Le operazioni dell’ICE e la morte di Renee Good: quando l’autorità diventa performance
Ogni società disegna i propri confini come se fossero linee immobili. Poi
scopre, spesso troppo tardi, che i confini non restano mai dove li abbiamo
tracciati. Migrano. Scivolano. Si infiltrano nelle pieghe della vita quotidiana.
Diventano porte che si aprono all’improvviso, sirene nella notte, corpi armati
che attraversano quartieri residenziali.
La morte di Renee Nicole Good, 37 anni, cittadina statunitense, madre di tre
figli, ha funzionato come una frattura improvvisa nel racconto della sicurezza,
non perché fosse la prima persona a morire durante un’operazione
dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Non lo era. Le statistiche
disponibili, come spiegherò dettagliatamente in questo articolo, indicano che
decine di persone sono morte sotto custodia o in scontri con agenti federali nel
solo 2025, il livello più alto degli ultimi vent’anni, con circa 32 decessi in
custodia secondo agenzie internazionali e monitoraggi indipendenti.
> Eppure la morte di Renee ha acceso un putiferio nazionale e internazionale.
> Perché? La verità è acerba e scomoda da ammettere. Renee non apparteneva ai
> margini sociali a cui questa violenza è stata a lungo confinata nel discorso
> pubblico: era bianca, middle class, madre americana.
Tutto in lei parlava il linguaggio della sicurezza promessa; il suo corpo non
rientrava nella categoria implicita di quelli per cui “può succedere”, e così la
sua morte ha incrinato una convinzione silenziosa: che esistano vite
naturalmente protette dall’uso diretto della forza statale. Quando quella
convinzione cade, l’indignazione smette di essere selettiva e l’uso della
violenza comincia a fare scalpore.
In ambito sociale, questi momenti sono rivelatori perché non scoprono la
violenza, ma la rendono finalmente, semplicemente, di interesse pubblico.
UNA PERFORMANCE SIMBOLICA DI CONTROLLO
L’ICE nasce nel 2003 come agenzia amministrativa, figlia del clima post-11
settembre, con lo scopo di coordinare, razionalizzare, applicare norme. Ma le
istituzioni, come gli organismi viventi, mutano in risposta all’ambiente, e
l’ambiente politico statunitense degli ultimi vent’anni è stato saturo di paure:
crisi economiche, terrorismo, migrazioni, perdita di controllo. Col tempo, l’ICE
si è trasformata in qualcosa di diverso dal principio: una presenza armata nello
spazio interno, una frontiera mobile che non presidia solo i confini geografici,
ma attraversa le città.
Il suo mandato si è ampliato per accumulo, emergenza dopo emergenza, governo
dopo governo. Ogni sua espansione è apparsa temporanea ma necessaria, e il
risultato è una normalità in cui operazioni aggressive vengono condotte lontano
dalle frontiere e la distinzione tra sicurezza e controllo si fa sempre più
sottile. Con l’arrivo di Donald Trump, la presenza dell’ICE nelle strade si è
consolidata, e questo processo segna il passaggio da un potere regolativo a un
potere performativo: l’ICE, oggi, ha il compito di agire non solo applicando la
legge, ma mettendola in scena, come se ogni intervento fosse una performance,
una dimostrazione di sovranità e controllo. I dispositivi di controllo statale
come l’ICE sono necessari per mostrare che lo Stato può entrare ovunque, che
nessuno spazio è completamente domestico, che il confine non è più fuori ma
dentro, che la casa non è più un rifugio garantito.
di Ken Fager (Flickr)
NUMERI, FINANZIAMENTI, ORGANICO
Se la trasformazione dell’ICE in “frontiera mobile” ha una dimensione simbolica,
oggi ha anche una dimensione misurabile: soldi, personale, capacità detentiva e,
inevitabilmente, morti.
Prima di tutto parliamo del boom di finanziamenti: nel 2025 c’è stato un salto
di scala. Secondo un’analisi del CRS, il Congresso ha infatti approvato un
pacchetto di riconciliazione che destina fino a 74,85 miliardi di dollari a
programmi di enforcement e detenzione dell’immigrazione, in larga parte gestiti
da ICE, includendo 45 miliardi per la detention capacity e 29,85 miliardi per
costi operativi e di approvvigionamento.
L’ICE oggi è composta da circa 20mila agenti, e il suo obiettivo è arrivare a
30mila grazie a una campagna di assunzioni sostenuta da un maxi finanziamento
federale. Per raggiungere questo obiettivo, in alcuni programmi di reclutamento
il periodo di addestramento degli agenti è stato ridotto da 13 a 8 settimane, ed
è stato inoltre rimosso il limite massimo di età per presentare domanda. Questi
sono dati cruciali perché rendono “concreta” la performance: l’azione
spettacolare non è solo retorica, è sostenuta da un’iniezione di risorse senza
precedenti.
> In termini di crescita numerica del personale, il Department of Homeland
> Security (DHS) ha annunciato il 3 gennaio 2026 un aumento “storico” della
> forza lavoro, attribuendo il risultato a una campagna di reclutamento che ha
> portato 12mila nuovi agenti.
Proseguiamo parlando di crescita numerica detentiva: nell’ultimo anno la
popolazione in detenzione era arrivata a 39.703 persone al 12 gennaio 2025,
ultimo dato disponibile nel report di TRAC (Transactional Records Access
Clearinghouse), che raccoglie e analizza le statistiche bisettimanali pubblicate
da ICE e mostra la dimensione della popolazione detenuta all’inizio del 2025.
Più avanti nello stesso anno, il Migration Policy Institute (MPI) riporta 61.200
persone in detenzione ICE al 24 agosto 2025, definendolo un massimo record per
quel punto della serie. Solo tra questi due punti (gennaio–agosto 2025)
l’aumento è di circa il 54% (da 39.703 a 61.200).
Dopo la detenzione, l’iter è il seguente: se si è immigrati sospettati di
trovarsi sul territorio americano non a norma di legge, si viene interrogati. Se
non emergono irregolarità, si può essere trattenuti e talvolta rilasciati dopo
l’interrogatorio. In caso di irregolarità, si può essere arrestati e trasferiti
in un centro di detenzione più grande. In caso di mancata regolarizzazione
durante la detenzione, il rischio è quello di essere deportati senza la
possibilità di essere rintracciati né da familiari né da legali.
di Ken Fager (Flickr)
MANDATO LEGALE: COSA AUTORIZZA LO STATO
Formalmente, l’azione dell’ICE si innesta su un’architettura normativa che
assegna all’esecutivo federale il compito di amministrare ed eseguire le leggi
sull’immigrazione: la legge federale assegna al Dipartimento della Sicurezza
Interna (DHS) il compito di far rispettare le leggi sull’immigrazione. L’ICE è
una delle agenzie operative del DHS, quindi agisce all’interno di questo
mandato. Dopo l’11 settembre, con la riorganizzazione federale, al DHS (e quindi
anche all’ICE) sono state attribuite funzioni come indagini, detenzione e
rimpatrio/espulsione, e i suoi agenti possono fermare, trattenere e arrestare in
casi previsti dalla legge.
La criticità è che molte operazioni avvengono in una zona grigia: agenti spesso
in borghese e con veicoli non contrassegnati, obblighi di body cam o
identificazione non sempre uniformi e, in alcune circostanze, possibilità di
arresto senza mandato. Inoltre, l’ICE, essendo un’agenzia federale, non è sempre
soggetta agli stessi vincoli statali o locali che regolano e limitano i poteri
di forza della polizia sul territorio.
VITTIME: CIÒ CHE È DOCUMENTABILE CON CHIAREZZA E CIÒ CHE NON LO È
ICE pubblica una pagina dedicata alla reportistica delle morti in custodia
(“Detainee Death Reporting”), che contiene i singoli casi notificati alle
famiglie, ai consolati e alle autorità competenti, in conformità con le policy
interne. Per questo motivo, gli unici dati ufficialmente disponibili sui decessi
consultabili derivano direttamente dal dipartimento.
Secondo i dati forniti dall’ICE, nel 2025 sono morte 32 persone mentre si
trovavano in custodia: il numero più alto degli ultimi vent’anni (dal 2004). Nel
2024 i decessi erano molti di meno (circa 11, secondo alcuni report), e negli
anni precedenti ancora inferiori, il che indica un aumento significativo legato
alla crescita delle detenzioni. Sempre secondo comunicazioni ufficiali dell’ICE,
nei primi 10 giorni del 2026 sono morte almeno 4 persone in custodia ICE.
> Le cause dei decessi includono emergenze mediche, condizioni di salute
> preesistenti e, in alcuni casi, indagini su possibili violenze del personale o
> negligenza.
È tuttavia necessario leggere questi numeri con cautela: la classificazione
delle cause di morte, i criteri di registrazione e le asimmetrie informative tra
custodia e operazioni sul campo possono contribuire a una rappresentazione solo
parziale del fenomeno, non essendo disponibili dati ufficiali al di fuori di
quelli forniti dal dipartimento stesso.
Per quanto riguarda i decessi durante operazioni fuori dai centri di detenzione
(ad esempio perquisizioni, arresti sul campo, scontri con agenti, ecc.), non
esiste una statistica centralizzata pubblicata ufficialmente da ICE o dal DHS
che conteggi in modo sistematico tutte le morti correlate alle operazioni di
enforcement come dato annuale unico. Tuttavia, casi documentati esistono:
Silverio Villegas González è stato ucciso da un agente ICE durante un fermo di
polizia in Illinois nel 2025, secondo ricostruzioni giornalistiche.
Geraldo Lunas Campos, detenuto in un centro a Camp East Montana (Texas), è morto
in custodia e un medico legale ha indicato un probabile omicidio per asfissia
dovuta alla compressione di collo e torace da parte del personale,
contraddicendo la versione ufficiale del dipartimento.
di Ken Fager (Flickr)
MINNEAPOLIS COME PALINSESTO DELLA MEMORIA
Minneapolis non è una città neutra. È stata campo di battaglia e luogo
attraversato da una memoria recente di violenza istituzionale ancora viva e non
risolta, e il nome di George Floyd continua a risuonare come una cicatrice
aperta. In questo contesto, l’azione dell’ICE non viene letta come un’operazione
tecnica, ma come l’ennesima irruzione di un potere istituzionale coercitivo.
Quando l’ICE agisce qui, non porta solo armi e mandati: porta un’eco storica,
riattiva un archivio di immagini, violenze, abusi, corpi immobilizzati,
narrazioni ufficiali che non coincidono mai del tutto con ciò che è stato visto.
La morte di Renee ha riattivato quella memoria non come evento isolato, ma come
conferma di una traiettoria: la progressiva normalizzazione dell’uso della forza
federale nello spazio urbano. Il messaggio implicito è chiaro e inquietante: la
cittadinanza non garantisce immunità, vivere a norma di legge non è garanzia di
protezione assoluta.
LA PAURA COME ARCHITETTURA INVISIBILE E L’AGENCY CHE CAMBIA DIREZIONE
L’ICE governa anche attraverso l’incertezza: operazioni improvvise, agenti senza
identificativi chiari, versioni ufficiali opache. Non serve colpire tutti; basta
rendere noto che chiunque può essere colpito. Una sorta di panopticon
foucaultiano in cui la paura diventa un’infrastruttura invisibile, una
condizione permanente che interiorizza il controllo, disciplina i corpi e le
menti e giustifica gli interventi violenti.
> In questa architettura, il confine non è qualcosa che separa dentro e fuori,
> ma attraversa le relazioni, i quartieri, i corpi, diventando un’esperienza
> quotidiana, una postura, una tensione costante.
Eppure, proprio dove il potere si espande, emergono forme nuove di risposta.
Negli interstizi lasciati dallo Stato, le comunità iniziano a tessere reti
attraverso pratiche concrete di protezione reciproca: avvocate e avvocati,
attiviste e attivisti, vicine e vicini di casa che trasformano la paura in
coordinamento, producendo narrazioni alternative che rifiutano l’immagine della
e del migrante come corpo sacrificabile. A Minneapolis e in altre città, gruppi
di cittadine e cittadini stanno documentando operazioni, costruendo reti di
supporto legale, accompagnando le persone a rischio.
Queste reti si strutturano come infrastrutture informali ma altamente
organizzate, capaci di agire su più livelli contemporaneamente. Accanto agli
avvocati e agli osservatori legali operano sistemi di monitoraggio dal basso
delle operazioni (hotline, chat cifrate, segnalazioni in tempo reale), reti di
assistenza materiale per le famiglie colpite (alloggio temporaneo, raccolte
fondi, accompagnamento ai servizi) e gruppi dedicati alla produzione e
circolazione di contro-narrazioni, che documentano gli interventi e ne
contestano la versione ufficiale.
La morte di Renee Nicole Good, in questo senso, ha funzionato come uno specchio
improvviso e ha costretto una parte più ampia della società a vedere ciò che era
sempre stato lì: un potere che si è espanso silenziosamente, normalizzando
l’eccezione, trasformando la sicurezza in una pratica di performance violenta.
Queste pratiche non sostituiscono lo Stato, ma ne intercettano le falle, agendo
dove l’azione istituzionale si fa opaca o coercitiva.
Il mutualismo qui non è solo solidarietà: è organizzazione politica quotidiana,
una forma di agency collettiva che redistribuisce competenze, informazioni e
protezione e che trasforma comunità esposte alla violenza in soggetti attivi
capaci di rispondere, coordinarsi e rendersi visibili. In questo senso, le reti
non si limitano a mitigare gli effetti dell’ICE, ma ne disinnescano parzialmente
la dimensione performativa, sottraendo l’azione repressiva al silenzio e
all’isolamento su cui si fonda.
La copertina è di Ken Fager (Flickr)
SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS
Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps
Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per
sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le
redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno
L'articolo Le operazioni dell’ICE e la morte di Renee Good: quando l’autorità
diventa performance proviene da DINAMOpress.