
Per un’altra radicalità
Comune-info - Monday, December 15, 2025Un pensiero critico che non sia accompagnato dalla costante autocritica, per quanto difficile questa possa essere, è limitato, falso, certamente futile. Eppure, in tanti pezzi di società in movimento l’autocritica è marginale oppure non è aperta, come se ci fosse un onore da difendere. Riusciamo a riconoscere e mettere in discussione i modelli gerarchici e le dinamiche che producono conformismo nei movimenti che si battono ad esempio contro la guerra, il genocidio in Palestina, il dominio del patriarcato? Siamo capaci di non “romanticizzare” le posizioni degli oppressi? Come possiamo togliere di mezzo quella radicalità paternalistica che si appropria delle visioni del mondo di coloro che sono in basso e quel linguaggio militarista che continua ad attraversare diversi movimenti? Nelle pratiche di trasformazione sociale, mezzi e fini vanno separati? Abbiamo davvero bisogno di fare riferimento a concetti come patria, martiri e popolo per solidarizzare con chi resiste e si oppone al colonialismo? Da sempre attento ai temi della nonviolenza e promotore con altri della rete Maschile plurale, Stefano Ciccone in questo articolo prova ad allargare una discussione sulla possibilità di costruire proprio in questo tempo caotico pratiche politiche sempre meno colonizzate dall’immaginario patriarcale

È possibile costruire pratiche politiche che non siano colonizzate dall’immaginario patriarcale? È possibile una politica che non accantoni o rimuova una domanda radicale di libertà e resti coerente nella critica di linguaggi, rappresentazioni e ruoli stereotipati di genere?
Una politica trasformativa che non voglia separarsi dalla vita, richiede un continuo esercizio di svelamento delle dinamiche di potere, delle regole invisibili che plasmano gli spazi sociali e i soggetti che li abitano. È evidente che le forme di lotta, il linguaggio, i modelli organizzativi, i modi di vivere i conflitti non sono neutri. Non sono semplici “strumenti” a nostro servizio. Come maschio ho imparato a riconoscere come ci si può trovare a riprodurre modelli gerarchici, dinamiche che producono conformismo e omologazione anche partecipando a movimenti che si battono contro il dominio e l’oppressione. Queste dinamiche sono strettamente legate a un immaginario, a un simbolico e a un linguaggio patriarcale.1
“Essere” altro, non farsi colonizzare dal simbolico patriarcale
Spesso le “invenzioni” che creiamo collettivamente vengono risucchiate all’indietro dalla capacità attrattiva di un immaginario potente perché egemonico, pervasivo, naturalizzato. Il simbolico patriarcale, l’immaginario fallico segnano lo spazio sociale e si riproducono continuamente, colonizzando e trasformando anche linguaggi e forme di lotta dei movimenti che si pongono in una critica radicale dell’ordine sociale. Il fazzoletto usato dalle donne sudamericane contro la violenza maschile reinventava il fazzoletto tradizionale recando il nome delle donne uccise2. Nelle manifestazioni promosse da Non una di meno nelle nostre città il fazzoletto viene usato, da una parte del movimento contro la violenza, per manifestare col volto coperto, proponendo una continuità con un immaginario che torna anche in alcuni slogan in cui, per esprimere la radicalità di una lotta, si subisce la metafora della violenza politica. Le tute bianche, nate in Italia per simboleggiare l’invisibilità del lavoro precario, divennero una “uniforme” in piazza, l’uso di strumenti passivi di difesa si torsero nella grande manifestazione del 2001 a Genova contro il G8 fino a proporre l’immagine della “testuggine”, lo scontro simmetrico “scudi contro scudi” della polizia. In occasione di quella manifestazione le donne promotrici dell’iniziativa “punto G” aprivano una critica al linguaggio militarizzato che attraversava il movimento altermondialista3.
“Ancora di più il movimento antiliberista deve, a nostro avviso sviluppare modalità altre di contromanifestazione,… in virtù di un antagonismo inedito, non subalterno alla logica dello scontro di piazza, e al ruolo a cui la violenza delle forze dell’ordine ha deciso di “inchiodare” il movimento … Ci rivolgiamo agli uomini del movimento perché finalmente vadano oltre il loro triste monotono insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica, tattica strategia e schieramento.
Monica Lanfranco, della rivista marea4 dieci anni dopo tornava a ricordarci, citando Audre Lorde, che Non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone5. Ho citato due esperienze di mobilitazione plurali che considero preziose ma, per questo, ieri e oggi, ho provato a riflettere criticamente sulle loro forme.
Oltre l’onore e il “patriottismo” di movimento
Porre questi problemi, svelare queste contraddizioni vuol dire “attaccare” i movimenti? Anche qui dovremmo essere capaci di liberarci da riflessi condizionati che ci portano a “difendere l’onore” dei movimenti, a considerarli monoliti senza conflitti e differenze al loro interno e a riproporre in conclusione, la vecchia intimazione: “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Contro chi occulta la violenza maschile per difendere “il buon nome della famiglia” alcune associazioni di uomini sono stati in piazza col flash mob: “I panni sporchi si lavano in pubblico”. Voglio avere questa libertà e questa responsabilità anche per le mie famiglie politiche, il centro sociale o l’associazione, per le comunità che agiscono conflitti nella società e che non sono “soggetti” omogenei ma devono riconoscere e legittimare pluralità e conflitti al loro interno. Se non sopporto la retorica patriottarda delle appartenenze non voglio nemmeno cedere al patriottismo di partito o di movimento. Dal femminismo, e poi nella pratica di Maschile Plurale, ho imparato a cercare sempre una pratica politica che non sovrapponga l’astrattezza dei soggetti collettivi alle vite singole, che non tradisca l’esigenza di partire da sé. Proprio in un testo sulle giornate di Genova scrivemmo, come uomini impegnati nel percorso di Maschile Plurale, che:
“Nonviolenza è innanzitutto ampliamento del conflitto…oltre i luoghi tradizionali per leggerlo nella quotidianità, nelle relazioni interpersonali. Insomma la nonviolenza come scelta di radicalità estrema e intransigente che non mette da parte i rischi di subalternità, non rinvia la loro tematizzazione a dopo la risoluzione dei “conflitti principali”. Perché ogni militarismo, dei potenti come degli oppressi, produce omologazione, lasciando i contendenti più simili di quanto non fossero prima dello scontro e azzerando le differenze e l’autonomia dei soggetti all’interno di ognuno degli schieramenti in lotta”.
Per essere soggetti di trasformazione non possiamo pensarci innocenti ed estranei all’ordine di dominio che ci opprime e che al tempo stesso ha plasmato le nostre relazioni, i nostri desideri, i nostri linguaggi. Serve una tensione continua a essere altro da ciò che sottoponiamo a critica. Sandro Penna Scriveva: felice chi è diverso, essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune.
Troppo spesso, però, confondiamo la “radicalità” col tagliare corto, e evitiamo di misurarci con la necessità di andare alla radice delle forme di disciplinamento e dominio che affrontiamo. Troppo spesso ci diciamo che ci sono cose più urgenti che ragionare su come ci esprimiamo, come ci organizziamo. Ma ogni volta che lo facciamo scopriamo che le radici della violenza, del dominio sono molto prossime a noi. Richiamare l’attenzione su questo non vuol dire “attardarsi” su richiami pedanti, e tantomeno attentare all’”onore” delle nostre esperienze collettive, ma avere uno sguardo esigente e sulle nostre pratiche e le nostre culture condivise.
La critica alle forme e ai linguaggi assunti dai movimenti di critica dell’esistente (e dunque il richiamo a non essere anch’essi riproduttori dell’ordine simbolico esistente) genera spesso dei fraintendimenti. Nei mesi scorsi avevo incontrato degli studenti che avevano avviato un percorso maschile di critica alla cultura patriarcale. Alcuni di loro, poi, hanno proposto il testo “la nonviolenza è patriarcale”, diffuso sul web col desiderio di tenere insieme un posizionamento antisessista e l’aspirazione a una “radicalità” non “annacquata” dalla “predica nonviolenta”. Di seguito alcuni brani:
Se prendiamo questa filosofia al di fuori del panorama politico impersonale e la inseriamo in un contesto più realistico, la nonviolenza implicherebbe l’immoralità da parte di una donna di difendersi da un aggressore o di imparare l’autodifesa. Implicherebbe che per una moglie abusata sia meglio trasferirsi piuttosto che radunare un gruppo di donne per picchiare e cacciare il marito abusante.
La nonviolenza sottolinea quindi che sia meglio che qualcun3 si lasci stuprare piuttosto che conficcare una matita nella giugulare del suo violentatore (perché fare ciò contribuirebbe ad incoraggiare future molestie). Il pacifismo non risuona nella quotidianità delle persone, a meno che queste non vivano in qualche stravagante bolla di tranquillità da cui tutte le forme di violenza reattiva pandemica della civiltà siano state scacciate dalla violenza sistemica e meno visibile delle forze di polizia e dei militari.6
Andiamo fuori strada se affrontiamo il problema come questione morale e non come questione politica. Il tema non è come giudichiamo moralmente una donna che reagisca a una violenza (inutile dire che fa bene a farlo, ma quante volte in tribunale si è colpevolizzata la donna che non ha reagito?) ma come costruiamo una pratica politica trasformativa contro la violenza di genere che, peraltro, è banalizzante ridurre alla sola violenza fisica. Proprio se affrontiamo la violenza maschile contro le donne come questione politica il ricorso alla violenza di autodifesa mostra la sua ambiguità perché riprivatizza il problema della violenza che il femminismo ha politicizzato. Il fenomeno della violenza di genere è riducibile alla singola aggressione a cui rispondere o riguarda un sistema di relazioni di potere che struttura lo spazio sociale? E la risposta alla violenza è meramente “repressiva”? (delegata al gruppo solidale o allo Stato poco cambia). La soluzione si riduce a un gruppo di donne che caccia il nemico abusante? Si può rimuovere il contesto sociale in cui la violenza è agita? Come affrontare la trama di condizionamenti, rappresentazioni, ruoli che segnano lo spazio sociale e che preparano, giustificano e occultano le relazioni di potere che sono alla base della violenza? Si possono rimuovere i vincoli economici e sociali che condizionano la libertà delle donne prima del confronto fisico? E cosa frena la reazione di una donna? Il giudizio morale sulla sua eventuale difesa da un’aggressione o la dipendenza economica, l’isolamento, la paura di perdere i figli, il mito sociale della famiglia?
Analogamente, chi è che ha un’idea di libertà che non includa l’abilità delle donne di difendersi? Per poter rispondere alla presunzione secondo la quale le donne possano essere protette solo da grosse strutture sociali, l’attivista Sue Daniels ci ricorda che “Una donna può combattere un aggressore da sola… non è una questione di forza – ma di preparazione”.
Paradossalmente è proprio la destra a offuscare la dimensione culturale della violenza e ridurre la risposta alla violenza a “autodifesa” diffondendo spray urticanti e corsi di arti marziali. Per non parlare del diritto all’autodifesa personale che, negli Usa, legittima la diffusione pervasiva delle armi da fuoco. In effetti: perché doversi affidare a una matita e non suggerire alle donne di girare armate? È il nostro modello di società?
Uccidere un poliziotto che ha violentato transgender che vivevano di prostituzione; dare fuoco all’ufficio di una rivista che vende consapevolmente standard di bellezza che incoraggiano la bulimia e l’anoressia; rapire il presidente di una compagnia che gestisce traffico di donne: nessuna di queste azioni ostacolano la costruzione di una società giusta7. Dare fuoco a una rivista, o alle sedi di Provita, come ho sentito in uno slogan su cui ho espresso pubblicamente la mia critica, è una risposta all’altezza della sfida o si “accontenta” di un gesto che appare parte di una “guerra privata” che non chiama in causa il senso comune, il discorso pubblico, la libertà di chi non è coinvolt* in quell’azione? È più radicale o subalterno?
Le trappole del fantasma della docilità femminile
Il desiderio di contrastare la rappresentazione della “docilità” femminile può portare a non tener conto della potenza simbolica della violenza.
Nel caso di uno stupro o di altre forme di molestia contro le donne, la nonviolenza implica le stesse lezioni che il patriarcato ha insegnato per millenni: elogiare la passività, il “porgere l’altra guancia”, una “sofferenza dignitosa” fra l3 oppress3… Dal momento che il patriarcato descrive una violenza unilaterale da parte degli uomini, le donne interrompono questa dinamica re-imparando la loro inclinazione alla violenza.8
Nel volume collettivo Sensibili guerriere, curato da Federica Giardini, ad esempio, emergono le tante trappole nella fuga dal fantasma della docilità femminile e i rischi di subalternità a un linguaggio e a un simbolico che conosco bene e di cui riconosco il segno patriarcale:
[Nello scontro di piazza] Si comprende il proprio valore per la sopravvivenza del gruppo, si sa che se una maglia della catena cede crolla tutta la struttura e che, se hai scelto di essere una maglia, non puoi più tirarti indietro […] L’adrenalina e l’estasi di fronte a una massa che ti corre alle spalle, il senso di comunità, di fratellanza, di sicurezza (sembra assurdo) e il desiderio di e il desiderio di rivendicazione non si possono imparare.
Come maschio conosco bene l’adrenalina, l’emozione per il gesto del lancio della bottiglia contro i blindati, la sfida scudi contro scudi, e so quanto sia emblematica di una subalternità simbolica a un’idea povera di conflitto e di potere. Conosco il richiamo del modello eroico del guerrigliero, la seduttività del capo carismatico che sta al vertice di un sistema di organizzazione collettiva “alternativa” ma finisce per essere comunque capo-branco.
Se quando parliamo di violenza di genere critichiamo la moda di ragazze e ragazzi di dimostrarsi l’amore legando lucchetti alle catene con i nomi della coppia, possiamo chiedere alle persone di essere “maglie di una catena” o i nostri movimenti devono costruire relazioni libere e solidali?
Insomma: troppo spesso affermazioni apparentemente “radicali” portano con sé la rinuncia alla radicalità.
Se l’indignazione morale sostituisce l’analisi
È il caso, ad esempio, della frase: “tutte le forme di violenza vanno condannate”. Ovvio. Ma questa affermazione, apparentemente radicale, finisce per fermarsi a “condannare” tutte le violenze, occultando però le radici culturali e sociali di questa specifica forma di violenza. Una semplificazione che la destra usa per ribaltare il senso di questa condanna: “anche la violenza contro gli uomini va condannata”, fino a promuovere un centro per “uomini maltrattati” a Roma. Uomini che subirebbero violenza dalle donne. Si tratta, evidentemente, di una distorsione retorica: chi costruisce iniziative di contrasto ai femminicidi e alla violenza maschile contro le donne non lo fa perché “considera più grave la violenza in base a chi la subisce”, ma perché riconosce un fenomeno sociale specifico che è la violenza determinata da una cultura, da ruoli e modelli di genere. Ogni volta dobbiamo ripetere che se una donna viene uccisa per rapinarla non si tratta di un femminicidio. Così quando discutemmo della legge Zan sulla violenza omofoba, misogina, o transfobica non indicavamo, come si obiettò, “categorie” di persone più meritevoli di protezione, ma un sistema che genera queste violenze e che, ad esempio, connette la violenza omofoba a quella misogina.9 Il disprezzo e l’irrisione per la “checca” è verso un uomo “effemminato”, che ostenta i vizi che sanciscono l’inferiorità femminile: l’eccessiva sensibilità, la voce querula priva di autorità, l’emotività. L’omosessuale è posto nella condizione “degradante” della passività, di chi “subisce” la penetrazione che produce e conferma la complementarietà gerarchica tra uomini e donne. Ma il gesto del dito medio usato nei cortei, indistinguibile dai litigi ai semafori, non fa ricorso alla penetrazione come atto di dominio?
Proprio i litigi ai semafori mostrano che la cultura patriarcale genera violenza tra uomini. Violenza per difendere il proprio onore, per confermare la propria virilità o per imporla come modello… Ricordare che “l’ordine patriarcale” genera violenza anche tra uomini non sollecita (c’è bisogno di spiegarlo?) compassione verso gli uomini, rimuovendo le differenze di potere e privilegio, ma evidenzia come questo ordine pervada tutte le relazioni e gli spazi sociali. Per produrre una critica (e dunque una pratica trasformativa) più radicale a quest’ordine.
La responsabilità del posizionamento non diventi autoreferenzialità
Abbiamo collocazioni diverse nell’ordine di genere, ma se ne riconosciamo il carattere pervasivo, se siamo in grado di vedere che agisce non solo attraverso la mera oppressione, se ne riconosciamo la capacità “egemonica” di colonizzare i nostri sguardi, i nostri desideri, l’esperienza che facciamo nei/dei nostri corpi, dobbiamo provare a costruire pratiche e relazioni (politiche) in grado di affrontare questa complessità.
Avere uno “sguardo situato”, consapevole della propria parzialità, non può voler dire rassegnarsi a posizioni autoreferenziali e reciprocamente indifferenti tra soggettività con diverse posizioni nell’ordine di genere. Deve, al contrario, promuovere relazioni reciprocamente trasformative, di ascolto e di interrogazione tra soggettività diverse. Questa frase può apparire involuta, ma racconta di contraddizioni molto concrete che abbiamo incontrato anche recentemente nel dibattito pubblico.
Prendo ad esempio un articolo comparso sulla newsletter Bolena dal titolo “Perché gli uomini non possono essere femministi”10 che parte proprio dalla citazione di Haraway sui “saperi situati” per cui “ogni conoscenza nasce da una posizione specifica nel mondo: un corpo, un luogo sociale, una storia, un insieme di vincoli e possibilità”, per dire che chi ha una collocazione di privilegio non può essere parte di un processo trasformativo.
La socializzazione maschile non è un tratto individuale modificabile a piacere perché è una struttura incorporata. Voglio essere chiara, non è ipocrisia individuale, ma un problema di posizione sociale e di habitus incorporato, nel senso in cui lo intende Pierre Bourdieu: “gli individui tendono a replicare, anche nei contesti più progressisti, le strutture di potere interiorizzate nel corso della vita”.
I gruppi marginalizzati producono forme di sapere più capaci di identificare le gerarchie di potere, proprio perché le subiscono. Questo sapere non può essere replicato da chi occupa il polo dominante.
Ma, dice Bourdieu, anche la socializzazione femminile è una struttura incorporata. Anzi l’incorporazione è soprattutto un atto di dominio che segna i dominati.
Anche quando sembra fondato sulla forza nuda, quella delle armi, o del denaro… il riconoscimento del dominio presuppone sempre un atto di conoscenza […] è l’effetto di un potere, inscritto durevolmente nel corpo dei dominati sotto forma di schemi di percezioni e di disposizioni (ad ammirare, rispettare, amare) che rendono sensibili a certe manifestazioni del potere. Questa “violenza simbolica” apre, per Bourdieu uno spazio per una “lotta cognitiva sul senso delle cose del mondo e in particolare delle realtà sessuali e una possibilità di resistenza contro l’effetto dell’imposizione simbolica”.
E proprio Donna Haraway, che ha proposto la nozione di “saperi situati”, osserva che:
“nel femminismo molte correnti cercano di teorizzare le ragioni per considerare particolarmente affidabili i punti di vista di chi è soggiogato; ci sono buoni motivi per ritenere che la visuale è migliore sotto le brillanti piattaforme spaziali dei potenti […] acquisire la capacità di vedere dalle periferie e dal profondo offre certi vantaggi. Ma presenta il serio pericolo di romanticizzare e/o di appropriarsi della visione dei meno potenti mentre si afferma di vedere dalla loro posizione. Le posizioni dei soggiogati non sono esenti da revisione critica, decodifica, decostruzione e interpretazione; cioè da indagini semiologiche ed ermeneutiche. Le posizioni dei soggiogati non sono innocenti.
Il rischio che Haraway indica e cioè quello di “romanticizzare” le posizioni degli oppressi e appropriarsi della loro visione riguarda proprio una radicalità che finisce col risultare paternalistica.
Quando l’anticolonialismo diventa coloniale
In questi mesi ci siamo trovati a vivere l’angoscia per le immagini del genocidio a Gaza e a costruire mobilitazioni contro la complicità dei governi occidentali alla violenza israeliana. Le timidezze, i ritardi, quando non le ambiguità, delle grandi organizzazioni che tradizionalmente hanno rappresentato l’ossatura delle mobilitazioni contro la guerra, e che avrebbero potuto offrire a questa mobilitazione una memoria e una cultura alternativa alla guerra, hanno lasciato il campo ad organizzazioni portatrici di culture minoritarie che hanno condizionato lo sviluppo.
In questi mesi mi sono trovato più volte a discutere una malintesa idea di “radicalità” che ha portato a proporre parole d’ordine semplificate quando non ambigue che hanno prestato il fianco a quanti volevano liquidare questa mobilitazione come filo Hamas.
Possiamo sostenere la lotta anticoloniale di liberazione dei palestinesi senza considerare “il popolo palestinese” un tutt’uno, unito nella condizione di vittima e identificato in una identità nazionale omogenea che critichiamo quando parliamo della nostra appartenenza? La patria che abbiamo messo in discussione contrastando le retoriche identitarie della nostra destra, può rientrare dalla finestra quando contrastiamo l’oppressione coloniale? Abbiamo bisogno di fare riferimento a concetti come patria, martiri e popolo per solidarizzare con chi resiste e si oppone al colonialismo?
Proprio da un giovane ricercatore di Gaza arriva una risposta a questa retorica:
Le lacrime degli uomini di Gaza sono un atto di ribellione11: “Nonostante l’intenzionale disumanizzazione del nostro popolo e l’emarginazione dei nostri uomini, Gaza sta dando alla luce un nuovo tipo di mascolinità — basato non sul militarismo o sullo stoicismo, ma sulla chiarezza morale e sulla dignità, anche nella fame. Mostrando ai propri figli il dolore, la paura e la dolcezza, questi padri stanno dimostrando una forza autentica. Le nostre lacrime non sono un segno di debolezza, ma un atto di ribellione in un mondo che cerca di schiacciare la nostra umanità. Le nostre emozioni, e la nostra volontà di non diventare insensibili a questo dolore, sono una forma di resistenza. Questi momenti rivelano qualcosa che raramente appare nella copertura mediatica internazionale: dietro le immagini di militanti o di vittime coperte di polvere, ci sono uomini intrappolati tra un genocidio in corso e il peso di sostenere una concezione ereditata della mascolinità”.
I media globali spesso appiattiscono gli uomini palestinesi in archetipi — minacce o statistiche — privandoci della nostra complessità e umanità.
Per sostenere “la resistenza palestinese” dobbiamo rimuovere le scelte diverse e le diverse culture che la attraversano? Possiamo dire che c’è differenza tra una componente laica, progressista e nonviolenta e una componente militarista confessionale e rigidamente gerarchica? Ma, si dice: noi non possiamo giudicare chi si batte in quelle condizioni, dobbiamo dare loro il nostro sostegno. Ma il nostro è un sostegno umanitario o è il riconoscimento di un’interlocuzione politica? Se quella lotta parla anche di noi e dell’ordine internazionale dobbiamo anche discutere delle scelte politiche e delle loro implicazioni?
Anche qui è evidente il rischio di “romanticizzare” le posizioni degli oppressi con uno sguardo paternalistico e coloniale, ma anche di esercitare la nostra comoda intransigenza sulla pelle dei e delle palestinesi. Un po’ come, se il paragone non è troppo urticante, chi incita “l’eroica resistenza” contro l’invasione russa, fino all’ultimo ucraino.
Come costruire relazioni, politiche, umane, trasformative, e reciprocamente trasformative, tra soggetti che hanno differenti collocazioni nelle intersezioni tra poteri e sistemi di esclusione e oppressione? È possibile aprire uno spazio di confronto, proporre riflessioni, anche lavoro di ricerca personale di revisione critica, decodifica, decostruzione e interpretazione delle pratiche prodotte da soggetti oppressi, stigmatizzati o inferiorizzati?
Pensiamo anche al lavoro teorico che mette in discussione saperi consolidati, alle attività di ricerca che si sviluppano nelle università, alle pratiche di solidarietà. Richiamare alla responsabilità di riconoscere e dichiarare il proprio punto di vista, la propria collocazione in una rete di poteri, privilegi e relazioni è il contrario di una visione di esperienze autoreferenziali, indicibili che preclude ogni ascolto, ogni interrogazione, ogni potenzialità trasformativa delle relazioni e delle pratiche sociali.
È possibile una pratica maschile di critica del patriarcato?
Negli ultimi tempi la scelta del centro antiviolenza Artemisia di Firenze di aprirsi alla partecipazione di uomini è stata l’occasione per l’emersione di una più generale diffidenza di una parte del femminismo verso un impegno maschile critico dell’ordine di genere. Non discuterò qui il tema specifica della partecipazione degli uomini all’attività dei centri ma di questa “diffidenza”.
Negli ultimi anni si è sviluppato un nuovo fenomeno molto interessate che vede gruppi di uomini organizzare festival, workshop, incontri pubblici, podcast, percorsi di autocoscienza maschile per “decostruire la mascolinità tossica”. Sono realtà che in buona fede approcciano il tema da questo punto di vista, spinte da grandi intenzioni, per questo è molto difficile criticizzarle perché solo per il fatto di porsi un dubbio pretendono riconoscimento e gli viene spesso conferito. Anche questo non è nulla di diverso dalla proiezione, diciamo dall’estensione, del sistema di privilegio in cui il maschile nasce-cresce-vive nel nostro contesto sociale. La decostruzione diventa performance…
Quando uomini si riuniscono per raccontare pubblicamente come stanno “lavorando su sé stessi”, il rischio è che la decostruzione diventi un palcoscenico, e non un processo. La vulnerabilità maschile esibita può diventare una forma di capitalizzazione morale, cioè più mostro la mia fragilità, più appaio progressista... Invece di favorire una riflessione critica, questi movimenti rischiano di fare della mascolinità un nuovo oggetto culturale da raccontare, celebrare, indagare, trasformando gli uomini in esperti di sé stessi. In questo modo, la parola maschile torna a essere centrale anche nella discussione su ciò che il femminismo dovrebbe cambiare.12
Questa critica ha molti elementi di verità, soprattutto nella rappresentazione mediatica che spettacolarizza e consuma. Ma possiamo dedurre da ciò una “impossibilità” di una pratica maschile “antipatriarcale”?
Rosi Braidotti osserva che, “mancando loro la mancanza, non sono in grado di partecipare al grande fermento di idee che sta scuotendo la cultura occidentale: deve essere davvero penoso non avere altra opzione che quella di essere il referente empirico dell’oppressore storico delle donne, e di essere chiamati a rispondere delle sue atrocità”.
E Mario Mieli, riferimento storico del movimento omosessuale italiano, affermava che “Non c’è soggettività(rivoluzionaria) senza (la condizione di) soggezione” Teresa de Lauretis introducendo la nuova edizione del libro di Mieli osserva: Mario non ha avuto il tempo di confrontarsi con il pensiero foucaultiano per vedere come il desiderio non venga solo represso, ma anche costruito socialmente, e come questa sia una forma di dominio13.
Questa “diffidenza” peraltro comprensibile, verso le pratiche sociali maschili di critica al patriarcato, mi pare però dire agli uomini che non ha senso che mettano in discussione l’ordine patriarcale perché questo offre loro non solo privilegi materiali, ma una qualità piena della loro esperienza umana, delle loro relazioni, nella loro sessualità.
Il discorso pubblico sulle maschilità stigmatizzate come l’omosessualità o marginalizzate, come gli immigrati e la loro rappresentazione autoriflessiva sono parte non solo di dispositivi tesi a ordinare gerarchicamente ma della costruzione di un più complesso sistema di disciplinamento. L’esperienza maschile è anch’essa un’esperienza alienata, colonizzata, schiacciata dal riferimento al simbolico fallico e della virilità? Perché, altrimenti, dovrebbero intraprendere un qualche cambiamento. Abbiamo, dunque, bisogno di pensare una forma più complessa di dominio e dunque inventare una forma più radicale e innovativa di critica del dominio.
Connell, altro riferimento teorico della riflessione sul maschile resta in un modello tradizionale e, così, pensa impossibile questa pratica trasformativa.
Le forme di politica radicale che più ci sono familiari si fondano su una mobilitazione della solidarietà intorno a un interesse comune. Ciò vale, per esempio per la politica della classe operaia, per i movimenti di liberazione nazionale, per il femminismo, e per il movimento di liberazione gay. Ma non può in alcun modo essere la forma primaria di una politica anti sessista maschile, perché il progetto di giustizia sociale nei rapporti tra i generi è diretto contro gli interessi che gli uomini hanno in comune, non a favore di essi. In generale, una politica antisessista è necessariamente una fonte di divisione fra gli uomini e non di solidarietà14.
Ma il problema sta proprio nel restare alle forme di politica radicale che più ci sono familiari. Non solo l’aggregazione di una “categoria” attorno a un interesse comune contro un potere estraneo, non la mera inclusione o acquisizione (decisiva) di specifici diritti, ma la rottura di un dominio che ci attraversa e la trasformazione delle rappresentazioni, dei modelli che condizionano le nostre vite.
In realtà anche il femminismo ha dovuto e voluto andare oltre la mera “solidarietà” tra donne e costruire, con l’autocoscienza, percorsi di rottura della propria internità all’ordine patriarcale. Ma quello che mi colpisce è più la postura difensiva di queste reazioni.
Gli spazi non misti non sono una forma di esclusione, ma una pratica di protezione…
Una nuova forma di occupazione del discorso femminista. Quando la decostruzione maschile viene posta al centro del discorso pubblico, il femminismo diventa sfondo, pretesto, cornice. La lotta delle donne smette di essere protagonista e diventa funzione del percorso di crescita maschile.15
Non sono io a dire cosa questo significhi o meno per le donne. So quello che ha prodotto per me. La pratica del separatismo ha prodotto uno sguardo sul mondo, una nuova soggettività, che hanno messo in discussione la naturalità delle forme di relazione e rappresentazione. Il femminismo ha posto a me, maschio eterosessuale, bianco, cis, abile, occidentale, la necessità di pensare la mia parzialità, di vedere la mia posizione di privilegio, ma anche di interrogare la miseria prodotta da questo privilegio. Ogni forma di inferiorizzazione, di stigma dell’altr* impone un disciplinamento a chi corrisponde, mai completamente alla norma. Il potere segna le relazioni, produce un’esperienza alienata del corpo dei dominanti, colonizza i nostri desideri, immiserisce la nostra socialità…
Il fastidio verso l’impegno maschile nella critica all’ordine di genere
E così, se gli uomini vogliono fare qualcosa possono: finanziare centri antiviolenza senza pretese di rappresentanza, fare lavoro operativo dietro le quinte, rispettare gli spazi non misti senza reclamarne l’accesso, sostenere la diffusione delle analisi femministe senza riformularle. Il ruolo degli uomini non è parlare del femminismo, ma sostenere chi parla dal femminismo. La trasformazione del maschile non avviene sul palco, ma nei contesti quotidiani in cui gli uomini parlano tra uomini: gruppi informali di amici, famiglia, luoghi di lavoro, sport e spogliatoi, contesti sociali dove si riproduce la violenza simbolica.
Questa lettura esclude che un processo di cambiamento, consapevolezza e trasformazione maschile possa costruire percorsi politici collettivi. Quello che resta è una sorta di nuovo mecenatismo paternalistico senza confronto politico.
Io non mi definisco “femminista” perché non intendo appropriarmi di una pratica che fa riferimento a una soggettività che non è la mia. Io provo a costruire un percorso maschile di trasformazione e di critica all’ordine patriarcale che parte dal disvelamento di questo ordine prodotto dal femminismo. Riconosco questo debito e questa asimmetria e mi pongo in relazione con i diversi femminismi né come “sostenitore”, né come ripetitore, allievo, o mero “alleato”. Non attendo né maternage, né legittimazioni né indicazioni. (“Il femminismo non può reggersi su un lavoro didattico verso gli uomini”16).
Credo più utile chiedermi cosa posso portare della mia specifica e irriducibile esperienza nella relazione con diverse soggettività che pongono a critica l’ordine patriarcale.
In fondo, in nome della radicalità, un femminismo antiessenzialista, rischia di cadere in un nuovo essenzialismo:
Ci lasciamo invadere dalla speranza di una mascolinità diversa17.
Una diversa mascolinità non è una speranza astratta, riguarda la qualità della mia vita. Tendo a diffidare del volontarismo degli uomini “buoni” e dell’autocommiserazione maschile. Riconoscere che l’esperienza maschile non è un destino legato all’esercizio del dominio, sperimentare altre forme di relazione, scoprire le potenzialità del corpo maschile oltre la gabbia del simbolico fallico che la riduce o a macchina o ad arma, riconoscere altre vite, altri desideri, altri corpi è per me l’occasione per ripensare il mio stare al mondo. Un percorso che non delego e per il quale non chiedo patenti.
1 https://maschileplurale.it/news/set-2001-qla-nonviolenza-e-le-giornate-di-genovaq-di-sciccone-e-mcitoni/
2 https://www.mimesis-scenari.it/2020/07/24/il-fazzoletto-verde-simbolo-della-lotta-femminista-in-argentina/a
https://www.dinamopress.it/news/tre-colori-due-paesi-un-simbolo-panuelo-delle-donne-lottano/
3 https://maschileplurale.it/news/mag-2001-qlontane-dai-militari-lontane-da-chi-li-imitaq-di-edeiana-lmenapace-mlanfranco-ibarbarossa-lguidetti/
4 https://www.womenews.net/non-si-può-smantellare-la-casa-del-padrone-con-gli-attrezzi-del-padrone/
5 Audre Lorde, Age, Race, Class and Sex: Women Redefining Difference, Copeland Colloquium, Amerst College, April 1980 Pubblicato in: Sister Outsider Crossing Press, California 1984
6 https://anarcoqueer.noblogs.org/files/2025/01/la-nonviolenza-e-patriarcale-Lettura.pdf
7 https://anarcoqueer.noblogs.org/files/2025/01/la-nonviolenza-e-patriarcale-Lettura.pdf
8 la-nonviolenza-e-patriarcale (cit)
9 https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/legge-zan-i-diritti-e-la-liberta-o-sono-per-tutti-o-non-sono-av0pvoyv
10 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025
11 Le lacrime degli uomini di Gaza sono un atto di ribellione pubblicato su +972Magazine da A. J. il 30 giugno 2025
12 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025
13 M. Mieli Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli 2017
14 R. Connel. Maschilità. Identità e trasformazioni del maschio occidentale 1996
15 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025
16 EVASTAIZITTA NOV 20, 2025
17 Idem
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