Quando un film è un’opera d’arte
L’ISPIRAZIONE PER L’ULTIMO FILM DI PAOLO SORRENTINO, È LA GRAZIA CONCESSA DAL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA A UN UOMO CONDANNATO PER AVER UCCISO LA MOGLIE
GRAVEMENTE MALATA. COME SI TROVA IL CORAGGIO DI SCEGLIERE? DI CHI SONO I NOSTRI
GIORNI? SONO ALCUNE DOMANDE CHE ACCOMPAGNANO UN GRANDE FILM
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Un nome scelto non a caso quello di Dorotea, la cui etimologia la vuole come
“dono di Dio”, e Dorotea è la figlia del presidente, nel film La grazia di Paolo
Sorrentino, dal 15 gennaio scorso visibile in tutte le sale cinematografiche. Un
film dove lo stesso Sorrentino palesa la sua evoluzione interiore, sia come
persona, sia come sceneggiatore e infine come regista fuori dagli schemi “serie
TV”, odierni e omologati, del cinema occidentale, soprattutto italiano, dove il
dettaglio delle scene rasenta la compulsività di chi le pensa e le crea, senza
spesso che vi sia un percorso su cui lo spettatore possa riflettere a lungo e
crescere culturalmente, criticamente, spiritualmente.
Il film ha trovato ispirazione nella figura del presidente Mattarella e di sua
figlia, e dalla reale grazia che il primo cittadino italiano ha concesso ad un
uomo che aveva ucciso la moglie gravemente ammalata. Non per potere patriarcale,
ma per amore.
Sì, perché il film di Sorrentino è tutto tranne che un film in cui si racconta
del potere. O meglio forse del potere sì, ma del potere dell’amore che senza
entrare in collisione con la Legge, la supera. E così il film si fa percorso
dalle tenebre alla luce, dalla selva oscura di dantesca memoria al Paradiso
dell’Agape. Un film-percorso dell’anima per l’anima, dove tutto è chiamato a
intessere la trama della salvezza, persino le armoniche – e a sprazzi gelide – e
silenti inquadrature di facciate in pieno contrasto coi rigogliosi giardini
eclettici reali torinesi e gli imponenti e ancora eclettici interni del palazzo,
insieme ad eterei volti segnati dal tempo e dal giudizio pre-giudizio, in
contrasto con occhi in osservazione pura, perché senza giudizio, e gesti lenti
che dicono più delle parole. Una fotografia eccellente che pare ispirarsi alla
pittura dell’artista tedesco Caspar David Friedrich (1774-1840).
E così, Dorotea-Virgilio accoglie la sua severa missione e accompagna il padre
che si porta all’interno della sua ferrea trincea super-egoica, nel suo
“percorso mariano”. Da quella cassa super-egoica, lei percepisce il suo fiato
stentato, a causa della simbolica mancanza di un polmone. Il presidente non
respira profondamente e la dipendenza dal fumo è l’unica cosa, anche se
trasgressiva, che riesce a deglutire completamente, l’unica che gli fa avvertire
il cuore che continua a chiedergli di pulsare liberamente e di tornare a farsi
carne.
Come contraltare alla figura di Dorotea, è il corazziere, alter-ego di Mariano,
a rammentargli ancora della possibilità del coraggio e della leggerezza insieme.
Ma poi, ancora Dorotea-Virgilio che, in quel ginepraio di responsabilità da
poltrona aurea, gli fa anche da grillo parlante di collodiana memoria,
rammentandogli quell’unica domanda-terapia d’urto possibile: “Di chi sono i
nostri giorni?”.
E allora è crollo, è trauma, ma è anche il momento dell’uscita dall’inferno e
Mariano trova accesso al mondo purgatoriale dell’osservazione pura senza
giudizio, prima che si aprano le porte del Paradiso. E dietro a quelle porte,
proprio sulla soglia del Paradiso, Dorotea-Virgilio lo lascia a se stesso,
perché sia da solo con la sua coscienza, senza più nascondimenti, nella sua
scelta. E lui, lui, il presidente, trova il coraggio di scegliere, superando la
corazza cementizia super-egoica, consapevole di aver riunito tutti i pezzi della
sua amata moglie Aurora-Osiride-Luce, persa anni addietro e sua ossessione
giornaliera.
Ora è pronto ad aprire quella porta: il Paradiso lo attende. Mariano concede la
libertà dell’eutanasia e concede la Grazia a chi ha ucciso per troppo amore, per
liberare l’amato dall’oppressione della sofferenza per malattia e la Grazia è
cosa ben diversa dalla passione che non conosce dubbio, “la Grazia – al
contrario – è la bellezza del dubbio”. Mariano-Maria ritrova il coraggio e
insieme ritrova i suoi figli: Dorotea-Virgilio e Riccardo, il cui significato
etimologico, ancora non a caso, è “sovrano coraggioso”. E il sovrano coraggioso
era già lì e con pazienza, lo attendeva.
Mariano, dunque, come Cristo con la Legge ebraica, non si mette in
contrapposizione con la Legge, ma la supera, abbandonandosi all’Agape per
ritrovare leggerezza.
Ma il film di Sorrentino non è solo questo. È anche denuncia di una mancata
profonda riflessione. La domanda di Dorotea è una e rimbomba ancora nelle tempie
e per sempre, tornando a casa dopo aver visto il film, una domanda che ci pone
davanti ad ogni nostra decisione quotidiana, di responsabilità personale quanto
collettiva, perciò politica e civile, e che ci obbliga a restare davanti a noi
stessi “Di chi sono i nostri giorni?”.
La scelta per l’eutanasia non è cosa facile e implica sofferenza interiore
all’interessato se ancora lucido, e ancor di più ai familiari, che lungi dal
volersene distaccare, si fanno pronti a lasciarlo andare in un atto d’amore
senza confini. Lo sappiamo per esperienza noi cinofili quando abbiamo dovuto
scegliere di tenere in vita o meno il proprio animale, fin lì con noi felice, o
farlo abbattere per l’irreparabile sopraggiunta sofferenza fisica senza
possibilità di ripresa. Il dolore per la decisione dell’abbattimento è grande,
ma il senso di colpa per l’egoismo di volerlo tenere in vita a soffrire
ulteriori giorni, mesi o anni, è ancora più grande.
Ma la domanda sorge spontanea? Perché l’incontro con un papa nero, nel bel mezzo
di un giardino rigogliosamente verde, che salta sulla sella poi di un
modernissimo scooter? Cosa c’entra nella dinamica della storia? La scelta
richiama forse a una Chiesa che si sforza di essere giovane, ma solo ancora
esteticamente, non nella capacità di lavorare sulla propria trasmutazione, per
ritornare a raccontare le sue mille sfaccettature di amorevole verde spirituale.
Una Chiesa che, nonostante gli sforzi, non riesce a fare quel salto di qualità
su temi come l’eutanasia. Eppure l’eutanasia esiste in natura e rende il verde
ancora più verde e di mille verdi diversi e la vita ancora più vita e più
complessa.
È provato scientificamente infatti che una comunità di piante intorno ad una
piantina che soffre, ad esempio per pregresso eccesso d’acqua o altre
motivazioni come malattie fungine che soffocano le radici, possono decidere di
“aiutarla” a morire più celermente, attraverso ciò che gli umani chiamerebbero
“competizione” per risorse, come luce, acqua e nutrienti, e che forse è solo un
atto di amore, perché non debba soffrire troppo a lungo.
Un grazie sentito a tutti gli attori, nessuno escluso, che a cominciare da Toni
Servillo e Anna Ferzetti, si sono totalmente e magistralmente immersi nei loro
personaggi, nonché allo sceneggiatore-poeta e poi ancora al regista, artista
sublime: Paolo Sorrentino. Un Fellini finalmente ritrovato con tutti i suoi
attori? Direi di più: un Fellini spontaneamente superato con le sue scene
asciutte, essenzialmente lente e friedrichiane, che scalfiscono i cuori e la
mente come fa l’acqua che scorre sulla pietra in una malinconica ma salvifica
giornata uggiosa.
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