
Quando un film è un’opera d’arte
Comune-info - Friday, January 23, 2026L’ispirazione per l’ultimo film di Paolo Sorrentino, è la grazia concessa dal presidente della Repubblica a un uomo condannato per aver ucciso la moglie gravemente malata. Come si trova il coraggio di scegliere? Di chi sono i nostri giorni? Sono alcune domande che accompagnano un grande film

Un nome scelto non a caso quello di Dorotea, la cui etimologia la vuole come “dono di Dio”, e Dorotea è la figlia del presidente, nel film La grazia di Paolo Sorrentino, dal 15 gennaio scorso visibile in tutte le sale cinematografiche. Un film dove lo stesso Sorrentino palesa la sua evoluzione interiore, sia come persona, sia come sceneggiatore e infine come regista fuori dagli schemi “serie TV”, odierni e omologati, del cinema occidentale, soprattutto italiano, dove il dettaglio delle scene rasenta la compulsività di chi le pensa e le crea, senza spesso che vi sia un percorso su cui lo spettatore possa riflettere a lungo e crescere culturalmente, criticamente, spiritualmente.

Il film ha trovato ispirazione nella figura del presidente Mattarella e di sua figlia, e dalla reale grazia che il primo cittadino italiano ha concesso ad un uomo che aveva ucciso la moglie gravemente ammalata. Non per potere patriarcale, ma per amore.
Sì, perché il film di Sorrentino è tutto tranne che un film in cui si racconta del potere. O meglio forse del potere sì, ma del potere dell’amore che senza entrare in collisione con la Legge, la supera. E così il film si fa percorso dalle tenebre alla luce, dalla selva oscura di dantesca memoria al Paradiso dell’Agape. Un film-percorso dell’anima per l’anima, dove tutto è chiamato a intessere la trama della salvezza, persino le armoniche – e a sprazzi gelide – e silenti inquadrature di facciate in pieno contrasto coi rigogliosi giardini eclettici reali torinesi e gli imponenti e ancora eclettici interni del palazzo, insieme ad eterei volti segnati dal tempo e dal giudizio pre-giudizio, in contrasto con occhi in osservazione pura, perché senza giudizio, e gesti lenti che dicono più delle parole. Una fotografia eccellente che pare ispirarsi alla pittura dell’artista tedesco Caspar David Friedrich (1774-1840).
E così, Dorotea-Virgilio accoglie la sua severa missione e accompagna il padre che si porta all’interno della sua ferrea trincea super-egoica, nel suo “percorso mariano”. Da quella cassa super-egoica, lei percepisce il suo fiato stentato, a causa della simbolica mancanza di un polmone. Il presidente non respira profondamente e la dipendenza dal fumo è l’unica cosa, anche se trasgressiva, che riesce a deglutire completamente, l’unica che gli fa avvertire il cuore che continua a chiedergli di pulsare liberamente e di tornare a farsi carne.
Come contraltare alla figura di Dorotea, è il corazziere, alter-ego di Mariano, a rammentargli ancora della possibilità del coraggio e della leggerezza insieme. Ma poi, ancora Dorotea-Virgilio che, in quel ginepraio di responsabilità da poltrona aurea, gli fa anche da grillo parlante di collodiana memoria, rammentandogli quell’unica domanda-terapia d’urto possibile: “Di chi sono i nostri giorni?”.
E allora è crollo, è trauma, ma è anche il momento dell’uscita dall’inferno e Mariano trova accesso al mondo purgatoriale dell’osservazione pura senza giudizio, prima che si aprano le porte del Paradiso. E dietro a quelle porte, proprio sulla soglia del Paradiso, Dorotea-Virgilio lo lascia a se stesso, perché sia da solo con la sua coscienza, senza più nascondimenti, nella sua scelta. E lui, lui, il presidente, trova il coraggio di scegliere, superando la corazza cementizia super-egoica, consapevole di aver riunito tutti i pezzi della sua amata moglie Aurora-Osiride-Luce, persa anni addietro e sua ossessione giornaliera.
Ora è pronto ad aprire quella porta: il Paradiso lo attende. Mariano concede la libertà dell’eutanasia e concede la Grazia a chi ha ucciso per troppo amore, per liberare l’amato dall’oppressione della sofferenza per malattia e la Grazia è cosa ben diversa dalla passione che non conosce dubbio, “la Grazia – al contrario – è la bellezza del dubbio”. Mariano-Maria ritrova il coraggio e insieme ritrova i suoi figli: Dorotea-Virgilio e Riccardo, il cui significato etimologico, ancora non a caso, è “sovrano coraggioso”. E il sovrano coraggioso era già lì e con pazienza, lo attendeva.
Mariano, dunque, come Cristo con la Legge ebraica, non si mette in contrapposizione con la Legge, ma la supera, abbandonandosi all’Agape per ritrovare leggerezza.
Ma il film di Sorrentino non è solo questo. È anche denuncia di una mancata profonda riflessione. La domanda di Dorotea è una e rimbomba ancora nelle tempie e per sempre, tornando a casa dopo aver visto il film, una domanda che ci pone davanti ad ogni nostra decisione quotidiana, di responsabilità personale quanto collettiva, perciò politica e civile, e che ci obbliga a restare davanti a noi stessi “Di chi sono i nostri giorni?”.
La scelta per l’eutanasia non è cosa facile e implica sofferenza interiore all’interessato se ancora lucido, e ancor di più ai familiari, che lungi dal volersene distaccare, si fanno pronti a lasciarlo andare in un atto d’amore senza confini. Lo sappiamo per esperienza noi cinofili quando abbiamo dovuto scegliere di tenere in vita o meno il proprio animale, fin lì con noi felice, o farlo abbattere per l’irreparabile sopraggiunta sofferenza fisica senza possibilità di ripresa. Il dolore per la decisione dell’abbattimento è grande, ma il senso di colpa per l’egoismo di volerlo tenere in vita a soffrire ulteriori giorni, mesi o anni, è ancora più grande.
Ma la domanda sorge spontanea? Perché l’incontro con un papa nero, nel bel mezzo di un giardino rigogliosamente verde, che salta sulla sella poi di un modernissimo scooter? Cosa c’entra nella dinamica della storia? La scelta richiama forse a una Chiesa che si sforza di essere giovane, ma solo ancora esteticamente, non nella capacità di lavorare sulla propria trasmutazione, per ritornare a raccontare le sue mille sfaccettature di amorevole verde spirituale. Una Chiesa che, nonostante gli sforzi, non riesce a fare quel salto di qualità su temi come l’eutanasia. Eppure l’eutanasia esiste in natura e rende il verde ancora più verde e di mille verdi diversi e la vita ancora più vita e più complessa.
È provato scientificamente infatti che una comunità di piante intorno ad una piantina che soffre, ad esempio per pregresso eccesso d’acqua o altre motivazioni come malattie fungine che soffocano le radici, possono decidere di “aiutarla” a morire più celermente, attraverso ciò che gli umani chiamerebbero “competizione” per risorse, come luce, acqua e nutrienti, e che forse è solo un atto di amore, perché non debba soffrire troppo a lungo.
Un grazie sentito a tutti gli attori, nessuno escluso, che a cominciare da Toni Servillo e Anna Ferzetti, si sono totalmente e magistralmente immersi nei loro personaggi, nonché allo sceneggiatore-poeta e poi ancora al regista, artista sublime: Paolo Sorrentino. Un Fellini finalmente ritrovato con tutti i suoi attori? Direi di più: un Fellini spontaneamente superato con le sue scene asciutte, essenzialmente lente e friedrichiane, che scalfiscono i cuori e la mente come fa l’acqua che scorre sulla pietra in una malinconica ma salvifica giornata uggiosa.
L'articolo Quando un film è un’opera d’arte proviene da Comune-info.