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Camminare come atto politico e sociale
Camminare è un gesto semplice. Proprio per questo, quando diventa un gesto collettivo e simbolico, può trasformarsi in un atto politico. Non “politico” nel senso di appartenenza o propaganda, ma nel senso più puro di ciò che riguarda la polis, ovvero la comunità dei cittadini e il governo della cosa comune. Ci sono momenti in cui camminare è un’abitudine privata, e ci sono momenti in cui lo stesso gesto cambia natura. Succede quando una marcia entra in uno spazio che normalmente esclude, quando attraversa un confine che qualcuno ha reso invalicabile, quando “stare lì” diventa una dichiarazione. Una marcia può mettere in discussione un ordine delle cose senza rompere nulla: basta rendere visibile ciò che di solito resta nascosto. LA FORZA DELLA RELAZIONE C’è un elemento decisivo: una marcia produce incontri. Non solo tra chi è già d’accordo con gli obiettivi della manifestazione, ma anche tra persone che nella vita quotidiana difficilmente si parlerebbero. Il ritmo rallenta, le distanze sociali si accorciano, diventa naturale scambiare due parole con chi cammina accanto o con chi vede passare il gruppo. Lungo un cammino collettivo contano anche gli incontri casuali: chi esce di casa per chiedere “perché lo fate?”, chi offre acqua, chi si unisce per un tratto. In questo senso una marcia è anche un’opportunità di relazione: crea ascolto e costruisce ponti tra mondi che normalmente restano separati. TRE MODI IN CUI IL CAMMINARE DIVENTA POLITICO Questa storia ha molti volti, ma tre ricorrono spesso. A volte il cammino collettivo nasce per rivendicare un diritto di accesso: sentieri, campagne recintate, luoghi sottratti all’uso comune. A volte diventa linguaggio della dignità sociale: quando non hai voce, ti metti in strada e ti rendi visibile. In altri casi funziona come strumento della nonviolenza: un’azione chiara, che non richiede mezzi particolari e per questo può essere ripetuta e allargata. PERCHÉ ALCUNE MARCE LASCIANO IL SEGNO Le marce che lasciano conseguenze concrete di solito producono più effetti insieme. Attraversano lo spazio pubblico, quindi rendono visibile un problema. Costruiscono un “noi”, fatto di ritmo condiviso e cura reciproca. Stimolano chi guarda – cittadini, media, istituzioni – a prendere posizione, perché una marcia è difficile da ignorare. Non è un post, non è un video: è presenza. COSA CI RACCONTEREMO NEI PROSSIMI ARTICOLI Nei prossimi articoli seguiremo alcune tappe decisive: marce nate per aprire l’accesso alla campagna; marce di lavoratori e disoccupati che hanno trasformato la fatica in un messaggio pubblico; grandi marce nonviolente che hanno spostato leggi e coscienze; percorsi italiani come la Perugia–Assisi; fino alle pratiche più recenti, dalle marce per il clima al camminare urbano come critica di una città costruita solo per chi consuma o corre. Cercheremo di capire cosa resta dopo. Perché alcune marce si esauriscono in un giorno e altre hanno conseguenza concrete su leggi, accordi, infrastrutture, abitudini e alleanze. I cambiamenti nelle comunità, nelle leggi che le governano, nelle relazioni, possono nascere anche dal basso, come il risultato di scelte, conflitti, accordi e cura. Spesso tutto comincia in modo semplice: qualcuno decide di mettersi in cammino, e altri scelgono di camminargli accanto. Il programma degli articoli Indice 1. Coxey’s Army (1894) e Bonus Army (1932) — Quando gli esclusi marciano verso la capitale 2. La Marcia del Sale (1930) — Il prototipo della marcia come leva politica 3. Kinder scout (1932) – Il diritto di attraversare la campagna privata 4. Jarrow (1936) — La marcia come voce del lavoro che scompare 5. Selma–Montgomery (1965) — Camminare per rendere visibile un diritto negato 6. Great Peace March (1986) — Attraversare un intero Paese per tenere aperto un tema 7. Da Roma a Parigi per la COP21 (2015) — Una marcia per la giustizia climatica 8. La “Marcia della fame” (Val Fortore, 1957) — Povertà, lavoro e dignità messi in cammino 9. Perugia–Assisi (1961) — La marcia come infrastruttura civile della pace 10. GeMiTo (2010) — In cammino tra paesaggi ed economie, alla ricerca delle eccellenze sostenibili 11. Repubblica Nomade (dal 2011) — Il cammino come laboratorio culturale e politico itinerante 12. Lunga Marcia per L’Aquila (2012) — Camminare come solidarietà e pressione sulla ricostruzione 13. Cammino nelle Terre Mutate (2012–2017) — Quando un cammino-evento diventa un cammino permanente 14. Local March for Gaza (2025) — La marcia di solidarietà per il popolo palestinese di Alberto Conte articolo originale: https://www.movimentolento.it/camminare-come-atto-politico-e-sociale/   Redazione Piemonte Orientale
February 16, 2026
Pressenza
La militarizzazione delle scuole e delle università per Salvatore Cingari
Non è vero che il fascismo non può tornare. Il fascismo è già tornato e se finora non ha dispiegato la cupa violenza di un tempo è perché non ha avuto bisogno di schiacciare un antagonista sociale. Negli Stati Uniti, in verità, le milizie anti-immigrati hanno già il manganello omicida sporco di sangue e l’esercito USA ha spezzato le reni al Venezuela. Cosa è successo al neoliberismo? Il neoliberismo è morto se va inteso come costituzione economica del mondo (Slobodian), ma è ben vivo se pensato come colonizzazione mercatistica della società e della vita. Anzi esso trova nel neo-populismo di destra la nuova condizione per alimentarsi: scioglie infatti la contraddizione con la democrazia imponendo alla sovranità popolare, alla discussione e al conflitto i tempi veloci e privati della decisione aziendalistica. In Italia questo vento ha iniziato a spirare assorbendo nel neo-conservatorismo la stessa cultura democratica con il collante del riarmo, che ha saldato liberal-progressismo e postfascismo. Con esso tramonta la speranza, coltivata durante la pandemia, di un nuovo new deal basato sui diritti sociali e la cura: se si vogliono tutelare scuole e ospedali – recita l’odierno Grande Fratello – bisogna necessariamente metterle in sicurezza dai missili russi oggi e cinesi domani. Siamo nel pieno di quella che Guy Debord chiamava la falsificazione del mondo prodotta dallo spettacolare integrato, il sistema in cui, cioè, alla violenza classica esercitata attraverso i servizi segreti e le forze armate, si aggiunge la coercizione delle immagini mercificate e menzognere. Con la guerra alle porte, inizia a morire la verità e con essa la libertà. Il fascismo è iniziato nel 1915 e nelle trincee ha preso forma l’universo concentrazionario dei lager nazisti. Allo stesso modo la mentalità di guerra favorisce una strategia della tensione permanente. Se la paura della criminalità associata ai migranti clandestini ha reso inutili nuove stragi di stato (è dal Novanta del ‘900 che non scoppiano più bombe no?), il regime di guerra promette di chiudere definitivamente la partita della democrazia. In questo ambito, la scuola e l’Università stanno vivendo un assedio che promette di svuotarle del loro ruolo repubblicano, assoggettandole al potere del governo, come avviene ad esempio in Ungheria. Nelle scorse settimane il garante per l’infanzia e l’adolescenza (nominato dai presidenti di camera e senato) ha somministrato agli studenti fra i 14 e i 18 anni un questionario di 32 domande di cui la principale è questa:  “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo con questa affermazione? ”. Non c’è da stupirsi. Il governo e alcune delle più alte cariche dello stato sono espressione di culture politiche  anticostituzionali o solo parzialmente costituzionali e il partito di maggioranza è nazionalista. Esso cioè non intende permeare il clima scolastico del valore del ripudio della guerra espresso nell’articolo 11 della Costituzione o della difesa di valori come quelli per cui hanno combattuto i curdi del Rojava (beni comuni, tolleranza di genere e interetnica), bensì è interessato a rilanciare il culto della patria come valore centrale e autosufficiente. A questo fattore e alla smobilitazione delle proprie radici antifasciste da parte di una certa cultura democratica, si deve la legittimazione della ricorrente presenza di divise nelle aule scolastiche e universitarie, contro la quale è operativo da tempo un Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università. Ma dietro il livello ideologico agisce prepotente quello economico: i più alti gradi della politica italiana, di entrambe le parti politiche, hanno avuto ruoli e interessi nell’azienda Leonardo, produttrice di tecnologia di guerra. Alcuni mesi fa, anche all’Università degli studi di Perugia, gli studenti hanno protestato per l’introduzione nell’anno accademico ‘24-25 al Dipartimento di Scienze politiche, del corso intitolato “sistemi di intelligence e sicurezza nazionale”, in cui, fra le varie cose si insegnava “influenza e manipolazione della narrazione, conduzione di interrogatori, tecniche della sorveglianza”. Nel programma risultavano seminari condotti proprio da Leonardo e da un’altra  azienda di armamenti, la Rheinmetall (speriamo vivamente che diventi realtà l’ipotesi da alcuni ventilata di un corso di laurea fra Unipg e l’Università per Stranieri di Perugia sul tema della pace: servirebbe a riequilibrare queste tendenze). Ma è solo uno dei molteplici esempi sparsi su tutto il territorio nazionale, in cui viene anche segnalata la presenza della Leonardo nei programmi dell’alternanza scuola-lavoro. Di poche settimane fa la protesta della premier e del Ministro Bernini per il rifiuto del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna di istituire un corso di laurea per ufficiali dell’Esercito. Ma questa resistenza dell’autonomia universitaria rischia di venire meno con la riforma della governance: sarà imposto un rappresentante del governo nei cda dei consigli di amministrazione (che non potranno mai essere elettivi), il rettore dovrà tenere conto nella redazione del piano strategico di Ateneo di non meglio definite linee generali di indirizzo stabilite dal Ministro e resterà in carica 8 anni, mentre i direttori di dipartimento verranno eletti in concomitanza con le elezioni di ateneo, compresa quella di conferma a metà termine. Il neogentilianesimo di Galli della Loggia, presidente della commissione che ha elaborato la riforma (e per il quale la patria è morta con l’avvento al potere dell’antifascismo e solo l’Occidente conosce la storia) risuona delle spinte autoritarie e centralizzatrici di quella del 1923, per la quale i rettori venivano nominati dal Re e non dalle facoltà, mentre i presidi dal ministro (e non dalle facoltà). Il clima di guerra soffoca scuola e università, inoltre, con la repressione del dissenso. Anche contro la mobilitazione del mondo giovanile nei giorni della Flottilla è rivolto il secondo decreto sicurezza in discussione in parlamento, in cui vengono inasprite le pene per reati collegati alle manifestazioni e conferita alla polizia ampia discrezionalità in campo repressivo. In futuro sarà resa più difficile la possibilità di manifestare contro l’alleato israeliano ed esprimere il proprio dissenso dal suo operato spesso criminale. A questo fine, sempre in parlamento, sono anche in discussione decreti presentati da varie forze politiche che tendono ad equiparare antisemitismo e antisionismo, rendendo quest’ultimo passibile di sanzione: uno di questi decreti è a firma degli esponenti atlantisti e neoliberali del PD. Nei giorni scorsi ha peraltro fatto scalpore una circolare della regione Lazio che prevedeva un censimento dei “palestinesi” presenti nelle scuole. Essa ha evocato i ricordi tragici delle leggi razziali del 1938. Invano il ministero si è affrettato a precisare che si trattava di effettuare un sondaggio al fine di garantire ai ragazzi palestinesi debite misure di accoglienza, come si fece per gli ucraini. Spiegazione poco credibile. Per i bianchi e (presunti) antirussi ucraini, si produssero infatti circolari ben più esplicite e dettagliate della muta richiesta di un conteggio di tipo etnico, incurante anche della differenza fra palestinesi da poco arrivati da Gaza e altri di più lunga residenza in Italia, di palestinesi israeliani o della Cisgiordania etc.. Il sospetto che dietro la richiesta di conteggio ci fossero misure sicuritarie e repressive non può non sorgere spontaneo. Ma un ulteriore inquietante segnale della repressione in corso, che chiude un cerchio iniziato a Genova nel 2001, è stata la sospensione di un corso di formazione organizzato da CESTES-PROTEO e il suddetto Osservatorio intitolato “4 novembre la scuola non si arruola”, giudicato propagandistico dal ministero e non capace di somministrare le competenze disciplinari attese. Per non dire dell’indagine ispettiva del Ministro dell’Istruzione e del merito Valditara in due scuole toscane colpevoli di aver ospitato in videoconferenza la relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese, a seguito di un’interrogazione parlamentare di un’esponente di Fratelli d’Italia che ha lamentato un insegnamento basato sul “pensiero unico”. Da allora è stato ricorrente, da parte del governo e dell’opinione pubblica di destra, la richiesta di “contraddittori” a scuola e università qualora si fossero invitati ospiti con un orientamento politico specifico. Si tratta in realtà di esercitare una censura preventiva alla libertà di insegnamento che è, appunto, libera secondo l’articolo 33 della costituzione e si innesta in un sistema il cui pluralismo è garantito dalla possibilità di attingere ai molteplici punti di vista espressi dai molteplici docenti. La scuola e l’università non sono talk show e non è possibile chiedere, costituzione repubblicana alla mano, un contraddittorio fra fascismo e antifascismo, fra difensori della pace e assertori della guerra come valore da rilanciare, fra sostenitori delle organizzazioni internazionali e nazionalisti, fra vittime e autori del genocidio. A proposito: dice molto della situazione che stiamo vivendo il fatto che mentre si richiede un’ispezione per un invito ad una funzionaria ONU, lo Stato italiano continua ad essere un alleato di ferro di Israele e nulla ha da dire sul board of Gaza, se non accettare a denti stretti le conseguenze del fatto ch’esso vada contro l’articolo 11 della nostra Carta. Ma l’onda è destinata a salire. Di questi giorni la notizia che in una scuola di Pordenone, Azione studentesca, gruppo di estrema destra nato da un ramo di Azione giovani, organizzazione giovanile dell’ex alleanza nazionale poi confluita in gioventù nazionale di Fratelli d’Italia, ha distribuito un questionario in cui si chiedeva fra l’altro se gli studenti avessero uno o più professori di sinistra e se questi facessero propaganda in classe. Ma anche in una scuola di Perugia, sempre molto di recente, una docente di scuola superiore ha denunciato che una coppia di genitori ha protestato – recita un post dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e delle Università, da poco costituitosi nel capoluogo umbro e collegato a quello nazionale -, «perché troppi sono parsi gli spazi dedicati al tema della guerra e della pace: una poesia palestinese, un film, un libro, un discorso di Gino Strada sulla necessità e l’urgenza di rinunciare alla guerra. Troppe lezioni: in fondo ‘che la guerra è brutta, si sa’, ‘un mondo senza guerre è un’utopia irrealizzabile’; ‘qual è dunque il senso di queste lezioni che, peraltro, comportano il rischio di scivolare nell’ideologia e dunque nell’indottrinamento?’ ». Abbiamo finito lo spazio, ma non credo che ci sia bisogno di un ulteriore commento, se non per assicurare che tutti noi continueremo ad opporre resistenza, insegnando liberamente le discipline, fermi della convinzione che la vita non si debba mai sacrificare alla Patria ma che essa vada promossa in nome di una ben più ampia e alta umanità. Salvatore Cingari, Università di Perugia -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Perugia: genitori “interventisti” a scuola. Occorre educazione alla pace
In una scuola da anni ormai compressa da un’eccessiva ingerenza dei genitori nell’operato dei/delle docenti – genitori che contestano valutazioni, libri, comportamenti, scelte degli insegnanti – non stupisce che dai più arroganti e facinorosi sia sferrato anche l’attacco contro l’educazione alla pace, considerata, a loro dire, ideologica e faziosa. È quanto successo, da ultimo, da parte di una coppia di genitori nei confronti di una docente di un liceo perugino. Troppi sono parsi gli spazi dedicati al tema della guerra e della pace: una poesia palestinese, un film, un libro, un discorso di Gino Strada sulla necessità e l’urgenza di rinunciare alla guerra. Troppe lezioni: in fondo “che la guerra è brutta, si sa”, “un mondo senza guerre è un’utopia irrealizzabile”; “qual è dunque il senso di queste lezioni che, peraltro, comportano il rischio di scivolare nell’ideologia e dunque nell’indottrinamento?”. La libertà di insegnamento sancita dall’art. 33 della Costituzione italiana, bilanciata professionalmente con una neutralità che pur non significa equiparazione di tutte le idee, non richiederebbe risposta a questa inopportuna intromissione. Ma l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università non può non esprimere preoccupazione verso la messa in stato di accusa dell’educazione alla pace, tanto più irrinunciabile in tempi in cui soffiano venti di guerra, parole armate, prospettive belliciste, nazionalismi aggressivi. No, l’orrore della guerra non è scontato per chi, per sua fortuna, non l’ha vissuta. E l’educazione alla pace è imprescindibile per attuare l’articolo 11 della Costituzione italiana, che ripudia la guerra e promuove la cooperazione internazionale. Immaginare un mondo senza conflitti armati non è puerile utopia e la scuola ha il dovere di promuovere la cultura del rispetto, del dialogo, della collaborazione, della giustizia, dell’alternativa alla violenza e alla sopraffazione: è l’unica speranza che abbiamo per “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”, come 80 anni fa si auspicava nel preambolo della Carta delle Nazioni Unite. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Perugia -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Regione Umbria: quando la guerra diventa politica industriale ed entra nei percorsi educativi
La recente presentazione ufficiale, negli spazi istituzionali della Regione Umbria, del progetto di collaborazione tra alcune imprese e Leonardo SpA, con la presenza diretta del Presidente della Giunta e di membri dell’esecutivo regionale, non può essere considerata un atto neutro o meramente tecnico. Al contrario, essa rappresenta una presa di posizione politica chiara: la scelta di collocare il futuro produttivo del territorio all’interno delle filiere legate alla difesa e al riarmo, in un contesto internazionale segnato dall’espansione dei conflitti e dalla normalizzazione della guerra come orizzonte permanente. Il silenzio mantenuto dalle istituzioni regionali di fronte alle mobilitazioni contro il genocidio in Palestina e al dibattito pubblico sul riarmo europeo trova qui una sua coerenza. L’enfasi con cui viene promosso l’accordo con Leonardo SpA restituisce l’immagine di una Regione che individua nell’industria militare uno dei pochi ambiti su cui scommettere per affrontare la crisi economica e industriale, senza aprire alcun confronto pubblico sulle implicazioni etiche, sociali e culturali di questa scelta. La narrazione ufficiale insiste sul carattere “civile” delle lavorazioni coinvolte – componentistica, semilavorati, forniture a uso duale – ma questa distinzione formale non scioglie il nodo di fondo. Tali produzioni si inseriscono infatti in una filiera integrata guidata da un gruppo industriale il cui core business è sempre più esplicitamente legato alla produzione di armamenti e sistemi militari. Anche quando definite civili, queste attività contribuiscono al funzionamento complessivo di un apparato industriale orientato alla guerra. La filiera non è neutra, e non lo sono le scelte politiche che la sostengono. Questa integrazione riguarda in modo crescente anche il campo della formazione. Leonardo SpA non opera soltanto sul piano industriale, ma interviene in maniera strutturata nei percorsi educativi: scuole secondarie, ITS, università, programmi di orientamento, Formazione scuola lavoro, tirocini e collaborazioni accademiche. Tali iniziative vengono presentate come opportunità per studenti e studentesse e come strumenti di occupabilità, ma producono un allineamento dei saperi e delle competenze alle esigenze dell’industria militare. In questo modo, la militarizzazione penetra nei luoghi della formazione, trasformando scuole e università in snodi funzionali della filiera bellica e riducendo progressivamente lo spazio del pensiero critico e dell’autonomia educativa. Il quadro si aggrava ulteriormente se si considera il clima di pressione e intimidazione che colpisce chi prova a mantenere aperto un dibattito pubblico su questi temi. La vicenda di Pisa, con le azioni rivolte contro docenti, studenti e studentesse che hanno partecipato a momenti di approfondimento e confronto – come i webinar con Francesca Albanese – segnala un preoccupante restringimento degli spazi di libertà accademica e di insegnamento. Colpire chi discute di diritto internazionale, responsabilità politiche e crimini di guerra significa contribuire a un processo di disciplinamento del sapere, coerente con la progressiva militarizzazione delle istituzioni formative. La Giunta regionale non può sottrarsi a una responsabilità politica su queste scelte. Promuovere e legittimare accordi con l’industria bellica e presentare il riarmo come risposta implicita alla crisi dei territori significa orientare il futuro economico, sociale e culturale dell’Umbria verso un modello fondato sulla guerra e sulla sua preparazione. Come docenti riuniti nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, riteniamo necessario rompere questo silenzio. Chiediamo alla Regione di chiarire se intenda davvero legare lo sviluppo del territorio alle filiere del riarmo, o se sia disposta ad aprire un confronto reale su percorsi alternativi fondati sulla riconversione, sulla pace e su un’economia che non subordini il sapere e l’educazione agli interessi del complesso militare-industriale. Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università, Perugia Pubblicato anche su https://www.micropolisumbria.it -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Un omaggio alla resistenza palestinese nel cuore verde d’Italia
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Perugia, capoluogo del “cuore verde” d’Italia, su iniziativa dell’associazione “Umbria della pace”, ha accolto un simbolo vivo della resistenza palestinese e lo ha ospitato in uno dei suoi luoghi non solo più belli ma più emblematici: il giardino dei Giusti del Mondo all’interno dell’antico complesso monumentale San Matteo degli Armeni, dove si trova anche la biblioteca personale appartenuta ad Aldo Capitini che proprio da lì, nel lontano 1961, lanciò la marcia per la pace Perugia-Assisi. Essendo passati più di sessant’anni ed essendo divenuta la marcia Perugia-Assisi più rituale che sostanziale, forse molti si stupirebbero nel leggere le parole del  filosofo della nonviolenza e scoprire che il suo obiettivo era alimentare “idee e iniziative contrarie al capitalismo, al colonialismo, all’imperialismo”, o che “la lotta per la pace deve essere severa contro i mascheramenti dei vari imperialismi, contro le crociate verso un popolo o un altro” come scritto in uno dei suoi editoriali nel periodico “Il potere è di tutti” da lui fondato nel 1964 e consultabile nella sua biblioteca. Luogo migliore per piantare l’olivo della resistenza palestinese, un piccolo olivo scampato alla furia devastatrice israeliana, forse non ce n’era. La targa spiega perché quest’alberello non è dedicato a una singola persona, come tutti gli altri, ma alla difesa di un diritto che si trasforma in azione. Il diritto all’autodeterminazione di un popolo e alla Libertà, quella per cui ogni epoca della storia ha avuto i suoi martiri, tutti, in vario modo, combattenti per la resistenza all’oppressore. Oggi più che mai l’iniziativa dell’Umbria della Pace, accolta e condivisa  dall’amministrazione comunale, risulta importante e insieme coraggiosa. Importante perché consentirà a chiunque andrà a visitare il complesso di San Matteo degli Armeni di vedere che Perugia riconosce il diritto di un popolo oppresso a resistere. Coraggiosa perché la longa manus dell’entità sionista poteva “sporcare” l’iniziativa con la strumentale accusa di antisemitismo, come avvenuto in molteplici altre occasioni. Quindi, veder omaggiare la bandiera palestinese dai numerosi presenti, tra cui l’assessore Croce in rappresentanza del Comune, ha aggiunto senso all’iniziativa e, come si è ricordato durante la cerimonia, la piantumazione di quel piccolo figlio verde della martoriata Palestina, uscito rocambolescamente dalla Striscia di Gaza, non vuole essere solo simbolica testimonianza di solidarietà, ma invito ad agire, ognuno come sa e come può affinché venga fermato il genocidio tuttora in corso e venga stroncato il criminale progetto sionista che avanza da quasi ottant’anni stritolando, nel suo avanzare impunito, anche il diritto internazionale. Cos’avrebbe detto Capitini davanti all’ultimo scempio delle Nazioni Unite dal cui Consiglio di Sicurezza dieci giorni fa è uscita la vergognosa Risoluzione 2803 in piena violazione dei principi della stessa Carta dell’ONU? Siamo certi che avrebbe denunciato la corruzione servile alla legge del più forte e che il suo invito di tanti anni fa “a creare una permanente mobilitazione per controllare la politica estera, la politica militare, la politica scolastica e denunciare errori, colpe, storture, alleanze dei conservatori, degli imperialisti, dei capitalisti…“ si sarebbe fatto ancora più forte ed avrebbe chiamato all’azione, perché c’è una pratica della nonviolenza attiva che può a ben diritto chiamarsi resistenza e non è il chiacchiericcio da salotto. È vero che Aldo Capitini pensava di cambiare il mondo opponendo ai potenti, cioè ai criminali della storia, la forza della nonviolenza come lui la stava costruendo prendendo le mosse dalla resistenza gandhiana,  ma Capitini era anche il cattolico nonviolento che non aveva temuto le rappresaglie fasciste quando nel 1929 aveva definito i Patti Lateranensi  una “merce di scambio” tra Pio XI e il fascismo, e che non aveva accettato il ricatto di Giovanni Gentile di iscriversi al fascismo per non essere licenziato . Tutto questo ci porta a credere, al pari di Gabriele De Veris, il bibliotecario che ci ha mostrato le sue opere, degli organizzatori dell’evento e di tutti gli intervenuti, che il fondatore della marcia Perugia-Assisi avrebbe sostenuto la resistenza palestinese e che il piccolo olivo scampato ai criminali con la stella di David lo avrebbe accolto come simbolo di resistenza e invito a non cedere ai ricatti di una falsa promessa di pace il cui vero volto, ripulito dalle maschere mediatiche, mostra di essere non pace ma pacificazione imposta col ricatto dal colonialismo sionista sostenuto dal suprematismo  occidentale, servile con i potenti e liberticida con chi reclama la libertà. E così, accanto ad alberi piantati in memoria e in omaggio di figure come Maria Montessori, Carlo Urbani, Danilo Dolci, Anna Frank, Gino Strada, Pietro Terracina e tanti altri, compresi artisti che hanno sempre testimoniato il loro impegno per il rispetto dei diritti umani, l’olivetto di Gaza e la sua esplicita targa saranno in ottima compagnia. Il fatto che sia stato casualmente piantato proprio in prossimità della giornata mondiale degli alberi e della giornata che l’Unesco ha dedicato alla tutela dell’olivo come simbolo di resilienza, di identità culturale e come millenaria fonte di nutrimento del genere umano, richiama l’attenzione sulla continua violenza che subisce da sempre anche l’ambiente rurale palestinese dove la distruzione di frutteti e oliveti, l’espianto e il furto degli olivi secolari e l’abbattimento degli olivi più giovani in tutta la Palestina illegalmente occupata, è uno dei reati pressoché quotidiani che il mondo dei potenti, il mondo complice dell’entità sionista, lascia compiere senza vergognarsi della sua connivenza. Ma, come è stato ricordato da uno dei relatori, l’olivo è capace di rigenerarsi, anche dalle proprie ceneri, e neanche il gelo può ucciderne il ceppo che ne è la “madre”, che è il cuore della resistenza dell’olivo, quella che produce i polloni, la vera e propria rinascita che tramanda il DNA dal ceppo madre ai suoi germogli. Il piccolo olivo uscito di contrabbando da Gaza, e forse proveniente dal ceppo dei millenari olivi dei Getsemani, è quindi simbolo di rigenerazione ed è lì a dire che “la resistenza non verrà schiacciata neanche dai carrarmati”. Una delle relatrici ha ricordato la frase scritta su un muro di Nusseirat, ora distrutto dalla furia israeliana, che riportava questo verso di un poeta greco: “Hanno provato a seppellirci. Non sapevano che eravamo semi” e questo lo si può leggere anche nei polloni che germogliano dai ceppi degli olivi palestinesi bruciati o abbattuti. Non serve molto altro per spiegare che l’olivo rappresenta la capacità di resistere al male e, in ultima analisi, il percorso verso la pace – non la pacificazione imposta dall’oppressore – che è segnato dalla bussola della resistenza. Mentre chiudiamo quest’articolo ci arriva il comunicato di un’altra realtà umbra, la Fondazione Perugi-Assisi la quale invita a partecipare alla manifestazione del 29 novembre, giornata internazionale di solidarietà col popolo palestinese e definisce l’ignobile Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU “un nuovo attentato alla pace e ai diritti umani…” e “un piano di guerra e non di pace” dandone ampia e indiscutibile documentazione. Dal “cuore verde” d’Italia per il momento è tutto. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a Pressenza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un omaggio alla resistenza palestinese nel cuore verde d’Italia proviene da Comune-info.
December 3, 2025
Comune-info
Presentazione di Scarceranda a Perugia
In comunicazione telefonica con una compagna di Perugia, abbiamo parlato della serata "Tronchese -contro le sbarre, da entrambi i lati-" che si svolgerà la domenica 7 dicembre al Turba (appena sotto la fermata del minimetrò M. Alta, lungo la ciclabile) e dove sarà presentata l'edizione 2026 di Scarceranda. 
December 3, 2025
Radio Onda Rossa
Perugia, il paradosso di un’educazione civica affidata alle Forze dell’Ordine
Il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza di genere, vede negli ultimi anni in diverse scuole interventi delle Forze dell’Ordine con l’obiettivo di contrastare la violenza di genere. Succede in tutta Italia, succede in Umbria e succede nella nostra città. Il 25 novembre saranno gli studenti e le studentesse del Liceo “Pieralli” ad incontrare personale del Comando dei Carabinieri di Perugia. Ma non c’è forse una contraddizione intrinseca nell’affidare percorsi di educazione ad una cultura del rispetto, della pace, della libertà, a chi nella società ha il compito di intervenire laddove quei valori siano stati violati? Compito certamente necessario all’ordine pubblico, ma non propriamente compatibile con la finalità educativa della scuola. La presenza crescente delle Forze dell’Ordine nelle scuole, contribuisce a trasmettere una cultura della sicurezza, più che inserirsi nella più ampia finalità dell’educazione civica. Le Forze dell’Ordine contrastano il reato, ma l’ideale formativo della scuola è sradicare la cultura stessa su cui si innesta il reato. E allora il 25 novembre, più che personale in divisa, ragazzi e ragazze dovrebbero forse incontrare testimonianze, operatori sociali, psicologi, sociologi e chiunque possa scuotere le loro coscienze in una società ancora troppo impregnata di una cultura maschilista, violenta, discriminatoria e prevaricatrice. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è nato a livello nazionale nel 2023 proprio per monitorare e denunciare tutte quelle iniziative che trasmettono negli istituti formativi una cultura securitaria, se non addirittura bellicista, anziché rendere la scuola uno spazio ideale di educazione civile al rispetto, al dialogo, all’accoglienza, alla nonviolenza, esigenza tanto più urgente quanto più si assiste a rapporti globali sempre più improntati alla militarizzazione e alla sopraffazione. Che le giovani generazioni possano, il 25 novembre e ogni giorno dell’anno, formare coscienze non violente, empatiche, rispettose di tutte e tutti, senza che ci siano divise a comunicare l’obbedienza alla legge, ma interiorizzando quello che il nostro Aldo Capitini ha poeticamente espresso nel verso “La mia nascita è quando dico un tu”. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Perugia
BOGOTÁ by BOGOTÁ
BOGOTÁ release “BOGOTÁ” out on October 17th 2025  BOGOTÁ is a trio formed in Perugia. Federico Sereni (drums), Filippo Bistocchi (guitar), and Daniel Abeysekera (vocals) bring to the stage an intense and edgy sound that they themselves struggle to pigeonhole into a single genre. Made to be played live, they give […]
October 17, 2025
ALLternative.it
Una marcia produce onde che vanno lontano
“Come avrei potuto diffondere la notizia che la pace è in pericolo, come avrei potuto destare la consapevolezza della gente più реriferica, se non ricorrendo all’aiuto di altri e impostando una manifestazione elementare come è una marcia? Sapevo bene che gli aiutanti e i partecipanti non sarebbero stati in gran parte persuasi di idee nonviolente; lo sapevo benissimo ma si presentava l’occasione di mostrare che la nonviolenza è attiva e in avanti, è critica dei mali esistenti, tende a suscitare larghe solidarietà e decise noncollaborazioni, è chiara e razionale nel disegnare le linee di ciò che si deve fare nell’attuale difficile momento” (Aldo Capitini, In cammino per la pace, Einaudi, 1962) Il 24 settembre del 1961 si svolgeva in Italia, per volere di Aldo Capitini, il primo esperimento di “tecnica nonviolenta collettiva”, la Marcia della pace per la fratellanza tra i popoli da Perugia ad Assisi, di cui il filosofo perugino racconterà l’anno dopo nel volume In cammino per la pace. Era una marcia alla quale Capitini pensava e lavorava da anni, che passò alla fase organizzativa nella drammatica estate del 1961, mentre a Berlino veniva tirato su il muro tra la parte Est ed Ovest della città, con una nuova crisi dei rapporti tra Nato e Patto di Varsavia. Capitini comprese che, di fronte al pericolo incombente di una guerra nucleare tra i blocchi contrapposti, era necessaria anche in Italia un’azione diretta e spiazzante dal basso che avesse quattro caratteristiche: che l’iniziativa partisse da un nucleo indipendente e pacifista integrale; che destasse la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone più periferiche; che fosse l’occasione per lanciare il “metodo nonviolento”; che richiamasse Francesco, il santo italiano della nonviolenza. La Marcia, concepita come mobilitazione popolare, ebbe molta più partecipazione di quella che gli organizzatori si aspettavano, sia di popolo che di intellettuali e artisti, da Italo Calvino a Norberto Bobbio, da Renato Guttuso a Fausto Amodei (che ci ha lasciati nei giorni scorsi, che con la chitarra improvvisò la ballata censuratissima “E se la patria chiama”). A termine di essa, dalla Rocca di Assisi, Capitini lesse la “Mozione del popolo della pace”, testimoniando così l’ingresso sulla scena politica italiana di un soggetto culturalmente autonomo, svincolato dalla logiche di appartenenza partitica, capace di portare nel discorso pubblico le istanze del disarmo e della nonviolenza, parlando con voce propria. La Mozione del popolo della pace affermava cinque principi e, per ciascuno di essi, le rispettive declinazioni pratiche. Rileggiamone una sintesi, perché parlano anche a noi, popolo della pace ancora in cammino in questi giorni oscuri. “Primo: nell’idea di fratellanza dei popoli si riassumono i problemi urgenti di questo tempo: il superamento dell’imperialismo, del razzismo, del colonialismo, dello sfruttamento (…). Secondo: per preparare la pace durante la pace è necessario diffondere nell’educazione e nei rapporti con tutti a tutti i livelli, una capacità di dialogo, una sincera apertura alla coesistenza ed alla pacifica competizione di ideologie e di vari sistemi politici e sociali, nel comune sviluppo civile (…). Terzo: la pace è troppo importante perché possa essere lasciata nelle mani dei soli governanti; è perciò urgente che in ogni nazione tutto il popolo abbia il modo di continuamente e liberamente informarsi, e sia convocato frequentemente ad esprimere il proprio parere. Quarto: nel pericolo che la pace sia spezzata da una guerra immane, è urgente l’unione di tutti coloro che nel mondo sono disposti a resistere alla guerra. Quinto: l’umanità è giunta al punto che è in grado di apprezzare altamente un tipo di educazione aperta, rinnovatrice delle strutture legate a privilegi e pregiudizi, una educazione eroicamente nonviolenta”. Cinque principi, densi di conseguenze operative, nei quali si esprime un’altra idea di civiltà – tanto nei fini quanto nei mezzi per raggiungerla – fondata sulla strenua resistenza alla guerra attraverso la nonviolenza, per gettarla una volta per sempre nei ferrivecchi della storia e costruirne le alternative civili per risolvere le controversie internazionali e convivere nelle differenze. Capitini non realizzò una seconda edizione di quell’esperimento di lotta nonviolenta dal basso. Toccò al Movimento Nonviolento – fondato nel 1962, da Capitini e alcuni altri amici, come esito della Marcia per dare al “popolo della pace” uno strumento di organizzazione autonoma dai partiti – proporne una seconda edizione molti anni dopo: nel 1978, per il decennale della morte del fondatore. E fu Pietro Pinna, il primo obiettore di coscienza “politico” dell’Italia repubblicana, erede di Aldo Capitini nella guida del Movimento Nonviolento, a prenderne in mano il testimone, proponendone altre due edizioni come strumento di azione, a disposizione del più ampio movimento per la pace, con precisi obiettivi politici: nel 1981 contro l’installazione dei missili nucleari, nel 1985 per il blocco delle spese militari. Successivamente la Marcia Perugia-Assisi è stata presa in mano dagli Enti locali umbri e dal Comitato promotore, oggi diventato Fondazione Perugi-Assisi per la Cultura della Pace, che l’ha resa periodica, convocandola ogni due anni, salvo edizioni straordinarie. La Marcia – che come scriveva Capitini “non è fine a se stessa, ma produce onde che vanno lontano” – nel tempo è diventata un appuntamento rituale del popolo della pace, da cui trarre linfa ed ispirazione, sulle orme di Aldo Capitini e di quei primi marciatori, per portare nella propria quotidianità la forza della nonviolenza. Secondo le indicazioni che ne ha dato anche Pietro Pinna: “Nonviolenza significa disarmo unilaterale, rifiuto assoluto, cioè immediato e integrale, di qualsiasi apparato militare, di qualsiasi guerra, fatta da chiunque, contro chiunque, per qualsiasi ragione. E quindi, come pratica immediata possibilità per ognuno: obiezione di coscienza al servizio militare, alle spese militari, alla produzione bellica…”. Oggi, di fronte al genocidio in Palestina, all’infinita inutile strage in Ucraina, alle decine di conflitti armati della “terza guerra mondiale a pezzi”, al riarmo, alla militarizzazione della scuola, dell’economia e della società italiane, marciare un giorno all’anno non è sufficiente: il cammino sulle strade della nonviolenza si deve svolgere ogni giorno, ovunque, tenacemente e continuativamente, fino al completo disarmo, militare e culturale. -------------------------------------------------------------------------------- [Articolo pubblicato su Mosaico di pace] Per un introduzione al pensiero di Capitini, vedi Pasquale Pugliese, Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini, GoWare, 2018 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una marcia produce onde che vanno lontano proviene da Comune-info.
October 12, 2025
Comune-info
Perugia: due giornate sull'antipsichiatria (1/2: Corrispondenza con compagne del Csoa Turba)
Due giornate, sabato 28\06 e domenica 29\06, dedicate al tema dell'antipsichaitria; il Csoa Turba di Perugia ha organizzato dibattiti, proiezioni, cene e concerti. Al telefono due compagne ci hanno raccontato nel dettaglio i programmi, la storia del centro sociale e invitano tutt* a partecipare. A seguire abbiamo sentito un compagno del collettivo Antonin Artaud, collettivo pisano antipsichiatrico che interverrà nel confronto di Sabato, che ci resocontava sull’ultima udienza del processo sui maltrattamenti alla Stella Maris avvenuta martedì 24 giugno 2025. In questa udienza sono state richieste, da parte del pubblico ministero, le condanne fino a cinque anni. Di seguito il programma delle due giornate:  Sabato 28/06 17h00 "Da Basaglia a Stella Maris" - dialogo con il collettivo Antonin Artaud, Caterina Pesce (autrice di "Pratiche di liberazione") e Brigata Basaglia Perugia" a seguire: cena sociale veg e bruschettata Punkol'olio concerto punk/metal fori de capoccia in ordine sparso Fosso della carogna Diserta! OkBye Iatagano Monzo Domenica 29/06 18h00 visione collettiva "Dentro le proprie mura" di Carlo Corinaldesi. Il documentario, prodotto nel 2009 e fondamento della memoria storica perugina "E’ uno spaccato di vita vissuta dentro il manicomio: per chi vi era rinchiuso, chi vi lavorava a diverso titolo (psichiatri, infermieri, assistenti sociali, cuoco, politici e amministratori) che ricostruisce, attraverso le loro testimonianze, il percorso evolutivo che ha portato alla chiusura dell’istituzione manicomiale". a seguire: dibattito e cena bella vita.»  
June 27, 2025
Radio Onda Rossa