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A proposito di alcune prese di posizione che difendono il governo Maduro
Rprendiamo dal sito di ADLCobas questo contributo di alcun* compagn* della diaspora venezuelana in Italia che fanno parte del sindacato ADLCobas Negli ultimi giorni sono circolate prese di posizione che, pur denunciando correttamente l’imperialismo statunitense, finiscono per difendere Maduro come presunto baluardo del processo bolivariano. Allo stesso tempo, a partire dal 3 gennaio, dentro e fuori dal Venezuela, vediamo venezuelane e venezuelani festeggiare il sequestro e l’incarcerazione di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti. È un dato scomodo, ma va affrontato politicamente: non si può ridurre questo fenomeno alla sola destra o ai settori borghesi. Tra chi esprime sollievo e felicità ci sono anche lavoratrici e lavoratori, settori popolari ed ex sostenitori del chavismo, spinti all’esilio da anni di impoverimento, repressione e negazione dei diritti. Il progetto della Rivoluzione Bolivariana, inaugurato da Hugo Chávez, nasceva da un tentativo reale di rompere con il neoliberismo, redistribuire la rendita petrolifera, combattere la povertà e costruire sovranità nazionale e integrazione regionale. Richiamare quello sforzo storico è corretto e necessario. Tuttavia, è un grave errore politico e analitico identificare la gestione di Nicolás Maduro con quel progetto. Non esiste continuità nelle politiche sociali che ne avevano caratterizzato la prima fase. Negli ultimi dodici anni, il governo Maduro ne ha promosso lo smantellamento attraverso una gestione autoritaria e profondamente inefficiente, attribuendo sistematicamente all’embargo internazionale ogni responsabilità della crisi. Non è corretta, per esempio, l’affermazione secondo cui in Venezuela la giornata lavorativa di 40 ore settimanali sarebbe stata ridotta. Questa misura faceva parte della proposta di riforma costituzionale promossa da Chávez nel 2007 e sottoposta a referendum popolare, che non venne approvata — l’unica sconfitta elettorale subita da Chávez. Sotto la gestione di Maduro, i proventi del petrolio non sono stati utilizzati per migliorare le condizioni di vita della popolazione, ma per arricchire una nuova élite interna, intrecciata con settori militari, burocratici e imprenditoriali, oltre che con multinazionali che oggi operano in condizioni persino più favorevoli rispetto al passato. Si è formata una nuova oligarchia, attraverso il saccheggio sistematico della rendita petrolifera, ormai completamente separata dagli interessi delle classi popolari. È indubbio che settori dell’opposizione di destra abbiano invocato apertamente l’intervento statunitense. Questo va denunciato senza ambiguità, nella piena consapevolezza che gli Stati Uniti non agiscono in nome della democrazia, ma per garantire l’accesso alle risorse, il controllo dei prezzi energetici, l’indebolimento dell’OPEC e la disciplina geopolitica del continente. L’incursione del 3 gennaio va letta come un messaggio all’intera regione: obbedienza o punizione. Tuttavia, ciò non può in alcun modo assolvere il governo Maduro. Negli ultimi anni esso ha represso, silenziato e incarcerato settori popolari, sindacalisti, lavoratori e lavoratrici, attivisti sociali che erano stati protagonisti del processo chavista e che oggi lottano semplicemente per salari dignitosi, servizi pubblici e diritti fondamentali. Un errore ricorrente in molte analisi consiste nel ridurre l’opposizione venezuelana a un unico blocco reazionario, cancellando l’esistenza di un’opposizione popolare, sociale e di sinistra che oggi viene repressa dal governo. Non si può assimilare chi lotta per diritti elementari alla destra golpista, né legittimare la repressione in nome dell’anti-imperialismo. Il regime sanzionatorio e l’embargo degli Stati Uniti rappresentano senza dubbio una delle cause centrali della crisi. Ma il governo Maduro li ha utilizzati sistematicamente come alibi per mascherare corruzione, concentrazione della ricchezza e smantellamento delle conquiste sociali. Un anti-imperialismo ridotto a pura retorica, funzionale alla protezione di una borghesia locale, non è anti-imperialismo, ma una forma di gestione autoritaria della dipendenza. È corretto ricordare che la controffensiva statunitense non può essere compresa senza richiamare l’autonomia conquistata dal subcontinente latinoamericano negli anni Duemila grazie alla diplomazia chavista. Ma è stato lo stesso governo Maduro a smantellare quell’eredità, distruggendo organismi regionali come UNASUR e CELAC, svuotando l’OPEC, isolando il Venezuela e rendendolo sempre più vulnerabile sul piano internazionale. Maduro non gode del sostegno popolare che aveva Chávez. Le cifre ufficiali sulla partecipazione elettorale non tengono conto della pesantissima sconfitta elettorale del luglio 2024, mai riconosciuta dal governo, che ha scelto di mantenersi al potere attraverso il controllo delle istituzioni, la repressione e l’uso della forza. I gravi abusi subiti da settori popolari e attivisti, comprese detenzioni arbitrarie e uccisioni, sono documentati da numerose organizzazioni nazionali e internazionali per i diritti umani, tra cui la Missione Internazionale Indipendente delle Nazioni Unite. Sul piano geopolitico, la denuncia dell’intervento statunitense resta necessaria. Ma il nodo centrale non è soltanto la difesa o meno di Maduro: il problema è che si sta consegnando il Paese e le sue ricchezze strategiche. La politica petrolifera del governo ha un carattere di fatto coloniale, con un ruolo centrale di multinazionali come Chevron, in condizioni che ricordano le concessioni di inizio Novecento. Governo e opposizione di destra appaiono sempre più come due opzioni “entreguiste”, in competizione su chi sappia garantire meglio gli interessi di Washington. Sostenere che il progetto bolivariano ha retto può risultare consolatorio, ma è falso. È stato lo stesso governo Maduro a distruggerlo. Se vogliamo comprendere la reale resilienza del popolo venezuelano, dobbiamo guardare alle lotte sociali oggi represse: per i salari, per la terra, per i diritti indigeni, per il diritto allo studio, per i servizi pubblici e per i diritti umani. È in questi conflitti che può nascere una ricomposizione popolare, democratica e di sinistra, alternativa sia all’autoritarismo governativo sia alla destra neoliberale. La rappresentazione della diaspora venezuelana come composta prevalentemente da persone “ben vestite” e privilegiate rischia di occultare le cause profonde e drammatiche della migrazione di massa. La diaspora venezuelana, di cui anche noi facciamo parte, conta oggi oltre otto milioni di persone in meno di dieci anni: una fuga di quasi un terzo della popolazione. Si tratta in larga parte di una migrazione forzata, determinata dal crollo dei salari, dall’impossibilità di soddisfare bisogni essenziali, dal collasso dei servizi sanitari ed educativi, da un’iperinflazione senza precedenti nella storia dell’America Latina, dall’insicurezza alimentare e dal deterioramento generalizzato delle condizioni di vita. La strumentalizzazione biopolitica della diaspora da parte del governo ha funzionato come una valvola di sfogo delle tensioni sociali interne. Le rimesse inviate dall’estero sono diventate essenziali per la sopravvivenza dei familiari rimasti nel Paese, costretti a vivere con salari e pensioni il cui valore reale oscilla, a causa della volatilità del tasso di cambio, tra uno e tre dollari al mese. Questo ha favorito l’espansione del lavoro informale e l’adozione di una politica dei bonus che ha progressivamente smantellato il sistema di previdenza sociale. L’esperienza migratoria venezuelana è stata segnata da precarietà, sfruttamento, attraversamenti pericolosi, discriminazioni e violazioni dei diritti, soprattutto per i settori popolari. Se oggi una parte significativa della diaspora proveniente da questi settori finisce per identificarsi politicamente con la destra, questo dato non può essere liquidato o stigmatizzato, ma deve interrogare seriamente le responsabilità del governo Maduro, che ha compromesso e delegittimato, nei fatti, il significato storicamente associato alla sinistra e al progressismo. Riteniamo che costruire una solidarietà internazionale coerente non può significare schierarsi con un governo corrotto ed elitista in nome dell’anti-imperialismo, né contribuire a una lettura distorta del patrimonio della Rivoluzione Bolivariana. Schierarsi con i popoli significa denunciare l’intervento imperialista e, allo stesso tempo, sostenere le lotte che in Venezuela nascono dal basso, spesso sotto una repressione feroce. È da queste voci marginalizzate e silenziate che bisogna partire, evitando ogni identificazione automatica tra governo e popolo. 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Intervista a Michael Hardt: “Trump gioca sul ricatto globale permanente, caos e confusione sono la sua tattica”
di ANTONIO MUSELLA. riproponiamo l’intervista a Michael Hardt pubblicata su Fanpage il 12 gennaio 2026 L’attacco al Venezuela, la minaccia alla Groenlandia, in politica estera, i blitz armati degli uomini dell’ICE nelle principali metropoli del paese in politica interna, in questo modo Donald Trump sta cambiando, apparentemente senza possibilità di ritorno, le politiche globali in materia di relazioni internazionali e di sicurezza interna. Un vero e proprio nuovo ordine mondiale, che passa dalla demolizione del diritto, a cominciare da quello internazionale, e per i missili sui territori individuati come preda e i fucili spianati all’interno del paese. Trump sta inaugurando una nuova dottrina, e quello che è avvenuto con il sequestro del presidente venezuelano Nicolas Maduro, segna un punto di non ritorno. Ne abbiamo discusso con Michael Hardt, filosofo americano, studioso del trumpismo e dei conflitti globali. Che impatto ha avuto negli USA l’attacco a Caracas ed il sequestro di Maduro ? Trump e i suoi consiglieri sono attualmente inebriati dal potere e credono di essere alla guida della macchina dell’ordine globale. Ovviamente, una situazione pericolosa e letale. Le reazioni politiche all’interno degli Stati Uniti sono finora relativamente sommesse. Ciò è dovuto in parte, credo, al fatto che la situazione è ancora poco chiara. Gli Stati Uniti controllano Venezuela o Delcy Rodriguez e le altre forze politiche e militari del governo bolivariano hanno ancora un potere significativo? Trump invaderà presto la Colombia? Una delle tattiche standard di Trump è quella di essere imprevedibile e creare confusione per tenere i suoi avversari in uno stato di incertezza. Detto questo, credo che le reazioni politiche significative negli Stati Uniti diventeranno chiare solo con il tempo. Una novità della nostra situazione attuale è che le azioni di Trump non necessitano di un’analisi politica approfondita. In passato bisognava svelare gli obiettivi nascosti dietro le belle parole dei presidenti statunitensi: democrazia, libertà, diritti umani. Trump è più trasparente e più onesto. Dice esplicitamente di volere il petrolio del Venezuela e i minerali della Groenlandia. Quello che è avvenuto in Venezuela sembra la fine del diritto internazionale, in che dimensione si sta proiettando il mondo? Hai ragione, il diritto internazionale è in crisi, ma l’indebolimento del diritto internazionale era già iniziato molto tempo fa. In un certo senso, Trump sta seguendo lo stesso copione di Putin e Netanyahu: conquista territoriale, esplicita ricerca di potere e ricchezza. Questo comportamento e questa retorica degli Stati Uniti, ovviamente, hanno implicazioni per altri Stati con aspirazioni espansionistiche, tra cui Israele, Russia e Cina. Qualsiasi condanna delle loro violazioni del diritto internazionale ora suona vuota. Ricordiamo anche che gli sforzi del governo Trump contro il diritto internazionale vanno di pari passo con il suo progetto di indebolire la Costituzione degli Stati Uniti, concentrando il potere nelle mani del Presidente. Stiamo vivendo due crisi costituzionali, a livello nazionale e globale. La Groenlandia è nelle mire dell’amministrazione Trump, eppure la Danimarca fa parte della NATO, il presidente americano può arrivare a mettere in discussione il patto atlantico ? È certamente possibile che Trump minacci l’esistenza della NATO, ma, come ho detto, l’imprevedibilità è una delle sue tattiche politiche standard per tenere i suoi avversari in uno stato di incertezza. Un’altra possibilità è che utilizzi la minaccia di minare il patto atlantico come strumento di ricatto per ottenere vantaggi e concessioni dai paesi europei. Gli alleati di Trump applaudono alla sua politica bellicista e di aggressione, c’è il rischio che in futuro Trump possa mettere nel mirino anche gli interessi di paesi alleati? Quello che accade oggi in Venezuela può accadere a qualunque altro paese ? Anche in questo caso entra in gioco l’imprevedibilità di Trump. Gustavo Petro deve prendere sul serio la minaccia di Trump di invadere la Colombia. E anche i leader delle nazioni alleate devono tenere presente questa possibilità. Si tratta di una sorta di governance globale basata sul ricatto perpetuo. Intanto in politica interna continuano le scorribande dell’ICE, a Minneapolis è stata uccisa una persona. Come sta reagendo l’opinione pubblica americana a questa escalation? Abbiamo già assistito a manifestazioni popolari contro l’omicidio commesso dall’ICE in Minnesota, ma uno degli sviluppi importanti è che politici a diversi livelli di governo, inclusi sindaci e governatori statali, hanno fatto forti dichiarazioni contro l’omicidio. Se si consolidasse una forte fazione all’interno del governo contro non solo questo omicidio, ma anche contro le attività dell’ICE, ciò potrebbe accelerare le proteste popolari e dare loro maggiore peso. Abbiamo vissuto mesi di mobilitazione internazionale sulla Palestina, ma non si hanno le stesse reazioni davanti all’attacco al Venezuela, c’è un problema di comprensione della portata di quello che stiamo vivendo ? Potrebbe essere troppo presto per valutare le mobilitazioni internazionali contro l’aggressione statunitense. La situazione potrebbe aver bisogno di tempo per maturare. Ma ciò che serve, a mio parere, non è solo una condanna pubblica degli Stati Uniti e una difesa della sovranità venezuelana. La questione non riguarda solo la solidarietà con gli altri, ma la trasformazione della situazione politica in ciascuno dei nostri paesi. Questo è stato uno degli sviluppi più significativi delle mobilitazioni per la Palestina in Italia lo scorso ottobre: ha svelato un legame tra il movimento globale contro il genocidio in Palestina e una varietà di fronti politici in Italia. Ciò di cui abbiamo bisogno è la costruzione di un nuovo internazionalismo che colleghi i movimenti di liberazione in diverse parti del mondo e che abbia la potenza di contrastare lo straordinario potere che ci troviamo di fronte. Questo potrebbe sembrarti un compito arduo, e in effetti lo è. Ma è l’unica strada che vedo all’orizzonte. L'articolo Intervista a Michael Hardt: “Trump gioca sul ricatto globale permanente, caos e confusione sono la sua tattica” proviene da EuroNomade.
Un autunno costituente
di NA HABY STELLA FAYE. Riprendiamo da Global Project questa intervista doppia ad Anna Guerini e Rossella Puca pubblicata il 23 dicembre 2025. Il movimento contro il genocidio in Palestina ha dato uno scossone a questo paese. Un movimento che per partecipazione, maturità del discorso e radicalità nelle pratiche, farà senz’altro la storia. Sono passati più di due mesi dal “weekend lungo” del 3-4 ottobre, due giornate che hanno visto 3 milioni di persone scendere in piazza. Questa intervista doppia ha l’ambizione di mettere a sistema o, quantomeno, in dialogo tra loro, le diverse prospettive e riflessioni emerse durante questi mesi. Milioni di persone sono scese in piazza contro il genocidio in Palestina; indubbiamente, tuttavia, il discorso di questo movimento è andato oltre il caso singolo, e ha messo al centro il rifiuto della normalizzazione della guerra, dello sterminio di massa e del dominio coloniale come elementi costitutivi di un nuovo ordine globale. La Palestina Globale di cui parla Ilan Pappé infatti definisce da una parte l’Israele globale, ovvero la generalizzazione a livello sistemico dei principi e degli strumenti del fascismo coloniale rappresentato dal regime israeliano, dove il concetto stesso di diritto si restringe sempre di più. Dall’altra, invece, la Palestina globale dei movimenti, dei popoli che intessono alleanze radicali contro la violenza del regime di guerra e genocidio. Quali sono i nodi fondamentali a cui guardare per comprendere i processi di questo movimento? Anna Guerini – Intanto vi ringrazio per avermi proposto questa intervista doppia con Rossella. Secondo me possiamo iniziare — non ancora in un’ottica propriamente storica, perché per quella servirà molto più tempo — quantomeno a cogliere ciò che questo movimento ha innescato.  E possiamo riconoscere le difficoltà che stiamo incontrando nel mantenerlo vivo, e ragionare sugli snodi e sui momenti di difficoltà e di impasse. Prima di passare a questo, parto con un aneddoto. Sono reduce dal Convegno Internazionale Marxista-femminista a Porto e tra le varie compagne con cui mi è capitato di parlare,  molte condividevano con me e le altre italiane lo stupore e l’ammirazione per le piazze del lungo weekend del 2-3-4 ottobre, che a ben vedere inizia il 22 settembre. Insomma mi restituivano una gioia immensa nel vedere le piazze italiane. Evidentemente la mobilitazione italiana ha avuto una diffusione, dal punto di vista dell’immagine della potenza, che va ben oltre i confini italiani ed europei. Non ci siamo neanche noi resi conto del tutto della specificità di quello che è successo, perché non è stato dappertutto così. Questo ci porta a chiedere che cosa abbia funzionato particolarmente bene dal punto di vista dell’attivazione di quella mobilitazione, che cosa è scattato e che cosa ci consente di tenere vivo il processo che in quelle settimane si è innescato. Credo che il punto di partenza fondamentale sia stata una sorta di indignazione generalizzata che ha coinciso con il momento apicale del genocidio e la mobilitazione della Flottiglia che, per il suo carattere “civile” e “umanitario” diciamo così, ovviamente rendeva la brutalità del genocidio e più complessivamente l’impunità di Israele ancora più evidente. > Credo che si sia progressivamente delineata nella testa di tante/i l’idea > dell’Israele globale, e quindi il legittimo terrore che quel margine di > impunità concesso ad Israele negli ultimi settant’anni rischi di diventare il > criterio con cui le democrazie – visto che consideriamo Israele l’unica grande > democrazia del Medioriente – complessivamente possano riorganizzare il loro > intervento politico e sociale in una fase di evidente crisi. Qua ci sarebbe da discutere se si tratta di una crisi o del definitivo esaurimento di una fase politica ed economica specifica, che abbiamo definito fase neoliberale negli ultimi quarant’anni. Forse la crisi è finita e questi cambi di intervento e queste accelerazioni lo indicano. Però appunto credo che sia balenata nella testa di molti la paura che questo grado di impunità potesse rovesciarsi anche all’interno dei Paesi occidentali. Questo da un lato è positivo, ha finalmente costretto molte persone a fare i conti e guardare in faccia la violenza genocida di Israele. Aggiungo però che è sintomatico che tutta questa mobilitazione incredibile sia esplosa nel momento in cui c’erano degli attivisti in larga parte occidentali ad attraversare il Mar Mediterraneo verso le coste di Gaza con la Global Sumud Flotilla. Il tema è che quella è stata riconosciuta come una mobilitazione non violenta e umanitaria, ma in primo luogo fondamentalmente politica, unita all’invocazione molto chiara dei portuali di Genova “Se toccano la Global Sumud Flotilla, noi blocchiamo tutto”. Questo ha segnato un punto di rottura. La domanda fondamentale da porsi è: che cosa ha innescato quel quid in più che ha dato vita a quella reazione? Io credo che sia stato il rispecchiamento con chi stava sulla Flotilla, che pur nella sua azione pacifica è stato aggredito, attaccato, oggetto di veri e propri atti di terrorismo da parte del Governo israeliano e di attacchi frontali da parte dei governi occidentali. Un rispecchiamento che ci fa temere per la repressione che possiamo subire, indipendentemente dalla forma di protesta che mettiamo in campo. E questo ha segnato uno stacco, perché la retorica degli antagonisti dei centri sociali non regge più. Questo ha costretto tutti a fare i conti con quello che stava succedendo da due anni, ma più complessivamente da settant’anni, e ha avuto una ricaduta dal punto di vista dell’attivazione. Nel frattempo, il fatto che Trump sia intervenuto in modo molto netto sulla situazione e che si stia cominciando a discutere seriamente, e non più soltanto in termini astratti, di piani di riarmo dell’Europa, ha cambiato la configurazione; credo poi che uno degli altri stimoli principali sia stato il timore per i nostri salari e per la nostra capacità di sopravvivere da qui ai prossimi anni dentro un regime di guerra, che evidentemente sta imponendo delle trasformazioni che riguardano tutti.  Un’altra questione è che questo movimento ha potuto contare su una serie di processi accumulati almeno negli ultimi dieci anni, processi sociali di mobilitazione molto ampi – penso in particolare allo sciopero femminista, visto che ieri era il 25 di novembre, e al movimento per il clima, che hanno riattivato lo strumento dello sciopero, restituendogli una dimensione sociale, che in questi lunghi weekend è tornato ad essere fondamentale anche all’interno del fronte sindacale. In entrambi i casi erano scese in piazza delle composizioni sociali molto ampie. Quel tipo di attivazione, sommata ai processi di attivazione e agli spazi politici che le strutture di movimento da anni tengono vivi, ha consentito di estendere la mobilitazione in modo inimmaginabile. Rossella Puca – Io partirei da un punto che di solito crea imbarazzo negli ambienti istituzionali: il crollo di credibilità del diritto internazionale davanti al genocidio in Palestina. Non è un dettaglio esterno al movimento, anzi. Perché ciò che è successo nell’ultimo anno – e che milioni di persone hanno percepito con una chiarezza sorprendente – è che le norme poste a tutela dell’umanità si sono rivelate incapaci di vincolare il potere quando il potere è alleato dei Paesi centrali dell’ordine mondiale. Immagine iconica su tutte le altre: La Corte Penale Internazionale emette un mandato di arresto contro Netanyahu; ma il suo aereo con lui dentro, sorvola senza ostacoli gli spazi aerei europei. Ora, se il diritto penale internazionale è valido solo per gli Stati “periferici”, ciò che viene meno non è una procedura, ma la sua natura di diritto: perché un diritto che si applica a geometria variabile diventa immediatamente un atto politico travestito da norma. Allo stesso modo, venendo ora al ruolo dell’ONU questo si è ridotto all’impotenza strutturale: risoluzioni ignorate, veti permanenti, appelli umanitari continuamente disattesi. L’ONU ha mostrato di essere un luogo dove il linguaggio del diritto sopravvive come forma, ma sembra quasi non possedere più alcun potere conformativo. Poi c’è il tema dei notissimi doppi standard. Nel caso della guerra Russa-Ucraina abbiamo assistito a un ricorso quasi immediato all’apparato sanzionatorio, al linguaggio della responsabilità internazionale dello Stato aggressore, alla mobilitazione retorica di “valori comuni” da difendere. Nel caso palestinese, dinanzi ad un genocidio quello stesso apparato è stato silenziato o usato in modo simbolico. > Questo non è solo ipocrisia: è la dimostrazione che l’ordine giuridico > internazionale non è un sistema, ma un campo di forza in cui prevale > l’interesse geopolitico. Il movimento ha colto tutto questo con lucidità: la percezione condivisa è che, quando i crimini vengono commessi da chi detiene un ruolo centrale nell’economia globale della guerra, il diritto non interviene. E non interviene perché sembra non sia stato costruito per farlo. Il diritto, qui, ha smesso di essere strumento di limite: è diventato strumento di legittimazione dell’impunità. Parallelamente, abbiamo assistito all’azione degli Stati che, invece di perseguire la violazione del diritto, hanno perseguito chi la denuncia. Si sono viste misure disciplinari nelle scuole, tentativi di censura dell’autonomia scolastica ed universitaria, denunce contro i manifestanti o anche solo identificazioni per aver sventolato bandiere della Palestina o per aver pronunciato parole considerate indesiderabili. È un rovesciamento radicale: non si reprimeva quella violenza – quel genocidio, ma chi provava a renderli visibili. Ecco perché, secondo me, il nodo fondamentale per comprendere questo movimento è che le persone hanno percepito un fatto essenziale: quando il diritto è incapace di proteggere le vite che dovrebbe proteggere, allora l’unico luogo in cui può essere difesa la giustizia è lo spazio pubblico. Il movimento è stato questo: la rivendicazione collettiva di un’etica della responsabilità che il diritto internazionale ha abbandonato. Durante questa ondata di mobilitazioni, è stato posto l’interrogativo centrale dell’organizzazione, ed in particolare della sfida per le strutture di mettere a disposizione i propri strumenti, favorendo l’attivazione e la mobilitazione senza soffocarla con gli identitarismi. Che ruolo hanno avuto strutture e organizzazioni in questa fase? Che ruolo hanno invece avuto i percorsi nazionali che nell’anno passato hanno visto l’attivazione di migliaia di persone contro l’autoritarismo e la repressione del dissenso, come, ad esempio, quello contro il DdL – poi Decreto – Sicurezza? Anna Guerini – Rispetto al ruolo delle strutture, questo movimento ha posto un tema rispetto all’organizzazione. Dobbiamo fare una riflessione su diversi piani: ciascuno di noi ha conosciuto prevalentemente i contesti in cui si è mobilitata, per cui bisognerebbe capire se le mobilitazioni sul piano locale sono state uguali, se i processi si assomigliano tutti – cosa che non credo. Credo che alcuni processi innescati nel mio territorio siano stati particolarmente efficaci. Le strutture di movimento, ad esempio, hanno mostrato disponibilità a tenere aperto lo spazio politico, uno spazio di confronto, di dialogo e di messa a disposizione non passiva, ma organizzativa, di strumenti, conoscenze e pratiche di piazza. Ciò ha consentito di organizzare delle mobilitazioni che hanno rivendicato un certo grado di “illegalità”. La pratica del blocco non era scontata fino a qualche tempo fa, e forse il fatto che qualunque tipo di mobilitazione, anche la più pacifica e umanitaria, venga attaccata con le bombe a ultrasuoni, ha fatto capire che si può provare a spingere in questo senso. Altrettanto importante è stato lo sforzo per mettere in comunicazione una serie di realtà e di singoli che altrimenti sarebbero stati dispersi, dando un contributo in termini di organizzazione ecosistemica, se vogliamo usare i termini di di Rodrigo Nunes. Le assemblee cittadine a Padova sono state uno strumento formidabile in questo senso. Ovviamente facendo tesoro di una serie di mobilitazioni degli ultimi anni. Anche le università sono state centrali. Erano due anni che le e gli studenti, riunite in collettivi, occupavano le università contro il genocidio in Palestina, costruendo un discorso politico che alla fine, faticosamente, si è affermato perché si è rivelato corretto dal punto di vista dell’analisi. E quindi l’organizzazione ha messo a disposizione l’aspetto dell’intelligenza e della costruzione di un ragionamento collettivo, senza il quale probabilmente non ci sarebbe stato quello spostamento dal punto di vista della potenza della mobilitazione. > Cosa rimane da fare adesso? Credo che il problema sia cercare di individuare > gli elementi di scarto rispetto ai due anni precedenti. Il tema che poneva Rossella sul diritto internazionale secondo me è fondamentale. Il campo giuridico si sta rivelando un campo di contesa sempre più esposto alla trasformazione. Da un lato, il diritto internazionale si è rivelato per quello che è storicamente – uno strumento con un forte impianto ed eredità coloniale. Questa volta, però, proprio i Paesi del cosiddetto “Sud Globale” hanno avviato i processi contro Netanyahu per genocidio, rilanciando l’attività e la funzione politica del diritto internazionale, provando a rovesciarne il segno. Nel momento in cui il diritto internazionale si è rivelato per quello che è, la mobilitazione ha fatto sua la grammatica e l’ha usata come strumento politico dal basso. È un campo di contesa che ci potrebbe consentire di fare un passo in avanti, per non limitarci a rivendicare e rimpiangere la sovranità liberale o il sistema del diritto internazionale.  > Credo che dalle piazze venga l’indicazione di tenere aperti processi ampi e > spazi di confronto, facendo passare il messaggio che non è il momento di > muoversi da soli con iniziative scollegate che rischiano di mettere in > discussione quegli stessi processi e depotenziarli, compromettendo mesi di > lavoro politico. Un’ultima cosa: il problema che stiamo identificando sempre più precisamente è quello del regime di guerra, e dei modi in cui sta implodendo nei nostri Paesi, dalla manovra finanziaria, agli annunci sulla leva, ad una serie di trasformazioni che riguardano l’università. Il problema è identificare i punti di attacco a quello che abbiamo chiamato Israele globale e capire come mobilitarci efficacemente in questo senso. Rossella Puca – La questione dell’organizzazione, in questa fase, è stata decisiva. Ma non nel senso classico dell’organizzazione come struttura compatta-gerarchica, dotata di una linea congressuale e di un piano. È emersa invece una forma di organizzazione non identitaria, che ha funzionato proprio perché non ha cercato di capitalizzare politicamente la mobilitazione. Le strutture – quelle che già esistevano, in Italia dai centri sociali alle reti antirazziste, fino alle realtà sindacali di base  – hanno avuto un ruolo che definirei “di servizio”, nel senso più alto e politico del termine: mettere a disposizione strumenti, spazi, competenze, reti di cura e di difesa legale, senza pretendere di dirigere la dinamica. > Le organizzazioni che hanno saputo leggere questa fase hanno capito una cosa > molto semplice: l’energia sociale non si governa, si accompagna. E > accompagnarla significa rinunciare a trasformarla in identità. Questo movimento non voleva un soggetto che parlasse al posto suo. Voleva, semmai, una cornice in cui agire, un’infrastruttura che rendesse possibile l’emersione spontanea di una politica che è stata al tempo stesso radicale e popolare. E qui entra in gioco anche l’altra parte della domanda: il ruolo dei percorsi contro l’autoritarismo e la repressione dell’ultimo anno. Io credo che quei percorsi siano stati una sorta di precondizione politica. Le mobilitazioni contro il DdL Sicurezza, contro l’inasprimento delle pene, contro la criminalizzazione del dissenso, hanno prodotto due cose fondamentali: – una grammatica condivisa sulla repressione, cioè un lessico comune per riconoscere le forme del potere – tramite i convegni studi che non avevano nulla di accademico… – una rete fondamentale di soggetti – giuristi, attivisti, collettivi, insegnanti, studenti – capaci di attivarsi rapidamente. Quando la piazza palestinese è esplosa, queste reti erano già col motore acceso. E si è visto nelle pratiche: dalla gestione dei fermi alla lettura politica delle denunce, dalla protezione delle scuole autorganizzate alla capacità di disinnescare l’uso strumentale delle retoriche dell’antiterrorismo, all’essere presenti compatti in vari territori: dal porto di Venezia sino alla piazza di Bologna, passando per la manifestazione di Udine contro la partita Italia-Israele. Senza quel lavoro precedente, il tentativo di soffocare la mobilitazione avrebbe avuto un peso molto maggiore. In questo senso, direi che strutture ed il percorso anti deriva autoritaria hanno permesso al movimento di non essere solo emotivo, ma di essere politicamente solido e ben radicato. Come abbiamo visto in questi mesi, la controparte si sta riorganizzando. Dal DdL Gasparri al piano casa, fino a una manovra finanziaria che mette al centro il riarmo, a discapito dei servizi e del welfare, senza prevedere investimenti strutturali per contrastare povertà e disuguaglianze. Di fronte a questo scenario, quali saranno le sfide per i movimenti? Rossella Puca – Le misure che stanno avanzando – dal DdL Gasparri al piano casa, fino a una manovra centrata sul riarmo e priva di investimenti strutturali contro povertà e disuguaglianze – non sono episodi isolati. Indicano una tendenza precisa: lo Stato sta riorganizzando il proprio impianto politico-giuridico in chiave di governo della crisi, e il costo di questa riorganizzazione ricade quasi interamente sui diritti sociali e sulle forme di conflitto (l’intervista è stata fatta prima dello sgombero del centro sociale Askatasuna, le cui modalità ricadono pienamente in questa strategia ndr). Accanto a questo livello più visibile c’è un versante meno appariscente ma non meno rilevante: quello della riforma della giustizia presentata come aggiornamento tecnico ed efficientista. La promessa è quella di una giustizia più rapida e accessibile. La realtà è un processo di razionalizzazione autoritativa, in cui la velocità diventa il pretesto per ridurre garanzie sino ad arrivare chissà ad ampliare gli strumenti discrezionali della magistratura requirente del pm. È una trasformazione culturale prima che normativa: la giustizia smette di bilanciare poteri e tende a diventare un dispositivo amministrativo di ordine pubblico. Su questo sfondo si colloca anche il dibattito referendario costituzionale che ci attende. Non è un dettaglio tecnico né uno scontro tra addetti ai lavori: è il tentativo di fissare in Costituzione un rapporto più verticale tra società e istituzioni, dentro un contesto in cui la spesa sociale arretra mentre il settore militare avanza. > Ridurre i contrappesi mentre si espandono sicurezza, repressione e riarmo > significa ridefinire il patto democratico in senso difensivo: lo Stato si > protegge, non protegge. Le elezioni regionali confermano una tendenza chiara ma non monolitica. La destra è strutturalmente forte, soprattutto dove riesce a intercettare paure materiali e una domanda diffusa di stabilità. Ma non vince ovunque, e questo è significativo: soprattutto nel Mezzogiorno emergono spazi politici che non si allineano automaticamente al blocco di governo, territori in cui gli effetti concreti delle politiche nazionali – tagli al welfare, alla sanità – sono percepiti in modo più immediato. La frattura Nord/Sud non esprime solo differenze economiche: evidenzia modelli diversi di relazione con lo Stato, diverse forme di aspettativa sociale. Per i movimenti, questo significa che il campo non è chiuso. È discontinuo quindi in un certo senso attraversabile. Le sfide, allora, si giocano su due piani intrecciati. Sul terreno giuridico, comprendere come il diritto stia cambiando funzione: non più limite al potere, ma strumento per stabilizzare un modello di governo fondato su sicurezza, austerità e militarizzazione. Ma le nostre battaglie non devono essere solo difensive: saranno battaglie per produrre diritto, per imporre principi e pretese che oggi non trovano spazio nella cornice istituzionale. Sul piano sociale-territoriale, ricostruire solidarietà reali dove il welfare arretra. Non in termini assistenzialistici-cattolici, ma in termini politici: reti che sappiano fare ciò che lo Stato non fa più, e che allo stesso tempo denuncino in senso critico il perché non lo fa. Per quanto riguarda lo sguardo generazionale, una parte consistente della generazione politica attiva, oggi non si sente minimamente rappresentata dal discorso istituzionale dominante, ma non vive però il conflitto come un’eccezione: anzi, lo vive come il modo normale di stare nel presente. Questa è la vera forza del momento: la capacità di non lasciarsi definire dal quadro dato, ma di produrre nuovi linguaggi che il quadro non riesce a contenere. È da qui che passa la sfida dei movimenti, non solo opporsi, ma spostare il campo. E farlo con l’ambizione – sempre più concreta – di ridisegnare ciò che oggi viene raccontato come inevitabile. Anna Guerini – Parto dall’ultima cosa che ha detto Rossella. Questa ambiguità del diritto ha prodotto uno scarto nella posizione degli Stati, tanto che abbiamo l’occasione per provare ad andare oltre ai quadri giuridici, politici e sociali di cui può venire nostalgia in un momento come questo. L’obiettivo può essere, in questo caso, superare e forzare quegli stessi quadri. La riforma della giustizia è un’altra questione fondamentale. Io ovviamente non ci torno, viste le competenze che ha Rossella, però mi sembra che sia assolutamente interna alla trasformazione complessiva a cui stiamo assistendo, e che sta avvenendo molto rapidamente. Essa riguarda da un lato la cancellazione dei limiti: la crisi viene stabilizzata come tale, senza che si abbia la necessità di risolverla. Dall’altro, assistiamo all’accentramento sempre maggiore dei poteri esecutivi. L’abbiamo visto con il DDL sicurezza, con il suo impianto repressivo del tutto specifico, che aveva come obiettivo proprio quelle forme di solidarietà diffusa che si sono attivate nei mesi scorsi. La proposta di riforma della governance universitaria è altrettanto emblematica. Se uniamo la riforma della giustizia, la proposta del premierato – l’altro grande obiettivo del Governo Meloni – il decreto sicurezza, i vari DDL Gasparri/Del Rio, e questo testo sull’università, l’obiettivo sembra essere la riorganizzazione dei poteri dello Stato, al fine di riorientare complessivamente i flussi economici e finanziari dentro l’economia di guerra. Per questo silenziare l’opposizione sociale alla guerra è tanto importante. Mi soffermo su questa ennesima riforma dell’università del Governo Meloni, che si aggiunge a quella sul reclutamento e sull’ASN. La riforma della governance degli atenei, che ha l’obiettivo di consolidare i rettori, raddoppia la durata del rettorato e introduce la conferma quasi per acclamazione, e nel frattempo depotenzia pesantemente i Senati accademici e punta a inserire un membro del Governo dentro il CdA di Ateneo – attacca quindi le già deboli e problematiche “istituzioni intermedie”, che in un modo o nell’altro, fungevano appunto, da limiti, da argini. Sembra che persino le attribuzioni dei fondi premiali agli atenei saranno strettamente vincolate alle valutazioni ministeriali. > È un attacco frontale all’autonomia universitaria, che acquisisce uno > specifico peso in questo momento, visto che l’università è stata e continua ad > essere una fucina di elaborazione di pensiero critico, di opposizione al > genocidio, al regime di guerra, al governo. Ora: questa riforma fa venire nostalgia meccanismi e organismi che abbiamo giustamente avversato per 15 anni. Penso ad esempio all’ANVUR o all’ASN. Il problema non è rivendicare il ritorno alla riforma Gelmini, che era un disastro e ha distrutto l’università. Il problema è cogliere l’occasione per fare un passo in avanti e ripensare complessivamente le istituzioni sociali, perché questo è un momento in cui, forse, lo possiamo fare. Serve un grande sforzo di elaborazione, di immaginazione e ragionamento politico collettivo. Una riflessione analoga vale per la manovra finanziaria, attraversata, ad esempio, da una linea marcatamente patriarcale: le donne figurano solo come madri,, hanno diritto ad essere “ricompensate” solo perché tali e l’obiettivo sembra essere ricacciarle nel part time. Anche questo è un segno molto chiaro di che cos’è l’economia di guerra e di come va organizzandosi la società a partire dalla sua riproduzione. Abbiamo veramente davanti dei campi molto ampi di lavoro politico. Dobbiamo evitare la trappola della nostalgia per il vecchio e dedicarci a immaginare il nuovo. L'articolo Un autunno costituente proviene da EuroNomade.
PERCHÉ TANTO ODIO NEI CONFRONTI DI FRANCESCA ALBANESE?
di LAVINIA MARCHETTI. Ripubblichiamo questa analisi degli hate speechs contro Francesca Albanese scritto da Lavinia Marchetti, pubblicato sul suo blog. Sullo stesso argomento segnaliamo, su Effimera, Tutelare Francesca Albanese. Tutelate il movimento per la Palestina, di Gennaro Avallone Ci sono figure che entrano nel dibattito pubblico e diventano un bersaglio immediato, come se concentrassero su di sé tensioni rimaste a lungo senza nome. Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati, rientra in questa categoria. Prima donna in quel mandato, confermata per un secondo periodo dopo il 2025, si muove in uno spazio già infiammato e infettato. Svolge un ruolo in cui si parla di colonialismo, di genocidio e di diritto internazionale. Cosa significa? Significa mettere il becco nelle colpe dell’Europa. Nel suo caso, però, la quantità di odio, dileggio, aggressione simbolica supera di molto il conflitto politico usuale. Viene sanzionata dagli Stati Uniti per i suoi rapporti sul ruolo delle imprese nell’economia dell’occupazione; viene dichiarata indesiderata in Israele; riceve attacchi continui da governi, partiti, gruppi di pressione filoisraeliani, mentre una parte consistente della società “civile” globale firma appelli a sua difesa. Analizziamo un po’ più in dettaglio i meccanismi dell’odio. UNA DONNA CHE PARLA CON AUTORITÀ IN UN CAMPO MASCHILE Prima stratificazione: il genere. Francesca Albanese occupa una posizione di autorità in un territorio tradizionalmente maschile, quello della sicurezza, della guerra. Entra in aula a Ginevra con un ruolo formale, produce rapporti che svelano e attaccano il marcio che si annida dietro le relazioni internazionali e si permette di usare il linguaggio e le categorie che nessun governo (o stampa di regime) vuole sentire: occupazione coloniale, apartheid, genocidio, e, come se non bastasse si permette, dalla sua posizione, di chiedere sanzioni e embargo sulle armi. La sua presenza rompe l’immagine rassicurante della giurista “tecnica”, incaricata di smussare gli spigoli, niente linguaggio diplomatico. La sua lingua resta sobria, però sceglie parole che nessuno con un ruolo istituzionale dovrebbe dire. Chi ascolta vede una donna italiana, madre, (non come quell’altra donna, madre, cristiana che flirta con gli uomini di potere) con accento riconoscibile che non nasconde, e che, non si concede esitazioni nel pronunciare giudizi giuridici gravissimi su Israele e sui complici occidentali. In una cultura che tollera la donna esperta, purché addolcisca, limi, una voce femminile che formula capi d’accusa destabilizza ruoli sedimentati. Quindi che succede? Si attiva una dinamica antica che vede l’insofferenza verso la donna che rifiuta la parte dell’anima consolatrice e rivendica quella di giudice. Non a caso circolano certe etichette: fanatica, faziosa, estremista. Queste etichette ricalcano il vecchio funzionamento maschilistico, lei è una “strega” dopo tutto no? Le etichette funzionano come tentativi di ricondurla in un registro emotivo, quasi isterico, per svuotare la sua competenza giuridica. Lo stesso gesto, compiuto da un uomo anglosassone, appare spesso come severità istituzionale; compiuto da una donna italiana diventa subito “esagerazione”. Un escamotage vecchio come il mondo, anzi come il patriarcato. LA FIGURA DEL TRADITORE INTERNO Secondo strato: l’identità occidentale. Francesca Albanese viene da un paese NATO, europeo, con una memoria pubblica ossessivamente centrata sulla Shoah e sul sostegno a Israele come risarcimento storico. Nel momento in cui afferma che a Gaza si configurano atti di genocidio ai sensi della Convenzione del 1948, sposta quell’apparato memoriale. Non contesta la centralità dell’Olocausto; afferma che la categoria creata per leggere Auschwitz vale anche per altre vittime oltre agli ebrei. Reato di lesa maestà della sofferenza storica. Ecco la diatriba con Liliana Segre, la quale non vuol concedere statuti di sofferenza ad altri popoli, non con l’intensità dell’olocausto. Va bene tutto, ma mai genocidio. Ci mancherebbe. Chi è la vittima suprema, biblica, se non la popolazione ebraica? Questo passaggio apre una ferita profonda nel narcisismo europeo. L’Occidente, descritto da Enzo Traverso come spazio capace di rovesciare gli aggressori in vittime, vede incrinarsi la rappresentazione di Israele come puro soggetto di difesa legittima. Il dispositivo mentale che da decenni presenta il conflitto come “democrazia assediata” contro “terrorismo” riceve un colpo frontale da una voce interna al campo euro-atlantico, che richiama alla lettera la Convenzione sul genocidio e la giurisprudenza internazionale. Da quel momento Albanese non appare più solo come voce critica, ma diventa, sul piano immaginario, figura di traditrice: una donna occidentale che rifiuta il patto implicito secondo cui si può parlare della Palestina solo entro certi confini linguistici. Invece di attenuare la responsabilità di Israele, la mette al centro; in luogo della retorica sulla sicurezza, insiste sui civili palestinesi sterminati; al posto della “complessità” genericamente evocata, elenca crimini tipizzati, crimini, peraltro, davanti agli occhi di tutti. Dice che il Re è nudo. In un paese come l’Italia, abituato a identificarsi con il campo dei “buoni” nelle guerre statunitensi ed europee, la figura dell’italiana che altrove, in sede ONU, incrimina il nostro alleato strategico e parla di complicità in genocidio del suo paese, produce un senso di vergogna rovesciata: invece di interrogare la complicità, si colpisce chi la rende visibile. IL BRUTALE LINGUAGGIO GIURIDICO, SENZA SMUSSAMENTI RETORICI Terzo strato: lo stile. Francesca Albanese sceglie una lingua che rifiuta eufemismi. Parla di “economia del genocidio”, descrive l’insieme di imprese che traggono profitto dall’occupazione, indica per nome le responsabilità di stati e aziende, chiede embargo sulle armi. Questo modo di parlare infrange la convenzione che regola il linguaggio istituzionale occidentale sulla Palestina. Da anni il discorso ufficiale usa formule da anestesia morale: “conflitto”, “ciclo di violenza”, “uso sproporzionato della forza”, “misure di sicurezza”, “diritto di Israele a difendersi”. Albanese sostituisce quelle formule con categorie giuridiche ben precise, peraltro riscontrabili, da definizione! Lo fa senza enfasi lirica, senza estetizzare il dolore, con un tono accusatorio, come ci si aspetterebbe da una giurista, ma non da una giurista attaccata con le unghie a una poltrona. Ecco l’anomalia. Per una parte significativa della classe dirigente italiana e europea questo stile risulta intollerabile, si vede che lo soffrono, vorrebbero stesse zitta, lo si percepisce. I politici guerre-interventisti, soprattutto nel campo che ama definirsi progressista, vivono da decenni in un equilibrio fragile in cui votano “missioni”, autorizzano basi militari, firmano trattati, però continuano a raccontarsi come custodi dei diritti umani. Una voce che arriva dall’interno dell’establishment internazionale, e che mostra la distanza fra auto-immagine morale e pratiche effettive, crea dissonanza cognitiva. La reazione istintiva consiste nel delegittimare chi parla. Più la relatrice ripete che il diritto internazionale vale per tutti, più i suoi detrattori la descrivono come ideologa. Invece di misurare le accuse con i fatti, spostano il fuoco sul soggetto che le formula: si scandagliano vecchi post, frasi uscite da conferenze di anni precedenti, qualunque elemento utile a costruire una biografia deviata. In psicologia sociale questo movimento ha un nome preciso: proiezione. L’aggressività accumulata per riguardo alle atrocità a Gaza ricade su chi testimonia, perché riconoscere il crimine significherebbe ammettere un tradimento dei propri valori dichiarati. IL CASO “LA STAMPA” E LA RICHIESTA DI ABIURA TOTALE La recente polemica sulla sua presa di posizione dopo l’irruzione di alcuni manifestanti nella sede de La Stampa rende visibile un ulteriore meccanismo. Albanese esprime solidarietà al giornale, ribadisce che la resistenza alla “cultura dell’abuso” richiede forme senza violenza, chiede giustizia per il raid, e nello stesso tempo ricorda le responsabilità dei media nella costruzione di uno sguardo distorto sulla Palestina, parla di “monito” e quindi viene giù il mondo. Ovvio no? Questo doppio registro, condanna dell’aggressione e critica dell’informazione dominante, infrange il rito che buona parte dell’editoria pretende dai dissidenti: una solidarietà univoca, inginocchiata, quasi servile, priva di appunti sulla propria condotta. “Libera stampa”, da quando? Abituato a essere soggetto che giudica e al massimo ammette “errori” astratti, il sistema mediatico italiano vive come lesa maestà qualunque richiamo concreto alle omissioni, alle menzogne e al silenzio ventennale sul laboratorio Gaza. Da qui l’operazione di travisamento: il passaggio in cui la relatrice richiama all’etica dei mezzi, riafferma il carattere imprescindibile della non violenza e della responsabilità individuale, viene quasi cancellato, sostituito dall’accusa di “mancata solidarietà”. La scena del giornale assediato diventa occasione per separare la giurista dal movimento di solidarietà con la Palestina, come se la sua presenza in piazza fosse l’elemento più pericoloso da isolare, più dei manganelli su studenti e attivisti. LA COLPA CHE TORNA: SHOAH, PALESTINA. L’USO DELLA MEMORIA SELETTIVA Dietro le campagne contro Francesca Albanese si intravede poi la gestione italiana della memoria della Shoah. Nei passaggi contestati le si rimprovera soprattutto di avere evocato il ruolo della lobby filo-israeliana negli Stati Uniti e il senso di colpa europeo rispetto all’Olocausto come fattori che condizionano la politica estera. Si tratta di temi che la storiografia critica discute da anni, in forme ben più radicali. Traverso, ad esempio, che ho citato in precedenza, descrive la trasformazione della Shoah in mito fondativo dell’Occidente, utilizzato per legittimare politiche di potenza e per zittire chi denuncia crimini commessi da stati alleati. Quando una relatrice speciale ONU riprende quel filo e lo collega al massacro di Gaza, l’intero edificio simbolico vacilla. L’Italia ha costruito una figura di sé come paese redento: patria delle leggi razziali e dell’alleanza con Hitler, poi culla della Resistenza, ponte morale fra Israele e Europa. In questo racconto i palestinesi restano quasi sempre fuori campo. Entrano solo come sfondo. Il fatto che un’italiana, figlia di quella storia, parli apertamente di “genocidio come cancellazione coloniale” nella Striscia, incrina un equilibrio edificato su autoassoluzione e rimozione. L’odio contro di lei svolge una funzione ben precisa, quasi catartica perché permette a una parte del ceto politico e mediatico di riaffermare la propria innocenza. Finché l’“eccessiva” resta lei, il paese può continuare a guardarsi allo specchio come campione di civiltà, perfino mentre sostiene sanzioni contro chi indaga il massacro in corso. IL CORPO CHE PAGA IL PREZZO Infine c’è la dimensione più cruda, fisica, di questa vicenda. Le sanzioni personali, il bando di ingresso in Israele, gli attacchi alla reputazione, le minacce, i tentativi di isolarla nei contesti istituzionali costituiscono una forma di punizione esemplare. La figura della giurista serve da avvertimento ad altri funzionari internazionali. Chi osa utilizzare fino in fondo gli strumenti del diritto contro un alleato centrale dell’Occidente rischia ritorsioni dirette. È un messaggio rivolto anche ai movimenti: se persino una relatrice ONU viene colpita in questo modo, quanto può sentirsi al sicuro un attivista, un docente, un medico, un operatore umanitario, un giornalista che parla di Gaza senza filtri? Il paradosso sta qui. I governi che oggi puniscono la relatrice speciale contribuiscono a distruggere la credibilità di quegli stessi organismi che dicono di voler difendere. L’attacco a Francesca Albanese diventa attacco alla possibilità stessa di avere spazi multilaterali in cui i diritti umani valgano per molti, non soltanto per chi appartiene al blocco occidentale. COSA DICE DI NOI L’ODIO CONTRO DI LEI L’accanimento verso Francesca Albanese svela più di quanto i suoi detrattori vorrebbero. Rivela la difficoltà, quasi l’incapacità, di una parte dell’Italia, soprattutto quella più istituzionale, mediatica, ma anche intellettuale, di sopportare la scomoda verità che esiste un genocidio in corso, commesso da uno stato che si presenta come erede delle vittime del secolo scorso, con il sostegno attivo o passivo dei governi europei, col nostro paese in prima linea. Rivela una cultura politica che usa i diritti umani come ornamento, salvo scaricare violenza simbolica su chi li prende sul serio. Rivela il fastidio verso una donna che rifiuta il ruolo di mascotte progressista e sceglie quello ben più ingrato di testimone giuridica. Rivela, infine, quanto poco margine resti per il dissenso dentro un blocco di potere che si percepisce assediato da Sud globali, movimenti, studenti, sindacati, tutti segnati in questi mesi da bandiere palestinesi. L’odio che la investe misura il grado di malattia del sistema che la attacca. La domanda per chi guarda da fuori, riguarda il modo in cui sostenere chi regge questo urto senza ridurla a icona. Prendere sul serio ciò che dice, studiare i documenti e usare quelle analisi per lavorare sulla coscienza collettiva. Senza aspettarsi che siano sempre e solo le donne come lei a pagare il costo del nostro risveglio. L'articolo PERCHÉ TANTO ODIO NEI CONFRONTI DI FRANCESCA ALBANESE? proviene da EuroNomade.
Per Paolo Virno
Segnaliamo alcuni fra i molti ricordi di Paolo Virno che sono stati pubblicati all’indomani della sua morte. Francesco Raparelli, E ci mancheranno «le parole per dirlo». Paolo, ciao, su Dinamopress: > Succede, nella vita, che si impara a parlare una seconda, una terza volta, e > ancora. A me, così è accaduto con Paolo Virno. Paolo Virno era un filosofo, > quindi un artista delle parole. Uno che afferrava cristalli di pensiero, > un’idea di mondo, nelle regole grammaticali. Uno che non aveva mai perso di > vista ciò che conta, ovvero che pensiero e prassi sono tutt’uno con le > preposizioni: “con”, “tra”, “fra”. Si agisce e si pensa con le altre e gli > altri, tra le altre e gli altri, fra una cosa e l’altra. Nel mezzo – senza > principio né fine. > > Aula 6 di Lettere, Sapienza, primavera del 1998. Per ricordare l’anno 1968, > presentavamo il libro di Bifo dedicato a Potere Operaio. Comparve Paolo. Il > corpo, senz’altro – così alto. Ma il corpo con la parola, con una parola che > sapeva farsi corpo con i gesti delle mani, con la voce e il suo volume > cangiante, imprevedibile. Filosofo del linguaggio, del linguaggio di Paolo > mancava qualcosa senza vedere le mani, e la braccia, con quei movimenti ampi, > quasi preparassero la scena dell’enunciato. «L’inserzione del linguaggio nel > mondo», avrebbe detto lui. Christian Marazzi, Scavare il linguaggio: l’insegnamento di Paolo Virno, su Effimera: > > Dobbiamo scavare marxianamente nel linguaggio, ma nel linguaggio ormai interno > ai processi produttivi, il linguaggio messo al lavoro dopo la crisi del > fordismo. Così ci diceva Paolo, definendo un programma di lavoro collettivo di > lungo corso per costruire le nuove armi della lotta della moltitudine. > Convenzione e materialismo è del 1986; è in quel libro che, per la prima > volta, si parla del computer come “macchina linguistica”, la tecnologia che ha > determinato la svolta linguistica dei processi di digitalizzazione e > valorizzazione dell’economia, del mondo, della vita. In parte lo scrisse in > prigione, nella cella in cui si trovavano anche Toni Negri e Luciano Ferrari > Bravo. Luciano una volta mi descrisse il ticchettio della macchina da scrivere > di Paolo intento a scrivere i suoi testi: lento, con lunghe pause tra una > parola e l’altra, come se Paolo accarezzasse ogni lettera, come se ogni parola > fosse un corpo in divenire. Sembrava che le stesse ascoltando quelle parole, > scendendo nella profondità della loro verità, della loro carnalità. A volte > usava parole arcaiche, quasi a significare una storia iniziata da molto tempo, > la storia della lotta di classe. Giuliano Santoro, Sostanza di cose sperate, su Jacobin Italia: > «Una cosa è far finta di aver letto Schumpeter o Keynes e una cosa è far finta > di aver letto il ‘Libretto’ di Mao» così, con la consueta divertita ironia, > che nascondeva con fare dinoccolato e sorrisi velati da malinconia, Paolo > Virno raccontava la postura teorica-politica di Potere operaio, gruppo al > quale aderì da adolescente nel 1969. Lo diceva per esprimere ciò che ne aveva > tratto: la larghezza degli orizzonti culturali, la necessità di misurarsi coi > giganti, anche lontani o nemici, per andare alla radice delle contraddizioni.  > > Con le certezze che ci consegna il senno del poi, possiamo dire che quella > vastità di riferimenti è stata anche la condizione del durare a lungo. In > fondo, una delle caratteristiche di Virno e di molti dei suoi compagni e > compagne è stata quella di aver mantenuto questa ottica rivoluzionaria senza > rigidità, di non aver chiuso la porta ai mutamenti costanti del capitalismo e > di averli guardati negli occhi per coglierne le contraddizioni e le > opportunità liberatorie. Senza perdere radicalità ma senza abbandonarsi a > rimpianti. L'articolo Per Paolo Virno proviene da EuroNomade.
Capital and the Global War Regime
di SANDRO MEZZADRA e MICHAEL HARDT. Segnaliamo questo testo di Sandro Mezzadra e Michael Hardt, che inaugura il progetto Portolan, un blog collegato a South Atlantic Quarterly: Portolan, the project we inaugurate with this essay, is both international and internationalist. It aims to include authors and address political issues that arise from a range of national, regional, and local contexts, and, at the same time, to highlight correspondences among political situations and solidarities among movements across a wide variety of borders. Although we use the language of international relations and the international world in a rather conventional way, we are well aware of its limits for grasping the interconnections and superpositions that characterize today the structures of domination and the struggles for liberation. Portolan’s focus on the world scale does not lead us to neglect other levels of analysis. It rather provides an angle from which to investigate various issues, including social reproduction, the operations of capital, race and racism, patriarchy, and the exercise of political rule. These and other domains will figure prominently in Portolan, and we endeavor to explore them while giving priority to the standpoint and methods of social struggles. The reference to nautical maps in the project’s title is a gesture towards the need to forge new conceptual tools for navigating the turbulence of the global present. Il testo Capital and the Global War Regime è qui. L'articolo Capital and the Global War Regime proviene da EuroNomade.
Étienne Balibar: Pensare (a) Gaza
di ÉTIENNE BALIBAR e LUCA SALZA. Questa intervista a Étienne Balibar di Luca Salza, anticipata sul suo blog, è in corso di pubblicazione sulla rivista K – revue transeuropéenne de philosophie et arts. L’intervista è stata realizzata fra l’8 e il 13 settembre 2025. LS : Je commencerai par une question philosophique, simple et terrible, qui tourmente beaucoup d’entre nous aujourd’hui. Comment et que peut-on penser face à ce qui se passe à Gaza ? Comment penser Gaza ? Comment penser à Gaza ? En somme, qu’est-ce que la pensée vaut face à un génocide ? EB : Je viens à ta question, terrible mais pas simple du tout, mon cher Luca. Mais auparavant je veux te dire les sentiments qui m’ont fait accepter votre proposition, malgré les difficultés et les risques qu’elle comporte. D’abord il y a ceci que, pour la première fois, je vais contribuer par écrit au travail d’une revue que j’admire, et dont je souhaite qu’elle fasse longtemps entendre sa voix. Une voix que menace toujours d’offusquer celle qui s’en est approprié le nom sans aucun scrupule, à des fins de plus en plus consternantes. Et surtout il y a ce sentiment de colère et de désespoir, ce bouleversement de toutes nos certitudes que suscite le nom de Gaza et que je partage avec vous, qu’exprime bien votre appel à contribution, sous l’invocation de Mahmoud Darwich. C’est de lui en effet, et de quelques autres (dont son ami Edward Said) qu’il faut essayer de retrouver l’inspiration pour ne pas redoubler le crime en cours d’un lamentable silence. Parler pour dire son impuissance est terriblement humiliant, mais se taire est impossible. C’est déjà de la complicité. J’ai lu les questions que tu me proposes, et j’ai tout de suite compris que je serais trop « court », dans tous les sens du terme, pour y répondre convenablement. Mais j’ai compris aussi que je ne devais pas me dérober. Je les prends donc toutes, et je dis ce que je peux. Worüber man nicht sprechen kann [oder denken], darüber muss man [doch nicht] schweigen! Penser Gaza, penser à Gaza, demandes-tu ? Malgré les images et récits qui filtrent (des journalistes y laissent quotidiennement leur vie), nous n’y sommes pas, dans Gaza, sous les bombes et devant les chars, en train de voir nos maisons rasées, nos enfants mourants de faim, nos blessés achevés jusque dans les hôpitaux, et d’enterrer nos morts à même la terre nue. Nous ne pouvons qu’y penser nuit et jour, en ressassant notre horreur. Nous prendre la tête en faisant l’histoire du « conflit » israélo-palestinien, cherchant ce qui l’a rendu inexpiable et ce qui l’a soustrait à tout rapport de forces réversible. Essayant de tout savoir du plan d’extermination et de sa mise en œuvre, mais aussi de la résistance, car elle subsiste sous les décombres, dans les gestes de défi ou les signaux de détresse des condamnés à mort. Dans leur dignité face aux assassins. Pour que le monde sache. Pour qu’il se souvienne, à défaut de s’être opposé. Mais je comprends bien que ta question va au-delà du fait de penser ce qui a lieu. Elle porte sur son contenu de vérité et sa portée morale : que sommes-nous capables de penser, qui nous engage, et de quelles pensées vraiment nécessaires disposons-nous encore, quand nous disons Gaza ? Je crois qu’il faut admettre que ce sera toujours trop peu et à côté de l’énormité du crime. Un crime dont nous sommes aussi partie prenante, ne l’oublions jamais. Il faut écarter les excuses, les protections et les précautions, c’est la condition pour qu’on débouche non seulement sur une qualification de circonstance, mais sur des questions radicales, dont les réponses seront longues à trouver et à ajuster. Ta formulation comporte une indication précieuse en ce sens : « qu’est-ce que la pensée vaut face à un génocide ? » La pensée vaut ce qu’elle peut : rien ou quelque chose selon qu’elle prend la mesure de son dénuement et de son exigence. Car génocide est l’un des noms de cette extrémité qui subvertit la rationalité au sens ordinaire, déborde la déduction, la représentation, l’évaluation du pour et du contre. Mais que veut dire, en l’occurrence, « un » génocide ? Que tous les critères, les marques distinctives énumérées dans sa définition juridique et repérables par analogie historique sont constatées ? Sans doute, et cela fait beau temps que seuls des valets et des portevoix de l’assassin, ou des « amis du peuple juif » pour qui la vérité compte moins qu’une solidarité communautaire aveuglée, s’obstinent à en nier la réalité. Au prix de l’abjection. Hélas Gaza n’est pas un génocide « possible », à discuter, à venir et à prévenir : c’est un génocide en marche, exécutésous nos yeux avec une inflexible détermination et sans véritable opposition, dont seule demeure encore incertaine la solution finale. Déjà Gaza n’existe plus, tandis que sur ses ruines errent deux millions de spectres privés de nourriture, chassés d’un point d’extermination à un autre… Mais dire « un génocide » suggère aussi qu’il faut comparer. Des génocides, il n’y en a pas tous les jours et pas n’importe où, mais il y en a d’autres que Gaza, dans le passé et même dans le présent : au Soudan, pour n’en nommer qu’un dont l’occultation, à beaucoup d’égards, est aussi insupportable que l’exposition de Gaza, et fait partie d’une même catastrophe (je vais y revenir). La pulsion de mort parcourt le monde en y semant la dévastation et les cadavres. Mais dire cela, ce n’est que donner un autre nom au problème. Cependant chaque génocide – quelle expression : chaque génocide ! – a des caractéristiques historiques, politiques et morales uniques, et ce sont elles qu’il faut « penser ». Ce qui notamment fait l’unicité de Gaza, et provoque en nous le sentiment d’une contradiction insupportable, ce n’est pas seulement le fait que le génocide soit perpétré par des Juifs qui (pour certains au moins) sont les descendants des victimes de la Shoah – le génocide des génocides. Mais c’est le fait que celle-ci, après que sa mémoire ait été institutionnalisée, soit instrumentalisée pour préparer, motiver, organiser et faire accepter Gaza. La Shoah en tant qu’événement destructeur et fondateur, indissociable aujourd’hui de ce que Jean-Claude Milner a appelé « le nom Juif », et par où ce nom et ceux qui le portent sont, qu’ils le veuillent ou non, attachés à un exemple sans équivalent d’anéantissement de l’homme par l’homme, témoins de sa monstrueuse possibilité, avertisseurs de sa répétition, ne cesse de participer à la justification du génocide de Gaza commis par Israël : en soutenant l’affirmation que les « victimes du génocide » ne sauraient évidemment le perpétrer à leur tour, mais aussi, contradictoirement, en les autorisant à franchir impunément toutes les limites du droit et de l’humanité pour se « protéger » eux-mêmes de son retour éternel, dont ils se disent ou se croient menacés. « Pas nous » et « seulement nous », proclament les Israéliens selon les besoins de leur autojustification, en invoquant Auschwitz et les pogroms qui l’ont préparé. Ainsi, dans une causalité « diabolique » (Poliakov), la Shoah engendre Gaza par l’intermédiaire de ses héritiers, et donc y perd son sens, non seulement pour les Juifs, mais pour nous tous[2]. Comment allons-nous pouvoir situer cette tragédie dans l’histoire, ou dans le « réel », et comment allons-nous réagir ? Qu’est-ce que nous en ferons dans nos pensées et dans nos vies ? Je dis que c’est ce qu’il faut « penser », mais je ne sais pas trop comment, par quelle logique. Car c’est à la fois le ressort de son effroyable efficacité (qui osera contredire les héritiers de la Shoah ?), et le renversement de toutes les valeurs, morales et intellectuelles (qui osera encore proférer le « plus jamais ça » ?). Notre conversation aidera peut-être à sortir de ce blocage. continua qui L'articolo Étienne Balibar: Pensare (a) Gaza proviene da EuroNomade.
Sumud, ora e sempre
di AUGUSTO ILLUMINATI. Sumud, resilienza un cazzo, resistenza piuttosto, sforzo di perseverare o, come si diceva quando una lingua comune dell’Occidente esprimeva l’impulso rivoluzionario marrano, conatus, per cui ogni cosa in suo esse perseverare conatur, fa valere la sua essenza attuale. La lenta e un po’ scompigliata partenza della Global Sumud Flotilla e il suo avvicinamento contrastato a Gaza segnano un salto di qualità nell’impegno solidale di un movimento internazionale e anticoloniale. Un balzo di scala non solo rispetto alla passività complice dei governi occidentali, in primo luogo di quello italiano, ma anche rispetto a precedenti manifestazioni di piazza, raccolta di aiuti e boicottaggio dei movimenti e dello stesso movimento italiano che solo a luglio aveva raggiunto livelli paragonabili con quelli europei, superando anteriori divisioni e incertezze. Naturalmente la spinta è venuta dal precipitare della situazione sul fronte di Gaza e della Cisgiordania, essendo la politica israeliana sempre più determinata dal ricatto parlamentare delle formazioni più estremiste e dalla spinta sociale dei coloni e delle bande dei “ragazzi delle colline”, feroci e disadattati che fanno da braccio armato sussidiario e provocatorio ai coloni inquadrati nell’esercito e nella polizia di Ben Gvir. La degenerazione profonda di Israele rispetto alle fasi precedenti del colonialismo sionista risulta dalla compattezza del voto parlamentare nel rigetto della soluzione “due popoli due Stati”, che cancella formalmente gli accordi di Oslo e di cui il permanente sostegno elettorale a una maggioranza di estrema destra è soltanto il coronamento. Inoltre, questa maggioranza parlamentare non fa che implementare il passaggio, sancito con atto costituzionale, di Israele da Stato ebraico e democratico (1948) a Stato ebraico (2018). A oggi i processi di radicalizzazione si intensificano, grazie anche allo sfacciato sostegno trumpiano, e si ha l’impressione che, nonostante il succedersi di importanti manifestazioni della società civile israeliana (che peraltro solo in forma minoritaria investono la condizione dei gazawi), tale deriva sia nel breve e medio periodo irreversibile e che si prospetti più una lenta emigrazione degli scontenti che uno scontro aperto fra tendenze. L’immediato futuro è fatto di finte trattative e stragi raddoppiate a Gaza, espropri e annessioni in Cisgiordania, stillicidio di attentati fai-da-te e rappresaglie in Israele, omicidi mirati all’interno e all’estero. PERCHÉ È UN PASSO DECISO IN AVANTI L’iniziativa della Sumud Flotilla allude per la prima volta, in questa fase, a un’interposizione o comunque a un coinvolgimento internazionale che sarebbe legittimo in caso di attacco piratesco israeliano in mare aperto ma anche lungo le coste di Gaza, che non è superficie acquatica israeliana de iure malgrado l’occupazione illegale de facto. Di ben altro che di tutela diplomatica o consolare si tratterebbe, qualora, come già è cominciato con il drone a Sidi Bou Said, le Idf tramutassero in azioni offensive le minacce di Ben Gvir contro i “terroristi” della Flotilla. La stessa Commissione Ue critica l’iniziativa umanitaria come escalation proprio perché teme di doversi far carico delle spropositate reazioni israeliane che smaschererebbero tutta la politica pilatesca di alcuni Stati e della Commissione del suo complesso. Adesso all’ordine del giorno è una tutela militare della libertà di navigazione nel Mediterraneo da parte degli Stati sovrani rivieraschi e di quelli cui appartengono gli equipaggi. Ma un compito primario spetta al c.d. “equipaggio di terra”, cioè alle forze che sostengono la Flotilla in mare e che hanno già minacciato (come i camalli di Genova) il blocco dei porti in caso di operazioni terroristiche di Israele – ciò vale tanto più per l’Italia, il cui governo, a differenza dalla Spagna, non ha preso nessuna iniziativa di boicottaggio o sanzione e dove quindi si è aperto un problema di supplenza dal basso. > Avremo anche noi nei prossimi giorni un bloquons tout! come in Francia, se la > situazione dovesse precipitare – e tutto lo lascia pensare. LE REAZIONI MEDIATICHE Il disastro di immagine di Israele è stato colto perfino dal suo complice-in-chief Donald Trump e viene ogni giorno amplificato su alcune fogne a cielo aperto della stampa italiana – “Il Foglio”, “Libero” “Il Tempo”, ”Il Riformista” – mentre sempre più circospette sono diventate le Tv nazionali e le pagine molinariane di “Repubblica” (per non parlare dei pensosi silenzi di Paolo Mieli e dei tormenti interiori di Adriano Sofri). La corporazione dei giornalisti ha sentito sulla schiena il brivido dei troppi reporter assassinati e quelli che si finanziano con le vendite e la pubblicità qualche conto se lo saranno pur fatto, visto l’orientamento dell’opinione pubblica. Una bella frotta di ipocriti e di umanisti a scoppio ritardato cerca di issarsi (a parole) sulle navi della Flotilla, ma siano i benvenuti, come ogni omaggio che il vizio concede alla virtù – meglio tardi che mai e ci siamo pure divertiti a vedere quanti, esitando a saltare, sono scivolati in acqua dalla sdrucciolevole banchina… In tenace obbrobrio sopravvive la Sinistra per Israele che abbraccia le ragioni imperscrutabili del colonialismo sionista deplorando al massimo gli eccessi di Netanyahu e Ben Gvir. Perfino in un’area un tempo sovversiva abbiamo anche noi, diciamolo di sfuggita, i nostri “ragazzi delle colline”, invero più miei coetanei che non ragazzi. Poveri coglioni da social che d’inverno scherzavano sul “gelicidio” a Gaza e d’estate invocano gli dei degli uragani per affondare i “croceristi” della Flotilla, ma anche più sofisticati ideologhi che si lanciano in prolisse disquisizioni sulla perfetta composizione di classe dei movimenti sovversivi – la sempiterna tentazione di insegnare ai gatti ad arrampicarsi. Oppure c’è chi contesta per impotente populismo la stessa indignazione spontanea per i misfatti degli oppressori, come Luca Sofri sul “Il Post”, che se la prende con il movimento pur così significativo e mondiale scaturito dall’opuscolo Indignez-vous del remoto 2011, insensibile perfino al fatto che il suo estensore, il 93-enne pubblicista ebreo Stéphane Hessel, fosse il figlio reale della coppia resa mitica come Jules e Catherine nel film di Truffaut Jules et Jim… FLUTTUAZIONI PERIODICHE Una volta spiegati i motivi razionali per cui è cresciuta in tutto il mondo l’indignazione e la protesta attiva di massa contro il genocidio israeliano (e perché il termine stesso di “genocidio” sia stato sdoganato, lasciando a combattere nella giungla il solo Galli della Loggia), una volta riconosciuto l’immenso lavoro da formichine che tutte e tutti noi abbiamo fatto – scrivendo, dibattendo sino alla sfinimento con ogni tendenza italiana e palestinese, documentando i soprusi e le uccisioni “sproporzionate”, i massacri e le pratiche di apartheid e pulizia etnica, gestendo le faticose e frustranti manifestazioni che, a differenza delle grandi capitali estere, si allargavano dalle mille alle 10.000 persone (e facevano festa) –, messo in conto l’effetto amplificatore dell’arroganza sionista e dei filo-sionisti, il sostegno controproducente di Trump con la grottesca operazione Riviera di Gaza e la sostituzione stragista e inefficiente della Gaza Humanitarian Foundation alle espulse agenzie Onu, scontato tutto questo e il consenso alla causa palestinese alimentato nel mondo cattolico dai gesti profetici di papa Bergoglio, non ritrattati dal suo successore, resta una domanda: perché proprio ora, quasi tutto d’un colpo, è diventato arduo sul piano morale e mediatico non dirsi pro-Pal e non agitare la bandiera rosso-verde-nera? Con tutti gli opportunisti e gli istrioni al seguito, grazie comunque e ancora. > Una risposta del tutto razionale non c’è, però altre volte ho visto fenomeni > simili, ondate internazionali più o meno estese, più o meno legate a momenti > di crisi sociale ed espressive di interessi di classe. È successo nel 1960 simultaneamente in Italia, Turchia, Giappone e Corea del sud, si è ripetuto su scala planetaria nel 1966 nei campus statunitensi e subito dopo in tutta Europa e in Cina, con lunghi strascichi e rimbalzi negli anni ’70. Abbiamo poi (solo in Italia) il movimento chiamato della Pantera (1989-1990), l’ondata mondiale no global di fine millennio, con gli episodi salienti di Seattle e Genova, e, dopo la dura repressione, ancora una stagione di lotte fra il 2008 e il 2011, che si salda alla fine con gli Indignados, Occupy Wall Street e primavere arabe, e confluisce con una seconda stagione del movimento femminista. Un andamento carsico, di volta in volta con motivazioni precise, con innovazioni strumentali decisive (il ciclostile – angeli inclusi -, le radio libere, il fax, il primo embrionale uso di Internet, Indymedia, i social), successi e sconfitte, e tuttavia resta una zona d’ombra nel capire il quando e il perché, il rapporto fra esplosione e durata, fra cause spesso limitate ed effetti strepitosi, eterogeneità di motivazioni e legame molto fluido con la composizione di classe che risultava invece evidente fra il 1960 e il 1978. Di qui le farneticazioni sulla deriva woke e il rimpianto della limpida struttura classista delle insorgenze novecentesche. Mais où sont les neiges d’antan, ovvero ginocchia, fiato e ormoni di allora? L’unica spiegazione plausibile è un periodico ricambio di generazioni, che riaccendono le lotte cambiandone composizione di genere, aspirazioni e pratiche e smaltendone come scorie nostalgia e reducismo. Tuttavia la carsicità e l’incertezza sulle cause scatenanti non tolgono il fatto essenziale. Che queste fratture tumultuarie periodiche sono “occasioni” che vanno colte al volo e, per quanto possibile, gestite, sedimentate in soggettività temporanee. Il movimento non può suscitare a piacere le rotture congiunturali, ma si costituisce nella misura in cui riesce ad afferrarle e organizzarle, garantendone tenuta ed efficacia. Ebbene, l’ondata pro-Pal si presenta con questi caratteri di sorpresa e irruenza, accompagnandosi ad altre tematiche conflittuali non direttamente connesse con la lotta anti-imperialistica e anti-coloniale. Basti vedere l’ampiezza che ha preso la difesa dei centri sociali dopo la provocazione milanese sul Leoncavallo. E non dubito che altri episodi ci saranno, con l’imminente riapertura delle scuole e la crisi economica che scuote l’Europa e su cui al momento galleggia la nostra stagnazione. Tira un buon vento e disporre bene le vele è affar nostro! questo articoo è stato pubblicato su Dinamo Press il 10 settembre 2025 L'articolo Sumud, ora e sempre proviene da EuroNomade.
Combattenti per la verità. Anas al-Sharif e i suoi colleghi, una strage avvolta nella menzogna
di GIROLAMO DE MICHELE. Il 10 agosto scorso il giornalista Anas Jamal Mahmoud al-Sharif, uno dei volti più noti delle corrispondenze giornalistiche da Gaza, è stato assassinato insieme ad altri cinque operatori dell’informazione. Al-Sharif sapeva di essere da tempo nel mirino dell’esercito di occupazione israeliano. Nondimeno, come molti suoi colleghi e colleghe – Anna Politkovskaya, Giancarlo Siani, Pippo Fava, Mauro De Mauro, Simone Camilli, Maria Grazia Cutuli, Daphne Caruana Galizia, Veronica Guerin, Peppino Impastato, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Mauro Rostagno – ha continuato fino all’ultimo la sua battaglia per la verità, con le armi di cui disponeva: una telecamera, un microfono, i suoi occhi e la sua voce. L’IDF dispone di droni in grado di colpire un singolo bersaglio: la ditta costruttrice Rafael Advanced Systems ha usato la ripresa di un assassinio mirato come spot pubblicitario (e Youtube non chiede la verifica della maggiore età per vederlo). Nondimeno, l’IDF ha scelto di colpire l’intero ufficio stampa di al Jazeera, situato in una tenda presso un ospedale. La strage di giornalisti è avvenuta al culmine di una sequenza che è difficile pensare dettata dal caso. Dapprima, 28 luglio, l’assassinio a sangue freddo dell’attivista Awdah Athaleen, che aveva partecipato al documentario vincitore del premio Oscar No Other Land. Il giorno dopo, il tentativo da parte di un colono armato di impedire il reportage alla squadra del TG3. Quel giorno Lucia Goracci ha dato una lezione di giornalismo svolgendo imperterrita il suo lavoro avendo davanti il colono armato su un pickup a motore accceso (qui, dal minuto 8:25). Ma l’amaro commento che ha consegnato al suo post – «a me vengono in mente le parole con cui Michele Santoro commentò la morte di Libero Grassi, che era stato ospite suo a Samarcanda: “mi ero illuso che illuminare la battaglia di Libero, gli avrebbe fatto uno scudo intorno”» – lasciava presagire il peggio. Infine, registrata l’indifferenza dei governi “democratici” e “occidentali” davanti alle violazioni della libertà di stampa, l’IDF ha svolto il compito assegnato con la strage di sei operatori dell’informazione. La mafia, facendo tesoro di un metodo praticato da Italo Balbo, ha più volte accompagnato esecuzioni “eccellenti” con la diffusione di dicerie, il più delle volte a sfondo sessuale, sulle vittime. Con pari, se non maggiore, indegnità morale lo Stato d’Israele ha giustificato la strage del 10 agosto con la pretesa militanza di al-Sharif nelle file di Hamas. Questa diceria è stata rigettata dalla BBC – «La BBC non può verificare in modo indipendente questi documenti e non ha visto prove del coinvolgimento di Sharif nella guerra attuale o del fatto che rimanga un membro attivo di Hamas» – e da Newsweek – «Newsweek non è stata in grado di verificare in modo indipendente i documenti e le fotografie forniti dalle IDF né il loro contenuto» –, oltreché dall’United Nations Office of the High Commission on Human Rights (OHCHR), dal Committee to Protect Journalists (CPJ), dalla Foreign Press Association e da Reporters Sans Frontières. Le accuse israeliane sono state definite baseless, infondate, e flimsy, inconsistenti. Peraltro, va tenuto presente che il diritto internazionale in operazioni di guerra divide la popolazione civile in due categorie: i combattenti impegnati in operazioni militari, e i non combattenti; solo i primi sono bersagli legittimi, non i secondi, men che meno i giornalisti impegnati nel lavoro di informazione. Quale che fosse il suo status, al-Sharif, in base alle norme di diritto internazionale non era un bersaglio lecito. La dichiarazione dell’IDF «Una tessera stampa non è uno scudo per terroristi» è una cinica dichiarazione di guerra al diritto internazionale e alla libertà di informazione. Ce la meniamo tanto con «l’unica democrazia in Medio Oriente»: ebbene, per essere una democrazia non basta mettersi il grembiulino del bravo cittadino e andare a depositare una scheda nell’urna ogni tot anni. Una democrazia rispetta il diritto internazionale, e se non lo rispetta non lo è. Le due cose non sono compatibili. Potrebbe bastare. Nondimeno, un fact-checking sull’assassinio di al-Sharif è istruttivo. Non tanto per “riabilitare” un combattente per la libertà della sua terra con le armi dell’informazione, quanto per mostrare le strategie della menzogna istituzionalizzata del governo e dell’esercito israeliani. E anche per sfatare qualcuna delle bufale che si generano da sé per disattenzione o distrazione. Non servirà a convincere i negazionisti – che probabilmente non sono arrivati fino a questo punto nel leggere, e sono già a commentare sui loro social–, ma aiuterà a forgiare nuove armi per una battaglia che sarà di lunga durata. DUE PREMESSE E UNA BIOGRAFIA (ANZI, SEI) In primo luogo, le fonti. Per questa inchiesta mi sono servito dei fact-checking di Snopes, il più noto sito del settore; inoltre, di articoli di fact-checking della BBC [1 – 2], di Newsweek, di Reporters Sans Frontières, e soprattutto del giornale israeliano +972 Magazine, che sta svolgendo, spesso in collegamento col quotidiano israeliano Haaretz, un formidabile lavoro di inchiesta sui crimini commessi dall’esercito israeliano. Una di queste inchieste di +972 – «”Legitimization Cell”: Israeli unit tasked with linking Gaza journalists to Hamas» – ha portato alla luce ciò che in molti pensavamo dovesse esistere: la creazione di una unità speciale dell’esercito incaricata di trovare collegamenti fra i giornalisti di Gaza e Hamas, costi quel che costi, anche attraverso «questionable claims» [affermazioni discutibili], per poter legittimare l’assassinio dei giornalisti. «L’obiettivo era semplicemente trovare il maggior numero possibile di materiali per sostenere l’impegno nell’hasbara», scrive +972. Hasbara significa «spiegazione»: nell’uso che stiamo esaminando, il termine è risemantizzato in «propaganda». Un esempio di queste affermazioni sospette è l’esplosione all’ospedale al-Ahli il 23 ottobre 2023, che ha causato centinaia di vittime. L’IDF l’ha attribuita al malfunzionamento di un razzo di Hamas, che avrebbe usato l’ospedale come base di lancio. Una successiva inchiesta indipendente del febbraio 2024 ha stabilito che l’esplosione filmata pochi secondi prima era stata causata dallo stesso Drone Interceptor che riprendeva la scena. Un secondo caso è l’assassinio del giornalista di al-Jazeera Hamza Al-Dahdouh, assieme all’operatore video Mustafa Thuraya a Khan Younis nel gennaio 2024. L’accusa di star effettuando riprese con un drone – cosa che a dire dell’IDF giustificava la loro esecuzione – è stata confutata da una successiva inchiesta del Washington Post. E ancora, la falsa accusa di essere un operativo di Hamas rivolta al giornalista Ismail al- Ghouls, uno dei più stretti collaboratori di al-Sharif, decapitato da un proiettile scagliato da un drone nel giugno 2024 – ma di questo parlerò più avanti. Vediamo adesso chi era Anas al-Sharif. Al contrario di ciò che si è letto, non era uno sconosciuto inopinatamente ingaggiato da al-Jazeera subito dopo il 7 ottobre 2023. Al-Sharif il mestiere di giornalista lo aveva nel sangue: aveva una laurea in comunicazione all’Università di al-Aqsa, e una specializzazione in radio e televisione. Dopo un apprendistato all’Al-Shamal Media Network, era stato assunto da al-Jazeera. Quest’ultima, sia detto una volta per tutte, è un’emittente televisiva internazionale, la cui professionalità non può essere misurata sulla base dei pizzini letti dai generali dell’IDF o dal governo israeliano. È un’emittente araba, dunque… Una critica del genere ha lo stesso valore dei titoli del Vernacoliere sui pisani – salvo che al Vernacoliere sanno di fare satira, non antropologia criminale della toscanità. Al tempo stesso, Al-Sharif era entrato a far parte della squadra dell’agenzia Reuters, partecipando alla copertura della guerra con la quale la Reuters ha vinto il Premio Pulitzer 2024 nella categoria Breaking News Photography. La sua notorietà era costata la vita a suo padre Jamal, assassinato nel bombardamento della casa di al-Sharif nel campo profughi di Jabalia il 6 dicembre 2023, nel corso di una vasta offensiva dell’IDF contro le abitazioni delle famiglie dei giornalisti gazawi, fra il novembre e il dicembre 2023. Al-Sharif aveva una moglie e due figli. La sua visione politica coincideva col suo mestiere; in ogni caso, aveva più volte espresso critiche ad Hamas, definendo il lancio di missili «un comportamento sconsiderato sia sul piano morale che su quello dell’interesse nazionale» (3 aprile 2025), e chiedendo ad Hamas di accettare il cessate il fuoco anche al prezzo della liberazione di tutti gli ostaggi: nel dicembre 2024, con un vocale, e nel luglio 2025. Ultimo dettaglio: come testimoniato dal post del giornalista e anchorman Amit Segal, uno dei più importanti nomi della televisione israeliana, al-Sharif era stato arrestato durante il primo assedio e bombardamento dello Shifa Hospital, il 15 novembre 2023, interrogato, e poi rilasciato. Teniamo a mente questo evento. Piccola digressione: l’ospedale al-Shifa fu attaccato con la motivazione che nei suoi sotterranei ci sarebbe stato un centro di comando di Hamas. L’accusa di un uso improprio dell’ospedale, compresi i tunnel sottostanti – alcuni dei quali di costruzione israeliana – è stata smentita da Amnesty International, che operava ad al-Shifa dal 2015: > «Amnesty International non ha prove che indichino che l’ospedale al-Shifa sia > stato utilizzato per scopi diversi dal trattamento dei pazienti durante > l’attuale conflitto del 2023. Amnesty International non ha finora visto alcuna > prova credibile a sostegno dell’affermazione di Israele secondo cui al-Shifa > ospita un centro di comando militare; al tempo stesso, Israele ha > ripetutamente fallito nel produrre qualsiasi prova a sostegno di questa > affermazione, che ha messo in circolazione almeno dai tempi dell’Operazione > Piombo Fuso 2008-2009». Ulteriori smentite dalla stampa internazionale, uno per tutti il Guardian: > «Israele ha ripetutamene affermato che Hamas operava da un comando e centro di > controllo all’interno di tunnel vicini all’ospedale e sotto di esso, benché > gli elementi forniti sinora siano lungi dal provarlo». Ma ricordiamo anche gli altri cinque operatori dell’informazione uccisi il 10 agosto. Mohammed Qreiqeh, 33 anni e padre di due figli, copriva le operazioni militari nel nord. Sua madre era stata uccisa nel secondo bombardamento dell’ospedale di al-Shifa nel marzo 2024, suo fratello nel bombardamento di Gaza City nel marzo 2025. Il cameraman Ibrahim Zaher, 25 anni, veniva anche lui, come al-Sharif, dal campo profughi di Jabilia. Oltre che come giornalista, svolgeva attività di volontariato nei servizi sanitari. Anche Mohammed Noufal veniva da Jabilia. Aveva perso nei bombardamenti dei primi giorni la madre e un fratello. Il cameraman freelance Moamen Aliwa, laureato in ingegneria, svolgeva la sua attività di giornalista attraverso Instagram, come pure il freelance Mohammed al-Khaldi. Il suo ultimo video, una settimana prima del suo assassinio, mostrava una bambina di otto anni in pericolo di vita per l’inedia. Non esiste, neanche inventata, alcuna evidenza di un collegamento di questi giornalisti con Hamas. Come non ne esistevano per il giornalista Yasser Murtaja, assassinato da un cecchino dell’IDF il 6 aprile 2018. Il suo legame operativo con Hamas risultò essere il suo arresto e la sua detenzione nelle carceri di Gaza! L’inchiesta aperta dall’IDF sul caso è rimasta a lettera morta, come sempre accade. QUALI PROVE ESISTONO DI UNA RELAZIONE FRA AL-SHARIF E IL BRACCIO MILITARE DI HAMAS? L’IDF, tramite il suo account su X e il suo portavoce Avichai Adraee, ha sostenuto l’esistenza di documenti comprovanti la militanza operativa di al-Sharif nel braccio armato di Hamas. Adraee possiamo ignorarlo: il suo post ha come prova un suo post precedente nel quale, nell’ottobre 2024, lanciava le stesse accuse senza fornire prove del fatto che al-Sharif intendesse «fare carriera dentro Hamas» con la sua attività giornalistica. Ci si chiede come, invece, si faccia carriera dentro l’IDF – ma che te lo dico a fare? Le “prove” fornite, o fatte circolare, dall’IDF si dividono in tre sottocategorie: tre documenti provenienti «da un computer di Hamas nella striscia di Gaza»; un post di al-Sharif su Telegram del 7 ottobre 2023; alcune foto provenienti dal canale Telegram di al-Sharif. Andiamo per ordine. I TRE DOCUMENTI L’IDF non ha mai consentito ad alcuna verifica indipendente su questi pretesi documenti, non li ha mai mostrati in originale alla stampa, ha risposto negativamente a qualsivoglia richiesta di chiarimenti, non ha mai fornito indicazioni su questo preteso computer nel quale erano archiviati documenti concernenti gli affettivi di Hamas. Sempre in nome di quell’essere «l’unica democrazia del Medio Oriente». In democrazia vige la presunzione di non colpevolezza, è l’accusa a dover fornire le prove di eventuali crimini. «È così perché lo dico io» può valere nella Fattoria degli animali (ma Napoleon aveva più classe), non in una democrazia. Aggiungo che l’IDF avrebbe avuto tutto l’interesse a dimostrare l’autenticità di questi “documenti”: come minimo, avrebbe messo due testate informative importanti come al-Jazeera e Reuters in condizione di dover sospendere il loro rapporto con al-Sharif. Reporters sans Frontières ha interpellato due studiosi, esperti di storia di Hamas, come consulenti, su questi screenshot spacciati come prove: «Per quanto riguarda l’autenticità del documento, uno degli esperti ha dichiarato di non aver mai visto un elenco simile nella storia della sua ricerca su Hamas.» Andiamo però a vedere cosa dicono questi tre fogli. Il primo, datato 2023, è una lista di combattenti «suspended» e «unassigned», nel quale al-Sharif risulta essere stato ferito in un’esplosione, e per effetto delle ferite invalidanti sofferente di «udito estremamente debole nell’orecchio sinistro, vista debole, e costanti emicranie e mal di testa». Il secondo lo descrive come «group leader», e riporta la data del suo 17esimo compleanno come giorno del suo arruolamento (dal 2013 al 2017). Il terzo lo dichiara membro dell’unità Nukhba, la punta di diamante delle Brigate al-Qassam (una specie di Battaglione San Marco di Hamas). Ebbene, queste informazioni si contraddicono e sono incoerenti: il reclutamento in Hamas avviene non prima del conseguimento della maggiore età (18 anni) e due anni più tardi nel corpo d’elite Nukhba (come testimoniano gli esperti militari interpellati da RSF), e solo dopo anni di addestramento operativo, che al-Sharif non poteva avere, essendo stato – stando alle “fonti” – messo in disarmo per un’invalidità acquisita nel 2017. È un caso isolato? No: le stesse fonti registravano l’ingresso nell’unità Nukhba di Ismail al-Ghouls, giornalista amico di al-Sharif, nel 2010, quando al-Ghouls aveva 10 anni; salvo, in un altro documento, fornire la data del 2017 per il suo reclutamento in Hamas – contraddittoria con la prima, e comunque al di sotto dei 18 anni. Peraltro, nel marzo 2024 al-Ghouls era stato arrestato e interrogato: se esistevano prove della sua militanza in Hamas, perché era stato rilasciato? La stessa domanda, com’è ovvio, vale per al-Sharif. Resta che al-Sharif è stato un giornalista a tempo pieno. Lo diciamo con le parole del veterano della stampa statunitense Ryan Grim: > «L’idea che qualcuno si spacci per giornalista facendo reportage in diretta > tutto il giorno, tutti i giorni, per due anni di fila – ma in realtà sia > segretamente un terrorista (in quali momenti??) – è così stupida che dimostra > quanto potere Israele crede di avere. Il pretesto per assassinare un > giornalista noto a livello mondiale non deve nemmeno avere senso. Non importa > quel che dicono: possono uccidere con impunità e lo sanno». IL MESSAGGIO SU TELEGRAM Alla morte di al-Sharif è comparso un messaggio dal suo canale Telegram, nel quale il giornalista, alle 14.49 del 7 ottobre, avrebbe esultato per ed elogiato «gli eroi» che dopo nove ore – ma in realtà sono otto… – stavano ancora «scorrazzando e catturando» israeliani. Questo messaggio, di per sé, non dimostrerebbe alcunché rispetto alle attività di al-Sharif: al più, è l’espressione di uno stato d’animo, criticabile o meno. Ma il messaggio è stato messo in forte sospetto, perché non figura nella cronologia, e perché è incoerente con la sequenza dei messaggi che al-Sharif lanciava dalla sua pagina social. David Puente ha rintracciato nella Wayback Machine un salvataggio di questo messaggio datato 27 novembre 2023. Attenzione: Puente non ha dimostrato che il messaggio è autentico, cioè proveniente dal dispositivo di al-Sharif: ha dimostrato che questo messaggio è stato salvato cinquanta giorni dopo. La precisazione è importante, perché, come si è scoperto con il caso del software spia Graphite di produzione israeliana installato – ancora non sappiamo ad opera di chi – nei telefonini degli esponenti di Mediterranea Luca Casarini, Beppe Caccia, don Mattia Ferrari e del giornalista di Fanpage Francesco Cancellato, l’esercito israeliano possiede un software in grado di introdursi nel sistema operativo e agire in proprio, inviando messaggi dalle pagine social degli utenti a loro insaputa, oltre che di attivare la telecamera. Va aggiunto che due settimane prima di quel salvataggio del 27 novembre al-Sharif e il suo telefonino erano in mano militare israeliana, come abbiamo visto. Per di più, quando al-Sharif avrebbe messaggiato, quel che si sapeva dell’attacco del 7 ottobre non sembrava motivo di eccessivo entusiasmo. In quel momento – si veda la prima pagina di Le Monde alle ore 15 – le notizie parlavano di 70 vittime israeliane, e già 198 palestinesi per la rappresaglia immediata, e di rapimenti ancora non si aveva notizia. Ma facciamo un esperimento mentale: ipotizziamo che il messaggio sia autentico, che sia stato davvero lanciato da al-Sharif, e che questi lo abbia poi maldestramente cancellato. Dico maldestramente, perché non è vero che nulla si cancella dalla rete: se uno sa come fare – e al-Sharif aveva una laurea e una specializzazione nell’uso dei media – un file scompare per davvero. Provate a cercare in rete il famoso “file dblab” contenente i nomi degli atleti partecipi alla “cura Conconi”, che pure per qualche tempo è stato presente in rete… Abbiamo dunque un militante entusiasta e parecchio preveggente, che però attende ben 8 ore – ma sbaglia a leggere l’ora e ne dichiara 9 – prima di lanciare un unico messaggio, che a quanto pare nessuno si fila, a dispetto di una certa notorietà come mediattivista del suo autore. A metà novembre, poi, al-Sharif è fermato e interrogato, ma i suoi inquisitori non si accorgono di questo messaggio – che però, il 27 novembre 2023, viene rilanciato su una pagina web, ed è per questo che il Web Archive lo “cattura”. Nei 17 mesi successivi al-Sharif diventa sempre più popolare, ma il suo messaggio viene rilanciato solo altre due volte: lo screenshot di David Puente mostra infatti che al 6 aprile 2025 ci sono solo tre salvataggi. Fate voi… I SELFIE CON SINWAR Nella pagina Telegram di al-Sharif ci sono alcune sue foto del 2021 con dirigenti di Hamas, fra i quali Yahya Sinwar. Almeno due di queste foto sono come minimo sospette, ma non mi impelagherò in questa discussione: diciamo che sono tutte autentiche. Il fatto è che farsi un selfie con un dirigente di Hamas, soprattutto con il suo dirigente Sinwar, era cosa tutt’altro che rara. Molti giornalisti più noti e importanti di al-Sharif lo hanno fatto. Ne cito una: la cronista di guerra freelance Francesca Borri, che alla morte di Sinwar ha scritto un post rielaborando la sua intervista al dirigente di Hamas del 2018, corredando il testo con la sua foto accanto al capo di Hamas – senza che, com’è giusto peraltro, alcuno abbia eccepito alcunché su questa foto. Le ragioni sono banali, a conoscere il contesto. In primo luogo, Sinwar è oggi il feroce pianificatore del pogrom del 7 ottobre, incarnazione del Male Assoluto o giù di lì, ma nel 2021 era il dirigente di Hamas col quale Israele credeva di aver più o meno raggiunto una sorta di tacito accordo di non belligeranza reciproca. In secondo luogo, a Gaza, dove prima del 7 ottobre il tasso di disoccupazione sfiorava il 50%, con una punta del 70% fra i giovani laureati, l’informazione era una delle poche merci che potevano essere prodotte e avevano un mercato internazionale, e quella di reporter forse l’unica strada professionale percorribile. Al-Sharif, lo abbiamo visto, era arrivato prima dei trent’anni alla Reuters, altri all’Associated Press o ad altre grandi agenzie. Il che implicava una forte concorrenza e la necessità di garantire la veridicità del prodotto, fosse un’intervista o un reportage. Il selfie alla fine dell’evento era una sorta di certificazione di autenticità, e non a caso tutte le foto in questione sono scattate in luoghi pubblici. LA FOTO DEL SOLDATO MORTO C’è un post del 26 ottobre 2023 in cui, sotto la foto di un soldato israeliano morto – non «un israeliano»: un soldato israeliano – al-Sharif ha o avrebbe scritto: «Ogni volta che ti senti giù di morale, ricordati che li abbiamo colpiti in testa nei loro siti militari». Sempre ricordando che un mese dopo il telefonino del giornalista era nelle mani dell’IDF – posto che l’IDF abbia avuto bisogno del device per entrare nella sua pagina Telegram –, anche in questo caso assumiamo il post come autentico. Cosa ci racconta questo testo combinato con questa foto? Che, mentre l’aviazione israeliana martellava Gaza e l’esercito preparava l’invasione, al-Sharif, con un linguaggio crudo, diceva a se stesso e ai suoi lettori che i nemici non sono invincibili. La durezza del messaggio può disgustare i delicati stomaci europeo-occidentali? Probabile: ma l’economia morale dei sottomessi e degli sfruttati non si misura con le categorie morali degli sfruttatori e degli oppressori. Resta che, accettabile o meno questo sfogo di rabbia, foss’anche di odio, esso attesta null’altro che questo: che qualcuno ha provato un sentimento di rabbia e di odio, motivato soggettivamente da una storia di oppressione, sfruttamento, miseria, colonizzazione. Un sentimento, o un’emozione. Non un fatto, un evento, un’azione. Se ogni singolo post dei vostri social fosse convertito in prova di un’azione delittuosa, dove andremmo a finire? L’omofobo che si augurava che l’ISIS colpisse gli intellettuali omosessuali europei dovrebbe per questo essere inquisito come membro della rete di fiancheggiamento del terrorismo islamico? Gli stronzi che fecero battute all’indomani della strage in discoteca a Corinaldo, sulla giusta punizione capitata a chi ascolta la musica trap dovrebbero essere indagati come possibile complici dell’evasione di uno dei membri della banda del peperoncino responsabile del panico che causò la strage? Uno dei più noti giornalisti uccisi dalla mafia aveva militato in gioventù nella X Mas. Ci fossero stati i telefonini, avremmo forse trovato qualche suo discutibile post commemorativo del 28 aprile, e di sicuro Luciano Liggio ci avrebbe sguazzato. Giusto per capire a quale livello ci si colloca quando si identifica un post con una vita e un essere umano, e si emettono sentenze. POSTILLA LOCALE (ANZI, NO): AL-SHARIF, BASSANI E I FUCILATI DEL 15 NOVEMBRE 1943 È successa, a Ferrara, una tempesta in un bicchier d’acqua. Alla morte di al-Sharif, alcuni membri di un collettivo, palestinesi e italiani, ragazze e ragazzi, hanno apposto la foto del giornalista accanto alle lapidi che commemorano le vittime delle fucilazioni del 15 novembre 1943, immortalate dai testi di Giorgio Bassani e Piero Calamandrei, e dal film di Florestano Vancini La lunga notte del ’43. Il film di Vancini sull’eccidio del Castello di Ferrara, tratto dal racconto di Bassani Una notte del ’43, è su Raiplay. Apriti cielo! Leso antifascismo, lesa bassanianità. Calamandrei non pervenuto, pazienza. I giovani in questione si erano già fatti notare per alcune azioni “eclatanti” (siamo in provincia, ci si emoziona per un nonnulla): una contestazione in consiglio comunale, un manichino raffigurante Netanyahu impiccato (come Eichmann: genocida per genocida) e un paio di fumogeni accesi durante le manifestazioni. Insomma, non è volato un sasso, non è stato infranto un vetro, non s’è fatto male nessuno, tranne il sottoscritto, che è riuscito a scottarsi la mano con la cera in una fiaccolata, ma vabbé. Però al bon ton di tanti questi gesti paiono eccessivi: alcuni, fieramente colonialisti nella propria prigione mentale, pretendono di insegnare l’educazione occidentale ai barbari del sud del Mediterraneo; altri, afflitti dalla sindrome del colonnello Buendía, dall’alto delle loro 32 rivoluzioni perdute ritengono di dover spiegare ai palestinesi come si deve comportare un palestinese. Nel frattempo gli studiosi di Bassani tacciono, impegnati in ben altre contese: divisi in due schiere fieramente avverse, stanno da anni disputando se il capolavoro di Bassani sia Il giardino dei Finzi Contini o Dietro la porta. Roba seria, nella città in cui gli eredi del fascista Carlo Aretusi detto «Sciagura» sono al governo. Non è mio costume dire ad altri quel che è giusto fare o non fare, mi limito a due osservazioni bassaniane. ■ Nelle Cinque storie ferraresi, oltre alla narrazione della notte del ’43, c’è la storia di un rompicoglioni, Geo Jotz, tornato a Ferrara dai lager, unico sopravvissuto, che si aggira per la città con fare molesto, disturbando con la sua condotta, il suo abbigliamento, il suo dire una città che vorrebbe finalmente trovare pace e, magari, dimenticare. Nel suo piccolo, un velato omaggio a La peste di Camus, così come Una notte del ’43 è un omaggio a La fucilazione del 3 maggio 1808 di Goya. Ecco: quelle ragazze e ragazzi che rompono i coglioni e disturbano la quiete pubblica fanno proprio ciò che faceva Geo Jotz. ■ Nel racconto sulle fucilazioni del 15 novembre 1943 non ci sono solo i fucilati. C’è il già citato fascista Aretusi, personaggio tutt’altro che immaginario, che non ha le spalle al muro, ma che il muro dei fucilati lo guarda di fronte; e c’è il farmacista Pino Barilari, che guarda la scena dall’alto della sua finestra senza intervenire, per viltà. Alcuni di quei fucilati – e in senso lato tutti – si battevano contro un governo illegittimo, fascista e colonialista. Proprio come Anas al-Sharif, che ha combattuto con le armi della verità contro un governo illegittimo, colonialista e fascista. Lo avevano già detto Primo Levi, Hannah Arendt, Albert Einstein che Menahem Begin, le sue pratiche e il partito che alla fine fondò, il Likud, erano fascisti, come fascista era il suo maestro Ze’ev Jabotinski e, oggi, il suo allievo Netanyahu. Dunque l’effigie di Anas al-Sharif sta bene con le spalle al muro e lo sguardo rivolto a chi passa dal corso. C’è da chiedersi, piuttosto, chi sia oggi al posto di Carlo Aretusi, e chi di Pino Barilari. questo testo è stato pubblicato su Giap il 20 agosto 2025 L'articolo Combattenti per la verità. Anas al-Sharif e i suoi colleghi, una strage avvolta nella menzogna proviene da EuroNomade.