
Gaza nella dismisura del male
EuroNomade - Sunday, December 21, 2025di SANDRO MEZZADRA.
Che ne è della filosofia di fronte al genocidio? Riscrivendo l’ultima proposizione del Tractatus di Ludwig Wittgenstein, Étienne Balibar afferma che la dismisura del male incarnata da un genocidio è qualcosa di cui al tempo stesso «si deve (e non si può) tacere». In questo campo di tensione il filosofo cerca la parola, facendo esperienza dell’indicibile e tuttavia non rinunciando a esercitare la resistenza. Solo nell’incontro con altre parole, con corpi in movimento oltre il limite della filosofia, quest’ultima incontra del resto la possibilità di ricostruire un orizzonte di verità, pur nella consapevolezza che lo sfregio arrecato al mondo non è risarcibile.
La filosofia di fronte al genocidio si intitola la densa conversazione con Balibar uscita in questi giorni per la casa editrice Cronopio, a cura e con una bella introduzione di Luca Salza (pp. 93, euro 12). Alcune delle grandi questioni filosofiche e politiche sollevate dal nome Gaza sono qui affrontate con grande chiarezza e originalità. «Pensare Gaza», intanto, non è come «pensare a Gaza, come farlo cioè «sotto le bombe e davanti ai carri armati»: la distanza determina specifiche responsabilità, ma pone anche un limite rispetto alla piena comprensione dell’«oggetto» – di un genocidio, scrive Balibar, «in marcia, eseguito sotto i nostri occhi con inflessibile determinazione e senza vera opposizione».
Dire «un» genocidio rinvia alla necessità della comparazione. E se «ogni genocidio» ha caratteristiche di assoluta singolarità, ciò che rende Gaza «unica» non è soltanto il fatto che qui il genocidio sia perpetrato da ebrei, ma anche che la memoria della Shoah – il «genocidio dei genocidi» – sia strumentalizzata per giustificare e «far accettare Gaza».
Balibar, negli ultimi due anni, ha ricordato di parlare anche da «ebreo», in quanto discendente diretto di una vittima della Shoah (il nonno deportato dal regime di Vichy e morto ad Auschwitz). La sua riflessione sull’unicità di Gaza è dunque in questo senso particolarmente intensa, sofferta: muove infatti dalla convinzione che la stessa nozione di «popolo ebraico – che Israele pretende di rappresentare nella sua duplicità, come popolazione interna ed esterna (nella diaspora) – «sia entrata in crisi e sia esposta alla dissoluzione». Semmai dovrà rifondarsi «al di fuori di Israele ed eventualmente contro di esso», il che, aggiunge, «è molto difficile da immaginare».
Il «nome ebreo», l’«ebraicità simbolica» che Balibar distingue dal «giudaismo religioso o comunitario», vive in ogni caso nelle mobilitazioni degli ebrei che nel mondo si oppongono al colonialismo israeliano e si aprono al riconoscimento della resistenza palestinese. È su quest’ultima che si tratta di insistere: essa include certo forme di autodifesa e resistenza armata, ma si esprime soprattutto nella tenacia della lotta quotidiana contro l’accaparramento delle terre, la brutalità dell’occupazione e l’annientamento della cultura. La violenza del genocidio, la distruzione delle condizioni materiali che rendono possibile la riproduzione della vita («Gaza già non esiste più», scrive Balibar) non ha cancellato la «soggettività politica» palestinese.
È questa la base necessaria (per quanto non sufficiente, come si vedrà) su cui pensare una politica capace di farsi carico dell’indissolubile intreccio tra le storie tragiche dei «due popoli» che abitano la terra di Palestina, «nessuno dei quali può scacciare l’altro né rinunciare al proprio diritto all’esistenza». Uno dei due popoli oggi «schiaccia e distrugge l’altro», mentre i piani per una «pace» a Gaza dopo il genocidio ne rappresentano il coronamento, puntando a cancellare quella soggettività politica palestinese che una lunga storia di resistenza ha continuamente alimentato e rinnovato.
In queste condizioni, pensare una politica di fronte a Gaza assume i tratti di un rompicapo (mentre quella dei due Stati appare semplicemente una soluzione «impossibile nelle condizioni attuali»). E la riflessione non può che allargarsi in una prospettiva che va oltre il contesto locale e regionale, dato che «Gaza è un evento mondiale».
È un tratto che Balibar considera costitutivo di ogni genocidio, appunto «singolare» e «di significato mondiale». Mi pare sia un aspetto particolarmente originale della sua riflessione, che per certi versi lo avvicina al libro di Pankaj Mishra, Il mondo dopo Gaza (Guanda). Se quest’ultimo propone di leggere Gaza alla luce della linea globale del colore (e dunque delle metamorfosi del razzismo inteso anche come criterio di organizzazione dell’ordine internazionale), Balibar insiste sul modo in cui l’economia del genocidio (F. Albanese) contribuisce a definire una «nuova geometria dell’imperialismo».
Il genocidio di Gaza incontra qui altri «processi genocidari», in Sudan, in Congo, in Myanmar, ma anche nel Mediterraneo dove la «parte mobile dell’umanità» viene «eliminata come indesiderabile». Più in generale, la proliferazione di guerre e una pervasiva militarizzazione del mondo fanno da cornice a una ridefinizione degli equilibri mondiali e regionali, al di là delle «geografie tradizionali» della demarcazione tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud del pianeta. In questo contesto, Israele si trasforma in una potenza imperialista locale «con pretese egemoniche, per mezzo di Gaza e delle altre operazioni che lo prolungano in tutta la regione: Libano, Siria, Iran, penisola arabica». Più che continuare a essere un «protetto» dell’Occidente, ne diviene un «cardine» superandone le divisioni sempre più profonde.
Si capisce dunque come una politica di fronte al genocidio non possa che essere, come Balibar afferma riprendendo un concetto su cui ha a lungo lavorato, una cosmopolitica. La Palestina «‘vincerà’ nel senso che non morirà», scrive in un passaggio che spicca in una conversazione a tratti caratterizzata da toni cupi; «ma non vincerà da sola». Solo un nuovo «movimento di massa internazionalista e antimperialista» – trasversale rispetto ai «blocchi» disegnati dalla geometria dell’imperialismo in formazione – può spezzare la configurazione di potere che ha reso possibile il genocidio e inaugurare una politica della liberazione di fronte a Gaza.
Balibar è consapevole di quante difficoltà debba affrontare una simile politica, il cui obiettivo finale non può che essere «la giustizia resa agli oppressi». Conversando con Salza, si interroga sulle condizioni dell’efficacia dell’azione politica in un contesto di genocidio, tentando di andare oltre l’opposizione secca tra guerra e pace, violenza e non violenza e proponendo di continuare a cercare una diversa forza per poterla infine esercitare «tenendo conto delle condizioni determinate dello scontro».
Senza pensare che costituisca la forma politica esclusiva o definitiva della solidarietà con la Palestina, Balibar cita più volte la Global Sumud Flotilla, affermando che ci indica una «via da seguire», sia per la sua composizione multinazionale sia per la determinazione nello sfidare il blocco israeliano. Le formidabili mobilitazioni che l’hanno accompagnata nella sua navigazione verso Gaza hanno comunque determinato una breccia nell’ordine del genocidio, una diserzione di massa che ha messo in campo i corpi e le parole agganciandosi ai quali la parola del filosofo può contribuire a configurare quantomeno un campo di possibilità. In questo senso preciso, scrive Salza, la Flotilla «è un’avventura della filosofia». Da qui occorre necessariamente ripartire.
questa recensione è stata pubblicata sul manifesto il 18 dicembre 2025
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