Tag - Blog

Per Beatrice, per Giorgio, per Cloe e per tutt lu altru
Ci uniamo a quantə hanno preso parola su questo ulteriore dolore che abbiamo vissuto quando abbiamo appreso della morte di Beatrice a Vittoria, Ragusa. Un dolore che si è fatto più intenso leggendo così tanti titoli di giornale che la misgenderavano, non riconoscevano la sua identità di genere e il suo nome, esattamente i motivi per cui Beatrice ha deciso di lasciarci.  Lei vive nel nostro ricordo e nella nostra lista di nomi come un monito perchè “MAI PIÛ SI RIPETA”. Ringraziamo anche chi l’ha ricordata, nominata e chi ne ha parlato a partire proprio da quel riconoscimento che in vita è diventato oggetto di bullismo e di discriminazione impedendo di fatto la sua libera espressione e la sua autodeterminazione.  Riconosciamo l’importanza, infatti, che al nostro lavoro di monitoraggio e di analisi non possano che aggiungersi le voci di lotta dalle piazze, le riflessioni nelle assemblee, nelle scuole.  La rabbia di Cloe brucia ancora, ma anche quella di Andrea, di Giorgio, di Beatrice e di tante troppe persone giovani come loro che ci hanno lasciato e che lo hanno fatto non perchè non fossero consapevoli delle loro identità ma perchè queste erano ostacolate da una cultura patriarcale e binaria imposta ai nostri corpi dalla nascita. Purtroppo, non si vanno mai a cercare i perchè e quando lo si fa non si risponde a quelle domande che interrogano le responsabilità di tuttə.  Perchè? Cosa fare perchè si possa vivere con euforia il proprio sentire? Cosa fare perché le diversità siano considerate tutte legittime espressioni delle nostre esistenze? Per fare in modo che le persone giovani e le esistenze di tutte le altre non siano marginalizzate, scacciate, bullizzate e la loro felicità, creatività, vitalità interrotta dalla violenza patriarcale?  Queste sono le vere domande da porsi!  Questo è quello che questi gesti ci chiedono. Più delle ipocrite lacrime del giorno dopo servono cambiamenti radicali e strutturali nella nostra società che consentano ad ognunə di essere se stessə. E chiudiamo con questo slogan a cui ci piace cambiare il finale  SIAMO IL GRIDO ALTISSIM E FEROCE  DI TUTTE LE PERSONE DI CUI CANTIAM LA VOCE Share Post Share L'articolo Per Beatrice, per Giorgio, per Cloe e per tutt lu altru  proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
ANTIFA!nzine 2025: donne, armi e genealogie
«ANTIFA!nzine», fanzine di fumetti antifascisti, ha costruito un numero sulla Resistenza femminile. Abbiamo chiesto a Eva Muci di leggere per noi/voi la fanzine, alla cui realizzazione hanno collaborato Ilenia Rossini e Lidia Martin L'articolo ANTIFA!nzine 2025: donne, armi e genealogie sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
Bongiorno Epstein
Nei giorni di mobilitazione contro il Ddl Bongiorno abbiamo chiesto a una attivista del Centro Donna Lisa di scriverne per noi. L'articolo Bongiorno Epstein sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
February 26, 2026
StorieInMovimento.org
La cultura dello stupro come tecnica di potere
Dalla guerra alle carceri, dai centri di detenzione ai tribunali, la violenza sessuale emerge come dispositivo politico e strumento di dominio. Un’analisi che intreccia genealogia storica, conflitti contemporanei, contesto italiano e il dibattito sul consenso e sul ddl Bongiorno. LA VIOLENZA SESSUALE COME LINGUAGGIO DEL POTERE Quello che stiamo osservando oggi non è una semplice somma di casi di violenza sessuale, né una nuova emergenza morale. È qualcosa di più profondo: la piena visibilità politica della cultura dello stupro come tecnica di potere, esercitata senza più bisogno di nascondimento da uomini che occupano posizioni centrali nei rapporti di dominio globali. Per cultura dello stupro non intendiamo una predisposizione individuale o una devianza psicologica. Intendiamo un sistema di norme, pratiche, silenzi e impunità che rende la violenza sessuale uno strumento legittimo di controllo, punizione e annientamento simbolico. Uno strumento che non riguarda il desiderio, ma la gerarchia. Non il sesso, ma il potere. Se guardiamo insieme Palestina, Iran e Libia, questa grammatica appare con chiarezza. Nei territori palestinesi occupati, nelle carceri e nei centri di detenzione, la violenza è parte di un apparato repressivo che non mira solo a contenere, ma a spezzare: il corpo come luogo di dominio. In Iran, la repressione delle proteste esplose dopo l’uccisione di Mahsa Amini ha mostrato come la violenza sui corpi – inclusa quella sessuale – venga usata come strumento di intimidazione politica. In Libia, nei centri di detenzione per persone migranti, la violenza sessuale è parte di un’economia della cattura: serve a disciplinare, disumanizzare, rendere i corpi definitivamente disponibili. Colonialismo, imperialismo e militarismo condividono questa logica. La violenza sessuale non è un effetto collaterale della guerra, è uno dei suoi linguaggi. DALLA GUERRA AL DIRITTO INTERNAZIONALE Questa consapevolezza è stata messa a fuoco dalla letteratura femminista e postcoloniale che ha analizzato la violenza sessuale come strumento di conquista e riorganizzazione violenta dei rapporti sociali. Ma diventa patrimonio esplicito del diritto internazionale negli anni Novanta, con le guerre nella ex Jugoslavia. Durante il conflitto bosniaco, l’esistenza dei cosiddetti campi di stupro rese impossibile continuare a considerare la violenza sessuale come un “eccesso” della guerra. Le inchieste internazionali e i processi del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia segnarono una svolta storica: lo stupro venne riconosciuto come crimine di guerra e crimine contro l’umanità, strumento intenzionale della strategia bellica e della pulizia etnica. Nel 1995, la Conferenza mondiale delle donne di Pechino recepisce questa svolta, riconoscendo la violenza sessuale come violazione dei diritti umani e come dispositivo strutturale del potere. È dentro questo nuovo paradigma internazionale che molti ordinamenti nazionali vengono messi sotto pressione. Anche l’Italia arriva a riformare la propria legislazione solo nel 1996, riconoscendo la violenza sessuale come reato contro la persona e non più contro la morale. Una riforma tardiva, frutto di decenni di lotte femministe, ma resa ormai inevitabile dal mutamento del quadro internazionale dei diritti umani. LE DENUNCE: LA VIOLENZA SUI CORPI DETENUTI Questa grammatica della violenza non appartiene solo al passato né ai conflitti lontani. La ritroviamo oggi nei contesti di detenzione, repressione e controllo delle popolazioni. Negli ultimi anni sono emerse denunce di violenze sessuali subite anche da uomini in questi contesti. Non episodi isolati, ma pratiche ricorrenti documentate da testimonianze di ex detenuti e sopravvissuti. Nel caso dei prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, uomini rilasciati dopo lunghi periodi di detenzione amministrativa hanno raccontato percosse, umiliazioni sistematiche, strip search coercitive, minacce di stupro e violenze a sfondo sessuale durante interrogatori e detenzione. Queste testimonianze sono state rilanciate anche dalla stampa italiana, attraverso inchieste e traduzioni. In questo quadro si colloca anche la denuncia dell’attivista italiano Antonio La Piccirella, membro della Global Sumud Flotilla, che ha presentato un esposto alla Procura di Roma dopo l’abbordaggio dell’imbarcazione e la detenzione dell’equipaggio. Nella denuncia si parla di percosse, ammanettamenti, perquisizioni degradanti e trattamenti inumani e degradanti. Denunce analoghe emergono con forza anche nel contesto iraniano. Dopo la repressione delle proteste del 2022–2023, uomini e ragazzi arrestati dalle forze di sicurezza hanno raccontato di essere stati torturati e sottoposti a stupri e violenze sessuali durante la detenzione, utilizzati come strumenti di punizione e intimidazione. Tutto questo è documentato da Amnesty International e Human Rights Watch con rapporti molto chiari del 2023 e 2024. Sappiamo che proprio in questi giorni la repressione in Iran sta uccidendo, incarcerando, torturando ancora.  Anche nei centri di detenzione per migranti in Libia, sopravvissuti uomini hanno denunciato violenze sessuali sistematiche subite durante la prigionia. Le testimonianze raccolte negli ultimi anni parlano di stupri, abusi a sfondo sessuale e torture utilizzate come strumenti di controllo e ricatto.  Un altro caso emblematico è quello di Mazen Al-Hamada, attivista e artista siriano sopravvissuto alle carceri del regime di Assad. Durante la detenzione ha subito torture sistematiche, comprese violenze a sfondo sessuale, che ha poi denunciato pubblicamente.  Queste denunce non producono simmetria tra le esperienze di violenza, né mettono in discussione il carattere strutturale della violenza maschile contro le donne. Rendono però visibile un dato politico decisivo: la violenza sessuale è una tecnologia di dominio, impiegata contro tutti i corpi resi vulnerabili da guerra, detenzione e repressione. LA SCUOLA: CONSENSO, VIOLENZA E DISCIPLINAMENTO Questa cultura non resta confinata ai contesti di guerra o di detenzione. Il militarismo, come forma di organizzazione del potere, produce una pedagogia della violenza che filtra nei contesti civili, normalizzando la gerarchia, il controllo dei corpi e l’impunità. La scuola è uno dei luoghi in cui questa pedagogia si rende oggi più visibile. Negli ultimi anni, in diversi istituti italiani, ragazzine hanno denunciato l’esistenza di vere e proprie “liste dello stupro”, elenchi informali in cui i loro nomi vengono associati a giudizi sessuali, disponibilità presunte, minacce e fantasie di violenza. Non si tratta di episodi isolati né di “ragazzate”, ma di pratiche di potere che riproducono precocemente la cultura dello stupro: il corpo come oggetto di valutazione, il consenso come irrilevante, l’umiliazione come forma di controllo sociale. Questo clima convive con un machismo diffuso, raramente nominato come tale, che viene spesso rimosso o spostato altrove attraverso il panico sociale contro figure come i cosiddetti “maranza”. Una retorica razzializzante e classista che consente di esternalizzare la violenza, attribuendola a soggetti “altri”, mentre si evita di interrogare le dinamiche di dominio maschile che attraversano quotidianamente le scuole, le relazioni tra pari e le istituzioni educative. A questo si affianca un processo crescente di militarizzazione degli spazi scolastici, denunciato da tempo dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole: presenza delle forze armate nei percorsi di orientamento, progetti di educazione alla “difesa”, normalizzazione del linguaggio bellico e securitario. Un immaginario che rafforza l’idea dell’autorità come comando e della forza come soluzione, invece di promuovere pratiche di responsabilità, cura e conflitto non violento. In questo quadro, il contrasto sistematico all’educazione sessuale, affettiva e di genere, portato avanti dall’attuale governo, non è un dettaglio culturale ma una scelta politica precisa. Rifiutare strumenti che permettono a ragazze e ragazzi di nominare il consenso, il limite, il desiderio e la responsabilità significa lasciare campo libero alle forme più brutali e informali di apprendimento: quelle fondate sul dominio, sull’umiliazione e sulla paura. Ciò che accade nelle scuole non è separato da ciò che vediamo agire su scala globale. È la stessa struttura di potere che si riproduce in forme diverse: la violenza come linguaggio, il corpo come territorio, il silenzio come condizione dell’impunità. CONSENSO, DIRITTO E PERCHÉ IL DDL BONGIORNO VA FERMATO La legge del 1996 ha segnato una svolta storica, spostando la violenza sessuale dal terreno della morale a quello della tutela della persona. Ma negli anni successivi è stata soprattutto la giurisprudenza a spingersi più avanti, chiarendo che il consenso non è una formula astratta né un atto isolato, bensì un processo situato: deve essere libero, continuo, revocabile, privo di costrizione. Le sentenze hanno riconosciuto che il silenzio, la paralisi, la paura, lo shock o l’asimmetria di potere non possono essere letti come consenso e che la violenza può manifestarsi anche in assenza di una resistenza fisica esplicita. Il ddl Bongiorno interviene su questo impianto in un contesto politico segnato da attacchi all’educazione di genere, ai diritti riproduttivi e agli spazi di autodeterminazione. Il rischio non è astratto: è quello di riportare la violenza sessuale su un terreno prevalentemente probatorio, rafforzando l’idea che spetti alla persona che denuncia dimostrare attivamente la propria non volontà. In termini concreti, questo significa moltiplicare le domande, gli interrogatori, i passaggi processuali, aumentando il carico su chi già oggi attraversa percorsi giudiziari spesso lunghi e traumatici. Non è un’ipotesi teorica. È un problema strutturale già presente: i processi si trasformano frequentemente in esperienze di esposizione, sospetto e colpevolizzazione per le vittime. In questo quadro, una riforma che indebolisce l’asse interpretativo costruito negli anni dalla giurisprudenza rischia di aggravare una situazione già critica, scoraggiando ulteriormente le denunce. I dati sull’accesso alla giustizia, infatti, sono incompleti e preoccupanti: oltre 4,6 milioni di donne italiane tra i 16 e i 75 anni hanno subito violenza sessuale nella vita, mentre le denunce registrate ogni anno sono solo poche migliaia: il confronto tra questi numeri rende evidente un sommerso enorme, in cui la stragrande maggioranza delle violenze non entra mai nel circuito giudiziario. Ma anche questa fotografia è parziale: restano fuori persone trans, bambine e adolescenti, donne senza cittadinanza italiana e l’intero universo maschile, a causa di un sistema di raccolta dati che non disaggrega, non integra e produce invisibilità, come denunciato dalle reti femministe e dai centri antiviolenza, nonostante la legge 53/2022. Le conseguenze diventano ancora più evidenti se guardiamo ai corpi che il diritto fatica storicamente a riconoscere. Cosa accadrà a quelle persone con disabilità, che possono non essere in grado di esprimere o dimostrare una “non volontà” secondo criteri normativi astratti? A chi è stat* drogat* o sedat*? A chi, per paura, shock o trauma, si “paralizza”? A chi si trova dentro relazioni di potere – familiari, lavorative, educative, sanitarie – in cui reagire apertamente significa esporsi a ritorsioni o a danni ulteriori? Quante volte dovranno raccontare la propria esperienza? Quante domande dovranno subire? In quante sedi? È per questo che questa riforma non è un dettaglio tecnico né una semplice modifica normativa. È emblematica. Dice molto del tempo politico che stiamo attraversando e del modo in cui si intendono governare i corpi: non ampliando le tutele, ma spostando il peso della prova su chi subisce violenza. Per questo oggi è necessario fermarsi e fermarla. La campagna No sui nostri corpi nasce da questa consapevolezza: dal rifiuto di una riforma calata dall’alto, in questo clima politico, su una materia che riguarda direttamente libertà, sicurezza e autodeterminazione. Aderire alle iniziative del 15 e del 28 febbraio, che mettono in rete D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, i centri antiviolenza e Non Una Di Meno, significa riconoscere che la difesa del consenso non è solo una questione giuridica, ma un terreno di conflitto politico. Queste mobilitazioni guardano allo sciopero femminista e transfemminista dell’8 e 9 marzo non come a una ricorrenza simbolica, ma come a un passaggio necessario. Perché la violenza non è un’emergenza da gestire, ma una struttura da smontare. E questa riforma, oggi, è uno dei suoi nodi. Come ricorda bell hooks, il femminismo non è un recinto identitario, ma una pratica di liberazione per tutt*. Oggi questa pratica passa anche dalla capacità di dire no: non ora, non così, non sui nostri corpi. Riflessioni di Babs Mazzotti Share Post Share L'articolo La cultura dello stupro come tecnica di potere proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Turismo non è ricchezza diffusa
Editpress ha recentemente pubblicato la ricerca di Zoe Battagliarin sul modello turistico di Rimini che negli anni cinquata rese la città famosa a livello nazionale e internazionale e che cosa ne è rimasto oggi. Abbiamo chiesto a Costanza Gasparo di leggerlo per noi/voi. L'articolo Turismo non è ricchezza diffusa sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
February 9, 2026
StorieInMovimento.org
Adriana Dadà, in memoria
Ci ha raggiunto la triste notizia della scomparsa di Adrana Dadà, compagna e amica di lunga data di Storie in Movimento e di «Zapruder». Ciao, Adriana! L'articolo Adriana Dadà, in memoria sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
January 30, 2026
StorieInMovimento.org
Insieme
Un altro anno passato a cercare fra le pieghe delle cronache le informazioni sulle violenze e morti per violenza machista di genere e sui generi. Un anno nel quale le persone ricche e per questo potenti espandono senza più alcun pudore guerra, nuovo colonialismo, dominio nascondendosi dietro vecchie parole d’ordine spacciate per valori morali. Così, molte persone, anche legittimamente spaventate e stanche, tornano a desiderare rifugio in ciò che continuano a ripeterci sia tale: la religione, la famiglia “naturale”, la casa, i beni, le proprietà, i nazionalismi. Chi, mentre tutto crolla, non vorrebbe un legittimo rifugio? Qualche mese fa un ministro della repubblica ci invitò a rifugiarci in casa, in chiesa o in farmacia se soggett3 a violenza quale casa come rifugio intende il ministro? La casa, bene ormai di lusso per molt3 che non possono averne una? La casa dove il 93 per cento dei femminicidi di quest’anno è avvenuto per mano  di un familiare? La casa dove  avviene oltre il 90 per cento degli stupri in età minorile? Cosa aggiungere su chiese e farmacie? o sulle forze dell’ordine quando proviamo a denunciare? Noi però siamo un osservatorio, ed osserviamo la violenza sempre maggiore su e tra persone giovanissime ma anche la sempre maggior frequenza di denuncia pubblica delle stesse, superando la paura dell’ulteriore violenza che questo può e spesso comporta. Osserviamo l’impennata dei femminicidi di donne anziane e malate o di donne e persone con disabilità (oltre diciassette quest’anno) e leggiamo con orrore le giustificazioni che a queste uccisioni vengono addotte sui giornali e oltre, letti come atti di pietà ed altruismo anche quando la donna o persona uccisa non ha espresso in alcun modo il desiderio di morire. La grazia concessa dal Presidente Mattarella, a fine anno, a un marito che ha ucciso la moglie malata ci è sembrata quasi un “viatico” a questa forma di femminicidio, che però è tale perché esclude completamente la scelta libera e consapevole delle donne, una scelta mai espressa da loro in modo chiaro e concreto.   Osserviamo l’aumento costante delle violenze contro le persone lgbtqiak+ con un particolare accanimento contro le persone trans. Osserviamo un aumento di odio e prevaricazione nel linguaggio, nelle azioni e nelle relazioni fra persone di ogni età, sia fra pari che intergenerazionali.  Osserviamo come si aumentino  gli strumenti di repressione usando la sicurezza come scusa, i nostri corpi come paravento e parole di odio come benzina, anziché ammettere quanto la cultura, i servizi, la educazione alle relazioni e l’empatia siano gli unici antidoti alla violenza. Non si spegne il fuoco con la benzina, con la benzina si alimentano le guerre e lo sfruttamento di tutto e di tutt3. Osserviamo che chi ci uccide, chi ci stupra, chi ci molesta, chi ci sfrutta, chi ci deride; molto prima di ogni altra caratteristica, ha in comune una cosa e non è il lavoro, la provenienza, l’età, il titolo di studi, peso, altezza, tifo sportivo, hobby o altro; ha in comune il vedere il mondo attorno a sé diviso fra chi possiede e chi è possedut3, fra chi comanda e chi deve obbedire, fra vite che valgono e quelle non valgono, perché alla fine il patriarcato è tutto qui e tutta qui  è la sua miseria. Iniziamo questo 2026 con il mondo in frantumi e la consapevolezza sempre maggiore di chi e come lo ha e lo sta distruggendo, di quale enorme legame con la violenza che subiamo quotidianamente personalmente ci sia. Il transfemminismo è pratica, la pratica di non dimenticare nessun3, la pratica di non pensarci in guerra contro la guerra ma di costruire invece nuovi strumenti, nuove parole, nuovi modi di vivere e stare. La nostra rabbia è collettiva, non esclude, non sceglie chi ha diritto a vivere. E’ una rabbia piena di amore, generativa, collettiva, antieroica, antiabilista. Se impariamo nuovamente a credere nell’idea di “insieme” apparirà chiarissimo che insieme siamo liber3. BUON 2026 INSIEME L3 compagn3 dell’osservatorio Share Post Share L'articolo Insieme proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Il capitale sottostante. È uscito il numero 68 di «Zapruder»
È in distribuzione il numero 68 di «Zapruder», Il capitale sottostante. Realtà e immaginario della miniera, incentrato sulle comunità minerarie. Il contesto sociale "minerario" diventa uno dei punti di ingresso all'analisi della rivoluzione industriale, ma anche delle geografie di estrazione del ventunesimo secolo, a partire dai soggetti, dai paesaggi, dalle rappresentazioni e dagli immaginari, dalle trasformazioni e dalle lotte. L'articolo Il capitale sottostante. È uscito il numero 68 di «Zapruder» sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
December 18, 2025
StorieInMovimento.org
Un “lavoro vivo” contro la guerra
Abbiamo quindi chiesto a Giovanni Cadioli di leggere per noi/voi il lavoro pubblicato da ∫connessioni precarie. Buona lettura! E, di nuovo, buona lotta! L'articolo Un “lavoro vivo” contro la guerra sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
December 12, 2025
StorieInMovimento.org
Vivere con le miniere nell’Africa meridionale
Il numero 68 di «Zapruder», Il capitale sottostante. Realtà e immaginario della miniera emergerà in superficie a giorni, e per accompagnare la sua risalita abbiamo chiesto un contributo a Iva L'articolo Vivere con le miniere nell’Africa meridionale sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
December 9, 2025
StorieInMovimento.org