
Un autunno costituente
EuroNomade - Saturday, December 27, 2025di NA HABY STELLA FAYE.
Riprendiamo da Global Project questa intervista doppia ad Anna Guerini e Rossella Puca pubblicata il 23 dicembre 2025.
Il movimento contro il genocidio in Palestina ha dato uno scossone a questo paese. Un movimento che per partecipazione, maturità del discorso e radicalità nelle pratiche, farà senz’altro la storia. Sono passati più di due mesi dal “weekend lungo” del 3-4 ottobre, due giornate che hanno visto 3 milioni di persone scendere in piazza.
Questa intervista doppia ha l’ambizione di mettere a sistema o, quantomeno, in dialogo tra loro, le diverse prospettive e riflessioni emerse durante questi mesi. Milioni di persone sono scese in piazza contro il genocidio in Palestina; indubbiamente, tuttavia, il discorso di questo movimento è andato oltre il caso singolo, e ha messo al centro il rifiuto della normalizzazione della guerra, dello sterminio di massa e del dominio coloniale come elementi costitutivi di un nuovo ordine globale.
La Palestina Globale di cui parla Ilan Pappé infatti definisce da una parte l’Israele globale, ovvero la generalizzazione a livello sistemico dei principi e degli strumenti del fascismo coloniale rappresentato dal regime israeliano, dove il concetto stesso di diritto si restringe sempre di più. Dall’altra, invece, la Palestina globale dei movimenti, dei popoli che intessono alleanze radicali contro la violenza del regime di guerra e genocidio.
Quali sono i nodi fondamentali a cui guardare per comprendere i processi di questo movimento?
Anna Guerini – Intanto vi ringrazio per avermi proposto questa intervista doppia con Rossella. Secondo me possiamo iniziare — non ancora in un’ottica propriamente storica, perché per quella servirà molto più tempo — quantomeno a cogliere ciò che questo movimento ha innescato. E possiamo riconoscere le difficoltà che stiamo incontrando nel mantenerlo vivo, e ragionare sugli snodi e sui momenti di difficoltà e di impasse.
Prima di passare a questo, parto con un aneddoto. Sono reduce dal Convegno Internazionale Marxista-femminista a Porto e tra le varie compagne con cui mi è capitato di parlare, molte condividevano con me e le altre italiane lo stupore e l’ammirazione per le piazze del lungo weekend del 2-3-4 ottobre, che a ben vedere inizia il 22 settembre. Insomma mi restituivano una gioia immensa nel vedere le piazze italiane.
Evidentemente la mobilitazione italiana ha avuto una diffusione, dal punto di vista dell’immagine della potenza, che va ben oltre i confini italiani ed europei. Non ci siamo neanche noi resi conto del tutto della specificità di quello che è successo, perché non è stato dappertutto così. Questo ci porta a chiedere che cosa abbia funzionato particolarmente bene dal punto di vista dell’attivazione di quella mobilitazione, che cosa è scattato e che cosa ci consente di tenere vivo il processo che in quelle settimane si è innescato.
Credo che il punto di partenza fondamentale sia stata una sorta di indignazione generalizzata che ha coinciso con il momento apicale del genocidio e la mobilitazione della Flottiglia che, per il suo carattere “civile” e “umanitario” diciamo così, ovviamente rendeva la brutalità del genocidio e più complessivamente l’impunità di Israele ancora più evidente.
Credo che si sia progressivamente delineata nella testa di tante/i l’idea dell’Israele globale, e quindi il legittimo terrore che quel margine di impunità concesso ad Israele negli ultimi settant’anni rischi di diventare il criterio con cui le democrazie – visto che consideriamo Israele l’unica grande democrazia del Medioriente – complessivamente possano riorganizzare il loro intervento politico e sociale in una fase di evidente crisi.
Qua ci sarebbe da discutere se si tratta di una crisi o del definitivo esaurimento di una fase politica ed economica specifica, che abbiamo definito fase neoliberale negli ultimi quarant’anni. Forse la crisi è finita e questi cambi di intervento e queste accelerazioni lo indicano. Però appunto credo che sia balenata nella testa di molti la paura che questo grado di impunità potesse rovesciarsi anche all’interno dei Paesi occidentali.
Questo da un lato è positivo, ha finalmente costretto molte persone a fare i conti e guardare in faccia la violenza genocida di Israele. Aggiungo però che è sintomatico che tutta questa mobilitazione incredibile sia esplosa nel momento in cui c’erano degli attivisti in larga parte occidentali ad attraversare il Mar Mediterraneo verso le coste di Gaza con la Global Sumud Flotilla. Il tema è che quella è stata riconosciuta come una mobilitazione non violenta e umanitaria, ma in primo luogo fondamentalmente politica, unita all’invocazione molto chiara dei portuali di Genova “Se toccano la Global Sumud Flotilla, noi blocchiamo tutto”. Questo ha segnato un punto di rottura.
La domanda fondamentale da porsi è: che cosa ha innescato quel quid in più che ha dato vita a quella reazione? Io credo che sia stato il rispecchiamento con chi stava sulla Flotilla, che pur nella sua azione pacifica è stato aggredito, attaccato, oggetto di veri e propri atti di terrorismo da parte del Governo israeliano e di attacchi frontali da parte dei governi occidentali. Un rispecchiamento che ci fa temere per la repressione che possiamo subire, indipendentemente dalla forma di protesta che mettiamo in campo. E questo ha segnato uno stacco, perché la retorica degli antagonisti dei centri sociali non regge più.
Questo ha costretto tutti a fare i conti con quello che stava succedendo da due anni, ma più complessivamente da settant’anni, e ha avuto una ricaduta dal punto di vista dell’attivazione. Nel frattempo, il fatto che Trump sia intervenuto in modo molto netto sulla situazione e che si stia cominciando a discutere seriamente, e non più soltanto in termini astratti, di piani di riarmo dell’Europa, ha cambiato la configurazione; credo poi che uno degli altri stimoli principali sia stato il timore per i nostri salari e per la nostra capacità di sopravvivere da qui ai prossimi anni dentro un regime di guerra, che evidentemente sta imponendo delle trasformazioni che riguardano tutti.
Un’altra questione è che questo movimento ha potuto contare su una serie di processi accumulati almeno negli ultimi dieci anni, processi sociali di mobilitazione molto ampi – penso in particolare allo sciopero femminista, visto che ieri era il 25 di novembre, e al movimento per il clima, che hanno riattivato lo strumento dello sciopero, restituendogli una dimensione sociale, che in questi lunghi weekend è tornato ad essere fondamentale anche all’interno del fronte sindacale.
In entrambi i casi erano scese in piazza delle composizioni sociali molto ampie. Quel tipo di attivazione, sommata ai processi di attivazione e agli spazi politici che le strutture di movimento da anni tengono vivi, ha consentito di estendere la mobilitazione in modo inimmaginabile.
Rossella Puca – Io partirei da un punto che di solito crea imbarazzo negli ambienti istituzionali: il crollo di credibilità del diritto internazionale davanti al genocidio in Palestina. Non è un dettaglio esterno al movimento, anzi.
Perché ciò che è successo nell’ultimo anno – e che milioni di persone hanno percepito con una chiarezza sorprendente – è che le norme poste a tutela dell’umanità si sono rivelate incapaci di vincolare il potere quando il potere è alleato dei Paesi centrali dell’ordine mondiale. Immagine iconica su tutte le altre: La Corte Penale Internazionale emette un mandato di arresto contro Netanyahu; ma il suo aereo con lui dentro, sorvola senza ostacoli gli spazi aerei europei. Ora, se il diritto penale internazionale è valido solo per gli Stati “periferici”, ciò che viene meno non è una procedura, ma la sua natura di diritto: perché un diritto che si applica a geometria variabile diventa immediatamente un atto politico travestito da norma.
Allo stesso modo, venendo ora al ruolo dell’ONU questo si è ridotto all’impotenza strutturale: risoluzioni ignorate, veti permanenti, appelli umanitari continuamente disattesi. L’ONU ha mostrato di essere un luogo dove il linguaggio del diritto sopravvive come forma, ma sembra quasi non possedere più alcun potere conformativo.
Poi c’è il tema dei notissimi doppi standard. Nel caso della guerra Russa-Ucraina abbiamo assistito a un ricorso quasi immediato all’apparato sanzionatorio, al linguaggio della responsabilità internazionale dello Stato aggressore, alla mobilitazione retorica di “valori comuni” da difendere. Nel caso palestinese, dinanzi ad un genocidio quello stesso apparato è stato silenziato o usato in modo simbolico.
Questo non è solo ipocrisia: è la dimostrazione che l’ordine giuridico internazionale non è un sistema, ma un campo di forza in cui prevale l’interesse geopolitico.
Il movimento ha colto tutto questo con lucidità: la percezione condivisa è che, quando i crimini vengono commessi da chi detiene un ruolo centrale nell’economia globale della guerra, il diritto non interviene. E non interviene perché sembra non sia stato costruito per farlo. Il diritto, qui, ha smesso di essere strumento di limite: è diventato strumento di legittimazione dell’impunità.
Parallelamente, abbiamo assistito all’azione degli Stati che, invece di perseguire la violazione del diritto, hanno perseguito chi la denuncia. Si sono viste misure disciplinari nelle scuole, tentativi di censura dell’autonomia scolastica ed universitaria, denunce contro i manifestanti o anche solo identificazioni per aver sventolato bandiere della Palestina o per aver pronunciato parole considerate indesiderabili. È un rovesciamento radicale: non si reprimeva quella violenza – quel genocidio, ma chi provava a renderli visibili.
Ecco perché, secondo me, il nodo fondamentale per comprendere questo movimento è che le persone hanno percepito un fatto essenziale: quando il diritto è incapace di proteggere le vite che dovrebbe proteggere, allora l’unico luogo in cui può essere difesa la giustizia è lo spazio pubblico. Il movimento è stato questo: la rivendicazione collettiva di un’etica della responsabilità che il diritto internazionale ha abbandonato.
Durante questa ondata di mobilitazioni, è stato posto l’interrogativo centrale dell’organizzazione, ed in particolare della sfida per le strutture di mettere a disposizione i propri strumenti, favorendo l’attivazione e la mobilitazione senza soffocarla con gli identitarismi. Che ruolo hanno avuto strutture e organizzazioni in questa fase? Che ruolo hanno invece avuto i percorsi nazionali che nell’anno passato hanno visto l’attivazione di migliaia di persone contro l’autoritarismo e la repressione del dissenso, come, ad esempio, quello contro il DdL – poi Decreto – Sicurezza?
Anna Guerini – Rispetto al ruolo delle strutture, questo movimento ha posto un tema rispetto all’organizzazione. Dobbiamo fare una riflessione su diversi piani: ciascuno di noi ha conosciuto prevalentemente i contesti in cui si è mobilitata, per cui bisognerebbe capire se le mobilitazioni sul piano locale sono state uguali, se i processi si assomigliano tutti – cosa che non credo.
Credo che alcuni processi innescati nel mio territorio siano stati particolarmente efficaci. Le strutture di movimento, ad esempio, hanno mostrato disponibilità a tenere aperto lo spazio politico, uno spazio di confronto, di dialogo e di messa a disposizione non passiva, ma organizzativa, di strumenti, conoscenze e pratiche di piazza. Ciò ha consentito di organizzare delle mobilitazioni che hanno rivendicato un certo grado di “illegalità”. La pratica del blocco non era scontata fino a qualche tempo fa, e forse il fatto che qualunque tipo di mobilitazione, anche la più pacifica e umanitaria, venga attaccata con le bombe a ultrasuoni, ha fatto capire che si può provare a spingere in questo senso.
Altrettanto importante è stato lo sforzo per mettere in comunicazione una serie di realtà e di singoli che altrimenti sarebbero stati dispersi, dando un contributo in termini di organizzazione ecosistemica, se vogliamo usare i termini di di Rodrigo Nunes. Le assemblee cittadine a Padova sono state uno strumento formidabile in questo senso. Ovviamente facendo tesoro di una serie di mobilitazioni degli ultimi anni.
Anche le università sono state centrali. Erano due anni che le e gli studenti, riunite in collettivi, occupavano le università contro il genocidio in Palestina, costruendo un discorso politico che alla fine, faticosamente, si è affermato perché si è rivelato corretto dal punto di vista dell’analisi. E quindi l’organizzazione ha messo a disposizione l’aspetto dell’intelligenza e della costruzione di un ragionamento collettivo, senza il quale probabilmente non ci sarebbe stato quello spostamento dal punto di vista della potenza della mobilitazione.
Cosa rimane da fare adesso? Credo che il problema sia cercare di individuare gli elementi di scarto rispetto ai due anni precedenti.
Il tema che poneva Rossella sul diritto internazionale secondo me è fondamentale. Il campo giuridico si sta rivelando un campo di contesa sempre più esposto alla trasformazione. Da un lato, il diritto internazionale si è rivelato per quello che è storicamente – uno strumento con un forte impianto ed eredità coloniale. Questa volta, però, proprio i Paesi del cosiddetto “Sud Globale” hanno avviato i processi contro Netanyahu per genocidio, rilanciando l’attività e la funzione politica del diritto internazionale, provando a rovesciarne il segno. Nel momento in cui il diritto internazionale si è rivelato per quello che è, la mobilitazione ha fatto sua la grammatica e l’ha usata come strumento politico dal basso.
È un campo di contesa che ci potrebbe consentire di fare un passo in avanti, per non limitarci a rivendicare e rimpiangere la sovranità liberale o il sistema del diritto internazionale.
Credo che dalle piazze venga l’indicazione di tenere aperti processi ampi e spazi di confronto, facendo passare il messaggio che non è il momento di muoversi da soli con iniziative scollegate che rischiano di mettere in discussione quegli stessi processi e depotenziarli, compromettendo mesi di lavoro politico.
Un’ultima cosa: il problema che stiamo identificando sempre più precisamente è quello del regime di guerra, e dei modi in cui sta implodendo nei nostri Paesi, dalla manovra finanziaria, agli annunci sulla leva, ad una serie di trasformazioni che riguardano l’università. Il problema è identificare i punti di attacco a quello che abbiamo chiamato Israele globale e capire come mobilitarci efficacemente in questo senso.
Rossella Puca – La questione dell’organizzazione, in questa fase, è stata decisiva. Ma non nel senso classico dell’organizzazione come struttura compatta-gerarchica, dotata di una linea congressuale e di un piano. È emersa invece una forma di organizzazione non identitaria, che ha funzionato proprio perché non ha cercato di capitalizzare politicamente la mobilitazione. Le strutture – quelle che già esistevano, in Italia dai centri sociali alle reti antirazziste, fino alle realtà sindacali di base – hanno avuto un ruolo che definirei “di servizio”, nel senso più alto e politico del termine: mettere a disposizione strumenti, spazi, competenze, reti di cura e di difesa legale, senza pretendere di dirigere la dinamica.
Le organizzazioni che hanno saputo leggere questa fase hanno capito una cosa molto semplice: l’energia sociale non si governa, si accompagna. E accompagnarla significa rinunciare a trasformarla in identità.
Questo movimento non voleva un soggetto che parlasse al posto suo. Voleva, semmai, una cornice in cui agire, un’infrastruttura che rendesse possibile l’emersione spontanea di una politica che è stata al tempo stesso radicale e popolare.
E qui entra in gioco anche l’altra parte della domanda: il ruolo dei percorsi contro l’autoritarismo e la repressione dell’ultimo anno. Io credo che quei percorsi siano stati una sorta di precondizione politica. Le mobilitazioni contro il DdL Sicurezza, contro l’inasprimento delle pene, contro la criminalizzazione del dissenso, hanno prodotto due cose fondamentali:
– una grammatica condivisa sulla repressione, cioè un lessico comune per riconoscere le forme del potere – tramite i convegni studi che non avevano nulla di accademico…
– una rete fondamentale di soggetti – giuristi, attivisti, collettivi, insegnanti, studenti – capaci di attivarsi rapidamente.
Quando la piazza palestinese è esplosa, queste reti erano già col motore acceso. E si è visto nelle pratiche: dalla gestione dei fermi alla lettura politica delle denunce, dalla protezione delle scuole autorganizzate alla capacità di disinnescare l’uso strumentale delle retoriche dell’antiterrorismo, all’essere presenti compatti in vari territori: dal porto di Venezia sino alla piazza di Bologna, passando per la manifestazione di Udine contro la partita Italia-Israele.
Senza quel lavoro precedente, il tentativo di soffocare la mobilitazione avrebbe avuto un peso molto maggiore. In questo senso, direi che strutture ed il percorso anti deriva autoritaria hanno permesso al movimento di non essere solo emotivo, ma di essere politicamente solido e ben radicato.
Come abbiamo visto in questi mesi, la controparte si sta riorganizzando. Dal DdL Gasparri al piano casa, fino a una manovra finanziaria che mette al centro il riarmo, a discapito dei servizi e del welfare, senza prevedere investimenti strutturali per contrastare povertà e disuguaglianze. Di fronte a questo scenario, quali saranno le sfide per i movimenti?
Rossella Puca – Le misure che stanno avanzando – dal DdL Gasparri al piano casa, fino a una manovra centrata sul riarmo e priva di investimenti strutturali contro povertà e disuguaglianze – non sono episodi isolati. Indicano una tendenza precisa: lo Stato sta riorganizzando il proprio impianto politico-giuridico in chiave di governo della crisi, e il costo di questa riorganizzazione ricade quasi interamente sui diritti sociali e sulle forme di conflitto (l’intervista è stata fatta prima dello sgombero del centro sociale Askatasuna, le cui modalità ricadono pienamente in questa strategia ndr).
Accanto a questo livello più visibile c’è un versante meno appariscente ma non meno rilevante: quello della riforma della giustizia presentata come aggiornamento tecnico ed efficientista. La promessa è quella di una giustizia più rapida e accessibile. La realtà è un processo di razionalizzazione autoritativa, in cui la velocità diventa il pretesto per ridurre garanzie sino ad arrivare chissà ad ampliare gli strumenti discrezionali della magistratura requirente del pm. È una trasformazione culturale prima che normativa: la giustizia smette di bilanciare poteri e tende a diventare un dispositivo amministrativo di ordine pubblico.
Su questo sfondo si colloca anche il dibattito referendario costituzionale che ci attende. Non è un dettaglio tecnico né uno scontro tra addetti ai lavori: è il tentativo di fissare in Costituzione un rapporto più verticale tra società e istituzioni, dentro un contesto in cui la spesa sociale arretra mentre il settore militare avanza.
Ridurre i contrappesi mentre si espandono sicurezza, repressione e riarmo significa ridefinire il patto democratico in senso difensivo: lo Stato si protegge, non protegge.
Le elezioni regionali confermano una tendenza chiara ma non monolitica. La destra è strutturalmente forte, soprattutto dove riesce a intercettare paure materiali e una domanda diffusa di stabilità. Ma non vince ovunque, e questo è significativo: soprattutto nel Mezzogiorno emergono spazi politici che non si allineano automaticamente al blocco di governo, territori in cui gli effetti concreti delle politiche nazionali – tagli al welfare, alla sanità – sono percepiti in modo più immediato. La frattura Nord/Sud non esprime solo differenze economiche: evidenzia modelli diversi di relazione con lo Stato, diverse forme di aspettativa sociale.
Per i movimenti, questo significa che il campo non è chiuso. È discontinuo quindi in un certo senso attraversabile.
Le sfide, allora, si giocano su due piani intrecciati. Sul terreno giuridico, comprendere come il diritto stia cambiando funzione: non più limite al potere, ma strumento per stabilizzare un modello di governo fondato su sicurezza, austerità e militarizzazione. Ma le nostre battaglie non devono essere solo difensive: saranno battaglie per produrre diritto, per imporre principi e pretese che oggi non trovano spazio nella cornice istituzionale.
Sul piano sociale-territoriale, ricostruire solidarietà reali dove il welfare arretra. Non in termini assistenzialistici-cattolici, ma in termini politici: reti che sappiano fare ciò che lo Stato non fa più, e che allo stesso tempo denuncino in senso critico il perché non lo fa.
Per quanto riguarda lo sguardo generazionale, una parte consistente della generazione politica attiva, oggi non si sente minimamente rappresentata dal discorso istituzionale dominante, ma non vive però il conflitto come un’eccezione: anzi, lo vive come il modo normale di stare nel presente.
Questa è la vera forza del momento: la capacità di non lasciarsi definire dal quadro dato, ma di produrre nuovi linguaggi che il quadro non riesce a contenere. È da qui che passa la sfida dei movimenti, non solo opporsi, ma spostare il campo. E farlo con l’ambizione – sempre più concreta – di ridisegnare ciò che oggi viene raccontato come inevitabile.
Anna Guerini – Parto dall’ultima cosa che ha detto Rossella. Questa ambiguità del diritto ha prodotto uno scarto nella posizione degli Stati, tanto che abbiamo l’occasione per provare ad andare oltre ai quadri giuridici, politici e sociali di cui può venire nostalgia in un momento come questo. L’obiettivo può essere, in questo caso, superare e forzare quegli stessi quadri.
La riforma della giustizia è un’altra questione fondamentale.
Io ovviamente non ci torno, viste le competenze che ha Rossella, però mi sembra che sia assolutamente interna alla trasformazione complessiva a cui stiamo assistendo, e che sta avvenendo molto rapidamente. Essa riguarda da un lato la cancellazione dei limiti: la crisi viene stabilizzata come tale, senza che si abbia la necessità di risolverla. Dall’altro, assistiamo all’accentramento sempre maggiore dei poteri esecutivi. L’abbiamo visto con il DDL sicurezza, con il suo impianto repressivo del tutto specifico, che aveva come obiettivo proprio quelle forme di solidarietà diffusa che si sono attivate nei mesi scorsi.
La proposta di riforma della governance universitaria è altrettanto emblematica. Se uniamo la riforma della giustizia, la proposta del premierato – l’altro grande obiettivo del Governo Meloni – il decreto sicurezza, i vari DDL Gasparri/Del Rio, e questo testo sull’università, l’obiettivo sembra essere la riorganizzazione dei poteri dello Stato, al fine di riorientare complessivamente i flussi economici e finanziari dentro l’economia di guerra. Per questo silenziare l’opposizione sociale alla guerra è tanto importante.
Mi soffermo su questa ennesima riforma dell’università del Governo Meloni, che si aggiunge a quella sul reclutamento e sull’ASN. La riforma della governance degli atenei, che ha l’obiettivo di consolidare i rettori, raddoppia la durata del rettorato e introduce la conferma quasi per acclamazione, e nel frattempo depotenzia pesantemente i Senati accademici e punta a inserire un membro del Governo dentro il CdA di Ateneo – attacca quindi le già deboli e problematiche “istituzioni intermedie”, che in un modo o nell’altro, fungevano appunto, da limiti, da argini. Sembra che persino le attribuzioni dei fondi premiali agli atenei saranno strettamente vincolate alle valutazioni ministeriali.
È un attacco frontale all’autonomia universitaria, che acquisisce uno specifico peso in questo momento, visto che l’università è stata e continua ad essere una fucina di elaborazione di pensiero critico, di opposizione al genocidio, al regime di guerra, al governo.
Ora: questa riforma fa venire nostalgia meccanismi e organismi che abbiamo giustamente avversato per 15 anni. Penso ad esempio all’ANVUR o all’ASN. Il problema non è rivendicare il ritorno alla riforma Gelmini, che era un disastro e ha distrutto l’università. Il problema è cogliere l’occasione per fare un passo in avanti e ripensare complessivamente le istituzioni sociali, perché questo è un momento in cui, forse, lo possiamo fare.
Serve un grande sforzo di elaborazione, di immaginazione e ragionamento politico collettivo. Una riflessione analoga vale per la manovra finanziaria, attraversata, ad esempio, da una linea marcatamente patriarcale: le donne figurano solo come madri,, hanno diritto ad essere “ricompensate” solo perché tali e l’obiettivo sembra essere ricacciarle nel part time. Anche questo è un segno molto chiaro di che cos’è l’economia di guerra e di come va organizzandosi la società a partire dalla sua riproduzione. Abbiamo veramente davanti dei campi molto ampi di lavoro politico. Dobbiamo evitare la trappola della nostalgia per il vecchio e dedicarci a immaginare il nuovo.
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