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Roberto Arlt / Malavita a Buenos Aires
Arriva finalmente in italiano, per Bibliotheka, uno dei nuclei più compatti e
meno addomesticabili del corpus giornalistico di Roberto Arlt: venti aguafuertes
selezionate dalle oltre mille pubblicate su “El Mundo” di Buenos Aires tra il
1928 e il 1942, riunite sotto il titolo — volutamente sproporzionato rispetto
alla materia — di Tratado de la delincuencia. Il pretenzioso overstatement del
titolo è la prima spia del metodo: Arlt non sistematizza, accumula. Coima,
fascinerosi, martingaleros, avvocati da funerale, assalti in banda — la galleria
non aspira all’esaustività tassonomica ma all’inventario dello stupore, un
catalogo di pennellate rapide sulla malavita urbana di Buenos Aires che funziona
da pretesto per esercitare una prosa tagliente più che da trattato in senso
proprio.
È proprio questa dimensione tecnica — la scrittura come montaggio di materiali
eterogenei — a rendere il libro rilevante oltre il suo valore documentario. La
critica argentina ha da tempo insistito su una lettura di Arlt come bricoleur:
uno scrittore che compone i propri testi, giornalistici e narrativi, con
“restos”, frammenti, saperi squalificati, la lingua sgangherata delle traduzioni
popolari spagnole più che il castigliano normativo. La stessa intuizione è stata
spinta verso l’estetica della modernità tecnica periferica: Arlt non offre una
visione né riconciliata né ottimista, ma sostiene una modernità radicalizzata,
tanto inevitabile quanto critica. Nel Trattato questa tensione si traduce in uno
sguardo che non giudica il delinquente dall’alto di una morale borghese né lo
redime in chiave picaresca: lo osserva come sintomo di un ordine economico e
sociale che produce sistematicamente i propri margini. Il crimine minuto, la
coima, la truffa da quattro soldi sono variazioni sul tema unico dell’economia
come ossessione strutturante dell’immaginario arltiano — una vera e propria
finzione del denaro che attraversa tutta la sua opera.
Lo stile resta il vero terreno di prova. La macchina letteraria di Arlt
passeggia per la città raccogliendo detriti verbali — gergo carcerario,
lunfardo, sintassi giornalistica sotto pressione — e li ricompone in un registro
aggressivo e teso, indicato dalla critica come il vero programma estetico delle
aguafuertes: fare stile sotto la pressione della colonna quotidiana. È uno stile
che rifiuta la distanza elegante del cronista colto e che proprio per questo, a
partire dagli anni Sessanta, ha permesso di riscattare Arlt dall’accusa — mossa
fin dai contemporanei — di scrittore sciatto, per ricollocarlo dentro una
genealogia d’avanguardia.
Il volume curato da Montalto ha il merito di rendere finalmente accessibile in
italiano questo laboratorio, ma sconta l’assenza di un apparato critico che
orienti il lettore digiuno di Arlt dentro le coordinate che la critica
ispano-americana ha da tempo messo a fuoco. Restano da soli, in traduzione,
venti frammenti che vanno però letti sapendo che non descrivono soltanto la
delinquenza di Buenos Aires: mettono in scena, con la stessa materia grezza di
cui parlano, il modo in cui la letteratura argentina del Novecento ha imparato a
scrivere l’urgenza.
L'articolo Roberto Arlt / Malavita a Buenos Aires proviene da Pulp Magazine.
La memoria del prossimo disastro
In Giappone i luoghi delle catastrofi non servono soltanto a ricordare ciò che è
successo. Terremoti, tsunami, bombe atomiche e incidenti nucleari diventano…
L'articolo La memoria del prossimo disastro sembra essere il primo su
L'INDISCRETO.
Le donne del Rojava che difendono la rivoluzione curda
Centinaia e centinaia di occhi sembrano guardarci. I martiri delle YPG e YPJ
riposano in un enorme cimitero all’ingresso di Kobanê, una delle città-fortezza
dei curdi della Siria del Nord-Est. Sulle lapidi, solo una foto: giovani uomini
e donne, in divisa militare, posano per l’ultimo scatto. Dietro, il nome, e la
data della loro scomparsa. Su alcune tombe al posto dei volti c’è un fiore
rosso: sono i morti senza nome, i caduti per la libertà non identificati. In
alto, sventola la bandiera del Rojava, il progetto politico che ha fatto sognare
giovani e meno giovani di tutto il mondo. Ma che d...
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Il nostro reportage dalla protesta che vuole cambiare l’Albania
«Rama n'burg! Berisha n'burg!». Una folla di giovani, anziani e bambini, è
radunata fuori dal palazzo del governo, nonché residenza ufficiale del primo
ministro albanese, Edi Rama, nel cuore di Tirana. Vengono qui tutte le sere,
ormai da quasi 90 giorni. Si ritrovano in una delle piazze centrali della città,
a poche centinaia di metri di distanza, e si muovono in marcia fino alle porte
del palazzo, dove una manciata di poliziotti disarmati sorvegliano l’ingresso.
Qui si fermano, gridano slogan, parlano al microfono. C’è una postazione con due
casse speaker per dare voce ai manifestanti: lì si ...
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Tra gli attori del Freedom Theatre, dove la resistenza palestinese è arte popolare
Jenin è una città riconosciuta in tutta la Palestina per essere luogo di
resistenza e lotta. Simbolo dell’Intifada del 2002, è sempre stata in prima
linea contro l’occupazione israeliana. Dal 1967 a oggi Jenin è entrata nelle
canzoni e nelle poesie palestinesi che parlano di resilienza, di sumud, di
un’instancabile forza nel lottare per la liberazione palestinese.
È tornata alle cronache internazionali negli ultimi anni, quando Israele ha
iniziato una violenta campagna militare contro la piccola cittadina del nord e
il suo campo profughi, soprannominato la “culla” della resistenza armata pale...
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Amal Khalil: due decenni di giornalismo militante
Di Fatima Fouad el-Samman
A cura di Sintia Issa
The Public Source, 14 gennaio 2026
L’anno scorso abbiamo fatto visita alla giornalista libanese Amal Khalil nella
sua casa di famiglia a Baysariyyeh, una cittadina vicino alla costa nel
distretto di Saida, nel sud del Libano. Erano trascorse un paio d’ore da quando
l’entità sionista aveva colpito il distretto di Nabatieh con diversi attacchi
aerei e imposto una fascia di sicurezza sulle colline di Dabsha e Ali al-Taher,
sostenendo di aver preso di mira un’importante struttura della resistenza.
L’aria era ancora pervasa dal disagio causato dal bombardamento mattutino, ma
Amal ci ha accolti con calma nel piccolo giardino che circonda la sua casa.
Alberi di limoni, arance, mele e avocado ombreggiavano il cortile; li aveva
piantati insieme a suo padre. I gatti si muovevano liberamente tra i rami e i
vasi di fiori: lei salva e accoglie i gatti randagi. La sua famiglia dice che
più un gatto è debole o malato, più è probabile che diventi il suo preferito.
«Se Amal non fosse una giornalista», ha scherzato un vicino mentre veniva
versato il caffè, «dedicherebbe la sua vita a salvare gli animali». Sono
trascorse quattro ore nel giardino, tra il fruscio delle foglie e le
interruzioni delle ultime notizie. Amal si interrompeva a metà frase per
controllare il telefono, verificare un resoconto dal campo o richiamare
qualcuno, prima di tornare alla nostra conversazione: sulla sua infanzia sotto
l’occupazione, i primi anni di Al-Akhbar e il lungo percorso che l’ha resa una
delle poche giornaliste a documentare la guerra ciclica nel Sud e le vite che vi
sono intrecciate.
Questa intervista, registrata in un contesto di guerra e sfollamento, ripercorre
i suoi due decenni di giornalismo militante, una pratica di profondo impegno a
favore della causa della liberazione. Per Amal, il giornalismo non è una
professione, ma resistenza con altri mezzi — dove il reportage è un atto di
testimonianza e la scrittura diventa una linea di difesa vitale. Il lavoro di
una vita è una cronaca della lotta quotidiana del suo popolo contro il sionismo.
Quello che segue è un resoconto della sua esperienza, arricchito da riflessioni
sull’etica, il lavoro e la politica del giornalismo dal punto di vista di una
giornalista rimasta sul fronte più vicino a casa sua.
I seguenti estratti sono stati tradotti dall’arabo e modificati per maggiore
chiarezza.
--------------------------------------------------------------------------------
Sei nata e cresciuta nel sud del Libano durante l'occupazione. Come ricordi
quegli anni della tua vita?
Sono nata nel 1984, a Baysariyyeh, poco prima della liberazione della nostra
città. Dal tetto di casa nostra, [da bambina] vedevo i villaggi occupati in
lontananza, oltre la montagna di fronte a Iqlim al-Tuffah — quella zona [la
fascia di confine occupata] era ancora sotto occupazione all’epoca. Sono
cresciuta ascoltando storie di vicini che compivano operazioni contro il nemico
sionista sulla strada costiera. Ricordo la storia di un giovane che si era
appena sposato. Gli israeliani lo rapirono e lo imprigionarono nel famigerato
campo di detenzione di Ansar. In seguito fecero saltare in aria la sua casa
perché si era unito alla resistenza attraverso il Movimento Amal.
A volte vedevo gli scontri proprio lì, davanti a me, come quando andavamo a
trovare mia zia a Kfar Rumman. Giovani combattenti lanciavano un’operazione
contro l’avamposto militare israeliano a Dabsha, e noi osservavamo tutto ciò che
accadeva davanti ai nostri occhi: la resistenza che sparava, gli israeliani che
rispondevano, colpi che esplodevano, pallottole che volavano. Ti sembrava di
trovarti in mezzo a un campo di battaglia, di assistere alla guerra da vicino.
Ricordo ancora le ombre dei combattenti — come si muovevano nell’oscurità. Non
vedevamo mai gli israeliani; erano sempre nascosti nella loro roccaforte, da cui
sparavano. Queste scene mi sono rimaste impresse. Per la mia generazione,
persone che ora hanno tra i quaranta e i cinquanta anni, non abbiamo vissuto ai
tempi della Resistenza palestinese o del Fronte di Resistenza Nazionale
[libanese]; siamo cresciuti con la Resistenza Islamica di Hezbollah. I video su
al-Manar, gli inni e l’atmosfera di lotta collettiva hanno plasmato il nostro
senso di appartenenza e di ribellione. Anche se nessuno nella mia famiglia era
un combattente o un ex prigioniero, ciò che ho visto e sentito da bambina mi ha
segnato profondamente. Ha plasmato il mio modo di vedere il mondo.
Il tuo lavoro è animato da una sensibilità profondamente umana e intrinsecamente
politica. Da dove deriva?
La mia educazione — tutto ciò che ho visto, letto e vissuto — ha plasmato il mio
modo di comprendere le cause e le lotte delle persone. Da quando avevo 12 anni,
leggevo “Assafir” ogni giorno. Mio padre lo portava a casa e divenne la mia
finestra sul mondo dal nostro tranquillo villaggio. Attraverso quel giornale di
sinistra, ho imparato a conoscere i tassisti, i contadini e i poveri; persone
come il prigioniero liberato e martire Samir al-Kantar; i rapiti e i dispersi. È
stato grazie ad Assafir che ho imparato a conoscere la guerra civile. Il
giornale pubblicava anche un supplemento intitolato «Kitab fi Jarida» (Un libro
in un giornale), e mio padre collezionava ogni numero per me, insieme alla serie
«‘Aalam al- Ma'‘rifa» (Il mondo della conoscenza) e alla rivista al-Arabi.
Leggerli ha gettato le basi della mia consapevolezza politica e culturale.
A 10 anni indossavo l’hijab per tradizione, anche se non mi è mai piaciuto
davvero. Da adolescente, sentivo sempre il bisogno di fare qualcosa di diverso;
di diventare una scrittrice come quelle che leggevo. Per questo, dovevo
continuare a leggere e imparare. A scuola scrivevo molto bene, e mio padre, che
amava la poesia, mi incoraggiava. Mi fece conoscere poeti libanesi come Joseph
Harb, Mustafa Sbeiti, Mohammad Ali Shamseddine e Sayyed Mohammad Hasan al-Amine.
La poesia di Amal Dunqul “La Tusaleh” (Non riconciliarti) mi ha segnato
profondamente. La poesia mi ha reso più sensibile; ha affinato la mia percezione
del mondo e il mio modo di scrivere.
Poi, al liceo, ho incontrato dei compagni comunisti e ho avuto la sensazione che
i rivoluzionari di cui leggevo su *Assafir* fossero improvvisamente lì davanti a
me. Mio padre non mi permise di studiare giornalismo all’Università Libanese di
Beirut, così mi iscrissi invece a Letteratura araba a Saida. All’epoca la
frequenza non era obbligatoria, il che mi dava la libertà di andare a Beirut
all’insaputa della mia famiglia. Mi sono unita a diversi collettivi e ho
partecipato alle manifestazioni organizzate dal Partito Comunista Libanese. Un
giorno, su *Assafir* è apparsa una mia foto scattata durante una manifestazione
in piazza Riad al-Solh, quando ancora indossavo l’ hijab.
Potresti raccontarci dei tuoi esordi nel giornalismo e di come si è evoluto il
tuo lavoro ad *Al-Akhbar* nel corso di due decenni?
Ho iniziato alla rivista al-Hasna’, dove ho scritto diversi articoli all’inizio.
Un articolo che ricordo in particolare era per il numero speciale di San
Valentino, su come le persone queer celebrassero l’amore in una società
conservatrice. All’epoca, seguivo scrittori come Nasri Sayegh e Jihad Bazzi, il
cui stile e la cui sensibilità mi commuovevano. Poi sono entrata a far parte di
Shabab Assafir, sotto la guida di Bazzi. Lui ha lasciato il giornale nel 2006,
più o meno nel periodo in cui è stato fondato Al-Akhbar.
Il nuovo giornale era alla ricerca di giornalisti giovani e appassionati, così
ho presentato la mia candidatura. May Makarem e Joseph Samaha, che riposino in
pace, hanno avuto l’idea di creare la rubrica quotidiana “Pagina delle donne”.
Durante il colloquio, Samaha mi disse: «Sei la persona giusta per questa
rubrica; è di carattere sociale ma allo stesso tempo seria». Sono entrata a far
parte della redazione nell’aprile 2006, pochi mesi prima che il primo numero
andasse in stampa. Il piano era di lavorare da Beirut, occupandomi di tematiche
sociali. Il mio lavoro dipendeva dallo stare in mezzo alla gente, e mi sono
subito affezionata a questo tipo di giornalismo. Stavamo lavorando ai numeri
pilota e io scrivevo i miei articoli. Ogni giorno facevo la spola da Baysariyyeh
a Beirut e ritorno, prendendo il minibus visto che non avevo l’auto.
Poi è scoppiata la guerra del luglio 2006 — una svolta nella mia vita
professionale. Inizialmente il giornale avrebbe dovuto uscire il 15 luglio in un
formato molto diverso, con inserti dedicati all’ambiente, al femminismo,
all’archeologia e altro ancora. Ma il 12 luglio, quando la resistenza catturò i
due soldati israeliani, tutto cambiò. Ero in ufficio quando Samaha entrò e
disse: «Ascoltate tutti: sembra che questa situazione durerà un po’ e ognuno
dovrebbe decidere ora cosa fare». Senza nemmeno pensarci, preparai le mie cose e
dissi: «Vado al sud!» Ho preso il furgone e sono arrivata a casa verso le 16:30.
Nel giro di un’ ora, gli israeliani hanno iniziato a bombardare strade e ponti.
Ricordo chiaramente quando hanno colpito il ponte di Zahrani. Sono rimasta con
la mia famiglia nel villaggio, che era rimasto intatto da quando era stato
liberato nel 1985. Insieme ad alcuni amici mi sono offerta volontaria per
un’iniziativa di base chiamata Samidoun, aiutando le famiglie sfollate che
arrivavano dai villaggi più a sud. Il gruppo è rimasto attivo a Beirut e a
Saida. All’inizio della guerra potevamo ancora raggiungere Sour (Tiro) — finché
tutte le strade non furono bombardate: l’autostrada, la vecchia strada e la
strada costiera. Sour e l’area circostante rimasero isolate, così concentrammo i
nostri sforzi su Saida.
Durante tutto questo, la giornalista che è in me è rimasta vigile. Ho incontrato
famiglie provenienti da villaggi di confine come Srifa, Houla e Shaqra, e ho
iniziato a scrivere le loro storie. Le ho inviate ad Al-Akhbar, che ha iniziato
a pubblicare i loro racconti nei suoi numeri di prova. Quando il cessate il
fuoco è entrato in vigore il 14 agosto 2006, alle 8 del mattino, ho accompagnato
gli sfollati nei loro villaggi. L’edizione cartacea del giornale è stata
lanciata quel giorno e il mio primo articolo è apparso la mattina seguente, il
15 agosto, intitolato «Oh, le otto del mattino, riportami nella mia terra». Mi
sono unita agli sfollati all’alba: stavano aspettando l’ora di tornare a casa.
All’inizio di settembre, Samaha mi disse: «Abbiamo bisogno di un giornalista a
Sour. Hai acquisito esperienza e ti vogliamo lì». Ma io non conoscevo la città:
ci andavo raramente con la mia famiglia, non conoscevo i suoi quartieri e non
avevo ancora un’auto. Ci è voluto del tempo per creare una rete di contatti e
conoscere il posto. Tutto mi sembrava nuovo. I giornalisti locali spesso non
avevano una formazione giornalistica, e io volevo fare qualcosa di diverso, non
le solite notizie del tipo «tal dei tali ha ricevuto tal dei tali» che non
avevano spazio su Al-Akhbar. Abbiamo cercato di praticare un giornalismo serio,
dando voce alle preoccupazioni e alle difficoltà quotidiane della gente.
Quando ho iniziato a lavorare nella roccaforte del Movimento Amal, senza alcun
legame con le reti di potere locali, ero giovane, idealista, desiderosa di
cambiare il mondo, animata da una cultura dei diritti e dell’interesse pubblico.
Indagare sui casi di corruzione e sulle questioni sociali della zona, senza
risparmiare nessuno — nemmeno la mia famiglia — ha portato a numerosi scontri.
La mia «penna avvelenata» mi ha fatto guadagnare fama, ma non senza un prezzo.
Sono stata minacciata, aggredita e intimidita. La pressione per farmi cedere era
incessante, ma io non ho ceduto. I miei articoli hanno fatto arrabbiare molti,
che chiamavano il giornale per lamentarsi o per esigere il diritto di replica.
Sono stata sottoposta a ogni tipo di tattica volta a zittirmi, ma senza
successo. Ciò che mi ha aiutato a resistere è stato il fatto che
l’organizzazione stessa non imponesse limiti. Ricordo che Samaha una volta ci
disse: «L’unica linea rossa è l’arsenale della resistenza». Ricordo quando
Sayyed Hassan [Nasrallah] rimproverò il giornale per aver pubblicato i documenti
di WikiLeaks su Nabih Berri intorno al 2011, anche se ci aveva chiesto di non
farlo, ma Al-Akhbar non si tirò indietro. Questo mi diede la libertà di
confrontarmi apertamente con le autorità locali nel distretto di Sour.
Un tempo utilizzata per conservare 380 colpi di munizioni a nastro da 5,56 mm,
questa cassa di munizioni dell’esercito israeliano è stata riutilizzata da Amal
come fioriera. La cassa è stata recuperata dagli abitanti di un villaggio di
confine mentre tornavano alle loro case dopo la fine della guerra e
dell’incursione terrestre. Baysariyyeh, Libano. 8 maggio, (Fatima Fouad
el-Samman/The Public Source).
Hai lavorato in modo autonomo nel Sud, spesso con poche risorse e senza
supervisione. Puoi descrivere il tuo percorso, i metodi di lavoro sul campo e
gli argomenti che hai scelto di trattare, mentre ti assumevi i rischi e le
responsabilità del giornalismo in prima linea?
Quando mi sono stabilita a Sour, ho lavorato in modo autonomo senza alcun
supporto organizzativo. Nessun giornalista della sede centrale mi ha mai
accompagnata, a differenza di altri corrispondenti locali. Il mio lavoro parlava
da sé. Mi sono assicurata che il giornale non rilevasse mai alcuna lacuna nel
mio operato. Durante le elezioni parlamentari, ad esempio, i miei articoli
combinavano l’analisi politica con la cronaca sul campo tra la gente. Questo mi
faceva sentire come se Sour fosse il mio piccolo regno. Il giornale non mi
assegnava articoli o dossier su cui lavorare. [Il caporedattore di Al Akhar]
Ibrahim al-Amin una volta mi disse: «Il tuo lavoro si è imposto da solo. Sei una
giornalista per istinto e ci fidiamo di te: sei i nostri occhi e le nostre
orecchie a Sour». Ma questo divenne anche un peso, perché capii che se volevo
distinguermi, dovevo lavorare ancora più duramente, e lo stipendio era molto
modesto: circa 400 dollari.
Col passare del tempo, il mio lavoro a Sour ha spinto il giornale a farmi
occupare anche di Bint Jbeil e Nabatieh. Nel 2011, mi occupavo di tutto il
Libano meridionale. C’erano altri corrispondenti, ma alcuni erano stati
licenziati. Anche Assaf Abou Rahhal, responsabile di Hasbaya e Marjayoun, è
stato martirizzato nel 2010, quando l’esercito di occupazione israeliano venne a
sradicare l’albero di Odaisseh dal suolo libanese. Israele rivendicò il
territorio sostendo che si trovasse all’interno del proprio confine, nella
Palestina occupata, così l’esercito libanese affrontò coraggiosamente il nemico
e riuscì a uccidere un ufficiale israeliano di alto rango. Le forze israeliane
risposero al fuoco, lanciando due granate che uccisero Assaf, vicino all’albero.
Assaf Abou Rahhal era giunto da Kfayr, nel distretto di Hasbaya, per seguire
l’incidente. Era un uomo anziano. Il giorno dopo, il fotografo Hassan Bahsoun e
io ci siamo recati sul posto per scrivere un articolo commemorativo su richiesta
del giornale. Eravamo in piedi vicino all’ albero quando un soldato libanese si
è avvicinato e ci ha chiesto se fossimo di Al-Akhbar. Poi ci ha consegnato una
carta d’identità macchiata di sangue: era tutto ciò che restava di Assaf. Non
dimenticherò mai quel giorno.
Oltre al Sud, ho seguito diverse storie in tutto il paese, su Dar al-Fatwa, gli
attacchi ad Arsal, il Movimento del Futuro a Tripoli, Anfeh e Batroun. Ma il Sud
era sempre dentro di me; non l’ho mai abbandonato. La guerra del 2006 mi ha
plasmato come giornalista, e l’occupazione e l’UNIFIL sono diventati il mio
ambito di competenza. Col passare del tempo, sono diventata un punto di
riferimento per quanto riguarda l’UNIFIL, i campi palestinesi, la resistenza,
Hezbollah e l’esercito libanese. In seguito, quando ho avuto un’auto, ho
acquisito maggiore libertà di movimento e ho potuto raggiungere ogni angolo del
Sud. Mi ha aiutato il fatto che per Al-Akhbar, la mia causa fosse la loro causa:
il comunismo e la resistenza. Ogni anno coprivamo il Primo Maggio, il 25 maggio
e la Guerra di luglio. Poiché avevo stretti legami con i militanti del Fronte di
Resistenza Nazionale [libanese], cercavo di scrivere articoli che facessero
rivivere questa gloriosa storia ogni volta che ne avevo l’occasione.
A livello personale, la resistenza significa tutto per me. Amo la resistenza,
che la sua ideologia sia comunista o islamista. Attraverso il mio lavoro, ho
cercato di essere solidale con queste persone — la gente di questa terra. Ho
cercato di documentare le ricorrenti aggressioni israeliane, al di là delle
guerre e dei bombardamenti del 2006 e del 2023. Ogni volta che i sionisti
cercavano di appropriarsi di terra qua e là, ero sempre all’erta. La gente forse
non ne era a conoscenza perché non apparivo in televisione. Ma ora le persone
stanno cominciando a riconoscere me e il mio lavoro perché mi faccio vedere di
più. In questa guerra, ho fatto affidamento sui contatti che ho impiegato 17
anni a costruire nel Sud. Conosco qualcuno in ogni villaggio; sono diventati le
mie fonti, le mie chiavi. Il giornale non mi ha mai detto se andare o meno, e
non ci ho mai pensato due volte. Mi sembrava ovvio che dovessi seguire il
fronte. Quando si trattava di notizie dell’ultima ora, potevo verificare le
informazioni attraverso la mia rete sul campo. Anche se mi trovavo a Shebaa,
potevo seguire ciò che stava accadendo a Naqoura.
Ciò che mi ha aiutato a fornire una copertura affidabile è stata anche la
videocamera. In passato, il mio nome diceva qualcosa solo agli israeliani,
all’UNIFIL e a chi era direttamente coinvolto nel dare forma alla situazione. Il
pubblico ha iniziato a conoscermi solo grazie ai video che ho iniziato a
pubblicare. Realizzo video dal 2020, in effetti — intervistando persone nel
Giorno della Liberazione, per esempio, o in occasione dell’anniversario della
vittoria del 2006 — ma non sono mai apparsa in quei video. Per me era semplice:
sono qui per raccontare le storie delle persone, non per diventare io stessa la
storia. Col tempo, quella scelta si è rivelata quella giusta. In questa guerra,
ho filmato tutto con il mio telefono e ho chiesto ad altri di aiutarmi con il
montaggio. Alla fine, ho imparato a montare i video da sola.
Detto questo, non mi considero una “corrispondente di guerra”, perché non ho mai
ricevuto una formazione formale nel campo del giornalismo di guerra; se dovessi
seguire un fronte diverso da questo, potrei trascurare molti dettagli. Il mio
perfezionismo e il mio rigore mi impediscono di accettare un titolo del genere.
Mi considero una corrispondente sul campo, nient’altro. Non posso nemmeno
consigliare a nessuno di fare ciò che faccio io; è una responsabilità che non
posso assumermi. Chiunque scelga di seguire adeguate misure di sicurezza ha
tutto il diritto di farlo. Molti colleghi sono andati nel Sud e hanno scritto i
loro articoli dopo il cessate il fuoco, mentre durante la guerra solo pochi si
recavano sul posto senza il permesso ufficiale delle loro testate
giornalistiche.
Il tuo approccio è unico in quanto combina la copertura della resistenza con la
cronaca delle realtà vissute dalla gente comune nel Sud. Puoi parlarci di
questo?
Sebbene la mia istituzione sostenga la resistenza, mi sforzo di distinguere i
miei servizi da quelli dei colleghi dei media alleati, specialmente per quanto
riguarda gli affari interni. Questi ultimi adottano spesso uno stile
provocatorio nel trattare gli eventi nel Sud, concentrandosi principalmente
sulla produzione di una contropropaganda che è, in molti casi, superficiale e
banale. Esagerano i successi e le vittorie della resistenza per sminuire le
azioni di Israele, e alla fine questo si ritorce contro di loro. Se rileggete i
miei articoli, vedrete che ho sempre cercato di informare i lettori sugli
sviluppi sul campo nel nostro confronto con Israele. All’inizio della guerra, ad
esempio, il 18 dicembre 2023, ho scritto della proposta franco-israeliana di
istituire una zona cuscinetto nel Libano meridionale. Abbiamo la responsabilità,
il dovere, di trasmettere la realtà e contribuire a costruirne la narrazione —
una responsabilità che è stata trascurata negli ultimi 17 anni, causando shock e
delusione tra i sostenitori della resistenza. Il mio obiettivo non è mai stato
quello di scoraggiare le persone. Al contrario, nei miei articoli su questa
aggressione in corso, metto sempre in evidenza la tenacia della gente comune nei
villaggi di confine, come gli agricoltori che hanno continuato a coltivare la
loro terra mentre gli insediamenti israeliani di fronte a loro, nella Palestina
settentrionale, erano deserti. Smentisco la narrazione del nemico secondo cui
prenderebbe di mira solo obiettivi militari, mostrando le prove dei
bombardamenti su case, fattorie e dell’uccisione di bambini. Dopo il cessate il
fuoco, ho anche iniziato a documentare come la distruzione che ne è seguita
fosse di gran lunga superiore a quella verificatasi durante la guerra stessa. Ho
messo a confronto entrambe le fasi, la guerra e il cessate il fuoco a partire
dal 18 febbraio 2025, quando il cessate il fuoco è diventato ufficiale. La cosa
più importante che voglio documentare nei miei scritti e attraverso l’obiettivo
è che l’occupazione israeliana va oltre i cinque punti. In realtà, l’intera
striscia lungo il confine è stata occupata, con un’avanzata di due o tre
chilometri all’interno del territorio libanese. L’area è di fatto una zona
cuscinetto, poiché le persone non possono più tornare nelle loro case lì. In
altre parole, è, sotto ogni punto di vista pratico, un’area occupata.
Questo è l’approccio che adotto nella mia cronaca, che non è qualcosa che ho
studiato perché non mi sono mai specializzata in giornalismo. Neanche i nostri
più grandi mentori hanno studiato giornalismo, perché il giornalismo, nella sua
essenza, dipende dall’istinto. La conoscenza e la cultura si possono acquisire
col tempo, ma il senso giornalistico non si può insegnare. Chiunque decida di
fare giornalismo deve porsi la domanda esistenziale: perché sono entrata in
questo campo, in primo luogo?
Fare reportage sulla guerra nel Sud richiede un’enorme forza d’animo e
determinazione. Come si fa a mantenere la concentrazione e la calma e a decidere
in tempo reale quali informazioni sensibili pubblicare o non divulgare?
La paura è sempre presente, ed è naturale. In passato ero convinta che gli
israeliani fossero dissuasi. Ma dopo il cessate il fuoco, quella deterrenza è
svanita e tutto è cambiato. Ho delle foto dei miei incontri con il nemico in
diverse fasi, dal 2006 ad oggi: a Labbouneh, proprio sopra Naqoura, senza
barriere tra noi; dopo l’incidente del cipresso di Odaisseh-Kfarkila nel 2010 e
la costruzione del muro di Kfarkila nel 2012 da parte del nemico israeliano; e
dopo il martirio di alcuni giovani durante le Marce del Ritorno nel Giorno della
Liberazione del 2010. Il punto più vicino a noi [giornalisti] è stato a Khiam il
27 novembre 2024, dove ci siamo trovati faccia a faccia con un bulldozer ostile,
i cui soldati sparavano raffiche per respingerci mentre ci avvicinavamo — non ho
potuto fare a meno di ridere di loro — e di nuovo il 18 febbraio 2025 a Markaba;
quella volta, la paura era reale perché la situazione era cambiata
completamente.
Pratico spesso l’autocensura. Mi sono detta molte volte, soprattutto dal 23
settembre 2024, che certe storie non devono essere pubblicate. Personalmente,
preferisco non riferire delle minacce di evacuazione da parte di Israele perché
così facendo si diffonde solo paura tra la gente, che è esattamente ciò che
Israele vuole. Altre volte, faccio il contrario. Quando gli israeliani sono
entrati a Shama, ho ricevuto un video da qualcuno dell’unità italiana
dell’UNIFIL.
Mi ha chiesto di non rivelare la sua identità. L’ho pubblicato quel venerdì con
il logo di Al-Akhbar, e si è scatenato il finimondo. Il nemico è riuscito a
rintracciare la fonte del video e ha bombardato il cortile dell’ unità italiana
nel tentativo di intimidirci.
Ho avuto persone sul campo che mi hanno aiutato con le informazioni, dalle
squadre di ambulanze all’esercito e all’UNIFIL. Fin dall’ inizio
dell’aggressione, abbiamo preso le nostre precauzioni. Quando la resistenza ha
lanciato razzi verso la Palestina, non ho mai filmato i loro siti di lancio. Ho
fatto finta di non aver visto né sentito nulla, aspettando che la resistenza
rilasciasse una dichiarazione ufficiale, soprattutto perché nello scontro erano
coinvolte diverse fazioni.
Un tubo di stoccaggio militare, utilizzato dalle forze israeliane e
originariamente destinato al trasporto di proiettili di artiglieria o di
mortaio, si trova all’interno della casa di Amal a Baysariyyeh. Detriti militari
sono stati rinvenuti nei villaggi di confine al ritorno dei residenti dopo la
fine della guerra. Il tubo è stato donato ad Amal dai combattenti della
resistenza mentre lei documentava il ritorno dei residenti alle loro case, a
Baysariyyeh, in Libano. 8 maggio 2025. (Fatima Fouad el-Samman/The Public
Source).
La resistenza è stata un tema ricorrente nel corso di questa conversazione.
Potrebbe riflettere un’ultima volta su cosa significhi per lei ?
Dico sempre nei miei articoli, nelle interviste e nelle conversazioni che la
resistenza è il nostro destino. Finché vivremo accanto all’entità israeliana,
questa lotta continuerà. La resistenza è un atto istintivo tra gli abitanti del
sud contro l’aggressore.
Cerco di ripercorrere la storia di questa lotta a partire dagli anni ’30, quando
Maarouf Saad andò a combattere i sionisti a Tulkarem. Gli abitanti di Kfarshouba
contano 16 martiri della famiglia Yahya che combatterono a fianco della
resistenza in Palestina contro le bande sioniste. Un ricordo più recente e
vivido che ho è quello del martire Abdullah Fakih di Rab el-Thalathin. Aveva 24
anni. L’ho intervistato nel giugno del 2024, mentre si preparava a sostenere gli
esami ufficiali a Tebnine. Una volta superato l’esame, mi ha contattato su
Instagram per darmi la notizia. Ha iniziato a cercare uno stage a Beirut e alla
fine ne ha trovato uno all’ospedale al-Rassoul al-A‘zam. In seguito, decise di
tornare al suo villaggio. Non faceva parte di alcun gruppo organizzato, ma era
tra i giovani che difendevano il territorio durante l’incursione terrestre. Ce
ne sono molti come lui, che non sono necessariamente membri di Hezbollah né
ideologicamente legati ad esso. Il nonno di Abdullah era stato ucciso da bande
sioniste nel 1948 mentre difendeva il suo villaggio di Hounine. Suo nipote è
caduto martire nel 2024.
Dico sempre che è stata la resistenza a creare un effetto deterrente dal 2006 al
2023. Per la prima volta nella storia del Libano, e del Medio Oriente in
generale, il Sud è diventato la regione più sicura. È un fatto che gli stessi
comandanti dell’UNIFIL hanno riconosciuto — anche se, ovviamente, non è stato
grazie a loro, ma alla resistenza. Questa realtà si è tradotta in investimenti
milionari da parte della popolazione per ricostruire le proprie case e ville
lungo il confine. Da allora, però, quella realtà è cambiata. La resistenza
rimane il nostro tetto, il nostro rifugio, la nostra sicurezza e la nostra
rassicurazione — e la nostra esperienza lo dimostra.
Per la prima volta nella nostra storia, la zona di Zahrani è stata bombardata
[nel 2024]. È stata un’esperienza inquietante. Anche quando i primi attacchi
israeliani sono caduti nelle vicinanze, non ci è mai venuto in mente di fuggire.
Ma quando la situazione è peggiorata — lunedì 23 settembre — la casa di mia zia
è stata bombardata, ma loro sono sopravvissuti. Mezz’ora dopo, la casa
dell’altro mio cugino è stata colpita, e sua moglie e suo figlio sono stati
uccisi. Il massacro non aveva precedenti nel nostro villaggio, e la nostra
famiglia era sotto shock. Non ti immagini mai in una situazione del genere,
perché a Baysariyyeh siamo sempre stati noi ad accogliere gli sfollati, non a
diventare noi stessi sfollati. Persino durante la violenta aggressione del 1993
— il cosiddetto «assalto dei sette giorni» — non fummo colpiti come non lo fummo
nel 1996, e nemmeno nel 2006. La zona di Zahrani è sempre stata un luogo di
rifugio per le famiglie sfollate dai villaggi di confine, già a partire dal
1947-48. Baysariyyeh ha ospitato molte famiglie provenienti dalla zona del sud
occupata, alcune sfollate nel 1973, altre nel 1977-78. Abbiamo persino un
quartiere chiamato Yarin al-Jadida (“La Nuova Yarin”), che prende il nome dal
villaggio di confine di Yarin, i cui abitanti furono sfollati il 2 luglio 1977,
in seguito al massacro avvenuto in quel luogo. Molti di loro sono ancora qui.
Il giorno dopo, a mezzogiorno, un amico mi ha chiamato e mi ha detto: «Porta la
tua famiglia e vieni». Io e mio fratello abbiamo accompagnato la famiglia in due
auto, ci siamo assicurati che fossero al sicuro, poi siamo tornati al villaggio.
Abbiamo deciso di non andarcene. A quel punto, siamo stati costretti ad
abbandonare la nostra casa solo perché il nemico mi aveva minacciato
direttamente — pensavamo che potessero mettere in atto la loro minaccia. Così,
abbiamo iniziato a dormire a casa di mia sorella, nel centro del villaggio, e
abbiamo trascorso le giornate a casa di mia zia durante il periodo di lutto. Non
c’era bisogno di seguire le notizie: era tutto sopra le nostre teste. Dal tetto
si potevano vedere il nostro villaggio, Iqlim al-Tuffah, Nabatieh e Ansar. Era
la prima volta che mi capitava di dormire sul pavimento in una casa
sovraffollata di famiglie sfollate, indossando vestiti presi in prestito, dopo
aver lasciato casa con solo ciò che indossavo. Stavo vivendo la stessa
esperienza delle persone che ero solita intervistare. I miei spostamenti si
limitarono a Saida e ai suoi dintorni, poiché era troppo difficile andare oltre.
Quando fu annunciato il cessate il fuoco, la mia famiglia tornò a casa, ma non
mi passò mai per la mente di tornare con loro. Come avevio fatto in passato,
misi in moto la mia auto e mi diressi più a sud, verso Khiam.
La sera prima, mentre la mia famiglia stava ancora valutando se tornare, io
stavo già pianificando il mio servizio, individuando quali zone di confine avrei
potuto raggiungere. La mattina dopo il cessate il fuoco, mi sono chiesta: dove
dovrei trovarmi, a Shama‘ o a Khiam?
—Questa intervista è stata realizzata con l’aiuto di Layla Yammine.
Fatima Fouad el-Samman è ricercatrice e traduttrice presso The Public Source.
Sintia Issa è redattrice speciale presso The Public Source.
Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze
RADIO AFRICA: I DRONI “ROMPONO IL MONOPOLIO STATALE DEI CONFLITTI”, ANCHE IN SUDAN
In questa puntata ci focalizziamo sull’uso dei droni, che è sempre più diffuso
all’interno dei conflitti che interessano anche il continente africano.
Il giornalista Andrea Spinelli Barrile, co-fondatore della testata giornalista
Slow-News.com, firma del quotidiano Il Manifesto e di Africa rivista, ci
illustra come i droni a basso costo hanno spezzato il monopolio aereo degli
Stati, ridefinendo di fatto gli equilibri tra eserciti regolari e gruppi armati.
I droni al centro anche del conflitto in Sudan sul quale torniamo con il
direttore di Africa Rivista Marco Trovato, che ha realizzato un’inchiesta
intitolata “Sudan, la guerra invisibile – reportage sui monti Nuba”.
La puntata di Radio Africa, in onda giovedì 18 giugno alle ore 18.45 e in
replica venerdì 19 giugno, alle ore 6.30. Ascolta o scarica
Un solo colpo, alla tempia
114 bambini, stima per difetto. Un solo proiettile alla testa o al petto. Quasi
tutti morti. L'inchiesta di "De Volkskrant" del settembre 2025
di Lavinia Marchetti, laviniamarchetti.Substack.com
Riportiamo il commento di Lavinia Marchetti basato sull'inchiesta di "De
Volkskrant" (terzo quotidiano olandese per diffusione) dal titolo "Cosa ci
dicono le lesioni", di Maud Effting e Willem Feenstra. L'inchiesta è stata
recentemente premiata con il prestigioso "Distinguished Reporting Award" dell'
European Press Award. La versione integrale dell'inchiesta è disponibile in
lingua inglese o olandese sul sito di De Volkskrant. Attenzione: immagini e
testi espliciti e disturbanti [ndr]
In questi giorni ho rimesso a posto il mio materiale su Gaza, tanto, troppo,
vorrei non averne e invece sono migliaia di articoli, notizie, libri, cose che
non si potrebbero leggere in una vita intera. Mi sono soffermata, vuoi per
deformazione professionale, vuoi per “vergogna”, su quel che dicono i “corpi”
dei bambini di Gaza che, da noi, non si è occupato con serietà quasi nessuno.
Esiste un insieme di prove cliniche e forensi, una mole davvero enorme di
evidenze, che basterebbe da sola a chiudere la bocca ai “difensori di parole”, e
in Italia giace pressoché intatto, mentre la discussione resta avvitata sul
vocabolario. Sbattere in faccia a chi nega le parole dei medici che si sono
avvicendati in questi anni a Gaza, le foto, metterli davanti a cosa (e chi)
stanno proteggendo, di cosa (e con chi) sono complici. Questo articolo può
sembrare rabbioso, ma non lo è. A ciascuno di loro, a chi nega, a chi protegge a
chi è complice, risponde la stessa prova, la lastra di un medico tornato da
Gaza, con il proiettile conficcato nel cranio di un bambino di due anni. Questo
mio articolo, possibile grazie al coraggio di chi a Gaza c’è stato e ha provato
ad aiutare un popolo schiacciato da un genocidio, nasce per posare quella lastra
sul tavolo, e per chiedere conto a chi, potendo guardare, ha preferito discutere
di lessico.
Per quasi due anni i medici stranieri passati dagli ospedali di Gaza hanno
annotato la stessa cosa, bambini di pochi anni colpiti da un singolo proiettile
alla testa o al petto, il corpo per il resto intatto. Il quotidiano olandese De
Volkskrant ne ha radunati centoquattordici, secondo il conteggio più prudente, e
la maggioranza è morta. Mentre in Italia il dibattito si logora sulla liceità di
pronunciare la parola genocidio, le sale operatorie di Gaza hanno prodotto la
documentazione clinica che a quella parola dà sostanza.
Questa bambina è stata colpita da schegge, probabilmente da un'arma a
frammentazione. Il metallo è entrato dal naso, attraversandole la testa. Non è
sopravvissuta. Mark Perlmutter
QUEL CHE DICONO LE LESIONI
Marzo 2024, European Hospital di Gaza. Fa un caldo soffocante. Feroze Sidhwa,
chirurgo dei traumi e rianimatore di quarantatré anni arrivato dalla California,
segue un’infermiera palestinese nel suo primo giro di reparto. Fuori l’aria sa
di liquami e di residui di esplosivo. Dentro sa di marcio, e di corpi. Lo
sguardo gli cade su due bambini fermi nei letti, la testa fasciata, attaccati al
ventilatore. Otto, forse dieci anni. Il resto del corpo illeso. Chiede cosa sia
successo. L’infermiera mastica poche parole d’inglese, indica le teste e ne
ripete una sola. «Shot.» Sparati.
Lista dei pazienti
Sulle prime pensa a un equivoco. Possibile che stiano sparando ai bambini? Pochi
minuti dopo, davanti alle lastre, vede che l’infermiera aveva ragione. Nella
stanza accanto trova altri due maschietti nelle stesse condizioni. Quattro
bambini con un colpo d’arma da fuoco alla testa, ricoverati nell’arco di
quarantotto ore, in un ospedale piccolo. La sera annota tutto nel diario del
telefono. «Pensavo: ma che diavolo succede», racconta al De Volkskrant, la voce
profonda e calma.
Nei tredici giorni seguenti ne vede altri nove, bambini con un solo colpo alla
testa o al petto, con tutta probabilità presi di mira di proposito. «Ho
cominciato a domandarmi se il mio ospedale fosse vicino a un cecchino
impazzito», dice. «O a una squadra di droni che ammazzava bambini per
divertirsi». Tornato in patria, a un congresso medico, incontra un collega
americano che a Gaza aveva lavorato poco prima di lui, Thaer Ahmad. Quando gli
accenna ai bambini, l’altro annuisce. «Sì, l’ho visto anch’io. Quasi tutti i
giorni». Da lì la decisione. Capire cosa stava davvero accadendo.
Quel che Sidhwa ha cominciato a documentare nella primavera del 2024 è il centro
di un’inchiesta del quotidiano olandese De Volkskrant, firmata da Maud Effting e
Willem Feenstra e uscita il 13 settembre 2025 con un titolo che dice tutto, Wat
de wonden vertellen, quel che dicono le lesioni. Un articolo che sarebbe dovuto
finire nelle prime pagine di tutti i giornali del mondo. Su alcuni c’è finito,
in Italia è rimasto un racconto per attivisti. Mentre la discussione pubblica
italiana si consuma sulla liceità del termine genocidio, e una parte degli
intellettuali si arrocca a difesa del vocabolario, sostenendo che la parola
andrebbe maneggiata con cautela giuridica, le sale operatorie di Gaza hanno
prodotto la documentazione che a quel vocabolo dà fatalmente corpo. Da noi,
questo filo, lo ha seguito davvero nessuno. Eppure basterebbe da solo a chiudere
la questione.
Per parlare di genocidio occorre dimostrare il dolo specifico, la volontà di
distruggere in tutto o in parte un gruppo umano come tale. Lì si annidano i
difensori delle parole. L’intenzione, dicono, resta indimostrabile. Concedono i
morti, talvolta perfino le cifre, e a quel passaggio si fermano. Un colpo solo,
calibrato, alla testa di un bambino di sei anni il cui corpo è per il resto
illeso, è la scrittura più leggibile dell’intenzione che si conosca.
> «In cinque settimane a Gaza, davanti a me ho avuto soltanto civili, mai un
> combattente»
>
> Feroze Sidhwa, al Consiglio di sicurezza dell’ONU
GLI ULTIMI TESTIMONI
Questi medici contano due volte, per quello che hanno curato e per quello che
possono raccontare. Israele tiene i giornalisti stranieri fuori da Gaza, e così
i chirurghi e gli infermieri arrivati con le organizzazioni umanitarie sono
rimasti tra gli ultimi testimoni internazionali di ciò che accade dentro quegli
ospedali. Hanno imparato a tenere in braccio bambini morenti che soffocavano nel
proprio sangue perché il ventilatore mancava. Sanno affondare il bisturi nel
petto di un adolescente senza anestesia, perché non c’era tempo e un altro
paziente aspettava già. Parlare li espone. Quasi tutti vogliono tornare, pur
sapendo che la franchezza aumenta il rischio che Israele neghi loro il rientro.
Secondo le Nazioni Unite, dal marzo 2025 più di cento operatori sanitari
stranieri sono stati respinti al valico, spesso senza spiegazione. Molti hanno
deciso di parlare lo stesso. Tacere, dicono, sarebbe la scelta più difficile da
reggere.
Il De Volkskrant ha raccolto per mesi le voci di diciassette medici e di un
infermiere, arrivati a Gaza dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dall’Australia,
dal Canada e dai Paesi Bassi. Dall’ottobre 2023 hanno lavorato in sei ospedali e
quattro cliniche, spesso rientrando una seconda volta. Molti avevano alle spalle
i peggiori teatri degli ultimi trent’anni, dal Sudan all’Ucraina, e sapevano
cosa fosse una guerra. Al giornale hanno consegnato centinaia di fotografie e di
video dei pazienti. Hanno aggiunto le radiografie e gli appunti di corsia, e
perfino le pagine dei loro diari. Hanno parlato per ore, e si sono trovati
davanti alla stessa domanda. Cosa dicono le lesioni, sulla natura di questa
guerra.
DENTRO GLI OSPEDALI
La realtà degli ospedali, molti dei quali ridotti a macerie, era peggiore di
quanto chiunque avesse immaginato. «Ho dovuto amputare la gamba di una donna con
le forbici», racconta l’urgentista Mimi Syed. «Senza antidolorifici. Altra
scelta non c’era.» Salih el Saddy, medico di Rotterdam, ricorda i lamenti
continui dei pazienti. «Avevamo gli anestetici, gli antidolorifici no. La gente
si svegliava dopo l’amputazione con un dolore atroce, e per loro non potevamo
fare nulla». Accanto al letto di un bambino che aveva subìto la doppia
amputazione, le sue gambe stavano in una scatola.
Questo bambino ha subito una doppia amputazione. Le sue gambe sono state
lasciate nella scatola vicino al suo letto. Dott. Salih el Saddy
Nizam Mamode, chirurgo dei trapianti britannico, sessantatré anni, vede un
collega in terapia intensiva estrarre dalla gola di un bambino il tubo di un
ventilatore che non funzionava. Era otturato. Pieno di vermi, dice Mamode, vermi
che venivano dalla gola del piccolo. Le apparecchiature per la diagnostica e per
la dialisi erano crivellate di proiettili. I cavi degli ecografi penzolavano
tagliati, e certe sale operatorie erano state date alle fiamme. Mamode era
entrato a Gaza in un convoglio dell’Onu, dentro blindati con le portiere
bloccate e un’istruzione, se l’esercito israeliano spara e ordina di scendere,
restare dentro. «Cerca di non farti ammazzare», gli aveva detto il capo
convoglio. Due settimane più tardi gli stessi mezzi furono presi a fucilate. Per
dormire, Mamode cercava la scala di pietra accanto al reparto, sperando che lì i
droni non arrivassero. Il mese scorso la parte alta di quella scala è stata
centrata da un attacco israeliano, lo stesso ripreso in un video che ha fatto il
giro del mondo, con operatori umanitari e giornalisti uccisi.
Capita, senza preavviso, che un senso di incredulità si faccia largo nel lavoro.
A Mamode succede mentre opera una bambina di otto anni che si stava
dissanguando. Chiede una garza per assorbire il sangue e trovare la lesione.
Garza non ce n’è. «Ho pensato all’ironia della cosa. La parola inglese gauze,
garza, verrebbe da Gaza, perché i gazawi erano famosi per il loro lino. Ero
nella patria della garza, e non potevo averne. Ho dovuto raccogliere il sangue
dal suo corpo con le mani».
CENTOQUATTORDICI BAMBINI
Di tutti i pazienti, un gruppo turba i medici più di chiunque altro, i bambini
con un colpo d’arma da fuoco alla testa o al petto e il corpo per il resto
intatto. Un proiettile solo in quelle aree indica con forza che il bambino è
stato preso di mira di proposito, e configura un crimine di guerra. In altri
scenari di guerra, racconta chi ne ha visti molti, casi simili quasi non si
incontrano.
Il giornale ha posto a tutti la stessa domanda, ovvero quanti bambini di
quindici anni o meno avessero visto con un singolo colpo alla testa o al petto.
Il limite d’età è stato scelto perché a quell’età un bambino resta riconoscibile
come tale senza incertezza. Quindici medici su diciassette hanno risposto di sì.
Messi insieme, i loro conti danno centoquattordici bambini, molti dei quali non
sono sopravvissuti. Le stime sono volutamente al ribasso. I casi dubbi sono
stati esclusi, così come i bambini colpiti in più parti del corpo, perché una
pluralità di colpi lascia meno certezza sul bersaglio intenzionale. I medici
stessi ritengono che il numero reale sia molte volte superiore, dato che i
bambini morti sul colpo spesso non arrivavano nemmeno nei reparti, e che loro
stavano in pochi ospedali e per poche settimane.
Due medici legali hanno esaminato per il giornale decine di immagini e di
radiografie, e hanno confermato che a produrre quelle lesioni erano stati
proiettili, non schegge. «Con tutta probabilità si tratta di colpi sparati da
lontano, mirati alla testa o al collo, con munizioni di tipo militare», dice Wim
Van de Voorde, professore emerito a Lovanio. Il collega Frank van de Goot
aggiunge una nota raccapricciante: «Nelle radiografie vedo teste di bambini con
proiettili conficcati dentro. Il proiettile deve avere perso molta energia lungo
il tragitto, perché i bambini hanno il cranio più sottile degli adulti,
altrimenti lo avrebbe attraversato. Sono stati colpiti da una distanza
considerevole». Mart de Kruif, già comandante dell’esercito olandese, è netto.
Con oltre cento casi descritti, la probabilità che si tratti di colpi
accidentali resta prossima allo zero. La testa è piccola rispetto al resto del
corpo. Tanti colpi al capo e al torace significano una cosa sola, il bersaglio è
stato scelto. Il danno collaterale è altro.
QUINDI CHE COSA DICONO LE LESIONI?
Mimi Syed, urgentista americana e madre, ha fatto due turni di quattro settimane
tra il Nasser di Khan Younis e l’Al Aqsa di Deir al Balah. Seguiva la guerra dal
telefono, in diretta, finché non ha retto più. Il 14 agosto 2024 il suo diario
registra una bambina di sette anni colpita al petto, morta all’arrivo durante un
afflusso di massa. Era a terra, perché le brande mancavano, e il sangue
rischiava di farla scivolare. Syed annota che da due giorni il cibo non le va
giù. Poi una domanda. «Tornerò mai normale?»
La stessa Syed racconta Mira, quattro anni, portata al Nasser dai genitori.
Dicono che un quadricottero, un drone armato, le ha sparato mentre camminava
nella zona dichiarata umanitaria da Israele. I colleghi le consigliano di
lasciarla morire, il quadro è compromesso. La bambina si muove ancora un poco.
«C’era qualcosa nel suo viso che mi ha fermata. Ho rischiato». La intuba con il
laringoscopio che si è portata di nascosto oltre il confine, poi guarda la
lastra del cranio e ci vede un proiettile. Insieme ai colleghi riesce a tenerla
in vita. Mira più tardi si sveglia e ricomincia a parlare, un piccolo miracolo,
e un altro medico le toglierà il proiettile dalla testa. Syed decide di
fotografarli, i bambini con un proiettile in corpo, e in condizioni di stress
estremo ne immortala diciotto, tutti con un colpo unico. «Ho pensato: devo
documentarlo. Erano crimini di guerra».
Un bambino di 7 o 8 anni, colpito mentre giocava all'aperto
Una ragazza di 14 anni colpita alla testa e parzialmente paralizzata
Mira (4 anni), colpita alla testa
Mark Perlmutter, sessantanove anni, ortopedico, quaranta missioni umanitarie
alle spalle, vicepresidente dell’International College of Surgeons, ricorda due
maschietti durante un afflusso di massa. «Rivoltavo i bambini a terra cercando
chi potessi ancora salvare. Poi ho visto quei due. Morti. Colpiti tutti e due,
al petto e alla testa. Sei o sette anni». Ha chiesto all’assistente di
fotografarli. Ricorda l’uomo che ne aveva portato uno, il pianto e l’incapacità
di capire perché il tiratore avesse centrato il bambino e risparmiato lui,
l’adulto. Lo rivede seduto a terra mentre il piccolo viene portato all’obitorio,
e scatta una foto con il telefono. Un’altra notte, all’Al Aqsa, vede un
ragazzino disteso al suolo, coperto di polvere grigia da capo a piedi, in una
pozza del proprio sangue, senza una gamba. Prova a passargli accanto. Il bambino
allunga la mano e gli afferra l’orlo dei pantaloni, senza voce, e lo guarda. La
pozza si allarga. Perlmutter deve liberare la gamba dalla sua presa per correre
da un altro bambino. «Ho dovuto scavalcarlo», dice al telefono, e si mette a
piangere. Quel bambino non gli è più uscito dalla testa.
Ahlia Kattan, anestesista e rianimatrice, racconta una bambina di nemmeno due
anni portata dalla madre. Pallidissima, all’apparenza perfetta. «Pensavo a
un’emorragia interna. Era morta. La madre faceva lamenti che spezzavano il
cuore, aveva tentato per anni di avere un figlio. Abbiamo iniziato il massaggio
cardiaco, l’ho intubata, volevo mostrarle che avevamo fatto tutto il possibile.
Mentre lavoravo, qualcuno mi ha passato la lastra. Un proiettile in testa. Un
colpo perfetto alla tempia.» Kattan ha scattato una foto dai piedi del letto. «È
una delle pochissime che ho fatto a Gaza. Ero troppo sconvolta. Pensavo:
altrimenti nessuno mi crederà».
Adil Husain, urgentista americano, prima di partire ha registrato un messaggio
video per la figlia piccola, nel caso non fosse tornato. Racconta Ahmed, dieci
anni, rientrato da un punto di distribuzione del cibo con i sacchetti vuoti e il
corpo passato da parte a parte, dalla testa all’addome. Gli ha dato della
ketamina negli ultimi istanti, per addolcirgli il trapasso. «L’ho tenuto
stretto. Gli ho sussurrato all’orecchio: scusami». Jack Latour, infermiere di
Medici Senza Frontiere, premette di sapere sgradita la cosa che dice. «Ho visto
parecchi bambini con la materia cerebrale che fuoriusciva. Mi dispiace, lo so
che nessuno vuole sentirlo. È quello che succede lì». Goher Rahbour, chirurgo
britannico, al suo primo afflusso di massa vede una bambina di cinque anni senza
un piede, e accanto un’altra senza una gamba dal ginocchio in giù. «Mi sono
bloccato. Ho pensato: è l’inferno».
I bambini rimasti senza più nessuno dei loro hanno perfino una sigla clinica
ufficiale, WCNSF, Wounded Child, No Surviving Family, bambino colpito senza
familiari superstiti. La lingua dei reparti nella sua cinica sintesi diventa la
norma inevitabile.
IL GIOCO
Un secondo schema affiora dai racconti. Nick Maynard, chirurgo dell’esofago e
dello stomaco a Oxford, ha operato in rapida successione quattro persone colpite
all’addome, e ha cominciato a interrogare i colleghi. «Tutti, al Nasser, lo
riconoscevano. Un giorno si vedevano soprattutto colpi alla testa e al collo.
L’indomani al petto. Poi toccava agli arti, quindi all’addome, talvolta ai
testicoli. Un urologo mi ha detto di aver avuto in un solo giorno quattro
ragazzini colpiti all’inguine». Goher Rahbour, in una giornata, ha visto cinque
o sei pazienti colpiti a entrambe le braccia e a entrambe le gambe. «Era un
gioco? I soldati si divertivano?» La parte del corpo cambiava di giorno in
giorno, come se qualcuno coordinasse il lavoro.
Questa idea del gioco non nasce adesso. Nel 2020, sul quotidiano israeliano
Haaretz, alcuni cecchini avevano raccontato in forma anonima di gareggiare a chi
colpiva più ginocchia in una giornata, durante le proteste della Grande Marcia
del Ritorno. Uno disse di aver battuto il record, quarantadue colpi a segno in
un giorno solo. Dalla fine di maggio 2025, quando Israele ha aperto quattro
discussi punti di distribuzione del cibo gestiti dalla cosiddetta Gaza
Humanitarian Foundation, gli ospedali hanno ricominciato a riempirsi di civili
colpiti, per lo più ragazzi e giovani uomini, portati a gruppi sui carretti
trainati dagli asini, qualcuno ancora con il sacco vuoto in mano. Sempre su
Haaretz, nel giugno 2025, alcuni soldati hanno ammesso di aver sparato su ordine
contro folle disarmate che non rappresentavano una minaccia. «È un campo di
sterminio», ha detto uno. «La nostra forma di comunicazione sono le fucilate».
Tra loro, hanno raccontato, chiamavano la cosa con il nome di un gioco da
bambini, “un, due, tre, stella”.
Prima ancora dei punti di distribuzione c’era stata la fame, organizzata a
tavolino. Da inizio marzo 2025 Israele aveva bloccato del tutto gli aiuti, e nel
giro di due mesi le scorte si erano esaurite. I medici, che portano con sé il
minimo indispensabile, si sono visti sequestrare al confine perfino il latte in
polvere per neonati. Sarmad Tamimi, chirurgo plastico britannico, avvertito dai
colleghi, ha tolto gli integratori dalle scatole e ha nascosto nel bagaglio solo
le bustine. Victoria Rose, anche lei chirurga plastica, dice di non capire
perché si sottragga il latte ai medici e perché la metà di loro venga respinta
al valico. Mimi Syed ha fatto passare due laringoscopi sotto i vestiti,
strumenti che di norma si gettano dopo un uso solo e che lì ha riutilizzato su
almeno cinquanta pazienti, pulendoli tra l’uno e l’altro.
Tra i corpi devastati dalle esplosioni arrivavano poi pazienti con lesioni
minime e condizioni gravissime, colpiti da cubetti o cilindretti di metallo di
pochi millimetri, talmente piccoli che a volte mancava perfino il foro
d’ingresso. Dentro il corpo facevano disastri, perforavano gli organi e
provocavano emorragie interne mortali, quando non costringevano all’amputazione.
Perlmutter dice di averne operati almeno dieci, e di aver portato due di quei
pezzi fuori da Gaza nel bagaglio, per consegnarli alla Corte penale
internazionale. Sono di tungsteno, un metallo molto denso, quasi il doppio
dell’acciaio, pensato per massimizzare le perdite e cieco alla differenza tra un
combattente e un bambino. Amnesty International accusa da tempo Israele di
servirsene.
L’esercito israeliano nega in blocco. La storia del latte sequestrato sarebbe
del tutto falsa, e dal 19 maggio 2025 sarebbero entrate nella Striscia circa
cinquemila tonnellate di latte per neonati. Le armi a scaglie metalliche
sarebbero una menzogna priva di fondamento. E i civili, assicura il comando, non
vengono mai presi di mira di proposito.
LA CONTA CHE MANCA
L’inchiesta olandese non arrivò isolata. Già il 9 ottobre 2024 il New York Times
aveva pubblicato la testimonianza di sessantacinque tra medici, infermieri e
paramedici americani passati da Gaza, raccolta dallo stesso Sidhwa. Più di
quaranta di loro dichiaravano di aver visto bambini di dodici anni o meno
colpiti alla testa o al petto. Venticinque avevano visto neonati sani tornare in
ospedale e morire di stenti o di infezione. Cinquantadue avevano incontrato
bambini piccoli che dicevano di voler morire. Nell’agosto 2025 il servizio
mondiale della BBC ha ricostruito oltre centosessanta casi di bambini colpiti
dal fuoco israeliano. In novantacinque il proiettile aveva preso la testa o il
petto. Dei cinquantanove casi con testimoni oculari, cinquantasette attribuivano
il colpo all’esercito israeliano, due al fuoco palestinese.
Le cifre stesse, su cui i difensori delle parole amano esercitarsi, dicono più
di quanto vorrebbero. Le autorità sanitarie di Gaza parlavano, nel settembre
2025, di oltre sessantaquattromila morti, quasi ventimila bambini. Israele
contesta quei dati attribuendoli a un ministero controllato da Hamas. Uno studio
pubblicato su The Lancet all’inizio del 2025, condotto dalla London School of
Hygiene and Tropical Medicine con un metodo statistico di cattura e ricattura,
ha stimato per i soli morti da trauma, tra l’ottobre 2023 e il giugno 2024, una
cifra superiore del quarantuno per cento a quella ufficiale, sessantaquattromila
contro trentottomila, e quasi sei vittime su dieci erano donne e minori, oppure
anziani. La conta vera supera quella ufficiale, e di molto. A giugno 2026,
mentre scrivo, il totale ha passato i settantaduemila, con oltre
centosettantamila persone colpite, e continua a salire anche dopo la tregua
annunciata nell’ottobre 2025, ovviamente questi sono i dati e sappiamo bene
tutti che tra corpi sotto le macerie, corpi seppelliti senza passare dagli
ospedali (che una volta morti non servono più) e morti indirette la conta fra
qualche anno si farà in termini di centinaia di migliaia.
LA LINGUA DEI NEGAZIONISTI
Le cifre si prestano alla lite infinita. Il nodo sta altrove, nel modo in cui
una società guarda l’atrocità mentre accade e sceglie di chiamarla in un altro
modo. Il sociologo Stanley Cohen, che ne fece un oggetto di studio, descriveva
un negare capace di cambiare maschera. A volte sostiene che il fatto è
inventato. Altrove lo concede e lo ribattezza, operazione difensiva oppure
errore isolato. Nella forma più sottile riconosce tutto e si chiama fuori, la
colpa è di altri, oppure la cosa in fondo si spiega. I difensori delle parole
stanno nella maniera di mezzo. Concedono i morti, ammettono a volte anche i
bambini, e si trincerano dietro la definizione, come se nominare con esattezza
fosse un favore da centellinare al carnefice e mai alla vittima.
Primo Levi, che del testimone conosceva il prezzo e l’inganno, scrisse che il
sopravvissuto porta con sé una vergogna, e che la verità del campo rischiava di
apparire incredibile a chi non l’aveva attraversata. Ahlia Kattan fotografa la
bambina con il colpo alla tempia per una ragione che Levi avrebbe riconosciuto
subito. Altrimenti nessuno le crederà. I medici di Gaza ripetono il gesto del
testimone novecentesco, raccolgono prove contro l’incredulità futura, e portano
addosso la stessa colpa di chi è potuto andarsene mentre gli altri restavano.
Questa pallottola ha attraversato la gamba di un bambino, che ha dovuto essere
amputata.
LA PAROLA E IL DIRITTO
Intanto le istituzioni si muovono, con la consueta lentezza. Nel gennaio 2024 la
Corte internazionale di giustizia, investita del caso aperto dal Sudafrica, ha
ritenuto plausibile il rischio di atti vietati dalla Convenzione sul genocidio,
e ha ordinato a Israele misure cautelari per prevenirli. Il merito è ancora
aperto. Il 16 settembre 2025 la commissione d’inchiesta indipendente delle
Nazioni Unite ha concluso che Israele commette genocidio nella Striscia,
riscontrando quattro dei cinque atti elencati dalla Convenzione e ravvisando
l’intento genocidario nelle dichiarazioni dei vertici politici e militari. Pochi
giorni prima, il 31 agosto, l’International Association of Genocide Scholars, la
maggiore associazione mondiale di studiosi del tema, aveva approvato con
l’ottantasei per cento dei votanti una risoluzione che al caso di Gaza dà il
nome di genocidio. Amnesty International era giunta alla stessa conclusione già
nel dicembre 2024. La posizione dei difensori delle parole si fa, mese dopo
mese, più solitaria.
E torna il punto dell’intenzione, il loro ultimo fortino. Provare il dolo
specifico è arduo per definizione, perché chiede di leggere dentro la testa di
chi ordina e di chi esegue. La medicina offre una via laterale a quella lettura.
Un proiettile solo, di calibro militare, sparato da centinaia di metri,
conficcato nel cranio sottile di un bambino il cui corpo resta intatto, racconta
una scelta deliberata. La scelta di mirare. Ripetuta centoquattordici volte nei
conti prudenti di diciassette medici, e moltiplicata per i bambini morti sul
colpo che in ospedale non sono mai arrivati, quella scelta può essere profilata
come un metodo, l’esatto contrario del caso. Le testimonianze dei soldati lo
confermano dall’interno. L’organizzazione israeliana di veterani Breaking the
Silence, nel suo rapporto sulla fascia di sicurezza, riporta l’ordine impartito
a chi presidiava il perimetro. «Maschio adulto, uccidere».
LA COLPA DEI VIVI
Il 28 maggio 2025 Feroze Sidhwa ha parlato al Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite. Giacca grigia e cravatta verde, con l’indice che seguiva il testo
sul foglio. «Parlo da medico, e testimonio la distruzione deliberata di un
sistema sanitario e la cancellazione di un popolo». In cinque settimane a Gaza,
ha detto, davanti a sé aveva avuto soltanto civili, mai un combattente. Ha
raccontato dei suoi pazienti di sei anni con le schegge nel cuore e i proiettili
nel cervello, e delle donne incinte con il bacino dilaniato. Più tardi avrebbe
confidato al De Volkskrant che il discorso, in origine, era più severo, e che un
amico fidato lo aveva convinto ad ammorbidirlo per restare dentro le convenzioni
diplomatiche.
Lo stesso peso lo aveva sentito Nizam Mamode nell’autunno 2024, davanti a una
commissione del Parlamento britannico, mentre raccontava di bambini lasciati a
terra dopo un bombardamento e poi colpiti dai droni armati, giorno dopo giorno.
A un certo punto si interrompe. Chiude gli occhi. Il labbro gli cede. La
presidente riempie il silenzio. «Lo so, perché ciò che si è visto non si può
cancellare». Iscritto ai laburisti da quasi trent’anni, Mamode ha stracciato la
tessera. «Mi vergogno del nostro governo. Ha un obbligo morale di agire, e non
dà segno di volerlo fare. Un giorno sarà giudicato severamente».
Quando Israele ruppe la tregua, all’alba del 18 marzo 2025, i corridoi del
Nasser si riempirono in poche ore di morti e di colpiti. Sidhwa cominciò il
turno dichiarando deceduti dei bambini piccoli. «Il peggio è che la maggior
parte non lo era ancora. Il cuore batteva. Ma li prendevamo e li consegnavamo a
un familiare». Una sola parola araba aveva imparato, khalas, basta. Significava
che il bambino andava portato in un’altra parte dell’ospedale, a morire, perché
i medici potessero curare gli altri. Quella stessa notte ricorda la prima
bambina che riuscì a salvare, cinque anni, si chiamava Sham. Le sedeva accanto
sul pavimento e provava ad aiutarla a respirare, con una scheggia che le aveva
attraversato il cervello e un filo di sangue che ne usciva. In mezzo al caos, ai
lamenti dei bambini intorno, gli venne in mente una cosa sola. «Quella scheggia
l’ho pagata io? È stato il mio vicino di casa? A quale americano posso scrivere
per dirgli che la sua granata è stata ritrovata?»
Resta la domanda da cui sono partita, perché di tutto questo, da noi, si sia
parlato così poco e così male. Le prove ci sono da tempo. Le radiografie
mostrano il proiettile dentro il cranio. I medici legali sanno distinguerlo
dalla scheggia. Si sono espresse redazioni che tra loro non si parlano, il New
York Times e la BBC accanto al De Volkskrant. E perfino i soldati hanno
confessato, sulla stampa del loro stesso paese. Mancava la volontà di guardare.
I difensori delle parole hanno avuto buon gioco a disquisire di lessico finché
il lessico restava astratto. Un colpo solo, alla tempia di un bambino di nemmeno
due anni, sparato da lontano da chi sa bene di mirare a una testa piccola, alla
discussione toglie la sua astrazione. La parola giusta esiste già. Resta il
coraggio di pronunciarla, e di reggere lo sguardo dei medici che sono tornati
per dircelo.
Le testimonianze e le immagini provengono dall’inchiesta di Maud Effting e
Willem Feenstra, «Wat de wonden vertellen», De Volkskrant, 13 settembre 2025. I
riscontri incrociati derivano dalle inchieste del New York Times (ottobre 2024),
del servizio mondiale della BBC (agosto 2025), dallo studio della London School
of Hygiene and Tropical Medicine pubblicato su The Lancet, dalle inchieste di
Haaretz e dai rapporti di Breaking the Silence, Commissione d’inchiesta dell’Onu
e di Amnesty International.