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Zelenskij minaccia di far ammazzare Orbán
Diciamola per come è. L’Ucraina al momento eccelle in una sola specialità: il terrorismo di Stato. Lo sanno tutti, soprattutto a Bruxelles. Ma finora questa “virtù” si è espressa contro generali e politici russi, contro navi civili di Mosca, e quindi “era cosa buona”. Persino la distruzione del gasdotto Nord […] L'articolo Zelenskij minaccia di far ammazzare Orbán su Contropiano.
March 7, 2026
Contropiano
Stato e terrore
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Bernardo Lorena Ponte su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Che cos’è un stato che, ignorando ogni forma di diritto, assassina metodicamente oppure rapisce i capi degli stati che dichiara a suo arbitrio nemici? Eppure è questo che avviene con l’approvazione o il silenzio imbarazzato dei paesi europei. Ciò significa che noi viviamo nel tempo nel quale lo stato ha gettato le sue maschere giuridiche e agisce ormai secondo la sua vera natura, che è in ultima analisi il terrore. È probabile, tuttavia, che questa situazione estrema sia letteralmente tale, che, cioè, la deposizione delle maschere coincida con quella fine della forma stato, senza la quale una nuova politica non sarà possibile. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Lo Stato è una forma di organizzazione brutale, razzista e disumana -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Stato e terrore proviene da Comune-info.
March 2, 2026
Comune-info
Terrorismo anticubano protetto e guerra economica permanente
Il tentativo di infiltrazione armata sventato a Villa Clara non è un episodio isolato. È terrorismo anticubano. E questo terrorismo, da oltre sessant’anni, trova protezione politica, copertura mediatica e tolleranza operativa negli Stati Uniti e negli Stati a essi allineati. Un gruppo armato parte dalla Florida con esplosivi e fucili d’assalto per colpire un Paese sovrano. Questo fatto, da solo, interroga la responsabilità dello Stato dal cui territorio tali azioni vengono pianificate, finanziate o lasciate operare. Il diritto internazionale non è un’opinione: impone agli Stati l’obbligo di impedire che il proprio territorio sia utilizzato per atti ostili contro altri Paesi. Se ciò non avviene, non siamo davanti a “dissidenza”. Siamo davanti a terrorismo tollerato. A questa violenza armata si affianca la guerra economica: il bloqueo, inasprito durante l’amministrazione Trump e mai realmente smantellato, che mira a strangolare l’economia cubana per provocare collasso sociale e resa politica. È una strategia dichiarata di soffocamento: colpire il pane, l’energia, i medicinali per piegare una scelta sovrana. Questo non è sostegno ai diritti umani. È coercizione economica contro un popolo che ha scelto il proprio cammino. Chi tace di fronte al terrorismo anticubano e giustifica le sanzioni extraterritoriali si rende complice di un ordine internazionale fondato sulla legge del più forte. Cuba Mambí – Gruppo d’Azione Internazionalista afferma con chiarezza: difendere Cuba significa difendere il principio universale di autodeterminazione dei popoli. Se si accetta che contro Cuba tutto sia lecito, allora nessuna sovranità nel mondo è garantita. La dignità non si negozia. La sovranità non si commissaria. L’autodeterminazione non si assedia. Cuba Mambí – Gruppo d’Azione Internazionalista Redazione Italia
February 26, 2026
Pressenza
Kosovo. UCK sotto accusa per crimini di guerra
Per quasi tre anni, all’Aja, si è celebrato un processo che costringe l’Occidente a guardarsi allo specchio. Sul banco degli imputati non un ‘rassicurante’ oscuro signore della guerra africano o islamico, ma Hashim Thaçi, ex presidente del Kosovo, e tre ex vertici dell’Uck, “l’Esercito di liberazione del Kosovo”. Gli stessi […] L'articolo Kosovo. UCK sotto accusa per crimini di guerra su Contropiano.
February 23, 2026
Contropiano
Francia. Uno squadrista fascista muore “in azione” e diventa “vittima”
È deceduto sabato, a Lione, il militante di estrema destra Quentin Deranque. Sui media principali è stato subito lanciato l’allarme per lo “squadrismo di sinistra”: Deranque sarebbe stato ucciso in un pestaggio organizzato da militanti antifascisti, a margine di un evento con Rima Hassan, europarlamentare de La France Insoumise, presso […] L'articolo Francia. Uno squadrista fascista muore “in azione” e diventa “vittima” su Contropiano.
February 18, 2026
Contropiano
L’Alta Corte del Regno Unito dichiara illegale il divieto verso Palestine Action
Dopo mesi di repressione e migliaia di arresti, la giustizia britannica dichiara illegale la messa al bando del gruppo: il governo ha usato le leggi antiterrorismo per colpire la solidarietà con la Palestina. Nel Regno Unito si apre una crepa nel muro della repressione: l’Alta Corte ha dichiarato illegale il divieto imposto dal governo britannico a Palestine Action, annullando la classificazione del gruppo come organizzazione terroristica. È una sentenza che pesa, perché non riguarda solo un’organizzazione specifica, ma la deriva securitaria che ha provato a trasformare la protesta politica in “minaccia alla sicurezza nazionale”. La messa al bando era stata decisa nel giugno 2025 dalla Ministra dell’Interno Yvette Cooper, che aveva inserito Palestine Action nel perimetro delle leggi antiterrorismo, accusando il gruppo di “danni criminali su larga scala” e di rappresentare una minaccia per la sicurezza. La giustificazione politica e mediatica era arrivata dopo l’azione contro la base militare RAF Brize Norton, nel sud dell’Inghilterra: un’incursione dimostrativa, legata alle proteste contro il genocidio in corso a Gaza, che secondo l’accusa avrebbe provocato danni per circa 9,3 milioni di dollari a due aerei della base. Ma ciò che il governo ha tentato di far passare come “terrorismo” era, nella sostanza, un’operazione di criminalizzazione dell’attivismo: un salto di categoria che non nasceva da una reale esigenza di sicurezza, bensì dalla volontà politica di spezzare un movimento che colpiva direttamente i gangli materiali della complicità britannica con Israele. La battaglia legale è stata guidata dalla cofondatrice Huda Ammori, che ha impugnato il provvedimento definendolo “uno degli attacchi più estremi alle libertà civili nella storia recente del Regno Unito”. Una definizione tutt’altro che retorica: con il bando, infatti, chiunque fosse stato ritenuto membro o sostenitore del gruppo avrebbe potuto rischiare fino a 14 anni di carcere. Non per violenza contro persone, non per attentati, ma per appartenenza politica e partecipazione a un’organizzazione di protesta. Già nell’agosto 2025 un giudice dell’Alta Corte aveva riconosciuto la gravità della questione, concedendo a Palestine Action il permesso di appellarsi: secondo la corte, la messa al bando costituiva un’interferenza potenzialmente sproporzionata con gli articoli 10 e 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutelano rispettivamente libertà di espressione e libertà di riunione pacifica. Il nodo era chiarissimo: un governo può usare la cornice del terrorismo per colpire la protesta politica? Può annullare il diritto di organizzarsi e manifestare semplicemente ridefinendo come “terrorismo” ciò che è dissenso? La sentenza che annulla il bando risponde: no. E lo fa in modo netto. L’Alta Corte ha stabilito che la decisione era sproporzionata e che il Ministro dell’Interno aveva persino violato la propria politica interna. Tradotto: il governo ha forzato la mano, ha abusato dello strumento più pesante disponibile — la legislazione antiterrorismo — per ottenere un risultato politico: mettere a tacere un movimento. Il dato più inquietante è che, nel frattempo, la repressione è andata avanti come se il bando fosse un fatto naturale. Dopo la messa al bando, sono state arrestate più di 2.300 persone. Un numero enorme, che racconta una strategia precisa: non punire singoli episodi, ma intimidire un’intera area sociale e politica, rendendo la solidarietà con la Palestina un rischio penale. Non è un dettaglio marginale. È il cuore della questione: il governo britannico non stava cercando di “fermare il crimine”, ma di costruire un precedente, stabilire che in nome della sicurezza lo Stato può schiacciare movimenti politici scomodi, ridefinendoli come terroristi. È la stessa logica che, in altri contesti, ha colpito movimenti ecologisti radicali, sindacati combattivi, gruppi antirazzisti, ma qui l’obiettivo era ancora più specifico: spezzare una campagna che denunciava e sabotava la complicità occidentale con il genocidio di Gaza. Nel frattempo, la repressione giudiziaria ha assunto tratti sempre più pesanti: detenzione preventiva prolungata, regime da terrorismo, isolamento, silenzio istituzionale. Una condizione che ha spinto prigionieri legati al caso Palestine Action a ricorrere perfino allo sciopero della fame, gesto estremo che mostra quanto la macchina repressiva fosse stata portata fuori scala. E qualcosa, lentamente, ha iniziato a incrinarsi anche nei tribunali: all’inizio di febbraio, il tribunale di Woolwich ha scagionato sei imputati dalle accuse più gravi. Segnali che, messi insieme alla decisione dell’Alta Corte, delineano una realtà scomoda per il governo: la narrazione “antiterrorismo” sta cedendo. La questione, però, non finisce con una sentenza. Resta aperto il problema politico: cosa succede ora a chi è stato arrestato? Quale risarcimento, quale riparazione, quale responsabilità istituzionale verrà riconosciuta per un’operazione repressiva che ha colpito migliaia di persone? E soprattutto: quanti altri movimenti rischiano, domani, lo stesso trattamento? Perché questo è il punto più grande, e più grave. Palestine Action non è stata solo attaccata per ciò che ha fatto, ma per ciò che rappresenta: un attivismo che non si limita a “sensibilizzare”, ma che mira a interrompere concretamente i meccanismi materiali della guerra e dell’occupazione. È esattamente questo che ha fatto paura. L’Alta Corte, con questa decisione, ha fatto qualcosa che in questi anni accade sempre più raramente: ha imposto un limite all’arbitrio securitario. Ha ricordato che la libertà di parola e di riunione non sono concessioni revocabili quando diventano scomode e ha smascherato il tentativo, profondamente politico, di usare il terrorismo come etichetta universale per colpire la solidarietà con la Palestina. La repressione, però, non si cancella con una firma. Resta nelle vite di chi è stato arrestato, nelle carriere spezzate, nelle settimane in carcere, nelle famiglie sotto pressione. Resta nella paura che lo Stato ha provato a inoculare: l’idea che schierarsi con la Palestina significhi esporsi alla macchina penale. Per questo la sentenza non è un punto d’arrivo, è un terreno di lotta e soprattutto è un messaggio chiaro: la solidarietà non è terrorismo. E chi prova a trasformarla in reato, oggi, lo fa per proteggere l’impunità di un genocidio.   Osservatorio Repressione
February 13, 2026
Pressenza
Vincenzo, rivoluzionario gentile – di Rosella Simone
Il 13 di gennaio 2026 è morto Vincenzo Guagliardo, era un amico e mi manca. Mi manca il piacere del confronto, del parlare di tutto perché tutto è importante, mi manca la sua appassionata ricerca di autenticità. Mi manca un bicchiere di vino buono gustato assieme, e la certezza che, nel bisogno, ci saresti [...]
February 6, 2026
Effimera
GENOVA: SCARCERATI TRE CITTADINI PALESTINESI, IN ATTESA DELLE MOTIVAZIONI MOHAMMED HANNOUN RESTA IN CARCERE
Si incrina il castello accusatorio che a fine dicembre ha portato in carcere nove cittadini palestinesi, accusati di finanziare Hamas, sulla base di “prove” fornite dai servizi segreti israeliani, raccolte durante il genocidio in corso a Gaza dall’ottobre 2023. Per gli avvocati “dal dispositivo emerge una chiara vittoria sul piano dei principi. Pare che il Tribunale abbia escluso l’utilizzabilità della cosiddetta ‘battlefield evidence’ israeliana. È un risultato importante: viene affermato che la giustizia non può essere usata come strumento di guerra. La lotta al terrorismo va combattuta con le regole, non con scorciatoie. Sul resto attendiamo le motivazioni, ricordando che vale per tutti la presunzione di innocenza”. La difesa continuerà “a vigilare con rigorosa attenzione critica su ogni tentativo di piegare il diritto a logiche militari, riservandosi ogni ulteriore valutazione dopo il deposito delle motivazioni”, tra 30 giorni: probabile che, poi, arrivi il ricorso anche in Cassazione. Al momento, comunque, 3 delle 7 misure carcerarie eseguite (altre due persone invece si trovano da tempo all’estero) sono state annullate. Resta invece in carcere – e in isolamento – Mohammad Hannoun, architetto di 64 anni – ben 42 dei quali trascorsi a Genova – fondatore e portavoce dell’Associazione Palestinesi d’Italia. Il commento di uno degli avvocati difensori, il penalista Nicola Canestrini. Ascolta o scarica Il commento del difensore di Mohammad Hannoun, l’avvocato Fabio Sommovigo. Ascolta o scarica
January 19, 2026
Radio Onda d`Urto
Il sogno del guerriero
ANVER È UN ADOLESCENTE INQUIETO, NATO IN BELGIO DA MADRE EBREA, CHE DA GIOVANISSIMO, SIAMO NEGLI ANNI QUARANTA, SI SPOSTA IN ISRAELE E SI FA TRAVOLGERE DALLA LOTTA ARMATA. RENATA PULEO, CHE SI OCCUPA DA MOLTO TEMPO DI QUESTIONI EDUCATIVE, IN QUESTA RECENSIONE DI MEMORIE DI UN TERRORISTA, LIBRO SCRITTO DA ANVER, RAGIONA SU COME QUEL TESTO OBBLIGA A CONSIDERARE L’ATTUALE CONTESTO STORICO E POLITICO, E SEGNALA ALTRI QUATTRO PREZIOSI LIBRI (DI AMOS OZ, ROSARIO BENTIVEGNA, ALESSANDRO PORTELLI, CARL SCHMITT) CHE SAREBBE IMPORTANTE OGGI LEGGERE E DISCUTERE CON STUDENTI E STUDENTESSE Un libro su cui riflettere in questi giorni di tempesta è Memorie di un terrorista, firmato con il solo nome, Avner. Pubblicato alla fine degli anni ’50 in inglese è stato tradotto in italiano da Mondadori nel 1960, se ne trovano varie edizioni nel mercato on line, segno di un successo piuttosto lungo, quanto insolito. Difficile è stabilire se si tratta di una testimonianza autentica, per quanto molto verosimile, così come rimane l’incertezza sull’identità dell’autore. Alcune notizie si possono ricavare, digitando il suo nome, dal sito ebraico dell’Organizzazione Lechi (lechi.org.il). La Lechi (Lohamei Herut Israel, Combattenti per la Libertà di Israele), si legge nella scarna introduzione al racconto, era una frazione del potente Irgun, gruppo nato nel 1936 per combattere sia contro l’occupazione inglese, sia contro gli arabi di Palestina. L’Irgun fu subito favorevole alla creazione dello Stato di Israele, nel 1948, e si integrò nelle forze militari israeliane. La Lechi, spostata a sinistra, visceralmente anti-inglese e antimperialista (si direbbe ancora esistente nella memoria collettiva), reclutò, secondo le fonti disponibili, Avner nel 1940, quando aveva 17 anni. Il sito citato fornisce anche alcune scarse note biografiche. Avner Grushow (cognome variamente trasposto dai caratteri ebraici), nome di battaglia Yoav, nasce in Belgio da madre ebrea, si sposta giovanissimo in Israele fuggendo dal collegio. Dopo una breve reclusione alla frontiera belga che aveva provato a superare senza documenti, riesce fortunosamente ad arrivare nella Palestina ancora occupata dagli Inglesi. Avner nasce 1923 come si ricava da un’altra fonte. Digitando il titolo del libro, appare sul sito la foto della sua lapide nel Cimitero di Montparnasse a Parigi, dove morì nel 2010 (it.findagrave.com). L’anno di nascita è compatibile con quanto narrato dall’autore. Provo a spiegare l’interesse che suscita questo libro per chi come me si occupa di questioni educative e pedagogiche. Un adolescente inquieto, in fuga da un sistema scolastico oppressivo, spesso vittima dei compagni, in cerca di un riscatto personale, si fa travolgere dal fascino della lotta armata, dai confusi echi provenienti dalla guerra civile spagnola. Non andrà in Spagna, ma sbarcherà in Palestina intorno al 1939. Entrato in un kibbutz, non riesce a condividerne l’utopia, si annoia, il lavoro è duro, la piccola comunità gli appare priva di fascino, conformista, pettegola, senza futuro. Una storia simile la racconta anche lo scrittore israeliano Amos Oz. L’iniziazione all’età adulta avviene abbracciando un fucile, credendo ciecamente nel diritto a conquistare uno spazio in cui realizzare i propri ideali di attaccamento alla terra dei Padri. Il sacrificio della vita, la morte eroica, l’azzardo della lotta avventurosa, durano fintanto che, in Oz, non si affina un ragionamento politico pragmatico: la spartizione del territorio fra due popoli, soluzione che non verrà mai presa sul serio dai vertici del potere israeliano. (Una storia di amore e di tenebra, 2015). Il pensiero corre ai nostri adolescenti, perfino ai bambini, oggi oggetto di simili fascinazioni, la Patria, la creazione del Nemico, la Difesa, indotte dalla pervasiva presenza dei militari di ogni arma nelle aule scolastiche. Addestramento alla disciplina, obbedienza, abitudine alla guerra, come documentato dall’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università. Le proposte pedagogico-didattiche centrate sul sapere militare, l’arte della guerra, vanno dal brivido del volo su un elicottero dell’esercito, al funzionamento di una mitraglietta, fino al ventilare la prospettiva di un lavoro sicuro, aggettivo ossimorico per un soldato, formato per dare e ricevere la morte. Questo libro ci obbliga a considerare l’attuale contesto storico e politico, in un momento di brutale lotta al terrorismo di Hamas a Gaza, da parte dell’esercito israeliano. Chi è il terrorista? La definizione che conosciamo è, nel libro di cui scrivo, soggetta a numerose accezioni: lotta di liberazione con qualsiasi mezzo, indifferenza nelle azioni dei commandos alla morte di civili, omicidio come dovere, “calcolo del sangue” come inevitabile variabile a cui ci si abitua, tanto che, confessa Avner, si finisce per diventarne dipendenti. Avner ci parla di subdole, quanto labili, alleanze fra arabi palestinesi e membri delle organizzazioni paramilitari, della diffidenza verso i sabra (i nati in Israele) da parte degli immigrati della Shoa, delle lotte intestine fra i vari gruppi armati. Qualche commentatore, in questi tragici giorni in cui si consuma il genocidio a Gaza, ha arrischiato un parallelismo fra azione terroristica e azione partigiana, con riferimento alla Resistenza Italiana. Commento improprio, visto che dal libro di Avner sembra che sparisca, man mano che le azioni continuano, fino al tentativo di minare la sede del Parlamento inglese, ogni scopo politico. Qualsiasi formazione partigiana in Italia portava con sé idealità e azione politica, insieme, come praxis. Ne scrive Rosario Bentivegna, organizzatore e protagonista dell’azione dei GAP (gruppi di azione patriottica) in Via Rasella, nel 1944 a Roma, contro una colonna tirolese arruolata nell’esercito nazista, attentato di cui assumerà sempre, anche nel giudizio postbellico, ogni responsabilità, nel tragico orgoglio di una scelta rivendicata come necessaria, etica, (con Cesare De Simone Operazione Via Rasella, 1996). Nel dialogo con l’ex camicia nera Mazzantini, condotto da Dino Messina, emerge la trama del percorso politico intrapreso da entrambi, ancora adolescenti (Rosario Bentivegna; Carlo Mazzantini C’eravamo tanto odiati, 1997). Una ricostruzione del carattere organizzativo e politico dei GAP, dell’attentato e della sproporzione della vendetta dei tedeschi, si deve a un libro sempre attuale di Alessandro Portelli (L’ordine è già stato eseguito, 2005). Un esempio emblematico della logica militare dell’occupante che, di nuovo, impone di guardare verso Israele: si scombinano le fasi di qualsiasi logica temporale fra attacco, risposta, responsabilità, e conseguente dramma dei civili coinvolti. Del partigiano, della vis spesso anarchica verso tutto ciò che è istituito e, nello stesso tempo, dell’utopia volta a fondare una libera comunità di uguali, ne scrisse Carl Schmitt, il pensatore che più ha analizzato il rapporto fra Stato, dittatura, rivolta (Teoria del partigiano, 2005). Un tema, che qui non posso approfondire data la sua complessità, è la questione dello Stato Sovrano, della sua nascita e della sua eventuale dissoluzione. La vocazione imperialista degli stati, la facilità con cui le regole della convivenza si mutano in anomia, e la democrazia diventa svuotata retorica, sono oggetto di riflessione, su queste pagine di Comune, sia da parte di Giorgio Agamben che di Rául Zibechi, analisi utili a inquadrare il problema delle istituzioni e della loro fragilità. Avner considera la fondazione di Israele, il cui mito fondativo riposa nei Libri Sacri (Eretz Yisrael, la Terra dei Padri), un vero tradimento, emblematico del rapporto fra soggetto libero e potere istituito. Della atipicità, allo stesso tempo esemplare dello Stato di Israele, scrive anche Donatella Di Cesare analizzando il tema della terra come patria elettiva, sognata nell’esilio, mentre è in atto la diaspora. (Israele Terra, ritorno, anarchia, 2014; Marrani. L’altro dell’altro, 2018). Che ogni Stato abbia relazione con i confini e con la guerra per segnarli, di come l’esercito sia uno dei primi istituti fondativi della città e, nello stesso tempo, paradigma del lavoro regolato al millimetro, diviso gerarchicamente, è fatto storicamente acclarato. (Lewis Mumford La città nella storia, 1998). Ma di questo delicatissimo rapporto fra soggetto politico e istituzione non si parla a scuola. È un sapere interdetto, semmai spalmato nella rete come educazione civica, fatto di contenuti volgari, convenzionali, per menti che, per esser obbedienti, devono essere povere. Sempre più numerosi sono i corsi su generici diritti del cittadino impartiti da poliziotti, mentre gli insegnanti stanno fuori dalle aule, così come la partecipazione degli alunni alle performanti esibizioni nei poligoni militari. Tornando al nostro autore, Avner scrive come, nel 1948, Israele diventa per lui l’emblema di una dolorosa sconfitta, è una realtà a cui non si conforma e, come altri compagni della Lechi, abbandona la lotta. Annota enigmaticamente: Non che si dovesse proseguire la lotta sovversiva all’interno dello stato […] ma quando, in nome di una morale eretta a vocazione divina, si sono commessi delitti assolti in anticipo, e senza alcun vantaggio personale, ciò implica l’appartenenza a un sacerdozio. Non si può rinnegarlo (pp 129/130). Elat, città appena fondata all’estremo confine del Neghev, sul Mar Rosso, fronteggiata sullo stretto di Tiran dal porto giordano di Aqaba e dalla costa egiziana, sarà la meta di un nuovo esilio. La seconda parte del libro racconta il ritmo quasi estatico di una vita da pescatore, cercatore di conchiglie e pietre preziose, esistenza disincantata, senza futuro. E seguiranno altri luoghi in cui consumare la propria amarezza. Concludendo, un romanzo di formazione da leggere con gli studenti, così come i libri citati. I saperi sono ancora custoditi nelle pagine di carta, non sono solo informazione liquida, algoritmica. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il sogno del guerriero proviene da Comune-info.
January 11, 2026
Comune-info