
Danza lunatica all’Aquila
Jacobin Italia - Thursday, March 5, 2026
Articolo di Daniele PocciaIl centro storico dell’Aquila non è più un centro, ma non per questo ha smesso di esserci una periferia, come in troppe altre città del Nord e del Sud globali. La città delle 99 Chiese, delle 99 Piazze e delle 99 Fontane, complice un terremoto gestito come un’occasione d’oro per l’interesse di un Berlusconi in declino, di imprenditori edilizi avidi di affari e di un’amministrazione comunale tenuta da un ex di Casapound, Pierluigi Biondi, si presenta come «rinata» dalle sue macerie. Visitarla equivale ad avere una piccola ma sconcertante visione del futuro che ci aspetta, almeno da questa parte del Pianeta, e che incombe come una disgrazia caramellata e ricoperta di slogan da civiltà in bancarotta, quella occidentale, patriarcale, coloniale, manageriale.
La nomina a Capitale della Cultura italiana 2026 non fa che sancirne il ruolo, e ribadire, a chi non avesse voluto ascoltare l’oscuro avvertimento, che il futuro non solo non è roseo, ma peggio, è color pastello, dello stesso identico colore di un edificio sinistrato e ristrutturato come fosse un plastico da contemplare dall’esterno. Le sue case, quindi, quando ci si arriva da Ovest, dopo aver scalato l’A24, e senza più le decine di gru di un tempo a segnalare il lavoro «clandestino» di operai e restauratori provenienti da ogni parte del paese, appaiono alla stregua di scarne e impassibili scenografie di uno spettacolo senz’anima. Il consumo è la religione di questo tempio dedicato a famiglie e aperitivanti senza ricordi collettivi, innanzitutto della stagione di mobilitazioni che ha travolto la popolazione, all’indomani del sisma del 2009.
Il messaggio subliminale di questo cocktail post-industriale, distopico, è che il conflitto sociale va relegato in un angolo, sospinto dove nessuno vorrebbe mai gettare il proprio sguardo critico, caso mai sapesse ancora di averlo. Ma questo angolo ha un nome, Casematte, un nome rivendicato, un grappolo di sogni scagliato nel buio, una storia che continua a cambiare. Il posto infatti è occupato, e da più di sedici anni. Non è un monumento, ma un esperimento, spuntato nel cuore di un vecchio manicomio abbandonato, Collemaggio, che prende il nome dall’adiacente Basilica voluta dal papa del Gran Rifiuto, Celestino V, perché si chiamino le cose con il loro nome, il nome che il potere e l’arte gli hanno dato. Un nome, Casematte, che esprime meglio di qualunque altro la follia riscattata, restituita a tutte e a tutti tra le mura del suo baretto, nei murales lussureggianti e nelle autocostruzioni informali che li circondano entrambi, con un paradosso solo apparente, dato che per combattere il potere ci vuole il gusto della rivolta.
E quindi succede che il 21 febbraio scorso una compagnia teatrale romana che lotta contro i nomi, e contro il potere, va da sé, vi porta il suo laboratorio aperto. Si chiamano nontantoprecisi e arrivano a coinvolgere più di trenta persone, questa volta come tante altre volte, persone di ogni estrazione mentale e di ogni vocazione esistenziale, affinché dispieghino i loro vissuti più dolorosi, come i più gioiosi, spigolandoli uno a uno, e poi tutti insieme, raccolti amorevolmente nelle mani infarinate di spirito di cooperazione di una donna che chiede a ognuna e a ognuno di chiedersi come fare. Lo splendore di un gesto che si accorda al gesto, e ad altri cento, e non solo nel tempo, ma anche nello spazio, provocando un’armonia che è tutt’uno con il paesaggio circostante, costellato di pini alti anche più di venti metri e disseminato dei ricordi di coloro che vi hanno sofferto, legati ai letti, sotto gli elettrodi, imbottiti di psicofarmaci. Sullo sfondo i cosiddetti «maranza» che ci guardano dal bordo delle nostre inibizioni, e ora gridano, ora mettono la musica trap, ora ascoltano e capiscono. Il corpo restituito a sé stesso è un volo al di là di ogni steccato, che sia di genere, di razza, di classe, di educazione e di abilità, fisica o psichica. Chi decide insomma quale corpo è giusto? Chi ha il maledetto diritto di farlo?
La stesso domandare orgoglioso del proprio rifiuto è al centro dell’esibizione di Haiku senza Haiku. Non sono un (semplice) gruppo musicale, non sono un (banale) esercizio di autostima consentita, come l’arte più blasonata rischia talvolta di essere. Sono un invito, un richiamo, un appello ad ascoltare, a prendere la parola, a cercare di non brandire un nome, nemmeno in questo caso. I versi di detenute e di detenuti, di internati e di internate negli istituti psichiatrici, di latitanti, che ritornano dal fondo di questa società in divisa, anche quando non c’è nessuno nei paraggi che crede di indossarla, lo crede solamente, perché ormai per non passare da devianti si deve rinunciare agli incontri reali, e aderire quindi passo passo, e giorno dopo giorno, all’unico diktat che risuona ancora inamovibile: non essere te stessa o te stesso, odiati, e obbedisci al tuo nemico. C’è qualcuna o qualcuno, allora, che legge i testi di qualcun altro o di qualcun’altra, e li rende così due volte più veri; ci sono lo spoken word e la poesia, la furia e la pulsazione della vita, che colmano gli occhi e la voce di chiunque abbia voglia di innestarsi; un’antica dea, Ecate, che tre donne portano in scena, con la musica, il canto e le parole, per pretendere giustizia per le donne. Versi improvvisati contro il Ministero, un’entità che tutti conosciamo perché ce l’abbiamo piantata dritta in mezzo alle sopracciglia, sotto forma di soggezione all’ordine costituito, quale che sia il suo volto più alla moda. Versi, versi liberi, che siano di tutte, di tutti, e di nessuno in particolare. Che si partecipasse al laboratorio, si discutesse delle sue implicazioni individuali e comuni nel dibattito che lo ha seguito, o che si esultasse sotto palco, una danza lunatica ha preso forma, una danza di cui nessuno detiene il controllo, e che pure si svolge senza telecamere e algoritmi, quelli che i governi di ogni orientamento vorrebbero veder funzionare dappertutto vi siano ancora comportamenti «sospetti» e che all’Aquila saranno installati in numero di 900. Lo sgombero imminente che pesa su Casematte è un insulto per chiunque nutra ancora la certezza della forza che ci spinge a resistere, e che sappia come l’abbraccio di una comunità politicamente in lotta è l’unico motivo per tenerci ancora in vita.
Sono stati spesi centinaia di migliaia di euro, non è facile quantificarli, per la cerimonia d’apertura della Capitale italiana della Cultura, avvenuta il 17 gennaio in una città dove non c’è più una biblioteca comunale in centro storico, non c’è un cinema, non ci sono abbastanza adolescenti che scrivono sui muri. Stormi di droni hanno oscurato le stelle, e un pupazzo gigante, sì un pupazzo gigante, di nome Dundu, ha scorrazzato per le strade e per le piazze della città. È chiaro quale è il progetto, e la posta in gioco: siate sicuri e sicure, a tutti i costi, e anche quando nessuno vi minaccia, e non abbiate altra speranza se non di avere ancora un capo, domani, a chiedervi conto del vostro tempo, del vostro spazio, del vostro corpo. Che vi dia il suo nome, e vi imponga di essere sempre più isolate e isolati, più agguerriti e agguerrite contro le e i migranti, più gelosi e gelose delle vostre catene, da non condividere nemmeno con chi ha perduto la sua paura, come è avvenuto nel corso di questa giornata. Casematte, nontantoprecisi, Haiku senza Haiku, e tutte le esperienze che non hanno ancora rinunciato a non rinunciare, sono soltanto modi, i più sinceri e vividi, per non restare da soli, ad attendere apaticamente che le cose prima o poi comincino, come per magia, ad andare meno peggio.
*Daniele Poccia è ricercatore indipendente e attivista. Ha curato e tradotto di Raymond Ruyer, La superficie assoluta (Textus, 2017) e di Louis Weber, Il ritmo dell’immanenza (Mimesis 2022)
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