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Il Venezuela ci riguarda
La rivoluzione bolivariana continua a suscitare pareri molto diversi, anche a sinistra. In questo nuovo dossier articoli e opinioni, assai differenti tra loro, di Raúl Zibechi, Giorgio Trucchi, Luciana Castellina, redazione Kulturjam, Stefano Feltri, Lucia Capuzzi, redazione L’AntiDiplomatico, Lorenzo Poli e Geraldina Colotti. In coda i link ai nostri dossier precedenti. America Latina: un continente esposto e sulla difensiva di
Movimenti di massa: dove stiamo sbagliando?
di Gianni Gatti (*) La rana mentre bolle non canta più Come ci raccontiamo la storia, il focus del momento politico e se le parole sono importanti meglio condividerle senza pretesa di rivelazione eucaristica, ma disponendoci con rispetto a un confronto politico URGENTE. Seguo molti blog (anche io ne faccio uno : parolelibere23@gmail.com e sono in diverse reti nazionali su temi
Vi racconto il Venezuela che resiste
Giorgio Monestarolo a colloquio con Geraldina Colotti. Il Venezuela di Rodriguez risponde con la diplomazia e la politica alla violenza dell’Impero. Lottando per la liberazione di Maduro e Cilia Flores. Geraldina Colotti, giornalista, saggista, direttrice dell’edizione italiana de «Le monde diplomatique», è a Caracas dove segue da vicino la situazione venutasi a creare in seguito all’attacco USA tra il 2
L’aggressione militare al Venezuela mostra la debolezza, non la forza degli Stati Uniti
In un discorso particolarmente lucido, l’economista statunitense Richard Wolff sostiene che quanto appena accaduto non rappresenta l’inizio di una nuova era di dominio statunitense nel continente, ma piuttosto il suo certificato di morte. Quando un impero ricorre all’invasione diretta contro un Paese che non lo minaccia militarmente, quando cattura i presidenti di nazioni sovrane come fossero criminali comuni e viola i principi fondamentali del diritto internazionale senza nemmeno preoccuparsi di costruire una giustificazione credibile, quell’impero sta confessando di aver esaurito tutti i propri strumenti civilizzati di controllo. Trump non ha attaccato il Venezuela partendo da una posizione di forza: ha invaso per paura. La violenza diretta emerge quando i meccanismi più sottili del controllo hanno fallito. Quando un impero domina davvero, non ha bisogno di invadere: negozia. Quando un impero controlla realmente, non cattura i presidenti: li compra. Negli ultimi due decenni gli Stati Uniti hanno perso sistematicamente influenza nella regione. Il Brasile si è avvicinato alla Cina, l’Argentina ha diversificato le proprie alleanze, il Messico ha iniziato a muoversi con maggiore autonomia, la Colombia ha cominciato a mettere in discussione la subordinazione automatica. Cile, Perù ed Ecuador hanno iniziato a esplorare alternative al dominio statunitense. Il Venezuela è diventato il simbolo più chiaro di questa trasformazione. All’aggressione degli Stati Uniti la risposta immediata è stata straordinaria: il Brasile ha attivato consultazioni di emergenza con la Cina; la Colombia ha sospeso la cooperazione antidroga con Washington; l’Argentina ha avviato colloqui per aderire ai BRICS nel 2026. Anche la reazione internazionale è rivelatrice. La Cina ha annunciato un fondo di emergenza da 50 miliardi di dollari per i Paesi colpiti da aggressioni straniere. La Russia ha attivato la propria dottrina di protezione emisferica e ha dispiegato navi nei Caraibi. Brasile, Messico, Colombia e Argentina hanno proposto un sistema di difesa collettiva sudamericano indipendente dagli Stati Uniti. Invece di dimostrare potere, Trump ha mostrato debolezza. Invece di recuperare il controllo, ne ha accelerato la perdita. L’America Latina oggi dispone di alternative reali. La Cina offre investimenti e finanziamenti senza imporre condizioni politiche; la Russia fornisce tecnologia senza esigere subordinazione strategica; l’India apre mercati senza pretendere riforme strutturali. Per la prima volta, dire di no a Washington non significa automaticamente il collasso economico. L’aggressione al Venezuela non è avvenuta in un vuoto geopolitico: è accaduta proprio mentre la Cina si preparava ad annunciare il Fondo di Sviluppo Sudamericano, un pacchetto di investimenti da 500 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, pensato per offrire un’alternativa concreta al finanziamento statunitense nella regione. È proprio questa possibilità di scelta che terrorizza Washington: un continente che può prosperare senza dipendere dal sistema statunitense rende inutile la logica dell’imposizione e smaschera la violenza come ultimo rifugio di un potere in declino. Questa invasione non segna l’inizio della fine per l’America Latina, ma l’inizio della fine dell’Impero. Trump ha cercato di dimostrare potere, ma ha accelerato l’unità e l’indipendenza della regione, ottenendo esattamente l’opposto di ciò che intendeva. Non stiamo assistendo all’inizio di una nuova era di dominazione imperiale, ma agli ultimi spasmi di un sistema che non riesce più a sostenersi con metodi civilizzati ed è costretto a ricorrere alla barbarie. Questa transizione è sempre pericolosa, traumatica e costosa per i popoli che la attraversano, ma è anche liberatoria, perché segna la fine di un’epoca in cui un solo potere decideva il destino dei continenti senza consultare nessuno. Il discorso di Wolff si conclude con un avvertimento: il prossimo obiettivo potrebbe essere il Messico. Secondo l’autore, esiste già un piano statunitense denominato “Riconquista del Messico”. A questa analisi possiamo aggiungere quello che, come umanisti, diciamo da decenni: anche l’Europa, satellite che orbita interamente all’interno della sfera d’influenza dell’impero anglosassone, vive oggi una crisi analoga a quella degli Stati Uniti. Spinta alla guerra in Ucraina dalle scelte strategiche di Londra e Washington, l’Europa tenta di uscire dall’impasse con azioni sempre più irrazionali, come il piano ReArm Europe e il sostegno illimitato al conflitto. Così facendo, l’Unione Europea perde progressivamente coesione interna e consenso popolare, mentre le sue popolazioni vengono travolte dall’insicurezza, dal clima di paura e dalle crescenti difficoltà economiche. Una delle contraddizioni più percepite dai cittadini è l’appoggio allo stato di Israele, che mette in discussione i valori proclamati di civiltà e diritti umani. Sono chiari segni di una profonda decadenza. Ma quando un sistema entra in crisi e inizia a crollare, si aprono anche nuovi orizzonti, nonostante le difficoltà e i conflitti che inevitabilmente accompagnano questa fase di transizione verso una civiltà planetaria. Europe for Peace
Da Gaza a Gaza passando dall’Ucraina a dorso di asini
Siamo inondati di immagini del disastro che si sta consumando a Gaza da quasi ottanta anni, ma che si è fortemente intensificato da quel 7 ottobre del massacro di al-Aqsa, diventato a sua volta giustificazione di quella inqualificabile cosa che … Leggi tutto L'articolo Da Gaza a Gaza passando dall’Ucraina a dorso di asini sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Cop30 in Brasile e la guerra a Madre Natura. Intervista a Antonio Lupo
Il Brasile ospiterà la Cop30, partendo già male in nome del greenwashing, dell’agrobusiness e della Guerra a Madre Natura. Ne parliamo con Antonio Lupo, oncologo ed ematologo ex-aiuto primario all’Ospedale Niguarda di Milano, membro di Medici per l’Ambiente -ISDE e del Comitato Amigos Sem Terra Italia. Ambientalista da molti anni a fianco del Movimento Sem Terra in Brasile, con cui ha avuto esperienza di medicina territoriale; del Movimento La Via Campesina, una delle più grandi organizzazioni contadine ed ecologiste del Sud del Mondo a cui aderiscono più di 200 milioni di contadini e di Navdanya International, organizzazione ecologista e contadina internazionale fondata dall’attivista indiana Vandana Shiva, che si occupa di agroecologia e conservazioni dei semi. Qual è la tua esperienza nei movimenti ecologisti internazionali? Sono un vecchio medico ospedaliero, negli ultimi anni di attività anche medico di Base.  Nei primi anni ’90, avendo collaborato per diversi anni con il NAGA , una importante associazione di volontariato di Milano, ancora molto attiva, che cura ogni giorno i migranti senza permesso di soggiorno, ho imparato dai migranti tante cose sul percorso di “malattia” di ogni persona, che è anche un fatto sociale e culturale, tutte cose che non mi avevano insegnato né insegnano all’Università. Essendo nato e vissuto a Milano fino alla pensione conoscevo ben poco di  Madre Natura e dei suoi cicli: ho iniziato a imparare qualcosa dal 2004, quando abbiamo iniziato ad andare in Brasile, conoscendo il Movimento Sem Terra (MST) e vivendo per lunghi periodi negli accampamenti  dei suoi meravigliosi contadini, che occupano le terre incolte, per restare contadini e non essere espulsi nelle tremende Favelas delle megalopoli del Brasile, dove vivono 16,4 milioni di persone (dati 2022), e dove in gran parte comandano le bande mafiose, spesso in “buoni” rapporti con la polizia. Siamo tornati in Brasile 6 volte e siamo andati a conoscere anche i contadini e i popoli di Bolivia, Cile, Argentina, Cuba e  Honduras in America Latina, un Continente ancora “sotto il tacco”,  non solo degli USA, ma di tutto il colonialismo europeo, che lo ha invaso e massacrato nel 1500 e continua a condizionarlo, con speculazioni sulla sua produzione di materie prime ed export. Da 28 anni siamo fuggiti da Milano e dalla sua aria velenosa, come quella di tutta la Pianura Padana, la terza  area per maggior inquinamento dell’aria in UE, dopo Polonia e Repubblica Ceca. Viviamo in una città della Liguria, a pochi metri dal mare, tutti giorni vediamo il nostro splendido Mediterraneo soffrire, ancor più di tutti mari e Oceani, e maledirci per l’inquinamento e il surriscaldamento dell’acqua marina di origine antropica, che continua a danneggiare il fitoplancton e quindi la metabolizzazione della CO2, che produce ossigeno. I Mari e gli Oceani ricoprono il 70% della superficie terrestre e con l’atmosfera, comandano e rego-lano tutti i cicli naturali e quindi anche la terra (che è solo il 30%) e i suoi abitanti. Ricordiamocelo! Da qualche anno non andiamo in Brasile, ma siamo sempre grandi amigos di Via Campesina Inter-nazionale (un movimento mondiale di 200 milioni di piccoli contadini) e dei contadini brasiliani Sem Terra, che sono diminuiti di numero per l’offensiva spietata delle multinazionali mondiali dell’agrobusiness, che li espellono dalla terra ( l’urbanizzazione in Brasile è arrivata al 92%, come in Argentina!) e continuano a deforestare, per coltivare prodotti per i mangimi, da esportare per gli allevamenti intensivi in Europa e Cina. Questi prodotti agricoli sono soprattutto  la soia OGM e Mais OGM, coltivati in Brasile  (e anche in Argentina), dove si utilizzano pesticidi proibiti in UE (atrazina, acefato, clorotalonil e clorpirifos, i 4 più usati, pesticidi venduti in Brasile, anche da aziende con sede in Ue. Che vergogna!. E poi noi italiani, dove finora è proibito fare coltivazioni OGM, mangiamo, beati, questi prodotti, spesso ultraprocessati, di animali nutriti nei nostri allevamenti intensivi con questi foraggi, coltivati con pesticidi proibiti  in Ue, perchè patogeni! Come siamo stupidi! D’altronde sulle etichette di questi prodotti è proibito scrivere cosa ha mangiato l’animale, la grande tedesca Bayer, che produce enormi quantità di pesticidi, anche proibiti, e medicinali  non vuole! Cosa pensi della Cop30 che si terrà in Brasile? Dal 10 al 21 novembre la COP 30 si svolgerà in Brasile a Belem, alla Foce del Rio delle Amazzoni, 6.400 Km, il secondo fiume più lungo del mondo, dopo il Nilo. Tranne che su media specializzati, se ne è parlato pochissimo sui media, anche perchè il genocidio  ( non  una guerra!) a Gaza e la guerra in Ucraina hanno monopolizzato opinione pubblica e stampa. I Movimenti mondiali, soprattutto quelli contadini ed ecologisti, prevedono che ne uscirà ben poco. Joao Pedro Stedile, uno dei fondatori e leader  del MST, ha affermato pubblicamente che la COP30 sarà una grande farsa, nonostante l’urgenza di affrontare la crisi climatica in aumento vertiginoso, sopra-tutto il surriscaldamento globale, con conseguenti desertificazione, crisi idriche, eventi estremi ecc. Si parla genericamente di crisi climatica e di transizione ecologica, ma in realtà siamo nel CAOS climatico: l’unica sola via è smettere di fare la Guerra al Madre Natura ed  eliminare l’utilizzo di  carbonfossili e la conseguente emissione di gas serra. Il Re Petrolio continuerà ad essere centrale come sempre nelle politiche internazionali e nella geopolitica? Gli impegni assunti nel 2015 da 196 Paesi, con l’Accordo di Parigi alla COP21, per limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2°C  sono falliti, per “l’insufficienza degli stanziamenti finanziari, mentre 956 miliardi di dollari sono stati spesi dai governi nel 2023 in sussidi netti ai combustibili fossili.  Le strategie di aumento della produzione dei 100 colossi mondiali del petrolio e del gas porterebbero le loro emissioni a superare di quasi tre volte i livelli compatibili con il limite degli 1,5°C. E tuttora le banche private investono nel fossile.” Re Petrolio continuerà a comandare, all’aumento delle Rinnovabili in molti paesi “ricchi” non corrisponde una diminuzione dei consumi di Petrolio e gas: ad es. “in Italia nel 3° trimestre 2024, la produzione energetica da fonti rinnovabili è cresciuta dell’8%, ma accanto al calo del carbone, c’è stato un maggiore utilizzo di gas (+3%) e petrolio (+2,5%), con il primo in ripresa nella generazione elettrica e il secondo trainato dall’aumento della mobilità”  E’ inutile girarci attorno, il problema rimangono i Paesi più industrializzati… Abissali sono le differenze di consumi elettrici/ab ed emissioni di CO2/ ab tra i paesi ricchi e quelli del Sud del mondo, più che evidenti se confrontiamo ad es. i dati 2022 di USA e Nigeria, due paesi con centinaia di   milioni di abitanti: 1- Speranza vita: USA Uomini 74 anni, Donne 80 anni, Nigeria Uomini 53 anni, Donne 54 2- Consumi elettrici/ab :   -USA12.393 kWh , Nigeria  144 kWh 3-  Emissioni di CO2/ ab:  USA  14,95 Ton.,   Nigeria 0,59 Ton. Confrontiamo anche i dati 2022 del Brasile, una colonia fino al 1822, con 213 milioni di abitanti,  grande 27 volte l’Italia (densità 25 ab.Kmq), e dell’Italia, 59 milioni abitanti ( densità 195 ab.Kmq): 1- Speranza vita:              Brasile Uomini 70 anni, Donne 76 anni, Italia Uomini 79 anni, Donne 86 2- Consumi elettrici/ab :  Brasile 2710  kWh , Italia 4872 kWh 3-  Emissioni di CO2/ab:  Brasile 2,25 Ton.,    Italia 5,73 Ton. Alla Cop30 quindi si discuteranno le false soluzioni alla crisi climatica? A Belem (Stato del Parà), dal 12 al 16 novembre si terrà la Cupola dei Popoli, in parallelo alla riunione di COP30, organizzata dai movimenti dell’America Latina, compreso MST, a cui parteciperanno circa 15 mila delegati di tutti i movimenti mondiali,  per confrontarsi e sollecitare  ai Governi riuniti nella COP30 vere soluzioni, non quelle false come i Mercati del Carbonio, la geoingegneria, il sequestro e stoccaggio del carbonio. Tutti i movimenti sono contro i Crediti di Carbonio, una nuova forma di colonizzazione capitalista, uno strumento finanziario, per cui un’entità, che non può ridurre direttamente le proprie emissioni, può acquistare il diritto a emettere CO2, compensando tale emissione attraverso investimenti in progetti che la riducono altrove. In un manifesto pubblicato alla vigilia della COP30, 55 movimenti e organizzazioni di 14 paesi dell’America Latina e dei Caraibi si sono riuniti per respingere i mercati del carbonio e difendere i loro territori contro una valanga di progetti di compensazione del carbonio che sta causando danni in tutta la regione. Una nuova ricerca di Oxfam e del CARE Climate Justice Centre, pubblicata il 6 Ottobre 2025 rileva che per ogni 5 dollari ricevuti, i paesi in via di sviluppo ne restituiscono 7. A livello globale, quasi il 70% dei finanziamenti viene erogato sotto forma di prestiti anziché di sovvenzioni. Il fatto che la Cop30 avverrà nel Brasile di Lula è un segnale di multipolarismo o di ennesimo avallo all’estrattivismo? La Cop30 sarà presieduta da Lula, Presidente del Brasile, il cui Governo, che ha aderito all’Opec, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio, nel febbraio 2025). Dopo 5 anni di battaglia tra Petrobras, l’industria petrolifera statale brasiliana, e Ibama, l’organismo di controllo ambientale, il governo Lula ha autorizzato il 20 ottobre 2025 l‘esplorazione, ai fini di successive trivellazioni di 19 Blocchi alla Foce del Rio delle Amazzoni. “Il progetto prevede la perforazione di un pozzo esplorativo nel Blocco 59, un sito offshore a 500 km dalla foce del Rio delle Amazzoni e a 160 km dalla costa, ad una profondità di oltre 2.800 metri. L’area, nota come Margine equatoriale, è considerata una promettente nuova frontiera petrolifera, sull’onda delle grandi scoperte offshore operate nella vicina Guyana. Secondo Petrobras, le trivellazioni,  inizieranno immediatamente e dureranno cinque mesi. E’ un  progetto prioritario per Lula, che sostiene che le maggiori entrate derivanti dal petrolio saranno fondamentali per finanziare la transizione climatica del Brasile, un Paese che, pur essendo l’8° produttore mondiale di petrolio, ricava circa metà della sua energia da fonti rinnovabili.”   “Mentre lo shale oil sta calando, a livello mondiale quello estratto con trivellazioni offshore da acque profonde (Deep Water) vedrà un’impennata del 60% entro il 2030. Per trovare giacimenti di petrolio e gas sotto il fondo marino, le compagnie energetiche usano cannoni ad aria compressa per creare mappe sismiche”. Dopo la fase di esplorazione l’ANP, l’Agenzia Nazionale Petrolio brasiliana, ha già concesso alle industrie petrolífere Petrobras, ExxonMobil, Chevron e CNPC 19 blocchi per lo sfruttamento di petrolio e gas alla Foce del Rio Amazonas: 10 blocchi alla statale Petrobras e alla ExxonMobil, in un consorzio 50/50 gli altri 9 blocchi a un consorzio composto da Chevron (65%) e dalla statale cinese CNPC (35%), che nel frattempo  ha dato il via a trivellazioni in acque ultra-profonde, fino 11 mila metri per la ricerca di petrolio e gas, per cercare di affrancarsi dal petrolio straniero . In Brasile il Petrolio è ora il principale prodotto di esportazione, avendo superato la soia.Nel 2006 c’è stata in Brasile la prima estrazione di Petrolio PreSal, a profondità fino ai 7000 metri, sotto uno strato di sale spesso fino a 2.500 metri, ma nell’ultimo trimestre 2024 la produzione di  è diminuita del 3,4%, per la necessità di più frequenti fermate per manutenzione dell’estrazione dai pozzi, ma il petrolio da presal, estratto nei bacini di Santos e Campos,  rappresenta ancora a novembre 2024 il 71,5 della produzione totale di petrolio in Brasile. Anche per questa crisi del PreSal il governo punta ad estrazioni offshore a minor profondità e in altre località del mare. Inoltre è da tener presente che il Brasile produce Petrolio greggio da raffinare, ma ha solo 14 raffinerie ( l’Italia ne ha 11), molte  vecchie e con limitazioni tecnologiche per la lavorazione del petrolio pre-sal, che è più leggero e richiede adattamenti. Il Brasile esporta attualmente il 52,1% della sua produzione di petrolio (dati 2024 INEEP (Istituto per gli Studi Strategici su Petrolio, Gas e Biocarburanti). Questo petrolio finisce per essere raffinato in altri Paesi e una parte torna persino in Brasile come combustibile. La Cina importa il 50% del petrolio estratto dal presal non raffinato. Il Brasile importa ancora fino al 25% del suo gasolio ( con cui alimenta  camion, trattori, autobus e macchinari agricoli) e il 10% della  benzina che consuma. Non c’è una Sovranità energetica.  I colli di bottiglia nella raffinazione mostrano una contraddizione che grava pesantemente sulle tasche dei brasiliani, secondo i dati dell’OEC. E’ bene sapere che in Brasile la popolazione è costretta a viaggiare in bus e auto, i binari per trasporto di treni passeggeri sono solo 1500 km, rispetto ai 30.129 mila Km per trasporto merci dei quali solo 1121 elettrificati. E’ un bene che in Brasile nel 2024  ci sia stato una diminuzione delle emissioni di CO2 del 16,7% , secondo l’Osservatorio brasiliano sul clima, una rete di ONG ambientaliste, attribuita al successo del governo di Lula nella lotta alla deforestazione, ma le enormi contraddizioni di Lula stanno esplodendo alla vigilia della sua presidenza della COP 30. Lula ha sempre considerato il Petrolio fondamentale per lo sviluppo del Paese e nell’ultimo anno l’ha difesa più volte dal essere considerata responsabile dell’aumento dei prezzi dei combustibili, ma nell’ultimo anno le ha chiesto di non pensare solo agli azionisti. Che posizione ha il Movimento Sem Terra di fronte a queste contraddizioni? Nell’ultimo mese come Comitato Amigos MST Italia abbiamo chiesto al MST  la sua posizione ufficiale in merito all’autorizzazione per le trivellazioni alla foce del Rio delle Amazzoni, concessa dal governo Lula, che include, per il 65% aziende americane (ExxonMobil e Chevron). Abbiamo scritto: “Il Brasile fa parte dei BRICS (che includono anche governi razzisti e autoritari, come Iran, India, Egitto, ecc.) permetterà agli Stati Uniti di massacrare il Mar del Pará (un oceano che, essendo il più forte, reagirà inevitabilmente, con conseguenze gravi e non del tutto prevedibili per i cambiamenti climatici e anche per la regione amazzonica), tutto questo alla vigilia della COP 30, che il governo Lula presiederà?”. Stedile ci ha risposto: “Avete assolutamente ragione. In effetti, stiamo vivendo molte contraddizioni in ambito ambientale sotto il governo Lula …. ma le forze del capitale sono più forti.” I movimenti ecologisti, contadini, indigeni e terzomondisti continueranno la loro lotta contro quella che Vandana Shiva chiama “ecoapartheid”? Tutta Via Campesina, i movimenti ambientalisti mondiali e  tutti movimenti brasiliani lottano e lotteranno contro questo ecocidio. Anche la Commissione per l’Ecologia Integrale dei vescovi brasiliani CNBB ha preso una posizione durissima: “La Conferenza episcopale brasiliana (CNBB) condanna le trivellazioni petrolifere nel Margine equatoriale e mette in guardia dall’incoerenza del governo in materia di clima” CNBB ha ricordato che due anni fa, Papa Francesco, nella sua esortazione Laudato Deum sulla crisi climatica, avvertiva: «Le compagnie petrolifere e del gas hanno l’ambizione di realizzare nuovi progetti per espandere ulteriormente la loro produzione. (…) Ciò significherebbe esporre tutta l’umanità, specialmente i più poveri, ai peggiori impatti dei cambiamenti climatici”(LD 53). Vedremo come i movimenti riusciranno a incidere sulla COP 30 dei Governi. La nostra lotta, senza guerra, continua, come ci hanno insegnato in America Latina. Ricordiamoci sempre le parole illuminanti di Papa Bergoglio “Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la Natura non perdona mai”, di certo non perchè Madre Natura sia matrigna, come affermava l’illustre oncologo Umberto Veronesi.E’ l’uomo e il patriarcato che sono spesso patrigni. Stop alla Guerra a MADRE NATURA! Stop all’estrazione di Petrolio e al Massacro dei Mari! Lorenzo Poli
Dedollarizzazione #nucleare LEVANTE 27.10.2025 - Casa del Sole Tv I #BRICS hanno prestato l'equivalente di 480 miliardi di dollari in yuan, un aumento del 50% in un anno. La #Cina sta promuovendo in maniera sempre più aggressiva la sua valuta nel commercio globale. Al tempo stesso, la #Russia ha completato con successo i test del missile da crociera a propulsione nucleare #Burevestnik, un’arma che Vladimir Putin ha definito “unica al mondo” e con “gittata illimitata”.https://www.youtube.com/watch?v=7WuvaGnFpvk
Russia-Africa, le sfide attuali
> Il volto dell’Africa e la percezione che se ne ha a livello globale stanno > cambiando radicalmente. Fino a poco tempo fa, l’Occidente e i suoi > rappresentanti descrivevano il continente come un oggetto, non come un > soggetto, della politica internazionale, bisognoso di consigli e tutela > esterni. La regione era etichettata come “senza speranza”. Questi stereotipi > sono ovviamente diventati obsoleti. Gli africani hanno preso in mano il > proprio destino, promuovendo lo slogan: “Soluzioni africane ai problemi > africani”. L’Africa sta avanzando con sicurezza alla prima linea della politica e dell’economia globale. Durante il dibattito politico generale dell’80ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha descritto questa tendenza come un “nuovo risveglio” del continente. La sua affermazione come polo indipendente di un mondo multipolare è guidata da fattori oggettivi. Tra questi figurano la sua posizione geografica strategica, le risorse naturali e il grande potenziale demografico: oltre un miliardo di persone, per lo più giovani. Delle venti economie in più rapida crescita al mondo, dodici si trovano in Africa. La creazione dell’Area di Libero Scambio Continentale Africana (AfCFTA) nel 2021 consente al commercio intracontinentale di raggiungere livelli record nel prossimo futuro. Secondo le stime della Banca Mondiale, le esportazioni intracontinentali potrebbero aumentare di oltre l’80% entro il 2035. Assistenza umanitaria La Federazione Russa è tradizionalmente pronta ad aiutare i suoi amici africani. Contrariamente a quanto si pensa, la Russia non ha mai abbandonato l’Africa, nemmeno nei momenti difficili, impegnandosi a fornire assistenza umanitaria. Nell’ambito del suo programma di alleggerimento del debito, la parte russa ha cancellato 23 miliardi di dollari di prestiti precedentemente concessi. Oggi, i debiti più consistenti vengono convertiti in programmi di “debito per lo sviluppo”, che consentono alla Russia di compensare il debito dei paesi africani investendo in progetti di trasformazione socioeconomica nazionale. Ad esempio, insieme al Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM), la Russia sta attuando un’iniziativa per convertire il debito del Mozambico nella creazione di un sistema sostenibile di alimentazione scolastica sul territorio. Inoltre, negli ultimi quattro anni, il PAM ha fornito 50 milioni di dollari in aiuti a 15 paesi africani. La Russia ha offerto una mano agli africani durante la pandemia di coronavirus e le interruzioni delle catene di approvvigionamento agricolo indotte dall’Occidente, nel contesto della crisi ucraina. Sei dei paesi più poveri del continente – Burkina Faso, Zimbabwe, Mali, Somalia, Repubblica Centrafricana ed Eritrea – hanno ricevuto 200.000 tonnellate di cereali come aiuti umanitari, coprendo fino al 20% del loro fabbisogno. Vertici Russia-Africa I vertici Russia-Africa del 2019 e del 2023 hanno dato un forte impulso all’ulteriore sviluppo della cooperazione. Il Forum di Partenariato Russia-Africa si è affermato come fondamento di questa relazione reciprocamente vantaggiosa dalle molteplici sfaccettature. L’attuazione degli accordi raggiunti dai leader è coordinata attraverso conferenze ministeriali. Nel 2024 si è tenuta a Sochi la Prima Conferenza Ministeriale del Forum di Partenariato Russia-Africa; quest’anno si terrà il 18-19 novembre al Cairo. L’impegno della Russia ad approfondire il coinvolgimento multilaterale con gli africani si è già dimostrato nella struttura del Ministero degli Affari Esteri russo. Quest’anno è stato istituito il Dipartimento per il Partenariato con l’Africa e recentemente sono state aperte nuove ambasciate in otto paesi, con altre due in arrivo: in Liberia e alle Comore. A margine della settimana di Alto Livello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, conclusasi di recente, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha tenuto una serie di incontri con i suoi omologhi africani di Algeria, Burundi, Egitto, Marocco, Nigeria, Sudan, Ciad e Sud Sudan. Ha inoltre partecipato a un incontro con i capi delle agenzie degli affari esteri della Conferenza degli Stati del Sahel. Il commercio della Russia con l’Africa Il fatturato commerciale della Russia con l’Africa è in costante crescita: in cinque anni è aumentato di oltre il 60% (da 16,8 miliardi di dollari a 27,7 miliardi di dollari). È stato lanciato uno speciale meccanismo di investimento per sostenere gli operatori economici russi che operano nel continente. La cooperazione umanitaria è in espansione. Il numero di africani che studiano in Russia è quasi raddoppiato. Tra i progetti in programma c’è l’apertura di un Museo della Cultura Africana. Dei 23 partecipanti al concorso Intervision (concorso canoro internazionale), che si è recentemente svolto a Mosca, cinque rappresentavano questo continente (Egitto, Kenya, Madagascar, Etiopia e Sudafrica). L’Africa sta dimostrando una crescente capacità di gestione e indipendenza nelle relazioni internazionali. I processi di integrazione stanno accelerando sotto l’egida, in primo luogo, dell’Unione Africana. La Russia apprezza molto le prospettive di cooperazione tra le istituzioni regionali con i BRICS (organizzazione di economie emergenti che comprende Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e altri Paesi), l’EAEU (unione economica tra Bielorussia, Kazakistan, Russia, Armenia e Kirghizistan) e la SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, che include Cina, India, Russia, Pakistan, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e Bielorussia, con altri 16 Paesi affiliati come osservatori o partner di dialogo). La Russia è pronta a creare un “ponte” intercontinentale affidabile. Attualmente sta implementando attivamente l’iniziativa principale del presidente russo Vladimir Putin per costruire un Partenariato Eurasiatico Allargato, che la Russia considera un catalizzatore per il processo di “integrazione delle integrazioni”. Di conseguenza, si stanno creando le condizioni per la convergenza dell’AfCFTA (Trattato di Libero Commercio Continentale Africano: è un trattato internazionale che regola l’apertura delle frontiere e la creazione di un’area di libero scambio tra i Paesi africani membri) e delle sue controparti eurasiatiche. La Russia sostiene la voce dell’Africa Inoltre, la Russia sta rafforzando costantemente la posizione e il potenziale dell’Africa. La Russia sostiene l’aumento dell’influenza dell’Africa nel Gruppo G20. Le presidenze BRICS di questo forum nel periodo 2022-2025, incentrate sulla promozione degli interessi della maggioranza globale, hanno svolto un ruolo significativo nel consolidare il continente come partecipante integrale al G20. Un evento significativo è stata l’ammissione dell’Unione Africana al G20 nel 2023. Tra i paesi invitati, l’Egitto e la Nigeria hanno già ottenuto lo status di membri permanenti del G20, insieme ad attori asiatici chiave nelle relazioni economiche internazionali come Singapore e gli Emirati Arabi Uniti. Quest’anno segna il debutto dell’Africa al G20, guidata da un partner che condivide gli stessi ideali, il Sudafrica. Su iniziativa di Pretoria, l’agenda del forum include questioni urgenti come la riforma istituzionale, in primo luogo del FMI, della Banca mondiale e dell’OMC, nell’interesse dei paesi del Sud e dell’Est del mondo, al fine di porre fine al dominio collettivo dell’Occidente. Un altro obiettivo, condiviso dalla Russia, è lo sviluppo di meccanismi efficaci per stimolare la crescita economica in Africa, principalmente attraverso la riduzione del costo del capitale. Gli investimenti occidentali aggravano le disparità Nel frattempo, continua lo sfruttamento della maggioranza globale attraverso accordi militari-politici ed economici non equi e l’espansione culturale e linguistica delle élite neoliberiste. Gli investimenti occidentali non fanno che aggravare le disparità e il divario tecnologico e digitale lungo l’asse nord-sud. Un esempio da manuale: sebbene il mercato globale del caffè abbia un valore di 460 miliardi di dollari, l’Africa, che fornisce la materia prima, riceve meno del 10% dei profitti; il resto va ai Paesi del “miliardo d’oro” (Golden Billion:  Paesi appartenenti al sistema occidentale guidati dagli Stati Uniti). Il ministro degli Esteri sudafricano Rafik Lamola ha osservato in modo eloquente che il continente viene privato delle sue risorse, mentre i prodotti finiti vengono importati a prezzi gonfiati. A differenza dell’egemonia occidentale, che per secoli ha considerato l’Africa come un’appendice arretrata ricca di risorse, la Russia ha sempre costruito relazioni di reciproco rispetto con gli africani su un piano di parità. La Russia ha dato un contributo significativo al processo di decolonizzazione, uno sviluppo fondamentale nella formazione della multipolarità, facilitando così la realizzazione di uno dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite: l’autodeterminazione dei popoli. La lotta contro la discriminazione razziale, la schiavitù e l’oppressione in Africa, Asia e America Latina è sempre stata al centro degli sforzi internazionali della Russia. 65 anni fa, su iniziativa dell’URSS, era stata adottata la Dichiarazione sulla Concessione dell’Indipendenza ai Paesi e ai Popoli Coloniali. La Russia condivide la posizione dell’Unione Africana secondo cui le ex potenze coloniali devono risarcire i danni inflitti all’Africa con saccheggi, violenze e sfruttamento sotto il falso pretesto del “fardello dell’uomo bianco” (poesia di Rudyard Kipling del 1899 spesso usata come una sorta di manifesto del colonialismo e dell’imperialismo) e della “missione civilizzatrice”. La Russia ritiene inaccettabile un approccio neocoloniale così cinico. Infatti, la Russia continuerà a rafforzare la posizione dell’Africa nel G20 e prevede di dare un contributo notevole alla formazione di accordi significativi al vertice del G20 a Johannesburg (22-23 novembre) nell’interesse dell’Africa e dell’intero Sud e Est del mondo. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. -------------------------------------------------------------------------------- Mikhail Berdyev è Ambasciatore straordinario del Ministero degli Affari Esteri russo.  Pressenza New York
Geraldina Colotti: a Sassari la voce del Venezuela contro l’oblio
Sono ripartiti gli incontri di formazione politica organizzati da Sa Domo de Totus. Lo scorso giovedì la storica sede dell’associazione sassarese si è trasformata in un laboratorio di riflessione internazionalista. L’occasione è stata l’incontro intitolato “La rivoluzione chavista in Venezuela: dalla resistenza antimperialista al mondo multipolare”, con la partecipazione della giornalista e scrittrice Geraldina Colotti, tra le massime conoscitrici dell’America Latina contemporanea e direttrice dell’ edizione italiana di Le Monde Diplomatique. Colotti ha alle spalle una lunga carriera di reportage e pubblicazioni che raccontano la trasformazione politica e sociale del Venezuela bolivariano e più in generale dell’America Latina. Autrice di testi come “Talpe a Caracas” e “Dopo Chávez”, ha presentato al pubblico sassarese il suo ultimo libro, “Lo spazio dei dinosauri” (Dei Merangoli), che intreccia memoria, geopolitica e analisi dei processi rivoluzionari latinoamericani. Venezuela, BRICS e la sfida al mondo unipolare Il cuore dell’incontro ha ruotato attorno al ruolo del Venezuela nel contesto internazionale in un momento in cui si fa sempre più concreta l’ipotesi di un attacco armato statunitense: “il Venezuela è molto più vicino alla Sardegna di quanto si pensi – ha esordito Colotti – la vostra isola è infatti una terra occupata militarmente e colonizzata e questa condizione presenta molte similitudini con l’America Latina che lotta per la sua emancipazione dal sistema coloniale”. Colotti ha poi spiegato come il chavismo, nato come risposta alla povertà e all’esclusione sociale e come pratica partecipativa popolare, sia divenuto anche un attore centrale nella costruzione di un ordine mondiale multipolare, in contrapposizione all’egemonia statunitense. Le guerre globali e la Palestina L’incontro ha infatti allargato lo sguardo oltre i confini latinoamericani. Si è discusso delle conseguenze planetarie del conflitto per procura in Ucraina, dei nuovi equilibri che ne derivano e delle lotte dei popoli oppressi. Particolare attenzione è stata rivolta al tema del genocidio palestinese definito dall’autrice “una ferita aperta che svela l’ipocrisia dell’occidente e che interroga le coscienze di tutti i popoli del mondo che si stanno ribellando all’imperialismo”. La memoria come arma di liberazione Ma per capire il presente – ha concluso l’autrice – è fondamentale ritornare al passato, perché “è vero ciò che si dice, che senza memoria non c’è futoro”. Al centro del romanzo c’è, infatti il massacro di Cantaura. Un massacro di guerriglieri, avvenuto in Venezuela nel 1982, durante le democrazie camuffate della Cuarta repubblica. In quell’anno – ha incalzato l’autrice – in Italia si è praticata la tortura di stato contro i rivoluzionari. “Anche noi – ha aggiunto – abbiamo vissuto in una democrazia camuffata, quella di Gladio, della Cia e delle stragi fasciste impunite. Solo che, a differenza del Venezuela, dove gli ex guerriglieri governano e la loro storia è una leva per costruire il futuro, noi siamo diventati un paese anomico in cui i becchini della memoria, a colpi di dietrologia, legalitarismo, ricatti e rivisitazioni, hanno spalancato la strada al ritorno mefitico della nuova Internazionale nera. Cristiano Sabino
Il viaggio della Global Sumud Flotilla e la vergogna dell’Occidente
Stiamo vivendo un momento importante, il corso della storia sta davvero virando, ci sono segni di cedimento di quella continuità plurisecolare che ha visto il cosiddetto occidente egemonizzare il mondo con dosi massicce di colonialismo, genocidi, guerre, razzismo mascherato prima … Leggi tutto L'articolo Il viaggio della Global Sumud Flotilla e la vergogna dell’Occidente sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.