Source - Associazionie amicizia italo-palestinese

Palestina, resistenza e repressione: come lo Stato italiano criminalizza la solidarietà
di Agata Iacono L'Antidiplomatico, 17 gennaio 2026 Feriti dalla successione drammatica delle notizie e delle manipolazioni mediatiche che vedono Usa e Israele distruggere definitivamente quello che un tempo si chiamava diritto internazionale, dal rapimento di Maduro al tentativo di Maidan in Iran, dalle minacce alla Groenlandia alla ratifica del "piano di pace" di Trump per distruggere definitivamente il popolo palestinese, ci sfugge spesso quello che sta succedendo a casa nostra. Sia chiaro: quello che succede è strettamente connesso al quadro geopolitico e all'asservimento totale dell'Italia ad Israele e agli USA (con qualche goffo tentativo di salvare la sudditanza anche al cadavere dell'Europa+UK). Abbiamo assistito all'arresto, alla diffamazione, alla stigmatizzazione delle manifestazioni che chiedevano al governo italiano di non essere complice del genocidio. Cariche di polizia, idranti, fermi e arresti degli attivisti hanno registrato un crescendo da stato di polizia, appena il movimento per la Palestina ha subito, oggettivamente, una fase di arresto. Le distorsioni della narrazione hanno aggredito  e diffamato Francesca Albanese come la giornalista-attivista Angela Lano e la deputata del movimento 5 stelle Stefania Ascari (tutte donne, chissà perché non siano mai state difese dal movimento Donne Vita e Libertà....). Quindi hanno attaccato direttamente i palestinesi in Italia, arrestando addirittura l'imam di Torino, Mohamed Shahi, colpevole di non aver condannato la resistenza, nonché il presidente dell'Associazione Palestinesi d'Italia, l'architetto Mohammad Hannoun, accusato di aver "finanziato", attraverso l'associazione benefica per mandare aiuti in Palestina, anche il terrorismo... Ma ci sono altri palestinesi nelle carceri italiane, tutti accusati per conto e ordine di Israele, senza aver mai commesso reati in Italia. È di oggi la scandalosa sentenza che condanna Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi. Il processo farsa, istruito dalle autorità italiane per esaudire la richiesta di Israele di colpire Anan, che ha osato difendere il suo popolo e la sua famiglia dalla violenza dei coloni sionisti in Cisgiordania (violenza assassina documentata anche da No Other Land, premio oscar del 2025). Nelle ultime udienze abbiamo assistito alla presenza di funzionari dello Stato sionista in sostegno dell’accusa: ovvero, i tribunali italiani hanno chiamato responsabili di un genocidio a testimoniare contro chi lotta contro questo stesso genocidio, condannato dal tribunale internazionale e dall'ONU. Durante gli anni di carcerazione, provenienti da tutta Italia, davanti al tribunale de L'Aquila sono stati sempre presenti presidi di solidarietà. Anan Yaeesh è stato infatti trasferito dal carcere di Terni a quello di Melfi, per isolarlo, ha anche effettuato uno sciopero della fame. Le sue condizioni fisiche risentono delle schegge che il ragazzo ha ancora in corpo, essendosi salvato miracolosamente dai tentativi di omicidio israeliani. In una videoconferenza dal carcere di alta sicurezza di Melfi, ha recentemente detto: “É successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, ne attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano.Non so più se mi trovo in un tribunale Israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?” La requisitoria della pubblico ministero, che non è mai riuscita a dimostrare nulla delle accuse, aveva richiesto pesanti condanne, 12 anni per Anan, 9 per Alì, 7 per Mansour (gli ultimi due erano già a piede libero, il vero obiettivo era colpire Anan).Il processo farsa dell’Aquila, è la dimostrazione dell’asservimento dell'Italia ad Israele e della complicità del governo italiano con il genocidio in corso. Alla pronuncia della condanna in aula si è levato un grido unanime di protesta.Quindi, davanti alla sede del tribunale, il legale Flavio Rossi Albertini ha ringraziato gli attivisti per la loro costante vicinanza, annunciando l'appello. E non finisce qui. È di ieri una circolare alle regioni e quindi alle scuole del Ministro Valditara che impone la schedatura dei bambini palestinesi che frequentano la scuola italiana. Siamo tornati alle leggi razziali fasciste antisemite del 1938? E nel frattempo il ministro Piantedosi, attraverso il decreto sicurezza, impedisce di fatto le espressioni di dissenso e solidarietà, addirittura imponendo controlli, perquisizioni, schedature e zone rosse. In sintesi il concetto è: "Se aiuti il popolo palestinese aiuti Hamas e quindi sei un terrorista". Fino a quando i palestinesi non accetteranno di essere percepiti quali vittime di una catastrofe naturale, senza alcun colpevole, e oseranno resistere, saranno tutti considerati terroristi, anche quelli nati ieri e morti di freddo. Ne avevo parlato qui: Il caso di Anan Yaeesh, "colpevole di Palestina"  Non è l'Iran, non è il Venezuela. È il regime Italia.   AGATA IACONO  SOCIOLOGA E ANTROPOLOGA     ANAN YAEESH CONDANNATO A 5 ANNI: PER I GIUDICI LA RESISTENZA PALESTINESE È TERRORISMO di Monica Cillerai L'Indipendente, 17 gennaio 2026 Grida e cori di protesta di tanti solidali hanno accolto la sentenza con la quale i giudici della Corte d’Assise dell’Aquila hanno condannato il palestinese Anan Yaeesh a cinque anni e sei mesi di reclusione per “associazione con finalità di terrorismo internazionale”. Yaeesh, arrestato nel gennaio 2024, è stato accusato di aver finanziato e avuto rapporti con gruppi della resistenza armata palestinese. Un’affiliazione che non ha mai nascosto: «Sono nato in Palestina e questa non è stata una mia scelta. Resistere, invece, è stata la scelta migliore della mia vita», aveva dichiarato. Nel processo i suoi avvocati chiedevano che venisse rigettata la definizione di “terrorismo” per le azioni dei gruppi palestinesi nel contesto della lotta contro l’occupazione. Il tribunale, invece, ha ammesso solo delle attenuanti rispetto alla condanna di 12 anni chiesta dai PM. Assolti invece, dopo sei mesi in carcere da innocenti, altri due indagati: Ali Irar e Mansour Doghmosh. La decisione è stata letta dal presidente del collegio, Giuseppe Romano Gargarella, al termine di una camera di consiglio durata circa sei ore. La procura aveva chiesto la condanna a 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Doghmosh, accusati di far parte del Gruppo di Risposta Rapida, uno dei gruppi della resistenza armata palestinese della città di Tulkarem. Alla sbarra oggi c’era la resistenza palestinese, definita “terrorismo” dal pubblico ministero Roberta D’Avolio. La difesa invece aveva chiesto l’assoluzione contestando l’intero impianto accusatorio, ricordando la legittimità della resistenza armata in un territorio occupato militarmente. Il procedimento infatti non riguarda solo tre individui: in gioco c’è la formula con la quale lo Stato italiano qualifica e reprime la resistenza palestinese all’occupazione israeliana in Cisgiordania. «Anan è stato condannato a 5 anni e sei mesi come organizzatore di un’organizzazione terroristica», ha dichiarato l’avvocato Flavio Rossi Albertini fuori dal Tribunale. «Sappiamo perfettamente che non c’è un solo elemento che accrediti il fatto che il Gruppo di Risposta Rapida di Tulkarem volesse aggredire, attaccare, coinvolgere, coloni nelle loro azioni. Tutte le azioni che sono state dimostrate e acquisite attraverso delle chat parlavano sempre di azioni rivolte contro i militari, ovvero contro quell’esercito occupante che dal 1967 impedisce al popolo palestinese di autodeterminarsi. Pertando questa sentenza per noi è profondamente ingiusta, perché condanna Anan Yaeesh e perché ritiene che quell’esperienza di resistenza palestinese sia terroristica, mentre invece è un legittimo utilizzo delle forme della lotta armata in vista dell’autodeterminazione dei popoli.» Anan Yaeesh è accusato di essere tra i promotori del Gruppo di Risposta Rapida, una delle brigate armate nate nel 2022 che cercavano di resistere all’occupazione israeliana nella città di Tulkarem, territorio martoriato dall’esercito di Tel Aviv e i cui campi profughi sono chiamati “le piccole Gaza” per l’enorme livello di devastazione subita. Da Tulkarem Anan se ne era andato nel 2013, nel tentativo di scampare alla persecuzione israeliana dopo aver subito diverse detenzioni e tentativi di assassinio. Si era rifugiato in Europa. Arriva prima in Norvegia e in Svezia e infine giunge a L’Aquila, dove fa richiesta d’asilo nel 2017 e ottiene poi la protezione speciale. Anan non è mai stato nel mirino della polizia italiana, fino al giorno della richiesta di estradizione di Tel Aviv, per la quale è detenuto dal 29 gennaio 2024, inizialmente nel carcere di Terni e poi a Melfi. La Corte d’Appello dell’Aquila aveva negato la consegna di Anan a Israele riconoscendo che l’imputato potrebbe essere sottoposto a «trattamenti crudeli, disumani o degradanti». Due giorni prima, tuttavia, la procura italiana aveva aperto un secondo procedimento penale, che riprende le stesse accuse formulate da Israele verso il giovane palestinese. Coinvolgendo altri due connazionali residenti in Abruzzo, Ali Irar e Mansour Doghmosh, che vengono accusati di aver supportato Anan tramite attività di reclutamento e propaganda per la Brigata. Una mossa che sembra molto più indicare la necessità della Procura di avere un numero minimo di indagati per un reato associativo piuttosto che a indizi concreti. «Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina sin dal 1947 e non dal 7 ottobre. Ci troviamo ad affrontare una violenza squadrista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la violenza nazista tedesca. La resistenza palestinese, legittimata da tutte le corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito, oggi la considerate terrorismo». Anan si è sempre definito un resistente, fin dalle prime dichiarazioni spontanee rilasciate a partire dal 26 febbraio scorso. «Il diritto e le convenzioni internazionali assicurano il diritto all’autodifesa, anche armata, di un popolo contro un esercito occupante» aveva dichiarato Flavio Rossi Albertini a L’Indipendente. «L’Autorità italiana si è sostituita a Israele». Il processo è politico e ogni sua fase ha esplicitato e messo in evidenza la stretta alleanza e condivisione di obiettivi tra lo Stato d’Israele e quello italiano. Nell’udienza del 19 dicembre scorso, l’avvocato difensore Flavio Rossi Albertini aveva denunciato nuovamente la «rimozione sistematica di ogni elemento di contesto: l’occupazione della Cisgiordania, la colonizzazione, i crimini umanitari e il genocidio in corso», sottolineando come, senza questi punti cardinali, la “giustizia” dei tribunali perda la capacità stessa di distinguere tra terrorismo e resistenza. Rossi Albertini ha ricordato che il processo «serve ad accertare fatti, non a giudicare la causa politica di un altro popolo», richiamando in aula la Resistenza italiana e la detenzione di Sandro Pertini durante l’occupazione nazifascista. Dagli albori il processo appare influenzato e diretto da Tel Aviv, più che dal codice penale del Belpaese. Questa sentenza ne è la conferma, e costituisce un precedente pericoloso nella repressione giudiziaria della causa palestinese nei tribunali italiani. «Tra 90 giorni leggeremo le motivazioni della corte di Assisi e presenteremo certamente appello», conclude Albertini.   Monica Cillerai Laureata in Scienze Internazionali a Torino, con un master in Risk Analysis and Management all'Università di Scienze Politiche di Bordeaux. Per L'Indipendente è corrispondente dal Medio Oriente oltre a scrivere di immigrazione e frontiere, estrattivismo e tematiche ambientali.
Israele starebbe pianificando una nuova offensiva su Gaza nel mese di marzo
Secondo quanto riportato dai media israeliani, l'esercito intende conquistare ulteriori territori a Gaza e spingere la Linea Gialla più a ovest verso la costa. Middle East Eye, 10 gennaio 2026 L'esercito israeliano ha in programma di lanciare una nuova offensiva a Gaza nel mese di marzo per conquistare ulteriori territori e spingere la Linea Gialla più a ovest, verso la costa dell'enclave, secondo quanto riportato dal Times of Israel, che cita fonti ufficiali. Anche se il cessate il fuoco si avvicina alla seconda fase, l'esercito israeliano avrebbe elaborato piani per l'offensiva, lamentando il fallimento nel disarmare Hamas, secondo quanto riportato dal quotidiano che cita un diplomatico arabo. Il 10 ottobre 2025, gli Stati Uniti hanno mediato un cessate il fuoco in base al quale le forze israeliane si sono ritirate sulla Linea Gialla, consentendo loro di controllare più della metà di Gaza, circa il 53% della Striscia. L'operazione prevista per marzo si concentrerà sulla città di Gaza e potrebbe vedere Israele espandere il proprio controllo sull'area, secondo quanto riportato dall'articolo. Sabato il portavoce di Hamas Hazem Qassem ha dichiarato che il gruppo ha “deciso con chiarezza di sciogliere gli organi governativi che gestiscono gli affari nella Striscia di Gaza e di trasferirli al comitato tecnocratico”. Il gruppo ha accusato Israele di violare l'accordo di cessate il fuoco e di ostacolare il passaggio alla seconda fase del piano sostenuto dagli Stati Uniti per Gaza, che prevede una forza di stabilizzazione internazionale. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è opposto alla partecipazione della Turchia alla forza, scoraggiando altri potenziali partner come Azerbaigian, Pakistan, Arabia Saudita e Indonesia dal contribuire con truppe. Israele ha ripetutamente violato il cessate il fuoco, uccidendo 439 palestinesi in tre mesi in quasi 1.200 violazioni, tra cui attacchi aerei, bombardamenti e demolizioni di case. “Chiediamo ai mediatori e ai paesi che garantiscono l'accordo di cessate il fuoco di condannare queste gravi violazioni, supervisionate dal criminale di guerra [il primo ministro israeliano Benjamin] Netanyahu con pretesti falsi e inventati”, ha dichiarato Hamas in una dichiarazione venerdì. Dal 7 ottobre 2023, le forze israeliane hanno ucciso più di 71.400 palestinesi nella Striscia di Gaza, tra cui almeno 20.000 bambini, secondo il ministero della salute palestinese. Altre migliaia sono dispersi sotto le macerie. I servizi di protezione civile e soccorso di Gaza non dispongono delle attrezzature pesanti necessarie per recuperare i corpi, mentre le condizioni meteorologiche hanno peggiorato le condizioni di vita nell'enclave. L'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, Unrwa, ha avvertito che le condizioni stanno peggiorando una situazione umanitaria già disastrosa, con inondazioni e crolli di rifugi che mettono a rischio le famiglie vulnerabili. Secondo un rapporto pubblicato a dicembre dal Shelter Cluster, un gruppo interagenzia, la tempesta Byron ha colpito circa 65.000 famiglie, con oltre un milione di persone bisognose di assistenza per un alloggio di emergenza. Le forze israeliane hanno mantenuto il blocco su Gaza, chiudendo i valichi di frontiera e limitando fortemente gli aiuti umanitari. Philippe Lazzarini, capo dell'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ha affermato che gli aiuti “non sono ancora sufficienti”. “Le persone vivono ancora in rifugi precari”, ha dichiarato giovedì all'agenzia Anadolu. “Sono arrivate solo tende non impermeabili, che non proteggono la popolazione. Le persone continuano a mancare di quasi tutto”. L'ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha) ha dichiarato martedì che le recenti tempeste hanno danneggiato anche gli spazi didattici temporanei e le strade utilizzate dalle organizzazioni umanitarie per fornire aiuti. Un numero crescente di organizzazioni e paesi ha anche espresso critiche nei confronti delle restrizioni imposte da Israele agli aiuti umanitari, un'altra violazione del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti. Le organizzazioni umanitarie che operano a Gaza hanno avvertito di conseguenze “devastanti” dopo che Israele ha annunciato che avrebbe vietato loro di operare. Medici Senza Frontiere, una delle 37 organizzazioni colpite da questi cambiamenti, ha affermato in un post su X che se essa e altri gruppi umanitari perdessero l'accesso a Gaza e alla Cisgiordania, “centinaia di migliaia di palestinesi sarebbero privati delle cure essenziali”. I paesi arabi ed europei hanno chiesto a Israele di consentire alle organizzazioni per i diritti umani un accesso “sostenibile, prevedibile e senza restrizioni” ai territori, soprattutto nelle difficili condizioni invernali.   Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze
Niente personale, niente attrezzature, niente medicine: un medico torna a Gaza dopo 665 giorni in una prigione israeliana
Il dottor Ahmed Muhanna, uno dei più importanti consulenti di pronto soccorso del paese, afferma che la portata della distruzione a cui ha assistito al suo rilascio lo ha commosso fino alle lacrime. di Hoda Osman e Annie Kelly,  The Guardian, 12 gennaio 2026 L’unica cosa che ha tenuto in vita il dottor Ahmed Muhanna durante i suoi 22 mesi trascorsi nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani è stato il sogno del ritorno alla sua famiglia e a Gaza. Quando è stato finalmente rilasciato dopo 665 giorni di prigionia, è tornato a casa e ha scoperto che ogni luogo che aveva conservato nei suoi ricordi era stato cancellato. Durante la sua prigionia, lui e gli altri detenuti erano “completamente tagliati fuori dal mondo esterno”, racconta. Una volta rilasciato, è stato condotto oltre il confine e attraverso Gaza fino al suo ospedale, l’al-Awda. L’entità della distruzione che ha visto, dice, “mi ha fatto venire la pelle d’oca… il petto mi si è stretto e le lacrime hanno iniziato a scorrere”. Quando Muhanna, uno dei più importanti anestesisti e consulenti di pronto soccorso di Gaza, è stato arrestato dalle forze israeliane nel dicembre 2023, l’ospedale di al-Awda era sotto assedio. Ora, a soli tre mesi dal suo rilascio, nonostante il cessate il fuoco sia ancora ufficialmente in vigore, afferma che lui e i suoi colleghi devono affrontare un altro assalto, poiché il sistema sanitario devastato lotta per far fronte a un’ondata di malattie e morti evitabili. Muhanna racconta di essere tornato in un ospedale svuotato di personale, attrezzature mediche e medicinali. Durante la detenzione, 75 dei suoi colleghi di al-Awda sono stati uccisi, racconta. Dal 7 ottobre 2023, 1.200 operatori sanitari palestinesi sono stati uccisi e 384 arrestati dall’esercito israeliano, secondo l’ONG Healthcare Workers Watch. Nel dicembre 2025, l’ospedale al-Awda ha sospeso i servizi medici dopo che la chiusura dei valichi di frontiera ha reso insufficiente il carburante per alimentare i generatori elettrici. Foto: Anadolu/Getty “Provo un dolore e una tristezza indicibili per ciò che stiamo affrontando”, afferma Muhanna. Nonostante il cessate il fuoco, il 77% della popolazione, inclusi 100.000 bambini, si trova ancora ad affrontare “alti livelli di insicurezza alimentare acuta”, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Muhanna e il suo staff continuano a curare bambini gravemente malnutriti che, a causa di ciò, sviluppano complessi problemi medici. Le organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui una commissione delle Nazioni Unite, hanno concluso che Israele ha commesso un genocidio a Gaza, citando spesso il blocco degli aiuti umanitari e la distruzione sistematica del sistema sanitario. “Il deliberato attacco militare al sistema sanitario ha avuto successo non solo nel distruggere le infrastrutture, ma anche nel privare la popolazione delle cure mediche e nell’aumentare i tassi di mortalità”, afferma Muhanna. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), il 94% degli ospedali di Gaza è stato danneggiato o distrutto, lasciando i pazienti, compresi i neonati, senza cure essenziali. Il rapporto conferma che, nonostante il cessate il fuoco, Israele ha impedito l’ingresso di forniture mediche e alimenti “indispensabili per la sopravvivenza dei civili”. Muhanna afferma che questo porta a morti che sarebbero evitabili. Ora, la situazione sta ulteriormente peggiorando, dopo che Israele ha annunciato che revocherà le licenze di 37 organizzazioni non governative internazionali (INGO) che operano a Gaza e nella Cisgiordania occupata, affermando che non hanno soddisfatto i requisiti previsti dalle nuove norme di registrazione. Tra queste, figurano organizzazioni di assistenza medica come Medici Senza Frontiere (MSF). “Oggi non c’è una sola macchina per la risonanza magnetica funzionante a Gaza. C’è solo una TAC”, afferma Muhanna, il che rende difficile per i medici, che fanno affidamento su queste macchine essenziali, prendere decisioni informate in casi potenzialmente letali. Afferma che i pazienti oncologici soffrono a causa della diffusione dei tumori, mentre le cure disponibili sono bloccate e c’è stato un aumento delle insufficienze renali a causa della mancanza di macchine per la dialisi. L’Ospedale Al-Shifa a Gaza il mese scorso. Non ha più una macchina per la risonanza magnetica, dopo che l’esercito israeliano l’ha distrutta insieme alla maggior parte delle altre apparecchiature. Foto: APAImages/Shutterstock La macchina per la risonanza magnetica distrutta nell’ospedale Al-Shifa. Foto: APAImages/Shutterstock “Sono un medico, ma in questa situazione sono impotente e incapace di fare qualcosa per aiutare le persone”, afferma Muhanna. Allo stesso tempo, afferma che questo lo motiva a continuare a lavorare. Avendo iniziato a lavorare subito dopo il suo rilascio, Muhanna non è stato in grado di riposare o di iniziare a elaborare il trauma di ciò che ha vissuto nei centri di detenzione israeliani. Afferma di essere stato torturato, umiliato e di essere stato privato di cibo e cure mediche. Un rapporto delle Nazioni Unite ha recentemente concluso che Israele ha una “politica statale de facto” di tortura organizzata. Inizialmente fu portato nel famigerato centro di detenzione di Sde Teiman, dove per 24 giorni rimase bendato e con le mani legate per tutto il tempo. Durante il trasferimento in un centro di detenzione ad al-Naqab, Muhanna fu picchiato dalle forze israeliane così violentemente che gli si ruppe una costola. Racconta di aver chiesto antidolorifici, ma non gli furono dati. “Non c’era alcuna assistenza medica”. Racconta di aver visto due uomini morire per mancanza di cure mediche – morti che ritiene del tutto evitabili, tra cui quella di un uomo di 37 anni che presentava segni di ostruzione gastrointestinale. “Sono andato dalle guardie carcerarie e ho detto loro che doveva essere portato urgentemente in clinica e che avrebbe potuto aver bisogno di un intervento chirurgico urgente”, ricorda. Muhanna racconta che le guardie non hanno fatto nulla. “Quell’uomo ha avuto dolori per tutta la notte… il suo addome si è gonfiato e ha iniziato a vomitare feci a causa dell’ostruzione intestinale”. Muhanna racconta di essere stato “sempre affamato” perché i carcerati ricevevano cibo minimo. A un certo punto, è stato messo con altri 40 detenuti in una piccola tenda recintata, dove non avevano accesso al bagno dalle 16:00 alle 5:00 tutti i giorni. “È stata una vera tragedia”. Muhanna non è mai stato incriminato. Muhanna abbraccia la madre al suo ritorno a Gaza Quando è stato rilasciato, è stato riportato a Gaza. “La prima persona che ho cercato è stata mia madre”, racconta. “L’ho abbracciata forte. Mi ero preoccupato così tanto per lei… Siamo rimasti in quell’abbraccio per cinque minuti prima che qualcuno riuscisse a separarci”. Rivedere sua moglie e i suoi figli “mi ha fatto sentire come se la vita fosse tornata in me”, dice. “È stato un momento di felicità indescrivibile”. La sua figlia di mezzo, Salma, solo una bambina quando era detenuto, ora è alta quasi quanto lui. Mentre si riprende dal trauma della sua esperienza di detenzione e affronta la travolgente crisi sanitaria che Gaza sta attraversando, dice di avere poche speranze per il futuro. “Non c’è futuro per i miei figli qui. Voglio che siano al sicuro, che abbiano un futuro, che studino in buone università e che trovino buoni lavori”, dice. “Quando non sono in ospedale, cerco di pensare a un posto dove portarli, per uscire insieme, ma non c’è nessun posto dove andare. Niente spazi verdi. Gaza aveva vita: ristoranti, spiagge. Ora non c’è più niente.”   Traduzione a cura di AssopacePalestina
La Solidarietà con la Palestina non si arresta
L’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus esprime la propria solidarietà a Raed Al Salahat e agli altri attivisti palestinesi attualmente agli arresti in seguito all’inchiesta che li vede accusati di sospetta complicità con organizzazioni terroristiche. Raed è un esponente delle comunità islamica e palestinese fiorentine, noto da anni per il suo attivismo per la causa palestinese e per il suo impegno a sostegno dei più deboli. Con lui e altri amici della comunità islamica abbiamo condiviso la vicinanza ai rifugiati gazawi scampati al genocidio e accolti nel nostro territorio.  Lo conosciamo come una persona generosa e lontanissima da qualunque atteggiamento o intento aggressivo o violento.  Pur nel rispetto delle prerogative e del ruolo della magistratura, non possiamo che rimanere sconcertati di fronte alla campagna mediatica che, strumentalizzando questa vicenda, cerca di criminalizzare il movimento di solidarietà con la popolazione palestinese e distogliere l’attenzione dai gravissimi crimini compiuti dal governo israeliano. Siamo inoltre turbati dalle notizie apparse sulla stampa riguardo le motivazioni riportate nell’ordinanza di custodia cautelare che ha confermato gli arresti. L’ordinanza conterrebbe una verbosa dissertazione che sembra avere il fine politico di criminalizzare l’intero movimento di solidarietà con il popolo palestinese, e addirittura la religione islamica nel suo complesso, tramite una analisi dai toni e contenuti antistorici e a tratti grotteschi. Queste considerazioni ed interpretazioni soggettive, oltre ad apparire del tutto fuori luogo in un atto giudiziario, risultano viziate da un grave pregiudizio islamofobico del tutto incompatibile con i nostri valori costituzionali. In secondo luogo, l’accusa, riguardante la presunta distrazione verso la lotta armata dei fondi raccolti ed inviati a Gaza a sostegno delle vittime del genocidio, appare basata unicamente su informazioni provenienti dal governo israeliano. Lo stesso governo che negli ultimi giorni ha bandito dai territori palestinesi la maggior parte delle organizzazioni umanitarie internazionali (fra le quali Caritas, Medici senza frontiere, Oxfam, oltre  all'agenzia delle Nazioni Unite UNRWA) con simili accuse di contiguità al terrorismo. Lo stesso governo che è attualmente sotto processo per genocidio e altri gravi crimini contro l’umanità presso le più alte corti internazionali. Ricordiamo che, sebbene il nostro governo non riconosca ancora lo stato di Israele come organizzazione terroristica nonostante l’evidenza e l’ampiezza dei suoi crimini, sarebbe tuttavia legalmente tenuto ad arrestare il suo primo ministro, su cui pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale. Ci duole constatare che, mentre il governo permetteva, lo scorso 29 dicembre, al ricercato Netanyahu di sorvolare impunemente il nostro paese, alcuni magistrati inquirenti della nostra repubblica, sulla base di informazioni provenienti da quello stesso governo criminale, perseguivano attivisti la cui unica responsabilità accertata sarebbe quella di aver raccolto fondi in favore delle vittime dei crimini israeliani nella Striscia di Gaza. Vogliamo continuare a credere nello stato di diritto e confidiamo che la magistratura possa correggere queste evidenti storture, restituendo al più presto la libertà e l’onorabilità a Raed e agli altri indagati.   L’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze
TAHAR LAMRI SUL CASO HANNOUN:SE ANCHE LA GIUSTIZIA SI TRASFORMA IN PROPAGANDA
L'ordinanza di custodia cautelare di Mohammad Hannoun è un caso da manuale di tesi precostituita a partire da un assioma: musulmano = terrorista.  di Tahar Lamri*, 30 dicembre 2025 https://kritica.it/in-evidenza/caso-mohammad-hannoun-islamofobia/ L’ordinanza della Procura di Genova che dispone misure cautelari contro Mohammad Hannoun e altri membri dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (ABSPP) è un documento monumentale: oltre 300 pagine di accuse, prove, ricostruzioni storiche e analisi giuridiche. Dovrebbe essere l’esempio di come la giustizia italiana affronta con rigore e obiettività un caso complesso e delicato. Invece, quello che emerge da un’analisi attenta delle prime sessanta pagine – solo le prime sessanta, un quinto del totale – è qualcosa di profondamente diverso e inquietante: una sistematica opera di falsificazione storica, manipolazione dei fatti, omissione di prove contrarie e adozione acritica della narrativa di una parte in causa – Israele – per costruire un’imputazione che non si limita a colpire singoli individui, ma criminalizza l’intero universo del sostegno umanitario e politico alla causa palestinese.  In questo articolo documentiamo le falsificazioni più gravi individuate nelle prime sessanta pagine, ma non è un catalogo tecnico: è la storia di come la giustizia può trasformarsi in propaganda quando accetta di essere strumento di un’agenda politica. Quando i premi Nobel diventano talebani: Il caso del Bangladesh   Cominciamo dalla falsificazione più grottesca, quella che più di ogni altra rivela il metodo e l’agenda di questo documento. Tra le pagine 23 e 25, in una sezione dedicata a dimostrare che “ogni movimento islamico è fondamentalmente jihadista”, il documento presenta la rivoluzione studentesca del Bangladesh del luglio-agosto 2024 come un esempio di violenza islamista comparabile alle azioni dei talebani. Secondo l’ordinanza, nel 2024 studenti bengalesi perpetrarono “violenza diffusa indiscriminata” contro minoranze religiose, causarono “pesanti perdite” alle forze dell’ordine e si comportarono come estremisti religiosi. L’equiparazione è esplicita: siccome taliban in pashto significa “studenti”, allora gli studenti musulmani bengalesi (i quali ovviamente non parlano pashto) che manifestano sono, di fatto, talebani. C’è solo un problema: questa versione è l’esatto opposto di ciò che accadde.  La rivoluzione del Bangladesh dell’estate 2024, conosciuta come “July Revolution” o “Gen Z Revolution”, fu un movimento pro-democrazia guidato da studenti universitari laici delle università più prestigiose del paese. Iniziò come protesta contro un sistema di quote per i lavori pubblici percepito come corrotto, e si trasformò in una rivolta popolare quando il governo della premier Sheikha Hasina rispose con una violenza brutale. Le forze di sicurezza governative aprirono il fuoco sui manifestanti disarmati, uccidendo tra 800 e 1,400 persone – per lo più studenti. Il governo ordinò di sparare a vista. Le Nazioni Unite documentarono quello che definirono un assassinio di massa governativo, il “Massacro di luglio”. Non fu una violenza degli studenti: fu un massacro di studenti.  Quando il regime crollò, si formò un governo ad interim guidato da Muhammad Yunus – premio Nobel per la Pace, fondatore della Grameen Bank, icona globale della lotta contro la povertà. Due leader del movimento studentesco entrarono nel nuovo governo. Le Nazioni Unite celebrarono l’evento come “student-people uprising contro il fascismo”.  Il documento inverte completamente la realtà: le vittime diventano carnefici, i massacratori diventano vittime, una rivoluzione democratica diventa jihad islamista. Perché questa falsificazione così spudorata in un documento su Hamas? Perché serve a sostenere una tesi centrale del documento: che ogni affermazione di moderazione da parte di movimenti islamici è menzogna tattica. Se anche studenti universitari che chiedono democrazia sono “in realtà” jihadisti, allora certamente Hamas non può essere sincero quando parla di politica invece che di guerra. La falsificazione storica diventa strumento per costruire una logica inattaccabile: qualsiasi cosa faccia Hamas, qualsiasi cosa dica, è terrorismo. E il metodo è chiaro: studente musulmano = estremista. La similitudine etimologica diventa identità politica. L’orientalismo non è un sottotesto: è il testo. Le vittime che scompaiono   Ma la falsificazione del Bangladesh, per quanto clamorosa, è quasi marginale. Le omissioni più gravi riguardano il cuore dell’accusa: la realtà della Palestina occupata, fino ad arrivare al genocidio in corso da due anni, completamente omesso dalle carte.  L’intero preambolo sulla nascita storica di Hamas, tutto il racconto della vita di questa formazione, sembrano puntare a una tesi già scritta: non quella di un territorio occupato e di una popolazione privata del suo diritto all’autodeterminazione fino a diventare vittima di pulizia etnica e genocidio, ma quella di una formazione votata alla jihad semplicemente in quanto antisemita, e antisemita semplicemente in quanto musulmana.  Non viene menzionata la Nakba (1948) né l’espulsione di 750.000 palestinesi dalle loro case e terre; vengono ignorate completamente le politiche di colonizzazione e apartheid; non vengono citate le violenze dei coloni o le demolizioni di case palestinesi. Ogni azione di Hamas è defintia terrorismo, ma non vengono qualificate mai come tali le azioni israeliane contro civili.  Il documento conta meticolosamente le vittime israeliane (484 morti in attentati) ma ignora le migliaia di palestinesi uccisi. A leggerlo, sembra quasi che l’occupazione israeliana non sia mai esistita o sia del tutto marginale, in questa vicenda storica.  Riguardo al 7 ottobre, il documento dedica pagine dettagliate agli attacchi di Hamas, citando numeri di vittime, elencando violenze sessuali, presentando tutto come fatto accertato da “prove” israeliane. Usa queste descrizioni per stabilire la natura “terroristica” di Hamas e, per estensione, di chiunque la supporti. Il bilancio delle vittime del 7 ottobre è la pietra angolare dell’intera imputazione. In tutte queste pagine, un’espressione non compare, se non puramente di striscio: direttiva Hannibal. La Hannibal Directive è una dottrina militare israeliana, introdotta segretamente nel 1986, che autorizza l’uso di forza massima – incluso l’uccisione di soldati israeliani appena catturati – per impedire che vengano presi come ostaggi. Per decenni rimase semi-segreta, discussa sottovoce, applicata raramente. Il 7 ottobre 2023, questa dottrina fu applicata su scala di massa e, per la prima volta nella storia israeliana, fu estesa ai civili. Non è una teoria del complotto. Non è propaganda di Hamas. È un fatto documentato da fonti israeliane, ammesso da funzionari israeliani, investigato dalla stampa israeliana.   Nel febbraio 2025, l’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ammise in un’intervista televisiva che l’ordine Hannibal fu dato “tatticamente” e “in vari luoghi” il 7 ottobre. Quando il giornalista spiegò che la Hannibal Directive significa “sparare per uccidere quando c’è un veicolo contenente un ostaggio israeliano”, Gallant non contestò. Anzi, si lamentò che il problema fu che in alcuni luoghi l’ordine “non fu dato”. Nel luglio 2024, Haaretz – il più autorevole quotidiano israeliano – pubblicò un’indagine devastante basata su documenti militari e testimonianze di soldati. Alle 10:32 del mattino del 7 ottobre fu dato l’ordine: “non un singolo veicolo può tornare a Gaza”. A quell’ora, l’IDF sapeva che molti civili erano stati rapiti. L’ordine significava: sparate su quei veicoli. Elicotteri Apache, droni, carri armati aprirono il fuoco. Efrat Katz fu uccisa dal fuoco di un elicottero israeliano mentre veniva trasportata a Gaza. A Kibbutz Be’eri, un carro armato sparò due granate su una casa con oltre 12 ostaggi, inclusi due gemelli di 12 anni; solo 2 sopravvissero. Il capitano Bar Zonshein ammise pubblicamente di aver sparato con il suo carro armato su veicoli sapendo che contenevano soldati israeliani. Un ex-ufficiale dell’aeronautica descrisse la situazione: “È stata una Hannibal di massa”. La Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite documentò nel giugno 2024 “forti indizi che la Direttiva Hannibal è stata utilizzata in diverse circostanze il 7 ottobre”. Non sappiamo quanti israeliani furono uccisi dalle proprie forze quel giorno. Le stime variano. Ma sappiamo con certezza che accadde, su scala significativa, per ordine ufficiale. Il documento giudiziario italiano non menziona nulla di tutto questo. Nemmeno una riga. Nemmeno una nota a piè di pagina. Cita Amnesty International per dire che “la stragrande maggioranza dei civili è stata uccisa da combattenti palestinesi”, ma omette che questa affermazione di Amnesty è fortemente contestata, che le stesse fonti israeliane la contraddicono, che Hamas invocò ripetutamente la Hannibal Directive come spiegazione e che aveva ragione.  Quando Hamas disse che molte vittime furono causate dal fuoco israeliano, il documento presenta questo come “Hamas smentisce Amnesty” e “fabbricazioni”. Ma erano le forze israeliane, non Hamas, a mentire su cosa accadde quel giorno.  Questa non è un’omissione casuale. È la rimozione deliberata del fatto centrale che cambia l’intera narrativa del 7 ottobre. Perché se una parte significativa delle vittime fu causata dalle stesse forze israeliane applicando una dottrina del “meglio morti che prigionieri”, allora il bilancio di quel giorno non può più essere usato come misura univoca della “barbarie di Hamas”. E l’intero castello di accuse costruito su quel bilancio crolla. Il documento omette anche che il governo israeliano si è sempre opposto a qualsiasi inchiesta indipendente sui fatti del 7 ottobre, contrariamente ad Hamas, che ha sempre fatto richiesta che su quella giornata e i suoi avvenimenti potesse fare luce una commissione d’inchiesta internazionale indipendente. Quando ISIS diventa Hamas: L’attacco di Sydney   A pagina 47, il documento compie un’altra manipolazione illuminante. Descrive l’attacco terroristico di Sydney del 14 dicembre 2025, in cui due attentatori aprirono il fuoco su una celebrazione di Hanukkah a Bondi Beach uccidendo 15 persone, e afferma che “HAMAS, pur non essendo coinvolta nell’attentato, lo ha giustificato quale diretta conseguenza della politica israeliana”.  C’è un dettaglio che il documento omette: l’attacco fu perpetrato dall’Islamic State (ISIS), non da Hamas o gruppi collegati. La Australian Federal Police lo dichiarò esplicitamente un attacco “ISIS-linked”. Il Primo Ministro australiano disse che gli attentatori erano ispirati da “Islamic State ideology”. Nell’auto furono trovate bandiere ISIS. Hamas e ISIS sono nemici mortali. ISIS considera Hamas composto da “apostati” per la loro collaborazione con l’Iran sciita. Hamas ha combattuto ISIS a Gaza, dove è stato Israele, per sua stessa ammissione, a utilizzare bande dell’ISIS per i suoi interessi.  Il documento non dice esplicitamente “Hamas ha fatto l’attacco”, ma lo include in una sezione che deve dimostrare la pericolosità terroristica di Hamas, citando dichiarazioni di leader Hamas che analizzavano le cause dell’aumento dell’antisemitismo. Il trucco è sottile ma efficace: nel contesto di un atto d’accusa, l’associazione diventa imputazione. E rivela il metodo: qualsiasi violenza, ovunque, se c’è un musulmano di mezzo, può essere associata a Hamas. ISIS, Al-Qaeda, talebani, Fratelli Musulmani, studenti bengalesi – sono tutti intercambiabili nella logica del documento. Musulmano = islamista = terrorista = Hamas. Le elezioni che non dovevano esistere: il 2006 riscritto   Una delle riscritture storiche più significative riguarda le elezioni legislative palestinesi del 2006. Il documento le presenta così: Hamas partecipò con una “campagna incentrata sulla resistenza armata”, la partecipazione era “solo per legittimare il terrorismo”, ogni voto fu un voto per “distruggere Israele”. La realtà storica è documentata da osservatori internazionali, sondaggi, analisi accademiche e testimonianze dirette – incluse quelle di funzionari israeliani e americani.  Hamas inizialmente non voleva partecipare a quelle elezioni. Quando decise di candidarsi, il suo obiettivo dichiarato era ottenere il 20-30% per fare opposizione. Il manifesto elettorale si chiamava “Change and Reform” – Cambiamento e Riforma. I temi centrali erano la lotta alla corruzione (il tema dominante), la riforma democratica, lo stato di diritto, la fine delle detenzioni arbitrarie, i servizi sociali efficienti. Fatah governava da 40 anni ed era percepito come corrotto e inefficiente. Il processo di Oslo era considerato fallito. I palestinesi volevano cambiamento.   I sondaggi post-elettorali rivelarono dati sorprendenti: il 77% dei votanti di Hamas volevano che il nuovo governo negoziasse un accordo di pace con Israele. Il 73% dei palestinesi volevano che Hamas abbandonasse l’obiettivo di distruggere Israele. Solo il 3% supportava uno stato islamico. Il 75% votò Hamas come protesta contro la corruzione di Fatah. I palestinesi non votarono per il jihad. Votarono per acqua corrente, elettricità, ospedali funzionanti, strade e polizia non corrotta.  Le elezioni furono monitorate e certificate come libere e giuste dal Carter Center (Jimmy Carter in persona), dall’Unione Europea, dal National Democratic Institute. Carter dichiarò: “Le elezioni furono oneste, giuste… Non c’è dubbio che la volontà del popolo palestinese si sia espressa”.  Ironicamente, furono gli Stati Uniti di George W. Bush a insistere per tenere quelle elezioni, contro il parere dei propri esperti che avvertirono che Hamas avrebbe potuto vincere. Quando Hamas vinse, gli Stati Uniti e l’Unione Europea tagliarono immediatamente tutti i fondi. Israele bloccò il trasferimento delle entrate fiscali. Fatah rifiutò la coalizione. Gli USA implementarono un piano (rivelato da Vanity Fair) per armare Fatah e rovesciare Hamas con un colpo di stato. Nel giugno 2007, quando Fatah tentò il golpe, Hamas rispose con la forza e prese il controllo militare di Gaza. Iniziò il blocco che dura ancora oggi. Il documento omette completamente questa sequenza. Presenta la vittoria elettorale come “inganno” e la guerra civile del 2007 come “Hamas elimina violentemente ogni altro gruppo”, ignorando che fu la risposta internazionale – boicottaggio, golpe, guerra economica – a radicalizzare la situazione. Perché questa riscrittura? Perché riconoscere che Hamas vinse elezioni democratiche con un programma di buon governo, che i palestinesi votarono per ragioni pratiche non ideologiche, che la radicalizzazione seguì il boicottaggio occidentale – tutto questo renderebbe più complessa la narrativa “Hamas = terrorismo, sempre e comunque”. La storia va semplificata: Hamas partecipò alla politica “solo per terrorismo”. Il fatto che vinsero perché la gente voleva ospedali che funzionassero va cancellato. “Dal fiume al mare”: lo slogan con origini dimenticate   Il documento dedica ampio spazio allo slogan “From the River to the Sea”, presentandolo come prova di intenti genocidari di Hamas e di chiunque lo usi. Secondo l’ordinanza, è uno slogan esclusivamente palestinese che significa “eliminazione fisica di Israele” e dell’intera popolazione ebraica. Quello che il documento omette è che questo slogan ha origini sioniste.  Nel 1977, il partito Likud di Menachem Begin dichiarò nel suo manifesto fondativo: “Between the Sea and the Jordan there will only be Israeli sovereignty”. Non era retorica: era politica ufficiale del partito che avrebbe governato Israele per decenni. Negli anni ’40, l’Irgun – l’organizzazione paramilitare sionista guidata dallo stesso Begin – cantava un inno che proclamava: “The Jordan has two banks; this one is ours, and the other one too”. Jabotinsky, ideologo del sionismo revisionista, parlava esplicitamente di uno stato ebraico “su entrambe le sponde del Giordano”, includendo quindi l’attuale Giordania. Lo slogan fu adottato dai palestinesi dopo, come contrappunto. Oggi lo slogan è polisemico – ha significati diversi per persone diverse: può significare uno stato palestinese al posto di Israele (interpretazione massimalista e minoritaria), uno stato binazionale democratico per israeliani e palestinesi con uguali diritti, la fine dell’occupazione di Cisgiordania e Gaza mantenendo Israele nei confini del 1967, o semplicemente il diritto all’autodeterminazione palestinese. Il documento riconosce questa polisemia (cita manifestanti che lo usano “inconsapevolmente”) ma poi applica solo l’interpretazione più estrema, criminalizzando chiunque lo utilizzi. Nel frattempo, slogan israeliani equivalenti o peggiori vengono completamente ignorati. “Grande Israele” (Eretz Israel HaShlema) appare regolarmente in mappe che cancellano la Palestina. Il Ministro delle Finanze israeliano Smotrich ha posato davanti a una mappa che include Giordania, con la scritta “Non esiste popolo palestinese”. Netanyahu nell’ottobre 2023 citò Amalek – il popolo che secondo la Bibbia Dio ordinò agli ebrei di sterminare completamente, uomini, donne, bambini, neonati, bestiame.  Il documento non menziona mai queste dichiarazioni israeliane, pur citando meticolosamente ogni dichiarazione estremista di Hamas.  Lo slogan “From the River to the Sea” viene criminalizzato quando pronunciato da palestinesi, normalizzato quando usato da sionisti, ignorato quando ancora più estremo da parte israeliana. Il doppio standard non è un errore: è il sistema. La fabbrica delle prove: quando Israele diventa giudice e testimone    L’intera sezione sulla presunta “arena europea” di Hamas (pagine 48-61) si basa su un vizio metodologico che invaliderebbe qualsiasi processo in un sistema giudiziario credibile: tutte le prove provengono da una sola fonte – Israele – che è parte in causa con interesse diretto nell’esito. Il documento cita ripetutamente “documenti sequestrati dall’Autorità di Israele”, “relazione dell’esperto israeliano” (anonimo), “intelligence israeliana”. Questi documenti non sono verificabili indipendentemente. Non hanno una catena di custodia tracciabile. Non sono stati sottoposti a esame della difesa. E provengono da uno stato che ha tutto l’interesse a dimostrare che qualsiasi organizzazione pro-Palestina è terroristica.  Sarebbe come in un processo per omicidio accettare come uniche prove le dichiarazioni dell’accusatore, senza autopsia indipendente, senza testimoni terzi, senza verifica forense, senza alcun controllo. I precedenti di “intelligence” rivelatasi falsa abbondano. Le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein che giustificarono l’invasione dell’Iraq si rivelarono inesistenti. L’ospedale Al-Shifa a Gaza, che Israele presentò nel 2023 come “centro di comando di Hamas” con tanto di infografiche dettagliate, si rivelò essere… un ospedale. Le accuse israeliane contro 12 dipendenti UNRWA di essere membri di Hamas, che portarono al taglio di fondi internazionali, non sono mai state suffragate da prove credibili.   Ma il documento accetta acriticamente ogni “documento sequestrato” israeliano come vangelo. Decine di “documenti interni di Hamas” vengono citati come prove, senza mai porsi la domanda: come possiamo verificare che siano autentici? Chi garantisce che non siano stati alterati o fabbricati? E anche se fossero autentici, il fatto che Hamas consideri un’organizzazione come alleata non significa che quell’organizzazione sia Hamas. Durante la Guerra Fredda, il KGB aveva documenti che elencavano giornalisti occidentali come “nostri contatti” – questo non li rendeva spie sovietiche. Interpal: quando i tribunali dicono il contrario   Il caso di Interpal è emblematico di come il documento manipoli la realtà giudiziaria. Il testo cita Interpal – un’organizzazione benefica britannica – come parte della “rete terroristica di Hamas”, basandosi su designazione USA/Israele. Ma omette completamente che questa designazione è stata ripetutamente smentita da tribunali e autorità indipendenti. La UK Charity Commission – l’organo britannico che vigila sulle organizzazioni caritative – condusse tre investigazioni approfondite su Interpal (2003, 2009, 2012). Tutte e tre conclusero: “nessuna prova” di finanziamento al terrorismo. La Charity Commission dichiarò esplicitamente: “Le autorità USA non sono state in grado di fornire prove a supporto delle loro accuse”.   Nel 2010, l’High Court di Londra sentenziò che è diffamatorio affermare che Interpal supporta Hamas. Questa non è un’opinione: è una sentenza di un tribunale che ha esaminato le prove.  Nei quindici anni successivi, ogni grande media britannico che accusò Interpal di terrorismo fu costretto a ritrattare e pagare danni: Jerusalem Post (2006), Daily Express (2010, £60.000), Daily Mail (2018, £120.000), Jewish Chronicle (2019, £50.000). Oltre £200.000 di danni pagati per diffamazione. Nel 2004, quando Israele chiese al governo britannico di Tony Blair di bannare Interpal, la risposta fu: “Mancano le evidenze e le basi legali”. Documenti governativi declassificati nel 2025 rivelano che funzionari britannici dissero agli israeliani: qualsiasi azione richiederebbe “prove adeguate che invia fondi a Hamas dopo che è stata messa al bando” – prove mai fornite.  Il documento italiano non menziona nulla di tutto questo. Cita solo le liste USA/Israele, ignorando tre assoluzioni, una sentenza dell’High Court, £200.000 di danni per diffamazione vinti, e il rifiuto del governo britannico di procedere per mancanza di prove.  Questa è falsificazione per omissione sistematica: si presenta la versione di una parte (USA/Israele) come “fatto”, si omette che tribunali indipendenti l’hanno ripetutamente smentita. I doppi standard come sistema Il documento è percorso da doppi standard così evidenti che sarebbe grottesco se non fosse tragico. * Sulle uccisioni di civili: Hamas uccide civili = terrorismo puro. Israele uccide 10 volte più civili (44,000+ palestinesi, 15,000+ bambini a Gaza dall’ottobre 2023) = mai menzionato. Nemmeno una riga in 300 pagine sul bilancio palestinese. * Sulla resistenza armata: Il documento riconosce en passant (pagine 34-35) che l’occupazione israeliana è “chiara violazione del diritto internazionale”. Ma poi afferma che qualsiasi resistenza a quell’occupazione illegale è uguale al terrorismo. Questo invalida il diritto internazionale che riconosce esplicitamente il diritto di resistenza a occupazione. * Sulle dichiarazioini estremiste : Ogni dichiarazione estremista di qualsiasi esponente Hamas viene meticolosamente documentata e citata come prova. Le dichiarazioni israeliane – Netanyahu che cita Amalek, Smotrich che nega l’esistenza del popolo palestinese, Ben-Gvir che afferma “la mia destra è più importante dei diritti degli arabi”, la ministra Shaked che nel 2014 disse che “le madri palestinesi dovrebbero essere uccise” – non vengono mai menzionate. * Sulle esecuzioni di collaboratori: Il documento criminalizza Hamas per aver giustiziato collaboratori israeliani a Gaza. Ma omette che Israele ha ucciso centinaia di presunti “collaboratori” palestinesi nel corso dei decenni, che lo Shin Bet usa “targeted killings” contro informatori, che questa è pratica comune in ogni conflitto (la Francia post-WWII giustiziò circa 10,000 collaboratori nazisti). * Sui servizi sociali: Hamas fornisce scuole, ospedali, assistenza = “proselitismo strumentale” criminale. Chiesa cattolica globalmente, ONG occidentali usano identico modello = legittimo. La differenza? Hamas è musulmano e palestinese. * Sulla violenza sessuale: Il documento presenta come certezza assoluta violenze sessuali di massa il 7 ottobre, citando Amnesty. Ma omette che lo stesso rapporto Amnesty non parla di certezza assoluta, che Human Rights Watch non è riuscita a raccogliere “informazioni verificabili attraverso interviste con sopravvissute/testimoni di stupro” (e non c’è riuscita neanche Amnesty), che molte testimonianze iniziali furono smentite, che la Commissione ONU non riuscì a verificare indipendentemente. Nel frattempo, le violenze sessuali sistematiche documentate da B’Tselem e altre ONG contro donne palestinesi detenute da Israele non vengono mai menzionate. * Le conferenze che diventano complotti terroristici Un pattern ricorrente è la criminalizzazione di attività completamente legittime in una democrazia. Partecipare a conferenze della diaspora palestinese – come la Palestinian Conference in Europe a Malmö nel 2023 o le riunioni della Popular Conference of Palestinians Abroad – viene presentato come prova di appartenenza a rete terroristica.  Ma queste sono conferenze pubbliche. Se fossero riunioni di terroristi, la polizia svedese sarebbe intervenuta. Invece furono eventi aperti, con centinaia di partecipanti, copertura mediatica. I curdi hanno simili conferenze, con legami documentati al PKK (designato terrorista da UE e Turchia). I tibetani si riuniscono regolarmente con legami al governo in esilio e al Dalai Lama. Nessuno viene arrestato per parteciparvi perché è diritto delle diaspore organizzarsi politicamente.  Ma quando palestinesi si riuniscono per discutere di diritto al ritorno, solidarietà, resistenza all’occupazione – attività politica legittima anche se controversa – il documento lo presenta come “prova” di cospirazione terroristica. Allo stesso modo, il fatto che Infopal (sito di informazione definito dal documento “organo dell’ABSPP”) pubblichi interviste a leader di Hamas viene criminalizzato. Ma BBC, Al Jazeera, CNN, New York Times intervistano regolarmente leader di Hamas. Pubblicare un’intervista non è endorsement: è giornalismo.  Esprimere l’opinione che “Hamas non dovrebbe disarmarsi senza accordo politico” viene presentato come prova di terrorismo. Ma è un’opinione politica legittima, condivisa da molti analisti anche occidentali che ritengono che disarmare unilateralmente Hamas creerebbe instabilità e vuoto di potere. Alessandro Orsini, professore universitario citato nel documento, disse: “Il problema non è il disarmo di Hamas ma il disarmo di Israele”. È un’opinione discutibile, provocatoria, ma è un’opinione – non un reato. La Holy Land Foundation: l’omissione del dissenso Il documento cita la condanna della Holy Land Foundation negli Stati Uniti (2008) come “conferma” che il modello “charity pro-Palestina = fronte terroristico” è valido. Ma omette fatti cruciali. Il primo processo (2007) finì con una giuria incapace di raggiungere un verdetto. Questo è estremamente significativo: nemmeno con gli standard probatori USA (più bassi che in Europa), le prove convinsero tutti i giurati. Il secondo processo portò a condanne, ma fu altamente controverso. ACLU denunciò l’uso di “testimoni anonimi” e “prove segrete” israeliane. Esperti di diritti civili criticarono il processo come politicizzato, parte della retorica post-11 settembre che equiparava aiuto umanitario a terrorismo.  Le condanne si basarono sulla legge del “supporto materiale al terrorismo” – così ampia che criminalizza qualsiasi supporto (incluso aiuto umanitario legittimo) a organizzazioni designate. Fornire coperte a rifugiati in un campo gestito da entità designata può essere “supporto materiale”.   L’ONU e organizzazioni per diritti umani hanno criticato questa legge perché criminalizza gli aiuti umanitari. Ma il documento la cita come se fosse prova universale che charities pro-Palestina = terrorismo, ignorando che sentenze USA non sono precedenti vincolanti per l’Italia e che il contesto giuridico è completamente diverso. La logica dell’infalsificabilità   Uno dei vizi più profondi del documento è la costruzione di una logica infalsificabile. Quando Hamas fa dichiarazioni estreme = prova di terrorismo. Quando Hamas fa dichiarazioni moderate = tattica ingannevole, quindi prova di terrorismo. Quando Hamas partecipa alla politica = per infiltrare e sovvertire, quindi terrorismo. Quando Hamas fornisce servizi sociali = per proselitismo e reclutamento, quindi terrorismo. Quando Hamas vince elezioni democratiche = per legittimare terrorismo, quindi terrorismo.  Non c’è nulla che Hamas possa fare o dire che non venga interpretato come conferma della tesi. Ogni azione conferma, nessuna può smentire. Questo è il contrario del metodo scientifico e giuridico: una tesi infalsificabile non è una tesi dimostrata, è un dogma. La stessa logica viene applicata a chiunque supporti la causa palestinese. Se doni soldi per ospedali = finanzi terrorismo. Se partecipi a conferenze = complotti terroristici. Se pubblichi interviste = propaganda terroristica. Se esprimi opinioni critiche verso Israele = sostegno a terrorismo. Questa logica trasforma milioni di persone – che supportano i diritti palestinesi, criticano l’occupazione, donano a charities, partecipano a manifestazioni – in potenziali terroristi. Non è giustizia: è criminalizzazione del dissenso. Orientalismo giudiziario Pervade l’intero documento un orientalismo che non è sottotesto ma metodo esplicito. La terminologia islamica viene presentata come intrinsecamente sinistra: “Shura” (consultazione) = prova di fondamentalismo, anche se è semplicemente la parola araba per “consiglio consultivo”. Democrazie occidentali usano termini religiosi ovunque (Senato = consiglio anziani, Parlamento = parlare, etimologie cristiane abbondano) ma nessuno le considera teocrazie. “Zakat” (elemosina islamica) e “Hafiz” (memorizzatore del Corano) vengono citati come se fossero attività sovversive, quando sono pratiche religiose normali quanto un prete che chiede offerte o un rabbino che insegna Torah. L’equazione studente musulmano = talebano, Hamas = ISIS = Al-Qaeda = Fratelli Musulmani = qualsiasi movimento islamico rivela la logica: per il documento, tutte le distinzioni interne all’Islam politico sono irrilevanti. Sono tutti intercambiabili, tutti jihadisti, tutti terroristi. Questo orientalismo non è un errore culturale: è funzionale all’obiettivo di criminalizzare qualsiasi forma di attivismo musulmano pro-Palestina. Se ogni musulmano che si organizza politicamente è potenzialmente un terrorista, allora la sorveglianza totale è giustificata, la criminalizzazione preventiva è necessaria, i diritti possono essere sospesi. Conclusione: Oltre le 300 pagine   Abbiamo analizzato solo le prime sessanta pagine di un documento di oltre 300. In queste prime sessanta pagine abbiamo documentato: * Una falsificazione storica clamorosa (Bangladesh) * Un’omissione gravissima che cambia l’intera narrativa del 7 ottobre (Hannibal Directive) * Un’attribuzione falsa di un attacco ISIS a Hamas (Sydney) * Una riscrittura completa delle elezioni 2006 * L’omissione delle origini sioniste di uno slogan presentato come genocidario palestinese * L’accettazione acritica di “prove” fornite dalla parte in causa (Israele) * L’omissione sistematica di assoluzioni giudiziarie (Interpal) * L’omissione di controversie processuali (Holy Land Foundation) * Doppi standard applicati a ogni singola questione * Criminalizzazione di attività politiche legittime * Costruzione di logica infalsificabile * Orientalismo come metodo Se questa è la qualità delle prime sessanta pagine, cosa possiamo aspettarci dalle altre 240?  Ma il problema va oltre questo specifico documento. Questo non è un caso isolato di cattiva giustizia: è parte di un pattern europeo di criminalizzazione della solidarietà palestinese sotto il pretesto della lotta al terrorismo. Quando la Francia arresta attivisti per “apologia del terrorismo” perché hanno manifestato per Gaza. Quando la Germania vieta conferenze palestinesi. Quando il Regno Unito banna Hamas nella sua interezza (2021) sotto pressione politica. Quando l’Italia arresta Hannoun o prova a espellere Mohamed Shahin. Questo documento non è solo un’ordinanza giudiziaria difettosa. È un sintomo di come la “guerra al terrorismo” si sia trasformata in guerra alla solidarietà, di come l’antiterrorismo sia diventato strumento per silenziare il dissenso, di come la giustizia possa essere piegata a servire agende politiche.   Quando studenti bengalesi che rovesciano dittature diventano talebani, quando vittime di fuoco amico scompaiono dai documenti, quando attacchi ISIS vengono attribuiti a Hamas, quando partecipare a conferenze diventa cospirazione terroristica, quando aiutare rifugiati diventa crimine, non siamo più nell’ambito della giustizia. Siamo nell’ambito della propaganda vestita da diritto, del potere che si maschera da verità, della repressione che si spaccia per protezione.E questo dovrebbe preoccupare non solo chi ha a cuore la causa palestinese, ma chiunque abbia a cuore la democrazia, lo stato di diritto, e il diritto a dissentire senza finire in carcere. *Tahar Lamri (Algeri, 1958) è uno scrittore algerino. Con la specializzazione in Rapporti internazionali ha lavorato come traduttore presso il consolato di Francia a Bengasi, si è poi spostato in Francia ed è in Italia dal 1986. Naturalizzato italiano, vive a Ravenna.
STANDING TOGETHER PUÒ REGGERE IL PESO DELLE SUE CONTRADDIZIONI?
Foto: Attivisti di Standing Together protestano contro la guerra di Gaza, a Tel Aviv, 16 gennaio 2025. (Yahel Gazit)  Il movimento arabo-ebraico celebra il suo decimo anniversario dopo un periodo di rapida espansione. Ma con la sua crescita, crescono anche gli interrogativi sulle sue posizioni politiche, le sue ambizioni elettorali e i limiti dell'organizzazione binazionale.   Di Samah Watad,* 19 dicembre 2025 https://www.972mag.com/standing-together-israel-palestinians-10-years/  All'ingresso del Centro Congressi Internazionale di Haifa, famiglie palestinesi in lutto sedevano in silenzio con in mano i ritratti dei loro figli uccisi a causa della spirale di criminalità violenta che affligge le comunità arabe in Israele. Nel frattempo, a pochi metri di distanza, giovani attivisti israeliani distribuivano adesivi con slogan incoraggianti e persino pieni di speranza, come "Solo insieme possiamo" e "Costruiamo il potere insieme". Il contrasto era disorientante. Dolore, ottimismo e fervore ideologico coesistevano a disagio alla convention che, a fine novembre, celebrava i 10 anni dalla fondazione di Standing Together. Fondata da membri del Partito Comunista Israeliano, tra cui l'ex parlamentare della Knesset Dov Khenin e l'attuale co-direttore nazionale dell'organizzazione Alon-Lee Green, Standing Together si propone come un movimento ebraico-arabo di base basato sull'organizzazione di strada, sulla comunicazione bilingue e sull'azione di massa coordinata, che aspira a ricostituire la sinistra israeliana, da tempo stagnante. Dopo una crescita costante durante i suoi primi otto anni, la visibilità del movimento è aumentata vertiginosamente durante la guerra genocida di Israele contro Gaza, che ha portato a un rinnovato esame, sia a livello locale che internazionale, del suo ruolo nella lotta per un futuro giusto in Israele-Palestina. La rapida espansione di Standing Together negli ultimi due anni – il movimento vanta ora quasi 6.000 membri e il suo sito web conta quasi 80 dipendenti – è stata alimentata in parte dal suo crescente appeal tra i giovani palestinesi in Israele, disillusi dalla politica di partito tradizionale. Ma con la crescita del movimento, crescono anche le domande sulle sue ambizioni elettorali, sulla sua posizione su questioni spinose come il sionismo e il carattere ebraico di Israele, e sulla sua capacità di affrontare in modo significativo le contraddizioni che i cittadini palestinesi di Israele si trovano ad affrontare sotto un governo israeliano sempre più fascista. Un mezzo per l'azione      Per comprendere la recente impennata di popolarità del movimento, è necessario innanzitutto comprendere la situazione particolarmente tesa in cui si sono trovati i cittadini palestinesi di Israele durante la guerra.  Negli ultimi due anni, le autorità israeliane hanno represso con aggressività praticamente ogni attività politica legata a Gaza. Centinaia di persone, tra cui importanti personalità pubbliche palestinesi, sono state arrestate anche solo per aver pubblicato post sui social media in solidarietà con i cittadini di Gaza sotto attacco; le proteste sono state represse con il pugno di ferro ed organizzazioni politiche sono state minacciate di chiusura. In questo vuoto si è insinuata Standing Together, le cui manifestazioni binazionali hanno offerto ai cittadini palestinesi di Israele un ombrello di protezione per esprimere il loro dolore e la loro rabbia. Allo stesso tempo, le autorità hanno anche represso le campagne per fornire aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, chiudendo di fatto le porte di organizzazioni umanitarie arabe consolidate (tra cui l'Associazione Al-Rahmoun e Igatha 48) nelle settimane successive al 7 ottobre. In questo clima di paura e impotenza, Standing Together ha lanciato una campagna su larga scala nell'estate del 2024 che invitava i cittadini a donare cibo e aiuti umanitari a Gaza, in risposta alla politica della fame ad opera di Israele.  Offrendo un prezioso canale legale per i cittadini palestinesi desiderosi di fornire un contributo, il movimento ha organizzato raccolte di cibo in almeno 15 città arabe, da Nazareth a Wadi Ara, e ha affermato di aver raccolto aiuti sufficienti a riempire 400 camion, metà dei quali ha raggiunto i bisognosi a Gaza prima che il governo israeliano bloccasse ulteriori consegne nella Striscia, costringendo il movimento a distribuire il resto tra le comunità più vulnerabili della Cisgiordania. Standing Together non è stata l'unica organizzazione a cercare di raccogliere fondi per i bisogni umanitari dei palestinesi a Gaza. Altri attori politici, tra cui il partito arabo-ebraico Hadash, hanno condotto campagne parallele, spesso optando per trasferimenti di denaro tramite ONG locali o internazionali per aggirare le restrizioni israeliane, ma queste iniziative erano di portata minore e gli organizzatori si sono intenzionalmente astenuti dal promuoverle sui social media per timore di repressioni governative. La campagna di Standing Together ha sollevato interrogativi persistenti tra i palestinesi in Israele: come ha fatto un'operazione di così vasta portata a evitare ripercussioni legali quando ad altre è stato persino impedito di partire? Come sono stati effettivamente distribuiti gli aiuti? E l'impatto poi è stato più simbolico che materiale? Tuttavia, centinaia di persone hanno messo da parte i loro dubbi per sostenere una campagna che poteva salvare vite umane a Gaza. Per un altro verso, per gli altri palestinesi che hanno partecipato alla convention per il  decimo anniversario, e in particolare per le persone di mezza età e gli anziani, ciò che li ha spinti principalmente verso il movimento è stata la necessità di affrontare l'esplosione della violenza armata e della criminalità organizzata che ha causato 248 vittime solo nell'ultimo anno, trasformando la vita quotidiana nelle città arabe in una continua convivenza con il pericolo. "Criminalità e violenza sono le questioni più urgenti nella nostra comunità, ma l'attivismo su di esse è solitamente frammentato e limitato agli ambienti politici", ha dichiarato a +972 Rawyah Handaqlu, fondatrice di Eilaf – The Center for Advancing Security in Arab Society. "Standing Together ha colmato questo vuoto, soprattutto raggiungendo le famiglie delle vittime di reati e trasformando il loro dolore in azioni visibili e durature, sia sul campo che online".  Attivisti di Standing Together protestano fuori dal quartier generale della polizia nazionale israeliana a Gerusalemme contro la crescente violenza criminale nelle comunità arabe, 23 novembre 2025. (Chaim Goldberg/Flash90)  Alcuni si sono chiesti se la visibilità di Standing Together nelle proteste contro la violenza criminale rifletta un impegno a lungo termine per un cambiamento politico o se stia semplicemente sfruttandone il dolore che produce per ottenere vantaggi simbolici. Ma la costante attenzione del movimento su questo tema – la presenza ai funerali, l'organizzazione di proteste e l'accompagnamento delle famiglie in lutto – si è verificata in luoghi ed occasioni in cui le istituzioni statali erano assenti e i partiti politici e le organizzazioni con leadership arabe non sono state in grado di offrire soluzioni o di organizzare iniziative efficaci. Standing Together ha anche assunto una persona apposita per coordinare questi sforzi nel nord di Israele, raggiungendo e mantenendo relazioni continuative con le famiglie in lutto, con l'obiettivo finale di coinvolgerle nel movimento e guidarle nella lotta per il cambiamento. Rula Daood, co-direttrice nazionale palestinese del movimento insieme a Green, che per tutta la durata della convention si è data da fare tra le famiglie in lutto, vede tutti questi aspetti quali fattori di crescente popolarità di Standing Together tra i palestinesi in Israele. "La nostra presenza negli sforzi di soccorso per Gaza e nella lotta contro la criminalità e la violenza ha fatto sì che le persone vedessero il movimento come qualcosa di tangibile, non solo discorsi", ha spiegato. In effetti, mentre per molti membri ebrei, soprattutto i più giovani attivisti, l'attrattiva del movimento risiede maggiormente nella promozione della giustizia sociale, nella coesistenza ebraico-araba o nella speranza di far rivivere un'identità israeliana progressista, per gli attivisti palestinesi rappresenta uno degli ultimi spazi rimasti per affrontare la violenza strutturale e la criminalità organizzata. Questa differenza tra ebrei e palestinesi era più che evidente al centro congressi di Haifa. Attivisti ebrei anziani hanno espresso gioia, persino sollievo, alla vista di un movimento binazionale dopo due anni in cui il razzismo ha pervaso ogni aspetto della vita – una preziosa prova che la sinistra israeliana ha ancora vitalità. Per molti partecipanti palestinesi, l'atmosfera risultava invece più pesante, venata da un senso di urgenza che aveva poco a che fare con la nostalgia politica e molto a che fare con la sopravvivenza.  Ambiguità strategica     Standing Together mira a far crollare le tradizionali distinzioni all'interno della società israeliana e a costruire "una nuova maggioranza politica" sulla base di interessi materiali condivisi: un ampio campo che includa palestinesi ed ebrei, sia coloro che si dichiarano di sinistra sia coloro che tradizionalmente non si identificano come tali. Come ha spiegato Sally Abed, una delle leader del movimento e membro del consiglio comunale di Haifa: "Non stiamo cercando di mettere tutti nella stessa stanza. Stiamo organizzando una massa critica di persone che possano convincere gli altri della [necessità di] un blocco strategico attorno a [questioni come] alloggi, giustizia, uguaglianza e libertà".  Abed ha messo a confronto queste posizioni con quelle dei partiti politici arabi in Israele, che, ha detto, si sono aggrappati ossessivamente a idee rivoluzionarie astratte. “Dal punto di vista sosciologico è chiaro che la gente di Tel Aviv è diversa da quella del Negev, e credo sia possibile sostenere idee rivoluzionarie impegnandosi al contempo su problemi meno esplicitamente "politici" come la criminalità e la violenza. Stiamo cercando di costruire qualcosa di vivo: un progetto politico che non sia solo uno slogan, ma una struttura. Eppure, anche tra gli attivisti esperti, pienamente impegnati nei principi del movimento, lo squilibrio di potere tra ebrei e palestinesi (che rappresentano rispettivamente circa il 60% e il 40% dei membri) è un aspetto che è impossibile ignorare. In questa realtà, un tema rimane particolarmente delicato: il sionismo. Tra i leader di Standing Together, la questione del sionismo è spesso descritta come "complicata" e il rapporto del movimento con esso è lasciato deliberatamente indefinito. Il timore di molti attivisti ebrei è che qualsiasi tentativo in tal senso possa alienare potenziali membri. Ma per i palestinesi, il tema è inevitabile e non qualcosa di confinato all'astratto; piuttosto, tocca il cuore di chi sente di poter appartenere a questo movimento. Questa tensione è emersa pubblicamente durante una recente intervista con Green e Abed su Zeteo News, la società di media digitali fondata da Mehdi Hasan. Green ha sottolineato che "il movimento è impegnato per la completa uguaglianza tra tutte le persone che vivono tra il fiume e il mare", ma tuttavia ripetendo la consueta frase secondo cui "noi non stiamo lì alla porta a chiedere alle persone se sono sioniste prima di farle entrare”.   Abed invece ha parlato di come i palestinesi vivono il sionismo – non come un'identità o un'etichetta, ma come un sistema di dominio responsabile della "pulizia etnica del mio popolo" e del mantenimento dei palestinesi "sotto il giogo" – pur sostenendo che i palestinesi non possono permettersi il lusso della purezza ideologica: "Se vogliamo essere in grado di creare... una massa critica nella società israeliana per porre fine al controllo militare, all'apartheid, all'assedio... dobbiamo capire come [possiamo] creare un dialogo fruttuoso". La posizione di Abed riflette un calcolo difficile: un rifiuto del sionismo sia come idea che come struttura, abbinato a un'accettazione per realpolitik del fatto che persone che si qualificano ancora come sioniste possano essere accolte all'interno del movimento – non perché Abed si senta a suo agio con questa situazione, ma perché i palestinesi non possono permettersi di rifiutare potenziali sostenitori che condividono in parte, ma non in toto, la loro visione di un futuro giusto.  Tuttavia, questo approccio, sebbene pragmatico, solleva una domanda più profonda: come può un movimento affermare di combattere l'ingiustizia e al tempo stesso accogliere persone impegnate nel sistema che lo sostiene? Per molti cittadini palestinesi, questo riflette i limiti più profondi dell'attivismo binazionale che si rifiuta di indicare e riconoscere le strutture di oppressione. La mancanza di una posizione chiara contro il sionismo e il colonialismo di insediamento è anche in parte ciò che ha portato il PACBI, braccio ufficiale del movimento BDS, a denunciare Standing Together per motivi di normalizzazione della situazione attuale. Per gli attivisti ebrei del movimento, nel frattempo, la questione del sionismo si risolve spesso attraverso una graduale assunzione di consapevolezza interna. Molti lo hanno descritto un graduale processo di "disimparare" il sionismo. Al centro congressi di Haifa, un'attivista ebrea sulla cinquantina ha dichiarato a +972: "Sono stata cresciuta credendo che il sionismo fosse la strada giusta. Mi ci sono voluti alcuni anni per passare dal Meretz [il partito sionista più a sinistra in Israele] all'Hadash, e capisco perché sia difficile per le persone abbandonare il sionismo, soprattutto ora che la società israeliana si sta spostando sempre più verso l'estrema destra". Molti degli attivisti ebrei con cui ho parlato hanno chiesto di rimanere anonimi. Hanno descritto le reazioni negative di familiari e amici e un senso di isolamento anche all'interno delle loro cerchie sociali. Questa realtà solleva un'altra domanda: se sostenere Standing Together comporta già dei costi sociali per gli ebrei israeliani, quanto può realisticamente il movimento espandersi oltre la sua base attuale?  Tra i palestinesi che ho intervistato, l'ambiguità strategica è stata l’aspetto più difficile da accettare. Rabea Alasam, attivista beduina del Naqab/Negev e membro della leadership nazionale del movimento, ha sottolineato che mentre gli attivisti ebrei possono permettersi percorsi ideologici graduali, i palestinesi sono costretti a convivere quotidianamente con le conseguenze del sionismo – nella legge, sulla loro terra e nei loro corpi. È in questo spazio tra il gradualismo ebraico, l'urgenza palestinese e l'ambiguità strategica del movimento che sia le promesse che i limiti di Standing Together emergono chiaramente. Eppure, per molti dei membri palestinesi del movimento, compresi coloro che si sentono a disagio con queste ambiguità, la politica di ampio respiro di Standing Together ha allo stesso tempo fornito un mezzo tanto necessario per la politicizzazione di quella identità che Israele ha lavorato incessantemente a sopprimere. Angela Mattar, studentessa palestinese al Technion di Haifa, ha descritto un lungo e difficile percorso verso l'attivismo politico. "Non sono cresciuta in una famiglia politica", ha detto. "Ma sapevo di voler cambiare le cose". Alla fine ha trovato la sua strada verso Standing Together dopo aver affrontato reazioni negative per aver sostenuto studenti arabi nel campus che protestavano contro il genocidio israeliano a Gaza. "Era l'unico posto che mi permetteva di parlare liberamente, di sentirmi al sicuro nella mia identità palestinese e di non sentirmi costretta a comprometterla".   Enrare a far pare di  un movimento ebraico-arabo non è stato facile per lei. "Avevo paura che la gente dicesse che mi stavo normalizzando", ha ammesso Matar. "Ma ho capito che non stavo rinunciando a nulla. Potevo parlare di Gaza, della Nakba, e sentirmi sostenuta. Non è qualcosa che do per scontato". Alasam ha descritto in modo simile Standing Together come la sua prima casa politica. "È stato solo grazie a Standing Together che ho iniziato a dire di essere beduino e palestinese", ha detto. Ma le domande nella sua mente persistono. "Che tipo di partnership è questa? È giusta? Ogni notte mi addormento con questa domanda". I leader del movimento sostengono che accettare queste contraddizioni sia l'unico modo onesto per costruire un progetto politico veramente condiviso. "Nessun vero movimento nella storia è mai stato allineato ideologicamente al 100%", ha detto Abed. "Le persone vengono per motivi diversi. Alcuni per la criminalità. Alcuni per la guerra. Alcuni per l'affitto. Questo non è un difetto. Questa è la realtà". Queste tensioni – tra solidarietà e disuguaglianza strutturale, lotta condivisa e interessi diseguali – non sono una novità per Standing Together. Ma sono diventate più difficili da nascondere con la crescita del movimento. Come mi ha detto in privato un attivista palestinese presente alla convention: "Siamo qui perché non abbiamo scelta. Loro sono qui perché vogliono credere in qualcosa".  L'area poliica condivisa       Tra i membri dei principali partiti politici arabi in Israele – in particolare Hadash e Balad, tradizionalmente in prima linea nella lotta per i diritti dei palestinesi sia in Israele che nei territori occupati – Standing Together è generalmente visto con un misto di scetticismo e disagio. Data la storia dei fondatori del movimento con il partito, alcuni in Hadash vedono sovrapposizioni, o addirittura concorrenza. Un membro del partito che ha chiesto l'anonimato ha criticato le tattiche di "visibilità" del movimento. "Vengono alle manifestazioni indossando le loro magliette ufficiali, nonostante ci sia un accordo condiviso tra tutti i partiti di non issare bandiere o indossare marchi del partito e di attenersi a slogan condivisi", ha detto. "Vanno persino alle tende del lutto per le vittime indossando quelle magliette. Per noi, questo è inappropriato e inaccettabile".  Ha anche respinto l'idea che Standing Together sia più attivo sul campo rispetto ai partiti. "Non è vero. Abbiamo scelto, in base alla situazione del momento, di raccogliere fondi per Gaza, non cibo, [perché] sapevamo che il governo israeliano non avrebbe permesso il passaggio di cibo. L'impatto del 7 ottobre si sente ancora profondamente. La gente ha paura di essere politicamente attiva."   Tuttavia, ha ammesso che "c'è stato un declino e un ritiro dai partiti, e forse non siamo riusciti a dare spazio ai giovani. Ed è anche vero che Standing Together sta colmando una lacuna che non abbiamo sfruttato come avremmo dovuto. Investono chiaramente molto nei media e nella visibilità." Balad, che adotta una posizione più esplicita contro il carattere etnocratico di Israele, non vede il movimento come un concorrente diretto. Il messaggio politico del partito, che invoca uno "stato di tutti i suoi cittadini", non è in linea con la deliberata elusione della questione da parte di Standing Together. Green, nell'intervista a Zeteo, ha criticato quello che descrive come uno stato ebraico oppressivo o suprematista e ha spostato l'attenzione sull'uguaglianza, ma si è fermato prima di rifiutare esplicitamente il quadro dello stato ebraico – un altro caso in cui l'ambiguità strategica del movimento diventa un punto centrale di contesa quando entra negli spazi politici palestinesi, dove molti considerano tale quadro stesso intrinsecamente diseguale. Un membro anziano di Balad che ha chiesto di rimanere anonimo ha anche ridimensionato il peso di Standing Together: "Al di fuori dei circoli politici e dell'attivismo online, molte persone non saprebbero nemmeno chi sono, se non forse come il gruppo che ha raccolto donazioni per Gaza. Ed è lì che finisce". Il membro di Balad si è anche chiesto cosa succederà quando i finanziamenti del movimento si esauriranno; A differenza dei partiti politici in Israele, Standing Together ha accesso a risorse internazionali che consentono al movimento di costruire la propria infrastruttura, coordinare campagne e accrescere la propria visibilità pubblica. Le tensioni tra Standing Together e i partiti sono esplose durante le recenti elezioni per l'Alto Comitato di Monitoraggio, l'organismo di leadership apartitico per i cittadini palestinesi di Israele. Daood, co-direttrice nazionale di Standing Together, si è candidata per diventare la nuova leader dell'organismo. Questa è stata la prima volta da anni che qualcuno al di fuori della struttura politica tradizionale si è candidato alle elezioni, ed è stata percepita come una sfida sgradita. Nonostante l'ampio sostegno a Daood online, gli organismi che compongono l'Alto Comitato di Monitoraggio, il cui appoggio era necessario per ottenere, hanno infine ceduto alle pressioni, portando alla sua eliminazione dalla competizione . Jamal Zahalka, ex leader di Balad che è stato per molti anni membro della Knesset è uscito vincitore. L'episodio ha evidenziato un'importante frattura: Standing Together sta spingendo per entrare più seriamente nella vita politica palestinese, incontrando una silenziosa resistenza da parte di coloro che ancora ne controllano gli accessi.  I co-direttori nazionali di Standing Together, Rula Daood e Alon-Lee Green, parlano sul palco durante la convention per il decimo anniversario del movimento, presso l'International Convention Center di Haifa, il 27 novembre 2025. (Per gentile concessione di Standing Together) Per ora, nonostante le crescenti valutazioni positive – alimentate in parte dalla candidatura del movimento, come Abed, alle elezioni locali, oltre alla candidatura di Daood a leader dell'Alto Comitato di Monitoraggio – i leader di Standing Together insistono sul fatto che non è previsto un salto nella politica nazionale a breve. "Non crediamo nelle scorciatoie", ha detto Abed a +972. "Un vero cambiamento richiede infrastrutture, istituzioni e tempo". Secondo il sondaggista Yousef Makladeh, direttore di StatNet, un centro di sondaggi che esamina le comunità palestinesi in Israele, al momento non c'è spazio politico per un nuovo partito arabo. "Non abbiamo nemmeno incluso [Standing Together] nel nostro recente sondaggio", ha spiegato. "Non vediamo alcuna possibilità che possano superare la soglia elettorale."   Tuttavia, ha sostenuto Makladeh, l'influenza del movimento può essere avvertita in altri modi. I sondaggi mostrano che, dopo anni di frammentazione e stanchezza politica, la maggior parte dei cittadini palestinesi di Israele desidera un partito arabo unificato. Anche senza che si candidi, ha affermato, la presenza di Standing Together – soprattutto come progetto binazionale – potrebbe contribuire a ripristinare tra i palestinesi in Israele la consapevolezza che l'organizzazione politica ha un significato. Solo questo, ha detto, potrebbe motivare più persone a votare alle elezioni del prossimo anno.  Di ritorno al centro congressi di Haifa, l'attivista sociale Jumana Khalaileh ha aperto i lavori sul palco raccontando la storia dell'omicidio di suo fratello per mano di criminali violenti. Mentre piangeva, il pubblico piangeva con lei. La decisione degli organizzatori di invitare Khalaileh come prima relatrice riflette la consapevolezza che il pubblico palestinese in Israele desidera disperatamente un movimento che li sostenga in quella che è diventata una battaglia per la loro stessa sopravvivenza, una battaglia che i loro partner ebraico-israeliani non conosceranno mai. Mentre la folla ascoltava attentamente, il netto divario di privilegi tra questi due gruppi nazionali incombeva pesantemente sullo sfondo. Decimo anniversario di Standing Together’s a Haifa, 27 nov 2025. *Samah Watad è una giornalista e ricercatrice investigativa palestinese con sede in Israele, che si occupa di politica e questioni sociali. Traduzione a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese
STANDING TOGETHER PUÒ REGGERE IL PESO DELLE SUE CONTRADDIZIONI?
Foto: Attivisti di Standing Together protestano contro la guerra di Gaza, a Tel Aviv, 16 gennaio 2025. (Yahel Gazit)  Il movimento arabo-ebraico celebra il suo decimo anniversario dopo un periodo di rapida espansione. Ma con la sua crescita, crescono anche gli interrogativi sulle sue posizioni politiche, le sue ambizioni elettorali e i limiti dell'organizzazione binazionale.   Di Samah Watad,* 19 dicembre 2025 https://www.972mag.com/standing-together-israel-palestinians-10-years/  All'ingresso del Centro Congressi Internazionale di Haifa, famiglie palestinesi in lutto sedevano in silenzio con in mano i ritratti dei loro figli uccisi a causa della spirale di criminalità violenta che affligge le comunità arabe in Israele. Nel frattempo, a pochi metri di distanza, giovani attivisti israeliani distribuivano adesivi con slogan incoraggianti e persino pieni di speranza, come "Solo insieme possiamo" e "Costruiamo il potere insieme". Il contrasto era disorientante. Dolore, ottimismo e fervore ideologico coesistevano a disagio alla convention che, a fine novembre, celebrava i 10 anni dalla fondazione di Standing Together. Fondata da membri del Partito Comunista Israeliano, tra cui l'ex parlamentare della Knesset Dov Khenin e l'attuale co-direttore nazionale dell'organizzazione Alon-Lee Green, Standing Together si propone come un movimento ebraico-arabo di base basato sull'organizzazione di strada, sulla comunicazione bilingue e sull'azione di massa coordinata, che aspira a ricostituire la sinistra israeliana, da tempo stagnante. Dopo una crescita costante durante i suoi primi otto anni, la visibilità del movimento è aumentata vertiginosamente durante la guerra genocida di Israele contro Gaza, che ha portato a un rinnovato esame, sia a livello locale che internazionale, del suo ruolo nella lotta per un futuro giusto in Israele-Palestina. La rapida espansione di Standing Together negli ultimi due anni – il movimento vanta ora quasi 6.000 membri e il suo sito web conta quasi 80 dipendenti – è stata alimentata in parte dal suo crescente appeal tra i giovani palestinesi in Israele, disillusi dalla politica di partito tradizionale. Ma con la crescita del movimento, crescono anche le domande sulle sue ambizioni elettorali, sulla sua posizione su questioni spinose come il sionismo e il carattere ebraico di Israele, e sulla sua capacità di affrontare in modo significativo le contraddizioni che i cittadini palestinesi di Israele si trovano ad affrontare sotto un governo israeliano sempre più fascista. Un mezzo per l'azione      Per comprendere la recente impennata di popolarità del movimento, è necessario innanzitutto comprendere la situazione particolarmente tesa in cui si sono trovati i cittadini palestinesi di Israele durante la guerra.  Negli ultimi due anni, le autorità israeliane hanno represso con aggressività praticamente ogni attività politica legata a Gaza. Centinaia di persone, tra cui importanti personalità pubbliche palestinesi, sono state arrestate anche solo per aver pubblicato post sui social media in solidarietà con i cittadini di Gaza sotto attacco; le proteste sono state represse con il pugno di ferro ed organizzazioni politiche sono state minacciate di chiusura. In questo vuoto si è insinuata Standing Together, le cui manifestazioni binazionali hanno offerto ai cittadini palestinesi di Israele un ombrello di protezione per esprimere il loro dolore e la loro rabbia. Allo stesso tempo, le autorità hanno anche represso le campagne per fornire aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, chiudendo di fatto le porte di organizzazioni umanitarie arabe consolidate (tra cui l'Associazione Al-Rahmoun e Igatha 48) nelle settimane successive al 7 ottobre. In questo clima di paura e impotenza, Standing Together ha lanciato una campagna su larga scala nell'estate del 2024 che invitava i cittadini a donare cibo e aiuti umanitari a Gaza, in risposta alla politica della fame ad opera di Israele.  Offrendo un prezioso canale legale per i cittadini palestinesi desiderosi di fornire un contributo, il movimento ha organizzato raccolte di cibo in almeno 15 città arabe, da Nazareth a Wadi Ara, e ha affermato di aver raccolto aiuti sufficienti a riempire 400 camion, metà dei quali ha raggiunto i bisognosi a Gaza prima che il governo israeliano bloccasse ulteriori consegne nella Striscia, costringendo il movimento a distribuire il resto tra le comunità più vulnerabili della Cisgiordania. Standing Together non è stata l'unica organizzazione a cercare di raccogliere fondi per i bisogni umanitari dei palestinesi a Gaza. Altri attori politici, tra cui il partito arabo-ebraico Hadash, hanno condotto campagne parallele, spesso optando per trasferimenti di denaro tramite ONG locali o internazionali per aggirare le restrizioni israeliane, ma queste iniziative erano di portata minore e gli organizzatori si sono intenzionalmente astenuti dal promuoverle sui social media per timore di repressioni governative. La campagna di Standing Together ha sollevato interrogativi persistenti tra i palestinesi in Israele: come ha fatto un'operazione di così vasta portata a evitare ripercussioni legali quando ad altre è stato persino impedito di partire? Come sono stati effettivamente distribuiti gli aiuti? E l'impatto poi è stato più simbolico che materiale? Tuttavia, centinaia di persone hanno messo da parte i loro dubbi per sostenere una campagna che poteva salvare vite umane a Gaza. Per un altro verso, per gli altri palestinesi che hanno partecipato alla convention per il  decimo anniversario, e in particolare per le persone di mezza età e gli anziani, ciò che li ha spinti principalmente verso il movimento è stata la necessità di affrontare l'esplosione della violenza armata e della criminalità organizzata che ha causato 248 vittime solo nell'ultimo anno, trasformando la vita quotidiana nelle città arabe in una continua convivenza con il pericolo. "Criminalità e violenza sono le questioni più urgenti nella nostra comunità, ma l'attivismo su di esse è solitamente frammentato e limitato agli ambienti politici", ha dichiarato a +972 Rawyah Handaqlu, fondatrice di Eilaf – The Center for Advancing Security in Arab Society. "Standing Together ha colmato questo vuoto, soprattutto raggiungendo le famiglie delle vittime di reati e trasformando il loro dolore in azioni visibili e durature, sia sul campo che online".  Attivisti di Standing Together protestano fuori dal quartier generale della polizia nazionale israeliana a Gerusalemme contro la crescente violenza criminale nelle comunità arabe, 23 novembre 2025. (Chaim Goldberg/Flash90)  Alcuni si sono chiesti se la visibilità di Standing Together nelle proteste contro la violenza criminale rifletta un impegno a lungo termine per un cambiamento politico o se stia semplicemente sfruttandone il dolore che produce per ottenere vantaggi simbolici. Ma la costante attenzione del movimento su questo tema – la presenza ai funerali, l'organizzazione di proteste e l'accompagnamento delle famiglie in lutto – si è verificata in luoghi ed occasioni in cui le istituzioni statali erano assenti e i partiti politici e le organizzazioni con leadership arabe non sono state in grado di offrire soluzioni o di organizzare iniziative efficaci. Standing Together ha anche assunto una persona apposita per coordinare questi sforzi nel nord di Israele, raggiungendo e mantenendo relazioni continuative con le famiglie in lutto, con l'obiettivo finale di coinvolgerle nel movimento e guidarle nella lotta per il cambiamento. Rula Daood, co-direttrice nazionale palestinese del movimento insieme a Green, che per tutta la durata della convention si è data da fare tra le famiglie in lutto, vede tutti questi aspetti quali fattori di crescente popolarità di Standing Together tra i palestinesi in Israele. "La nostra presenza negli sforzi di soccorso per Gaza e nella lotta contro la criminalità e la violenza ha fatto sì che le persone vedessero il movimento come qualcosa di tangibile, non solo discorsi", ha spiegato. In effetti, mentre per molti membri ebrei, soprattutto i più giovani attivisti, l'attrattiva del movimento risiede maggiormente nella promozione della giustizia sociale, nella coesistenza ebraico-araba o nella speranza di far rivivere un'identità israeliana progressista, per gli attivisti palestinesi rappresenta uno degli ultimi spazi rimasti per affrontare la violenza strutturale e la criminalità organizzata. Questa differenza tra ebrei e palestinesi era più che evidente al centro congressi di Haifa. Attivisti ebrei anziani hanno espresso gioia, persino sollievo, alla vista di un movimento binazionale dopo due anni in cui il razzismo ha pervaso ogni aspetto della vita – una preziosa prova che la sinistra israeliana ha ancora vitalità. Per molti partecipanti palestinesi, l'atmosfera risultava invece più pesante, venata da un senso di urgenza che aveva poco a che fare con la nostalgia politica e molto a che fare con la sopravvivenza.  Ambiguità strategica     Standing Together mira a far crollare le tradizionali distinzioni all'interno della società israeliana e a costruire "una nuova maggioranza politica" sulla base di interessi materiali condivisi: un ampio campo che includa palestinesi ed ebrei, sia coloro che si dichiarano di sinistra sia coloro che tradizionalmente non si identificano come tali. Come ha spiegato Sally Abed, una delle leader del movimento e membro del consiglio comunale di Haifa: "Non stiamo cercando di mettere tutti nella stessa stanza. Stiamo organizzando una massa critica di persone che possano convincere gli altri della [necessità di] un blocco strategico attorno a [questioni come] alloggi, giustizia, uguaglianza e libertà".  Abed ha messo a confronto queste posizioni con quelle dei partiti politici arabi in Israele, che, ha detto, si sono aggrappati ossessivamente a idee rivoluzionarie astratte. “Dal punto di vista sosciologico è chiaro che la gente di Tel Aviv è diversa da quella del Negev, e credo sia possibile sostenere idee rivoluzionarie impegnandosi al contempo su problemi meno esplicitamente "politici" come la criminalità e la violenza. Stiamo cercando di costruire qualcosa di vivo: un progetto politico che non sia solo uno slogan, ma una struttura. Eppure, anche tra gli attivisti esperti, pienamente impegnati nei principi del movimento, lo squilibrio di potere tra ebrei e palestinesi (che rappresentano rispettivamente circa il 60% e il 40% dei membri) è un aspetto che è impossibile ignorare. In questa realtà, un tema rimane particolarmente delicato: il sionismo. Tra i leader di Standing Together, la questione del sionismo è spesso descritta come "complicata" e il rapporto del movimento con esso è lasciato deliberatamente indefinito. Il timore di molti attivisti ebrei è che qualsiasi tentativo in tal senso possa alienare potenziali membri. Ma per i palestinesi, il tema è inevitabile e non qualcosa di confinato all'astratto; piuttosto, tocca il cuore di chi sente di poter appartenere a questo movimento. Questa tensione è emersa pubblicamente durante una recente intervista con Green e Abed su Zeteo News, la società di media digitali fondata da Mehdi Hasan. Green ha sottolineato che "il movimento è impegnato per la completa uguaglianza tra tutte le persone che vivono tra il fiume e il mare", ma tuttavia ripetendo la consueta frase secondo cui "noi non stiamo lì alla porta a chiedere alle persone se sono sioniste prima di farle entrare”.   Abed invece ha parlato di come i palestinesi vivono il sionismo – non come un'identità o un'etichetta, ma come un sistema di dominio responsabile della "pulizia etnica del mio popolo" e del mantenimento dei palestinesi "sotto il giogo" – pur sostenendo che i palestinesi non possono permettersi il lusso della purezza ideologica: "Se vogliamo essere in grado di creare... una massa critica nella società israeliana per porre fine al controllo militare, all'apartheid, all'assedio... dobbiamo capire come [possiamo] creare un dialogo fruttuoso". La posizione di Abed riflette un calcolo difficile: un rifiuto del sionismo sia come idea che come struttura, abbinato a un'accettazione per realpolitik del fatto che persone che si qualificano ancora come sioniste possano essere accolte all'interno del movimento – non perché Abed si senta a suo agio con questa situazione, ma perché i palestinesi non possono permettersi di rifiutare potenziali sostenitori che condividono in parte, ma non in toto, la loro visione di un futuro giusto.  Tuttavia, questo approccio, sebbene pragmatico, solleva una domanda più profonda: come può un movimento affermare di combattere l'ingiustizia e al tempo stesso accogliere persone impegnate nel sistema che lo sostiene? Per molti cittadini palestinesi, questo riflette i limiti più profondi dell'attivismo binazionale che si rifiuta di indicare e riconoscere le strutture di oppressione. La mancanza di una posizione chiara contro il sionismo e il colonialismo di insediamento è anche in parte ciò che ha portato il PACBI, braccio ufficiale del movimento BDS, a denunciare Standing Together per motivi di normalizzazione della situazione attuale. Per gli attivisti ebrei del movimento, nel frattempo, la questione del sionismo si risolve spesso attraverso una graduale assunzione di consapevolezza interna. Molti lo hanno descritto un graduale processo di "disimparare" il sionismo. Al centro congressi di Haifa, un'attivista ebrea sulla cinquantina ha dichiarato a +972: "Sono stata cresciuta credendo che il sionismo fosse la strada giusta. Mi ci sono voluti alcuni anni per passare dal Meretz [il partito sionista più a sinistra in Israele] all'Hadash, e capisco perché sia difficile per le persone abbandonare il sionismo, soprattutto ora che la società israeliana si sta spostando sempre più verso l'estrema destra". Molti degli attivisti ebrei con cui ho parlato hanno chiesto di rimanere anonimi. Hanno descritto le reazioni negative di familiari e amici e un senso di isolamento anche all'interno delle loro cerchie sociali. Questa realtà solleva un'altra domanda: se sostenere Standing Together comporta già dei costi sociali per gli ebrei israeliani, quanto può realisticamente il movimento espandersi oltre la sua base attuale?  Tra i palestinesi che ho intervistato, l'ambiguità strategica è stata l’aspetto più difficile da accettare. Rabea Alasam, attivista beduina del Naqab/Negev e membro della leadership nazionale del movimento, ha sottolineato che mentre gli attivisti ebrei possono permettersi percorsi ideologici graduali, i palestinesi sono costretti a convivere quotidianamente con le conseguenze del sionismo – nella legge, sulla loro terra e nei loro corpi. È in questo spazio tra il gradualismo ebraico, l'urgenza palestinese e l'ambiguità strategica del movimento che sia le promesse che i limiti di Standing Together emergono chiaramente. Eppure, per molti dei membri palestinesi del movimento, compresi coloro che si sentono a disagio con queste ambiguità, la politica di ampio respiro di Standing Together ha allo stesso tempo fornito un mezzo tanto necessario per la politicizzazione di quella identità che Israele ha lavorato incessantemente a sopprimere. Angela Mattar, studentessa palestinese al Technion di Haifa, ha descritto un lungo e difficile percorso verso l'attivismo politico. "Non sono cresciuta in una famiglia politica", ha detto. "Ma sapevo di voler cambiare le cose". Alla fine ha trovato la sua strada verso Standing Together dopo aver affrontato reazioni negative per aver sostenuto studenti arabi nel campus che protestavano contro il genocidio israeliano a Gaza. "Era l'unico posto che mi permetteva di parlare liberamente, di sentirmi al sicuro nella mia identità palestinese e di non sentirmi costretta a comprometterla".   Enrare a far pare di  un movimento ebraico-arabo non è stato facile per lei. "Avevo paura che la gente dicesse che mi stavo normalizzando", ha ammesso Matar. "Ma ho capito che non stavo rinunciando a nulla. Potevo parlare di Gaza, della Nakba, e sentirmi sostenuta. Non è qualcosa che do per scontato". Alasam ha descritto in modo simile Standing Together come la sua prima casa politica. "È stato solo grazie a Standing Together che ho iniziato a dire di essere beduino e palestinese", ha detto. Ma le domande nella sua mente persistono. "Che tipo di partnership è questa? È giusta? Ogni notte mi addormento con questa domanda". I leader del movimento sostengono che accettare queste contraddizioni sia l'unico modo onesto per costruire un progetto politico veramente condiviso. "Nessun vero movimento nella storia è mai stato allineato ideologicamente al 100%", ha detto Abed. "Le persone vengono per motivi diversi. Alcuni per la criminalità. Alcuni per la guerra. Alcuni per l'affitto. Questo non è un difetto. Questa è la realtà". Queste tensioni – tra solidarietà e disuguaglianza strutturale, lotta condivisa e interessi diseguali – non sono una novità per Standing Together. Ma sono diventate più difficili da nascondere con la crescita del movimento. Come mi ha detto in privato un attivista palestinese presente alla convention: "Siamo qui perché non abbiamo scelta. Loro sono qui perché vogliono credere in qualcosa".  L'area poliica condivisa       Tra i membri dei principali partiti politici arabi in Israele – in particolare Hadash e Balad, tradizionalmente in prima linea nella lotta per i diritti dei palestinesi sia in Israele che nei territori occupati – Standing Together è generalmente visto con un misto di scetticismo e disagio. Data la storia dei fondatori del movimento con il partito, alcuni in Hadash vedono sovrapposizioni, o addirittura concorrenza. Un membro del partito che ha chiesto l'anonimato ha criticato le tattiche di "visibilità" del movimento. "Vengono alle manifestazioni indossando le loro magliette ufficiali, nonostante ci sia un accordo condiviso tra tutti i partiti di non issare bandiere o indossare marchi del partito e di attenersi a slogan condivisi", ha detto. "Vanno persino alle tende del lutto per le vittime indossando quelle magliette. Per noi, questo è inappropriato e inaccettabile".  Ha anche respinto l'idea che Standing Together sia più attivo sul campo rispetto ai partiti. "Non è vero. Abbiamo scelto, in base alla situazione del momento, di raccogliere fondi per Gaza, non cibo, [perché] sapevamo che il governo israeliano non avrebbe permesso il passaggio di cibo. L'impatto del 7 ottobre si sente ancora profondamente. La gente ha paura di essere politicamente attiva."   Tuttavia, ha ammesso che "c'è stato un declino e un ritiro dai partiti, e forse non siamo riusciti a dare spazio ai giovani. Ed è anche vero che Standing Together sta colmando una lacuna che non abbiamo sfruttato come avremmo dovuto. Investono chiaramente molto nei media e nella visibilità." Balad, che adotta una posizione più esplicita contro il carattere etnocratico di Israele, non vede il movimento come un concorrente diretto. Il messaggio politico del partito, che invoca uno "stato di tutti i suoi cittadini", non è in linea con la deliberata elusione della questione da parte di Standing Together. Green, nell'intervista a Zeteo, ha criticato quello che descrive come uno stato ebraico oppressivo o suprematista e ha spostato l'attenzione sull'uguaglianza, ma si è fermato prima di rifiutare esplicitamente il quadro dello stato ebraico – un altro caso in cui l'ambiguità strategica del movimento diventa un punto centrale di contesa quando entra negli spazi politici palestinesi, dove molti considerano tale quadro stesso intrinsecamente diseguale. Un membro anziano di Balad che ha chiesto di rimanere anonimo ha anche ridimensionato il peso di Standing Together: "Al di fuori dei circoli politici e dell'attivismo online, molte persone non saprebbero nemmeno chi sono, se non forse come il gruppo che ha raccolto donazioni per Gaza. Ed è lì che finisce". Il membro di Balad si è anche chiesto cosa succederà quando i finanziamenti del movimento si esauriranno; A differenza dei partiti politici in Israele, Standing Together ha accesso a risorse internazionali che consentono al movimento di costruire la propria infrastruttura, coordinare campagne e accrescere la propria visibilità pubblica. Le tensioni tra Standing Together e i partiti sono esplose durante le recenti elezioni per l'Alto Comitato di Monitoraggio, l'organismo di leadership apartitico per i cittadini palestinesi di Israele. Daood, co-direttrice nazionale di Standing Together, si è candidata per diventare la nuova leader dell'organismo. Questa è stata la prima volta da anni che qualcuno al di fuori della struttura politica tradizionale si è candidato alle elezioni, ed è stata percepita come una sfida sgradita. Nonostante l'ampio sostegno a Daood online, gli organismi che compongono l'Alto Comitato di Monitoraggio, il cui appoggio era necessario per ottenere, hanno infine ceduto alle pressioni, portando alla sua eliminazione dalla competizione . Jamal Zahalka, ex leader di Balad che è stato per molti anni membro della Knesset è uscito vincitore. L'episodio ha evidenziato un'importante frattura: Standing Together sta spingendo per entrare più seriamente nella vita politica palestinese, incontrando una silenziosa resistenza da parte di coloro che ancora ne controllano gli accessi.  I co-direttori nazionali di Standing Together, Rula Daood e Alon-Lee Green, parlano sul palco durante la convention per il decimo anniversario del movimento, presso l'International Convention Center di Haifa, il 27 novembre 2025. (Per gentile concessione di Standing Together) Per ora, nonostante le crescenti valutazioni positive – alimentate in parte dalla candidatura del movimento, come Abed, alle elezioni locali, oltre alla candidatura di Daood a leader dell'Alto Comitato di Monitoraggio – i leader di Standing Together insistono sul fatto che non è previsto un salto nella politica nazionale a breve. "Non crediamo nelle scorciatoie", ha detto Abed a +972. "Un vero cambiamento richiede infrastrutture, istituzioni e tempo". Secondo il sondaggista Yousef Makladeh, direttore di StatNet, un centro di sondaggi che esamina le comunità palestinesi in Israele, al momento non c'è spazio politico per un nuovo partito arabo. "Non abbiamo nemmeno incluso [Standing Together] nel nostro recente sondaggio", ha spiegato. "Non vediamo alcuna possibilità che possano superare la soglia elettorale."   Tuttavia, ha sostenuto Makladeh, l'influenza del movimento può essere avvertita in altri modi. I sondaggi mostrano che, dopo anni di frammentazione e stanchezza politica, la maggior parte dei cittadini palestinesi di Israele desidera un partito arabo unificato. Anche senza che si candidi, ha affermato, la presenza di Standing Together – soprattutto come progetto binazionale – potrebbe contribuire a ripristinare tra i palestinesi in Israele la consapevolezza che l'organizzazione politica ha un significato. Solo questo, ha detto, potrebbe motivare più persone a votare alle elezioni del prossimo anno.  Di ritorno al centro congressi di Haifa, l'attivista sociale Jumana Khalaileh ha aperto i lavori sul palco raccontando la storia dell'omicidio di suo fratello per mano di criminali violenti. Mentre piangeva, il pubblico piangeva con lei. La decisione degli organizzatori di invitare Khalaileh come prima relatrice riflette la consapevolezza che il pubblico palestinese in Israele desidera disperatamente un movimento che li sostenga in quella che è diventata una battaglia per la loro stessa sopravvivenza, una battaglia che i loro partner ebraico-israeliani non conosceranno mai. Mentre la folla ascoltava attentamente, il netto divario di privilegi tra questi due gruppi nazionali incombeva pesantemente sullo sfondo. Decimo anniversario di Standing Together’s a Haifa, 27 nov 2025. *Samah Watad è una giornalista e ricercatrice investigativa palestinese con sede in Israele, che si occupa di politica e questioni sociali. Traduzione a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese
COMUNICATO DI DOCENTI PER GAZA SULLA PARTECIPAZIONE DELLE SCUOLE AL WEBINAR CON FRANCESCA ALBANESE
* Nei  giorni 4, 9 e 10 dicembre 2025, la Relatrice speciale ONU per il Territorio palestinese occupato Francesca Albanese ha incontrato numerose scuole (un totale stimato di quasi 12 mila studentesse e studenti) per presentare il suo libro Quando il mondo dorme. Storie, parole, ferite della Palestina, e attraverso di esso presentare le storie di persone comuni – rifugiati, attivisti, intellettuali, bambini – che hanno in qualche modo segnato il suo personale cammino professionale e soprattutto umano. Si spiega da sé, visto il suo ruolo nella difesa dei diritti umani, il grande valore didattico che l’incontro con la Relatrice ha avuto: alle classi, infatti, è stato possibile spiegare quanto sta avvenendo nei Territori Occupati e a Gaza dal punto di vista del diritto internazionale. La presentazione del suo libro, infatti, ci è sembrata il modo migliore per introdurre una riflessione sui diritti umani nelle classi, tema centrale nella didattica trasversale di Educazione civica. Quando il mondo dormeè un libro testimonianza in cui le parola viene data, tra gli altri, proprio a ragazzi e ragazze palestinesi, che ci spiegano cosa significhi vivere sotto occupazione e sotto i bombardamenti. Il titolo stesso rimanda all’indifferenza del mondo, soprattutto occidentale, che girandosi dall’altra parte, non tende la mano a chi è vittima della violenza di uno dei più forti eserciti al mondo. Pertanto, l’incontro di Albanese con le classi non può ritenersi strumentale a nessuna propaganda e a nessuna ideologia, come invece è stato descritto da alcuni esponenti politici, ma è funzionale all’acquisizione di informazioni e conoscenze riguardo fatti di attualità e allo sviluppo di quello spirito critico che la didattica per competenze tanto decantata ha come obiettivo.1L’incontro, perciò, si inscrive perfettamente nella progettazione didattica delle nostre scuole, rispettando la richiesta di sviluppo delle competenze indicate dalle Indicazioni Nazionali 2012.Ci chiediamo a questo punto se chi segnala e chi accoglie le segnalazioni sia a conoscenza delle prassi condivise di progettazione didattica, della continuità didattica territoriale e dell’articolo 33 della Costituzione. Come docenti siamo consapevoli di questo rischio, siamo preoccupati per il futuro delle nostre alunne e alunni e siamo determinati a difendere i principi costituzionali oggi sotto attacco, a costruire una società dove non ci sia spazio per discriminazioni e colonialismo.Dunque, condanniamo ogni strumentalizzazione ed esprimiamo solidarietà nei confronti di colleghe e colleghi che hanno fortemente creduto in un incontro di tale spessore didattico, i cui temi sono proprio l’educazione alla pace, al dialogo e alla giustizia, oltre che al rispetto dei diritti umani e che per questo rischiano sanzioni disciplinari ingiustificate.Esprimiamo solidarietà a Francesca Albanese, nuovamente sotto attacco per il suo lavoro. 1. Le Raccomandazioni del Consiglio Europeo per l’apprendimento permanente definiscono un insieme di competenze essenziali che tutte le persone dovrebbero sviluppare e per l’acquisizione delle quali la scuola è chiamata a operare. Nel quadro delle competenze rientra quella in materia di cittadinanza che comprende la conoscenza dei valori democratici, dei diritti e dei doveri civici; l’abilità di partecipare attivamente alla vita collettiva e alle dinamiche sociali; l’adozione di comportamenti responsabili e inclusivi in una società democratica. ↩︎ 12 Dicembre 2025 * Infine, esprimiamo solidarietà a tutto il corpo studentesco coinvolto, sulla cui pelle viene di nuovo fatta propaganda politica e il cui diritto a un’educazione autentica viene nuovamente messo in discussione da una politica che pensa alle nuove generazioni come nuove leve da arruolare nelle guerre che verranno/vorranno. * Esprimiamo solidarietà anche nei confronti dei/delle dirigenti, che sono il primo bersaglio di questo clima di censura. * Dalla nascita della nostra rete nazionale, abbiamo raccolto varie segnalazioni di docenti preoccupati del clima di censura. Questo ennesimo e ultimo caso ci mostra quello che ci aspetta se il DDL Gasparri o il DDL Delrio dovessero diventare legge. * Ci chiediamo, inoltre, come sia possibile invocare il contraddittorio davanti a chi rappresenta con carica ufficiale il Diritto internazionale, e se anche in Italia stiamo assistendo alla programmatica demolizione dei principi fondanti del Diritto umanitario. * Riteniamo che un’iniziativa come questa sia stata demonizzata da una certa parte politica che intende esercitare una censura non solo ideologica, ma di fatto applicabile a qualsiasi ambito della società civile a partire dalla Scuola e dall’Università. Infatti non è la prima volta che noi Docenti per Gaza siamo testimoni, quando non oggetto, di ingerenze e intimidazioni che si declinano con segnalazioni persino anonime agli Uffici scolastici regionali. * Come segnalato dalla scheda progetto presente sul nostro sito e condivisa con il corpo docente interessato, l’incontro si proponeva di raggiungere obiettivi quali la promozione della conoscenza della cultura e della storia palestinese, superando stereotipi e pregiudizi, stimolare e valorizzare la lettura, come valido strumento di autonarrazione e testimonianza, favorire il dialogo interculturale e la cittadinanza attiva, creando uno spazio di confronto aperto e costruttivo su temi fondamentali come i diritti umani, la decolonizzazione del pensiero occidentale, il razzismo, la resistenza culturale, la solidarietà, promuovendo il rispetto per le diversità e stimolando l’impegno civico su temi di rilevanza globale.  * Sulla scia del suo primo webinar del marzo 2025, reperibile sul nostro sito https://www.docentipergaza.it/, che ha riscosso grande successo, e su richiesta di numerosi docenti, abbiamo pensato di riproporre una nuova serie di incontri da remoto nell’ambito del nostro progetto “Palestina racconta”.  Francesca Albanese Francesca Albanese, i genitori degli studenti dell'istituto Mattei di San Lazzaro con la prof che ha promosso il webinar: «Aprite i ragazzi al mondo, ve lo impone la Costituzione»  Dopo le lamentele di alcuni genitori, il ministro Valditara ha annunciato un'ispezione. Ora la lettera in difesa della docente con oltre cento firmatari di Adriano Arati https://corrieredibologna.corriere.it/notizie/cronaca/25_dicembre_19/francesca-albanese-i-genitori-degli-studenti-dell-istituto-mattei-di-san-lazzaro-con-la-prof-che-ha-promosso-il-webinar-aprite-i-b045f97b-7224-4e00-aa56-be7392344xlk.shtml Gli studenti e le famiglie dell’istituto Mattei di San Lazzaro di Savena si schierano con la docente che una settimana fa ha fatto partecipare una quinta superiore della scuola all’incontro online con Francesca Albanese. Da allora, la decisione della docente è al centro delle discussioni, e il ministro dell’Istruzione Valditara ha annunciato l’invio di ispettori al Mattei.  La questione era esplosa a causa delle lamentele di alcuni genitori, che accusavano l’istituto di non aver informato in precedenza sull’iniziativa. La lettera dei genitori   L’insegnante ha ricevuto la solidarietà dei colleghi di scuola e dei ragazzi della classe coinvolta, tutti maggiorenni. In seguito si sono aggiunti i docenti di altre superiori bolognesi, i licei Minghetti e Copernico. E ora si torna al Mattei, con le prese di posizioni di numerosi genitori di figli iscritti all’istituto di San Lazzaro e del gruppo studentesco del Collettivo Mattei.  A oggi, oltre un centinaio di mamme e papà di alunni del Mattei hanno firmato una lettera aperta di vicinanza agli insegnanti, che anche altri potranno sottoscrivere. La scuola, ricordano, «si occupa del mondo a 360 gradi. Noi affidiamo alla scuola le nostre figlie e i nostri figli riconoscendo alla scuola stessa il ruolo fondamentale di cerniera fra la famiglia e il mondo circostante». L'intervento del collettivo Mattei   Per loro la scuola è uno strumento contro l’indifferenza, che non «debba tradire il suo carattere costitutivo di comunità aperta. La scuola non può presentarsi come una fortezza monocratica e gerarchica, identica a sé, chiusa, difesa contro il mondo che le gira attorno». A questo, concludono, «diciamo un “No”, fermo, e con convinzione invece diciamo alle docenti e ai docenti: “Aprite i ragazzi al mondo!”, perché questo è, e deve continuare a essere, il vostro compito. Quello che la Costituzione vi impone». Molto più secco l’intervento del collettivo Mattei: «Perché dobbiamo considerare un webinar, svolto a livello nazionale e aperto a tutti, con la relatrice dell'Onu, come un gesto "troppo politico"? Eppure Francesca Albanese è una figura pubblica, autorevole e apartitica», sostengono gli studenti. Come testimoniato «dagli stessi studenti che hanno partecipato in prima persona al Webinar, la relatrice dell'Onu si è astenuta dall'esprimere la sua opinione personale».  Per il Collettivo Mattei, definire l’intervento dell’Albanese «come possibile indottrinamento politico» è un’offesa alla capacità di giudicare dei partecipanti: «stiamo andando a svalutare le capacità degli studenti stessi di recepire la realtà che li circonda: ascoltare qualcuno che tratta di questioni non condivise, non significa automaticamente obbligarlo a pensare in un determinato modo, anzi».  
COME IL MONDO PUÒ RESISTERE AL MANDATO COLONIALE CANAGLIA DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELLE NAZIONI UNITE A GAZA
Nella foto: Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a sostegno del piano Trump per Gaza è chiaramente illegittima, ma ci sono diversi modi in cui stati e individui in tutto il mondo possono contestarne l'illegalità. Di Craig Mokhiber*, 3 dicembre 2025 https://mondoweiss.net/2025/12/how-the-world-can-resist-the-un-security-councils-rogue-colonial-mandate-in-gaza/?ml_recipient=172861170356585892&ml_link=172861155411232698&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=2025-12-04&utm_campaign=Daily+Headlines+RSS+Automation+-+8am In un momento ormai tristemente noto nella storia della televisione, l'ex presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, tre anni dopo aver lasciato l'incarico in seguito a uno scandalo, fu intervistato da David Frost se il presidente degli Stati Uniti potesse commettere atti illegali. Nixon rispose: "Se il presidente lo fa, significa che non è illegale". Con queste dodici parole, Nixon liquidò l'idea fondamentale di una repubblica e l'essenza stessa dello stato di diritto. Per Nixon (e per troppi oggi), alcune persone e alcune istituzioni sono semplicemente al di sopra della legge. E non solo non sono vincolate dalla legge che vincola invece il resto di noi, ma dobbiamo seguire i loro ordini. Dopotutto, questo è il diritto divino dei re. Quasi mezzo secolo dopo, l'ideologia nixoniana è viva e vegeta. In seguito all'adozione della risoluzione 2803 da parte del Consiglio di sicurezza il mese scorso (una risoluzione che ha sconvolto analisti legali e difensori dei diritti umani in tutto il mondo per il suo contenuto palesemente coloniale, e di cui ho già scritto in precedenza), persino i critici della risoluzione hanno alzato le mani e dichiarato: "Vabbè, il Consiglio di sicurezza l'ha adottata, quindi ora è legge". In altre parole, per parafrasare Nixon, "se lo fa il Consiglio di sicurezza, significa che non è illegale". Incoerenze   Sebbene il Consiglio di Sicurezza (UNSC) sia un'istituzione immensamente potente, sia soggetto a pochi controlli e contrappesi e non risponda al controllo giurisdizionale, esso non è al di sopra della legge e non ha il potere di dichiarare legale ciò che è illecito. In effetti, l'UNSC trae tutti i suoi poteri dalla Carta delle Nazioni Unite. Non ha altri poteri. E la Carta delle Nazioni Unite, in quanto trattato, fa parte del diritto internazionale: non è al di sopra o al di fuori del diritto internazionale. In quanto tale, l'UNSC deve operare entro i limiti della Carta e entro i limiti del più ampio corpus del diritto internazionale. Qualsiasi azione intrapresa al di fuori di tali limiti è necessariamente illecita e ultra vires ciè oltre i propri poteri. Gli atti del Consiglio che sono illeciti e ultra vires non possono essere considerati aventi forza di legge. E, pertanto, non può sussistere alcun obbligo giuridico di cooperare o conformarsi a tali atti. Anzi, laddove tali atti siano manifestamente illeciti, potrebbe sussistere il dovere di opporsi. Molti degli elementi della risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono in effetti manifestamente illegittimi, perché sono in conflitto con altre disposizioni chiave della Carta stessa violano norme di jus cogens del diritto internazionale con cui tutti gli Stati hanno familiarità violano diritti e obblighi (erga omnes) recentemente affermati con grande chiarezza dalla Corte Internazionale di Giustizia in relazione alla stessa situazione (vale a dire, il territorio palestinese occupato). Queste non sono violazioni nelle zone grigie. Sono trasgressioni evidenti e lampanti del diritto internazionale. E questa chiarezza comporta un obbligo speciale per gli Stati (e altri), come minimo, di evitare di partecipare a tali violazioni. Limitazioni imposte dalla Carta all'azione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite  Esistono almeno tre vincoli al potere del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il primo è il diritto di veto, con cui i membri permanenti del Consiglio possono controllare i peggiori impulsi e gli eccessi degli altri membri del P-5. In questo caso, tuttavia, tre dei cinque membri permanenti (Stati Uniti, Regno Unito, Francia) sono stati direttamente complici della colonizzazione, dell'apartheid, dell'occupazione e del genocidio del regime israeliano perpetrati contro il popolo palestinese. E, sorprendentemente, gli altri due (Russia e Cina) si sono semplicemente fatti da parte e hanno permesso che il piano statunitense passasse senza veto. Il secondo insieme di vincoli al Consiglio di Sicurezza sono i termini della Carta delle Nazioni Unite stessa, da cui il Consiglio trae il suo mandato. L'articolo 24(2) impone al Consiglio, nell'esercizio delle sue funzioni, di "agire in conformità con gli scopi e i principi delle Nazioni Unite". Tali scopi e principi sono esplicitamente enumerati nell'articolo 1 della Carta e includono (tra l'altro) il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale (principale compito del Consiglio di Sicurezza) "in conformità con i principi di giustizia e di diritto internazionale...". Chiaramente, la Risoluzione 2803 non può essere considerata conforme alla giustizia e al diritto internazionale, soprattutto alla luce del recente parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia (la corte suprema del sistema delle Nazioni Unite) che ha elaborato specificamente i requisiti di giustizia e di diritto nel caso della Palestina, nessuno dei quali è rispettato nella risoluzione. Tra questi rientrano anche "il rispetto del principio di uguaglianza dei diritti e di autodeterminazione dei popoli" e "la promozione e l'incoraggiamento del rispetto dei diritti umani". Come ho già sottolineato in precedenza, la Risoluzione 2803 viola direttamente questi principi. Questo nonostante il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione sia stato ripetutamente affermato dalle Nazioni Unite e dalla Corte Internazionale di Giustizia. Un'ultima limitazione imposta della Carta, contenuta nell'articolo 2, impone all'ONU, ai suoi organi costitutivi e ai suoi Stati membri l'obbligo di "adempiere in buona fede agli obblighi assunti in conformità alla presente Carta". Le esplicite violazioni, contenute nel testo della Risoluzione 2803, di questi principi cogenti della Carta, principi vincolanti per il Consiglio di Sicurezza e i suoi membri, costituiscono un'ulteriore prova dell'illegittimità di tale risoluzione. Limitazioni di ius cogens all'azione del Consiglio Un altro vincolo fondamentale all'azione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è l'obbligo del Consiglio di conformare la propria azione alle cosiddette norme di ius cogens e erga omnes del diritto internazionale. Queste sono le norme più elevate (imperative) del diritto internazionale, universalmente vincolanti, che non ammettono eccezioni e impongono obblighi a tutti gli Stati e alle loro organizzazioni intergovernative. Gli Stati (e le organizzazioni di Stati) non possono mai derogare alle norme di jus cogens del diritto internazionale (tra cui l'autodeterminazione, il divieto di colonialismo, l'acquisizione di territori con la forza, le restrizioni all'uso della forza, alcune tutele dei diritti umani e altre). La presunta violazione di alcune di queste norme da parte dei termini della Risoluzione 2803 è pertanto illegittima e ultra vires. I critici di questa posizione faranno riferimento all'articolo 25 della Carta delle Nazioni Unite, che stabilisce che "[i] membri delle Nazioni Unite convengono di accettare e attuare le decisioni del Consiglio di Sicurezza..." come un obbligo derivante da un trattato vincolante per tutti gli Stati membri. Tuttavia, ciò che viene spesso trascurato è che l'articolo 25 è qualificato dalla formulazione "in conformità con la presente Carta". Le decisioni prese che non sono conformi ad altre disposizioni della Carta, per definizione, sono ultra vires e non soddisferebbero il test dell'articolo 25. E qualsiasi obbligo legittimo imposto dalla Carta potrebbe essere solo quello conforme al diritto internazionale. Altri sottolineeranno la clausola di supremazia della Carta delle Nazioni Unite, contenuta nell'articolo 103. Tale disposizione stabilisce che "in caso di conflitto tra gli obblighi dei membri delle Nazioni Unite ai sensi della presente Carta e i loro obblighi ai sensi di qualsiasi altro accordo internazionale, i loro obblighi ai sensi della presente Carta prevarranno". Ma l'articolo 103 si applica ai trattati in conflitto. Non prevale sugli obblighi di jus cogens e erga omnes degli Stati contenuti nel diritto internazionale consuetudinario, molti dei quali sono violati dalla Risoluzione 2803. Resistere alle risoluzioni ingiuste  La conclusione è chiara. La Risoluzione 2803 è illegittima, deve essere contrastata, non dovrebbe godere di alcuna cooperazione da parte degli Stati membri delle Nazioni Unite nel suo tentativo di attuazione e dovrebbe essere dichiarata nulla e priva di effetto. Tuttavia, tali obiettivi incontrano notevoli ostacoli istituzionali e politici. Un difetto fondamentale della Carta delle Nazioni Unite è che non prevede un controllo giurisdizionale formale del Consiglio di Sicurezza. In effetti, una proposta di controllo giurisdizionale del Consiglio da parte della Corte Internazionale di Giustizia è stata esplicitamente respinta durante i negoziati sulla Carta delle Nazioni Unite. Ma ciò non significa che la Corte Internazionale di Giustizia sia impotente a seguito di decisioni illegali da parte di un Consiglio di Sicurezza canaglia. La Corte Internazionale di Giustizia può prendere in considerazione le azioni intraprese dal Consiglio sia nell'ambito della sua giurisdizione contenziosa sia nell'ambito del suo potere di emettere pareri consultivi. Può inoltre emettere pareri e decisioni autorevoli sui doveri degli Stati in conformità al diritto internazionale a seguito di tali azioni. Pertanto, pur non potendo annullare una decisione del Consiglio, le sue conclusioni possono contribuire sia a screditare (e quindi a erodere l'autorità politica) tali azioni, sia a mitigarne i danni, consigliando gli Stati su ciò che il diritto internazionale consente e vieta, mentre valutano la propria condotta a seguito di tali azioni da parte del Consiglio di Sicurezza. Potrebbe orientare le successive azioni in seno al Consiglio di Sicurezza da parte dei membri che desiderano rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale e rettificare le proprie precedenti posizioni giuridicamente problematiche in seno al Consiglio. Altri Stati (non membri del Consiglio di Sicurezza) potrebbero utilizzare le conclusioni della Corte per giustificare il mancato rispetto di elementi violativi delle decisioni del Consiglio di Sicurezza. E tale azione da parte della Corte Internazionale di Giustizia potrebbe contribuire a scoraggiare future azioni scorrette da parte del Consiglio, poiché i membri del Consiglio di Sicurezza cercano di evitare controversie legali sulle decisioni del Consiglio. Allo stesso modo, i tribunali nazionali e regionali potrebbero riconsiderare le risoluzioni del Consiglio o la loro attuazione per determinare la legittimità dell'azione di un singolo Stato o di un'organizzazione regionale. Oltre alle vie giudiziarie, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite potrebbe anche agire per mitigare i potenziali danni di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza come la 2803. Riunendosi nell'ambito del meccanismo Uniting for Peace, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con una maggioranza di due terzi, potrebbe adottare una risoluzione globale per riaffermare il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione e l'illegalità di qualsiasi occupazione o colonizzazione della loro terra, adottare misure per chiamare il regime israeliano a risponderne, garantire la protezione del popolo palestinese e mitigare gli elementi peggiori della Risoluzione 2803. Dovrebbe farlo senza indugio. E il popolo o il mondo devono mobilitarsi per fare pressione sui singoli governi affinché si impegnino a respingere le disposizioni illegali della 2803 e ad attuare pienamente le conclusioni della Corte Internazionale di Giustizia in Palestina. Lex iniusta non est lex. (Una legge ingiusta non è legge)    La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si apre con un assiomatico riconoscimento che "è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione”. Ci si sarebbe aspettato che i rappresentanti dei quindici membri del Consiglio di Sicurezza, che pretendono di agire sotto l'egida delle Nazioni Unite, avessero letto la Dichiarazione prima di adottare la vergognosa risoluzione del 17 novembre 2025. La macchia del loro atto illegale durerà certamente più a lungo del mandato di ogni ambasciatore nel Consiglio. E il danno arrecato alla legittimità del Consiglio potrebbe alla fine rivelarsi fatale. Ma la gente non è senza possibilità di ricorso in seguito a questo massiccio abuso di potere. Esistono vie d'azione: nei tribunali, nelle Nazioni Unite e nelle strade. L'azione popolare può bloccare l'attuazione della risoluzione, chiamare a rispondere i ministeri degli Esteri e gli ambasciatori, tenere a freno il Consiglio canaglia, imporre costi all'eccesso imperialista degli Stati Uniti, isolare il regime israeliano e contribuire alla liberazione palestinese. Che il messaggio si diffonda il più possibile. Lex iniusta non est lex. Questa vergognosa risoluzione non reggerà. *Craig Gerard Mokhiber è un ex funzionario statunitense per i diritti umani delle Nazioni Unite. Il 28 ottobre 2023, Mokhiber si dimise da direttore dell'ufficio di New York dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR). Nella sua ultima lettera all'Alto Commissario Volker Türk, ha criticato duramente la risposta dell'organizzazione alla guerra a Gaza, definendo l'intervento militare di Israele un "genocidio da manuale" e accusando le Nazioni Unite di non aver agito. Traduzione a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese
Docenti per Gaza: Decolonizzare la conoscenza
Prima iniziativa pubblica del nodo regionale della rete nazionale Docenti per Gaza(https://www.docentipergaza.it/). Docenti per Gaza è una rete che, già da quasi 2 anni, supporta ostinatamente la lotta di bambinə, ragazzə e docenti palestinesi, in difesa del diritto-dovere all’insegnamento critico e consapevole. Una rete che denuncia, con grande determinazione, l’infame scolasticidio in atto lungo la Striscia di Gaza, una distruzione sistematica e ponderata di tutto il sistema educativo. Una distruzione che non passa solo dalle bombe e dallo sterminio di migliaia di vite umane, ma che, subdola, si insinua in tutti gli ambiti del sapere, manipolando la storia, distorcendo la realtà, condizionando l’opinione pubblica. Una vera e propria colonizzazione capillare della conoscenza che occorre combattere con tutti i mezzi a nostra disposizione, affinché i luoghi della formazione non si trasformino in laboratori della menzogna e della censura.L’occupazione israeliana nei libri scolastici italiani https://ilmanifesto.it/loccupazione-israeliana-nei-libri-scolastici-italiani  INSIEME AL CIRSIM, il Centro interdipartimentale di ricerca e servizi per gli Studi interculturali e sulle migrazioni dell’Università di Padova e all’Associazione Eguaglianza e Solidarietà, Docenti per Gaza ha dato mandato all’avvocato Dario Rossi di preparare formale richiesta di rettifica per le case editrici. Dice il professor Alessio Surian, direttore del Cirsim, che comprende tre dipartimenti dell’Università di Padova.E’ davvero difficile ritenere che si tratti di errori. «Il Medio Oriente è vittima di eurocentrismo e di una visione coloniale – continua Surian – Il monitoraggio è necessario per verificare quanto razzismo e colonialismo siano ancora presenti nelle nostre istituzioni scolastiche. Potrebbero sembrare delle sviste ma in realtà è su questo che si costruisce un genocidio». In materia di libertà di insegnamento, di crescente militarizzazione di scuole e università, si discuterà mercoledì 10 dicembre alle ore 18 in aula SSP5 (cubo 1/A), Università della Calabria (Rende, Cosenza), assieme a docenti, studenti, formatori e attivisti. Interverranno Giuseppe Bornino (referente regionale Docenti per Gaza – Calabria), Antonia Esposito (Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole), Alessia Roberto (studentessa Unical), Munira El Najar (educatrice che opera lungo la Striscia di Gaza), Antonino Campennì (docente Unical) e Alessandra Mancuso (Docenti per Gaza – Calabria). Un appuntamento importante per escogitare, tuttə insieme, buone strategie per esercitare liberamente il dissenso e fornire una narrazione non falsata del genocidio, ancora in atto, in quel di Gaza Prossimamente al Circolo ARCI Boncinelli di Firenze:     A Firenze
Più di 100.000 morti a Gaza
https://share.google/L4FBwftPKLRAeIa0v Die Zeit 24.11.25 Il numero di palestinesi morti nella guerra di Gaza è oggetto di acceso dibattito. La ZEIT ha dati secondo cui potrebbero essere morte significativamente più persone di quante ne si sapesse. Il numero di palestinesi uccisi nella guerra di Gaza potrebbe essere significativamente superiore a quanto si fosse precedentemente assunto. Secondo calcoli di un team di ricercatori del Max Planck Institute for Demographic Research di Rostock, almeno 100.000 persone sono apparentemente morte o uccise nella guerra, che dura più di due anni. I risultati della ricerca sono disponibili a ZEIT. "Non sapremo mai il numero esatto di morti", afferma Irena Chen, co-leader del progetto. "Stiamo solo cercando di stimare il più possibile quale potrebbe essere un ordine di grandezza realistico." Più morti a Gaza di quanto finora noto Morti nella guerra di Gaza, dal 7 ottobre 2023 al 6 ottobre 2025 Vittime confermate  -Stima Gli scienziati di Rostock hanno raccolto dati da varie fonti e effettuato un'estrapolazione statistica. Oltre ai dati del Ministero della Salute, sono stati inclusi anche un'indagine indipendente sulle famiglie e rapporti sui decessi dai social media. In ottobre, gli scienziati hanno pubblicato un articolo sul loro approccio sulla rivista Population Health Metrics. Questo articolo è stato sottoposto a revisione indipendente tra pari da esperti riconosciuti. Finora, l'unica fonte ufficiale per il numero di morti è stata il Ministero della Salute della Striscia di Gaza, che ha raggiunto 67.173 morti nei primi due anni di guerra. Tuttavia, l'agenzia è gestita da Hamas, motivo per cui i suoi dati sono messi in discussione dal governo israeliano e da osservatori internazionali. DIE ZEIT ha inoltre diffuso le informazioni del ministero solo con riserve. Tuttavia, non ci sono prove di manipolazione delle statistiche. Piuttosto, vari team di ricerca hanno già scoperto in passato che il Ministero della Salute è persino piuttosto conservatore. Ora è ben documentato che più persone morirono nella guerra tra Israele e Hamas di quanto indichi la cifra ufficiale. Studi diversi rilevano un alto numero di casi non segnalati. Il Ministero della Salute conta solo i decessi confermati per i quali, ad esempio, è disponibile un certificato di morte da un ospedale. Poiché molti ospedali hanno dovuto cessare le operazioni ordinate durante la guerra, il ministero ora utilizza anche i rapporti di decesso dei parenti, e un comitato controlla le informazioni. Le vittime sepolte sotto le macerie delle case esplose, ad esempio, spesso non vengono registrate. Un gruppo di ricercatori della London School of Hygiene and Tropical Medicine ha pubblicato un articolo sulla rivista The Lancet all'inizio di quest'anno. Zeina Jamaluddine e i suoi colleghi confrontarono diverse liste compilate indipendentemente di persone decedute. Due di questi provengono dal Ministero della Salute della Striscia di Gaza, il terzo si basa su necrologi sui social media. I ricercatori hanno scoperto che molti dei morti sono presenti solo in una o due liste. Dal grado di sovrapposizione, è possibile stimare quanti morti non compaiono in nessuna delle liste. Secondo questo, la segnalazione da parte del Ministero della Salute potrebbe essere di circa il 41 percento in meno. Un team guidato da Michael Spagat, professore al Royal Holloway College dell'Università di Londra, ha a sua volta condotto un sondaggio intorno al primo giorno dell'anno 2025, in cui dipendenti locali del Palestinian Center for Policy and Survey Research hanno visitato 2.000 famiglie e chiesto dove si trovassero i membri della famiglia. Il numero di possibili decessi determinati in questo modo comporta una potenziale segnalazione da parte del Ministero della Salute del 35 percento in meno. I ricercatori non possono escludere la possibilità che alcuni intervistati abbiano inventato i decessi. D'altra parte, la metodologia non copre le famiglie in cui tutti i membri sono deceduti. I ricercatori di Rostock ora si basarono sulle scoperte precedenti e calcolarono stime dettagliate della mortalità. Ana C. Gómez-Ugarte, Irena Chen e i loro colleghi hanno analizzato separatamente uomini e donne, così come diverse fasce d'età. Questo non solo porta a totali più precisi. È anche possibile distinguere in dettaglio chi sono i defunti. La qualità della registrazione dei decessi varia a seconda del genere e dell'età: le donne vengono conteggiate meno spesso rispetto agli uomini. Particolarmente spesso mancano dalle statistiche ufficiali i decessi con più di 60 anni. Nei primi due anni di guerra, cioè dall'attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023 al 6 ottobre di quest'anno, tra 99.997 e 125.915 persone sono morte o sono state uccise nei combattimenti nella Striscia di Gaza. La stima mediana dei ricercatori è di 112.069 persone. Inoltre, 1.983 israeliani sono stati uccisi, secondo il Ministero della Difesa israeliano. Solo le persone morte direttamente a causa dei combattimenti sono state contate – nella maggior parte dei casi a causa dei bombardamenti dell'Aeronautica Israeliana. Crollo dell'aspettativa di vita- donne-uomini Aspettativa di vita dalla nascita nella Striscia di Gaza Gli scienziati dell'Istituto Max Planck di Rostock hanno anche calcolato come la guerra abbia influenzato l'aspettativa di vita nella Striscia di Gaza. Prima della guerra, erano 77 anni per le donne e 74 anni per gli uomini. Per l'anno 2024, i demografi calcolano un valore di 46 anni per le donne e 36 per gli uomini. Inizialmente questo è solo un valore statistico. Dice: Se i combattimenti continuassero come negli ultimi anni, i palestinesi raggiungerebbero solo in media questa età. I dati mostrano quanto la vita civile nella Striscia di Gaza sia stata pericolosa recentemente. Giovani uomini sono i più colpiti I calcoli degli scienziati mostrano che circa il 27 percento dei caduti in guerra sono probabilmente bambini sotto i 15 anni, e circa il 24 percento sono donne. Secondo i ricercatori di Max Planck, la distribuzione stimata del bilancio delle vittime per età e genere è simile a quanto trovato in passato dalle Nazioni Unite per i genocidi. Nelle battaglie tra gruppi armati, invece, le morti sarebbero molto più concentrate sui giovani uomini.
I posti di blocco israeliani soffocano i palestinesi
Amira Hass, Haaretz, Israele Internazionale 1640 | 14 novembre 2025 Il tempo per spostarsi da un luogo a un altro in Cisgiordania è determinato dalle decisioni arbitrarie dei soldati di Tel Aviv, scrive la giornalista israeliana,                                                                                                                                      che vive nel territorio Gli ospiti sono stati invitati per festeggiare la buona notizia: i risultati degli esami della loro amica Lina sono negativi. Il cancro non è tornato. Tra un bicchiere di vino e l’altro, la padrona di casa racconta che l’esame è stato anticipato perché la persona che aveva l’appuntamento quel giorno non è riuscita ad arrivare: era rimasta imbottigliata tra posti di blocco e checkpoint (la differenza è che i secondi sono più strutturati e permanenti). Inizialmente l’esame di Lina (uno pseudonimo, come quello di altri intervistati) era stato fissato per la fine dell’anno, ma l’ospedale di Ramallah l’aveva messa in lista d’attesa per due date diverse. L’esperienza insegna che a causa dei blocchi – o di soldati insolitamente lenti, o di un’incursione militare in un quartiere o villaggio vicino – capita che qualcuno non si presenti. Alla prima data non c’erano state cancellazioni. Circa due settimane dopo, l’ospedale l’ha chiamata intorno alle 10 del mattino dicendole di andare lì immediatamente. “Eravamo felici, ma                                                                                                                                                     abbiamo anche pensato alla frustrazione e alla preoccupazione di una persona che non conosciamo e che non è riuscita ad andare all’appuntamento”, dicono Lina e il suo compagno. E loro sanno bene quanto sia rischioso saltare una pet-tc come quella a cui si è sottoposta Lina. Il macchinario di Ramallah (disponibile solo in un altro ospedale in Cisgiordania) può esaminare al massimo dieci pazienti al giorno. Richiede un materiale radioattivo, che è acquistato in Israele e portato in ospedale in quantità contate per gli esami del giorno. Dato che la maggior parte dei pazienti non viene da Ramallah, la lista è composta anche considerando le restrizioni al movimento imposte da Israele. Più lunghi e più lenti Secondo i documenti ufficiali e i dati dell’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), ci sono 877 checkpoint e posti di blocco sparsi intorno alle enclave palestinesi della Cisgiordania (note come aree A e B). Circa un quarto (220) sono stati creati dopo l’ottobre 2023; tra febbraio e settembre di quest’anno ne sono stati alle- stiti 28. Un’indagine della Commissione palestinese per la resistenza al muro e agli insediamenti realizzata a settembre ne ha contati 911 totali, di cui ottanta costruiti dall’inizio del 2025. Questa leggera discrepanza indica la grande quantità dei blocchi, la loro diffusione e la facilità con cui sono allestiti, quindi il loro numero a volte dipende dal giorno. Inoltre, ci sono posti di blocco temporanei a sorpresa: i soldati sostano per una o due ore tra i villaggi o all’ingresso di un villaggio, fermando tutte le macchine e controllando il documento d’identità di autisti e passeggeri, a volte anche fotografandoli. La loro posizione varia, ma la pratica è sempre la stessa. Secondo il dipartimento per i negoziati dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, a settembre sono comparsi 495 checkpoint temporanei e dati simili si erano registrati nei mesi precedenti. Questi vari blocchi stradali delineano i contorni artificiali delle “sacche” territoriali palestinesi A e B, che costituiscono il 40 per cento della Cisgiordania. Allontanano – o escludono del tutto – i palestinesi dalle strade più veloci all’interno della Cisgiordania, usate prevalentemente dagli israeliani. Così per i palestinesi i tragitti in auto diventano più lunghi e a volte il traffico si blocca. L’incertezza è un fattore costante di ogni itinerario. Tirare a indovinare Mentre era in attesa, Lina ha incontrato una giovane paziente oncologica che vive in un villaggio a sud di Nablus. Avrebbe potuto sottoporsi alla chemioterapia all’ospedale dell’università Al Najah, a un quarto d’ora da casa sua, in tempi normali. Tuttavia, dall’ottobre 2023 l’accesso sud alla Route 60 (la superstrada principale) per Nablus è bloccato da quello che è conosciuto come il checkpoint di Hawara. Per lei la strada per Ramallah non è più breve né la più veloce, ma almeno è sicura di arrivare. Il checkpoint di Hawara è noto per essere chiuso, ma ci sono anche cancelli metallici dove i soldati giocano a fare “apri e chiudi”, senza una regola precisa, sicuramente non per i palestinesi. In altre parole, molti possono solo provare a indovinare quale situazione troveranno: i soldati non ci sono e il varco è aperto; i soldati non ci sono ma il varco è chiuso; i soldati ci sono e il varco è chiuso; i soldati ci sono e il varco è aperto, ma fermano e controllano i conducenti con una lentezza che sembra voluta. Tuttavia, a un varco aperto può seguirne uno chiuso, o può esserci un ingorgo stradale creato dal balletto di chiusure e deviazioni forzate attraverso i villaggi su stradine che non sono pensate per il traffico interurbano. “Dille quanti dossi stradali incontri ogni giorno” suggerisce Abu Nihad, un tassista di Ramallah, al suo amico che guida sulla strada per Tulkarem. Invece di prendere la strada Nablus-Anabta, che è bloccata dal checkpoint di Einav, deve destreggiarsi tra le vie sterrate e non asfaltate dei villaggi circostanti. “A volte passo per un checkpoint e il traffico scorre normalmente”, spiega Abu Nihad. “Quando torno indietro, dieci minuti dopo, il cancello è chiuso e devo fare un altro percorso, oppure aspettare mezz’ora prima che riapra”. Abu Nihad considera questi ritardi un’umiliazione. Come molti altri palestinesi ha il sospetto che il vero motivo per creare blocchi a determinati orari sia che i soldati hanno ricevuto l’ordine di tenere le strade libere per i veicoli israeliani, così da ridurre gli ingorghi delle ore di punta al mattino e nel pomeriggio. “Non è solo umiliante”, aggiunge Lina. “Ogni volta che ci mettiamo in macchina – o decidiamo di non farlo – ho la sensazione che ci venga rubato il tempo”. In uno studio recente il Palestine economic policy research institute (Mas) ha calcolato quanto tempo è rubato. Sulla base di un campione di cento veicoli pubblici che passavano quasi tutta la giornata in strada per cinque giorni a settimana nell’ottobre 2023, lo studio ha rilevato che ogni tragitto breve nel distretto di Nablus comportava in media un ritardo di 23 minuti a causa di posti di blocco e sbarramenti. Il dato è stato ottenuto confrontando questi viaggi con quelli dei “giorni normali” (cioè prima della guerra). Il tragitto verso e da Gerico comportava 43 minuti persi, mentre per la tratta da Nablus alla Cisgiordania centrale o meridionale i ritardi si allungavano di circa un’ora. Tuttavia, la portata di questo tempo perso diventa evidente quando si guarda al quadro generale: secondo la stessa ricerca ogni giorno erano perse 191.146 ore lavorative a causa dei checkpoint e dei posti di blocco. Le ore perdute costavano all’economia palestinese circa 764.600 dollari (660mila euro) al giorno, più o meno 16,8 milioni di dollari al mese. Questi costi derivavano non solo dalle attese ma anche dai tentativi di aggirare i blocchi: i conducenti che preferivano cercare tratte alternative spendevano di più in carburante e questa quotidiana spesa supplementare ammontava a circa 19.200 dollari, che sommati diventavano 6 milioni all’anno. Ogni automobilista lo sperimenta in prima persona. Abu Nihad non si prende più la briga di calcolare le sue perdite; conta solo i motivi che le hanno causate. Le persone viaggiano meno; le attese ai posti di blocco fanno sprecare gasolio; sulle strade sterrate gli pneumatici si consumano più velocemente e si usa più carburante; i guasti ai veicoli sono più frequenti. Lina ha saputo dal medico che una delle sue pazienti, che vive a nord di Ramallah, ha smesso di andare in ospedale per le terapie. Quando il medico l’ha chiamata per chiederle spiegazioni, lei ha detto che non poteva permettersi il trasporto pubblico e preferiva risparmiare il poco che aveva per sfamare i figli. Allora lui le ha mandato i soldi per coprire le spese di viaggio per i tre mesi, ma lei li ha dati ai suoi figli. La rinuncia a viaggiare in auto è un fenomeno generale ed è uno dei sintomi della crisi economica in Cisgiordania. Decine di migliaia di famiglie hanno perso la loro fonte primaria di sussistenza quando Israele ha vietato l’ingresso dei lavoratori palestinesi dopo il 7 ottobre 2023. L’Autorità nazionale palestinese (Anp) non è in grado di pagare interamente i salari ai dipendenti pubblici, perché Israele confisca una quota significativa delle entrate del ministero delle finanze dell’Anp ottenute con i dazi sulle importazioni. Gli impiegati lavorano in ufficio solo pochi giorni a settimana, gli insegnanti tengono le lezioni su Zoom due o tre giorni a settimana, quando è possibile. Regole più severe Daliya, un’abitante di Gerusalemme Est che lavora in Cisgiordania, conosce bene i posti di blocco. “È evidente come contribuiscono a frammentare il nostro territorio, ma è difficile spiegare come hanno preso il controllo delle nostre vite”. Agli occhi di un osservatore esterno, ogni blocco è un “non-evento”. “Quando il traffico è congestionato al checkpoint di Qalandiya puoi lamentarti dell’aumento delle auto private e della cultura consumistica, dimenticando che tre corsie convergono in un unico posto di blocco e che questi posti di blocco di fatto separano i palestinesi tra loro”. E offre altri esempi: “Quando il tragitto alternativo comporta una salita ripida, chi sente il cuore degli autisti martellare nei loro veicoli grossi e ansimanti? Quando un varco è chiuso, l’immobilità non si vede: l’insegnante che non arriva in classe, la riunione che si svolge senza alcuni partecipanti. Quando in una strada asfaltata vuota e fatiscente spuntano un’estate dopo l’altra rovi e cardi, non vedi il trattore o il carretto trainato da un asino che un tempo passavano qui per raggiungere gli uliveti o le sorgenti d’acqua. Non vedi la vita che c’era una volta”. Questi non-eventi determinano e invadono la vita quotidiana, non solo nel luogo in cui accadono – cioè sulle strade – ma anche nelle conversazioni di ogni giorno, a scuola, al supermercato, in famiglia; condizionano le decisioni su dove vivere (a nord o a sud di un checkpoint), le spese, i conti in banca e la pressione sanguigna. Questa era la realtà anche sette anni fa, quando i checkpoint e i posti di blocco erano 706, o nel 2023 quando il numero era sceso a 645. Da due anni però la situazione sta peggiorando. Questa realtà porta i palestinesi a trovare nuove definizioni di disperazione. “Quando muore uno di noi, per loro è un sollievo, è un peso in meno”, dice Abu Nihad. “Ma noi siamo reclusi senza essere ufficialmente incarcerati. Io muoio ogni giorno”. Le forme di questa reclusione sono molte, l’unico limite è l’immaginazione di chi stabilisce i blocchi: cubi di cemento o cumuli di terra e pietre in mezzo a una strada, fossati costeggiati da terrapieni; varchi metallici sempre chiusi, o aperti a intermittenza; quelli chiusi e aperti a distanza; quelli che i soldati vengono ad aprire e chiudere con una chiave; i posti di controllo presidiati dai soldati 24 ore su 24 sette giorni su sette e quelli chiusi quando i soldati tornano alla base a mezzogiorno; quelli chiusi a orari fissi, e quelli chiusi al traffico in base a qualche oscura decisione o, come sostengono i palestinesi, “all’umore del soldato di turno”. Il medico di Lina, che arriva dalla zona di Betlemme, passa ogni giorno da quello che viene chiamato il checkpoint Container a Wadi Nar: tutto il traffico palestinese tra il sud e il nord della Cisgiordania passa da lì. Una breve pausa degli agenti della polizia di frontiera per andare in bagno o mangiare un panino è sufficiente a paralizzare il traffico per mezz’ora o più. Di fatto, è sufficiente che la polizia di frontiera chieda a ogni auto di fermarsi per cinque secondi, senza dare neppure un’occhiata al documento di identità del                                                                                                                                    conducente o senza aprire il portabagagli per formare un serpentone di auto dalla cima della collina fino alla vallata, che si muove di cento metri all’ora. In passato capitava che l’esercito israeliano alleggerisse la pressione dopo alcune settimane o mesi di restrizioni più rigide. Oggi la tendenza è imporre politiche più severe. L’Ocha ha constatato che vent’anni fa circa tre quarti dei vari blocchi stradali erano costituiti da cumuli di terra e barriere di cemento, quindi erano temporanei e facilmente rimovibili. Oggi si tende a usare più spesso infrastrutture stabili, il che indica un’istituzionalizzazione dei limiti al movimento. A maggio di quest’anno c’erano 94 checkpoint presidiati dai militari sempre, sette giorni su sette, mentre altri 153 erano sorvegliati per poche ore al giorno. Sui 223 varchi metallici contati dall’Ocha a settembre, 127 erano abitualmente chiusi. Il loro scopo evidentemente non è solo bloccare: sopra ogni struttura ci sono videocamere per il riconoscimento facciale, che registrano anche tutte le targhe. In questo modo, dice Daliya, “ci muoviamo tra una sensazione di claustrofobia in ogni enclave circondata da checkpoint, blocchi, postazioni militari, avamposti e insediamenti e la consapevolezza di essere costantemente sotto sorveglianza”. L’esercito israeliano non ha risposto alla richiesta di Haaretz sul numero di varchi metallici e su chi decide quando chiuderli e aprirli, o ordina ai soldati di fotografare i conducenti palestinesi. Si è anche rifiutato di commentare se i ritardi hanno lo scopo di facilitare il movimento dei cittadini ebrei dagli insediamenti al territorio israeliano vero e proprio.                                                                                                                                                  “Le decisioni sulla creazione dei posti di blocco”, ha detto un portavoce, “così come le loro aperture e chiusure sono prese sulla base di valutazioni operative e per motivi di sicurezza. La loro disposizione serve a consentire il controllo operativo e una difesa efficace dell’intera area. La politica sui posti di blocco cambia a seconda della situazione sul campo, unendo le necessità in materia di sicurezza con la possibilità di viaggiare nell’area”. Nell’ambito delle attività militari, ha concluso, “dispositivi tecnologici sono usati nel rispetto del diritto internazionale per tutelare la sicurezza. L’uso di questi dispositivi ha consentito di sventare decine di attentati                                                                                                                               terroristici, in parte grazie ai posti di blocco.” fdl