
Le fosse comuni che l’Europa non vede
Progetto Melting Pot Europa - Friday, January 23, 2026Una fossa. Un rettangolo scavato nella sabbia. A vederlo, non sembra neppure tanto profondo. Al suo interno ci sono corpi. Sono incastrati tra loro, con precisione, con ordine. Sembrano ebano e argilla. Distesi uno accanto all’altro, compatti, rigidi, in un abbraccio involontario. Come viaggiatori stipati in un vagone che non li ha mai portati a destinazione, hanno le gambe intrecciate e le schiene curve. Sembrano sospesi in un’attesa che non ha fine. Una coperta rossa copre i volti di alcuni. Chissà se per decenza, pudore, vergogna.
Intorno, il deserto vasto, indifferente. Qualche rifiuto attorno. Le persone in piedi ai bordi della fossa restano ai margini del perimetro. Stivali, guanti, una tuta bianca. Oggetti che fanno pensare che una procedura è in corso: quella di sottrazione alla polvere del deserto di resti umani.
Per loro il viaggio nel tentativo di arrivare in Europa è finito in quel buco. La sabbia sembra cancellarne i contorni, trasformarli, rendendo ancora più anonimi questi esseri umani uccisi dalla violenza, dalle torture. Perché neri, perché migranti. Perché venduti, merce da liberare previo riscatto. Morti con la complicità dell’Europa che finanzia e finge di non sapere cosa accade in Libia.
L’immagine risale a pochi giorni fa, al 16 gennaio 2026. Sono tutte visibili nella pagina social del Attorney General Office – State of Libya ovvero l’Ufficio del Procuratore Generale dello Stato della Libia. Corpi rigidi dentro sacchi neri, corpi nella fossa, corpi morti. Poi ce n’è un’altra: qui si intravede un uomo morto, coperto di terra e polvere. Il volto è volutamente sfuocato per nascondere dettagli sensibili. Accanto a questo essere umano, un cartoncino bianco: c’è scritto il numero 14, a mano, in blu. Quel numero sarà il suo nome.
Le immagini raccontano fatti avvenuti nelle aree di Ajdabiya e Kufra, in Libia. Riportano al centro dell’attenzione una realtà conosciuta da troppo tempo, ma spesso taciuta. Insabbiata, val la pena di dirlo. Parlano di un sistema di detenzione e sfruttamento dei migranti in questo paese, una pratica strutturale, violenza sistemica lungo le rotte migratorie verso l’Europa. Sono passati pochi giorni dalla diffusione della notizia che ha annunciato il ritrovamento di almeno 21 corpi di migranti. Sono stati tutti rinvenuti in una fossa comune nei pressi di Ajdabiya, nella provincia di Brega, Libia orientale, dopo che le autorità hanno fatto irruzione in una fattoria dove i 195 sopravvissuti hanno denunciato torture e abusi. Proprio loro, uomini, donne e bambini, in pessime condizioni, hanno riferito alle autorità che altri migranti trattenuti con loro erano scomparsi. Ingoiati dalla sabbia di quel deserto arancione. Le dichiarazioni dei sopravvissuti hanno portato le forze di sicurezza alla scoperta della fossa comune.
Secondo quanto anche comunicato dall’OIM, le indagini preliminari indicano che le vittime erano state tenute in cattività e torturate per costringere le famiglie a pagare riscatti. Una pratica nota e ampiamente documentata in Libia.
A distanza di qualche giorno, in una seconda operazione, condotta a Kufra, le forze di sicurezza hanno scoperto un centro di detenzione illegale sotterraneo, scavato a circa tre metri di profondità. Presumibilmente gestito da una rete libica di trafficanti di esseri umani 1. Qui sono state liberate 221 persone detenute in modo illegale. Tra loro, donne e bambini, incluso un neonato di appena un mese. Le prime informazioni parlano di una detenzione prolungata in condizioni di estrema disumanità; almeno dieci persone hanno dovuto essere trasferite con urgenza in ospedale.
«Questi casi scioccanti mettono in luce i gravi rischi affrontati dai migranti che cadono preda delle reti criminali operative lungo le rotte migratorie», ha dichiarato Nicoletta Giordano, Capo Missione dell’OIM in Libia.
Sul campo, le équipes dell’OIM hanno fornito assistenza immediata alle persone liberate, con screening sanitari, invio dei casi più gravi alle strutture ospedaliere e distribuzione di indumenti e beni di prima necessità.
Il contesto drammatico in cui queste persone si trovano, segnato da violenze e abusi, riemerge per un istante, insieme a questa notizia. Mi chiedo quanti racconti di persone migranti parlano di questo sistema disumano che continua a prosperare nell’impunità.
La cooperazione europea con la Libia sul controllo delle frontiere e il contenimento delle partenze continua a sollevare interrogativi profondi sulla corresponsabilità dell’Unione europea e degli Stati membri.
Questa alleanza, infatti, non solo facilita il rimpatrio di migranti, ma contribuisce anche a perpetuare una situazione di grave violazione dei diritti umani. Ricorda la complicità della Fortezza europea rispetto alle violazioni sistematiche dei diritti umani subite dalle persone in movimento. Apre gli occhi, ancora, sull’assoluta negazione del diritto alla dignità e alla vita riservata a chi cerca di arrivare in Europa.
Questi omicidi, ennesimi di una lunga serie che di solito non fa notizia, sono avvenute in una zona che si trova sotto il controllo del regime del generale Khalifa Haftar. L’Italia «sta avviando o rafforzando nuovi accordi economici e militari, inclusi quelli in materia di cosiddetto “contrasto all’immigrazione clandestina”» con questo stesso regime, secondo quanto affermato da Mediterranea Saving Humans.
Non c’è molto da aggiungere alle dichiarazioni fatte dalla Ong che sottolinea:
«Un sistema che favorisce la proliferazione di criminali trafficanti di esseri umani, diretti responsabili di uccisioni e fosse comuni come quelle appena scoperte. Un sistema costruito anche dai governi e dalle istituzioni europee. Le politiche di esternalizzazione delle frontiere, i respingimenti per procura, il finanziamento della detenzione e la negazione del diritto d’asilo rendono questi crimini prevedibili e ripetuti».
Dopo questa scoperta raccapricciante, una domanda continua a restare senza risposta: fino a quando ancora?
Perché, mentre si finge di credere che la risposta al traffico di esseri umani sia nei pushback, nel controllo del movimento, negli accordi con i paesi terzi che ci fanno da frontiera, a qualunque costo, la vita e la libertà di migliaia di persone si perde tra la sabbia del deserto e quella del mare, tra fosse comuni e profondità del Mediterraneo Centrale.
Libia orientale, fosse comuni e centri di detenzione “clandestini”
La denuncia di Mediterranea mentre Italia e UE rafforzano la “cooperazione” con il governo di Haftar
Redazione
22 Gennaio 2026