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Mosca risponde all’attacco al dormitorio di Starobelsk: pioggia di droni e missili sull’Ucraina
La notte del 2 giugno ha visto un massiccio attacco russo a diversi obiettivi in Ucraina, a Kharkiv, Dnipro, Zaporizhzhia e soprattutto Kiev. Secondo le autorità ucraine, Mosca ha lanciato 656 droni e 73 missili di vario tipo, inclusi vettori balistici, da crociera e ipersonici. Solo 33 missili e 33 […] L'articolo Mosca risponde all’attacco al dormitorio di Starobelsk: pioggia di droni e missili sull’Ucraina su Contropiano.
June 2, 2026
Contropiano
Chi lotta per la libertà, lotta per la Palestina: decostruire il paradigma vittima/terrorista – parte2@0
La quinta di una serie puntate di Harraga, in cui proviamo a tracciare un fil rouge, che dalla Palestina riporti alle logiche e alle dinamiche coloniali occidentali nei nostri contesti, che sfruttano e opprimono, tanto in Palestina quanto in Italia, le persone razzializzate. Dopo aver approfondito il concetto di “vittima” costruito attorno alla figura del palestinese — e come questa narrazione sia stata funzionale tanto alla repressione quanto al controllo del popolo palestinese, con risonanze anche nei nostri contesti — nella seconda puntata spostiamo lo sguardo sull’altra faccia della medaglia: il palestinese come “nemico interno” e come “terrorista”. Insieme a Mjriam Abu Samra, ricercatrice presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, cofondatrice del Palestine Youth Movement e compagna impegnata da anni nella lotta per la liberazione del suo popolo, abbiamo provato a ripercorrere le tappe storiche e politiche che hanno contribuito alla costruzione del paradigma del “terrorista” applicato alla figura del palestinese. Un paradigma che tende a sovrapporsi a chiunque scelga di resistere e lottare, riappropriandosi l’uso della violenza in un contesto di oppressione e occupazione coloniale. Già nel passaggio tra la prima e la seconda intifada, nella percezione occidentale la rappresentazione del combattente palestinese cambia profondamente. Dalle figure celebrate, e talvolta anche romanticizzate, dei Fedayin, come Leila Khaled, Khalida Jarrar o Georges Abdallah, si passa a una narrazione radicalmente trasformata. Con la seconda intifada e, soprattutto, nel clima globale successivo al 2001, la figura del combattente viene progressivamente assimilata a quella del “terrorista” e del “nemico interno”.
Chi lotta per la libertà, lotta per la Palestina: decostruire il paradigma vittima/terrorista – parte2@1
La quinta di una serie puntate di Harraga, in cui proviamo a tracciare un fil rouge, che dalla Palestina riporti alle logiche e alle dinamiche coloniali occidentali nei nostri contesti, che sfruttano e opprimono, tanto in Palestina quanto in Italia, le persone razzializzate. Dopo aver approfondito il concetto di “vittima” costruito attorno alla figura del palestinese — e come questa narrazione sia stata funzionale tanto alla repressione quanto al controllo del popolo palestinese, con risonanze anche nei nostri contesti — nella seconda puntata spostiamo lo sguardo sull’altra faccia della medaglia: il palestinese come “nemico interno” e come “terrorista”. Insieme a Mjriam Abu Samra, ricercatrice presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, cofondatrice del Palestine Youth Movement e compagna impegnata da anni nella lotta per la liberazione del suo popolo, abbiamo provato a ripercorrere le tappe storiche e politiche che hanno contribuito alla costruzione del paradigma del “terrorista” applicato alla figura del palestinese. Un paradigma che tende a sovrapporsi a chiunque scelga di resistere e lottare, riappropriandosi l’uso della violenza in un contesto di oppressione e occupazione coloniale. Già nel passaggio tra la prima e la seconda intifada, nella percezione occidentale la rappresentazione del combattente palestinese cambia profondamente. Dalle figure celebrate, e talvolta anche romanticizzate, dei Fedayin, come Leila Khaled, Khalida Jarrar o Georges Abdallah, si passa a una narrazione radicalmente trasformata. Con la seconda intifada e, soprattutto, nel clima globale successivo al 2001, la figura del combattente viene progressivamente assimilata a quella del “terrorista” e del “nemico interno”.
Parte2: decostruire il paradigma vittima/terrorista
La quinta di una serie puntate di Harraga, in cui proviamo a tracciare un fil rouge, che dalla Palestina riporti alle logiche e alle dinamiche coloniali occidentali nei nostri contesti, che sfruttano e opprimono, tanto in Palestina quanto in Italia, le persone razzializzate. Dopo aver approfondito il concetto di “vittima” costruito attorno alla figura del palestinese — e come questa narrazione sia stata funzionale tanto alla repressione quanto al controllo del popolo palestinese, con risonanze anche nei nostri contesti — nella seconda puntata spostiamo lo sguardo sull’altra faccia della medaglia: il palestinese come “nemico interno” e come “terrorista”. Insieme a Mjriam Abu Samra, ricercatrice presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, cofondatrice del Palestine Youth Movement e compagna impegnata da anni nella lotta per la liberazione del suo popolo, abbiamo provato a ripercorrere le tappe storiche e politiche che hanno contribuito alla costruzione del paradigma del “terrorista” applicato alla figura del palestinese. Un paradigma che tende a sovrapporsi a chiunque scelga di resistere e lottare, riappropriandosi l’uso della violenza in un contesto di oppressione e occupazione coloniale. Già nel passaggio tra la prima e la seconda intifada, nella percezione occidentale la rappresentazione del combattente palestinese cambia profondamente. Dalle figure celebrate, e talvolta anche romanticizzate, dei Fedayin, come Leila Khaled, Khalida Jarrar o Georges Abdallah, si passa a una narrazione radicalmente trasformata. Con la seconda intifada e, soprattutto, nel clima globale successivo al 2001, la figura del combattente viene progressivamente assimilata a quella del “terrorista” e del “nemico interno”.
April 24, 2026
Radio Blackout
PERQUISIZIONI CONTRO MILITANTI DEI CARC TRA NAPOLI E FIRENZE. IPOTESI DI REATO: TERRORISMO E APOLOGIA
Perquisizioni, all’alba di martedì 21 aprile 2026, nei confronti di sei compagni dei Carc, il Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo, tra Napoli e Firenze. Tra loro alcuni dirigenti, esponenti della direzione nazionale del partito. Le ipotesi di reato avanzate dalla Procura di Napoli sono la costituzione di un’organizzazione terroristica e l’apologia al terrorismo, in particolare alle Brigate Rosse e alle Nuove Brigate Rosse. La prima delle due ipotesi di reato messe nero su bianco dalla Procura di Napoli si riferisce all’articolo 270-bis del codice penale e accusa i compagni di “aver promosso, costituito, organizzato, diretto o finanziato – si legge sul mandato di perquisizione – un’assocazione che si propone di commettere atti di violenza con finalità di terrorismo e di eversione che si richiama all’operatività delle Brigate Rosse e delle Nuove Brigate rosse (con l’aggravante di aver indotto a commettere il crimine anche un minorenne)”. La seconda ipotesi di reato della Procura partenopea, che chiama in causa gli articoli 110 e 414, è di “aver fatto pubblicamente apologia dei delitti di terrorismo con richiami espliciti all’operatività delle Brigate Rosse e delle Nuove Brigate Rosse”. “Quest’operazione va inquadrata nel contesto di repressione dilagante promossa in particolare dal governo Meloni, che si trova ad affrontare una situazione nella quale il movimento popolare si sta estendendo e rafforzando”, commenta Silvia Fruzzetti, compagna del Partito dei Carc, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Il governo – aggiunge Fruzzetti – ha paura della mobilitazione popolare e di chi può guadagnare autorevolezza e organizzare la lotta”. “La risposta, quindi, è quella di provare a reprimere e isolare chiunque possa mettersi alla testa della mobilitazione”, conclude la compagna nell’intervista rilasciata alla nostra emittente. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Silvia Fruzzetti, compagna del Partito dei Carc in collegamento da Firenze. Ascolta o scarica.
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto