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Protezione sussidiaria a richiedente asilo bengalese appartenente alla minoranza hindù
Il Tribunale di Perugia, sez. spec. immigrazione, ha riconosciuto la protezione sussidiaria ex art. 14, lett. b), d.lgs 251/2007 (rischio di subire trattamenti inumani e degradanti) a cittadino bengalese di religione hindù. Il Giudice richiama le fonti COI ed afferma che “I membri di gruppi minoritari – tra cui indù, cristiani, buddisti, musulmani sciiti e gli ahmadi – affrontano molestie e violenze, compresa l’occasionale violenza di massa contro i loro luoghi di culto”. “La maggior parte della popolazione del Bangladesh è di religione musulmana sunnita (89% circa), con al suo interno una minoranza sciita ed una Ahmadi, quest’ultima spesso stigmatizzata. La popolazione del Bangladesh nel 2022 era stimata in oltre 167 milioni; pertanto gli appartenenti a minoranze religiose sono stimati in circa 16,7 milioni (…) La comunità indù rappresenta la più numerosa minoranza religiosa (8,5% circa …)”. La protezione sussidiaria trova fondamento nel fatto “che il ricorrente, per la sua appartenenza alla religione induista e a causa della sostanziale inefficienza delle misure di tutela dell’ordinamento statuale, correrebbe il rischio, in caso di rimpatrio, di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti e, specificamente, a violenze settarie diffuse e socialmente tollerate senza poter ricevere, stando a quanto sopra segnalato, adeguata tutela dalle autorità del proprio paese”. Tribunale di Perugia, decreto del 14 gennaio 2026 Si ringrazia l’Avv. Francesco Di Pietro per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e del Bangladesh * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
Palestina: una terra che vuole vivere
Oggi potete leggere: aggiornamenti da Anbamed del 28 e 27 febbraio aggiornamenti da Radio Onda d’Urto del 27 febbraio da Solidaria Bari una iniziativa di solidarietà a Lozza (VA) una mostra per 10 giorni una poesia di MOHAMMED ABO SOLTAN da Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista – una importante lettera rivolta alla
February 28, 2026
La Bottega del Barbieri
Bangladesh dopo le rivolte studentesche alle elezioni vincono i nazionalisti
Il Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP) di Tarique Rahman ha vinto le prime elezioni legislative che si sono svolte dopo la destituzione della prima ministra Sheikh Hasina avvenuta nell’estate del 2024 a causa delle grandi proteste antigovernative guidate dagli studenti e studentesse universitari. Tarique Rahman, che molto probabilmente sarà il nuovo primo ministro, è il figlio dell’ex prima ministra bangladese Khaleda Zia, che fu a lungo la principale rivale politica di Hasina. Il partito islamista Jamaat-e-Islami arrivato per ora secondo con 48 seggi: il partito era stato vietato durante i governi di Hasina e ne fanno parte anche molti degli studenti che hanno contribuito a destituirla.Gli studenti protagonisti della rivolta contro Hasina hanno costituito un partito il National citizen party (Ncp) con l’ambizione di rompere il monopolio dei due storici partiti di massa bangladesi, Awami League e Bnp. Le cose non sono andate come previsto, anche grazie a una strategia di alleanze apparentemente inspiegabile: a pochi mesi dall’apertura delle urne, l’Ncp aveva annunciato a sorpresa l’entrata nella coalizione di partiti guidata da Jamaat-e-Islami, formazione islamica radicale a lungo bandita dalla politica bangladese. Il governo di transizione di Yunus ,pur deludendo alcune aspettative di riforma,ha comunque garantito il passaggio pacifico al processo elettorale non scontanto . Ne parliamo con Matteo Miavaldi caporedattore dall’India e responsabile dell’Asia per l’agenzia d’informazione China Files,collaboratore del “Manifesto”
February 16, 2026
Radio Blackout - Info
Elezioni in Bangladesh e prospettive immediate
Una straordinaria affluenza alle urne inaugura la nuova stagione politica del Bangladesh. Conclusa la stagione autocratica dell’Awami League e dell’ex-premier Sheikh Hasina – ora in esilio a Delhi dopo essere stata deposta dalla ‘rivoluzione dei monsoni’ del luglio 2024 – e terminati i compiti del governo di transizione presieduto da Mohammed Yunus, venerdì 12 febbraio oltre 70 milioni di cittadine e cittadini del Bangladesh hanno votato per le prime elezioni libere degli ultimi 17 anni. Con un’affluenza record del 60% su oltre 125 milioni di aventi diritto al voto, la maggioranza va alla coalizione guidata dal Bangladesh Nationalist Party – partito nazionalista bengalese – che vince 212 dei 350 seggi in palio. Raccoglie 77 seggi la coalizione costruita attorno al Jamaat-e-Islami, di cui è alleato il National Citizen Party – espressione di alcune frange del movimento studentesco bengalese che guidò la rivoluzione dei monsoni. Molti dei seggi conquistati dal partito islamista Jamaat-e-Islami, sono in distretti al confine con l’India dove la questione comunitaria è molto sentita a causa di pressioni e violenze dalla destra hindu-nazionalista nei confronti di musulmani bengalesi. > Con un dispiegameno di oltre 900mila unità delle forze di polizia, le > operazioni di voto e lo spoglio non hanno visto gravi incidenti. Le elezioni si sono svolte in un clima di festa collettiva tra le strade delle città e davanti ai seggi, a cui non hanno partecipato i sostenitori dell’Awami League, che hanno boicottato le urne e bollato le elezioni come farsa. La posizione rimarca quella dell’ex-premier Sheikh Hasina che ha definito le elezioni «senza elettori, illegale e incostituzionale […] denunciando la sospensione imposta alle attività della Lega Awami e chiedendo il ripristino dei diritti di voto del popolo attraverso la disposizione di un’elezione libera, equa e inclusiva sotto un governo neutrale». Meno pesanti le accuse del National Citizen Party che ha denunciato irregolarità nel processo di voto, i cui attacchi sono stati comunque smorzati da Tarique Rahman che ha invitato i propri sostenitori a partecipare alle preghiere del venerdì piuttosto che scendere in strada per festeggiare il risultato elettorale. La sfida elettorale ha visto come protagonisti Tarique Rahman, anch’esso parte di una dinastia politica importantissima per la storia del paese, per il BNP, e Shafiqur Rahman per Jamaat-e-Islami. Controversa la figura di Tarique Rahman, rientrato nel Paese dopo una fuga iniziata nel 2008 a Londra per scappare ai capi d’accusa di corruzione, rinfocolati poi da altri emessi nel 2018 da una magistratura allora piegata al governo autoritario di Shiekh Hasina che lo incolpò di corruzione. A invalidarle anche inchieste indipendenti di Amnesty International che hanno fatto emergere la pretestuosità dei reati imputati al leader politico e a molti altri esponenti delle opposizioni. Le elezioni appena passate sono le prime di fatto libere dal 2008, anno in cui venne rieletta a capo dell’esecutivo Sheikh Hasina, e senza la presenza dell’Awami League nella competizione elettorale. Nell’ultima tornata elettorale del 2024 le opposizioni boicottorano le elezioni da loro bollate come falsate. L’esclusione dell’Awami League deriva dalla messa al bando del partito da parte della magistratura, che tra l’altro, nel novembre dello scorso anno, ha emesso la sentenza di condanna a morte in contumacia per Hasina. Le elezioni segnano la fine della dinastia politica della famiglia Sheikh, iniziata con l’indipendenza dal Pakistan avvenuta nel 1971 per mano di Rahman Sheikh generale ed ex-primo ministro del Bangladesh, e segnano senza dubbio l’inizio di una nuova era politica per il Paese. Con la scomparsa di Khaleda Zia il 31 dicembre, si chiude un’era per la politica istituzionale del Paese. A raccoglierne il testimone è il figlio Tarique Rahman, il cui padre, l’ex-generale Ziaur Rahman, aveva creato il BNP nel 1978 definendone la linea politica prima del suo assassinio nel 1981. Nella stessa giornata, i cittadini bengalesi sono stati chiamati alle urne per esprimersi su quattro importanti riforme costituzionali su creazione di nuovi organi costituzionali, aumento della rappresentanza femminile nelle istituzioni, rafforzamento dell’indipendenza del potere giudiziario, introduzione di una camera alta per il Parlamento, limite dei due mandati per il primo ministro, ripartizioni di poteri tra primo ministro e presidente della Repubblica e regolamentazione dei partiti politici. Il referendum è espressione della “carta di luglio”, una serie di riforme proposte dai partiti all’opposizione di Hasina nel luglio 2024, e vede reintrodurre l’istituto dopo la sua abolizione nel 2011. Con il 68% di sì l’elettorato ha approvato le riforme. Ora la palla passa nelle mani dell’assemblea legislativa. LE FORZE IN CAMPO Tarique Rahman si appresta a diventare il primo ministro del Bangladesh in un momento storico più che complicato a causa delle condizioni politico-economiche internazionali e del peso assunto dai Paesi confinanti. Molte le questioni di politica interna che interessano il Paese, su tutte, lavoro povero e disoccupazione, economia, emigrazione, ed ambiente. Forte della vittoria sulla coalizione guidata dal Jamaat-e-Islami, confinato all’opposizione, Rahman assicura garanzie sull’indissolubilità dell’anima secolare ma non sulla riproposizione di dinamiche clientelari nella gestione del potere politico. Il BNP sconta una leadership giudicata da molti come debole, segnata da un esilio prolungato che l’ha allontanata dalle masse. La sua forza sarà testata in questa nuova fase di transizione: un momento certamente delicato, caratterizzato da un clima sociale in cui i cittadini hanno compreso di poter rovesciare governi e calpestare le teste dei re. Non esplode il partito islamista Jamaat-e-Islami. Tornato nella competizione elettorale dopo la stagione autoritaria di Sheikh Hasina, il partito si è rinforzato dopo la rivoluzione dei monsoni aprendosi ai movimenti studenteschi. Le proiezioni pre-elettorali che vedevano partito e coalizione raccogliere circa il 30% dei consensi non si sono avverate, sia per conformazione del sistema elettorale – 300 seggi assegnati con sistema maggioritario e 50 con il proporzionale – che per frizioni con parte dei movimenti studenteschi. Hanno fatto molto discutere le posizioni misogine del partito che nel maggio scorso spalleggiò le proteste promosse dal Hefazat-e-Islam contro le proposte del governo di assicurare maggiori diritti alle donne, abolire la poligamia e riconoscere le lavoratrici sessuali come tali; così come la promozione di riforme contro il secolarismo motivate dalla prevalenza di musulmani nel Paese, a oggi circa il 91% della popolazione. Raccoglie solo sei seggi il National Citizen Party, espressione di frange del movimento studentesco che destituì Hasina. > A Tarique Rahman il compito di ristabilire la fiducia nelle istituzioni, di > rispondere alle richieste avanzate dalle componenti Gen-Z durante la > rivoluzione dei monsoni di rompere con uno Stato visto solo come entità > corrotta. Difficoltà accentuata dal peso dell’eredità familiare dei governi presieduti da sua madre Khaleda Zia – giudicati dalla popolazione come fortemente corrotti –, debolezza della sua leadership, e corruzione dei membri del suo partito. Uno studio del Transparency International Bangladesh ha segnalato il coinvolgimento di militanti del BNP nel 91% degli episodi di violenza registrati dal 5 agosto 2024. Vengono in soccorso di Rahman la bassa età mediana della popolazione del Bangladesh – 26,3 anni –, ovvero del 42% dell’elettorato, e la sua lunga lontananza dalla scena pubblica. Quanto al programma politico, poca roba fuori dai proclami di far crescere economia e finirla con la stagione della corruzione nelle istituzioni. LE GRANDI SFIDE DEL NUOVO GOVERNO È la politica estera a essere in cima alle questioni da dirimere per Rahman, che si trova a governare il Bangladesh nel mezzo della guerra commerciale tra USA e Cina e con i confinanti Myanmar e India. USA e Cina si sono fatti sentire appena prima delle elezioni corteggiando l’esecutivo con proposte di partnership economico-commerciale, per comprendere la politica internazionale del governo ci sarà da aspettare le sue prime mosse e più in generale il volere del Parlamento bicamerale, istituito dal referendum, che si formerà entro sei mesi. > Più tese le relazioni con i due vicini. Col Myanmar attanagliato da una lunga > guerra civile, è tutt’ora insoluta la questione dei profughi Royinghya > cacciati dai confini di tutti i Paesi dell’area e condannati a un’esistenza > tra campi profughi e centri d’espulsione governativi. In bilico i finanziamenti arrivati dagli USA in questi anni per gli 1,2 milioni di profughi in Bangladesh, che sono i maggiori assistiti delle missioni umanitarie – l’ultimo pacchetto di aiuti ammonta a due miliardi di dollari. In via di distensione i rapporti con l’India incrinatisi dopo la fuga di Shiekh Hasina a New Delhi durante la rivoluzione dei monsoni. Il rifiuto di riconoscere il governo transitorio di Yunus, unito alla narrazione hindu-nazionalista e dei media su presunti linciaggi contro comunità hindu in Bangladesh, ha portato le relazioni tra i due Paesi ai minimi storici. Violenza accompagnata dalla stretta ai confini da parte dell’anti-immigrazione indiana che ha irrigidito i controlli alla frontiera negli ultimi anni, culminata in alcuni casi anche con umiliazioni e attacchi sommari a migranti al confine; e dalla campagna di espulsioni sommarie dall’India di persone di etnia bengalese, in cui sono inclusi anche cittadini indiani del Bengala occidentale – parte del Bengala sotto il governo di Delhi dalla partizione del 1947. Le congratulazioni di Modi a Rahman per la vittoria elettorale e, soprattutto, la sconfitta del partito islamista Jamaat-e-Islami rassicurano sulla ripresa dei rapporti diplomatici. Accanto alla politica internazionale, le questioni economiche e dell’occupazione, entrambe questioni alla base dell’emigrazione massiccia dal paese. Il BNP ha inserito nel suo programma un ambizioso progetto per l’incentivo per il ‘Make in Bangladesh’ in cui sono centrali la diversificazione produttiva nel settore manifatturiero – ora fortemente dipendente dal settore tessile –, e le proposte per l’istituzione di hub regionale per incentivare l’e-commerce e proposte per l’introduzione di sistemi di pagamenti internazionali. > L’intento è quello di invertire la rotta della jobless growth (crescita senza > occupazione) che vede disallinearsi crescita del PIL – a ritmi superiori del > 6,5% annuo dal 2010 al 2023 – e occupazione – cresciuta del solo 2,2% nello > stesso periodo. Un quadro socio-economico aggravato da inflazione e calo dei > salari reali, che incidono fortemente sull’aumento della povertà reale > registrata al 27,9% nel 2025, di cui il 9.35% in condizioni di povertà > estrema. Tutte ragioni alla base dell’emigrazione massiccia. Secondo le stime > delle Nazioni Unite, sono 8,7 milioni le persone migranti fuoriuscite dal > Bangladesh nel 2024 e le loro rimesse – oltre 30 miliardi di dollari nel 2025 > – restano fondamentali per la tenuta contabile del Paese. La composizione settoriale del PIL restituisce solo parzialmente i problemi economici del Paese: se è pur vero che il settore manifatturiero pesi per il solo 37,65% sulla composizione del PIL, l’industria del tessile costituisce da sola l’84,5% dei ricavi totali da esportazione. Il piano ‘Make in Bangladesh’ della coalizione del BNP si incentra su attrazione di investimenti esteri nei settori ad alto valore aggiunto e incentivi alla formazione di piccole-medie industrie. Nel set di proposte sono presenti anche programmi per la spesa sociale, con aiuti economici alle fasce più povere e pasti gratuiti per studenti. Importante la previsione di aumentare gradualmente la spesa sociale al 5% del PIL e l’assunzione di 100mila sanitari nel Paese per i programmi di prevenzione sanitaria, e gli investimenti in infrastrutture e scuola. Tutte proposte del programma elettorale che dovranno passare al vaglio del governo appena eletto. Molti i dubbi sulle politiche ambientali ed energetiche del Paese, attanagliato dall’inquinamento di acque e suolo dovuti al settore tessile. Impossibile non parlare in questo caso delle controversie tra Stato del Bangladesh e l’azienda indiana Adani, fornitrice del 10% d’energia al Paese, rea di aver venduto energia elettrica a prezzo maggiorato. Lo scorso anno, l’azienda dell’industriale Adani vicina al governo indiano ha intimato al Bangladesh il pagamento di 900 miliardi di dollari di debiti per l’energia fornita e non pagata, pena l’interruzione delle forniture energetiche. La questione si è risolta con l’avvio del pagamento a rate del debito. Resta la dipendenza energetica dall’azienda, che sta continuando la sua politica di aumento dei prezzi dell’energia al Bangladesh, della dipendenza da fornitori esteri e combustibili fossili – in particolare da energia a carbone, questioni dirimenti dato l’aumento della richiesta di energia elettrica e le discontinuità nella rete. Stando ai dati dell’agenzia internazionale dell’energia, il paese dipende per l’8,1% da fonti energetiche a carbone, per il 15,9% da termovalorizzatori e biocombustibili, e per il 26,5% da petrolio; il grosso dell’energia prodotta – oltre il 45% — deriva da gas naturali, la cui produzione interna è aumentata negli ultimi vent’anni grazie alla scoperta di nuovi giacimenti. Affacciato sul golfo del Bengala e attraversato dalla parte finale del Brahmaputra, il Bangladesh è parte dell’intricata questione diplomatica con al centro la questione idrica, giocata a colpi di deviazione di corsi d’acqua, costruzione di centrali idroelettriche e conseguente inquinamento. Nel quadro di quella che è una tensione diplomatica regionale, incrinatasi con l’annuncio della costruzione della centrale idroelettrica più grande al mondo sullo Yarlung Tsangpo – fiume il cui corso cambia nome in Brahmaputra una volta entrato in India – da parte cinese e le tensioni diplomatiche tra India e Pakistan che hanno portato allo stralcio degli accordi sulle acque dei fiumi Indo, Chenab e Ravi, i Paesi dell’area giocano una partita in cui l’acqua è di fatto usata come arma di deterrenza. Sono 54 i fiumi che partono dall’India e sfociano in Bangladesh, e due di questi, i fiumi Teesta e Padma, sono oggetto di controversie a causa dei progetti di nuove centrali idroelettriche nella parte indiana del proprio corso. Questioni più che rilevanti, su cui grava altrettanto pesantemente l’inquinamento delle acque che sgorgano dalla catena montuosa dell’Himalaya. E ADESSO? Chiusa la fase di transizione, il Paese si avvia ad una nuova stagione segnata da vecchi e nuovi antagonismi. Se è pur vero che la stagione autoritaria di Shiekh Hasina è alle spalle, capi bastioni locali restano saldi nei propri distretti ed il consenso alla ex-premier non espresso alle urne non è trascurabile. Una delle prime rivoluzioni Gen-Z della nostra epoca, con i suoi oltre 1.400 martiri, si avvia alla sua fase di trasformazione ed istituzionalizzazione. La copertina ritrae Tarique Rahman (a sinistra) e Mohamed Yunus (a destra). Da wikicommon SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Elezioni in Bangladesh e prospettive immediate proviene da DINAMOpress.
February 16, 2026
DINAMOpress
Bangladesh: nuovo rapporto sugli abiti “green”
Campagna Abiti Puliti. Il 19 febbraio si terrà il webinar di presentazione del nuovo report. Per partecipare bisogna registrarsi. Quali sono le condizioni di lavoro nelle aziende di abbigliamento certificate LEED in Bangladesh? Fabbriche verdi, lavoro grigio. Percorsi nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh tra certificazioni ambientali (LEED) e transizione giusta è il nuovo report realizzato da FAIR, organizzazione che coordina la Campagna Abiti
February 16, 2026
La Bottega del Barbieri
Milano-Cortina: sport, petrolio, greenwashing
Articoli di Claudia Vago, Gianluca Cicinelli e Giovanni Caprio. Con molti link utili ripresi… dalla “bottega”. Milano Cortina 2026, i Giochi italiani “sostenibili”… ma ciò che si vende è “made in Bangladesh” (senza veri controlli). E quasi nessuno dice che la sostenibilità diventa marketing se ignora filiere, subappalti e diritti di chi produce il merchandising. di Claudia Vago (*) Foto:
February 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Nuova indagine della Campagna Abiti Puliti sulle aziende di abbigliamento del Bangladesh
Fabbriche verdi, lavoro grigio. Percorsi nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh tra certificazioni ambientali (LEED) e transizione giusta. È il nuovo report realizzato da FAIR, organizzazione che coordina la Campagna Abiti Puliti (CAP), sezione italiana della Clean Clothes Campaign (CCC) che opera a livello internazionale per portare alla luce e cercare di risolvere i casi di violazione dei diritti umani nei Paesi di produzione tessile. La nuova indagine – i cui dati sono stati raccolti tra ottobre 2024 e maggio 2025 – nasce dalla collaborazione con il Bangladesh Centre for Worker Solidarity per valutare l’industria dell’abbigliamento in Bangladesh, dove si riforniscono diversi brand di moda che popolano le vetrine delle nostre città. Tra questi ci sono marchi come Benetton, Bestseller, Decathlon, Fruit of the Loom, GAP, H&M, Hugo Boss, Kiabi, M&S, NEXT, OVS, Zara e Wrangler. L’obiettivo del rapporto è promuovere, allo stesso tempo, la tutela dell’ambiente, la protezione dei lavoratori e delle lavoratrici e un’occupazione di qualità: elementi fondanti della transizione giusta (Just transition). Dopo una fotografia qualitativa della realtà, il report di FAIR propone infatti una serie di raccomandazioni utili per raggiungere la transizione giusta. Tra queste, l’invito a tutte le aziende operanti in Bangladesh che non l’hanno ancora fatto, a firmare l’Accordo internazionale per la salute e la sicurezza nell’industria tessile e dell’abbigliamento (Decathlon, Fruit of the Loom, Gap, Kiabi e Wrangler), un meccanismo vincolante sottoscritto all’indomani del crollo del Rana Plaza. I marchi già coinvolti nel programma sono, inoltre, chiamati a utilizzare la propria influenza per includere i rischi legati allo stress da calore e altri pericoli climatici nelle ispezioni e nelle misure correttive vincolanti per i propri fornitori, garantendo allo stesso tempo prezzi equi e pratiche commerciali corrette. Ai brand, ai fornitori e al governo del Bangladesh si chiede di assicurare, attraverso una contrattazione efficace e normative vincolanti, l’adozione di misure contro tutte le forme di violenza e molestie di genere (Gender-Based Violence and Harassment – GBVH) nelle fabbriche, e ad assicurare che le lavoratrici e i lavoratori possano formare e aderire liberamente ai sindacati di propria scelta senza timore di ritorsioni. È fondamentale riconoscere un salario dignitoso, da considerare anche una misura primaria di adattamento, che consentirebbe ai lavoratori di scegliere abitazioni più sicure, un’alimentazione sana e di investire in sistemi di ventilazione, isolamento o raffrescamento per affrontare la crisi climatica. Dagli anni ‘80, il Bangladesh è uno dei principali attori nell’industria globale dell’abbigliamento; nel 2010 è diventato il secondo esportatore mondiale di abbigliamento (dopo la Cina) con un valore delle esportazioni di circa 12 miliardi di dollari, aumentati a oltre 34 miliardi nel 2019. Una situazione dovuta alle agevolazioni fiscali, agli incentivi alle esportazioni, a una forza lavoro a basso costo. È da questo contesto che nasce la cosiddetta fast fashion. Oggi il settore tessile conta 4 milioni di lavoratori, la cui stragrande maggioranza sono donne, che lavorano nelle quattromila fabbriche del Paese. Di queste, sono 248 le fabbriche bangladesi che hanno ottenuto la certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design), un fiore all’occhiello dal punto di vista della sostenibilità ecologica degli edifici e di riduzione dei consumi energetici, che ha permesso a molti marchi di migliorare la propria reputazione. Il Bangladesh è addirittura leader mondiale nel numero di fabbriche certificate con questo standard. Ma non basta: la certificazione LEED qualifica come “green” fabbriche che non garantiscono in parallelo condizioni di lavoro dignitose, con salari adeguati e presenza di sindacati, elementi che sono invece essenziali per definire un’azienda che tutela i suoi lavoratori e lavoratrici. L’indagine ha analizzato in particolare 8 di queste fabbriche, dove è del tutto assente la rappresentanza sindacale e dove si registra un divario di ben il 70% tra il salario percepito e quello considerato il minimo dignitoso. Molte le testimonianze raccolte da lavoratori e lavoratrici che non sono messi nella condizione di vivere una vita dignitosa. Dalle interviste alle lavoratrici emergono descrizioni di ambienti che esternamente sono “fabbriche verdi”, con luci moderne e pannelli solari sui tetti, ma che internamente racchiudono “lavoro grigio” con ritmi di lavoro estenuanti, stress da calore, violenza di genere, salari poveri e un clima di paura che scoraggia ogni denuncia per timore di ritorsioni. Tra le testimonianze si legge quella Fatima: «L’ambiente è bello da vedere dall’esterno. All’interno, le politiche non vengono seguite correttamente. Le procedure e le regole di lavoro sembrano buone dall’esterno, ma non vengono seguite nella pratica. Questa fabbrica è “verde” solo di nome». Prosegue Shima: «Se si guarda la fabbrica dall’esterno, è bella, sembra un giardino. Ma a che serve se non possiamo lavorare in pace? Abbiamo segnalato più volte il problema del calore estremo ai nostri supervisori, ma non è cambiato nulla. Abbiamo anche chiesto delle tende, se non altro per ripararci dalla luce diretta del sole, ma senza alcun risultato». Allo stesso modo, Reshma ricorda l’esperienza collettiva nella fabbrica con queste parole: «Tutti i lavoratori hanno affermato con grande convinzione che questo [luogo di lavoro polveroso] era la loro principale preoccupazione in materia di salute e ambiente. L’edificio è climatizzato e l’aria condizionata è sempre accesa. Ma non ci sono abbastanza ventilatori o aspiratori per eliminare la polvere, con il risultato che ci ammaliamo molto spesso. I lavoratori tossiscono o starnutiscono continuamente e noi lo abbiamo fatto notare. Negli ultimi sei anni abbiamo presentato diverse lamentele alla direzione ma non è stata intrapresa alcuna azione, se non quella di chiederci di indossare delle mascherine. Ma la quantità di polvere è così esagerata che le mascherine non riescono a proteggerci». Su questo gravoso problema, interviene Kalpona Akter, presidente del sindacato Bangladesh Garment & Industrial Workers Federation, premiata dal governo per il suo instancabile impegno a favore dei diritti delle lavoratrici tessili: «Il Bangladesh è uno dei Paesi più vulnerabili al mondo in fatto di clima: l’aumento delle temperature, le inondazioni e l’aumento del livello del mare minacciano sia le infrastrutture che la salute dei lavoratori. Ci aspettiamo che i firmatari dell’Accordo Internazionale includano nel programma di ispezione i rischi climatici, entro il prossimo 24 aprile 2026, data in cui ricorre l’anniversario del Rana Plaza». Tredici anni fa, in questa data, a Dacca (capitale del Bangladesh) crollò l’edificio Rana Plaza che causò migliaia di morti e feriti: una tragedia che mise in luce la negligenza nei confronti della sicurezza delle lavoratrici e la logica di sfruttamento alla base della fast fashion. L’Accordo Internazionale che Campagna Abiti Puliti chiede alle aziende di sostenere e implementare è solo un primo passo per raggiungere una industria della moda davvero compatibile con i limiti del Pianeta, come spiega Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti: «Le politiche green, calate dall’alto senza il coinvolgimento della classe lavoratrice nelle varie fasi della transizione, non sono né sufficienti né efficaci per raggiungere un’industria della moda pulita, equa e democratica entro i limiti planetari. Per farlo è necessario un cambiamento strutturale e sistemico a livello nazionale e internazionale». Per consultare e scaricare il report completo, cliccare sul link e inserire la mail: www.abitipuliti.org/moda-in-bangladesh-nuovo-report-su-fabbriche-verdi-e-lavoro-grigio Redazione Italia
February 11, 2026
Pressenza
Status di rifugiato al richiedente bengalese in quanto vittima di tratta per sfruttamento lavorativo
Il Tribunale di Venezia riconosce lo status di rifugiato ad un cittadino bengalese vittima di tratta per sfruttamento lavorativo. Da anni con associazioni ed enti anti tratta si cerca di far emergere tutti gli indicatori di tratta per numerosi cittadini bengalesi che transitano o per Dubai – Libia o per la Romania. Finalmente dopo tanti rigetti, grazie anche ad un’attenta Giudice istruttrice e ad un richiedente che ha saputo con fiducia raccontare i dettagli, si è riusciti a riconoscere questa fattispecie. Sono stati ritenuti rilevanti in particolare le dinamiche di espatrio dal Bangladesh, le modalità di reclutamento e le condizioni una volta arrivato in Libia, le modalità di pagamento dei riscatti e poi le COI relative alle agenzie di intermediazione bengalese. Tribunale di Venezia, decreto del 11 dicembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Giovanni Barbariol per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e del Bangladesh * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
La festa di Sankranti porta il Bangladesh a Ravenna
Per la prima volta la comunità bengalese di Ravenna celebra pubblicamente il proprio Capodanno tradizionale. Un evento che segna la crescita e il radicamento di una presenza silenziosa ma in costante aumento. Via Capodistria, quartiere periferico di Ravenna. Sabato 17 gennaio la comunità bengalese della città ha celebrato per la prima volta Sankranti, la tradizionale festa invernale che in Bangladesh segna il passaggio del sole dalla costellazione del Sagittario a quella del Capricorno, una sorta di Capodanno che coincide con l’inizio della stagione del raccolto. La data ufficiale sarebbe il 14 gennaio, ma a Ravenna hanno scelto il sabato successivo: una scelta pragmatica che dice molto sulla natura di questa comunità, profondamente inserita nei ritmi lavorativi della città. L’organizzazione è stata curata dall’associazione Dhaka, realtà attiva nel campo della mediazione culturale e dei laboratori doposcuola per i ragazzi bengalesi. Alla festa hanno partecipato il Comune di Ravenna e diverse associazioni interculturali del territorio. Una rete di collaborazioni che dice molto sul livello di integrazione raggiunto. Una comunità in crescita silenziosa I numeri raccontano una storia che spesso sfugge alla cronaca. Al 1° gennaio 2025, i cittadini bengalesi residenti in provincia di Ravenna erano 1.011, di cui 530 nella sola città capoluogo. Nel 2020 erano 682 in tutta la provincia, 388 a Ravenna città. In cinque anni la comunità è cresciuta del 48%, una crescita costante alimentata dai ricongiungimenti familiari e dall’arrivo di giovani in cerca di opportunità lavorative. La comunità bengalese rappresenta oggi il 2,1% degli stranieri residenti in provincia. Non è la prima – quella posizione spetta ai rumeni, seguiti da albanesi e nigeriani – ma è in espansione. Dopo Ravenna, le concentrazioni più significative si trovano a Cervia (231 residenti), Faenza (72) e Lugo (46). A livello regionale, l’Emilia-Romagna conta 14.288 bengalesi. Ravenna è in una posizione intermedia rispetto ai grandi poli: Roma con oltre 32.000 residenti, Milano con più di 10.000, Venezia con circa 8.000, Bologna con 5.000. Non è un grande polo, ma nemmeno una presenza trascurabile. Il lavoro prima di tutto Che la festa sia stata spostata al sabato dice molto sulla natura di questa comunità. I bengalesi di Ravenna lavorano e lavorano molto. Li troviamo nei ristoranti, nei bar, nei minimarket aperti fino a tarda sera, nei servizi. Sono quella presenza silenziosa ma costante che tiene in piedi pezzi importanti dell’economia cittadina. A livello nazionale, più della metà dei lavoratori bengalesi – il 58% – è inserita nel settore del commercio e della ristorazione, contro il 24% degli altri lavoratori non comunitari. Sono percentuali che si riflettono anche a Ravenna: negozi gestiti da bengalesi, ristoranti con turni lunghi, bar aperti quando tutto il resto è chiuso. Celebrare Sankranti di mercoledì 14 gennaio sarebbe stato impossibile per molti per impegni lavorativi. Il sabato offre almeno qualche ora di respiro, un margine per ritrovarsi senza sacrificare il lavoro che consente di mandare avanti le famiglie. Secondo la Banca d’Italia, il Bangladesh è il primo Paese beneficiario delle rimesse dall’Italia, ricevendo il 19,2% dei flussi in uscita. Una cifra enorme, che mostra quanto sia forte il legame con il Paese d’origine e quanto sia pesante la responsabilità di mantenere la famiglia qui e sostenere quella rimasta là. La scelta del sabato è anche una dichiarazione: siamo qui per lavorare, ci guadagniamo da vivere con fatica, ma vogliamo anche celebrare chi siamo. Vogliamo che i nostri figli sappiano che Sankranti esiste, che la nostra identità non si esaurisce dietro il bancone del minimarket. Il senso di una festa Sankranti è una delle feste più antiche del subcontinente indiano. Celebrata il 14 gennaio, come già detto segna il momento in cui il sole lascia il Sagittario ed entra nel Capricorno. È una festa legata ai cicli della natura, al raccolto, alla fertilità della terra. In Bangladesh assume il nome di Poush Sankranti o Sakrain. È una festa dedicata a Surya, signore dell’energia e della luce. Le famiglie si riuniscono, preparano dolci tradizionali, fanno volare aquiloni colorati, si scambiano doni e benedizioni. Per una comunità migrante, celebrarla significa mantenere vivo il legame con la terra d’origine, trasmettere alle nuove generazioni il senso di appartenenza a una cultura millenaria. Che questa festa sia stata celebrata per la prima volta pubblicamente a Ravenna ha un significato preciso: la comunità bengalese ha deciso di uscire dall’invisibilità. Non è più una presenza silenziosa, confinata nei luoghi di lavoro. È una comunità che rivendica il diritto di celebrare pubblicamente le proprie tradizioni, che vuole contribuire alla vita culturale della città. L’associazione Dhaka: mediazione e futuro L’associazione Dhaka rappresenta uno di quei nodi essenziali che tengono insieme una comunità migrante. La mediazione culturale è il primo campo d’azione: aiutare i connazionali a orientarsi nella burocrazia italiana, nelle scuole, nei servizi sanitari, nel mercato del lavoro. I laboratori doposcuola sono l’altra attività fondamentale. I ragazzi di seconda generazione, nati in Italia o arrivati da piccoli, vivono in una condizione di bilinguismo e biculturalismo. Il doposcuola è lo spazio dove possono rafforzare la lingua italiana, ma anche mantenere vivo il bengalese, imparare a leggere e scrivere nella lingua dei genitori, conoscere la storia e la cultura del Bangladesh. La comunità bengalese in Italia è caratterizzata da una forte prevalenza maschile – circa il 70% – e da un’età media molto giovane, attorno ai 30 anni. Sono uomini che arrivano per lavorare, poi arrivano le mogli e i figli attraverso i ricongiungimenti familiari. I bambini crescono tra due culture, parlano italiano a scuola e bengalese a casa. L’associazione Dhaka lavora su questo tessuto fragile e vitale, cercando di creare spazi di incontro, di supporto, di elaborazione collettiva. La festa di Sankranti è il momento in cui tutto questo diventa visibile, in cui la comunità si mostra alla città. Il Bangladesh e Ravenna: non solo migranti Il Bangladesh a Ravenna non è solo immigrazione. Esiste anche una dimensione commerciale. Nel 2021 il Terminal Container Ravenna ha inaugurato una linea navale diretta con Chattogram, il principale porto del Bangladesh. È l’unica linea diretta in Italia, un collegamento strategico che colloca Ravenna come gateway privilegiato per gli scambi tra il Bangladesh e l’Europa. La scelta di Ravenna non è casuale: il porto ha una posizione baricentrica per le aziende del nord Italia, un efficiente sistema di retroporto e ottimi collegamenti ferroviari verso Germania, Svizzera, Austria e Benelux. La linea diretta riduce i tempi di transito a 18-20 giorni, circa la metà rispetto alle rotte tradizionali. Un vantaggio enorme per le industrie del tessile e dell’abbigliamento, settori nei quali il Bangladesh è tra i principali produttori mondiali. Questa connessione commerciale non ha un rapporto diretto con la crescita della comunità bengalese residente – le dinamiche migratorie rispondono ad altre logiche – ma crea un contesto in cui il Bangladesh è presente a Ravenna non solo attraverso le persone, ma anche attraverso le merci e gli scambi economici. È una presenza multidimensionale. Una festa che parla al futuro La festa di Sankranti a Ravenna è un evento piccolo: poche centinaia di persone riunite in via Capodistria in un sabato pomeriggio per celebrare una ricorrenza che la maggior parte dei ravennati ignora, ma è un evento denso di futuro. Dice che una comunità esiste, cresce, si radica. Dice che Ravenna è una città sempre più plurale. Dice che l’integrazione non è cancellazione, ma capacità di mantenere vive le proprie tradizioni mentre si costruisce una vita nuova. E dice anche che questa integrazione si costruisce nei margini, negli spazi ritagliati tra un turno e l’altro, nel sabato scelto al posto del mercoledì perché quel giorno si lavora. È un’integrazione laboriosa, nel senso più letterale del termine. La presenza del Comune, della Casa delle Culture e delle associazioni mostra che esiste uno spazio pubblico dove questa pluralità può esprimersi. Non è scontato. È il frutto di un lavoro paziente, di mediazioni, di costruzione di fiducia reciproca. I 1.011 bengalesi di Ravenna sono mille persone che vivono, lavorano, crescono figli, pagano tasse, frequentano scuole, aprono negozi, pregano nelle moschee, celebrano le loro feste. Sono parte del tessuto sociale della città, anche quando restano invisibili. La festa di Sankranti è un modo per dire: guardate, siamo qui. E il fatto che la città abbia risposto, partecipando, sostenendo, riconoscendo, è forse il segnale più importante di tutti.   Tahar Lamri
January 18, 2026
Pressenza
In Bangladesh riesplode la rivolta della Generazione Z. Assaltate le sedi dei quotidiani
Migliaia di persone sono scese in piazza in Bangladesh, dopo l’annuncio della morte di Sharif Osman Hadi, trentaduenne leader giovanile della cosiddetta “Generazione Z“, ferito gravemente in un attentato a Dhaka e deceduto giovedì in un ospedale di Singapore, dove era stato trasferito per le cure. La notizia della sua morte ha riacceso le proteste e ha scatenato la violenza nella capitale e in altre città, con centinaia di manifestanti che hanno preso d’assalto le sedi dei principali quotidiani del Paese, Prothom Alo e The Daily Star, considerate espressione di interessi politici contrari alla causa rivendicata dai dimostranti. La polizia e le truppe paramilitari sono intervenute per cercare di ristabilire l’ordine. La morte di Hadi, noto come il “combattente di luglio”, ha agito da detonatore in un contesto politico già instabile. Hadi non era un attivista qualunque: portavoce della piattaforma Inquilab Moncho, o Piattaforma per la Rivoluzione, una realtà politica e culturale emersa dal movimento studentesco che l’anno scorso aveva contribuito alla caduta dell’ex primo ministro Sheikh Hasina, era divenuto la figura di riferimento per la mobilitazione giovanile e la richiesta di riforme democratiche. Il 4 agosto 2024, una violenta repressione lasciò circa 100 morti e scatenò una ondata di rabbia che costrinse Hasina a dimettersi e fuggire dal Paese il 5 agosto, ponendo fine alla sua lunga permanenza al potere e segnando una svolta nella politica del Bangladesh. Sotto l’Anti-Terrorism Act, la Commissione elettorale ha sospeso la registrazione del suo partito, la Awami League, impedendogli di partecipare alle elezioni del 2026. Il 12 dicembre, il giorno dopo l’annuncio del calendario delle elezioni nazionali che si terranno il 12 febbraio, Hadi è stato ferito con un colpo di pistola alla testa sulla Box Culvert Road a Purana Paltan, a Dhaka. Gli investigatori hanno identificato come autore dell’omicidio un membro della Chhatra League, Lega studentesca del Bangladesh Awami League, cioè l’organizzazione giovanile e universitaria del partito ora fuorilegge. Secondo alcune fonti, il sospettato sarebbe fuggito in India. Molti dei manifestanti interpretano l’uccisione di Hadi come un atto deliberato per fermare il suo crescente sostegno popolare, e la sua figura è stata rapidamente trasformata in un simbolo di resistenza. La mobilitazione, iniziata come espressione di lutto e richiesta di giustizia, si è rapidamente radicalizzata nella notte, assumendo caratteristiche di una vera e propria rivolta urbana con slogan, blocchi stradali e attacchi vandalici. A Dhaka e in città come Chittagong, gruppi di dimostranti hanno assaltato non solo le maggiori testate giornalistiche, ma anche uffici politici e istituzioni collegate all’ex regime. Le sedi degli influenti quotidiani Prothom Alo e Daily Star, storicamente centrali nell’informazione nazionale, sono finite nel mirino perché accusate dai manifestanti di essere vicini all’India – che ha offerto ospitalità all’ex premier Hasina – e ostili alla causa della rivoluzione studentesca. Le redazioni sono state vandalizzate e date alle fiamme, con i giornalisti chiusi nelle redazioni, costretti a chiedere aiuto mentre il fumo avvolgeva gli edifici. Il primo ministro ad interim, il Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus, ha condannato le rivolte e sta cercando di contenere l’escalation. In un discorso alla nazione, il premier ha definito la morte di Hadi come «una perdita irreparabile per la nazione», ha dichiarato una giornata nazionale di lutto e ha invitato la popolazione a resistere alla violenza di massa attribuendo gli atti più estremi a «pochi elementi marginali» che cercano di sabotare il processo democratico. L’esecutivo ha promesso un’indagine trasparente sull’omicidio e ha fatto appello alla calma, mentre accusa forze esterne e interne di tentare di sfruttare il momento di debolezza per destabilizzare ulteriormente il Paese alla vigilia delle elezioni. Intanto, la salma di Hadi è tornata in Bangladesh per i funerali che si terranno sabato pomeriggio. Il clima resta teso: nelle strade si alternano cortei pacifici e scontri con la polizia, mentre la retorica anti-India fra i manifestanti rischia di complicare i già fragili rapporti diplomatici nella regione. Con le elezioni di febbraio all’orizzonte, il Bangladesh si trova a un bivio: la capacità delle autorità di mediare e garantire un clima di partecipazione pacifica potrebbe definire non solo l’esito elettorale, ma la direzione futura di una nazione dove il desiderio di cambiamento democratico convive con il rischio di nuovi cicli di violenza.   L'Indipendente
December 20, 2025
Pressenza