Tag - Movimento

MILANO E FIRENZE IN PIAZZA PER L’IRAN AL GRIDO “DONNA, VITA, LIBERTÀ”
“Una situazione pazzesca” quella che si sta vivendo in Iran, dove prosegue il blocco di internet e le notizie faticano ad uscire dal paese. Così le parole di Behrooz Sarabi, ai nostri microfoni questa mattina, per proporci l’analisi del collettivo Together for Iran e del Collettivo Rivoluzionario Jina, che questo pomeriggio saranno in presidio a Milano, in piazza Cordusio, dalle 15.30 alle 17.30. Numerose le realtà che hanno aderito all’appuntamento: dalla CGIL cittadina all’ARCI Milano, dall’ANPI Provinciale al Centro Sociale Cantiere e Non Una di Meno Milano. In piazza per il popolo iraniano anche i partiti Europa Verde e Sinistra Italiana. Sempre oggi pomeriggio appuntamento con un presidio anche a Firenze, in piazza della Signoria, lato via Gondi, a partire dalle ore 16. L’intervista a Behrooz Sarabi del collettivo Together for Iran e del Collettivo Rivoluzionario Jina. Ascolta o scarica Nel frattempo in Iran continua il blackout di Internet e secondo attivisti iraniani Teheran starebbe pianificando di abbandonare definitivamente l’internet globale, consentendo la connessione online solo a individui controllati dal governo. Lo scrive il Guardian. Difficile quindi capire cosa succeda davvero. Intanto il regime ha aggiornato a 3.000 il numero degli arrestati.
MILANO: ASSEMBLEA PUBBLICA SU SPAZI, CONFLITTI E MOVIMENTI, “CONTRO I PADRONI DELLA CITTÀ, IL GENOCIDIO E IL SUO MONDO”
È iniziata alle 11 a Milano nella ex scuola occupata di via Vallarsa 19 (metro gialla Lodi), l’Assemblea pubblica metropolitana su spazi, conflitti e movimenti. “Contro i padroni della città, il genocidio e il suo mondo. Blocchiamo tutto, liberiamo tutto” le parole d’ordine. L’azione, che sarà temporanea e durerà fino a questa sera, era stata annunciata già ieri. Dopo pranzo ci saranno altri tavoli di confronto e poi alle ore 15 si svolgerà un’assemblea plenaria finale. L’intento degli organizzatori è quello di aprire un confronto allargato con tutte le persone che si sono mobilitate lo scorso autunno e che hanno scosso la vita della città: dal corteo del 6 settembre in seguito allo sgombero del Leoncavallo, agli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre contro il genocidio in corso in Palestina. Una serie di mobilitazioni in “contrapposizione tra una marea popolare solidale e i padroni della città, responsabili dell’attacco economico, sociale e politico ai danni del territorio urbano, di chi lo abita, lo vive e lo attraversa”. L’assemblea di oggi intende fare in modo che non si chiuda la “passata finestra autunnale di conflitto” e capire assieme come continuare a partecipare. Tra le realtà promotrici, la Rete per l’autogestione, il CSA Lambretta, il Laboratorio Occupato Kasciavit e il Collettivo ZAM.  Il collegamento delle ore 11.55 con Francesco della nostra redazione che sta seguendo i lavori. Ascolta o scarica
GRAN BRETAGNA: NEGATO NUOVO CONTRATTO A ELBIT SYSTEMS, ATTIVISTI/E DI PALESTINE ACTION INTERROMPONO LO SCIOPERO DELLA FAME
Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello annunciano la loro decisione di porre fine allo sciopero della fame, poiché a Elbit Sytems UK è stato negato un contratto governativo cruciale: è stata quindi accolta una richiesta fondamentale degli scioperanti. I tre attivisti di Palestine Action erano a rischio imminente di morte poiché in sciopero della fame rispettivamente da 73, 66 e 52 giorni. Gli attivisti hanno iniziato a rialimentarsi in conformità con le linee guida sanitarie. Tra i motivi principali dell’interruzione della protesta, come riportato dal sito Prisoners for Palestine, l’annuncio che Elbit Systems ha perso un contratto da 2 miliardi di sterline che avrebbe consentito loro di addestrare 60.000 soldati britannici ogni anno. Dal 2012, la filiale britannica dell’azienda di armi israeliana Elbit, si è aggiudicata oltre 10 appalti pubblici. Il contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe visto Elbit fornire addestramento all’esercito britannico per un periodo di dieci anni, è andato perso nonostante gli sforzi dei funzionari del Ministero della Difesa e dell’esercito britannico, che erano in combutta sia con Elbit Systems UK che con la sua società madre Elbit Systems in riunioni riservate e “tour” nella capitale della Palestina, Gerusalemme. Attiviste e attivisti hanno sottolineato in un comunicato la svolta significativa dello scorso venerdì 9 gennaio, quando i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria penitenziaria avevano finalmente incontrato i rappresentanti dei prigionieri in sciopero della fame, su richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere le condizioni carcerarie e le raccomandazioni terapeutiche. Inoltre Prisoners for Palestine ha annunciato una serie di vittorie dello sciopero della fame, elencandole in una dichiarazione: “vogliamo cogliere l’occasione per rivelare le varie vittorie ottenute durante lo sciopero della fame: solo nelle ultime settimane, 500 persone si sono iscritte per intraprendere un’azione diretta contro il complesso militare-industriale genocida, più di quante ne abbiano intraprese con Palestine Action durante gli ultimi 5 anni. Durante questa campagna quinquennale, 4 fabbriche di armi israeliane sono state chiuse”. Altra vittoria riguarda il trasferimento di Heba Muraisi in un carcere dove potrà essere più vicina alla propria famiglia. “Gli scioperanti della fame hanno fatto la storia britannica, partecipando al più grande e lungo sciopero della fame coordinato della Gran Bretagna, durato complessivamente 73 giorni, con Heba Muraisi che si è concluso a 73 giorni” commenta il gruppo di attivisti Prisoners for Palestine, che hanno anche sottolineato che “la vittoria più importante dello sciopero della fame è stata l’aumento dell’impegno per l’azione diretta”. L’aggiornamento con Carlo Gianuzzi, nostro storico corrispondente sulle questioni irlandesi (e non solo) oltre che co-curatore della rubrica e del podcast “Diario d’Irlanda”. Ascolta o scarica
GRAN BRETAGNA: “RISCHIO DI MORTE IMMINENTE” PER 3 ATTIVISTE-I DI PALESTINE ACTION IN SCIOPERO DELLA FAME
Rischia di precipitare la drammatica situazione dei militanti di Palestine Action, in sciopero della fame da oltre due mesi nelle carceri britanniche. Tre dei detenuti — Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello — sono a rischio imminente di morte e in sciopero rispettivamente da 71, 64 e 50 giorni. Un quarto detenuto, il ventenne Umer Khalid, ha ripreso lo sciopero della fame interrotto dopo 13 giorni per motivi di salute. Nel frattempo, decine di intellettuali da tutto il mondo hanno firmato una dichiarazione di solidarietà con i prigionieri, la cui lunga detenzione senza alcun processo, con accuse legate all’attivismo per la Palestina, ha suscitato critiche da parte di diverse organizzazioni per i diritti umani, alle quali si è unita la settimana scorsa Amnesty International. Tra i firmatari della dichiarazione Naomi Klein, Angela Davis e Ilan Pappé, insieme a docenti di varie discipline, fra i quali gli italiani Sandro Mezzadra e Vittorio Morfino. Con lo sciopero della fame, gli attivisti di Palestine Action chiedono: la fine di ogni forma di censura durante la loro detenzione, in particolare, vogliono poter comunicare liberamente; libertà su cauzione immediata, dato che sono ancora in attesa di processo; il diritto ad un processo equo; la revoca della proscrizione di Palestine Action; la chiusura di Elbit Systems, azienda che produce armi (anche) in Gran Bretagna per l’esercito israeliano. Ci aggiorna sulla situazione Carlo Giannuzzi, nostro storico corrispondente sulle questioni irlandesi (e non solo) oltre che co-curatore della rubrica e del podcast “Diario d’Irlanda”. Ascolta o scarica  
SAN GIULIANO MILANESE (MI): “IL COMUNE VUOLE FERMARE LE ATTIVITÀ” DELLO SPAZIO PUBBLICO AUTOGESTITO ETEROTOPIA
L’amministrazione di San Giuliano Milanese all’attacco di Eterotopia. Dopo aver già esercitato pressioni la scorsa primavera, è giunta richiesta ad attiviste e attivisti dello spazio di procedere con una nuova ispezione amministrativa. Per questo a fine dicembre era ripresa la mobilitazione in difesa dello spazio, anche con una partecipata assemblea pubblica, che aveva permesso di rinviare l’ispezione. Eterotopia rischia la chiusura per ragioni amministrative. Viene infatti richiesto, tra l’altro, “di abbattere la cucina, di togliere il palco e di rifare gli impianti”. Il tutto in uno stabile che è in realtà di proprietà del Comune. Il sindaco ha fatto sapere “di non voler mettere in discussione la convenzione” tra Comune ed Eterotopia, che permette di continuare le attività fino al 2028, ma non è nemmeno intenzionato a concedere altri spazi o ad ipotizzare soluzioni alternative. Intanto con l’inizio del nuovo anno, sono riprese le attività nei locali di via Risorgimento 21. Tra queste la mostra permanente “35 anni di vita” che ripercorre la storia di Eterotopia. L’aggiornamento sulla situazione con Giovanni, compagno di Eterotopia. Ascolta o scarica
ALTRI SPAZI SOCIALI A RISCHIO DI SGOMBERO: DOPO MILANO E TORINO ANCHE FIRENZE, NAPOLI E ROMA
Confermato dal ministro Piantedosi ieri in Senato che altri centri sociali rischiano lo sgombero diretto. Dopo il Leoncavallo di Milano e l’Askatasuna di Torino sotto attacco ci sono lo Spin Time Labs a Roma, l’Officina 99 di Napoli e il Cpa Fi Sud a Firenze. Nello specifico nella città di Firenze Fratelli d’Italia ha presentato in Consiglio comunale un emendamento relativo allo sgombero immediato del Cpa Fi Sud per costruire al suo posto delle case popolari. Dalle parole di Francesco, compagno del centro sociale Fi Sud attivo dal 1989, si tratterebbe di un “attacco sicuramente strutturale e politico da parte del governo a chi si oppone”. A Napoli è stata convocata per sabato 10 gennaio un’assemblea cittadina per contrastare e dire no al possibile sgombero che è stato richiesto dai carabinieri al Comune di Napoli. A questo proposito abbiamo sentito Ubaldo dell’Officina 99 il quale afferma che si “stanno attaccando i simboli della lotta dal basso in questo paese”. A Roma è prevista per sabato 10 gennaio un’assemblea pubblica per manifestare solidarietà verso Spin Time Labs e mobilitarsi contro la minaccia di sgombero che pende sul centro sociale ormai da tre anni. L’intervista con Francesco del Cpa Firenze Sud  Ascolta o scarica. Il collegamento con Ubaldo dell’Officina 99 di Napoli Ascolta o scarica. Abbiamo parlato anche con Andrea Alzetta dello Spin Time di Roma Ascolta o scarica.  
SIRIA: PROTESTE, NEGOZIATI E TENSIONI. IL PUNTO SULLA SITUAZIONE CON MURAT CINAR
In Siria le forze di sicurezza del governo di transizione di Damasco hanno arrestato 21 persone nella regione costiera di Latakia per aver partecipato alle manifestazioni dei giorni scorsi per federalismo e autodeterminazione. La mobilitazione di migliaia di persone era culminata domenica in scontri tra le milizie che compongono l’esercito di Damasco e i manifestanti. Il bilancio è stato di almeno 8 morti. Da ieri, a Latakia, le forze di sicurezza hanno imposto anche il coprifuoco. Le milizie filoturche affiliate a Damasco, intanto, hanno di nuovo violato il cessate il fuoco attaccando con i droni le Forze democratiche siriane – l’esercito dell’autonomia democratica a guida curda nel nord-est – vicino la diga di Tishreen. Le Sdf hanno fatto sapere ieri sera di aver risposto al fuoco causando vittime e feriti tra i nemici supportati dalla Turchia. Il tutto mentre, sulla carta, scade in queste ore l’accordo di cessate il fuoco tra l’attuale governo siriano e le Sdf. I relativi negoziati sull’integrazione delle istituzioni autonome civili e militari del Rojava nello stato siriano, però, sono pressoché fermi, nonostante i contatti tra le parti proseguano. Su questo, ieri, dall’isola-carcere di Imrali è intervenuto Ocalan esortando lo stato turco – grande sponsor di Damasco – a svolgere un ruolo di facilitazione e non di ostacolo verso un accordo che eviti una nuova guerra. Il punto con il giornalista e nostro collaboratore Murat Cinar che oltre alle notizie dalla Siria, ci racconta le manifestazioni che si sono svolte in Turchia la scorsa domenica 28 dicembre, a Istambul e Ankara, contro gli abusi sessuali all’interno delle carceri israeliane. Ascolta o scarica
GENOVA: CENTINAIA PRESIDIO SOTTO AL CARCERE CONTRO GLI ARRESTI DEI CITTADINI PALESTINESI. IL COLLEGAMENTO E L’INTERVISTA AL FIGLIO DI MOHAMMAD HANNOUN
È salito a 25 il numero degli indagati nell’inchiesta della Procura di Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas tramite raccolte fondi di beneficenza. Ai 7 palestinesi arrestati (altri due sono tuttora ricercati) con la surreale accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale, si aggiungono anche attiviste e attivisti solidali con il popolo palestinese e giornalisti, come ad esempio Angela Lano, direttrice di Infopal. Fino a domani gli interrogatori di garanzia: oggi il colloquio tra Mohammad Hannoun, presidente dell’API arrestato i giorni scorsi, e i suoi legali in vista dell’interrogatorio di garanzia che si terrà domani nel carcere di Marassi. “Ha sempre operato in maniera tracciabile e sempre con associazioni registrate, molte delle quali anche in Israele”, spiegano gli avvocati Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo. Domani Hannoun “chiarirà alcuni passaggi con la gip attraverso una dichiarazione spontanea ma su nostro consiglio non si sottoporrà a interrogatorio anche perché ancora non abbiamo ricevuto tutti gli atti depositati”. Oggi dalle 18 a Genova, presidio di solidarietà davanti al carcere di Marassi, dov’è detenuto Mohammed Hannoun dell’API. Il collegamento all’inizio del presidio con Elio del centro sociale Vittoria di Milano. Ascolta o scarica Presente anche il figlio del presidente dell’API, Mahmoud Hannoun. Ci siamo collegati con lui alle 18.25. Ascolta o scarica
DESENZANO (BS): BLITZ CONTRO GRANA PADANO, GLI AMBIENTALISTI DI “NO FOOD NO SCIENCE” INTERROMPONO IL CONCERTO DI NATALE
La musica natalizia organizzata per la sera del 23 dicembre al Duomo di Desenzano del Garda, è stata interrotta “per qualche minuto” da attiviste e attivisti di “No Food No Science”, prontamente bloccati dalla polizia. In seguito i cinque ambientalisti sono stati trattenuti in Questura per quattro ore e ora arriva la denuncia. Durante i pochissimi minuti della pacifica protesta, i giovani ambientalisti hanno esposto uno striscione con la scritta “Grana Padano – Non c’è Natale negli allevamenti”. 500 gli spettatori presenti in Duomo: nessuno ha solidarizzato con i giovani che denunciavano la sponsorizzazione del concerto da parte del consorzio Grana Padano, che ha la sede proprio a Desenzano. Da tempo “No Food No Science” segnalano lo sfruttamento estremo all’interno degli allevamenti intensivi nella pianura Padana, del cui latte si riforniscono abbondantemente i caseifici produttori di Grana Padano. Il Consorzio è inoltre sempre più presente nell’organizzazione di grandi e piccoli eventi, per esempio anche delle Olimpiadi Milano-Cortina. Il direttore generale del Consorzio “Stefano Berni”, che ha immediatamente annunciato azioni legali contro “No Food No Science”, sostiene che attiviste e attivisti siano “prezzolati delle multinazionali dei cibi sintetici”, “servi sciocchi” che non sarebbero a conoscenza del riconoscimento ottenuto da diversi caseifici che certificano le loro produzione “Made green in Italy” dal Ministero dell’Ambiente. In realtà, come riportato nell’intervista di Radio Onda d’Urto, “No Food No Science” non ha nemmeno una posizione chiara per quanto riguarda la carne sintetica. Ai nostri microfoni per raccontare quanto accaduto, nonché per rivendicare le ragioni della protesta, Eleonora, Aldo ed Edoardo di “No Food No Science”, tra i cinque che hanno organizzato la protesta sulle rive del Benaco. Ascolta o scarica
Un autunno costituente
di NA HABY STELLA FAYE. Riprendiamo da Global Project questa intervista doppia ad Anna Guerini e Rossella Puca pubblicata il 23 dicembre 2025. Il movimento contro il genocidio in Palestina ha dato uno scossone a questo paese. Un movimento che per partecipazione, maturità del discorso e radicalità nelle pratiche, farà senz’altro la storia. Sono passati più di due mesi dal “weekend lungo” del 3-4 ottobre, due giornate che hanno visto 3 milioni di persone scendere in piazza. Questa intervista doppia ha l’ambizione di mettere a sistema o, quantomeno, in dialogo tra loro, le diverse prospettive e riflessioni emerse durante questi mesi. Milioni di persone sono scese in piazza contro il genocidio in Palestina; indubbiamente, tuttavia, il discorso di questo movimento è andato oltre il caso singolo, e ha messo al centro il rifiuto della normalizzazione della guerra, dello sterminio di massa e del dominio coloniale come elementi costitutivi di un nuovo ordine globale. La Palestina Globale di cui parla Ilan Pappé infatti definisce da una parte l’Israele globale, ovvero la generalizzazione a livello sistemico dei principi e degli strumenti del fascismo coloniale rappresentato dal regime israeliano, dove il concetto stesso di diritto si restringe sempre di più. Dall’altra, invece, la Palestina globale dei movimenti, dei popoli che intessono alleanze radicali contro la violenza del regime di guerra e genocidio. Quali sono i nodi fondamentali a cui guardare per comprendere i processi di questo movimento? Anna Guerini – Intanto vi ringrazio per avermi proposto questa intervista doppia con Rossella. Secondo me possiamo iniziare — non ancora in un’ottica propriamente storica, perché per quella servirà molto più tempo — quantomeno a cogliere ciò che questo movimento ha innescato.  E possiamo riconoscere le difficoltà che stiamo incontrando nel mantenerlo vivo, e ragionare sugli snodi e sui momenti di difficoltà e di impasse. Prima di passare a questo, parto con un aneddoto. Sono reduce dal Convegno Internazionale Marxista-femminista a Porto e tra le varie compagne con cui mi è capitato di parlare,  molte condividevano con me e le altre italiane lo stupore e l’ammirazione per le piazze del lungo weekend del 2-3-4 ottobre, che a ben vedere inizia il 22 settembre. Insomma mi restituivano una gioia immensa nel vedere le piazze italiane. Evidentemente la mobilitazione italiana ha avuto una diffusione, dal punto di vista dell’immagine della potenza, che va ben oltre i confini italiani ed europei. Non ci siamo neanche noi resi conto del tutto della specificità di quello che è successo, perché non è stato dappertutto così. Questo ci porta a chiedere che cosa abbia funzionato particolarmente bene dal punto di vista dell’attivazione di quella mobilitazione, che cosa è scattato e che cosa ci consente di tenere vivo il processo che in quelle settimane si è innescato. Credo che il punto di partenza fondamentale sia stata una sorta di indignazione generalizzata che ha coinciso con il momento apicale del genocidio e la mobilitazione della Flottiglia che, per il suo carattere “civile” e “umanitario” diciamo così, ovviamente rendeva la brutalità del genocidio e più complessivamente l’impunità di Israele ancora più evidente. > Credo che si sia progressivamente delineata nella testa di tante/i l’idea > dell’Israele globale, e quindi il legittimo terrore che quel margine di > impunità concesso ad Israele negli ultimi settant’anni rischi di diventare il > criterio con cui le democrazie – visto che consideriamo Israele l’unica grande > democrazia del Medioriente – complessivamente possano riorganizzare il loro > intervento politico e sociale in una fase di evidente crisi. Qua ci sarebbe da discutere se si tratta di una crisi o del definitivo esaurimento di una fase politica ed economica specifica, che abbiamo definito fase neoliberale negli ultimi quarant’anni. Forse la crisi è finita e questi cambi di intervento e queste accelerazioni lo indicano. Però appunto credo che sia balenata nella testa di molti la paura che questo grado di impunità potesse rovesciarsi anche all’interno dei Paesi occidentali. Questo da un lato è positivo, ha finalmente costretto molte persone a fare i conti e guardare in faccia la violenza genocida di Israele. Aggiungo però che è sintomatico che tutta questa mobilitazione incredibile sia esplosa nel momento in cui c’erano degli attivisti in larga parte occidentali ad attraversare il Mar Mediterraneo verso le coste di Gaza con la Global Sumud Flotilla. Il tema è che quella è stata riconosciuta come una mobilitazione non violenta e umanitaria, ma in primo luogo fondamentalmente politica, unita all’invocazione molto chiara dei portuali di Genova “Se toccano la Global Sumud Flotilla, noi blocchiamo tutto”. Questo ha segnato un punto di rottura. La domanda fondamentale da porsi è: che cosa ha innescato quel quid in più che ha dato vita a quella reazione? Io credo che sia stato il rispecchiamento con chi stava sulla Flotilla, che pur nella sua azione pacifica è stato aggredito, attaccato, oggetto di veri e propri atti di terrorismo da parte del Governo israeliano e di attacchi frontali da parte dei governi occidentali. Un rispecchiamento che ci fa temere per la repressione che possiamo subire, indipendentemente dalla forma di protesta che mettiamo in campo. E questo ha segnato uno stacco, perché la retorica degli antagonisti dei centri sociali non regge più. Questo ha costretto tutti a fare i conti con quello che stava succedendo da due anni, ma più complessivamente da settant’anni, e ha avuto una ricaduta dal punto di vista dell’attivazione. Nel frattempo, il fatto che Trump sia intervenuto in modo molto netto sulla situazione e che si stia cominciando a discutere seriamente, e non più soltanto in termini astratti, di piani di riarmo dell’Europa, ha cambiato la configurazione; credo poi che uno degli altri stimoli principali sia stato il timore per i nostri salari e per la nostra capacità di sopravvivere da qui ai prossimi anni dentro un regime di guerra, che evidentemente sta imponendo delle trasformazioni che riguardano tutti.  Un’altra questione è che questo movimento ha potuto contare su una serie di processi accumulati almeno negli ultimi dieci anni, processi sociali di mobilitazione molto ampi – penso in particolare allo sciopero femminista, visto che ieri era il 25 di novembre, e al movimento per il clima, che hanno riattivato lo strumento dello sciopero, restituendogli una dimensione sociale, che in questi lunghi weekend è tornato ad essere fondamentale anche all’interno del fronte sindacale. In entrambi i casi erano scese in piazza delle composizioni sociali molto ampie. Quel tipo di attivazione, sommata ai processi di attivazione e agli spazi politici che le strutture di movimento da anni tengono vivi, ha consentito di estendere la mobilitazione in modo inimmaginabile. Rossella Puca – Io partirei da un punto che di solito crea imbarazzo negli ambienti istituzionali: il crollo di credibilità del diritto internazionale davanti al genocidio in Palestina. Non è un dettaglio esterno al movimento, anzi. Perché ciò che è successo nell’ultimo anno – e che milioni di persone hanno percepito con una chiarezza sorprendente – è che le norme poste a tutela dell’umanità si sono rivelate incapaci di vincolare il potere quando il potere è alleato dei Paesi centrali dell’ordine mondiale. Immagine iconica su tutte le altre: La Corte Penale Internazionale emette un mandato di arresto contro Netanyahu; ma il suo aereo con lui dentro, sorvola senza ostacoli gli spazi aerei europei. Ora, se il diritto penale internazionale è valido solo per gli Stati “periferici”, ciò che viene meno non è una procedura, ma la sua natura di diritto: perché un diritto che si applica a geometria variabile diventa immediatamente un atto politico travestito da norma. Allo stesso modo, venendo ora al ruolo dell’ONU questo si è ridotto all’impotenza strutturale: risoluzioni ignorate, veti permanenti, appelli umanitari continuamente disattesi. L’ONU ha mostrato di essere un luogo dove il linguaggio del diritto sopravvive come forma, ma sembra quasi non possedere più alcun potere conformativo. Poi c’è il tema dei notissimi doppi standard. Nel caso della guerra Russa-Ucraina abbiamo assistito a un ricorso quasi immediato all’apparato sanzionatorio, al linguaggio della responsabilità internazionale dello Stato aggressore, alla mobilitazione retorica di “valori comuni” da difendere. Nel caso palestinese, dinanzi ad un genocidio quello stesso apparato è stato silenziato o usato in modo simbolico. > Questo non è solo ipocrisia: è la dimostrazione che l’ordine giuridico > internazionale non è un sistema, ma un campo di forza in cui prevale > l’interesse geopolitico. Il movimento ha colto tutto questo con lucidità: la percezione condivisa è che, quando i crimini vengono commessi da chi detiene un ruolo centrale nell’economia globale della guerra, il diritto non interviene. E non interviene perché sembra non sia stato costruito per farlo. Il diritto, qui, ha smesso di essere strumento di limite: è diventato strumento di legittimazione dell’impunità. Parallelamente, abbiamo assistito all’azione degli Stati che, invece di perseguire la violazione del diritto, hanno perseguito chi la denuncia. Si sono viste misure disciplinari nelle scuole, tentativi di censura dell’autonomia scolastica ed universitaria, denunce contro i manifestanti o anche solo identificazioni per aver sventolato bandiere della Palestina o per aver pronunciato parole considerate indesiderabili. È un rovesciamento radicale: non si reprimeva quella violenza – quel genocidio, ma chi provava a renderli visibili. Ecco perché, secondo me, il nodo fondamentale per comprendere questo movimento è che le persone hanno percepito un fatto essenziale: quando il diritto è incapace di proteggere le vite che dovrebbe proteggere, allora l’unico luogo in cui può essere difesa la giustizia è lo spazio pubblico. Il movimento è stato questo: la rivendicazione collettiva di un’etica della responsabilità che il diritto internazionale ha abbandonato. Durante questa ondata di mobilitazioni, è stato posto l’interrogativo centrale dell’organizzazione, ed in particolare della sfida per le strutture di mettere a disposizione i propri strumenti, favorendo l’attivazione e la mobilitazione senza soffocarla con gli identitarismi. Che ruolo hanno avuto strutture e organizzazioni in questa fase? Che ruolo hanno invece avuto i percorsi nazionali che nell’anno passato hanno visto l’attivazione di migliaia di persone contro l’autoritarismo e la repressione del dissenso, come, ad esempio, quello contro il DdL – poi Decreto – Sicurezza? Anna Guerini – Rispetto al ruolo delle strutture, questo movimento ha posto un tema rispetto all’organizzazione. Dobbiamo fare una riflessione su diversi piani: ciascuno di noi ha conosciuto prevalentemente i contesti in cui si è mobilitata, per cui bisognerebbe capire se le mobilitazioni sul piano locale sono state uguali, se i processi si assomigliano tutti – cosa che non credo. Credo che alcuni processi innescati nel mio territorio siano stati particolarmente efficaci. Le strutture di movimento, ad esempio, hanno mostrato disponibilità a tenere aperto lo spazio politico, uno spazio di confronto, di dialogo e di messa a disposizione non passiva, ma organizzativa, di strumenti, conoscenze e pratiche di piazza. Ciò ha consentito di organizzare delle mobilitazioni che hanno rivendicato un certo grado di “illegalità”. La pratica del blocco non era scontata fino a qualche tempo fa, e forse il fatto che qualunque tipo di mobilitazione, anche la più pacifica e umanitaria, venga attaccata con le bombe a ultrasuoni, ha fatto capire che si può provare a spingere in questo senso. Altrettanto importante è stato lo sforzo per mettere in comunicazione una serie di realtà e di singoli che altrimenti sarebbero stati dispersi, dando un contributo in termini di organizzazione ecosistemica, se vogliamo usare i termini di di Rodrigo Nunes. Le assemblee cittadine a Padova sono state uno strumento formidabile in questo senso. Ovviamente facendo tesoro di una serie di mobilitazioni degli ultimi anni. Anche le università sono state centrali. Erano due anni che le e gli studenti, riunite in collettivi, occupavano le università contro il genocidio in Palestina, costruendo un discorso politico che alla fine, faticosamente, si è affermato perché si è rivelato corretto dal punto di vista dell’analisi. E quindi l’organizzazione ha messo a disposizione l’aspetto dell’intelligenza e della costruzione di un ragionamento collettivo, senza il quale probabilmente non ci sarebbe stato quello spostamento dal punto di vista della potenza della mobilitazione. > Cosa rimane da fare adesso? Credo che il problema sia cercare di individuare > gli elementi di scarto rispetto ai due anni precedenti. Il tema che poneva Rossella sul diritto internazionale secondo me è fondamentale. Il campo giuridico si sta rivelando un campo di contesa sempre più esposto alla trasformazione. Da un lato, il diritto internazionale si è rivelato per quello che è storicamente – uno strumento con un forte impianto ed eredità coloniale. Questa volta, però, proprio i Paesi del cosiddetto “Sud Globale” hanno avviato i processi contro Netanyahu per genocidio, rilanciando l’attività e la funzione politica del diritto internazionale, provando a rovesciarne il segno. Nel momento in cui il diritto internazionale si è rivelato per quello che è, la mobilitazione ha fatto sua la grammatica e l’ha usata come strumento politico dal basso. È un campo di contesa che ci potrebbe consentire di fare un passo in avanti, per non limitarci a rivendicare e rimpiangere la sovranità liberale o il sistema del diritto internazionale.  > Credo che dalle piazze venga l’indicazione di tenere aperti processi ampi e > spazi di confronto, facendo passare il messaggio che non è il momento di > muoversi da soli con iniziative scollegate che rischiano di mettere in > discussione quegli stessi processi e depotenziarli, compromettendo mesi di > lavoro politico. Un’ultima cosa: il problema che stiamo identificando sempre più precisamente è quello del regime di guerra, e dei modi in cui sta implodendo nei nostri Paesi, dalla manovra finanziaria, agli annunci sulla leva, ad una serie di trasformazioni che riguardano l’università. Il problema è identificare i punti di attacco a quello che abbiamo chiamato Israele globale e capire come mobilitarci efficacemente in questo senso. Rossella Puca – La questione dell’organizzazione, in questa fase, è stata decisiva. Ma non nel senso classico dell’organizzazione come struttura compatta-gerarchica, dotata di una linea congressuale e di un piano. È emersa invece una forma di organizzazione non identitaria, che ha funzionato proprio perché non ha cercato di capitalizzare politicamente la mobilitazione. Le strutture – quelle che già esistevano, in Italia dai centri sociali alle reti antirazziste, fino alle realtà sindacali di base  – hanno avuto un ruolo che definirei “di servizio”, nel senso più alto e politico del termine: mettere a disposizione strumenti, spazi, competenze, reti di cura e di difesa legale, senza pretendere di dirigere la dinamica. > Le organizzazioni che hanno saputo leggere questa fase hanno capito una cosa > molto semplice: l’energia sociale non si governa, si accompagna. E > accompagnarla significa rinunciare a trasformarla in identità. Questo movimento non voleva un soggetto che parlasse al posto suo. Voleva, semmai, una cornice in cui agire, un’infrastruttura che rendesse possibile l’emersione spontanea di una politica che è stata al tempo stesso radicale e popolare. E qui entra in gioco anche l’altra parte della domanda: il ruolo dei percorsi contro l’autoritarismo e la repressione dell’ultimo anno. Io credo che quei percorsi siano stati una sorta di precondizione politica. Le mobilitazioni contro il DdL Sicurezza, contro l’inasprimento delle pene, contro la criminalizzazione del dissenso, hanno prodotto due cose fondamentali: – una grammatica condivisa sulla repressione, cioè un lessico comune per riconoscere le forme del potere – tramite i convegni studi che non avevano nulla di accademico… – una rete fondamentale di soggetti – giuristi, attivisti, collettivi, insegnanti, studenti – capaci di attivarsi rapidamente. Quando la piazza palestinese è esplosa, queste reti erano già col motore acceso. E si è visto nelle pratiche: dalla gestione dei fermi alla lettura politica delle denunce, dalla protezione delle scuole autorganizzate alla capacità di disinnescare l’uso strumentale delle retoriche dell’antiterrorismo, all’essere presenti compatti in vari territori: dal porto di Venezia sino alla piazza di Bologna, passando per la manifestazione di Udine contro la partita Italia-Israele. Senza quel lavoro precedente, il tentativo di soffocare la mobilitazione avrebbe avuto un peso molto maggiore. In questo senso, direi che strutture ed il percorso anti deriva autoritaria hanno permesso al movimento di non essere solo emotivo, ma di essere politicamente solido e ben radicato. Come abbiamo visto in questi mesi, la controparte si sta riorganizzando. Dal DdL Gasparri al piano casa, fino a una manovra finanziaria che mette al centro il riarmo, a discapito dei servizi e del welfare, senza prevedere investimenti strutturali per contrastare povertà e disuguaglianze. Di fronte a questo scenario, quali saranno le sfide per i movimenti? Rossella Puca – Le misure che stanno avanzando – dal DdL Gasparri al piano casa, fino a una manovra centrata sul riarmo e priva di investimenti strutturali contro povertà e disuguaglianze – non sono episodi isolati. Indicano una tendenza precisa: lo Stato sta riorganizzando il proprio impianto politico-giuridico in chiave di governo della crisi, e il costo di questa riorganizzazione ricade quasi interamente sui diritti sociali e sulle forme di conflitto (l’intervista è stata fatta prima dello sgombero del centro sociale Askatasuna, le cui modalità ricadono pienamente in questa strategia ndr). Accanto a questo livello più visibile c’è un versante meno appariscente ma non meno rilevante: quello della riforma della giustizia presentata come aggiornamento tecnico ed efficientista. La promessa è quella di una giustizia più rapida e accessibile. La realtà è un processo di razionalizzazione autoritativa, in cui la velocità diventa il pretesto per ridurre garanzie sino ad arrivare chissà ad ampliare gli strumenti discrezionali della magistratura requirente del pm. È una trasformazione culturale prima che normativa: la giustizia smette di bilanciare poteri e tende a diventare un dispositivo amministrativo di ordine pubblico. Su questo sfondo si colloca anche il dibattito referendario costituzionale che ci attende. Non è un dettaglio tecnico né uno scontro tra addetti ai lavori: è il tentativo di fissare in Costituzione un rapporto più verticale tra società e istituzioni, dentro un contesto in cui la spesa sociale arretra mentre il settore militare avanza. > Ridurre i contrappesi mentre si espandono sicurezza, repressione e riarmo > significa ridefinire il patto democratico in senso difensivo: lo Stato si > protegge, non protegge. Le elezioni regionali confermano una tendenza chiara ma non monolitica. La destra è strutturalmente forte, soprattutto dove riesce a intercettare paure materiali e una domanda diffusa di stabilità. Ma non vince ovunque, e questo è significativo: soprattutto nel Mezzogiorno emergono spazi politici che non si allineano automaticamente al blocco di governo, territori in cui gli effetti concreti delle politiche nazionali – tagli al welfare, alla sanità – sono percepiti in modo più immediato. La frattura Nord/Sud non esprime solo differenze economiche: evidenzia modelli diversi di relazione con lo Stato, diverse forme di aspettativa sociale. Per i movimenti, questo significa che il campo non è chiuso. È discontinuo quindi in un certo senso attraversabile. Le sfide, allora, si giocano su due piani intrecciati. Sul terreno giuridico, comprendere come il diritto stia cambiando funzione: non più limite al potere, ma strumento per stabilizzare un modello di governo fondato su sicurezza, austerità e militarizzazione. Ma le nostre battaglie non devono essere solo difensive: saranno battaglie per produrre diritto, per imporre principi e pretese che oggi non trovano spazio nella cornice istituzionale. Sul piano sociale-territoriale, ricostruire solidarietà reali dove il welfare arretra. Non in termini assistenzialistici-cattolici, ma in termini politici: reti che sappiano fare ciò che lo Stato non fa più, e che allo stesso tempo denuncino in senso critico il perché non lo fa. Per quanto riguarda lo sguardo generazionale, una parte consistente della generazione politica attiva, oggi non si sente minimamente rappresentata dal discorso istituzionale dominante, ma non vive però il conflitto come un’eccezione: anzi, lo vive come il modo normale di stare nel presente. Questa è la vera forza del momento: la capacità di non lasciarsi definire dal quadro dato, ma di produrre nuovi linguaggi che il quadro non riesce a contenere. È da qui che passa la sfida dei movimenti, non solo opporsi, ma spostare il campo. E farlo con l’ambizione – sempre più concreta – di ridisegnare ciò che oggi viene raccontato come inevitabile. Anna Guerini – Parto dall’ultima cosa che ha detto Rossella. Questa ambiguità del diritto ha prodotto uno scarto nella posizione degli Stati, tanto che abbiamo l’occasione per provare ad andare oltre ai quadri giuridici, politici e sociali di cui può venire nostalgia in un momento come questo. L’obiettivo può essere, in questo caso, superare e forzare quegli stessi quadri. La riforma della giustizia è un’altra questione fondamentale. Io ovviamente non ci torno, viste le competenze che ha Rossella, però mi sembra che sia assolutamente interna alla trasformazione complessiva a cui stiamo assistendo, e che sta avvenendo molto rapidamente. Essa riguarda da un lato la cancellazione dei limiti: la crisi viene stabilizzata come tale, senza che si abbia la necessità di risolverla. Dall’altro, assistiamo all’accentramento sempre maggiore dei poteri esecutivi. L’abbiamo visto con il DDL sicurezza, con il suo impianto repressivo del tutto specifico, che aveva come obiettivo proprio quelle forme di solidarietà diffusa che si sono attivate nei mesi scorsi. La proposta di riforma della governance universitaria è altrettanto emblematica. Se uniamo la riforma della giustizia, la proposta del premierato – l’altro grande obiettivo del Governo Meloni – il decreto sicurezza, i vari DDL Gasparri/Del Rio, e questo testo sull’università, l’obiettivo sembra essere la riorganizzazione dei poteri dello Stato, al fine di riorientare complessivamente i flussi economici e finanziari dentro l’economia di guerra. Per questo silenziare l’opposizione sociale alla guerra è tanto importante. Mi soffermo su questa ennesima riforma dell’università del Governo Meloni, che si aggiunge a quella sul reclutamento e sull’ASN. La riforma della governance degli atenei, che ha l’obiettivo di consolidare i rettori, raddoppia la durata del rettorato e introduce la conferma quasi per acclamazione, e nel frattempo depotenzia pesantemente i Senati accademici e punta a inserire un membro del Governo dentro il CdA di Ateneo – attacca quindi le già deboli e problematiche “istituzioni intermedie”, che in un modo o nell’altro, fungevano appunto, da limiti, da argini. Sembra che persino le attribuzioni dei fondi premiali agli atenei saranno strettamente vincolate alle valutazioni ministeriali. > È un attacco frontale all’autonomia universitaria, che acquisisce uno > specifico peso in questo momento, visto che l’università è stata e continua ad > essere una fucina di elaborazione di pensiero critico, di opposizione al > genocidio, al regime di guerra, al governo. Ora: questa riforma fa venire nostalgia meccanismi e organismi che abbiamo giustamente avversato per 15 anni. Penso ad esempio all’ANVUR o all’ASN. Il problema non è rivendicare il ritorno alla riforma Gelmini, che era un disastro e ha distrutto l’università. Il problema è cogliere l’occasione per fare un passo in avanti e ripensare complessivamente le istituzioni sociali, perché questo è un momento in cui, forse, lo possiamo fare. Serve un grande sforzo di elaborazione, di immaginazione e ragionamento politico collettivo. Una riflessione analoga vale per la manovra finanziaria, attraversata, ad esempio, da una linea marcatamente patriarcale: le donne figurano solo come madri,, hanno diritto ad essere “ricompensate” solo perché tali e l’obiettivo sembra essere ricacciarle nel part time. Anche questo è un segno molto chiaro di che cos’è l’economia di guerra e di come va organizzandosi la società a partire dalla sua riproduzione. Abbiamo veramente davanti dei campi molto ampi di lavoro politico. Dobbiamo evitare la trappola della nostalgia per il vecchio e dedicarci a immaginare il nuovo. L'articolo Un autunno costituente proviene da EuroNomade.