno, ascoltare le conversazioni, leggere i commenti sui social: ovunque si respira risentimento, sospetto, incattivimento. Non è un tratto caratteriale: è il risultato politico di un impoverimento materiale e simbolico che dura da decenni. Su questo terreno il governo Meloni ha costruito la propria identità. La risposta è sempre la stessa: più forze dell’ordine, più controlli, più repressione. Ogni fragilità sociale diventa devianza, ogni disagio diventa minaccia. La sicurezza non è una politica, ma un dispositivo ideologico: serve a giustificare misure eccezionali, a spostare il discorso pubblico, a disciplinare i corpi e le menti. Perfino la scuola, luogo per eccellenza del pensiero critico, viene inglobata nel paradigma sicuritario: presidi di polizia, lezioni sul rispetto dell’autorità, punizioni esemplari. Ma una scuola che educa alla paura e all’obbedienza non è più scuola: è il preludio culturale dell’autoritarismo. Eppure i numeri raccontano un’altra storia. L’Italia è oggi il Paese europeo che, in proporzione, spende di più per la sicurezza pubblica e privata. Abbiamo un apparato sicuritario ipertrofico, che cresce mentre il welfare arretra. E tuttavia nessuno – né governo né opposizione – ha mai avviato una valutazione seria dell’efficacia degli strumenti utilizzati. Ad esempio per le politiche migratorie: l’80% dei fondi destinati ai migranti viene speso in misure di repressione, solo il 20% in integrazione, formazione, sostegno. È un modello fallimentare che produce marginalità anziché ridurla. Ma funziona benissimo come propaganda. Intanto, la spesa sociale italiana è sotto la media europea di due punti e mezzo di Pil. Il sottofinanziamento è evidente ovunque: politiche abitative inesistenti, sostegno al reddito insufficiente, servizi per i non autosufficienti drammaticamente carenti. È qui che nasce la vera insicurezza: nella solitudine dei lavoratori poveri, delle famiglie senza casa, degli anziani abbandonati, dei giovani senza prospettive. Eppure nessuno ha il coraggio di dirlo. Perché parlare di welfare, di diritti sociali, di redistribuzione significa spostare l’attenzione dal nemico inventato al nemico reale: un modello economico che genera precarietà e un paradigma politico che la trasforma in paura. Invertire questo ordine del discorso è un’urgenza democratica. Significa affermare che la sicurezza non è il contrario della libertà, ma della disuguaglianza. Significa dire che l’Italia non è più povera perché “invasa”, ma perché sfruttata. Che non è più insicura perché ci sono “troppi giovani fuori controllo”, ma perché non ha case, scuole, sanità, salari adeguati. Che la repressione non è una politica, ma una rinuncia alla politica. Ricostruire un immaginario alternativo significa rimettere al centro ciò che tiene insieme una società: la cura, il lavoro, la dignità, i servizi pubblici, la solidarietà. Significa dire chiaramente che la sicurezza reale – quella che cambia la vita delle persone – nasce da un welfare forte, non da uno Stato armato. Nasce da case accessibili, da salari dignitosi, da scuole libere, da quartieri vivi. L’Italia non è condannata all’incattivimento. Ma per invertire la rotta serve un atto di coraggio politico: rompere la liturgia della paura, smontare la retorica tossica della legalità come surrogato dell’uguaglianza, rifiutare l’idea che il controllo sia la risposta universale ai problemi del Paese. Serve ricostruire un movimento culturale e politico capace di dire che un’altra Italia non solo è possibile, ma è necessaria. Una politica che protegge invece di punire, che crea orizzonti anziché fantasmi, che non alimenta l’emergenza ma rivendica il futuro: è da qui che bisogna ripartire. Il resto è solo gestione del declino. -------------------------------------------------------------------------------- Italo Di Sabato, coordinatore Osservatorio Repressione -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARCO REVELLI: > La paura -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’Italia della paura proviene da Comune-info.
November 24, 2025
Comune-info
Il bene, il male e l’evoluzione
Questi sono tre concetti di cui pensiamo di sapere cosa significano. Ma quello che ci confonde di più è il «bene». Buoni sono i bambini, il pappagallino nella gabbia, il gatto che fa le fusa, il cane che si distende su tutte e quattro le zampe quando lo si accarezza. Buoni sono anche la nuova auto e il nuovo cellulare. E buono è naturalmente il buon Dio. Solo che ormai quasi nessuno crede più in Lui. Il bene appare banale e quindi, secondo il pregiudizio comune, non è qualcosa da prendere sul serio, a meno che il male non si trasformi in bene. «Buona» è allora la collega che, rispetto a me, ha avuto la peggio; «buona» è l’assicurazione che non si è accorta che non mi spetta una somma così alta; e «buono» è il nemico sconfitto, la città nemica distrutta. Chi non conosce la frase: «Solo un indiano morto è un buon indiano». Il male, invece, cerca costantemente di attirare la nostra attenzione: la guerra in Ucraina, l’uragano Melissa, la miseria di Gaza, le atrocità nel Darfur, Guantanamo, il diavolo. Se si possa definire tutto questo «male» o piuttosto – in modo più rassicurante – cattivo, riprovevole, abominevole o semplicemente «negativo», è oggetto di discussioni infinite e animate. A questo punto lo ritengo superfluo. Tutti sanno cosa intendo. Ma perché prestiamo così tanta attenzione a tutte queste atrocità? Perché ci occupiamo più del diavolo che del buon Dio? LA FUGA DI BAMBI A mio avviso, la colpa è dell’evoluzione. Lasciatemi spiegare con l’esempio di un capriolo. Immaginate una soleggiata serata autunnale. Il nostro capriolo, che per semplicità chiameremo Bambi 2.0, è nella radura, si gode i raggi del sole sul pelo e bruca tranquillamente. Tuttavia rimane vigile, perché il mondo non è solo gustoso. Improvvisamente Bambi 2.0 interrompe il suo banchetto e fugge con ampi balzi leggeri verso destra. Cosa è successo? Bambi ha notato un movimento pericoloso sulla sinistra. Un giovane lupo, ancora inesperto, si era avvicinato troppo rapidamente al margine del bosco. Il nostro capriolo fugge quindi ad ogni movimento? No, assolutamente no. Prima che arrivasse il lupo, il vento aveva scosso violentemente i rami. Non solo dieci, ma centinaia di foglie erano cadute a terra, centinaia di movimenti avevano avuto luogo, eppure Bambi 2.0 era rimasto rilassato. Perché? Perché da mesi osservava questi movimenti innocui e vi era abituato. Solo quel movimento insolito ai margini sinistri del bosco ha scatenato la sua fuga. Niente stress Bambi 2.0 dovrebbe essere grato al lupo. Se non fosse fuggito davanti a lui, ora sarebbe morto. Infatti, un bracconiere era rimasto immobile ai margini del bosco con il fucile carico, in attesa del momento giusto. Un minuto dopo avrebbe premuto il grilletto. Perché Bambi 2.0 non lo aveva scoperto? Molto semplice: l’uomo non si era mosso. Il che ci porta all’evoluzione. Essa ha insegnato agli animali che tutto ciò che si muove può essere pericoloso. Tutto ciò che si muove viene quindi analizzato, classificato, valutato. Un albero in piedi è innocuo. Ma guai se cade. L’evoluzione ha organizzato tutto in modo molto ragionevole: una volta che gli animali hanno riconosciuto una situazione come «innocua» – o lo hanno imparato dai loro genitori – possono risparmiarsi molto stress per il resto della loro vita. Possono ignorare gran parte dei movimenti e dedicarsi al bene, al piacere e alla gioia di vivere. Se dovessero rivalutare costantemente ogni movimento intorno a loro, lo stress invaderebbe l’intero regno animale, finora così rilassato. Gli animali avrebbero bisogno di smartphone per fissare appuntamenti. Il che ci porta agli esseri umani. UN MONDO PERICOLOSO Anche noi vogliamo mangiare, digerire, riprodurci e dormire. Ma abbiamo creato un mondo pieno di pericoli, il pericolo fa parte della vita quotidiana. Durante il tragitto verso il supermercato può verificarsi un incidente mortale, nella zona pedonale possiamo essere urtati e romperci il collo sul bordo del marciapiede, possiamo essere derubati, minacciati, persino aggrediti. Lo schermo può esplodere, una piastra elettrica dimenticata può provocare un incendio devastante in cucina. Possiamo addormentarci nella vasca da bagno e annegare, e nostro figlio corre naturalmente il rischio di essere abusato da pedofili mentre va a scuola. Quindi dobbiamo, sì, dobbiamo accompagnarlo a scuola, all’asilo, al club sportivo, alle lezioni di organo. Forse avete notato che questi pericoli esistono, ma prevalentemente in teoria, nella nostra testa. Il nostro cervello non è in grado di distinguere tra pericolo reale e immaginario, perché entrambi ci raggiungono sotto forma di segnali elettrici e chimici; ecco perché ogni pericolo che ci assale come pensiero dalle profondità dell’inconscio, dalle paure o addirittura dai traumi, ci fa reagire come Bambi 2.0: reagiamo con la fuga. Oppure ci irrigidiamo. Oppure diventiamo aggressivi per respingere l’illusione, la tempesta in un bicchiere d’acqua. LO STRESS È NECESSARIO. O NO? L’evoluzione ci ha insegnato a riconoscere i pericoli e a prenderli sul serio. Un pericolo è tutto ciò che può danneggiare la mia vita, la mia salute fisica e mentale. E la somma di tutti i pericoli è proprio il male. Non c’è da stupirsi quindi che ci sentiamo circondati dal male, che ci fermiamo davanti agli incidenti stradali e siamo felici che non sia toccato a noi. Occuparsi del male, ovvero di ciò che è cattivo, riprovevole, abominevole o negativo, è del tutto normale. Dopo tutto, il nostro comportamento è dovuto all’evoluzione. Pertanto, ci sembra logico e sensato che la polizia ottenga sempre più diritti di intercettarci, affinché possa porre fine al male; che la stampa riporti costantemente le notizie peggiori, obbedendo semplicemente a una necessità evolutiva. E se facciamo la guerra, è solo per respingere tutto il male del mondo. Ne siamo fermamente e irremovibilmente convinti. È ovvio che una vita del genere non può essere priva di stress, motivo per cui consideriamo lo stress come una cosa naturale e immanente alla vita. IMPARARE DA BAMBI Ben diverso è il Bambi 2.0, superiore a noi in questo. Si gode la vita al massimo, non si preoccupa dei diplomi scolastici o delle sofferenze del mondo, non ha a che fare con il fisco e si concentra sul bene, che è molto più presente del male. Gli animali sono realistici, non hanno altra scelta. Bambi 2.0 sa che nel prato crescono molte più erbe di quante ne possa mai consumare. E se un giorno dovesse arrivare il lupo, Bambi gli offrirà il suo collo delicato da mordere, perché fino a quel momento avrà avuto una vita meravigliosa e deliziosa. È così, e nemmeno il lupo sembra cattivo a Bambi. Ma ci sono sorprendentemente pochi lupi nei dintorni di Bambi; e i lupi frustrati da una caccia fallita preferiscono nutrirsi di topi e conigli piuttosto che di Bambi. In effetti, le statistiche ci dicono che solo tra l’uno e il cinque per cento di tutti i caprioli cadono vittime dei predatori. Non vale quindi la pena imparare da Bambi? Concentrarsi sul bene, sul vero e sul bello, tanto più che anche noi siamo circondati solo da pochi lupi, esclusi quelli presuntuosi. Il detto «chi chiama nel bosco, riceve un eco» vale anche per il male. Più ne sospetto la presenza nella foresta, anzi, più ne sono certo, più troll, orchi e fantasmi vi si insediano. E viceversa. Io, ad esempio, oggi ho vissuto solo cose positive: ho fatto una passeggiata mattutina senza incidenti con mio figlio, non mi sono strozzato né a colazione né a pranzo; ho bevuto un deliziosa tisana della giusta intensità senza scottarmi la lingua; mi sono goduto un pisolino pomeridiano e mi sono svegliato prima della sveglia. E sulla tastiera per questo saggio ho trovato tutti i tasti senza slogarmi nemmeno un dito; la sera mi aspetta un bicchiere di vino che so già non sarà diventato aceto. A dire il vero, potrei raccontare almeno altre venti cose positive di questa giornata, ma non voglio annoiare nessuno più del necessario. Anche il fatto che, mentre riflettevo su questo saggio, mi sia venuto in mente prima Bambi e non il lupo cattivo mi diverte. Qualcosa mi ha influenzato positivamente. E può essere stato solo qualcosa di buono. O no?   -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Thomas Schmid con l’ausilio di traduttore automatico. Bobby Langer
November 18, 2025
Pressenza
Di Gaza e di Noi – di C.S. Cantiere, Milano
Gaza. Palestina. Mondo.    Sono passati due anni di genocidio dal 7 Ottobre e 77 dall’inizio dell’occupazione della Palestina storica. Un accordo di “pace” è stato firmato. Il popolo palestinese festeggia il cessate il fuoco: la sua resistenza ne ha affermato la vita. Tuttavia, il piano di “pace”  ha condizioni che nessuna persona accetterebbe mai, senza [...]
October 13, 2025
Effimera