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Insieme
Un altro anno passato a cercare fra le pieghe delle cronache le informazioni sulle violenze e morti per violenza machista di genere e sui generi. Un anno nel quale le persone ricche e per questo potenti espandono senza più alcun pudore guerra, nuovo colonialismo, dominio nascondendosi dietro vecchie parole d’ordine spacciate per valori morali. Così, molte persone, anche legittimamente spaventate e stanche, tornano a desiderare rifugio in ciò che continuano a ripeterci sia tale: la religione, la famiglia “naturale”, la casa, i beni, le proprietà, i nazionalismi. Chi, mentre tutto crolla, non vorrebbe un legittimo rifugio? Qualche mese fa un ministro della repubblica ci invitò a rifugiarci in casa, in chiesa o in farmacia se soggett3 a violenza quale casa come rifugio intende il ministro? La casa, bene ormai di lusso per molt3 che non possono averne una? La casa dove il 93 per cento dei femminicidi di quest’anno è avvenuto per mano  di un familiare? La casa dove  avviene oltre il 90 per cento degli stupri in età minorile? Cosa aggiungere su chiese e farmacie? o sulle forze dell’ordine quando proviamo a denunciare? Noi però siamo un osservatorio, ed osserviamo la violenza sempre maggiore su e tra persone giovanissime ma anche la sempre maggior frequenza di denuncia pubblica delle stesse, superando la paura dell’ulteriore violenza che questo può e spesso comporta. Osserviamo l’impennata dei femminicidi di donne anziane e malate o di donne e persone con disabilità (oltre diciassette quest’anno) e leggiamo con orrore le giustificazioni che a queste uccisioni vengono addotte sui giornali e oltre, letti come atti di pietà ed altruismo anche quando la donna o persona uccisa non ha espresso in alcun modo il desiderio di morire. La grazia concessa dal Presidente Mattarella, a fine anno, a un marito che ha ucciso la moglie malata ci è sembrata quasi un “viatico” a questa forma di femminicidio, che però è tale perché esclude completamente la scelta libera e consapevole delle donne, una scelta mai espressa da loro in modo chiaro e concreto.   Osserviamo l’aumento costante delle violenze contro le persone lgbtqiak+ con un particolare accanimento contro le persone trans. Osserviamo un aumento di odio e prevaricazione nel linguaggio, nelle azioni e nelle relazioni fra persone di ogni età, sia fra pari che intergenerazionali.  Osserviamo come si aumentino  gli strumenti di repressione usando la sicurezza come scusa, i nostri corpi come paravento e parole di odio come benzina, anziché ammettere quanto la cultura, i servizi, la educazione alle relazioni e l’empatia siano gli unici antidoti alla violenza. Non si spegne il fuoco con la benzina, con la benzina si alimentano le guerre e lo sfruttamento di tutto e di tutt3. Osserviamo che chi ci uccide, chi ci stupra, chi ci molesta, chi ci sfrutta, chi ci deride; molto prima di ogni altra caratteristica, ha in comune una cosa e non è il lavoro, la provenienza, l’età, il titolo di studi, peso, altezza, tifo sportivo, hobby o altro; ha in comune il vedere il mondo attorno a sé diviso fra chi possiede e chi è possedut3, fra chi comanda e chi deve obbedire, fra vite che valgono e quelle non valgono, perché alla fine il patriarcato è tutto qui e tutta qui  è la sua miseria. Iniziamo questo 2026 con il mondo in frantumi e la consapevolezza sempre maggiore di chi e come lo ha e lo sta distruggendo, di quale enorme legame con la violenza che subiamo quotidianamente personalmente ci sia. Il transfemminismo è pratica, la pratica di non dimenticare nessun3, la pratica di non pensarci in guerra contro la guerra ma di costruire invece nuovi strumenti, nuove parole, nuovi modi di vivere e stare. La nostra rabbia è collettiva, non esclude, non sceglie chi ha diritto a vivere. E’ una rabbia piena di amore, generativa, collettiva, antieroica, antiabilista. Se impariamo nuovamente a credere nell’idea di “insieme” apparirà chiarissimo che insieme siamo liber3. BUON 2026 INSIEME L3 compagn3 dell’osservatorio Share Post Share L'articolo Insieme proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Il capitale sottostante. È uscito il numero 68 di «Zapruder»
È in distribuzione il numero 68 di «Zapruder», Il capitale sottostante. Realtà e immaginario della miniera, incentrato sulle comunità minerarie. Il contesto sociale "minerario" diventa uno dei punti di ingresso all'analisi della rivoluzione industriale, ma anche delle geografie di estrazione del ventunesimo secolo, a partire dai soggetti, dai paesaggi, dalle rappresentazioni e dagli immaginari, dalle trasformazioni e dalle lotte. L'articolo Il capitale sottostante. È uscito il numero 68 di «Zapruder» sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
Un “lavoro vivo” contro la guerra
Abbiamo quindi chiesto a Giovanni Cadioli di leggere per noi/voi il lavoro pubblicato da ∫connessioni precarie. Buona lettura! E, di nuovo, buona lotta! L'articolo Un “lavoro vivo” contro la guerra sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
Vivere con le miniere nell’Africa meridionale
Il numero 68 di «Zapruder», Il capitale sottostante. Realtà e immaginario della miniera emergerà in superficie a giorni, e per accompagnare la sua risalita abbiamo chiesto un contributo a Iva L'articolo Vivere con le miniere nell’Africa meridionale sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
«A me il consenso sembra un po’ come la pastasciutta»
Torniamo a occuparci di scuola... Abbiamo chiesto a Elena De Marchi di fare per noi/voi una riflessione sullo "stato dell’arte" dell'educazione sessuale e affettiva in classe. Buona lettura! L'articolo «A me il consenso sembra un po’ come la pastasciutta» sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
siamo rete, siamo grido, siamo canto
Viviamo un’epoca davvero faticosa. Attorno a noi sembra che tutto crolli, deragli. Siamo sempre piu pover3, sempre piu stanch3, piu spaventat3. Più in guerra.  La guerra è entrata nel  linguaggio, nell’economia, nelle scuole, nel bilancio dello stato e di conseguenza nella gestione dei servizi alla salute, nel welfare, nella distruzione dell’ambiente e nell’orizzonte collettivo militarizzando l’esistente, cambiando i nostri ruoli, le relazioni. E se la guerra non fosse una condizione imprescindibile dettata dalle contingenze? Se fosse invece la risposta che chi comanda utilizza per sedare ogni dissenso?  Immaginiamo insieme per un attimo che “noi minoranze” prendiamo coscienza di non esserlo. Che invece di percepirci come persone singole in competizione con ogni altra nelle stesse condizioni riconosciamo proprio nelle altre persone che vivono la stessa oppressione delle alleate, cosa accadrebbe? Immaginiamo che lo stesso legame e la stessa fiducia che viviamo quando siamo insieme la provassimo ogni giorno per le strade, nei nostri palazzi o luoghi di lavoro, studio, svago. Cosa succederebbe? In questo mondo militarizzato la cultura e la società le si creano a suon di proclami e paura. Paura del domani, del presente, delle altre persone e anche di noi stess3, delle nostre capacità, dei nostri corpi, delle nostre relazioni mentre chi detiene il potere,intanto, della nostra paura e isolamento si nutre aumentando i profitti e impoverendo le nostre vite praticamente e moralmente. E così, ogni novembre il presidente del consiglio – quel presidente che pretende di essere chiamato al maschile perché simbolo di potere e prestigio – annuncia a gran voce un nuovo intervento legislativo epocale contro la violenza di genere! Lo scorso novembre ci fu l’istituzione dell’ergastolo di default nei casi di femminicidio, quest’anno la legge sul consenso.. mentre prepara il ddl disforia.  Intanto molti componenti del suo governo, partito e coalizione riempiono le cronache di azioni, asserzioni e pratiche violente.  Tagliano i finanziamenti ai centri antiviolenza autonomi e sovvenzionano nuovi centri dedicati a uomini maltrattanti che spesso barattano il percorso con lo sconto di pena, tagliano le politiche sociali che sosterrebbero i percorsi di fuoriuscita dalla violenza aperti a tutte le soggettività, tolgono tutele come la possibilità di richiesta di asilo politico alle donne vittime di tratta e a persone trans, lesbiche, gay, bi o non binarie che nei propri paesi di provenienza sarebbero in carcere o in attesa di pena di morte. Creano leggi come la legge Caivano che riempie le carceri di persone giovani e giovanissime che, rispetto ai figli di politici o ricchi che compiono gli stessi atti, hanno la colpa di essere povere e quindi perseguibili.  Intanto promuovono la cultura della ipersessualizzazione delle donne sin da bambine, della ruolizzazione di genere, del possesso e dell’onore, dell’amore romantico e della famiglia e vietano o disincentivano la educazione alla diversità di genere e a quella sessuoaffettiva nelle scuole, con la scusa che sia giusto e normale che sia la famiglia di origine a decidere cosa le persone piccole e giovani debbano conoscere o pensare. La Famiglia, al quale altare è stato immolato anche il ministero delle pari opportunità, ora Ministero della famiglia, della natalità e pari opportunità e che è il fulcro nel quale la violenza nasce secondo i dati del ministero degli interni stesso. Intanto le persone trans e non binarie sono attaccate da provvedimenti che ne minano la salute, le persone LGTBQIPA+ sono derise, misgenderate, aggredite nei percorsi di formazione, nello spazio pubblico e al lavoro quando riescono a trovarlo.  Intanto le donne e tutte le persone con utero devono lottare per il riconoscimento delle malattie cosiddette invisibili, per il diritto ad un aborto libero, sicuro e gratuito per tutt, o anche “solo” per non essere molestate, derise, sminuite, violentate e uccise ogni giorno. Nell’epoca del liberismo guerrafondaio le persone sono cose e il loro valore e uso è preteso e deciso dai soliti maschi bianchi cis etero e machi al potere. Così devono sparire via via tutte le persone che non sono loro. L’osservatorio nasce per cercare di non dimenticare nessun, nessuna persona soggetta a violenza patriarcale, per gridare ogni vita, ogni speranza, ogni desiderio. Perché per noi e per il transfemminismo per come lo viviamo, ogni vita, ogni speranza, ogni desiderio contano mentre la violenza mangia la vita di chi la subisce ma anche la vita di chi la agisce.  Siamo un osservatorio e quello che vediamo è che chi agisce violenza occupa tutte le classi sociali, età, territorio, provenienza geografica, percorso di studi. L’unica costante é che é per la stragrande maggioranza delle volte un maschio cis etero e che le violenze fra e da parte di persone giovani stanno aumentando enormemente, chiara conseguenza di un’epoca nella quale l’unico valore che si sostiene è quello del diritto proprietario e del desiderio di possesso mentre si svilisce la cultura, la cura e l’empatia così come aumentano le violenze sulle donne anziane, un peso da eliminare. Oggi portiamo con noi una rete come simbolo di legame, perché è solo stando insieme che possiamo sottrarci alle violenze e tornare a concederci il diritto alla vita che ci appartiene. Non deve per forza essere solo la rabbia a muoverci, soprattutto in un’epoca nella quale tutto attorno a noi lo è. Può essere anche la vita, la bellezza (della vita) che resiste, il riconoscimento reciproco, la fiducia, la solidarietà e il desiderio di uscire dalle proprie tane. Tocchiamoci, annusiamoci (con consenso ovviamente), conosciamoci e supportiamoci. Gridiamo insieme la nostra rabbia ma cantiamo anche insieme la nostra vita ed esistenza, così che ogni voce trovi la sua propria melodia, lo spazio e dilaghi. La rete che portiamo è fatta di occhi, bocche simboli e piccoli suoni, siamo noi. Non sovrasteremo le urla che nel quotidiano ci circondano sommergendoci ma abbiamo detto che siamo e saremo marea e La marea cura, segue i ritmi che tutto in natura vive, torniamo a sentirci parte a costruire alternative radicali, comunità resistenti, cercare l3 altr3, difenderci e accoglierci a vicenda perché noi siamo grido, ma anche canto e vita e “perché non era previsto che sopravvivessimo” Share Post Share L'articolo siamo rete, siamo grido, siamo canto proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
TDOR 2025
Allerta (TW): il linguaggio usato e le notizie riportate in questo articolo/intervento rimandano a situazioni di estrema violenza  di Mari Casalucci Vaffanculo America! Non voglio il tuo odio. Non voglio le decorazioni militari e le medaglie che mi hai conferito.Non voglio la pensione per il mio servizio militare e le invalidità connesse al servizio. Non voglio la tua assistenza sanitaria per curare le malattie mentali che mi hai causato. Non voglio altri ricoveri in reparti psichiatrici per tenermi in vita in una nazione che disprezzo. Non voglio essere sepolt in nessuno dei tuoi cimiteri militari e veterani. Non voglio essere sepolt in nessun luogo sul suolo americano. Non voglio onori militari. Non voglio che le mie ceneri siano conservate sul suolo americano. Voglio che le mie ceneri siano disperse in acque internazionali e voglio che a disperderle sia solo mia moglie. Non voglio la vostra bandiera. La mia morte non è una resa. La mia morte come parte della popolazione transgender non significa che avete vinto. Segna solo la fine della nostra relazione. Questa non è la terra della libertà. L’odio dimostrato fin troppo spesso cancella ogni pretesa di grandezza passata. Siete un pozzo nero di fanatici che adorano un dio che non esiste e non è mai esistito. Godetevi la vostra nuova famiglia reale e il vostro dittatore. Mi rifiuto di partecipare ulteriormente. L’uomo bianco ha decimato e massacrato le popolazioni indigene sulle terre che ora chiamate America. Non potete cancellare le persone non binarie e transgender perché ogni giorno ne fate nascere altre. Questa la lettera di addio di Elisa Rae Shupe, prima soggettività non-binary ad ottenere sul proprio passaporto statunitense la “X” sul marcatore di genere, trovata avvolta nella bandiera trans nel parcheggio di un ospedale per veteran3 a Syracuse, nello Stato di New York il  27 gennaio 2025. I media mainstream hanno cercato inutilmente di ignorarla silenziando questo messaggio che aveva lasciato.  Shupe nasce nel 1963, vive violenze a scuola e in famiglia, nell’82 entra nell’esercito fino al suo ritiro nel 2000. Diventa attivista per i diritti delle persone trans. La sua storia viene strumentalizzata dai gruppi conservatori anti-trans che sfruttano la fragilità di un periodo della sua vita per tuonare teorie pseudoscientifiche sulla “detransizione di genere”. Shupe si ribella e cambia nuovamente il suo nome e i pronomi di riferimento, scrive un libro e prova ad andare avanti con la sua vita. La vittoria di Trump però, e la sua firma sull’ordine esecutivo che mira a cancellare le identità trans e non-binarie dalla carta dei diritti negli Stati Uniti, hanno rappresentato l’ultimo colpo per il suo equilibrio spingendolx a salire all’ultimo piano di quel parcheggio. Nella sua lettera emerge una lucida consapevolezza e una rabbia contagiosa. Il suo è un urlo di rivolta contro un sistema marcio e ipocrita, un rifiuto a starci, a finanziarlo, a restare in silenzio come lo era stato quello di Cloe Bianco.  Come non ricordare Sam Nordquist, un ragazzo di 24 anni molto attivo nell’assistenza alle persone disabilizzate nello Stato di New York, lo stesso dove Shupe aveva deciso di farla finita il 27 gennaio. Era trans,razializzatx e aveva un corpo grasso. Era scomparso a Capodanno scorso. Il giorno di San Valentino viene ritrovato morto. Era stato rapito e torturato brutalmente tanto che la madre riconosce i tatuaggi.  Perchè richiamo questi due casi degli Stati Uniti. Perchè le vite delle persone trans, intersex, non binarie sono costantemente attaccate dai regimi e dalle dittature di destra che si sono affermate nel mondo, perchè la paura per i disastri dell’oggi e del domani tutti figli del sistema capitalista, estrattivista e coloniale deve individuare delle cause che portino lontano dai veri responsabili. E cosa c’è di più pauroso, di più pericoloso dello strano, del queer, del mostro, della diversità non conosciuta, dell’animale che si libera, delle persone che decidono di vivere in un bosco, di chi vive in una favelas ai margini di una grande cittá, di chi resiste e difende la terra dove vive, di chi resiste cioè a un sistema che vuole tuttx ben allineat all’interno di ruoli e destini imposti?  L’organizzazione sociale è una potente macchina globale, che manipola, impone, reprime e arriva ad uccidere con i suoi eserciti, le polizie ma anche persone individuali o gruppi collettivi che si fanno strumento violento della riproduzione del sistema. Gli assassinii di genere (femminicidi, transcidi, puttanocidi, istigazioni al suicidio) non sono altro che azioni del braccio armato extragiudiziale e non irregimentato istituzionalmente dell’eterocispatriarcato. Per imporre capitalismo e colonialismo si sono usati roghi, false denunce, lapidazioni di piazza, tutte per sconfiggere il “male”, il demonio rappresentabile in qualsiasi forma di diversità che si sottrasesse nello spazio pubblico o privato alle norme del potere. La repressione anche oggi è fortissima e, con lentezza spietata, ha cambiato il valore di parole come rivoluzione e resistenza, la legittimità cioè di costruire alternative a questo sistema. La violenza viene agita attraverso la psichiatrizzazione, la discriminazione, la marginalizzazionee e l’odio sociale alimentato da quei politici al governo che arrivano a chiamarci “schifezze” e che usano e strumentalizzano i corpi trans per imporre le loro politiche.  I dati del TMM (trans murder monitoring 2025) che si riferiscono all’ultimo anno (1 ottobre 24- 30 settembre 25) ci danno il quadro della fase che stiamo atraversando.  * 281 persone trans e non binarie uccise, una dimunuzione rispetto all’anno precedente in cui il monitoraggio aveva elencato 350 casi. Ma, ci allerta lo stesso TMM questo non corrisponde necessariamente a maggiore sicurezza ma piuttosto all’invisibilità crescente degli assassinnii se si vanno ad analizzare nei motori di ricerca gli algoritmi che mostrano invece un crescente disiteresse verso queste morti sempre più difficili da identificare e verificare. Ne sono testimonianza l’uso del nome/genere imposto alla nascita nelle notizie relegate alla cronaca nera. Perchè anche questo succede, la cancellazione oltre la morte. Molte persone tra giornalisti, famiglie e persone vicine ritornano ad usare il nome assegnato alla nascita cancellando e uccidendo per la seconda volta le persone trans.  * Le persone che fanno lavoro sessuale restano il gruppo più colpito con il 34% rispetto a chi svolge altre mansioni.  * C’è una tendenza preoccupante in aumento all’assassinio di persone attiviste e leader del movimento (14% dei casi), il doppio dell’anno precedente.  * Il 90% dei casi presi in considerazione sono femminicidi, l’88% persone trans razializzate * Il 24% aveva tra 19–25, 25% 26–30, 26% 31–40, e 5% sotto il 18, un dato che ci racconta quanto sia ancora breve l’aspettativa di vita nella nostra comunità.  * IL 68% delle uccisioni sono nell’Abya Yala, quella parte del mondo chiamata America latina e ai Caraibi con il Brasile per il 18esimo anno il paese più colpito con il 30% dei casi totali. Ma questo può forse voler dire che in territori come l’Africa dove nessuna strage e genocidio fa notizia la situazine non sia grave? * 25% delle uccisioni sono avvenute in strada e solo il 22% nella casa della vittima, il che dimostra che, a differenza dei femminicidi di persone non trans, l’assassinx è nello spazio pubblico e nella maggioranza dei casi non ha le chiavi di casa  Sono riportati dal TMM solo 5 casi in Europa, nessunx in Italia  Questo è determinato dal fatto che il TMM continua a rifiutare, nonostante i nostri costanti solleciti, l’inserimanto delle persone suicidate dall’odio sociale, dagli ostacoli all’autodeterminazione e ai percorsi di affermazione di genere, o dalle  resistenze da parte delle famiglie, giustificando il loro rifiuto con motivi tecnici e non per posizionamento politico. Le famiglie poi sono per la maggior parte poco preparate all’accoglienza in un sistema che ci considera fuori norma e quindi psichiatrizzabili e marginalizzabili, rendendoci costantemente vulnerabili ed esposte alla violenza e alle aggressioni nello spazio pubblico e privato. Basti pensare che nel nostro paese NON sono ancora considerate reato le cosiddette “terapie di riconversione”, in cui si cerca di convincere una persona a non essere quello che è, e le mutilazioni genitali su neonati intersex, tendenti a ricollocare in una imposizione di genere quei genitali che non corrispondono agli standard decisi.  E noi persone trans e non binarie siamo ancora costrette a percorsi di affermazione di genere psichiatrizzanti che prescindono dall’autodeterminazione sui nostri corpi riconosciuta invece da molti paesi d’Europa e del mondo  I dati dei suicidi o dei percorsi di vita fermati dal transodio vengono invece monitorati dall’osservatorio di NUDM dall’inizio del suo prezioso lavoro nel 2020.  La morte per suicidio delle persone trans e non binarie è un omicidio sociale, di cui tuttə siamo complici e/o spettatorə e per questo ci riguarda, va nominata e monitorata così come fa l’osservatorio di NUDM. È una sconfitta di tutt e una vergogna per il sistema che ne è responsabile. E dobbiamo lavorare perchè percorsi di educazione alla diversità, sportelli, sostegni, consultorie transfemministe e centri antiviolenza aperti a tutte le soggettività nascano e prolifichino come funghi in una rete in grado di sostenere chi vive quotidianamente una violenza cosi profonda e per cancellare alla radice la “cultura” (e mi fa fatica chiamarla tale) patricapitalista che sostiene questo sistema ormai marcio fin nelle radici più profonde, riuscendo a sopravvivere solo con genocidi, violenze e guerre.  E nelle giornate del TDOR non possiamo fermarci alla parola RICORDO e quella R finale dice RABBIA, RESISTENZA e RIVOLTA.  Non c’è voglia di fare silenzio, ma di fare un gran rumore in questa giornata perchè non possiamo perdonare e non possiamo dimenticare Giorgio Marziani, 14 anni che il 6 gennaio è stato suicidato a Caserta da transodio, discriminazioni di genere e bullismo. Né vogliamo dimenticare Alexandra Garufi, 21 anni, tiktoker che ci ha lasciato il 19 marzo a Sesto San Giovanni, dopo aver vissuto violenze verbali continue sul suo profilo social. La Procura di Monza ha aperto un fascicolo di inchiesta per istigazione al suicidio riguardo alla morte di Alexandra, che raccontava online con coraggio e determinazione il percorso alla scoperta della propria identità di genere.  E vogliamo ricordare qui Thiago Elar, tiktoker trans, 27 anni. “Cause naturali”, secondo la stampa nazionale che continua tra l’altro ad usare il suo dead name. Nei suoi video, condivideva la propria storia: un racconto fatto di sofferenze, ma anche di resistenza, battaglie più o meno silenziose e il desiderio di essere riconosciuto per quello che era. Un desiderio che spesso si è scontrato con un senso di invisibilità e negazione. Dai suoi racconti social è emerso un rapporto difficile con la famiglia, la stessa famiglia che pubblica il necrologio con il suo dead name uccidendo Thiago un’altra volta. “Sto qui da un anno e quattro mesi. Qui mi stanno accoppando. Io non ce la faccio più…”, aveva confidato in uno dei suoi ultimi video. Ma voglio ricordare anche Mirella Souza, 44 anni. Morta a Pisa il 14 agosto 2025 dopo un’iniezione di olio illegale iniettato dai cosiddetti bombaderos. Si tratta del cosiddetto silicone liquido industriale vietato in Italia dal 1993. Nel caso si arrivasse a un processo, l’associazione Consultorio Transgenere si costituirà parte civile perché per una persona trans l’adeguamento del corpo al genere in cui si identifica è vitale e, non avendo i soldi per farlo, costringe a scelte con conseguenze anche mortali. L’olio al silicone è purtroppo ancora molto diffuso in una parte della collettività trans* da parte di soggetti che vivono in condizioni di povertà, marginalizzazione e stigma sociale di cui le istituzioni non si fanno assolutamente carico. Vogliamo l’apertura delle case di accoglienza e delle case rifugio per le persone trans che stanno vivendo situazioni di violenza. Vogliamo accesso ai lavori, ai servizi, alla vita. Abbiamo il diritto ad una nuova legge basata su autodeterminazione e consenso informato perché la 164 è obsoleta, inadeguata e superata dai fatti. Vogliamo che le nostre elaborazioni siano accolte, assunte e non strumentalizzate per pulire le coscienze di altri movimenti: le nostre identità non sono beni di consumo, né tanto meno pubblicità gratuita. E non basta inserire nei documenti il nostro acronimo, per altro spesso ritagliato a seconda delle esigenze, per sentirsi alleat3.  Siamo persone trans, non binarie e intersex.  Le nostre bandiere rappresentano le nostre lotte e non sono emblemi per la propaganda capitalista, egemone e coloniale.  Autodeterminazione e liberazione per i corpi tutti! Ci vogliamo viv e vogliamo tutto!  Share Post Share L'articolo TDOR 2025  proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Fa più rumore nel tuo cuore di un comizio elettorale…
Nei giorni della mobilitazione contro lo sgombero del Leoncavallo pubblichiamo la recensione al libro di Fabrizio C. sui centri sociali romani che Lidia Martin ha letto per noi/voi L'articolo Fa più rumore nel tuo cuore di un comizio elettorale… sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.