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Perquisizioni e richiesta misure cautelari per il corteo del 31 gennaio
Venerdì mattina un’altra ondata di perquisizioni domiciliari, 14 in diverse parti d’Italia, ha colpito compagne e compagni per la manifestazione nazionale del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna a Torino. Per quel corteo la procura ha chiesto 19 misure cautelari, dal carcere all’obbligo di firma, che non sono ancora in vigore: prima dovranno passare dall’interrogatorio di garanzia. Le accuse vanno dalla resistenza aggravata alle lesioni a pubblico ufficiale, fino al tentato omicidio, contestato per un fumogeno che avrebbe dato fuoco a una camionetta con una guardia a bordo. Un tentativo di punire alcuni per una giornata di rabbia popolare a cui hanno partecipato oltre 50mila persone. Intanto la procura di Torino riapre anche il processo Sovrano contro il movimento No Tav, il Neruda e Askatasuna con l’accusa di associazione a delinquere. Il 31 marzo l’ipotesi associativa era caduta, ma la procura ha fatto appello: stamattina alle 9 presenza solidale in aula per la prima udienza dopo la pausa estiva. Ne abbiamo parlato con Martina di Askatasuna
October 12, 2026
Radio Blackout - Info
Askatasuna, continua la repressione: 19 attivisti colpiti da misure cautelari
Resistenza aggravata, lesioni a pubblico ufficiale, danneggiamento, travisamento, porto di oggetti atti all’offesa, rapina e addirittura tentato omicidio: sono queste le fattispecie contestate contro 19 soggetti, per i fatti avvenuti a Torino durante la manifestazione nazionale per Askatasuna, svoltasi lo scorso 31 gennaio. In quell’occasione, migliaia di persone giunte da tutta Italia si ritrovarono nel capoluogo piemontese per protestare contro lo sgombero del centro sociale, avvenuto nel dicembre 2025, e contro la militarizzazione – tutt’ora in corso – del quartiere dove si trova la struttura. Contro tutte le persone indagate sono state disposte misure cautelari a vario titolo, che vanno dall’obbligo di firma alla custodia in carcere. Contestualmente, l’autorità giudiziaria ha disposto anche 14 perquisizioni domiciliari. Nel corso della manifestazione, migliaia di persone – 50 mila per gli organizzatori, 15 mila per la questura – avevano attraversato Torino per esprimere il proprio dissenso contro le politiche impiegate dall’amministrazione comunale e dagli apparati statali al fine di reprimere i movimenti antagonisti torinesi. A prendervi parte sono state oltre duecento realtà provenienti da tutta Italia, che dalla piazza hanno lanciato un messaggio unitario: basta con gli assalti indiscriminati agli spazi di aggregazione. Poche settimane prima, il centro sociale Askatasuna, realtà nevralgica nel contesto delle lotte sociali del Piemonte e non solo, era infatti stato oggetto di sgombero da parte delle forze dell’ordine, che avevano successivamente occupato l’area perimetrale della struttura. A dieci mesi dai fatti, la zona rimane ad oggi militarizzata, con un costo per i contribuenti di oltre sette milioni di euro. Durante il percorso, uno spezzone del corteo si è staccato per dirigersi verso corso Regina 47, dove ha sede la palazzina che ospitava Askatasuna. Una volta giunti sul posto, presidiato da decine di camionette e agenti in tenuta antisommossa, è iniziata la guerriglia tra polizia e alcuni attivisti. Secondo il comunicato della Questura, almeno 103 poliziotti sarebbero rimasti feriti negli scontri, che hanno visto gli agenti rispondere con lacrimogeni ad altezza uomo e pestaggi indiscriminati (anche contro giornalisti e anziani) al lancio di oggetti da parte dei manifestanti. Uno degli agenti sarebbe anche stato preso a calci e martellate, ma non è chiaro se sia in questo contesto che è stato contestato il tentato omicidio. Come denunciato dallo stesso Ordine dei Medici di Torino, al termine della manifestazione le forze dell’ordine sono entrate all’interno dei pronto soccorso e nei centri di cura identificando i cittadini che avevano bisogno di assistenza medica per ferite o intossicazione da lacrimogeni, tanto che molti di questi hanno rinunciato alle cure limitandosi a soccorsi sommari per strada. Sui propri social, gli attivisti denunciano l’intenzione, da parte delle autorità, di «dare la responsabilità ad alcuni di quella che è stata una manifestazione di rabbia popolare» e rimarcano la solidarietà «con chi viene colpito da questa operazione, un tentativo di punire alcuni per una giornata che rimane nella storia ma che non è finita con le ceneri di un pomeriggio, anzi, consolida una prospettiva di lotta collettiva per la libertà di tutti e tutte». Nel frattempo, nella giornata di oggi, 12 ottobre, è ripreso il processo di appello contro alcuni attivisti di Askatasuna, dello Spazio Popolare Neruda e del Movimento No TAV, nell’ambito del quale 16 persone devono rispondere dell’accusa di associazione a delinquere per fatti avvenuti nel contesto delle lotte sociali in Piemonte. In primo grado, il processo si era concluso con il crollo di tutte le accuse. The post Askatasuna, continua la repressione: 19 attivisti colpiti da misure cautelari appeared first on L'Indipendente.
October 12, 2026
L'INDIPENDENTE
Askatasuna vuol dire libertà: operazione di polizia a seguito della manifestazione del 31 gennaio 2026
Questa mattina sono state effettuate 12 perquisizioni ai danni di compagni e compagne per un totale di 19 richieste di misure cautelari che vanno dal carcere all’obbligo di firma, tutte prevedono il passaggio preliminare all’interrogatorio di garanzia. Un’operazione a firma Paolo Scafi, pm dalla penna facile quando c’è da fare […] L'articolo Askatasuna vuol dire libertà: operazione di polizia a seguito della manifestazione del 31 gennaio 2026 su Contropiano.
October 11, 2026
Contropiano
Torino: solidarietà ad Askatasuna
comunicato del Network Antagonista Torinese sulle nuove efferratezze istituzionali. Askatasuna vuol dire libertà: operazione di polizia a seguito della manifestazione del 31 gennaio 2026 Riprendiamo il comunicato pubblicato dal Network Antagonista Torinese, solidarietà a tutti e tutte le compagne e i compagni inquisiti! La mattina del 9 ottobre sono state effettuate 12 perquisizioni ai danni di compagni e compagne per
October 10, 2026
La Bottega del Barbieri
ASKATASUNA: PERQUISIZIONI IN TUTTA ITALIA DOPO LA MANIFESTAZIONE A TORINO DEL 31 GENNAIO, CHIESTE 19 MISURE CAUTELARI
Ondata di perquisizioni domiciliari – 14 – in diverse parti d’Italia nei confronti di compagne e compagni per la manifestazione nazionale del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna a Torino (qui la cronaca di quel giorno su Radio Onda d’Urto) e in particolare per gli scontri a fine corso in Corso Regina Margherita, non distante dal centro sociale torinese sgomberato a metà dicembre e da allora abbandonato se non da un gigantesco dispositivo poliziesco, da 10 mesi a guardia del nulla. Le veline di Torino parlano anche di 19 misure cautelari, dal carcere all’obbligo di firma, che dovranno tuttavia passare prima dal vaglio dell’interrogatorio di garanzia. Le parole di una compagna di Askatasuna. Ascolta o scarica. Di seguito il comunicato del csa Askatasuna di Torino: Questa mattina sono state effettuate 12 perquisizioni ai danni di compagni e compagne per un totale di 19 richieste di misure cautelari che vanno dal carcere all’obbligo di firma, tutte prevedono il passaggio preliminare all’interrogatorio di garanzia. Un’operazione a firma Paolo Scafi, pm dalla penna facile quando c’è da fare incetta di misure cautelari, tra le sue ultime prodezze le misure per gli ultras di Toro e Juve a seguito degli scontri del derby quando Marco Basoccu venne gravemente ferito alla testa da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo. Il contesto è quello della manifestazione oceanica del 31 gennaio scorso a seguito dello sgombero del centro sociale Askatasuna. Ai compagni e alle compagne coinvolti nelle richieste di misura cautelare vengono imputati diversi reati con l’intento di dare la responsabilità ad alcuni di quella che è stata una manifestazione di rabbia popolare che ha visto la partecipazione di oltre 50 mila persone. Ricordiamo anche l’uso massiccio e violento da parte delle forze dell’ordine di lacrimogeni sparati ad altezza uomo, di cui si è parlato in un dossier e in diverse inchieste giornalistiche. La violenza è quella che viene dall’alto e che viene perpetrata ogni giorno nei confronti di chi deve essere messo a lavoro per interessi nemici ai nostri. Lo sgombero dell’Aska è stato un colpo voluto dal governo a seguito di un movimento che ha bloccato un Paese intero per fermare un genocidio mostrato in diretta tv. In quella giornata Piantedosi si sfregava le mani e scriveva sui social che finalmente giustizia era stata fatta, i politici locali con Marrone in testa non hanno sprecato l’occasione per togliersi sassolini dalle scarpe, la questura di Torino e la Procura hanno avuto la loro soddisfazione effimera nel vedere che finalmente i loro sforzi erano stati premiati. Eppure, l’unica cosa certa è che il 18 dicembre 2025 ha chiuso una porta ma ha spalancato uno spazio di possibilità che ancora oggi vive nelle lotte di ogni giorno. Torino è partigiana avevamo detto in quell’occasione e Torino continua anche oggi a schierarsi contro la guerra, contro il riarmo e contro un sistema che sfrutta e specula per il profitto. Torino è partigiana perché è con la Palestina che resiste, è con gli studenti e studentesse che nelle scuole e nelle università pretendono un futuro più giusto, è con i lavoratori e lavoratrici che scioperano per interrompere e bloccare la guerra sui nostri territori. Torino è solidale con chi viene colpito da questa operazione, un tentativo di punire alcuni per una giornata che rimane nella storia ma che non è finita con le ceneri di un pomeriggio, anzi, consolida una prospettiva di lotta collettiva per la libertà di tutti e tutte. Intanto, ci vediamo nelle piazze di questo ottobre contro il riarmo e per la Palestina, verso il 24 ottobre e oltre. Askatasuna vuol dire libertà, solidarietà a tutti e tutte le compagne inquisite!  
October 9, 2026
Radio Onda d`Urto
Il Consiglio di Stato condanna un membro di Chrono Media al pagamento di un’ammenda dopo la manifestazione per Askatasuna
Dopo i fatti che hanno coinvolto nel gennaio scorso un nostro inviato (M.), concludevamo il nostro primo comunicato con queste parole: «Nei prossimi mesi avremo bisogno del supporto di tutta la comunità che crede in questo progetto». Da allora sono trascorsi otto mesi, durante i quali abbiamo continuato a lavorare attraversando difficoltà, cambiamenti e nuove fasi di crescita, sia personale che professionale. Oggi ci troviamo davanti a una sfida che non possiamo affrontare da soli e per la quale abbiamo bisogno del sostegno di tutta la nostra comunità. Otto mesi fa, il viaggio verso la manifestazione per Askatasuna del 31 gennaio a Torino si è trasformato, per uno di noi, in un fermo, una perquisizione, nove ore in una cella in questura e nel divieto di fare ritorno nella città fino al 2028, misura tuttora in vigore. Il tutto è avvenuto sulla base della presunta violazione di un’ordinanza firmata il 29 gennaio e “pubblicata” il 30, di cui non eravamo a conoscenza. Il provvedimento vietava di detenere determinati oggetti «nei luoghi e in occasione della manifestazione» del 31 gennaio. M., insieme ad altre quattro persone, si trovava invece a 7 chilometri dal luogo della manifestazione, quattro ore prima del suo inizio, e non aveva preso parte ad alcuna iniziativa. Quella giornata ci ha costretto a fermarci e a fare i conti con una realtà che fino a quel momento avevamo solo documentato. M. ha sperimentato direttamente, insieme a tanti altri, cosa significhi essere identificati, perquisiti, trattenuti e privati per ore della propria libertà, mentre si cerca semplicemente di documentare ciò che accade o di esercitare il proprio diritto a manifestare. Abbiamo scoperto, come Chrono, quanto rapidamente un progetto costruito con il lavoro volontario di pochi giovani possa trovarsi esposto a conseguenze che vanno ben oltre le proprie possibilità materiali, imponendoci di ripensare alcune delle nostre modalità di lavoro. Nei mesi successivi abbiamo dovuto affrontare le conseguenze tutto questo provando, nel frattempo, a fare informazione. È da qui ora che vogliamo ripartire. Non per tornare semplicemente su quanto accaduto otto mesi fa, ma per raccontare cosa è successo da allora, il processo, le condanne, e perché ci troviamo oggi a chiedere il sostegno della comunità che ci ha accompagnato finora. Cosa è successo? Dopo il fermo e il successivo foglio di via, quattro delle cinque persone coinvolte (tra cui M.) hanno deciso di impugnare il provvedimento davanti al TAR del Piemonte, pagando 650 euro a persona per le pratiche di deposito. Insieme al ricorso è stata parallelamente chiesta anche la sospensione del foglio di via. Il provvedimento ha infatti una durata di due anni e, considerando i tempi della giustizia amministrativa, senza una sospensiva un eventuale esito favorevole sarebbe potuto arrivare a divieto già terminato. A sostegno del ricorso i 4 hanno raccontato chi erano, ricostruito le loro vite, i percorsi universitari, le attività e i loro progetti, spiegando perché si trovassero quel giorno in viaggio verso Torino. Avevano tra i 20 e i 22 anni. Nel caso del nostro inviato abbiamo inoltre documentato l’attività di informazione e documentazione svolta attraverso il collettivo, senza nascondere nulla del nostro percorso editoriale. Nonostante questo, il TAR del Piemonte ha respinto la richiesta di sospensione, mantenendo in vigore i fogli di via. A quel punto tre persone, tra cui M., hanno deciso di contestare la decisione del TAR davanti al Consiglio di Stato. L’avvocato aveva prospettato, in caso di condanna alle spese, un importo di circa 1.000 euro a persona, sulla base della propria esperienza. I tre avevano quindi deciso di procedere, ritenendo di poter sostenere il rischio, convinti che gli elementi presentati nel ricorso potessero essere sufficienti a ottenere una decisione favorevole. Nei primi giorni di agosto l’avvocato ci ha comunicato l’esito della sentenza: il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso e ha condannato i tre al pagamento di 3.000 € ciascuno al Ministero dell’Interno, per un totale previsto – una volta considerati gli accessori – di circa 13.000€. E adesso? Questa condanna, per la somma atipica e per lo sviluppo della vicenda, non possiamo percepirla come una semplice conseguenza amministrativa della giornata del 31 gennaio, ma come un provvedimento dal carattere punitivo. La decisione è arrivata il 31 luglio, a pochi giorni dalle forti tensioni attorno alle mobilitazioni No TAV. Gli stessi giorni in cui il ministro Crosetto ha descritto gli avvenimenti in Val di Susa come una forma di “guerriglia urbana”, arrivando a evocare un parallelismo con le Brigate Rosse. Ma al di là del contesto politico nel quale questa decisione è arrivata, ci sono due elementi della vicenda che riteniamo particolarmente gravi. Il primo punto riguarda il modo in cui è stato trattato il nostro lavoro. Nonostante avessimo spiegato nel dettaglio le ragioni della presenza di M. a Torino, il nostro lavoro giornalistico non ha ricevuto alcun riconoscimento. M. è stato considerato semplicemente come una persona in possesso di determinati oggetti — un casco da bici, una maschera antigas e un paio di occhialini protettivi — senza tener conto che questa attrezzatura rientra nei normali strumenti di protezione individuale per chi documenta manifestazioni in cui sono previsti scontri. È un principio che ci preoccupa perché, in questa impostazione, non serve necessariamente essere coinvolti in una condotta definita come “illecita”, ma basterà “trovarsi” nel posto sbagliato, avere con sé determinati oggetti ed essere ritenuti potenzialmente intenzionati a utilizzarli. Una tendenza che stiamo vedendo sempre più emergere nella gestione del conflitto sociale da parte dello stato, come l’introduzione del fermo preventivo. Il secondo elemento riguarda proprio questo passaggio: non viene sanzionato un fatto concretamente avvenuto, ma una presunta intenzione futura. Il provvedimento non interviene infatti su una condotta che M. ha tenuto durante una manifestazione, alla quale non ha nemmeno preso parte, ma sulla base della possibilità che quegli oggetti potessero essere utilizzati per violare la legge. Si passa così dalla sanzione di un comportamento alla valutazione preventiva di una persona sulla base di ciò che, secondo chi giudica, potrebbe essere portata a fare. Dal diritto che sanziona il fatto si è già passati negli anni a un diritto che sanziona le persone e le loro possibili intenzioni. Ed è questo il punto che riteniamo riguardare tutti. Se questa impostazione diventa un precedente, il problema non riguarda più esclusivamente cinque persone che quel giorno si stavano recando a Torino, ma può riguardare chiunque si trovi in una situazione analoga. Non è necessario essere coinvolti in uno scontro o commettere un reato: può bastare una presunzione su ciò che si potrebbe fare. Per questo abbiamo deciso di trasformare questa vicenda in qualcosa di diverso, da caso singolo a caso collettivo. Chiediamo alla comunità che ci ha sostenuto in questi anni di aiutarci a superare questa emergenza, ma anche di contribuire a costruire una risposta solidale. Se riusciremo a raccogliere la cifra necessaria, avremo non soltanto affrontato una conseguenza economica che oggi ricade direttamente su M. come individuo, ma avremo dimostrato che a un precedente di questo tipo può essere contrapposto un altro precedente: quello della solidarietà concreta tra chi produce informazione, chi si mobilita e chi sostiene questi percorsi. Per Chrono, inoltre, questo passaggio rappresenta un punto di non ritorno. Siamo ancora tre studenti poco più che ventenni e per anni abbiamo costruito questo progetto mettendo insieme studio, lavoro e attività del collettivo, rimandando una strutturazione più solida perché le nostre condizioni materiali non ce lo permettevano. Oggi non possiamo più permetterci di continuare a rimandare. Le conseguenze di quanto accaduto ci hanno mostrato concretamente quanto sia fragile un progetto che si regge quasi esclusivamente sul lavoro volontario e non riconosciuto di poche persone. Il tipo di lavoro che vogliamo svolgere e il contesto nel quale questo lavoro viene sempre più spesso ostacolato ci impongono quindi un passaggio di scala. Quanto accaduto a un membro del nostro collettivo non è un episodio isolato. Negli ultimi mesi abbiamo visto pressioni e attacchi colpire anche altre realtà che svolgono una funzione di informazione, comunicazione e supporto al movimento, come nel caso di Autistici/Inventati. Pensavamo già da tempo che fosse arrivato il momento di strutturarci. Oggi quell’esigenza non è più rinviabile. Ma prima di poterla affrontare, dobbiamo superare l’emergenza che abbiamo davanti. Per questo chiediamo un sostegno attivo attraverso una campagna di crowdfunding con un obiettivo pari a 4500€ per coprire la quota della condanna che ricade su M. Una volta raggiunto questo primo obiettivo, la raccolta resterà aperta anche al sostegno delle altre due persone coinvolte, con l’obiettivo di contribuire, per quanto possibile, alla copertura dell’intero costo della condanna. Ai singoli che ci seguono, alle realtà con cui abbiamo condiviso pezzi di questo percorso, a chi ha riconosciuto in questi anni il valore del nostro lavoro e a chi ci incontra per la prima volta chiediamo un aiuto per superare questa fase. Chrono ha sempre cercato, nei limiti delle proprie possibilità, di sostenere chi si è impegnato, organizzato e battuto per costruire spazi di solidarietà e conflitto. Oggi siamo noi ad avere bisogno di quello stesso sostegno. Per permettere una ricostruzione migliore dei fatti alleghiamo parte del primo comunicato redatto da Chrono Media pochi giorni dopo la manifestazione, esattamente il 4 febbraio 2026 La mattina del 31 gennaio 2026 un nostro inviato si è recato in auto a Torino, insieme ad altre quattro persone, per documentare la manifestazione in solidarietà con il Centro Sociale Askatasuna. L’inviato era munito di macchina fotografica, action cam, casco da bicicletta, maschera antigas, occhialini protettivi e nove bustine di Maalox, un kit abitualmente utilizzato in scenari in cui si prevede l’uso di gas CS da parte delle forze dell’ordine. Le altre persone avevano occhialini da piscina e mascherine FFP3, esclusivamente per protezione dai gas irritanti. Dopo il superamento del casello autostradale di Rondissone, intorno alle 10:00, l’automobile è stata fermata in una piazzola di sosta dalla polizia stradale per quello che è stato definito un “normale controllo di polizia”, per il quale non ci è stato chiesto di scendere dall’auto. Successivamente, sono giunti suk posto due agenti della DIGOS in borghese, che hanno scattato delle fotografie al volto delle persone in auto, trasferendo verosimilmente le immagini al posto di blocco successivo. Intorno alle 11:00 il veicolo è stato fermato una seconda volta in zona Torino Stura, nei pressi della cosiddetta “Sfinge”. In questa occasione è stato ordinato di scendere dall’auto e di aprire gli zaini. Sono stati separati casco da bicicletta, maschera antigas, occhialini protettivi e Maalox. Il tentativo di spiegare le finalità giornalistiche e di mostrare l’attrezzatura per la documentazione fotografica e video è risultato vano. Durante queste operazioni abbiamo ripetutamente chiesto quale fosse la ragione del fermo e delle perquisizioni, ricevendo come unica risposta che “lo avremmo visto poi sulle carte”. È intervenuta nuovamente la DIGOS, che ha scattato nuove fotografie ai volti con telefoni cellulari, sostenendo che quelle presenti sui documenti non fossero aggiornate. Alle 11:30 ci è stato comunicato che saremmo stati “accompagnati” in questura per qualche decina di minuti. Quattro delle cinque persone sono state caricate su una camionetta, mentre la quinta è rimasta sull’auto con agenti a bordo. Dopo circa mezz’ora di viaggio, alle 12:00, siamo arrivati presso il distaccamento della Questura di Torino in via Tirreno 337. Prima di essere condotti in cella abbiamo potuto contattare il numero dell’Hub di protezione diffuso dal movimento, che ci ha messo in contatto con un avvocato suggerendoci di procedere per velocizzare le pratiche. Solo arrivati in questura ci è stato risposto che il fermo era motivato dalla violazione di un’ordinanza della prefettura mai specificata, che tuttora non troviamo ufficialmente pubblicata sul sito della prefettura se non tramite un generico articolo modificato il 2 febbraio. Dopo una perquisizione individuale siamo stati rinchiusi insieme in una cella da otto persone, già occupata da altre tre, in condizioni di forte degrado e di gravi condizioni igienico sanitarie. Poco dopo sono state rinchiuse altre due persone, arrivando ad un totale di dieci. Nel corso delle ore siamo stati prelevati uno alla volta dalla cella per periodi variabili tra i quindici e i trenta minuti per diverse procedure: prima per le generalità, poi per il trasferimento presso la polizia scientifica, dove ci sono state scattate fotografie segnaletiche, fotografie dei tatuaggi e prese le impronte digitali. Tutto questo, per aver portato degli oggetti di protezione individuale come occhialini da piscina, mascherine, e nel caso del nostro inviato quello che è stato provato essere un kit abituale per documentare queste dinamiche altamente conflittuali. Per tutta la durata del fermo non ci è stata fornita alcuna spiegazione formale sulle ragioni del provvedimento, né ci è stato permesso di contattare l’avvocato, ignorando numerose richieste nel corso delle 9 ore di fermo. Nel frattempo, grazie all’attivazione dell’Hub di protezione, amici e familiari sono stati informati della nostra permanenza in questura, sebbene siano stati comunicati orari di rilascio tra loro contraddittori, prima le 18:00, poi le 20:00. Il rilascio è avvenuto soltanto alle 21:30, dopo 9 ore e mezza di reclusione. Al momento del rilascio, oltre alla conferma del sequestro dell’attrezzatura di protezione, al nostro inviato è stata contestata la violazione dell’articolo 650 del codice penale. Secondo il prefetto, “sulla base di elementi di fatto”, egli sarebbe “dedito alla commissione di reati che mettono in pericolo la sicurezza e la tranquillità pubblica”, nonostante fosse incensurato. Come misura preventiva è stato disposto un foglio di via da Torino della durata di due anni. Ribadiamo che tale provvedimento è stato adottato per nessuna condotta avvenuta in manifestazione, alla quale ci è stato impedito di partecipare. Sara Panarella
September 16, 2026
Pressenza
Il ministro delle fandonie
di Salvatore Turi Palidda Il Dossier Viminale celebra il calo dei reati e l’efficienza delle polizie, ma i numeri raccontano soprattutto milioni di controlli, stranieri colpiti in modo sproporzionato e …