TAHAR LAMRI SUL CASO HANNOUN:SE ANCHE LA GIUSTIZIA SI TRASFORMA IN PROPAGANDAL'ordinanza di custodia cautelare di Mohammad Hannoun è un caso da manuale di
tesi precostituita a partire da un assioma: musulmano = terrorista. di Tahar
Lamri*, 30 dicembre 2025
https://kritica.it/in-evidenza/caso-mohammad-hannoun-islamofobia/
L’ordinanza della Procura di Genova che dispone misure cautelari contro Mohammad
Hannoun e altri membri dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo
Palestinese (ABSPP) è un documento monumentale: oltre 300 pagine di accuse,
prove, ricostruzioni storiche e analisi giuridiche. Dovrebbe essere l’esempio di
come la giustizia italiana affronta con rigore e obiettività un caso complesso e
delicato. Invece, quello che emerge da un’analisi attenta delle prime sessanta
pagine – solo le prime sessanta, un quinto del totale – è qualcosa di
profondamente diverso e inquietante: una sistematica opera di falsificazione
storica, manipolazione dei fatti, omissione di prove contrarie e adozione
acritica della narrativa di una parte in causa – Israele – per costruire
un’imputazione che non si limita a colpire singoli individui, ma criminalizza
l’intero universo del sostegno umanitario e politico alla causa palestinese. In
questo articolo documentiamo le falsificazioni più gravi individuate nelle prime
sessanta pagine, ma non è un catalogo tecnico: è la storia di come la giustizia
può trasformarsi in propaganda quando accetta di essere strumento di un’agenda
politica.
Quando i premi Nobel diventano talebani: Il caso del Bangladesh Cominciamo
dalla falsificazione più grottesca, quella che più di ogni altra rivela il
metodo e l’agenda di questo documento. Tra le pagine 23 e 25, in una sezione
dedicata a dimostrare che “ogni movimento islamico è fondamentalmente
jihadista”, il documento presenta la rivoluzione studentesca del Bangladesh del
luglio-agosto 2024 come un esempio di violenza islamista comparabile alle azioni
dei talebani. Secondo l’ordinanza, nel 2024 studenti bengalesi perpetrarono
“violenza diffusa indiscriminata” contro minoranze religiose, causarono “pesanti
perdite” alle forze dell’ordine e si comportarono come estremisti religiosi.
L’equiparazione è esplicita: siccome taliban in pashto significa “studenti”,
allora gli studenti musulmani bengalesi (i quali ovviamente non parlano pashto)
che manifestano sono, di fatto, talebani.
C’è solo un problema: questa versione è l’esatto opposto di ciò che accadde. La
rivoluzione del Bangladesh dell’estate 2024, conosciuta come “July Revolution” o
“Gen Z Revolution”, fu un movimento pro-democrazia guidato da studenti
universitari laici delle università più prestigiose del paese. Iniziò come
protesta contro un sistema di quote per i lavori pubblici percepito come
corrotto, e si trasformò in una rivolta popolare quando il governo della premier
Sheikha Hasina rispose con una violenza brutale. Le forze di sicurezza
governative aprirono il fuoco sui manifestanti disarmati, uccidendo tra 800 e
1,400 persone – per lo più studenti. Il governo ordinò di sparare a vista. Le
Nazioni Unite documentarono quello che definirono un assassinio di massa
governativo, il “Massacro di luglio”. Non fu una violenza degli studenti: fu un
massacro di studenti. Quando il regime crollò, si formò un governo ad interim
guidato da Muhammad Yunus – premio Nobel per la Pace, fondatore della Grameen
Bank, icona globale della lotta contro la povertà. Due leader del movimento
studentesco entrarono nel nuovo governo. Le Nazioni Unite celebrarono l’evento
come “student-people uprising contro il fascismo”. Il documento inverte
completamente la realtà: le vittime diventano carnefici, i massacratori
diventano vittime, una rivoluzione democratica diventa jihad islamista.
Perché questa falsificazione così spudorata in un documento su Hamas? Perché
serve a sostenere una tesi centrale del documento: che ogni affermazione di
moderazione da parte di movimenti islamici è menzogna tattica. Se anche studenti
universitari che chiedono democrazia sono “in realtà” jihadisti, allora
certamente Hamas non può essere sincero quando parla di politica invece che di
guerra. La falsificazione storica diventa strumento per costruire una logica
inattaccabile: qualsiasi cosa faccia Hamas, qualsiasi cosa dica, è terrorismo. E
il metodo è chiaro: studente musulmano = estremista. La similitudine etimologica
diventa identità politica. L’orientalismo non è un sottotesto: è il testo.
Le vittime che scompaiono Ma la falsificazione del Bangladesh, per quanto
clamorosa, è quasi marginale. Le omissioni più gravi riguardano il cuore
dell’accusa: la realtà della Palestina occupata, fino ad arrivare al genocidio
in corso da due anni, completamente omesso dalle carte. L’intero preambolo
sulla nascita storica di Hamas, tutto il racconto della vita di questa
formazione, sembrano puntare a una tesi già scritta: non quella di un territorio
occupato e di una popolazione privata del suo diritto all’autodeterminazione
fino a diventare vittima di pulizia etnica e genocidio, ma quella di una
formazione votata alla jihad semplicemente in quanto antisemita, e antisemita
semplicemente in quanto musulmana. Non viene menzionata la Nakba (1948) né
l’espulsione di 750.000 palestinesi dalle loro case e terre; vengono ignorate
completamente le politiche di colonizzazione e apartheid; non vengono citate le
violenze dei coloni o le demolizioni di case palestinesi. Ogni azione di Hamas è
defintia terrorismo, ma non vengono qualificate mai come tali le azioni
israeliane contro civili. Il documento conta meticolosamente le vittime
israeliane (484 morti in attentati) ma ignora le migliaia di palestinesi uccisi.
A leggerlo, sembra quasi che l’occupazione israeliana non sia mai esistita o sia
del tutto marginale, in questa vicenda storica. Riguardo al 7 ottobre, il
documento dedica pagine dettagliate agli attacchi di Hamas, citando numeri di
vittime, elencando violenze sessuali, presentando tutto come fatto accertato da
“prove” israeliane. Usa queste descrizioni per stabilire la natura
“terroristica” di Hamas e, per estensione, di chiunque la supporti. Il bilancio
delle vittime del 7 ottobre è la pietra angolare dell’intera imputazione.
In tutte queste pagine, un’espressione non compare, se non puramente di
striscio: direttiva Hannibal.
La Hannibal Directive è una dottrina militare israeliana, introdotta
segretamente nel 1986, che autorizza l’uso di forza massima – incluso
l’uccisione di soldati israeliani appena catturati – per impedire che vengano
presi come ostaggi. Per decenni rimase semi-segreta, discussa sottovoce,
applicata raramente. Il 7 ottobre 2023, questa dottrina fu applicata su scala di
massa e, per la prima volta nella storia israeliana, fu estesa ai civili. Non è
una teoria del complotto. Non è propaganda di Hamas. È un fatto documentato da
fonti israeliane, ammesso da funzionari israeliani, investigato dalla stampa
israeliana. Nel febbraio 2025, l’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav
Gallant ammise in un’intervista televisiva che l’ordine Hannibal fu dato
“tatticamente” e “in vari luoghi” il 7 ottobre. Quando il giornalista spiegò che
la Hannibal Directive significa “sparare per uccidere quando c’è un veicolo
contenente un ostaggio israeliano”, Gallant non contestò. Anzi, si lamentò che
il problema fu che in alcuni luoghi l’ordine “non fu dato”.
Nel luglio 2024, Haaretz – il più autorevole quotidiano israeliano – pubblicò
un’indagine devastante basata su documenti militari e testimonianze di soldati.
Alle 10:32 del mattino del 7 ottobre fu dato l’ordine: “non un singolo veicolo
può tornare a Gaza”. A quell’ora, l’IDF sapeva che molti civili erano stati
rapiti. L’ordine significava: sparate su quei veicoli. Elicotteri Apache, droni,
carri armati aprirono il fuoco. Efrat Katz fu uccisa dal fuoco di un elicottero
israeliano mentre veniva trasportata a Gaza. A Kibbutz Be’eri, un carro armato
sparò due granate su una casa con oltre 12 ostaggi, inclusi due gemelli di 12
anni; solo 2 sopravvissero. Il capitano Bar Zonshein ammise pubblicamente di
aver sparato con il suo carro armato su veicoli sapendo che contenevano soldati
israeliani. Un ex-ufficiale dell’aeronautica descrisse la situazione: “È stata
una Hannibal di massa”.
La Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite documentò nel giugno 2024 “forti
indizi che la Direttiva Hannibal è stata utilizzata in diverse circostanze il 7
ottobre”. Non sappiamo quanti israeliani furono uccisi dalle proprie forze quel
giorno. Le stime variano. Ma sappiamo con certezza che accadde, su scala
significativa, per ordine ufficiale.
Il documento giudiziario italiano non menziona nulla di tutto questo. Nemmeno
una riga. Nemmeno una nota a piè di pagina. Cita Amnesty International per dire
che “la stragrande maggioranza dei civili è stata uccisa da combattenti
palestinesi”, ma omette che questa affermazione di Amnesty è fortemente
contestata, che le stesse fonti israeliane la contraddicono, che Hamas invocò
ripetutamente la Hannibal Directive come spiegazione e che aveva ragione.
Quando Hamas disse che molte vittime furono causate dal fuoco israeliano, il
documento presenta questo come “Hamas smentisce Amnesty” e “fabbricazioni”. Ma
erano le forze israeliane, non Hamas, a mentire su cosa accadde quel giorno.
Questa non è un’omissione casuale. È la rimozione deliberata del fatto centrale
che cambia l’intera narrativa del 7 ottobre. Perché se una parte significativa
delle vittime fu causata dalle stesse forze israeliane applicando una dottrina
del “meglio morti che prigionieri”, allora il bilancio di quel giorno non può
più essere usato come misura univoca della “barbarie di Hamas”. E l’intero
castello di accuse costruito su quel bilancio crolla.
Il documento omette anche che il governo israeliano si è sempre opposto a
qualsiasi inchiesta indipendente sui fatti del 7 ottobre, contrariamente ad
Hamas, che ha sempre fatto richiesta che su quella giornata e i suoi avvenimenti
potesse fare luce una commissione d’inchiesta internazionale indipendente.
Quando ISIS diventa Hamas: L’attacco di Sydney A pagina 47, il documento
compie un’altra manipolazione illuminante. Descrive l’attacco terroristico di
Sydney del 14 dicembre 2025, in cui due attentatori aprirono il fuoco su una
celebrazione di Hanukkah a Bondi Beach uccidendo 15 persone, e afferma che
“HAMAS, pur non essendo coinvolta nell’attentato, lo ha giustificato quale
diretta conseguenza della politica israeliana”. C’è un dettaglio che il
documento omette: l’attacco fu perpetrato dall’Islamic State (ISIS), non da
Hamas o gruppi collegati. La Australian Federal Police lo dichiarò
esplicitamente un attacco “ISIS-linked”. Il Primo Ministro australiano disse che
gli attentatori erano ispirati da “Islamic State ideology”. Nell’auto furono
trovate bandiere ISIS.
Hamas e ISIS sono nemici mortali. ISIS considera Hamas composto da “apostati”
per la loro collaborazione con l’Iran sciita. Hamas ha combattuto ISIS a Gaza,
dove è stato Israele, per sua stessa ammissione, a utilizzare bande dell’ISIS
per i suoi interessi. Il documento non dice esplicitamente “Hamas ha fatto
l’attacco”, ma lo include in una sezione che deve dimostrare la pericolosità
terroristica di Hamas, citando dichiarazioni di leader Hamas che analizzavano le
cause dell’aumento dell’antisemitismo. Il trucco è sottile ma efficace: nel
contesto di un atto d’accusa, l’associazione diventa imputazione.
E rivela il metodo: qualsiasi violenza, ovunque, se c’è un musulmano di mezzo,
può essere associata a Hamas. ISIS, Al-Qaeda, talebani, Fratelli Musulmani,
studenti bengalesi – sono tutti intercambiabili nella logica del documento.
Musulmano = islamista = terrorista = Hamas.
Le elezioni che non dovevano esistere: il 2006 riscritto Una delle riscritture
storiche più significative riguarda le elezioni legislative palestinesi del
2006. Il documento le presenta così: Hamas partecipò con una “campagna
incentrata sulla resistenza armata”, la partecipazione era “solo per legittimare
il terrorismo”, ogni voto fu un voto per “distruggere Israele”. La realtà
storica è documentata da osservatori internazionali, sondaggi, analisi
accademiche e testimonianze dirette – incluse quelle di funzionari israeliani e
americani. Hamas inizialmente non voleva partecipare a quelle elezioni. Quando
decise di candidarsi, il suo obiettivo dichiarato era ottenere il 20-30% per
fare opposizione. Il manifesto elettorale si chiamava “Change and Reform” –
Cambiamento e Riforma. I temi centrali erano la lotta alla corruzione (il tema
dominante), la riforma democratica, lo stato di diritto, la fine delle
detenzioni arbitrarie, i servizi sociali efficienti.
Fatah governava da 40 anni ed era percepito come corrotto e inefficiente. Il
processo di Oslo era considerato fallito. I palestinesi volevano cambiamento.
I sondaggi post-elettorali rivelarono dati sorprendenti: il 77% dei votanti di
Hamas volevano che il nuovo governo negoziasse un accordo di pace con Israele.
Il 73% dei palestinesi volevano che Hamas abbandonasse l’obiettivo di
distruggere Israele. Solo il 3% supportava uno stato islamico. Il 75% votò Hamas
come protesta contro la corruzione di Fatah.
I palestinesi non votarono per il jihad. Votarono per acqua corrente,
elettricità, ospedali funzionanti, strade e polizia non corrotta. Le elezioni
furono monitorate e certificate come libere e giuste dal Carter Center (Jimmy
Carter in persona), dall’Unione Europea, dal National Democratic Institute.
Carter dichiarò: “Le elezioni furono oneste, giuste… Non c’è dubbio che la
volontà del popolo palestinese si sia espressa”. Ironicamente, furono gli Stati
Uniti di George W. Bush a insistere per tenere quelle elezioni, contro il parere
dei propri esperti che avvertirono che Hamas avrebbe potuto vincere.
Quando Hamas vinse, gli Stati Uniti e l’Unione Europea tagliarono immediatamente
tutti i fondi. Israele bloccò il trasferimento delle entrate fiscali. Fatah
rifiutò la coalizione. Gli USA implementarono un piano (rivelato da Vanity Fair)
per armare Fatah e rovesciare Hamas con un colpo di stato. Nel giugno 2007,
quando Fatah tentò il golpe, Hamas rispose con la forza e prese il controllo
militare di Gaza. Iniziò il blocco che dura ancora oggi.
Il documento omette completamente questa sequenza. Presenta la vittoria
elettorale come “inganno” e la guerra civile del 2007 come “Hamas elimina
violentemente ogni altro gruppo”, ignorando che fu la risposta internazionale –
boicottaggio, golpe, guerra economica – a radicalizzare la situazione.
Perché questa riscrittura? Perché riconoscere che Hamas vinse elezioni
democratiche con un programma di buon governo, che i palestinesi votarono per
ragioni pratiche non ideologiche, che la radicalizzazione seguì il boicottaggio
occidentale – tutto questo renderebbe più complessa la narrativa “Hamas =
terrorismo, sempre e comunque”. La storia va semplificata: Hamas partecipò alla
politica “solo per terrorismo”. Il fatto che vinsero perché la gente voleva
ospedali che funzionassero va cancellato.
“Dal fiume al mare”: lo slogan con origini dimenticate Il documento dedica
ampio spazio allo slogan “From the River to the Sea”, presentandolo come prova
di intenti genocidari di Hamas e di chiunque lo usi. Secondo l’ordinanza, è uno
slogan esclusivamente palestinese che significa “eliminazione fisica di Israele”
e dell’intera popolazione ebraica.
Quello che il documento omette è che questo slogan ha origini sioniste. Nel
1977, il partito Likud di Menachem Begin dichiarò nel suo manifesto fondativo:
“Between the Sea and the Jordan there will only be Israeli sovereignty”. Non era
retorica: era politica ufficiale del partito che avrebbe governato Israele per
decenni. Negli anni ’40, l’Irgun – l’organizzazione paramilitare sionista
guidata dallo stesso Begin – cantava un inno che proclamava: “The Jordan has two
banks; this one is ours, and the other one too”. Jabotinsky, ideologo del
sionismo revisionista, parlava esplicitamente di uno stato ebraico “su entrambe
le sponde del Giordano”, includendo quindi l’attuale Giordania.
Lo slogan fu adottato dai palestinesi dopo, come contrappunto. Oggi lo slogan è
polisemico – ha significati diversi per persone diverse: può significare uno
stato palestinese al posto di Israele (interpretazione massimalista e
minoritaria), uno stato binazionale democratico per israeliani e palestinesi con
uguali diritti, la fine dell’occupazione di Cisgiordania e Gaza mantenendo
Israele nei confini del 1967, o semplicemente il diritto all’autodeterminazione
palestinese. Il documento riconosce questa polisemia (cita manifestanti che lo
usano “inconsapevolmente”) ma poi applica solo l’interpretazione più estrema,
criminalizzando chiunque lo utilizzi.
Nel frattempo, slogan israeliani equivalenti o peggiori vengono completamente
ignorati. “Grande Israele” (Eretz Israel HaShlema) appare regolarmente in mappe
che cancellano la Palestina. Il Ministro delle Finanze israeliano Smotrich ha
posato davanti a una mappa che include Giordania, con la scritta “Non esiste
popolo palestinese”. Netanyahu nell’ottobre 2023 citò Amalek – il popolo che
secondo la Bibbia Dio ordinò agli ebrei di sterminare completamente, uomini,
donne, bambini, neonati, bestiame. Il documento non menziona mai queste
dichiarazioni israeliane, pur citando meticolosamente ogni dichiarazione
estremista di Hamas. Lo slogan “From the River to the Sea” viene criminalizzato
quando pronunciato da palestinesi, normalizzato quando usato da sionisti,
ignorato quando ancora più estremo da parte israeliana. Il doppio standard non è
un errore: è il sistema.
La fabbrica delle prove: quando Israele diventa giudice e testimone L’intera
sezione sulla presunta “arena europea” di Hamas (pagine 48-61) si basa su un
vizio metodologico che invaliderebbe qualsiasi processo in un sistema
giudiziario credibile: tutte le prove provengono da una sola fonte – Israele –
che è parte in causa con interesse diretto nell’esito.
Il documento cita ripetutamente “documenti sequestrati dall’Autorità di
Israele”, “relazione dell’esperto israeliano” (anonimo), “intelligence
israeliana”. Questi documenti non sono verificabili indipendentemente. Non hanno
una catena di custodia tracciabile. Non sono stati sottoposti a esame della
difesa. E provengono da uno stato che ha tutto l’interesse a dimostrare che
qualsiasi organizzazione pro-Palestina è terroristica. Sarebbe come in un
processo per omicidio accettare come uniche prove le dichiarazioni
dell’accusatore, senza autopsia indipendente, senza testimoni terzi, senza
verifica forense, senza alcun controllo.
I precedenti di “intelligence” rivelatasi falsa abbondano. Le armi di
distruzione di massa di Saddam Hussein che giustificarono l’invasione dell’Iraq
si rivelarono inesistenti. L’ospedale Al-Shifa a Gaza, che Israele presentò nel
2023 come “centro di comando di Hamas” con tanto di infografiche dettagliate, si
rivelò essere… un ospedale. Le accuse israeliane contro 12 dipendenti UNRWA di
essere membri di Hamas, che portarono al taglio di fondi internazionali, non
sono mai state suffragate da prove credibili. Ma il documento accetta
acriticamente ogni “documento sequestrato” israeliano come vangelo. Decine di
“documenti interni di Hamas” vengono citati come prove, senza mai porsi la
domanda: come possiamo verificare che siano autentici? Chi garantisce che non
siano stati alterati o fabbricati?
E anche se fossero autentici, il fatto che Hamas consideri un’organizzazione
come alleata non significa che quell’organizzazione sia Hamas. Durante la Guerra
Fredda, il KGB aveva documenti che elencavano giornalisti occidentali come
“nostri contatti” – questo non li rendeva spie sovietiche.
Interpal: quando i tribunali dicono il contrario Il caso di Interpal è
emblematico di come il documento manipoli la realtà giudiziaria. Il testo cita
Interpal – un’organizzazione benefica britannica – come parte della “rete
terroristica di Hamas”, basandosi su designazione USA/Israele. Ma omette
completamente che questa designazione è stata ripetutamente smentita da
tribunali e autorità indipendenti.
La UK Charity Commission – l’organo britannico che vigila sulle organizzazioni
caritative – condusse tre investigazioni approfondite su Interpal (2003, 2009,
2012). Tutte e tre conclusero: “nessuna prova” di finanziamento al terrorismo.
La Charity Commission dichiarò esplicitamente: “Le autorità USA non sono state
in grado di fornire prove a supporto delle loro accuse”. Nel 2010, l’High
Court di Londra sentenziò che è diffamatorio affermare che Interpal supporta
Hamas. Questa non è un’opinione: è una sentenza di un tribunale che ha esaminato
le prove. Nei quindici anni successivi, ogni grande media britannico che accusò
Interpal di terrorismo fu costretto a ritrattare e pagare danni: Jerusalem Post
(2006), Daily Express (2010, £60.000), Daily Mail (2018, £120.000), Jewish
Chronicle (2019, £50.000). Oltre £200.000 di danni pagati per diffamazione.
Nel 2004, quando Israele chiese al governo britannico di Tony Blair di bannare
Interpal, la risposta fu: “Mancano le evidenze e le basi legali”. Documenti
governativi declassificati nel 2025 rivelano che funzionari britannici dissero
agli israeliani: qualsiasi azione richiederebbe “prove adeguate che invia fondi
a Hamas dopo che è stata messa al bando” – prove mai fornite. Il documento
italiano non menziona nulla di tutto questo. Cita solo le liste USA/Israele,
ignorando tre assoluzioni, una sentenza dell’High Court, £200.000 di danni per
diffamazione vinti, e il rifiuto del governo britannico di procedere per
mancanza di prove. Questa è falsificazione per omissione sistematica: si
presenta la versione di una parte (USA/Israele) come “fatto”, si omette che
tribunali indipendenti l’hanno ripetutamente smentita.
I doppi standard come sistema
Il documento è percorso da doppi standard così evidenti che sarebbe grottesco se
non fosse tragico.
* Sulle uccisioni di civili: Hamas uccide civili = terrorismo puro. Israele
uccide 10 volte più civili (44,000+ palestinesi, 15,000+ bambini a Gaza
dall’ottobre 2023) = mai menzionato. Nemmeno una riga in 300 pagine sul
bilancio palestinese.
* Sulla resistenza armata: Il documento riconosce en passant (pagine 34-35) che
l’occupazione israeliana è “chiara violazione del diritto internazionale”. Ma
poi afferma che qualsiasi resistenza a quell’occupazione illegale è uguale al
terrorismo. Questo invalida il diritto internazionale che riconosce
esplicitamente il diritto di resistenza a occupazione.
* Sulle dichiarazioini estremiste : Ogni dichiarazione estremista di qualsiasi
esponente Hamas viene meticolosamente documentata e citata come prova. Le
dichiarazioni israeliane – Netanyahu che cita Amalek, Smotrich che nega
l’esistenza del popolo palestinese, Ben-Gvir che afferma “la mia destra è più
importante dei diritti degli arabi”, la ministra Shaked che nel 2014 disse
che “le madri palestinesi dovrebbero essere uccise” – non vengono mai
menzionate.
* Sulle esecuzioni di collaboratori: Il documento criminalizza Hamas per aver
giustiziato collaboratori israeliani a Gaza. Ma omette che Israele ha ucciso
centinaia di presunti “collaboratori” palestinesi nel corso dei decenni, che
lo Shin Bet usa “targeted killings” contro informatori, che questa è pratica
comune in ogni conflitto (la Francia post-WWII giustiziò circa 10,000
collaboratori nazisti).
* Sui servizi sociali: Hamas fornisce scuole, ospedali, assistenza =
“proselitismo strumentale” criminale. Chiesa cattolica globalmente, ONG
occidentali usano identico modello = legittimo. La differenza? Hamas è
musulmano e palestinese.
* Sulla violenza sessuale: Il documento presenta come certezza assoluta
violenze sessuali di massa il 7 ottobre, citando Amnesty. Ma omette che lo
stesso rapporto Amnesty non parla di certezza assoluta, che Human Rights
Watch non è riuscita a raccogliere “informazioni verificabili attraverso
interviste con sopravvissute/testimoni di stupro” (e non c’è riuscita neanche
Amnesty), che molte testimonianze iniziali furono smentite, che la
Commissione ONU non riuscì a verificare indipendentemente. Nel frattempo, le
violenze sessuali sistematiche documentate da B’Tselem e altre ONG contro
donne palestinesi detenute da Israele non vengono mai menzionate.
*
Le conferenze che diventano complotti terroristici
Un pattern ricorrente è la criminalizzazione di attività completamente legittime
in una democrazia.
Partecipare a conferenze della diaspora palestinese – come la Palestinian
Conference in Europe a Malmö nel 2023 o le riunioni della Popular Conference of
Palestinians Abroad – viene presentato come prova di appartenenza a rete
terroristica. Ma queste sono conferenze pubbliche. Se fossero riunioni di
terroristi, la polizia svedese sarebbe intervenuta. Invece furono eventi aperti,
con centinaia di partecipanti, copertura mediatica.
I curdi hanno simili conferenze, con legami documentati al PKK (designato
terrorista da UE e Turchia). I tibetani si riuniscono regolarmente con legami al
governo in esilio e al Dalai Lama. Nessuno viene arrestato per parteciparvi
perché è diritto delle diaspore organizzarsi politicamente. Ma quando
palestinesi si riuniscono per discutere di diritto al ritorno, solidarietà,
resistenza all’occupazione – attività politica legittima anche se controversa –
il documento lo presenta come “prova” di cospirazione terroristica.
Allo stesso modo, il fatto che Infopal (sito di informazione definito dal
documento “organo dell’ABSPP”) pubblichi interviste a leader di Hamas viene
criminalizzato. Ma BBC, Al Jazeera, CNN, New York Times intervistano
regolarmente leader di Hamas. Pubblicare un’intervista non è endorsement: è
giornalismo. Esprimere l’opinione che “Hamas non dovrebbe disarmarsi senza
accordo politico” viene presentato come prova di terrorismo. Ma è un’opinione
politica legittima, condivisa da molti analisti anche occidentali che ritengono
che disarmare unilateralmente Hamas creerebbe instabilità e vuoto di potere.
Alessandro Orsini, professore universitario citato nel documento, disse: “Il
problema non è il disarmo di Hamas ma il disarmo di Israele”. È un’opinione
discutibile, provocatoria, ma è un’opinione – non un reato.
La Holy Land Foundation: l’omissione del dissenso
Il documento cita la condanna della Holy Land Foundation negli Stati Uniti
(2008) come “conferma” che il modello “charity pro-Palestina = fronte
terroristico” è valido. Ma omette fatti cruciali. Il primo processo (2007) finì
con una giuria incapace di raggiungere un verdetto. Questo è estremamente
significativo: nemmeno con gli standard probatori USA (più bassi che in Europa),
le prove convinsero tutti i giurati.
Il secondo processo portò a condanne, ma fu altamente controverso. ACLU denunciò
l’uso di “testimoni anonimi” e “prove segrete” israeliane. Esperti di diritti
civili criticarono il processo come politicizzato, parte della retorica post-11
settembre che equiparava aiuto umanitario a terrorismo. Le condanne si basarono
sulla legge del “supporto materiale al terrorismo” – così ampia che criminalizza
qualsiasi supporto (incluso aiuto umanitario legittimo) a organizzazioni
designate. Fornire coperte a rifugiati in un campo gestito da entità designata
può essere “supporto materiale”. L’ONU e organizzazioni per diritti umani
hanno criticato questa legge perché criminalizza gli aiuti umanitari. Ma il
documento la cita come se fosse prova universale che charities pro-Palestina =
terrorismo, ignorando che sentenze USA non sono precedenti vincolanti per
l’Italia e che il contesto giuridico è completamente diverso.
La logica dell’infalsificabilità Uno dei vizi più profondi del documento è la
costruzione di una logica infalsificabile.
Quando Hamas fa dichiarazioni estreme = prova di terrorismo. Quando Hamas fa
dichiarazioni moderate = tattica ingannevole, quindi prova di terrorismo. Quando
Hamas partecipa alla politica = per infiltrare e sovvertire, quindi terrorismo.
Quando Hamas fornisce servizi sociali = per proselitismo e reclutamento, quindi
terrorismo. Quando Hamas vince elezioni democratiche = per legittimare
terrorismo, quindi terrorismo. Non c’è nulla che Hamas possa fare o dire che
non venga interpretato come conferma della tesi. Ogni azione conferma, nessuna
può smentire. Questo è il contrario del metodo scientifico e giuridico: una tesi
infalsificabile non è una tesi dimostrata, è un dogma.
La stessa logica viene applicata a chiunque supporti la causa palestinese. Se
doni soldi per ospedali = finanzi terrorismo. Se partecipi a conferenze =
complotti terroristici. Se pubblichi interviste = propaganda terroristica. Se
esprimi opinioni critiche verso Israele = sostegno a terrorismo. Questa logica
trasforma milioni di persone – che supportano i diritti palestinesi, criticano
l’occupazione, donano a charities, partecipano a manifestazioni – in potenziali
terroristi. Non è giustizia: è criminalizzazione del dissenso.
Orientalismo giudiziario
Pervade l’intero documento un orientalismo che non è sottotesto ma metodo
esplicito. La terminologia islamica viene presentata come intrinsecamente
sinistra: “Shura” (consultazione) = prova di fondamentalismo, anche se è
semplicemente la parola araba per “consiglio consultivo”. Democrazie occidentali
usano termini religiosi ovunque (Senato = consiglio anziani, Parlamento =
parlare, etimologie cristiane abbondano) ma nessuno le considera teocrazie.
“Zakat” (elemosina islamica) e “Hafiz” (memorizzatore del Corano) vengono citati
come se fossero attività sovversive, quando sono pratiche religiose normali
quanto un prete che chiede offerte o un rabbino che insegna Torah.
L’equazione studente musulmano = talebano, Hamas = ISIS = Al-Qaeda = Fratelli
Musulmani = qualsiasi movimento islamico rivela la logica: per il documento,
tutte le distinzioni interne all’Islam politico sono irrilevanti. Sono tutti
intercambiabili, tutti jihadisti, tutti terroristi.
Questo orientalismo non è un errore culturale: è funzionale all’obiettivo di
criminalizzare qualsiasi forma di attivismo musulmano pro-Palestina. Se ogni
musulmano che si organizza politicamente è potenzialmente un terrorista, allora
la sorveglianza totale è giustificata, la criminalizzazione preventiva è
necessaria, i diritti possono essere sospesi.
Conclusione: Oltre le 300 pagine Abbiamo analizzato solo le prime sessanta
pagine di un documento di oltre 300. In queste prime sessanta pagine abbiamo
documentato:
* Una falsificazione storica clamorosa (Bangladesh)
* Un’omissione gravissima che cambia l’intera narrativa del 7 ottobre (Hannibal
Directive)
* Un’attribuzione falsa di un attacco ISIS a Hamas (Sydney)
* Una riscrittura completa delle elezioni 2006
* L’omissione delle origini sioniste di uno slogan presentato come genocidario
palestinese
* L’accettazione acritica di “prove” fornite dalla parte in causa (Israele)
* L’omissione sistematica di assoluzioni giudiziarie (Interpal)
* L’omissione di controversie processuali (Holy Land Foundation)
* Doppi standard applicati a ogni singola questione
* Criminalizzazione di attività politiche legittime
* Costruzione di logica infalsificabile
* Orientalismo come metodo
Se questa è la qualità delle prime sessanta pagine, cosa possiamo aspettarci
dalle altre 240? Ma il problema va oltre questo specifico documento. Questo non
è un caso isolato di cattiva giustizia: è parte di un pattern europeo di
criminalizzazione della solidarietà palestinese sotto il pretesto della lotta al
terrorismo. Quando la Francia arresta attivisti per “apologia del terrorismo”
perché hanno manifestato per Gaza. Quando la Germania vieta conferenze
palestinesi. Quando il Regno Unito banna Hamas nella sua interezza (2021) sotto
pressione politica. Quando l’Italia arresta Hannoun o prova a espellere Mohamed
Shahin.
Questo documento non è solo un’ordinanza giudiziaria difettosa. È un sintomo di
come la “guerra al terrorismo” si sia trasformata in guerra alla solidarietà, di
come l’antiterrorismo sia diventato strumento per silenziare il dissenso, di
come la giustizia possa essere piegata a servire agende politiche. Quando
studenti bengalesi che rovesciano dittature diventano talebani, quando vittime
di fuoco amico scompaiono dai documenti, quando attacchi ISIS vengono attribuiti
a Hamas, quando partecipare a conferenze diventa cospirazione terroristica,
quando aiutare rifugiati diventa crimine, non siamo più nell’ambito della
giustizia.
Siamo nell’ambito della propaganda vestita da diritto, del potere che si
maschera da verità, della repressione che si spaccia per protezione.E questo
dovrebbe preoccupare non solo chi ha a cuore la causa palestinese, ma chiunque
abbia a cuore la democrazia, lo stato di diritto, e il diritto a dissentire
senza finire in carcere.
*Tahar Lamri (Algeri, 1958) è uno scrittore algerino. Con la specializzazione in
Rapporti internazionali ha lavorato come traduttore presso il consolato di
Francia a Bengasi, si è poi spostato in Francia ed è in Italia dal 1986.
Naturalizzato italiano, vive a Ravenna.