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Tensioni nel mondo accademico e nella ricerca: dal boicottaggio alla reazione (filo)sionista
Nei mesi scorsi, anche in seguito alla diffusa mobilitazione popolare in solidarietà con la causa palestinese, si è assistito a moti spontanei di boicottaggio accademico posti in essere da diverse realtà del mondo scientifico. Ricordiamo qui di seguito giusto alcuni casi che ci sembrano interessanti ed esemplificativi dello spirito che li ha accompagnati. * Appello di ricercatori, tecnici ed amministrativi di EPR4Palestine: la lettera del personale degli Enti pubblici di ricerca è stata rivolta criticamente nei confronti della CoPER, la Consulta dei Presidenti degli Enti di Ricerca, accusandola di aver adottato una politica di doppio standard nei confronti di Israele rispetto alle azioni messe in campo nei confronti delle collaborazioni scientifiche con la Russia. I lavoratori degli Enti Pubblici di Ricerca hanno chiesto di fermare gli accordi di ricerca scientifica anche con Israele perché non vogliono complicità col genocidio sul popolo palestinese. L’appello è nato dopo che la scorsa estate ben 300 ricercatori del CNR si erano ribellati dichiarando la propria indisponibilità a prestare la propria attività intellettuale a studi finalizzati al settore bellico. * Manifesto degli scienziati quantistici per il disarmo: circa 50 fisici quantistici di tutto il mondo si sono uniti per denunciare la militarizzazione nella ricerca e nelle Università, rifiutando di essere strumentalizzati a fini bellici ed impegnandosi a monitorare la situazione. Sembra che diversi di loro abbiano ricevuto pressioni e minacce di sanzioni a seguito della loro posizione, che li hanno indotti poi a ritirare la firma dal Manifesto. L’appello degli scienziati quantistici segue quello più generale e più folto degli Scienziati contro il riarmo di marzo 2025, che vede fra i suoi esponenti il fisico Carlo Rovelli in opposizione alle politiche di riarmo europeo. * Mozione della SIAC – Società Italiana di Antropologia Culturale, mozione con cui si impegnano i suoi membri a NON collaborare con istituzioni accademiche o culturali israeliane, “finché esse non pongano fine alla loro complicità con il genocidio, l’occupazione militare illegale del Territorio Palestinese Occupato e il regime di apartheid israeliani”. * Delibera del Senato Accademico dell’Università di Bologna: il 23 settembre 2025 il Senato Accademico ha approvato una mozione concernente accordi e relazioni con università, aziende e istituzioni israeliane. In realtà, non c’è alcun meccanismo automatico ad esito della delibera, ma si prevede un’istruttoria accurata basata sul concetto di due diligence, concentrandosi in particolare a valutare la presenza di collaborazioni in ambito dual use. Ad esito dell’istruttoria non è stata riscontrata nessuna collaborazione sensibile, per cui l’Ateneo ha proceduto a confermare tutte le collaborazioni in essere con i partner israeliani. Ma in qualche modo il contenuto della delibera deve aver urtato la suscettibilità di qualche sionista e/o filosionista. Già perché in questi giorni circola in Ateneo un documento di proposta del CdA di UNIBO che rimette in discussione la delibera di settembre del Senato, ridimensionandone ancor di più la portata, già di per sé ridotta. Se fino alla scorsa estate i difensori degli accordi con Israele basavano il loro ragionamento sul tema della libertà accademica e sulla libertà della ricerca, tentando di far leva anche sulla supposta neutralità della scienza rispetto alle implicazioni politiche, dopo le imponenti mobilitazioni popolari e dopo le diffuse azioni di boicottaggio accademico è stato più chiaro che era proprio quella l’espressione più autentica della libertà di docenti e ricercatori: non collaborare con lo Stato che sta compiendo un genocidio. Ed allora la risposta (filo)sionista si è spostata su un piano diverso, fatto di minacce di eventuali sanzioni e contenziosi che potevano scaturire dalle scelte di sospendere gli accordi, paventando anche profili di responsabilità personale per chi aveva assunto e votato per quelle decisioni. Evidentemente, negli ultimi mesi sono venuti al pettine i nodi relativi ad alcune collaborazioni e la governance ha preferito correre ai ripari per tenere in vita più accordi possibili con i partner israeliani. Ed i continui attacchi del Governo, anche a seguito del NO del Dipartimento di Filosofia al corso di laurea per gli allievi dell’Accademia militare di Modena, devono aver sortito qualche effetto sulla governance, magari insieme alle pressioni interne all’Ateneo delle frange (filo)sioniste. La prospettiva in UNIBO è quella di una clamorosa retromarcia rispetto a quanto deliberato a settembre dal Senato accademico e restringendo ancor di più i casi in cui vietare gli accordi con i partner israeliani. Si è arrivato persino a fare pressione sui singoli rappresentanti negli Organi accademici, spesso studenti, sventolando l’ipotesi di poter essere chiamati in causa per la decisione presa in caso di contenzioso con qualche partner israeliano. Quello che alcuni di questi casi suggeriscono è un generale clima di tensione fra gruppi di interessi che si contrappongono nell’arena accademica e della ricerca. Da una parte chi cerca di porre la questione etica e morale proponendo azioni di boicottaggio accademico, dall’altra gruppi di docenti o ricercatori che, nascondendosi dietro la libertà della ricerca o dell’insegnamento o dietro la neutralità della scienza e della collaborazione accademica come strumento di dialogo fra i popoli, in realtà mettono in atto un pericoloso doppio standard, perché ai tempi della chiusura della partnership con la Russia non hanno mosso un dito. E sullo sfondo pressioni ed influenze che arrivano dall’esterno tramite il canale governativo o attraverso le lobby sioniste con minacce di sanzioni, di contenzioso ed altre tipologie su cui far leva. Ma tali esempi portano alla ribalta anche un nodo imprescindibile: la partita non può essere giocata solo all’interno di un singolo Ateneo, di un Dipartimento o di un Ente di ricerca. Sempre più emerge come anche in presenza di decisioni prese da un’istituzione accademica o di ricerca, le stesse vengono messe in discussione alla luce del contesto più ampio, e cioé gli accordi di cooperazione nazionali o le politiche di collaborazione portate avanti come Unione Europea nei confronti di Israele. E non è un caso che proprio in questi giorni sia stata avviata la raccolta firme per chiedere la sospensione totale dell’accordo di associazione UE-Israele in ragione della sistematica violazione dei diritti umani a Gaza e in Cisgiordania. Proprio la continuità di questo accordo e la mancanza di sanzioni dell’UE nei confronti di Israele aprono lo spazio ai sionisti israeliani che, minacciando di porre in essere forme di contenzioso, inducono università ed enti di ricerca a mantenere le collaborazioni con Israele: https://www.justiceforpalestine.eu/it; https://citizens-initiative.europa.eu/initiatives/details/2025/000005_it. In Italia, ad esempio, per dare una risposta sistemica al tema del boicottaggio culturale ed accademico, è stata avviata la campagna LA CONOSCENZA NON MARCIA, che si propone di produrre uno strumento normativo che vieti per legge le collaborazioni accademiche con Paesi che come Israele sono incriminati per genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia. Giuseppe Curcio, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Chi ha paura della libertà? Lo Scudo europeo per la democrazia e la deriva autoimmune dell’UE
Lo Scudo europeo per la democrazia viene presentato come un argine a disinformazione e interferenze straniere, ma finirà per istituzionalizzare la censura preventiva nello spazio informativo. Diventano suscettibili di limitazioni contenuti “altrimenti legali” ma “rischiosi”, una categoria tanto elastica da inglobare qualunque contenuto politicamente scomodo. La “difesa della democrazia” comporta la stigmatizzazione del conflitto delle idee come devianza e la costruzione di una filiera di segnalazione, fact-checking e neutralizzazione finalizzata a “tutelare l’integrità dello spazio informativo” e che coinvolge piattaforme online, ONG e istituzioni pubbliche sotto un’opaca regia del potere esecutivo. È un dispositivo che, se attuato, minerà alla radice i diritti fondamentali della libertà di espressione e della libera circolazione delle idee, pietre angolari di una democrazia sostanziale. (Prima parte) > Ero su una collina, e di là vidi avvicinarsi il > > vecchio, ma veniva come se fosse il nuovo. > > BERTOLT BRECHT CONTESTO La Commissione europea a novembre 2025 ha presentato ufficialmente lo Scudo europeo per la democrazia (European Democracy Shield, EDS – JOIN(2025) 791/final): un insieme di “misure concrete per rinforzare, proteggere e promuovere democrazie forti e resilienti in tutta l’UE” in risposta alle minacce, interne ed esterne, di “manipolazione dell’informazione e disinformazione”. Si tratta dell’ultima tappa di un processo avviato oltre un decennio fa, quando una serie di shock (geo)politici (la crisi ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, la Brexit e l’elezione di Donald Trump nel 2016) portarono al centro dell’agenda europea il tema della disinformazione online e delle interferenze malevole, domestiche e straniere. Questi temi hanno occupato l’agenda politica dell’Unione con enfasi crescente a partire dalla pandemia COVID-19, con lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022 e con l’escalation delle ostilità[i] a Gaza nel 2023, e infine in occasione delle elezioni europee del 2024, culminando nell’enunciazione pubblica dell’EDS nel discorso di candidatura di Ursula von der Leyen per la presidenza 2024-2029. Lungi dall’essere uno slogan elettorale, l’EDS è una “struttura dedicata” che riunisce una gamma estremamente articolata di strumenti, legislativi e non, tesi a mobilitare istituzioni, società civile e attori privati (whole-of-government e whole-of-society approach, così la JOIN(2025) 791/final) per la “protezione della democrazia”. Parallelamente al consolidarsi dell’idea che la democrazia sia esposta a rischi crescenti (“Democracy cannot be taken for granted – it needs to be actively nurtured and defended”, COM(2020) 790 final), ha fatto il suo ingresso nel lessico della Commissione la parola resilienza: inizialmente riferita alle infrastrutture critiche, essa è stata progressivamente estesa alla sfera sociale e politica. Sicché l’ultimo Strategic Foresight Report (2025) ha introdotto il concetto di “resilienza 2.0” come approccio “trasformativo, pro-attivo e lungimirante” da attuare in diverse aree strategiche, tra cui una “rafforzata democrazia”. “Quando le democrazie sono messe a dura prova, possono (e dovrebbero) ‘contrattaccare’”, osservano Bressanelli e Bernardi (2025)[ii], sintetizzando la strategia europea. Registriamo che, sempre nel 2025, il Consiglio d’Europa (CdE) ha lanciato l’iniziativa “Un Nuovo Patto Democratico Europeo”, descritto nelle parole del segretario generale del CdE come un “reset” necessario per l’Europa. UNO SCUDO PER PROTEGGERE LA DEMOCRAZIA… DALLA DEMOCRAZIA? Il progetto dell’EDS, sotto la responsabilità del Commissario designato per la Democrazia, la Giustizia e lo Stato di Diritto (e Protezione dei Consumatori), riprende e sistematizza misure legislative e strumenti già presenti in diversi package, tra cui lo European Democracy Action Plan (2020), che integra strumenti legislativi in ambito digitale quali il Digital Services Act (DSA, 2022) e l’AI Act (2024), e il Defence of Democracy Package (2023), dedicato alle interferenze straniere e alla trasparenza politica. Come descritto nella JOIN(2025) 791/final, l’architettura dell’EDS si articola in tre assi prioritari: 1) salvaguardare l’integrità dello spazio dell’informazione; 2) rafforzare le istituzioni democratiche, la libertà e la regolarità delle elezioni e la libertà e l’indipendenza dei media; 3) aumentare la resilienza della società e il coinvolgimento dei cittadini (“citizens’ engagement” nel lessico della Commissione europea). Mi soffermo sul primo asse, relativo all’integrità dell’informazione. A tale scopo è utile leggere le definizioni ufficiali di disinformazione e di Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI), che secondo l’UE costituiscono le maggiori minacce nella sfera dell’informazione. Secondo il Piano d’azione contro la disinformazione (JOIN(2018) 36 final) “Disinformation is understood as verifiably false or misleading[iii] information that is created, presented and disseminated for economic gain or to intentionally deceive the public, and may cause public harm. Public harm includes threats to democratic processes as well as to public goods such as Union citizens’ health, environment or security. Disinformation does not include inadvertent errors, satire and parody, or clearly identified partisan news and commentary. The actions contained in this Action Plan only target disinformation content that is legal under Union or national law”. Inoltre: “The actors behind disinformation may be internal, within Member States, or external, including state (or government sponsored) and non-state actors”. La Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI) è introdotta dal Servizio Diplomatico Europeo (European External Action Service, EEAS) nel Stratcom Activity Report (2021) come: “a pattern of behaviour that threatens or has the potential to negatively impact on values, procedures and political processes. It is manipulative in character, conducted in an intentional and coordinated manner. Actors can be state or non-state, including their proxies.” Si tratta di definizioni che hanno come oggetto contenuti legali e non necessariamente falsi, bensì ingannevoli/fuorvianti, passibili di censura[iv], secondo la Commissione, in virtù dei loro potenziali effetti nocivi sui processi politici democratici. Per un’approfondita analisi critico-giuridica rimando a Benedetto Ponti (2025)[v]. Anche a un occhio non specialista, però, dovrebbe essere evidente che siamo di fronte a definizioni che, per costruzione, si prestano a interpretazioni estensive, con un perimetro così elastico da poter ricomprendere, secondo opportunità, una varietà di manifestazioni del pensiero tipiche dell’opposizione politica, della propaganda politica, della critica istituzionale o scientifica, della mobilitazione civile: in sintesi, tutto quanto caratterizza la vita sociale e politica di una vera democrazia. Inoltre, come nota Ponti[vi], le due definizioni sono fortemente permeabili e costruite “per rivolgersi indistintamente a tutti gli attori, interni od esterni che essi siano”. Pongono, cioè, sullo stesso piano gli Stati e le entità “straniere” e i cittadini e le diverse componenti della società dell’UE, insinuando la figura del “nemico interno” in quella che dovrebbe essere normale dialettica democratica. Al di là dei proclami, l’approccio UE sembra voler neutralizzare, se non proprio militarizzare, il discorso pubblico ed appare inconciliabile con la libertà d’espressione, diritto fondamentale cardine di un’effettiva democrazia, sancito dalla Costituzione italiana (Art. 21) e anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE (Art. 11.1): “Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”. La Commissione ne è senz’altro consapevole[vii] e sembra voler aggirare il problema demandando a piattaforme e media digitali, giornalisti, organizzazioni non governative (ONG) e mondo della ricerca, sempre in dialogo con le istituzioni europee, la tutela dell’integrità dell’informazione online. Le piattaforme online sono ingaggiate attraverso lo Strengthened Code of Practice on Disinformation (2022) e il DSA, con i quali la Commissione ha introdotto una serie di commitment, validi per tutte, e di obblighi (si vedano, per esempio, gli Art. 34 e 35 del DSA) per le Very Large Online Platform (cioè piattaforme con numero medio mensile di utenti dell’UE pari o superiore a 45 milioni), investendole della responsabilità di analisi e mitigazione dei “rischi sistemici” (ovvero “eventuali effetti negativi, attuali o prevedibili, sul dibattito civico e sui processi elettorali, nonché sulla sicurezza pubblica”, come definiti nell’Art. 34 del DSA) legati alla disinformazione, attraverso la collaborazione con “fact-checker affidabili” e “fonti autorevoli”. Si prevede inoltre l’istituzione di un Centro Europeo per la Resilienza Democratica, con funzioni di coordinamento tra Stati membri, Commissione e EEAS, e di governo di una Stakeholder Platform sulla quale convergeranno “comunità” finanziate dalla Commissione, quali lo European Digital Media Observatory (EDMO), la futura Rete Europea di Fact-Checkers (attualmente esiste una European Fact-Checking Standards Network (EFCSN)) e il futuro framework di supporto alla ricerca con annessa una Recommendation on supporting scientific evidence in policymaking. Tra le misure da mettere in campo per contrastare la disinformazione figurano la promozione dell’alfabetizzazione mediatica e digitale[viii] e il ricorso, oltre che al debunking (confutazione ex post), al cosiddetto pre-bunking, inteso come “confutazione preventiva dell’argomento persuasivo”[ix], prima che quest’ultimo circoli e attecchisca nello spazio pubblico. Degno di nota, a questo riguardo, è il progetto “Prebunking at Scale” della EFCSN, finanziato da Google.org: un esempio della crescente intersezione tra politiche europee e iniziative di attori privati globali. Si delinea una sorta di Ministero della Verità diffuso nella forma di partnership pubblico-privata “epistemica”, ove il pubblico è costituito da entità (ONG, media, lo stesso mondo della ricerca) che dipendono in larga misura dai finanziamenti europei per la loro sussistenza[x],[xi], configurando un enorme problema di conflitto di interessi e di mancanza di indipendenza, mentre i privati sono giganteschi oligopoli tecno-finanziari con capitalizzazioni comparabili o superiori a quelle di Stati sovrani. Il tutto avviene sotto la regia opaca della Commissione europea, che getta il sasso (delineando finalità e obiettivi della lotta a disinformazione e FIMI, nonché incentivi e sanzioni) e nasconde la mano (delegando a soggetti terzi e alle piattaforme online la “verifica” dell’informazione e la “mitigazione del rischio”). Come osserva Ponti5, si assiste a un quasi ribaltamento dei fini dichiarati del DSA: invece di “contenere o limitare il potere esercitato dalle piattaforme” si “mira piuttosto a sfruttarlo e ad indirizzarlo alla finalità (pubblica) della lotta alla disinformazione”. Anche le recenti iniziative della Commissione in tema di deregulation dello spazio digitale attraverso il Digital Omnibus sembrano andare in questa direzione, in linea con quell’impostazione del rapporto Draghi, “irricevibile”, come scrive Maurizio Borghi[xii], che vorrebbe presentare la tutela dei diritti fondamentali come un ostacolo alla competitività. Fa inoltre attrito, con questa urgenza protettiva verso la democrazia, il fatto che la Commissione non sembri troppo preoccupata della dipendenza europea da tecnologie e infrastrutture non europee: dalla microelettronica ai servizi cloud, dalle piattaforme social all’AI, solo per restare nel campo dell’informazione digitale[xiii]. Come osserva Juan Carlos De Martin, l’Europa, negli ultimi trent’anni, ha rinunciato a controllare le infrastrutture di trasmissione, archiviazione ed elaborazione dell’informazione, diventando dipendente da una manciata di imprese statunitensi[xiv]. La situazione che emerge in questo contesto è profondamente asimmetrica. Negli Stati Uniti, l’integrazione tra potere pubblico, apparato militare e industria tecnologica si è sviluppata lungo l’arco di decenni, grazie ad ingenti investimenti statali e militari che hanno dato origine alle infrastrutture digitali oggi determinanti[xv]. Ciò ha prodotto una stretta integrazione tra potere pubblico e potere privato che, come scrive Maurizio Tirassa in “Intelligenza artificiale e mondi reali”[xvi], si struttura come complesso politico-militare-tecnologico-finanziario ai vertici della catena di potere. Una lettura puramente economicista di un tale assetto risulta riduttiva, poiché il suo funzionamento va compreso all’interno di una gerarchia di potere ampia, in cui il confine tra pubblico e privato risulta sfumato attraverso politiche non solo di finanziamento, ma anche di porte girevoli che coinvolgono apparati statali, militari e grandi imprese tecnologiche, come ben visualizzato dal progetto Authoritarian Stack. In Europa, e in particolare in Paesi come l’Italia, dove manca una filiera digitale lontanamente comparabile, è invece in atto una vera e propria cessione di sovranità attraverso l’esternalizzazione di infrastrutture statali (in tutti i domini critici: dati, difesa, spazio, energia e denaro) ai colossi privati[xvii] parte integrante del complesso politico-militare-tecnologico-finanziario statunitense. In un mondo computerizzato e interconnesso[xviii], “‘The Stack’ – strati interconnessi di hardware, software, reti e dati – è diventato il sistema operativo del potere politico ed economico moderno”, osserva Francesca Bria[xix]. Si tratta dunque di una dipendenza che può essere definita a pieno titolo “esistenziale”, poiché, “nel XXI secolo, chi controlla le infrastrutture digitali controlla le condizioni di possibilità della democrazia stessa.” L’UE, così ambiziosa quando si tratta di regolamentare il discorso pubblico, è dunque una colonia digitale [xx]e con lo Scudo consolida questo status, affidando la sorveglianza della propria sfera informativa a quegli stessi attori privati ed extra-territoriali da cui dipende strutturalmente e rispetto ai quali, sul versante dei dati personali, ha sempre mostrato una certa esitazione nel perseguire un pieno enforcement del GDPR, esitazione che oggi, anche sotto pressione di aziende e governi europei, rischia di tradursi in vera e propria deregulation nella già richiamata proposta del Digital Omnibus[xxi]. Per cogliere la portata delle conseguenze della dipendenza digitale infrastrutturale dagli USA e dei suoi effetti a livello politico e geopolitico, anche sul piano giurisdizionale, basti pensare alla recente vicenda delle sanzioni nei confronti della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese e di giudici e funzionari della Corte Penale Internazionale (CPI), inseriti nella lista delle Specially Designated Nationals (SDN) dell’OFAC, l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro statunitense. Le persone inserite nella lista SDN non possono intrattenere rapporti economici o professionali con soggetti sottoposti alla giurisdizione statunitense. La conseguenza pratica è l’esclusione di queste persone, cittadini europei e titolari di funzioni internazionali, dal sistema bancario e dallo spazio digitale del proprio Paese. In Italia, neppure Banca Etica ha potuto aprire un conto corrente a Francesca Albanese[xxii]; in ottemperanza alle stesse sanzioni, Microsoft ha sospeso l’account email del Procuratore capo della CPI, Karim Khan[xxiii]. Il controllo di infrastrutture digitali e finanziarie globali consente così l’applicazione extraterritoriale di provvedimenti made in USA a individui e istituzioni non soggetti alla giurisdizione statunitense. Questo stato di cose, in cui il complesso politico-militare-tecnologico-finanziario che ha il suo perno negli Stati Uniti esercita un’influenza determinante anche sugli Stati europei attraverso la dipendenza infrastrutturale, non nasce con l’attuale amministrazione statunitense, né può essere ricondotto a un improvviso cambio di paradigma. Esso rappresenta, piuttosto, l’esito maturo di un processo ormai quarantennale che, nel contesto europeo, ha visto le politiche neoliberali ridefinire in profondità il rapporto fra Stato, economia e società. Come ricostruisce Carlo Iannello[xxiv], con la “svolta di fine secolo” il mercato ha progressivamente eclissato la politica, assumendo il ruolo di ordinatore della vita sociale e determinando un ribaltamento degli equilibri costituzionali: al governo è stata sostituita la governance, gli organi politici rappresentativi della collettività sono stati marginalizzati e l’assunzione delle decisioni è stata spostata in sedi di concertazione in cui interviene “una pluralità di attori pubblici e privati (dalle organizzazioni internazionali ai singoli portatori di interesse, i cosiddetti stakeholders), senza titolo a rappresentare democraticamente i cittadini che saranno destinatari delle decisioni assunte.” Lungo questa traiettoria sono state create le condizioni della dipendenza infrastrutturale dalle grandi corporation digitali e, più in generale, della crescente permeabilità della sovranità degli Stati democratici europei a poteri transnazionali, una trasformazione che, avverte Iannello, “negli ultimi tempi ci sta conducendo verso un’ulteriore trasformazione in senso illiberale.” Sintomo palese di questa trasformazione in senso illiberale è la tendenza globale dei governi a intervenire sul discorso pubblico, con alcune significative differenze, però, tra modello statunitense ed europeo, che emergono con particolare chiarezza osservando alcuni episodi recenti: le ammissioni di Mark Zuckerberg[xxv] sul fatto che Meta si adeguò alle richieste “informali” di censura da parte dell’amministrazione Biden durante la pandemia; lo scontro tra la Commissione europea ed Elon Musk, il quale ha denunciato pressioni “sottobanco” per allineare X agli standard europei di moderazione[xxvi]; le dichiarazioni di Pavel Durov[xxvii] secondo cui anche Telegram avrebbe ricevuto richieste analoghe da parte di un governo europeo. Negli Stati Uniti il Primo emendamento fa sì che la censura possa verificarsi in conseguenza di pressioni politiche, ma resti priva di un fondamento normativo e dunque – almeno in linea di principio – esposta a contestazione pubblica, ricorsi giudiziari ed ammissioni ex post. A questo proposito, nel caso di Francesca Albanese già richiamato, lo stesso Dipartimento del Tesoro USA, interpellato in merito, ha chiarito che per associazioni accademiche statunitensi resta lecito ospitare un suo intervento, rivolgerle domande e condividere con lei ricerca e materiali di studio, perché lo scambio di idee è protetto dal Primo emendamento e non può essere compresso per via sanzionatoria[xxviii]. Sebbene anche negli Stati Uniti la libertà di espressione sia stata storicamente oggetto di compressioni in nome della sicurezza nazionale (un caso per tutti può essere quello dei Pentagon Papers sulla guerra del Vietnam), esiste tuttavia una differenza rilevante sul piano giuridico rispetto all’Unione europea. Il Primo emendamento, infatti, viene di norma interpretato come una protezione quasi assoluta della libertà di espressione[xxix], mentre la limitazione di quest’ultima è formalmente prevista nella legislazione dell’Unione come esito del bilanciamento con “altri interessi collettivi”, tra cui la “sicurezza nazionale”[xxx]. In una fase storica segnata da gravi crisi geopolitiche e da conflitti armati, come quella attuale, l’impostazione europea pone una seria ipoteca sull’effettiva tenuta di questo diritto fondamentale. Nei fatti, in Europa e in Italia, proprio a partire da scuole e università, si va consolidando un clima di censura preventiva. È istruttivo in questo senso analizzare l’uso strumentale del binomio pluralismo/contraddittorio: (i) si classificano, più o meno esplicitamente, determinati temi come “sensibili” (nella sfera politica e sociale, ma anche in quella tecnico-scientifica); (ii) si subordinano le libertà di espressione e di insegnamento a una par condicio ex-ante di relatori/posizioni[xxxi],[xxxii], spostando la questione dal merito alla procedura organizzativa o al contenzioso giuridico[xxxiii]. In questo modo si aprono spazi per interventi gerarchici di cancellazione prudenziale e si produce un effetto dissuasivo che si traduce in autocensura. Nella prassi, l’obbligo di pluralismo/contraddittorio tende a scattare su posizioni non allineate con l’interpretazione mainstream, mentre quelle conformi vengono veicolate come informazione, educazione civica, strumenti per formare un’opinione autonoma e non condizionata. Nel medesimo quadro vanno lette alcune recenti iniziative che investono direttamente l’università come istituzione. Da un lato, nel dibattito sul DDL “sicurezza” (poi confluito nel D.L. n. 48/2025) figurava una disposizione (art. 31) che avrebbe esteso l’obbligo di collaborazione con le agenzie di informazione e sicurezza anche a università ed enti pubblici di ricerca; la sua successiva scomparsa dal testo in vigore è stata letta come rivelatrice (e potenzialmente reversibile) di un clima in cui l’eccezione resta disponibile come opzione normativa latente[xxxiv]. Dall’altro lato, emergono proposte legislative come il DDL A.S.1722 (cd. Delrio), il quale prevederebbe che l’organismo di vigilanza di ogni università individui al proprio interno un soggetto preposto alla verifica e al monitoraggio delle azioni di contrasto all’“antisemitismo” secondo la definizione operativa dell’IHRA, ampiamente discussa e contestata in ambito accademico e giuridico[xxxv], stabilizzando, così, una funzione di controllo interna alla governance dell’ateneo[xxxvi]. In nome di un’“emergenza” presentata come autoevidente, ma non provata, la libertà accademica da principio costituzionale diventa libertà condizionata da valutazioni di opportunità o conformità di ordine politico e contingente. Non si tratta di singolarità del sistema, o di questo o quel governo, ma di fenomeni destinati a moltiplicarsi perché manifestazioni di una “logica derogatoria” di governo dell’eccezione, che “rischia di essere intrinsecamente espansiva e pertanto non arginabile”.[xxxvii] Nel solco di questa logica derogatoria, l’Unione europea sta istituzionalizzando l’intervento sullo spazio informativo – fino alla censura di contenuti altrimenti legali – attraverso gli strumenti che convergono nello Scudo. In questo quadro, vale la pena rilevare che Donatella Della Porta, in una recente pubblicazione[xxxviii], ha mostrato come in Germania, in nome della lotta all’antisemitismo, si sia consolidata una macchina burocratico-amministrativa che ha radicalmente compromesso il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di insegnamento e alla libertà artistica. Alla luce dell’influenza esercitata dalla Germania sull’Unione europea, nonché del ruolo della presidente della Commissione, è lecito interrogarsi sul peso di tale modello nell’impostazione sottesa allo Scudo. Ciò che negli USA appare come abuso contingente, nell’Unione europea si va dunque configurando come dispositivo strutturale di governance dell’informazione, la cui attuazione è affidata, in misura decisiva, a infrastrutture e piattaforme tecnologiche detenute da una manciata di grandi aziende statunitensi. La governance dello spazio pubblico digitale, una funzione che incide sull’esercizio di diritti fondamentali, finisce così per appoggiarsi a veri e propri “governi privati”[xxxix], come li definisce in modo particolarmente pregnante Daniela Tafani, che operano all’interno del complesso politico-militare-finanziario già richiamato secondo una razionalità del profitto che può essere intesa, a seconda della posizione nella gerarchia di potere, come fine sovrano dell’azione oppure come strumento di incentivazione e di disciplinamento. Una razionalità che, in ogni caso, certamente nulla ha a che fare con la deontologia della democrazia e con i cosiddetti “nostri valori” che, almeno nominalmente, la definiscono. Assumendo che per “nostri valori” si intenda il riconoscimento alla persona umana di un “valore incondizionato, una dignità e dei diritti”, sui quali dovrebbe fondarsi l’obiettivo ultimo del nostro ordinamento democratico di  “promuovere l’uguaglianza e la libertà dei cittadini” (art. 3 della Costituzione italiana), è difficile non vedere l’incoerenza nel delegare funzioni regolative di diritti fondamentali a soggetti la cui razionalità può essere accostata, come scrive Tafani, al “profilo dello psicopatico”: “si può infatti ritenere razionale uccidere un lavoratore, come scrive Cory Doctorow, se “uccidere un lavoratore mi costa 1.000.000 di dollari in sanzioni e mi fa risparmiare 1.000.000,01 dollari in spese operative”[xxxix]. Se, invece, stessimo parlando di valori puramente formali, come il fatto di essere convocati ogni tanto alle urne[xl], allora i conti tornerebbero. Temo che siamo in presenza di un grande, radicale equivoco, tra cittadini e istituzioni europee, su cosa si intenda oggi per democrazia. Come ha osservato Luciano Canfora, il sistema cosiddetto “democratico” vigente negli Stati Uniti e in Europa “può accostarsi, per molti aspetti, alla pratica ateniese, dove una élite proveniente dai ceti mercantili e industriali […] dirige la cosa pubblica facendosi periodicamente legittimare dalle masse”[xli]. A supporto di tale timore, va osservato che, nello stesso solco dello Scudo, si collocano altre iniziative di rilievo. Da un lato, la proposta di Information Security Regulation (ISR, COM(2022) 119 final), volta a rafforzare la sicurezza informativa all’interno delle istituzioni europee, estendendo la nozione di diritto alla riservatezza anche a documenti non classificati, sulla base di valutazioni discrezionali delle singole istituzioni. Dall’altro, la proposta di regolamento per il contrasto agli abusi sessuali su minori online (CSAR, spesso indicata come “Chat Control 2.0”), che prefigura la scansione generalizzata delle comunicazioni private dei cittadini. Si tratta di due iniziative di segno opposto ma funzionalmente convergenti: la ISR tende a ridimensionare la trasparenza dell’operato delle istituzioni, sottraendole al controllo pubblico; Chat Control 2.0, per contro, prefigura cittadini sempre più trasparenti per le istituzioni e per i loro intermediari tecnologici. Insieme allo Scudo, esse delineano gli assi portanti di un progetto di controllo pervasivo della sfera dell’informazione che, in nome della sicurezza e della resilienza, renderebbe costitutivo della cosiddetta “democrazia rafforzata” un sistema di sorveglianza di massa cognitivo e sociale. Nota. La citazione in apertura è di Bertolt Brecht, Parata del vecchio nuovo, ed è riportata in V. Giacché, La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, 3a ed., Imprimatur, 2016, p. 259. Ringraziamenti. Ringrazio di cuore Juan Carlos De Martin e Maurizio Tirassa per l’attenta lettura della prima versione di questo lavoro e per i preziosi consigli e spunti che mi hanno offerto, nonché Fabrizio Barpi per la segnalazione di alcuni utili riferimenti. Desidero inoltre ringraziare l’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta (AISA) per le occasioni di confronto e discussione sul rapporto tra scienza, conoscenza e democrazia. Dichiarazione di responsabilità. Le opinioni espresse sono di mia esclusiva responsabilità, così come eventuali imprecisioni, e non riflettono necessariamente le posizioni delle istituzioni o delle organizzazioni cui afferisco. [i] Si usa qui “escalation delle ostilità” in linea con la terminologia ricorrente nei report ONU (OCHA/OHCHR) su Gaza. [ii] Bressanelli, E. & Bernardi, L. (2025), Strengthening Resilience – Towards the European Democracy Shield, European Parliament Special Committee. Lo studio, commissionato dal Parlamento europeo, mappa gli strumenti UE che convergono nello European Democracy Shield. https://www.europarl.europa.eu/thinktank/en/document/IUST_STU(2025)777917. Cfr. anche Lewis, N. (2025).  A shield against democracy – How the Democracy Shield protects the EU from the electorate. MCC Brussels. [iii] Sottolineature aggiunte. [iv] In questo testo “censura” è intesa in senso funzionale, non limitata alla rimozione dei contenuti. Essa include, ai sensi della legislazione EU, anche forme di intervento ex ante o “soft” che incidono sulla circolazione dell’informazione, quali: de-prioritizzazione/de-ranking e limitazione della visibilità (shadow banning); labeling e “correzioni”/contestualizzazioni obbligate; demonetizzazione e altre leve economiche che disincentivano la produzione di contenuti; restrizioni di account (sospensioni, limitazioni funzionali); notice-and-action e trusted flaggers; obblighi di risk assessment e risk mitigation azionati attraverso algoritmi di gestione e raccomandazione. [v] Ponti B. (2025), The “Ideal Informational Order”: the Use of Disinformation as a Restrictive Device on Freedom of Expression, in “Diritto pubblico, Rivista fondata da Andrea Orsi Battaglini” 2/2025, pp. 561-591, doi: 10.1438/118296. [vi] Ponti B. (2022), Disinformation e nemico interno, in a/simmetrie blog, https://asimmetrie.org/interventi/opinions/disinformation-e-nemico-interno/. [vii] Come annota Ponti (2025, Nota 22): Già nel preambolo del Code of practice del 2018 si poteva leggere che “the Signatories are mindful of the fundamental right to freedom of expression and to an open Internet, and the delicate balance which any efforts to limit the spread and impact of otherwise lawful content must strike”; più di recente, all’atto della qualificazione del Code of practice del 2022 in un “Codice di condotta” ai sensi del DSA, tale consapevolezza appare confermata, laddove il preambolo ribadisce che “the Signatories are mindful of the fundamental right to freedom of expression, freedom of information, and privacy, and of the delicate balance that must be struck between protecting fundamental rights and taking effective action to limit the spread and impact of otherwise lawful content”. [viii] Sul versante educativo, si veda per esempio: European Commission: Directorate-General for Education, Youth, Sport and Culture, Guidelines for teachers and educators on tackling disinformation and promoting digital literacy through education and training, Publications Office of the European Union, 2022, https://data.europa.eu/doi/10.2766/28248. [ix] European Commission: Directorate-General for Education, Youth, Sport and Culture, Final report of the Commission expert group on tackling disinformation and promoting digital literacy through education and training – Final report, Publications Office of the European Union, 2022, https://data.europa.eu/doi/10.2766/283100. Per la definizione di pre-bunking (“pre-emptive refutation of the persuasive argument”), v. p. 25 e i riferimenti ivi citati; nello stesso contesto il report richiama la Inoculation Theory che, con metafore di tipo medico, introduce la logica del“prevention is better than a cure” e i concetti di vaccino e anticorpi psicologici. Tra i riferimenti richiamati, cfr. J. Roozenbeek e S. van der Linden, Inoculation Theory and Misinformation (NATO Strategic Communications Centre of Excellence, 2021), spec. sez. 3, in cui si ricostruisce la genealogia di questo approccio, collocandone l’origine negli anni Sessanta, nel contesto della guerra del Vietnam. Per l’uso esplicito di tali metafore mediche nel discorso politico della Commissione, cfr. infra, Nota 43. [x] Fazi, T. (2025) Professors of propaganda. How the EU’s Jean Monnet Programme corrodes academia; Brussel’s media machine – EU media funding and the shaping of public discourse; The EU’s propaganda machine – How the EU funds NGOs to promote itself. MCC Brussels. [xi] Con riferimento alla Germania, si veda il rapporto di liber-net “The Censorship Network: Regulation and Repression in Germany Today”, 19 novembre 2025, che documenta più di 300 organizzazioni e più di 420 grants/finanziamenti collegati ad attività di soppressione di contenuti online. [xii] Borghi, M., L’Europa futura, meno diritti per più competitività, in Centro per la Riforma dello Stato, 11 ottobre 2024. https://centroriformastato.it/leuropa-futura-meno-diritti-per-piu-competitivita/. [xiii] Gineikyte-Kanclere, V., et al., European Software and Cyber Dependencies. Document requested by the European Parliament’s Committee on Industry, Research and Energy (ITRE). Dicembre 2025. https://www.europarl.europa.eu/thinktank/en/document/ECTI_STU%282025%29778576. Il report evidenzia la posizione dominante di imprese statunitensi lungo più livelli dello stack digitale europeo; per alcuni segmenti (cybersecurity) segnala anche la presenza di fornitori israeliani. Per un approfondimento giornalistico sul versante israelo-occidentale, v. anche M. Antonellis, “Israele, la cassaforte digitale dell’Occidente: ecco perché nessuno lo critica mai davvero”, L’Espresso, 2 ottobre 2025, https://lespresso.it/c/mondo/2025/10/2/israele-tecnologia-digitale-dipendenza-occidente/57329. [xiv] Mingori, E., “Le Big Tech sono una minaccia per la democrazia”: intervista al prof. Juan De Martin, TPI – The Post Internazionale, 19 dicembre 2025 (agg. 20 dicembre 2025). https://www.tpi.it/politica/big-tech-minaccia-per-democrazia-intervista-prof-juan-de-martin-202512191212216/. Cfr. supra, Nota 13. [xv] Mazzucato, M. (2020) Lo Stato innovatore. Nuova edizione. Laterza. Cap. IV: Lo Stato innovatore negli Stati Uniti e Cap. V: Lo Stato dietro l’iPhone. [xvi] Tirassa, M. (2025), Intelligenza artificiale e mondi reali. https://nexa.polito.it/intelligenza-artificiale-e-mondi-reali/. [xvii] Bria, F., United States of Palantir, in “Le Monde diplomatique”, 13 novembre 2025, https://monde-diplomatique.de/artikel/!6113232. [xviii] De Martin J.C., The computerization of the world and international cooperation, in “Nexa Center for Internet & Society”, dicembre 2024, https://nexa.polito.it/community-articles/. [xix] Bria F., Riconquistare la sovranità digitale dell’Europa, in “Forum Disuguaglianze Diversità”, 28 ottobre 2025. https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/riconquistare-la-sovranita-digitale-delleuropa/. [xx] Un caso emblematico è quello di ASML, azienda europea leader mondiale nella litografia avanzata per semiconduttori, le cui esportazioni di macchinari EUV verso la Cina sono state di fatto bloccate a seguito delle restrizioni statunitensi del 2022–2023, nonostante sede e governance formale europee. The Guardian (28 febbraio 2025); Reuters (5 marzo 2025). [xxi] Sul dibattito relativo all’enforcement limitato di GDPR e AI Act e, più in generale, alle proposte di semplificazione introdotte con il Digital Omnibus, nonché al rischio conseguente di consolidare la dipendenza europea dai grandi operatori statunitensi, si vedano, per esempio: Ryan, Riekeles, The Guardian, 12 novembre 2025; https://www.eunews.it/en/2025/12/02/gdpr-privacy-eu-reset/. [xxii] Sulle conseguenze delle sanzioni a Francesca Albanese: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/27/francesca-albanese-liste-ofac-banche-notizie/8135994/; https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/competenze-digitali/sanzioni-usa-a-francesca-albanese-perche-sono-un-test-per-la-sovranita-europea/; https://www.osservatoriodiritti.it/2025/10/22/francesca-albanese/. [xxiii] Sulla vicenda si veda: https://nltimes.nl/2025/05/20/microsofts-icc-email-block-triggers-dutch-concerns-dependence-us-tech. Recentemente la CPI ha annunciato l’intenzione di passare dalla piattaforma Microsoft a una piattaforma open source: https://www.digitalworlditalia.it/applicazioni-enterprise/office/dopo-il-blocco-dellemail-del-procuratore-capo-la-corte-penale-internazionale-abbandona-microsoft-365-176261. [xxiv] Iannello C. (2025), Lo Stato del Potere. Politiche e diritto ai tempi della post-libertà. Meltemi. [xxv] Mark Zuckerberg, Letter to Rep. Jim Jordan, Chairman, House Committee on the Judiciary (26 agosto 2024). Nella lettera Zuckerberg afferma che nel 2021 “senior officials” dell’amministrazione Biden, inclusa la Casa Bianca, avrebbero esercitato ripetute pressioni su Meta per rimuovere/censurare contenuti sul COVID-19 (inclusi “humor and satire”), e dichiara che tali pressioni erano “wrong” e che alla luce di quanto emerso successivamente non avrebbe rifatto le stesse scelte. Si vedano anche https://www.pbs.org/newshour/politics/zuckerberg-says-the-white-house-pressured-facebook-to-censor-some-covid-19-content-during-the-pandemic e https://time.com/7015026/meta-facebook-zuckerberg-covid-biden-pressure-censorship/. [xxvi] Musk ha sostenuto pubblicamente che la Commissione avrebbe proposto a X un “illegal secret deal” (“quietly censored speech… they would not fine us”), nell’ambito delle contestazioni UE su presunte violazioni del DSA (luglio 2024). https://www.euronews.com/next/2024/07/12/elon-musk-claims-eu-offered-an-illegal-secret-deal-as-x-charged-with-dsa-breaches. https://www.axios.com/2024/07/12/elon-musk-x-twitter-eu-violation-investigation. Il 12 agosto 2024 il commissario Thierry Breton ha scritto una lettera a Musk richiamando gli obblighi di conformità al DSA per la piattaforma X in relazione alla moderazione di contenuti/disinformazione, in particolare in vista dell’annunciata intervista live su X del candidato alla presidenza Donald Trump: https://www.reuters.com/world/eus-breton-says-musk-must-comply-with-eu-law-ahead-trump-interview-2024-08-12/. [xxvii] Pavel Durov (Telegram). Reuters, Telegram founder says he rejected a Western request to “silence” conservative voices in Romania (18 maggio 2025): Durov ha dichiarato in un post di aver rifiutato la richiesta del governo francese (non nominato, ma simboleggiato da una baguette) a Telegram di “silenziare” canali/voci conservatrici in Romania in vista del ballottaggio presidenziale. Accuse respinte dal ministro degli esteri francese. Da notare che in precedenza, ad agosto 2024, Durov era stato arrestato in Francia e la magistratura francese gli aveva contestato dodici capi di imputazione collegati all’uso di Telegram per attività criminali e alla (presunta) insufficiente cooperazione/moderazione della piattaforma, con applicazione di misure di controllo giudiziario: https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/privacy/telegram-le-accuse-a-durov-fanno-tremare-internet-ecco-perche/; https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/10050564. [xxviii] https://knightcolumbia.org/content/trump-administration-concedes-that-us-researchers-may-engage-with-sanctioned-un-official. [xxix] Nel caso citato dei Pentagon Papers, cfr. New York Times Co. v. United States, 403 U.S. 713 (1971), in cui la Corte Suprema statunitense respinse il tentativo del governo di impedire la pubblicazione dei documenti, stabilendo che la sicurezza nazionale non giustifica di per sé la censura preventiva della stampa. Vale la pena ricordare, al riguardo, le parole del giudice Hugo Black: “Only a free and unrestrained press can effectively expose deception in government. And paramount among the responsibilities of a free press is the duty to prevent any part of the government from deceiving the people and sending them off to distant lands to die of foreign fevers and foreign shot and shell.” [xxx] Come riportato in una recente analisi del Servizio Studi del Parlamento europeo: “European and EU law curtails the right to freedom of expression. Article 10 of the European Convention of Human Rights, which applies to all EU Member States, states that freedom of expression ‘carries with it duties and responsibilities’. In a democratic society, restrictions may be imposed in the interest, among others, ‘of national security, territorial integrity or public safety, for the prevention of disorder or crime, for the protection of health or morals, for the protection of the reputation or rights of others’”. Cfr. European Parliamentary Research Service (EPRS), Hate speech: Comparing the US and EU approaches, giugno 2025. [xxxi] MIM, Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, Nota su “manifestazioni ed eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche” (prot. 5836, 7 novembre 2025): “appare importante che l’organizzazione e lo svolgimento, all’interno delle istituzioni scolastiche, di manifestazioni ed eventi pubblici di vario tipo aventi ad oggetto tematiche spesso di ampia rilevanza politica e sociale, siano caratterizzati dalla presenza di ospiti ed esperti di specifica competenza e autorevolezza […] le istituzioni scolastiche, nell’ambito dell’autonomia loro riconosciuta, debbano operare in modo da assicurare il pieno rispetto dei principi del pluralismo e della libertà di opinione” (N.d.A.: enfasi aggiunta). [xxxii] Nel “caso Albanese”, il ministro Valditara ha ricondotto l’avvio di verifiche/ispezioni alla necessità di garantire pluralismo e confronto tra posizioni diverse. https://www.rainews.it/tgr/toscana/articoli/2025/12/albanese-nelle-scuole-il-ministro-valditara-chiede-ispezioni-cfbc60ea-3f40-4480-bb17-535cf9418903.html. Nello stesso clima, a Bologna un istituto ha annullato un incontro su Israele/Palestina richiamando espressamente le “ultime note del ministero” e la necessità di “garanzie di pluralismo e contraddittorio”. https://www.rainews.it/tgr/emiliaromagna/articoli/2025/12/no-agli-obiettori-israeliani-a-scuola-non-cera-garanzia-di-pluralismo-979f92d5-cc88-407d-be94-e174b09e9ebf.html. [xxxiii] Si veda a titolo d’esempio il recente pronunciamento del TAR sul “no” dell’Università di Torino all’evento “Storia e legalità internazionale del conflitto Russia-Ucraina” con proiezione di un documentario di Russia Today organizzato dal Prof. Ugo Mattei; il TAR ha respinto il ricorso del docente, richiamando nelle motivazioni anche il quadro UE sulla manipolazione/disinformazione russa. https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2025/03/25/niente-documentario-russo-alluniversita-il-tar-conferma_a4d3fc4a-cb3d-4ca5-aac4-eecd232b7e29.html. Per una ricostruzione giuridica critica e delle sue implicazioni per libertà accademica/interesse ad agire: Vittorio Gaeta, Un inquietante caso di censura preventiva, Giustizia Insieme (2025): https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-e-societa/3459-un-inquietante-caso-di-censura-preventiva-vittorio-gaeta. [xxxiv] Caso R., Pubblica amministrazione e servizi segreti: alla ricerca della (minacciosa) norma fantasma, Frammenti di un discorso pubblico, 13 aprile 2025. Si veda anche: Pievatolo M.C., Decreto legge ‘sicurezza’ (ex ddl ‘sicurezza’): la norma scomparsa, (14 aprile  2025) e Ricerca pubblica, servizi segreti: il ddl sicurezza e l’università (15 dicembre 2024), AISA, Associazione italiana per la promozione della scienza aperta. [xxxv] Sulle criticità legate alla definizione operativa di “antisemitismo” adottata dal DDL, corrispondente a quella proposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), si veda l’appello di numerosi accademici, che ne hanno sottolineato l’ambiguità e il rischio di sovrapporre la legittima tutela contro l’odio razziale antiebraico alla limitazione della critica politica allo Stato di Israele: https://ilmanifesto.it/ddl-delrio-lappello-degli-accademici-contro-il-reato-di-critica-a-israele. [xxxvi] Il DDL prevede inoltre una delega al governo a disciplinare, in linea con il Digital Services Act, diritti degli utenti, obblighi delle piattaforme e modalità di intervento di AGCOM in materia di prevenzione, segnalazione, rimozione e sanzione dei contenuti antisemiti diffusi sulle piattaforme online. [xxxvii] Preterossi, G., L’accecamento ‘progressista’. A proposito di Habermas e non solo…, Jura Gentium, XXII (2025), n. 1, pp. 5–33. https://dialnet.unirioja.es/ejemplar/713156. Pur muovendo da un’analisi della gestione della pandemia, Preterossi individua una logica derogatoria dell’emergenza di portata generale; è a tale livello di astrazione che il riferimento è qui utilizzato. [xxxviii] Della Porta, D., Guerra all’antisemitismo? Il panico morale come strumento di repressione politica, Altrəconomia, Milano, 2024. [xxxix] Tafani, D., Governi privati e intelligenza artificiale, preprint, settembre 2025, https://zenodo.org/records/17158439. [xl] Che questa investitura elettorale sia percepita sempre più come rituale si riflette nel crescente astensionismo e, specularmente, nell’emergere di proposte volte a introdurre sanzioni per chi non vota. Cfr. De Bortoli, F. Il limite minimo di votanti, Corriere della Sera, 25 novembre 2025. [xli] Canfora, L. Critica della retorica democratica, Laterza, 2002, p. 36, cit. in Giacché, V., La fabbrica del falso, Imprimatur, 2016, p. 123. Per un inquadramento complessivo sul tema dell’equivoco insito nell’utilizzo odierno della parola ‘democrazia’ si vedano il cap. 3 in Giacché, V., La fabbrica del falso, op. cit.; Fagan, P. Benvenuti nell’era complessa – Mappe e strumenti del pensiero per esplorare il nuovo mondo in formazione, Diarkos, 2025, capp. 7 e 10; Iannello, C., Lo Stato del potere, op. cit.      
Un argine alla “cultura della difesa” attraverso percorsi di pace. Osservatorio su Rivista DEP di “Ca Foscari”
PUBBLICHIAMO IN PDF IL TESTO DI CRISTINA RONCHIERI, DOCENTE E PROMOTRICE DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, APPARSO SUL N. 56-57, 12/2025 – GUERRA ALL’INFANZIA DELLA RIVISTA TELEMATICA DI STUDI SULLA MEMORIA FEMMINILE DEP – DEPORTATE, ESULI, PROFUGHE DELL’UNIVERSITÀ DI VENEZIA “CA FOSCARI” DIRETTA DA BRUNA BIANCHI (CLICCA QUI PER LA RIVISTA). IL TITOLO DEL SAGGIO È UN ARGINE ALLA ‘CULTURA DELLA DIFESA’ ATTRAVERSO PERCORSI DI PACE. IL LAVORO DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ. INTRODUZIONE AL N. 56-57, 12/2025 – GUERRA ALL’INFANZIA La guerra a bambini e bambine, principali vittime o bersagli privilegiati delle guerre contemporanee, il loro vissuto, i tentativi di protezione giuridica, l’opera di aiuto da parte delle donne umanitarie, è stato un asse portante della Rivista fin dal suo primo numero. Alla luce degli eventi recenti, DEP riprende e amplia questo tema e nelle sue rubriche lo affronta dal punto di vista storico, filosofico, giuridico, educativo, nei suoi rapporti con il femminismo e l’ecologia. Gli infanticidi perpetrati a Gaza hanno avviato un processo di legittimazione della guerra genocidaria che tende a privare l’infanzia di ogni forma di protezione e la guerra russo-ucraina ha esacerbato il processo di militarizzazione nei paesi coinvolti nel conflitto. A quest’ultimo tema è dedicata una intera sezione, mentre un saggio nella rubrica Ricerche invita a riflettere anche sulla militarizzazione “di tutti i giorni” che invade le menti infantili. Un’altra rubrica, Testimonianze, raccoglie scritti poetici e letterali di giovani scrittori e scrittrici palestinesi nonché alcune “lettere” che da tante parti del mondo sono state dedicate ai bambini di Palestina, lettere di indignazione, dolore, condivisione e amore a base della rivolta morale, antidoto alla guerra, che sarà al centro di un prossimo numero di DEP. UN ARGINE ALLA ‘CULTURA DELLA DIFESA’ ATTRAVERSO PERCORSI DI PACE. IL LAVORO DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ 11_RonchieriDownload -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Anvur, reclutamento, università: l’epifania della valutazione di stato
Lo stato si appresta a rafforzare i poteri, già non poco oppressivi, del ministero dell’università e della ricerca, dell’Anvur che gli è sottomesso e delle gerarchie accademiche locali. Contro questo disegno FLC-CGIL si è appellata alle “forze libere e pensanti dell’accademia e della comunità universitaria”. In effetti, se, dopo lustri di valutazione di stato, esistessero ancora “forze libere e pensanti”, non sarebbe loro difficile promuovere una campagna di ubbidienza civile alla costituzione, a partire dagli articoli 21 e 33. In un momento in cui dovremmo invece parlare, davanti agli stati armati per la guerra, delle condizioni della pace pubblica, continuare a compilare moduli e a supplicare favori ministeriali ci salverà, forse, come impiegati, ma certamente non come studiosi. Questo post è apparso originariamente sul sito dell’Associazione italiana per la promozione della scienza aperta il 5 gennaio 2026. ANDU, FLC-CGIL, Roars, nonché la Rete delle Società Scientifiche, hanno espresso allarme o almeno preoccupazione per i doni che lo stato si appresta a regalare alla ricerca italiana. Questi doni, che rafforzeranno i poteri, già non poco oppressivi, del ministero dell’università e della ricerca, dell’Anvur che gli è sottomesso e delle gerarchie accademiche locali, consistono: 1. in una riforma del reclutamento, già approvata in senato, che rende i concorsi interamente locali, ma sotto il controllo dell’Anvur sia in ingresso sia in uscita; 2. in una riforma dell’Anvur, per via regolamentare e non legislativa, volta ad accentuarne ulteriormente la subordinazione al ministero; 3. in una riforma dell’amministrazione delle università, per via legislativa, che accentuerebbe il dispotismo locale dei rettori e la loro sudditanza al governo nazionale. La scienza italiana, che nell’età moderna si fondò e perseguì la libertà dell’uso pubblico della ragione e l’emancipazione dal segreto, si trova ora a misurarsi con tre poteri che hanno solo accidentalmente a che vedere con la ricerca della verità: quello, locale, di colleghi e rettori, quello, centralizzato, dell’agenzia sedicente indipendente per la valutazione di stato, la quale attribuisce la quota cosiddetta “premiale” del finanziamento ordinario, e quello del governo a cui essa stessa è sottoposta fin dalla sua istituzione. Promuovendo la scienza aperta come scienza libera e non come costoso adempimento burocratico, abbiamo sostenuto che la valutazione amministrativa della ricerca, in Italia centralizzata in forma di valutazione di stato, è intrinsecamente dispotica e retrograda: dispotica perché sostituisce alla libera discussione entro le comunità scientifiche una statuizione di un’autorità esterna e non scientifica, in quanto derivante da una gerarchia amministrativa; retrograda perché impone indicatori costruiti sul passato che disconoscono non solo la riflessività dell’azione sociale,1 ma anche la natura aperta della ricerca. A questo dispositivo, che Mario Ricciardi descrisse precocemente come un “apparato burocratico di tipo sovietico”, i professori italiani si sono – sostanzialmente – piegati. Fra gli effetti della sottomissione c’è stato il blocco di un’evoluzione verso una scienza aperta nel senso di libera da oligopoli editoriali privati e liste di riviste “scientifiche” ed “eccellenti” di composizione amministrativa. Accettarla, ai più, è parsa una scelta prudente: si tratta però di capire se è stata anche una scelta sapiente. 1. LA METAMORFOSI DEL “CRETINO LOCALE” Pietro Rossi, in un fortunato articolo, criticò i concorsi introdotti nel 1998, in cogestione fra “facoltà e corporazione disciplinare”. Secondo Rossi, in un sistema in cui la sede che fa il favore di bandire una valutazione comparativa può barattare la vittoria del proprio candidato interno con le idoneità di candidati esterni supplementari che trovano cattedra a casa loro, l’ascesa del “cretino locale”, entro comunità di disciplina sempre più frammentate e chiuse, non può che essere irresistibile. Il disegno di legge approvato in senato abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale a favore di concorsi esclusivamente locali con vincitori unici, accessibili tramite un’autocertificazione della soddisfazione di criteri stabiliti con decreto ministeriale su proposta dell’Anvur, sentito il CUN, i quali comprenderanno “indicatori minimi di quantità, continuità e distribuzione temporale dei prodotti della ricerca”. I commissari dovranno godere dei medesimi requisiti. Dopo tre anni i vincitori verranno valutati dall’Anvur, con eventuali conseguenze sanzionatorie in termini di finanziamento istituzionale. Si tornerà dunque al “cretino locale”, o, come scrive più gentilmente Roberta Calvano, a un sistema in cui “il nepotismo e gli abusi sono stati per anni alla radice di un diffuso malcostume accademico”? No: in virtù dell’Anvur e del ministero, questa volta il “cretino”, selezionato tramite valutazione amministrativa in ingresso e in uscita e giudicato da commissari simili a lui, sarà probabilmente bibliometrico, sicuramente governativo, e giocoforza sottomesso ai colleghi disposti a usare il loro potere di ricatto – qualità, queste, che con la scienza libera hanno ben poco a che vedere. 2. L’AUTOAFFERMAZIONE DELL’UNIVERSITÀ ITALIANA “Noi vogliamo noi stessi” proclamava un rettore a Friburgo, perorando l’autoaffermazione dell’università. Correva l’anno 1933: Martin Heidegger diceva “noi”, ma era entrato in carica su pressione del governo nazista, dopo che il suo predecessore, riluttante a licenziare gli ebrei, era stato indotto alle dimissioni. Tra poco, forse, anche i rettori italiani, pur più sottilmente e con qualche sbavatura normativa, potranno dire “noi” al modo di Heidegger: 1. la composizione, legalmente determinata, del consiglio di amministrazione consentirà loro di contare su una maggioranza certa purché ubbidiscano al governo. Eliminato il rappresentante del personale tecnico-amministrativo, degli 11 membri del consiglio uno sarà il rettore stesso, quattro saranno nominati direttamente da lui (due docenti e due componenti esterni); a questi si aggiungerà uno studente eletto, come residuo vestigiale di democrazia, due docenti indicati dal senato, il candidato rettore soccombente e un membro nominato dal governo. Al rettore basterà restare agli ordini di quest’ultimo – esercizio che, probabilmente, non gli sarà difficile – per avere una maggioranza garantita;2 2. il mandato del rettore sarà prolungato da sei a otto anni, con un eventuale plebiscito di conferma dopo quattro anni, qualora proposto dai 3/5 del senato accademico. A proposito del mandato, dall’ipotetico testo di riforma cadono le parole “non rinnovabile”; 3. nella programmazione triennale il rettore dovrà tener conto anche di “linee generali di indirizzo stabilite dal Ministro”. I rettori preferiranno continuare a regnare all’inferno o proveranno a servire in paradiso? Non si sa: ma certamente con “rettori che agiscono sotto l’occhiuta vigilanza del ministro e da cui dipenderanno a catena tutte le cariche interne agli atenei (i cui mandati vengono allineati alla durata di quello dei rettori)” l’esercizio della libertà della ricerca, sia in senso negativo sia in senso positivo, sarà ancor più difficile, e rischioso. 3. L’EPIFANIA DELL’ANVUR Come ha osservato Roberto Caso, l’Anvur, istituita nel 2006 sotto il governo Prodi II, è nata così dipendente da aver ricevuto critiche perfino da una sostenitrice della valutazione amministrativa come Fiorella Kostoris. Il regolamento di riforma – che viola, secondo il Consiglio di Stato, la gerarchia delle fonti3 – renderebbe più intenso un controllo del governo sulla ricerca già in atto, al quale i più, a dispetto del primo comma dell’articolo 33 della costituzione italiana, hanno ritenuto opportuno sottomettersi. 1. L’Anvur sarà ancor più ministeriale e dipendente: rispetto al regime attuale, il presidente dell’Anvur diverrebbe di nomina ministeriale diretta, così come i comitati di selezione delle rose dei candidati fra i quali il ministro sceglierà i quattro membri del consiglio direttivo, non più costituiti su indicazione di enti esterni. 2. L’Anvur diverrà la valutatrice generale di stato: l’agenzia, che attualmente valuta solo università ed enti di ricerca vigilati dal MUR (quali CNR, INAF, INDIRE, INFN, INGV, INVALSI), allungherà il suo occhio agli altri enti di ricerca pubblici (ASI, CREA, ENEA, ISPRA, ISS, ISTAT) in base ad accordi con i ministeri vigilanti, alle Accademie e all’Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM) a enti privati ma finanziati pubblicamente (IIT di Genova, HT di Milano e Fondazione Biotecnopolo di Siena) e simili, nonché, per chi mai volesse richiederlo, in ambito internazionale. E non si occuperà solo di arte, musica e ricerca bensì anche delle cosiddette “competenze trasversali e disciplinari” acquisite dagli studenti e degli “sbocchi occupazionali dei laureati”. Tutto ciò, chiarisce la relazione di accompagnamento, nel “rispetto dell’indirizzo politico dato dal Ministero dell’università e della ricerca, quale Ministero vigilante”. Il modello dell’università-azienda – si è detto – è neoliberale; quello nei disegni del governo è autoritario. Qui però il “liberale” che segue al “neo-” non ha nulla a che vedere con Benedetto Croce: l’azienda è una struttura non democratica, bensì autoritaria e chi la impone come modello sostiene un’ideologia altrettanto autoritaria, se non totalitaria. In questo senso, il disegno di “riforma” dell’Anvur non è una metamorfosi, bensì un’epifania. Non esiste una valutazione amministrativa buona o cattiva, così come non esiste un dispotismo cattivo o buono a seconda che sul trono sieda Commodo oppure Marco Aurelio. Se si accetta che la valutazione della ricerca non sia scientifica – e parte della ricerca stessa – bensì amministrativa e a essa esterna, si accetta anche che chi amministra ne fissi e ne muti i criteri e abbia titolo a controllare i suoi eventuali agenti in modo più o meno stretto. Il vizio della valutazione di stato non sta nel modo in cui valuta, come suggerito elusivamente dell’Unione Europea, ma nel fatto che Caesar sia supra grammaticos, non importa se come Marco Aurelio o come Commodo. Non è, questa, un’idea radicale, né sul piano della storia, né su quello della cronaca: lo scorso aprile, in Francia, l’assemblea nazionale ha votato a favore dell’abolizione dell’agenzia di valutazione di stato HCERES. In questa prospettiva non ha senso limitarsi a chiedere un guinzaglio appena un po’ più lungo, o a sollevare il problema dei finanziamenti alla ricerca senza toccare quello della sua libertà, vale a dire della possibilità stessa di fare scienza – libertà, questa, che non si promuove difendendo l’Anvur attuale4 come se fosse indipendente, bensì considerandone l’abolizione. Contro il disegno di intensificare il controllo politico di “un’università più piccola, gerarchica e precaria”, FLC-CGIL5 si è appellata alle “forze libere e pensanti dell’accademia e della comunità universitaria”. In effetti, se, dopo lustri di valutazione di stato, esistessero ancora “forze libere e pensanti”, non sarebbe loro difficile promuovere una campagna di ubbidienza civile alla costituzione, a partire dagli articoli 21 e 33. In un momento in cui dovremmo invece parlare, davanti agli stati armati per la guerra, delle condizioni della pace pubblica, continuare a compilare moduli e a supplicare favori ministeriali ci salverà, forse, come impiegati, ma certamente non come studiosi. -------------------------------------------------------------------------------- 1. Questa riflessività è nota a chi si occupa di valutazione come legge di Goodhart: i soggetti valutati non si limitano a farsi valutare, ma adeguano riflessivamente le loro prestazioni al criterio di valutazione. Così chi viene premiato per il numero di pubblicazioni inflazionerà i testi, mentre chi viene premiato per le citazioni scriverà solo per farsi citare. Le conseguenze sono tristemente note. ︎ 2. Per un aggiornamento sugli orientamenti ministeriali si veda però quanto riferito dall’ANDU qui. ︎ 3. Il Consiglio di Stato, nel parere formulato nell’adunanza del 23 settembre 2025, ha ricordato che, proprio in virtù della gerarchia delle fonti del diritto, un regolamento, perfino se riguarda la valutazione di stato, non può cambiare la legge che l’ha istituita. ︎ 4. L’agenzia, peraltro, si è mostrata incapace di onorare gli impegni di riforma della valutazione che aveva sottoscritto aderendo alla coalizione europea COARA. ︎ 5. ANVUR: un’Agenzia che diventa governativa, con l’intenzione di valutare e quindi disciplinare anche saperi e conoscenze (2025) merita di essere letto per la sua analisi dettagliata della bozza di DPR qui solo sommariamente esposta. ︎
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Tra pochi giorni sarà disponibile in tutte le librerie fisiche e online il volume che raccoglie gli Atti del II Convegno Nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università dal titolo Scuole e Università di Pace. Fermiamo la follia della guerra, Aracne, Roma 2025. Indice Revisionismo, controllo e militarizzazione: sulla progressiva fascistizzazione e israelizzazione della scuola italiana Michele Lucivero La scuola del ReArm Europe: insegnare le competenze di guerra Anna Angelucci Il sistema guerra. Ideologia e pratica dello sterminio nell’età del turbocapitalismo Angelo d’Orsi L’industria della difesa italiana tra mito occupazionale ed export Futura D’Aprile La nostra posizione teorica e politica su anticapitalismo e anticolonialismo Lorenzo Perrona La mia esperienza con la Freedom Flotilla. Tra israelizzazione e militarizzazione Antonio Mazzeo Decolonizzare la scuola Antonino De Cristofaro Per una pace disarmata e disarmante Roberta De Monticelli La fanfara del neoliberismo. Il ritorno della leva in Europa e in Italia Serena Tusini Sguardi coloniali. Il genocidio nella didattica della storia Marco Meotto Il Disegno di Legge Gasparri: Hasbara e israelizzazione per l’assimilazione delle coscienze e la repressione del dissenso Maria Teresa Silvestrini Bilancio e prospettive per rilanciare l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Roberta Leoni Prenota la tua copia e sostieni l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università con una donazione a partire da 16 euro (libro+spese di spedizione) e ti invieremo direttamente a casa la tua copia oppure 20 euro (libro+vademecum+spese di spedizione). Invia il tuo contributo sul Conto Corrente di Banca Etica intestato all’Osservatorio oppure fai una donazione sul format in basso con causale “Libro Comprendere i conflitti. Educare alla pace” e poi scrivi i tuoi dati alla mail stampa.osservatorionoms@gmail.com e provvederemo a inviarti direttamente a casa la copia. IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure dona ora nel modulo in basso. Se come associazione o scuola vuoi organizzare una presentazione del libro con gli autori e le autrici sul tuo territorio per sensibilizzare al tema della militarizzazione delle scuole e delle università, scrivi a stampa.osservatorionoms@gmail.com e proveremo ad organizzare l’evento. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Recensione: V. Colmegna, G. Zagrebelsky, La Costituzione dei poveri
IL DEPAUPERAMENTO DEI SISTEMI EDUCATIVI È FUNZIONALE ALL’IDEOLOGIA MILITARISTA. E PIÙ LA SCUOLA DEPERISCE, PIÙ DEPERISCE LA DEMOCRAZIA. Ha ragione da vendere il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky nel ritenere il primo scandalo la guerra, giudicando disertori e renitenti gli eroi che, in virtù delle loro scelte, pagano con la perdita della libertà e, pur sottoposti al pubblico ludibrio, non abiurano alla costruzione della pace. Queste osservazioni sono contenute in un libro frutto del dialogo tra l’uomo di legge, Gustavo Zagrebelsky appunto, e il sacerdote Virgilio Colmegna da decenni impegnato socialmente a fianco degli ultimi. Un dialogo tra credenti e laici attorno al concetto di giustizia, alla difesa della Carta costituzionale, alla lettura del Vangelo da cui trarre un messaggio ben diverso da quello che anima neoconservatori, Maga e fautori della guerra. A pochi giorni dal seminario organizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università con Scuola e società, sulla Diserzione come forma di Resistenza alla Pace, cerchiamo di sviluppare qualche ragionamento attorno alla guerra, al senso di giustizia, alle responsabilità anche individuali dinanzi alla dilagante cultura di guerra che imperversa nella società. E per guerra non intendiamo il conflitto sociale, fondamentale motore mosso dal desiderio di equità e giustizia. Dopo l’intervento militare USA e la prigionia del Presidente Maduro in molti hanno chiesto cosa resti del diritto internazionale e soprattutto se sia lecito oggi sperare in un insieme di regole rispettate da dominanti e dominati, governanti e governati, a fronte del genocidio del popolo palestinese e del rifiuto sistematico da parte USA di trattati e convenzioni internazionali. Gli ultimi anni e le modalità con le quali sono state condotte le guerre non sono la plastica dimostrazione del fallimento del diritto internazionale e il rifiuto di regole condivise e confini invalicabili? Mentre l’Occidente accusa la Resistenza palestinese di terrorismo, tutte le regole scritte, o tacitamente accettate, vengono violate e dismesse dai dominanti per affermare il potere del più forte e la criminalizzazione del soccombente e di quanti non si piegano alla normalità della barbarie. La Carta costituzionale italiana non è servita a fermare la guerra, il ripudio dei conflitti è stato facilmente aggirato fin dal 1999, quando un governo di centro sinistra intervenne nella guerra nei Balcani e allora le cosiddette ragioni umanitarie erano la motivazione etica addotta per giustificare l’interventismo. Capimmo da subito che lo sgretolamento della ex Jugoslavia e il fuoco nazionalista nell’area balcanica erano frutto di una lunga pianificazione, tutto fu palese guardando i nuovi corridoi energetici, il ritorno degli eroi di guerra che avevano combattuto a fianco dei neonazisti, la riscrittura (revisionistica) della storia, la rapida nascita di distretti industriali collegati a importanti multinazionali USA e UE, l’adesione di qualche Paese alla NATO, il dispiegamento di basi militari e la nascita a tavolino di nuove entità nazionali che ci riportarono indietro nel tempo ossia quando i Paesi colonialisti decidevano i confini e gli assetti territoriali. Il tempo in cui dominavano le ideologie razziste, fasciste, colonialiste non è morto e sepolto, prova ne sia il bagaglio culturale dei dominanti, la riscoperta di teorie vecchie costruite, al loro tempo, per conquistare il Mondo (ad esempio la dottrina Monroe di cui si parla a proposito del continente americano) e piegarlo ai propri interessi. E proviamo a riportare queste argomentazioni in campo educativo e scolastico, non prima di cogliere la critica feroce alla nozione di merito proveniente da Zagrebesky e Colmegna e ancora una volta il punto di partenza, e di arrivo, è rappresentato dagli scritti di don Milani, il prete che si oppose ai cappellani militari e animò un feroce dibattito nel mondo cattolico sui temi della guerra e della obbedienza. La cultura del merito, di origine anglosassone, è stata ben utilizzata in Italia come arma ideologica contro l’egualitarismo e un corpo legislativo garantista verso gli ultimi e i dominati, se vogliamo è servita anche a disinnescare le parti avanzate della Carta costituzionale, modificando le relazioni sindacali e perfino il ruolo degli insegnanti attraverso la nascita della scuola azienda con i suoi rapporti gerarchici, la competizione, la marcata distinzione tra licei e scuole tecniche. Il merito implica guadagno e potere, l’esatto contrario di una trasmissione orizzontale e democratica dei saperi. E, come in una azienda, ove i principi e le pratiche del profitto e della gerarchia sono fattori dirimenti per governare l’impresa, anche nella scuola del Merito si cerca la cieca obbedienza degli studenti e il rispetto, da parte dei docenti, di rigidi protocolli. Siamo lontani anni luce dalla idea di Scuola legata alla libertà di pensiero, alla costruzione della cittadinanza attiva e partecipe, al sapere diffuso e gratuito, alla trasmissione di alcuni valori fondanti come la solidarietà, il rispetto delle diversità, il rifiuto della guerra e delle discriminazioni. E nella scuola del merito, ove è obbligatorio esporre la Bandiera con tanto di rito propiziatorio ben conservando gli originali colori del Tricolore, la presenza della propaganda militarista è sempre ben accetta, chiedendo al militare di ergersi a docenti di innumerevoli materie, come se dietro alla divisa si celasse una forma onnicomprensiva di conoscenza. In una società basata sulla cieca obbedienza ogni fattore di crescita della personalità diventa arduo e anche a scuola, come nelle relazioni umane e sociali, arriva l’impoverimento delle idee, dei linguaggi, con la affermazione di un pensiero unico, omologato ai dominanti che oggi sostengono la guerra e i processi di militarizzazione. La suola e l’università sono i primi passaggi obbligati per ogni processo involutivo della democrazia, per i processi di omologazione e poi formare ed educare le giovani generazioni, ad esempio alla normalità della guerra, alla cieca obbedienza, alla ineluttabilità del riarmo, acquista grande valenza per la creazione di una cittadinanza passiva e omologata ai dominanti. A pensarci bene il ripristino del voto in condotta va in questa direzione, in carcere la buona condotta è la condizione per ottenere degli sconti di pena o condizioni detentive meno pesanti, a scuola come potremmo definire il ripristino della valutazione dei comportamenti? Il voto di condotta insufficiente è l’anticamera della bocciatura, è bene sapere che questa forma punitiva è stata adottata per gli studenti e le studentesse che avevano occupato le loro scuole dove poi si sono verificati atti di vandalismo per altro non riconducibili ai promotori delle proteste. Le ispezioni ministeriali nelle scuole si prefiggono un obiettivo molto chiaro: impedire che studenti e studentesse sviluppino uno sguardo critico verso il mondo, si aprano alla conoscenza dello stesso interessandosi ai drammi contemporanei e prendendo posizione come, ad esempio, è avvenuto con il sostegno del Popolo palestinese vittima di genocidio. Se l’educazione diventa sinonimo di emancipazione i dominanti iniziano a preoccuparsi, il desiderio di trasformare la scuola in caserma poi si manifesta con ogni forma e strumento possibile, anche attraverso la delegittimazione del ruolo e delle funzioni dei docenti, impedendo l’apertura delle scuole, delle palestre e dei laboratori ben oltre l’orario scolastico e motivando questa decisione con le solite carenze di fondi e i problemi di sicurezza dell’utenza (il rapporto tra giovani e scuola cambierebbe visibilmente se percepissero la scuola stessa in maniera diversa). Il prestigio della scuola, il prestigio sociale degli insegnanti è un disvalore nell’era della scuola azienda, per questo padre Virginio Colmegna esplicita il suo punto di vita con parole semplici e dirette, prendendo le distanze dalla cosiddetta democrazia del gregge basata sulla gerarchizzazione del corpo sociale e sulla cieca obbedienza ma anche, implicitamente, da una scuola chiusa e per questo alienata “LA SCUOLA DOVREBBE ESSERE UN LUOGO IN CUI COLTIVARE PACE E ACCOGLIENZA, DOVE IMPARARE A DIFFIDARE DEI LINGUAGGI NAZIONALISTI, RAZZISTI E SESSISTI CHE ALIMENTANO OGNI RETORICA DI GUERRA”. V. Colmegna, G. Zagrebelsky, La costituzione dei poveri, Castelvecchi, Roma 2025. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Calendario impegni 2026 Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Per facilitare l’organizzazione degli impegni e pianificare la partecipazione degli attivisti e delle attiviste alle varie attività dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, abbiamo pensato di mettere a disposizione un calendario con le riunioni del Consiglio di Gestione, le Assemblee degli/delle aderenti e gli incontri di formazione e aggiornamento in cui l’Osservatorio è coinvolto come promotore o collaboratore. Il link del calendario è disponibile anche nella barra laterale del sito nella visualizzazione desktop, nella pagina Adesioni e contatti oppure è possibile cercarlo nella sezione dedicata alla ricerca degli articoli. GENNAIO 2026 LUNMARMERGIOVENSABDOM12345 Consiglio di gestione ore 18:006789101112 Gruppo Convegni ore 17.00131415 Formazione: Palestina, Storia, Diritti161718192021 Formazione: La scuola tra Resistenza e Pace2223242526 Assemblea Aderenti ore 17:002728293031 FEBBRAIO 2026 LUNMARMERGIOVENSABDOM123 Consiglio di gestione ore 19:004567891011121314151617 18 Formazione: La scuola tra Resistenza e Pace19202122232425262728 MARZO 2026 LUNMARMERGIOVENSABDOM123 Consiglio di gestione ore 21:0045678910111213 Formazione: La scuola tra Resistenza e Pace141516171819202122232425262728293031 APRILE 2026 LUNMARMERGIOVENSABDOM1234567 Consiglio di gestione ore 17:008 Formazione: La scuola tra Resistenza e Pace9101112131415161718 Roma Assemblea Aderenti ore 9:001920212223242526272829 Formazione: La scuola tra Resistenza e Pace30 MAGGIO 2026 LUNMARMERGIOVENSABDOM1234 Formazione: La scuola tra Resistenza e Pace56 Consiglio di gestione ore 19:0078910111213141516171819202122232425262728293031 GIUGNO 2026 LUNMARMERGIOVENSABDOM123 Consiglio di gestione ore 21:00456789101112131415161718192021222324252627282930 LUGLIO 2026 LUNMARMERGIOVENSABDOM1 Assemblea Aderenti ore 21:0023456789101112131415161718192021222324252627282930 AGOSTO 2026 LUNMARMERGIOVENSABDOM12345 Consiglio di gestione ore 19:00678910111213141516171819202122232425262728293031 Assemblea Aderenti ore 17:00 SETTEMBRE 2026 LUNMARMERGIOVENSABDOM123 Consiglio di gestione ore 21:00456789101112131415161718192021222324252627282930 OTTOBRE 2026 LUNMARMERGIOVENSABDOM1 Consiglio di gestione ore 17:00234567891011121314151617181920212223 Assemblea Aderenti ore 19:002425262728293031 NOVEMBRE 2026 LUNMARMERGIOVENSABDOM1234 Non è la nostra festa5678910111213141516171819202122232425262728293031 DICEMBRE 2026 LUNMARMERGIOVENSABDOM123 Consiglio di gestione ore 21:004567891011121314151617 Assemblea Aderenti ore 21:0018192021222324252627282930
La riforma a pezzi: costruire un’università gerarchica, sotto controllo politico e militarizzata
La maggioranza di governo avanza una riforma dell’università spezzata in tre frammenti: governance, ANVUR e reclutamento. Il rischio più grande? Che opporsi a una riforma sbagliata significhi difendere uno status quo indifendibile. Questa riforma non cura le cause: accentra ancora più potere nelle mani del ministro e dei rettori, rafforzando il controllo governativo su ANVUR, e nel reclutamento mantiene le soglie bibliometriche che hanno distorto la ricerca. Il disegno è svelato dal Ministro della Difesa Crosetta: costruire un “ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia”. In una società sempre più autoritaria e militarizzata, un’università autonoma, libera, critica e pluralista diventa un problema. La riforma costruisce un sistema più gerarchizzato, meno libero e più facilmente controllabile dalla politica. La maggioranza di governo sta prospettando in questi mesi una riforma a pezzi dell’università di cui non è semplice cogliere il disegno, perché, appunto, frammentata. I capitoli della riforma sono tre:  la riforma del governo degli atenei; la riforma dell’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR); la riforma del reclutamento, già approvata dal Senato. Sta emergendo il pericolo che criticare la riforma significhi difendere un indifendibile esistente. L’università italiana ha problemi strutturali. Il finanziamento pubblico è cronicamente insufficiente: l’Italia occupa da anni le ultime posizioni tra i paesi OCSE per spesa pubblica in istruzione universitaria. Circa 30 mila giovani studiosi, assunti con contratti a tempo determinato in gran parte con i fondi PNRR, saranno espulsi dal sistema nel giro di pochi mesi. L’ANVUR è un’agenzia dotata di poteri e prerogative senza paragoni nei paesi con sistemi di ricerca avanzati. Il governo degli atenei, come ridisegnato dalla legge Gelmini del 2010, ha concentrato il potere decisionale nelle mani dei rettori, sempre meno responsabili di fronte alla comunità universitaria. Il sistema di reclutamento è fortemente disfunzionale. In questo contesto, negli ultimi quindici anni, si è affermato un vero e proprio doping della ricerca. Per la riforma della governance il riferimento è un documento circolato nelle scorse settimane e attribuito a una delle due commissioni consultive ministeriali. Prevede il rafforzamento ulteriore dei rettori, allungandone il mandato (8 anni) e introducendo una sorta di plebiscito di conferma dopo 4 anni. La composizione dei consigli di amministrazione viene modificata introducendo un membro di nomina governativa ed eliminando la rappresentanza del personale tecnico-amministrativo. Ne risulta un assetto in cui il rettore dispone di una maggioranza di fatto garantita. Le distorsioni introdotte dalla riforma Gelmini non vengono corrette, ma aggravate. L’ANVUR è ormai lo snodo centrale e la riforma ne prevede un più saldo controllo da parte del ministro. La sua istituzione fu giustificata sostenendo che un’agenzia avrebbe tenuto il governo a distanza dall’accademia, favorendo al contempo il miglioramento della qualità della ricerca e della didattica. In realtà, ANVUR nacque con un’impostazione tecnocratica e illiberale: uno strumento chiamato a indirizzare istituzioni e docenti attraverso un sistema di premi e punizioni. In quindici anni ANVUR ha costruito un apparato burocratico che ha messo in competizione atenei, dipartimenti e singoli ricercatori per l’accesso alle risorse. Questa competizione, dichiaratamente fondata sulla qualità della ricerca, è nei fatti basata sulla raccolta di punti bibliometrici: numero di pubblicazioni e numero di citazioni. Indicatori quantitativi che determinano carriere individuali e finanziamenti istituzionali. I danni prodotti da questo sistema sono ormai evidenti. Una intera generazione di ricercatori è stata incentivata non a fare ricerca rigorosa, solida, su dati ben accertati, ma a massimizzare i punteggi bibliometrici. Il doping bibliometrico è diventato una pratica diffusa. Esso assume forme diverse. La più semplice è l’autorialità di comodo: per aumentare il numero di pubblicazioni, un ricercatore può chiedere a un collega di inserirlo tra gli autori di un articolo a cui non ha contribuito, offrendo in cambio la reciprocità su una propria pubblicazione. Esistono poi le cosiddette paper mills, servizi che, dietro pagamento, aggiungono il nome del ricercatore ad articoli già pronti. Anche le citazioni possono essere manipolate: la pratica più banale è l’autocitazione sistematica; se non basta, si ricorre allo scambio organizzato di citazioni (citation rings) o ad agenzie specializzate che procurano citazioni a a pagamento (citation mills). La riforma non interviene su nulla di tutto questo. Modifica invece le modalità di nomina del consiglio direttivo di ANVUR, ne amplia le competenze e riserva al ministro nuovi poteri di indirizzo. Già oggi il consiglio direttivo è scelto dal ministro al termine di una procedura bizantina. La riforma semplifica: il ministro nomina direttamente presidente e membri. Ciò che prima era mediato e mascherato diventa esplicito. La riforma mostra così ANVUR per ciò che è sempre stata: il cavallo di Troia attraverso cui il governo esercita un controllo diretto sull’università. Veniamo infine alla riforma del reclutamento. Oggi, per ottenere una posizione stabile di professore universitario, sono necessari due passaggi. Il primo è il superamento dell’abilitazione scientifica nazionale (ASN): per poter essere valutati dalla commissione del proprio settore disciplinare, i candidati devono raggiungere le soglie di punti bibliometrici fissate da ANVUR. Solo dopo aver ottenuto l’abilitazione si acquisisce il diritto a partecipare ai concorsi banditi dalle università. Le criticità del sistema attuale sono note. Le soglie bibliometriche sono una delle principali cause del doping della ricerca. Lo strapotere delle commissioni ASN orienta le linee di ricerca considerate vincenti in interi settori disciplinari. La gestione localistica dei concorsi, utilizzati sia per il reclutamento sia per i passaggi di carriera, produce un effetto perverso: tendono a essere vinti dai candidati interni perché meno costosi per l’ateneo. La riforma non risolve quest’ultimo nodo cruciale. Prevede l’abolizione della ASN e concentra l’intero processo di selezione nelle commissioni locali di concorso. Per contrastare il localismo introduce una regola rigida: quattro commissari su cinque saranno estratti a sorte da liste nazionali. Per accedere ai concorsi i candidati dovranno comunque superare soglie che saranno fissate con un successivo decreto del ministro su proposta di ANVUR. Gli effetti complessivi della riforma dipenderanno dunque da come verranno definite queste soglie. Se, come è probabile, saranno simili a quelle attuali, i possibili benefici della riforma verranno annullati e il sistema continuerà a incentivare il doping della ricerca. Il disegno complessivo emerge chiaramente se si guarda oltre il perimetro universitario. Il ministro della Difesa Crosetto ha recentemente invocato un “ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia”. In una società sempre più autoritaria e militarizzata, un’università autonoma, libera, critica e pluralista diventa un problema. La riforma a pezzi dell’università va in questa direzione: costruire un sistema più gerarchizzato, meno libero e più facilmente controllabile dalla politica. Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 22 dicembre 2025.  
Corso di Formazione: Formare alla pace con la pace. Palestina, storia, diritti
Dal 15 gennaio inizia il secondo modulo di formazione online e gratuito del percorso FORMARE ALLA PACE CON LA PACE‘. MODULO 2: PACE E NONVIOLENZA NELLE DISCIPLINE Tre incontri per confrontarsi su come parlare di pace e nonviolenza all’interno dei percorsi disciplinari, si parte con: PALESTINA, STORIA, DIRITTI (PER SCUOLA SECONDARIA) GIOVEDÌ 15/01/2026, ORE 17:30-19:30 L’incontro è dedicato ad un approfondimento dei temi dei diritti umani e civili, con l’obiettivo di fornire ai/alle docenti strumenti di lettura storica e pedagogica per un’educazione alla pace consapevole a partire dalle vicende storiche legate al territorio palestinese, ai tentativi di pace avviati in passato e alle questioni etiche, culturali e religiose in campo. a cura di Amira Abuamra, attivista per i diritti umani di origine palestinese e Presidente laboratorio Palestina cultura e arti e Michele Lucivero, docente di Filosofia e Storia nei Licei, PhD in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione, promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Se non sei iscritto/a puoi farlo qui: https://forms.gle/az4aFVjFCZaup1FK6 Si continua con: Incontro 2 “Decostruire gli stereotipi: educare al genere, prevenire la violenza” •Giovedì 22/01/2026, ore 17:30–19:30 per Seconda/terza media e biennio superiori  •Giovedì 29/01/2026, ore 17:30–19:30 per Scuola primaria e prima media  a cura di Veleria Russo e Orietta Candelaresi Incontro 3 “Behuman: storie di chi ha scelto la nonviolenza. Spunti per attività educative e didattiche in classe” (per scuole secondarie) Martedì 3/02/2026, ore 17:30-19:30 a cura di Sabina Langer e Annabella Coiro Organizzato da rete EDUMANA e Polo Europeo della Conoscenza informazioni e iscrizioni edunonviolenza.altervista.org/pace/ Tutti i dettagli qui: https://www.edumana.it/corsoformazione2026 Il corso è valido ai fini della formazione in servizio degli insegnanti.
Corso di Formazione: La scuola tra Resistenza e Pace
CORSO DI AGGIORNAMENTO E FORMAZIONE PER IL PERSONALE DELLA SCUOLA, APERTO ALLA CITTADINANZA L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università in collaborazione con Scuola e Società, ente di formazione riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, ha messo a punto una proposta di formazione e aggiornamento gratuita e online di 12 ore in totale. Finalità del percorso di formazione è quella di fornire un aggiornamento e strumenti didattici per una scuola culturalmente smilitarizzata. Il corso si svolgerà nel periodo gennaio-maggio 2026. La scelta degli argomenti è in linea con quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università porta avanti da anni per opporsi alla “cultura della difesa”, alla “cultura della sicurezza”, alla normalizzazione della guerra e alla crescente deriva militarista. I temi prescelti vertono su: 1. Diserzione come rifiuto della guerra contro la visione di tradimento della Patria; 2. Leva le nuove norme europee sul reclutamento e la nuova concezione del servizio civile come parte integrante del sistema difesa; 3. Il colonialismo dal punto di vista di chi lo ha subito; 4. La Palestina come laboratorio di negazione dei diritti;  5. Per una didattica della pace: 4 ore di attività laboratoriale. Ad ogni tema saranno dedicate 2 ore da svolgere con un/una esperto/a.  All’analisi dei temi seguiranno 4 ore di laboratorio volte a preparare insieme percorsi, materiali e pratiche attraverso un momento di confronto tra i/le docenti che parteciperanno. Il laboratorio partirà da esperienze già svolte a cui segue una condivisione di esperienze su base volontaria e preparazione di percorsi didattici che saranno pubblicati sul sito come materiale da mettere a disposizione per altre/i docenti. Anche l’eventuale realizzazione in classe dei percorsi potrebbe essere pubblicata come condivisione di “buone pratiche”.  La proposta è rivolta anche all’assolvimento delle possibili ore di formazione “obbligatorie”  (vd. obbligo formativo del CCNL). PROGRAMMA Mercoledì 21 gennaio 2026, ore 17:00-19:00 Marco Rossi, Libero ricercatore e autore di lavori sulla I guerra mondiale La diserzione come forma di resistenza alla guerra            Mercoledì 18 febbraio 2026, ore 17:00-19:00 Serena Tusini, Docente di scuola superiore, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università La nuova leva in Europa e in Italia Venerdì 13 marzo 2026, ore 17:00-19:00 Miguel Mellino, Antropologia culturale, Università di Napoli “Orientale” Colonialismo. La storia del colonialismo visto dai colonizzati Mercoledì 8 aprile 2026, ore 17:00-19:00 Rosita Di Peri, Dipartimento di Culture, Politica e Società Università di Torino Palestina, storia e diritti negati Mercoledì 29 aprile e lunedì 4 maggio 2026, ore 17:00-19:00 Laboratori a cura dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Per una didattica della pace  PER ISCRIZIONE FINO AD ESAURIMENTO POSTI CLICCA QUI (MAX 100). AL CORSO DI FORMAZIONE SI POTRÀ PARTECIPARE DA REMOTO CLICCANDO SU QUESTO LINK. IL CORSO DI AGGIORNAMENTO È COMPLETAMENTE GRATUITO E I/LE RELATORI/TRICI ACCETTANO DI FARE FORMAZIONE A TITOLO GRATUITO, TUTTAVIA PER UN CONTRIBUTO VOLONTARIO ALL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ SI POSSONO USARE L’IBAN E IL MODULO DI DONAZIONE IN BASSO. GRAZIE A CHI VORRÀ CONTRIBUIRE! -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente