ALCUNE BANALITÀ DI BASE SUL CORTEO DEL 31 GENNAIO> Da GancioCisti 06/02/2026
1. La migliore eredità che la tradizione dei centri sociali poteva lasciare ai
più giovani, è una rabbiosa celebrazione del suo funerale.
Il 31 gennaio è stato diverse cose allo stesso tempo. Un corteo massivo e
trasversale, la ricomposizione tardiva dei vari pezzi di una sinistra
antagonista in crisi, schiacciata dalla morsa tra l’avanzare della destra
reazionaria e l’imbecillità politica assoluta del fronte progressista, un colpo
di coda della lunga esperienza dei centri sociali che è ormai in procinto di
chiudersi. Colpo di coda di una traiettoria che nel centro sociale torinese ha
conosciuto certamente una delle sue espressioni più conflittuali, ma che appare
presa da tempo in una parabola di declino inarrestabile. Non stiamo scrivendo
queste righe per scagliarci contro i cascami di quell’entità che viene definita
Movimento, per rilevarne limiti o errori. Piuttosto, ci preme dire con nettezza
quello che abbiamo visto nella giornata del 31 oltre allo svolgimento
prevedibile di un corteo nazionale dei centri sociali, della sinistra diffusa,
di quell’area sociale che si è raccolta intorno alla battaglia per la difesa
della Sumud Flottilla.
In piazza a Torino c’erano migliaia di giovani che non appartengono a
collettivi, strutture o realtà militanti. C’erano ragazze e ragazzi appena
ventenni, in molti casi ancora più giovani, che alla fine di Corso San Maurizio,
all’avvicinarsi della svolta verso gli sbarramenti di polizia, si sono
travisati, hanno formato con decisione un blocco nero, si sono preparati a
combattere. Hanno attaccato la polizia, hanno resistito alle cariche, le hanno
respinte avanzando e retrocedendo, metro per metro, per ben due ore. Non sono
cose che si vedono tutti i giorni. Queste compagne e questi compagni gravitano
nel mondo della politica radicale, si sono forse affacciati in strada per la
prima volta con le proteste per la Palestina, e hanno sentito un richiamo
irresistibile a venire a Torino.
Perché? In molti casi si tratta di persone che per ragioni anagrafiche non hanno
neppure vissuto in prima persona la storia dell’Askatasuna o di qualche altro
centro sociale, ma hanno comunque risposto a un appello che non è quello
dell’opposizione al governo, di un preciso discorso politico sull’economia di
guerra o i tagli ai servizi pubblici, ma la promessa di un’esplosione di rabbia,
di una rivolta, di un evento che ribalti i rapporti di forza almeno per la
durata di un giorno.
Dall’esperienza dello scontro si esce trasformati e aperti a nuove possibilità:
quello che la politica di movimento può fare è lasciare il campo libero perché
tali possibilità prendano corpo e spazio.
2. Il vittimismo non serve a nulla, bisogna esprimere una narrazione dei fatti
che ne restituisca la potenza.
Basta vergognarsi di esistere. I fascisti esprimono le proprie idee con una
virulenza senza freni, sono all’offensiva scatenata in tutti i campi e a tutte
le latitudini. Dall’altra parte la sinistra è l’espressione più pura di un
moralismo impotente che costituisce l’altra faccia dei rigurgiti fascisti,
quella che per decenni ha ceduto loro terreno, per vigliaccheria e stupidità,
preparandone la vittoria. Alla sinistra però non basta essere sconfitta, vuole
trascinarsi tutti gli altri nel suo amore morboso per la sconfitta e
l’impotenza. Per questa ragione al primo accenno di rabbia e di insorgenza si
abbandona a condanne isteriche e incoerenti: o rimuove la realtà della
sollevazione, o lancia anatemi furiosi. Di fronte a questo bombardamento di
menzogne, bisogna conservare un po’ di lucidità.
Chi è sceso in piazza non è una vittima della violenza della polizia, che è una
realtà costante e spietata, ma ha deciso con coraggio di affrontare questa
violenza, di prepararsi per farlo, di restituirla al mittente per quanto
possibile. Cerchiamo di rendere dignità a questa condotta, quella della
ribellione aperta, che è l’atto politico per eccellenza, da cui nasce tutto. Le
ragioni per la sommossa sono innumerevoli: si accumulano sul lavoro, per strada,
in famiglia, all’università, durante un controllo di documenti. Sono nelle
condizioni insopportabili che viviamo tutti giorni, in un futuro catastrofico
che viene propinato con cinismo alle nuove generazioni. In Corso Regina sono
iniziati gli scontri senza che le prime linee del corteo, difese da scudi e
caschi, fossero neppure ancora arrivate. In molti, per strizzare l’occhio a
sinistra, faranno leva sul vittimismo, sottolineeranno la violenza della polizia
in piazza, si spingeranno fino a distorcere i fatti raccontando di un corteo
inerme che all’improvviso e senza motivo è stato caricato a freddo dalle forze
dell’ordine.
A chi c’era tutto questo non può che suonare ridicolo. Quello che abbiamo
provato vedendo i celerini di spalle, vedendo i loro mezzi in fiamme, non può
essere rappresentato nella celebrazione della sconfitta, e forse non può essere
rappresentato affatto. Dalla volontà di reagire e dall’intensità della sommossa,
può nascere una potenza politica all’altezza del presente.
3. La frattura tra chi difende questa società e chi si rivolta, è una guerra di
mondi. Non c’è nessun linguaggio o logica comune.
> “Ora parlano di lui e scrivono di lui, lo psicologo, il sociologo, il cretino.
> E parlano di lui e scrivono di lui, ma lui rimane sempre clandestino”
> G.Manfredi, Dagli appennini alle bande
> “Il silenzio è minaccioso, è estraneità che si accumula, non dà segni
> comprensibili, alla fine esplode […] Vogliono farci parlare. Ma noi non
> abbiamo nulla da dire nei loro luoghi delegati. La loro politica, la loro
> cultura, sono autodelazioni. Noi facciamo silenzio. Silenzio minaccioso
> dell’estraneità, dell’assenteismo, del rifiuto, dell’appropriazione spontanea,
> latenza di una nuova esplosione che si prepara”
> Collettivo A/Traverso, Alice è il diavolo
Non è possibile ricomporre la cesura tra chi era in piazza in modo offensivo e
chi, appartenendo ai mondi dell’opinione pubblica, culturale e della classe
politica ha dato semplicemente prova di impotenza, servilismo e demenza
(senile). L’alterità dell’esperienza dei primi, nei confronti delle viltà dei
secondi è troppo profonda perché possa esserci un qualche tipo di comprensione,
inutile tentare di dibattere, le giustificazioni girerebbero soltanto a vuoto.
Non c’è uno stesso linguaggio ma non c’è neppure una stessa realtà. Ciò che fa
infuriare tremendamente il mondo progressista di un establishment che non ha più
alcun residuo di credito morale, intellettuale, ma neppure un banale senso della
decenza, è l’indisponibilità di questa generazione al dialogo, a intendersi, a
sprecare parole inutili. Si tratta di un silenzio minaccioso che
contraddistingue i movimenti sovversivi, ciclicamente, da molto tempo, ma che
ritorna oggi con prepotenza. Un’opacità e un silenzio minaccioso che fanno
saltare la macchina neutralizzante del riformismo consegnandola alla sua natura
fascista, costringendola ad abbracciare apertamente i toni isterici della
peggiore retorica poliziesca: manganelli, ordine, condanne unanimi e santa
inquisizione.
Eppure, come si fa a parlare con chi permette un genocidio in mondovisione, con
chi nega l’evidenza del collasso etico ed esistenziale, prima che biofisico, di
questa civilizzazione, con chi copre di smalto colorato un disastro che si
approfondisce ogni giorno di più? Come si fa a parlare con chi falsifica il
significato delle parole fino a cancellarlo del tutto? La verità è che questa
società non ha nulla da offrire e che, prima di tutto, non ha da offrire alcun
senso che renda la vita degna, non ha risorse soggettive che non siano quelle
della rapacità, del privilegio, del nichilismo più immorale e più vigliacco.
Allora lo spaccato di affetti, emozioni, solidarietà e forza collettiva che si
sprigiona in una giornata come quella del 31, è bene che non la capiate.
Continuate pure a ricamarci sopra racconti inverosimili e classificazioni
talmente stupide a cui solo voi riuscite a credere. Cercheremo di essere sempre
da un’altra parte rispetto a dove ci cercate.
3 bis. L’identikit di chi si ribella, la catalogazione dei soggetti in campo, è
un lavoro di polizia che va rifiutato, da chiunque provenga. Allontanarsi da
questa logica è un’elementare misura di igiene, e di strategia.
> “Lo sforzo di identificarci secondo le logiche collaudate di due secoli di
> controrivoluzione si ritorce risibilmente e ignobilmente su chiunque vorrebbe
> imprigionarci in una formula, per consegnarci più agevolmente alle mura del
> carcere”
> Provocazione, 1974
Se i maldestri tentativi di stampa, politica, autoproclamati intellettuali da
cortile, tendono tutti a dare un profilo, fissare un soggetto responsabile degli
scontri, approfittiamo della loro scemenza e custodiamo l’opacità che questa ci
garantisce. Giornalisti e opinionisti vari fonderanno i pochi neuroni che hanno
in testa nel tentativo di “capire questi ragazzi”, di “isolare i violenti dal
resto del corteo” o di lanciarsi in stantie e maldigerite letture sulla
psicologia della folla. Saremo anche stretti tra chi proverà ad attaccarci
addosso etichette altrettanto fastidiose e, sopratutto, figlie dello stesso modo
di intendere il mondo: “in piazza c’era il grande fronte contro il governo
meloni”, “ecco finalmente manifestarsi il nuovo e vero soggetto politico (dopo i
maranza, la Gen Z, gli ecologisti, la convergenza delle lotte, gli operai della
conoscenza, gli operai della logistica, i giovani, il precariato…)” tuoneranno
dall’alto dei loro palazzi occupati che puzzano di vecchio. Non fa differenza
che questo alacre e ridicolo lavoro di identikit sia teso a reprimere,
rinchiudere e demonizzare, oppure comprendere le ragioni, spiegare, recuperare e
– perché no? – curare. Respingiamolo. Chi insorge è parte di un popolo che
manca, di una potenza anonima e non classificabile che si definirà solo per la
strategia politica e la consistenza etica che saremo capaci di organizzare.
Quando e come sono solo affari nostri.
4. Il ritorno delle sommosse è sempre il ritorno dell’organizzazione autonoma
per bande
Qualche amico si parla, gruppuscoli si creano e si rendono anonimi. La polizia
viene attaccata ben prima che la testa con gli scudi giunga in prossimità delle
prime camionette. Per due ore si continua ad attaccare a gruppi, ci si sposta,
si prova ad aggirare gli ostacoli, a prendere alla sprovvista. Dinamica inusuale
in questo paese ma che si è già presentata in altri occasioni. Anzi, si potrebbe
quasi azzardare che quando qualcosa succede, accade proprio in queste forme.
Bande appaiono e scompaiono, le abbiamo viste nell’autonomia post 68, a Genova
all’inizio di questo millennio, e poi ancora il 15 ottobre a Roma e nelle piazze
contro il lockdown. Più il tempo passa più le bande rimangono orfane di una
tradizione politica pesante come un macigno, figlia di quel Movimento Operaio
sconfitto già 50 anni fa, che rende il terreno dopo le cariche simile alle
sabbie mobili. Per qualcuno questo è un lutto, una sventura caduta dal cielo
durante la marcia gloriosa e secolare verso il socialismo, per noi è aria pura.
Mentre il viale centrale di Corso Regina era molto affollato, le vie laterali
sgombre offrivano interessanti prospettive di attacco. Sicuramente dal punto di
vista tattico molto è migliorabile. Ma non importa, il tempo è dalla nostra
parte. Impareremo dai nostri errori.
4. bis Non ci sono agitatori esterni ma la consapevolezza di una posta in gioco
internazionale
“C’erano i francesi, spagnoli e greci”. “I violenti vengono da mezza Europa”.
Per tanti tra politici e giornalisti uno dei punti centrali della vicenda è
proprio questo: le presenze non italiane ai cortei. Un misto confuso di
dietrologia (gli infiltrati), di deliri su modelli organizzativi para-militari,
usato per spiegare un dato tutto sommato semplice. L’accumulo di esperienze dei
cicli di sollevazioni passate, in giro per il mondo, contribuisce spontaneamente
a tessere una rete di contatti e amicizie che supera i confini nazionali. È
qualcosa di così strano? Una delle recriminazioni che va per la maggiore contro
i protagonisti delle rivolte, è quella di cercare uno sfogo effimero e istintivo
alle proprie frustrazioni esistenziali, senza preoccuparsi di costruire una
prospettiva politica.
Ma l’opportunità che momenti simili si trasformino in forza politica solida e
durevole, dipende proprio dalla sedimentazione strategica di esperienze,
relazioni e tecniche. Il fatto che l’internazionalismo sia diventato anche per
la sinistra una parolaccia o un’accusa criminalizzante, è solo un’altra spia del
suo stato di sclerosi avanzata. Sarebbe ridicolo denunciare la catastrofe in
corso se non si ha l’ambizione di organizzarsi come forza mondiale.
5. La rivolta fa saltare il tavolo perché inceppa la macchina infernale di
sinistra e destra, il dispositivo controrivoluzionario che sta portando al
potere i fascisti in tutto l’Occidente.
Viviamo in un’epoca storica di controrivoluzione scatenata. Chiusa una lunga
sequenza di sommovimenti e insurrezioni che hanno scosso il mondo a più riprese,
almeno fino al 2019, lo spettacolo che ci si presenta è piuttosto desolante. Una
sudditanza assoluta della sinistra all’agenda del capitalismo cibernetico e
ultra-liberale, condita dal disprezzo ostentato verso chiunque non si pieghi
alle ragioni del progresso, del mercato o della ragione democratica, ha
preparato inesorabilmente la vittoria a mani basse della peggiore destra
fascista. Il disprezzo per l’arretratezza e l’irrazionalità di chi si rivolta,
che si tratti di automobilisti con il gilet giallo, di agricoltori o di
renitenti alla sorveglianza sanitaria, è stato un ingrediente decisivo nel
preparare questa vittoria. Al punto che la destra – oggi al governo – è riuscita
a vestirsi, nel corso dei decenni, delle bandiere dell’alternativa, della
protesta, appropriandosi perfino della parola “rivoluzione”.
A forza di voler incarnare il fronte del Bene e dell’Ordine, la sinistra è
l’unica responsabile delle derive fasciste in corso e del loro costante
rafforzamento. Non solo: il richiamo a compattarsi in un campo antifascista ben
allineato e ragionevole, in nome dell’argine alla peste bruna e al pericolo
autoritario, alimenta ancor più un circolo vizioso in cui sinistra e destra si
sostengono mutuamente nella propria funzione controrivoluzionaria.
Non è nulla di storicamente inedito: la destra avanza spavalda, la sinistra
esprime la sua natura di difesa conformista nell’ordine e di normalizzazione
istituzionale. Il risultato è che qualsiasi discorso politico che voglia
intervenire nella sfera pubblica, presa dentro questa macchina
controrivoluzionario viene immediatamente schiacciato, reso incomprensibile.
Oppure viene riassorbito in uno dei due poli. In tal senso le forme di
ribellione di strada, attaccate da tutti i fronti e da tutte le parti, sono un
gesto che serve a mostrare in superficie l’ovvia solidarietà tra tutte le
componenti della macchina di governo e di propaganda, tra tutte le versioni
della sfera pubblica. Portando alla luce del sole la falsa alternativa tra
fascisti e progressisti, che le piazze per la Palestina avevano evidenziato solo
in parte, le rivolte mostrano la possibilità di un’opposizione politica
effettiva, di pratiche e comportamenti che, sebbene ancora embrionali, liberano
lo spazio per qualcosa di meglio. Qualcosa di più serio e di più entusiasmante,
che ci ostiniamo a chiamare possibilità rivoluzionaria.
5. bis. Solo la rivolta di piazza ha una qualche forza di risposta ai fascisti.
Abbiamo detto che la sinistra ha costruito il consenso dei fascisti per decenni.
Ora ci troviamo di fronte alla situazione paradossale in cui questi personaggi
indicano nell’attacco alla polizia e nel disordine di piazza un favore oggettivo
alla repressione, che loro stessi sostengono a gran voce. Inutile sprecare fiato
per replicare a questi miserabili. Sottolineiamo solamente alcune costanti
storiche che sono sotto gli occhi di chiunque non sia del tutto accecato. Nel
2020, in seguito all’omicidio di George Floyd, abbiamo visto un’esplosione di
rabbia violenta scuotere la città di Minneapolis e gli USA di Trump. Ciò ha
portato all’incendio di commissariati, mezzi della polizia, all’attacco e al
saccheggio diffusi. Il mondo democratico e progressista, in America e a tutte le
latitudini, si è affannato a far passare per un “movimento pacifico” quello che,
secondo qualsiasi testimonianza credibile, è stato a tutti gli effetti un moto
insurrezionale. Neutralizzazione, rimozione e repressione si bilanciano
nell’impresa di cancellare la possibilità sovversiva che balena in questi
momenti.
L’esito politico della cancellazione e del recupero della sommossa è oggi sotto
gli occhi di tutti. Mascherarla da opposizione pacifica non ha impedito al
trumpismo di ritornare con ancora più forza: addomesticare la rottura non è solo
controproducente, ma pericoloso. Tuttavia i fatti del 2020 non sono stati
inutili, perché è piuttosto chiaro che la memoria della rivolta non è estranea
alle forme di resistenza che appaiono oggi contro l’occupazione militare di
molte città e i rastrellamenti fascisti dell’ICE. Proprio a Minneapolis lo
scenario di guerra civile, sempre più aperto, ha portato già ad alcune uccisioni
a sangue freddo. Persone che hanno ostacolato in prima linea gli arresti,
cercando di intralciare le operazioni di polizia e violando la legge, hanno dato
l’esempio di una resistenza coraggiosa ed efficace. In un contesto di
irrigidimento della violenza repressiva e della reazione, è tanto più palese che
il coro democratico non serve a nulla.
Lasciamo al lettore soltanto due domande: chi scende in strada a rischio della
propria vita nella strade di Minneapolis, assomiglia di più alle ragazze e ai
ragazzi che hanno avuto il coraggio di affrontare la polizia a Torino, o ai
commentatori perbenisti che li condannano da casa? Se la rete di organizzazione
e solidarietà che si struttura intorno alle rivolte, invece di cedere al ricatto
di un ritorno alla normalità, perfezionasse i propri mezzi e si organizzasse per
durare, siamo sicuri che un processo di trasformazione più radicale e profondo
sarebbe un’opzione così assurda? Noi, dal nostro, sappiamo che quando il
fascismo ha avuto battute di arresto è stato proprio quando le rivolte sono
esplose, quando invece è intervenuta la sinistra il fascismo ha trionfato.
Weimar docet. Sempre nella storia e ancora oggi, il contrario di destra non è
sinistra, ma rivoluzione.
5. ter. La teoria del complotto degli infiltrati è un’operazione di polizia
all’altezza dei tempi, quindi del tutto inverosimile e di pessima fattura.
Ovviamente gli infiltrai esistono, i gruppi rivoluzionari ne hanno scoperti e
allontanati in un’infinità di occasioni e si potrebbero citare moltissimi
episodi. In nessun caso, è davvero avvilente ribadirlo, gli “infiltrati” possono
determinare l’esito di un corteo, raggrupparsi in alcune centinaia con una
chiara ed evidente disposizione allo scontro, prendere con naturalezza le prime
linee e costringere tramite strumenti di controllo psichico molto sofisticati il
resto del corteo a seguirli, supportarli, non abbandonare la piazza. Questo era
ovvio nel 2001 a Genova, lo era nel 2011 a Roma, lo è ne 2026 a Torino. Peraltro
il 31 gennaio è stata una di quelle occasioni in cui lo scollamento tra chi ha
praticato in prima persona lo scontro e il resto dei manifestanti era minima,
quasi nessuno è scappato, quasi tutti hanno capito le ragioni di quanto
avveniva. Chi pensa che dinamiche del genere siano imputabili all’infiltrazione
ha il cervello devastato dalla perenne esposizione all’istupidimento mediatico e
alle tecnologie digitali, e fin qui si potrebbe affrontare la cosa con una
compassionevole tolleranza. Invecchiare bene non è dato a tutti.
Il problema è che la denuncia degli infiltrati, quando attecchisce, crea
fantasmi collettivi che hanno favorito in molti casi il lavoro poliziesco,
portando ad atteggiamenti di sospetto e delazione. Sarebbe bene che per senso
del ridicolo e per prudenza, se non per lucidità, la si smettesse con queste
scempiaggini.
6. Precisazione terminologica sul significato del coraggio e della
vigliaccheria.
Una tra le espressioni più odiose dello stravolgimento linguistico spudorato ed
orwelliano che caratterizza il discorso pubblico, è quella che evoca per bocca
di molti politici e giornalisti la questione del coraggio. Siamo abituati a un
uso del vocabolario in cui ogni parola è usata per significare il suo opposto:
la pace è il regno dell’economia di guerra, l’economia verde intossica il
pianeta e la civiltà consiste nella sottomissione, nell’indifferenza alle
sofferenze altrui, nel camminare dritti mentre ogni tipo di ingiustizia e
violenza viene perpetrata ad un passo da noi. Se non fossimo così regolarmente
educati a un simile uso del linguaggio, ci sarebbe da rimanere attoniti a
sentire pennivendoli da quattro soldi e ministri che dall’alto dei loro scranni
definiscono vigliacchi i ragazzi che erano in piazza sabato. Fa ribollire il
sangue. Proviamo a rendere l’immagine: qualcuno che affronta per ore, tra
lacrimogeni sparati ad altezza uomo e cariche continue, a rischio della sua
incolumità e di finire in prigione, le forze di polizia armate e
iper-equipaggiate di uno Stato, si può chiamare codardo. I mercenari che
agiscono nell’impunità assoluta per difendere l’ordine sono invece un esempio di
coraggio, ugualmente lo sono gli imbrattacarte e i politicanti che dispensano
sentenze morali senza aver mai affrontato un rischio in vita loro. Basterebbe
soffermarsi su questo paragone e riflettere sui termini, per dare la misura di
quanto non capiate un cazzo.
6. bis Chiamare l’episodio dello sbirro a terra un esempio di “violenza
selvaggia” vuol dire non sapere cosa sia la violenza.
Un celerino finisce a terra mentre cerca di strafare durante una carica. Il
resto del plotone lo lascia indietro senza pensarci due volte. Alcuni
manifestanti lo prendono a calci per pochi secondi e nella concitazione riceve
anche un colpo di martello sulla schiena, del tutto calibrato. Un gesto di
autodifesa elementare, misurato, giusto e salutare. Due giorni dopo è già
dimesso, quasi incolume, come non sarebbe di certo accaduto se fosse stato preso
“a martellate”. Tuttavia questa è la versione dei giornali e della narrazione
ufficiale: un’aggressione furiosa, ferina, di una violenza spietata che fa
inorridire.
La mistificazione è talmente plateale che parla da sé, ma val la pena dire poche
cose. La prima è che a forza di subire, la voglia di vendicarsi e di rendere i
colpi è il sintomo di un istinto vitale più che comprensibile. Chi ha colpito
l’agente a terra, intralciandolo mentre si lanciava con trasporto nel pestaggio
dei manifestanti, ha difeso sé stesso e gli altri. E va ringraziato. Alla pari
di tutti coloro che hanno distribuito maalox, aiutato chi avevano accanto,
protetto in ogni modo il resto del corteo. Il cittadino qualunque che si indigna
per le poche bastonate ricevute dallo sbirro è vittima di un’identificazione
masochistica con il proprio carnefice, il suo problema è psicopatologico prima
che politico.
In un momento storico in cui si usa la parola “rivoluzione” per riferirsi alle
cose più bislacche, al punto che persino il capo del governo ha apostrofato i
manifestanti di sabato come “pseudo-rivoluzionari”, ci spiegherete in quale
rivoluzione i tutori dell’ordine non hanno ricevuto, come minimo, una buona dose
di bastonate.
Cosa si può fare dopo una giornata come quella del 31? Una volta che l’evento si
è chiuso, ci sono almeno due atteggiamenti possibili verso il suo lascito.
Si potrebbe dire “abbiamo scherzato”, cercare di rendere più digeribile
l’intensità e la violenza di qualcosa che ci scavalca, che è pericoloso e
potrebbe comportare delle conseguenze impreviste. Conseguenze non soltanto in
termini penali o repressivi, ma anche di scompaginamento o crisi di forme
organizzative note, di impossibilità a riprodurre i modi di azione politica che
abbiamo seguito fino al giorno prima. Le alleanze politiche all’insegna
dell’unanimismo si incrinano, la propaganda nemica fende il consenso grazie alla
demonizzazione delle pratiche più offensive, ci si trova in una condizione
scomoda. La prima opzione comporta il tentativo di ricomporre questo consenso
nella ricostruzione di un’unica grande famiglia, di riportare l’esperienza dello
scontro – in quanto ha di più disturbante – a una narrazione edulcorata e
rassicurante che vada bene per tutti i palati. La tattica della ricomposizione
ex post, cercando di ricucire gli strappi, tenta di ridimensionare l’attacco
alla polizia, di enfatizzare le violenze verso i manifestanti, di rioccupare il
ruolo dei “buoni” nella battaglia comune dell’opposizione alle politiche
governative. È una tattica che troverà – a fatica – qualche sostegno in una
parte del mondo intellettuale e politico, ma dubitiamo che possa andare molto
lontano. Le immagini del disordine sono ancora troppo vivide negli occhi di
tutti. Il peggio è che un atteggiamento del genere crea uno scollamento
paralizzante in chi quel momento lo ha vissuto, e si ricorda bene quanto poco ci
sia stato di “difensivo” nell’esplodere della rabbia collettiva.
Un secondo modo di reagire corrisponde invece a una scommessa: più rischiosa,
perché avere contro tutte le voci, tutte le opinioni, non è mai una posizione
comoda. Ma anche più autentica e appassionante. Dire alle ragazze e ai ragazzi
che hanno combattuto in strada che quel che è accaduto è una cosa seria, che la
distruzione ha una sua razionalità politica, che si può credere nell’intensità
di quell’esperienza e organizzarla in possibilità concreta e generale. Abbiamo
parlato della resistenza contro l’ICE in America, che rappresenta almeno in
parte un’immagine del nostro futuro più prossimo, all’insegna di guerra civile e
crudeltà fascista. L’incontro tra i gesti di opposizione di strada, in aperta
sfida alla polizia, le reti di supporto e organizzazione popolare, e un
possibile intensificarsi del conflitto, rappresentano un’indicazione seminale
dei nostri compiti futuri.
Chi ha vissuto la piazza del 31, chi si rende conto dello stato del mondo in cui
vive e della portata del suo disastro, sa che non può aspettarsi nulla da
alleanze politiche istituzionali, tutele giuridiche, movimenti d’opinione. Solo
credendo fino in fondo all’impatto della sommossa, alle amicizie che vi si
intrecciano, alla chance che si trasformi in un potenza rivoluzionaria, ci si
può rendere immuni all’epidemia di stupidità e di cinismo che sembra aver
contagiato i nostri contemporanei.
> “…di fronte a questa facciata di marmo, se continuiamo a picconare, forse si
> trova un filone d’oro. Forse è questa la rivoluzione”