Ubisoft Milano: dopo mesi, si torna in sciopero per lo smart working
Era già successo a febbraio e succede di nuovo: alcuni dei dipendenti di Ubisoft
Milano, una delle realtà videoludiche più longeve e rinomate del panorama
italiano, sono scesi in piazza per aderire alla mobilitazione indetta da
FIOM-CGIL, protestando contro la decisione della dirigenza di rivedere in
profondità le politiche di smart working. Il sindacato chiede la riapertura di
un confronto, ma di un confronto vero: il sospetto è che i mesi di dialogo siano
serviti soprattutto a guadagnare tempo e che il cambio di policy fosse già stato
deciso dalla casa madre francese.
Lo sciopero è iniziato ieri, martedì 6 ottobre, davanti alla sede di Assago,
nell’area metropolitana di Milano, con un presidio e andrà avanti fino all’8
ottobre. Qualora l’iniziativa dovesse cadere nel vuoto, è già previsto un
secondo sciopero dal 13 al 15 ottobre, per ribadire richieste avanzate ormai da
tempo, ovvero mantenere la flessibilità lavorativa di cui lo studio ha usufruito
fino a oggi, con la possibilità di operare anche da casa. Non si chiede il
telelavoro totale. I dipendenti sono ben disposti a dedicare alcuni giorni al
lavoro in presenza, ma vogliono evitare lo scivolamento verso la presenza
obbligatoria e costante in ufficio, una soluzione che, nell’era post-pandemica,
molte aziende hanno reintrodotto più per spingere i dipendenti alle dimissioni
che per ragioni di efficienza gestionale.
E le dimissioni sono un’ipotesi tutt’altro che remota, perché lo smart working è
lo strumento che permette a molti di tenere in equilibrio vita, lavoro e
finanze. Le eccezioni previste dall’azienda al modello a cinque giorni su cinque
«non sono sufficienti a coprire tutte le problematiche odierne», ci spiega il
portavoce dei lavoratori. «Caro vita, affitti, la difficoltà di vivere a Milano,
di trovare casa, di spostarsi in auto, il tempo perso nel commute, la salute
mentale, la mancanza di strutture per i bambini o di soldi per dog sitter e baby
sitter… un miliardo di problemi pratici. […] Vale per chi vive nell’hinterland
come per chi vive fuori, per motivi economici o perché nel frattempo si è
costruito una vita altrove».
Tutte queste osservazioni erano già state avanzate a inizio anno e hanno portato
all’apertura di un dialogo, ma non hanno risolto il nodo di fondo. Nonostante i
tavoli di confronto, sostengono i lavoratori, «l’azienda si era già confrontata
con la sede centrale e dalla sede centrale ci hanno praticamente imposto, o
quasi, questa nuova policy. Ora, un accordo non si fa così: un accordo si fa fra
due parti. Abbiamo cercato in tutti i modi di farlo capire, che bisognava
partire dalla nostra piattaforma, aprire una vera negoziazione, scrivere i punti
in modo che fossero firmabili come accordo sindacale. Ma l’azienda non ha fatto
un passo, ci ha fatto muro, e la sede centrale non ha concesso altro».
La speranza è che la mobilitazione spinga a instaurare un confronto autentico,
ma le premesse non sono delle migliori. Ubisoft ha dichiarato perdite per 1,3
miliardi di euro nel 2025-2026 e non prevede di tornare in utile prima del
2027-28. Con numeri simili, l’azienda sta affrontando una ristrutturazione
significativa: ridistribuisce i suoi principali brand in gruppi di sviluppo ben
definiti e, soprattutto, riduce il personale il più possibile, anche nei team
che, nonostante la situazione generale, hanno prodotto videogiochi di comprovato
successo.
A intorbidire ulteriormente il clima interno a Ubisoft Milano c’è poi un
precedente: nel gennaio 2026 Ubisoft ha chiuso lo studio di Halifax appena tre
settimane dopo la sindacalizzazione dei suoi lavoratori. Non si puó escludere
che si trattasse di una coincidenza e non di un nesso causale, tuttavia la
vicenda lascia un alone di inquietudine, soprattutto in un settore in cui altre
aziende omologhe hanno già dimostrato tempistiche simili nel trasformare in
esuberi quei lavoratori che cercano di ottenere condizioni migliori attraverso
la sindacalizzazione.
Per comprendere meglio la situazione abbiamo contattato Ubisoft Milano,
chiedendo dettagli sulla policy proposta, sulla gestione degli ultimi mesi del
tavolo con i sindacati e sul margine di manovra concesso alle sedi locali dalla
casa madre, tuttavia l’azienda ha declinato la richiesta di commento.
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