La sfida dei movimenti contro il CPR di Trento tra strategie, alleanze e prospettive
Il governo ha in programma la costruzione di un CPR a Trento. Non è un’ipotesi
astratta: Ministero dell’Interno e Provincia hanno firmato un accordo che ne
definisce tempi e modalità, segnando un’accelerazione rara nel panorama
nazionale. Il tema dell’ampliamento dei CPR, infatti, ricorre spesso nei
discorsi politici, ma raramente si traduce in passaggi concreti. Qui, invece, la
scelta politica è accompagnata da atti amministrativi coerenti e allarmanti.
Anche per questo il progetto trentino si configura come un laboratorio politico
con implicazioni di portata nazionale.
A confrontarsi con questa prospettiva c’è un territorio tutt’altro che passivo.
Qui opera il Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol No CPR, una rete ampia
che riunisce associazioni, realtà di movimento, parrocchie, operatorə
dell’accoglienza. Una mobilitazione che nel tempo ha espresso radicalità e
organizzazione, trasformando una vertenza locale in un riferimento anche fuori
regione.
È questa configurazione a rendere il caso di Trento particolarmente rilevante.
Nelle politiche migratorie è raro osservare mobilitazioni così definite nel loro
obiettivo – fermare la costruzione di un CPR – e allo stesso tempo capaci di
aprire una discussione politica di ampia portata sulle modalità e le forme
dell’organizzazione. L’ampia partecipazione alla manifestazione del 13 dicembre
è, in questa direzione, un ottimo segnale.
Come si struttura un’azione collettiva che ambisca a incidere in processo
politico e non solo commentarlo dall’esterno. Con quali strategie? Quali
alleanze? Quali forme di radicamento e di conflitto? Di questi temi abbiamo
parlato con Francesco Lorini e Stefano Bleggi, attivisti del Coordinamento, per
analizzare le coordinate di una battaglia che riguarda il presente e, insieme,
l’evoluzione delle politiche migratorie in Italia.
A che punto è oggi l’ipotesi di costruzione di un CPR a Trento?
Sul piano istituzionale l’ipotesi non è più solo un aberrante “idea”: il 24
ottobre 2025 il presidente della Provincia Autonoma di Trento Fugatti e il
ministro Piantedosi hanno firmato l’accordo di collaborazione per la
realizzazione di un CPR. La struttura detentiva è prevista in Destra Adige,
vicino al quartiere di Piedicastello, in un’area di circa 2.700 mq incastrata
tra tangenziale e A22, con demolizione dell’edificio esistente e costruzione di
moduli prefabbricati, doppia recinzione e spazi separati per trattenuti e forze
dell’ordine, in deroga a qualsiasi regolamento urbano. Infatti il Comune di
Trento è stato informato solo ad accordo firmato. L’investimento è stimato tra
1,5 e 2 milioni di euro, a carico esclusivo della Provincia, mentre gestione e
manutenzione saranno del Ministero dell’Interno. L’avvio del cantiere è previsto
nel corso del 2026. Si può dire che a oggi siamo quindi nella prima fase, quella
amministrativa e progettuale con l’acquisizione e l’esproprio dell’area. Al
momento nell’edificio che deve essere abbattuto vivono ancora due famiglie che
hanno ricevuto solo la disdetta del loro contratto di affitto. L’accordo
politico è firmato e Provincia e Governo lo presentano già come un “modello” da
estendere altrove.
Come si è organizzata la risposta dei movimenti a questa prospettiva?
La risposta non è nata “dal nulla”: in Trentino esisteva già da anni un tessuto
antirazzista e solidale, che il progetto del CPR ha spinto a mettersi
maggiormente in rete. Due anni fa, quando l’ipotesi più probabile era che il CPR
venisse costruito a Bolzano, si è costituito il Coordinamento Trentino-Alto
Adige/Südtirol No CPR, che oggi riunisce oltre quaranta realtà regionali. Si
tratta di un coordinamento inedito, nato dal basso ampio e trasversale, senza
organizzazioni di partito di riferimento, che mette insieme spazi autogestiti,
scuole di italiano per migranti, enti del terzo settore e parrocchie e molto
altro.
Il Coordinamento ha elaborato una piattaforma comune abolizionista (“Né qui, né
altrove!”) che chiede la chiusura di tutti i CPR, il ripristino e potenziamento
dell’accoglienza diffusa, l’abolizione della Bossi-Fini e dei decreti sicurezza,
percorsi di regolarizzazione e libertà di movimento. La mobilitazione si è
espressa in una sequenza di assemblee pubbliche, incontri informativi in spazi
pubblici, iniziative culturali e di volantinaggio, fino alla manifestazione
cittadina del 13 dicembre convocata a Trento contro la costruzione del CPR.
Accanto al Coordinamento che ha un approccio “di movimento”, si sono espressi
con nettezza anche segmenti del mondo istituzionale e religioso (Diocesi, Centro
Astalli, Caritas, la Circoscrizione di Piedicastello, i sindacati), spesso in
dialogo con il Coordinamento ma, per il momento, con registri e linguaggi
differenti.
Tutto questo ha favorito un’ampia e variegata partecipazione alla
manifestazione. Inoltre, ha visto il riconoscimento della fiducia delle persone
migranti in tutte quelle strutture che negli anni, e ancor più dallo
smantellamento nel 2018 del precedente sistema di accoglienza diffusa, hanno
aiutato e, nel caso delle scuole d’italiano, lavorato al loro fianco. Il
risultato è stato la massiccia partecipazione alla manifestazione, come non si
era mai vista in precedenti occasioni analoghe, degli studenti delle scuole
d’italiano che comprendono di poter far sentire la loro voce e diventare
soggetti di una diversa narrativa.
In un fronte così composito, come si riesce a mantenere un posizionamento
politico netto – radicalmente abolizionista – senza chiudere lo spazio del
confronto e della partecipazione a soggetti che si oppongono alla costruzione
del CPR con posture diverse? Nella vostra esperienza, come si gestiscono e
valorizzano le differenze di linguaggi, tradizioni politiche e strumenti di
intervento?
La scelta, fin dall’inizio, è stata di tenere fermo l’orizzonte politico –
abolire la detenzione amministrativa, chiudere tutti i CPR, senza trasformarlo
però in un “test di purezza” che escluda chi arriva da altre storie politiche o
da sensibilità più moderate. Nel contempo abbiamo deciso di non utilizzare mai
linguaggi “Nimby” e di “umanizzazione” dei CPR, cosa che in alcuni politici
dell’opposizione sta purtroppo avvenendo. In pratica questo ha significato
alcune cose molto concrete: una piattaforma chiara cercando di allargare le
adesioni oltre a chi per storia politica si esprime già su questi temi. La
piattaforma del Coordinamento è esplicitamente abolizionista: «i CPR sono lager
di Stato, non riformabili; vogliamo la chiusura di tutti i centri di detenzione
amministrativa e l’abolizione delle norme che li rendono possibili».
I documenti comuni mantengono quindi un posizionamento netto: niente spazio
all’idea di un CPR “più umano” o “di eccellenza”, come inizialmente aveva
sostenuto il Sindaco di Trento per poi cambiare opinione. A tal proposito,
spiace constatare quanto è emerso in un incontro organizzato dal PD di Rovereto
sul CPR: siccome si sono convinti che la realizzazione di un CPR “di eccellenza”
sia impossibile, hanno rimarcato come però sia legittima, se non necessaria, la
costruzione di uno strumento che consenta di portare all’espulsione delle
persone migranti “indesiderate”. Non sappiamo se questa sia una posizione
maggioritaria o minoritaria all’interno del partito, la linea del coordinamento
resta invece chiara: l’unico “miglioramento” possibile è non costruire alcun
nuovo CPR e lavorare su alternative di accoglienza, regolarizzazione, welfare.
Chi aderisce sottoscrive questo orizzonte, ma ha piena libertà di declinare le
proprie motivazioni (per qualcuno prevale la critica giuridica, per altri il
tema della salute mentale, per altri ancora la giustizia sociale). Invece di
appiattire tutto, si è scelto di mantenere un filo di collegamento tra le
differenze e provare in seguito a darsi obiettivi organizzativi più strutturati.
Quindi chi ha più esperienza e praticità sul piano istituzionale può lavorare su
mozioni, audizioni, interlocuzione con Comune e Circoscrizioni.
Chi viene da tradizioni più di movimento e lotta si concentra su campagne di
controinformazione, presìdi, cortei. Le realtà più legate al mondo
dell’accoglienza hanno prodotto comunicati e prese di posizione sull’impatto
locale del progetto e i tagli al sistema di accoglienza. Siamo ancora in una
fase iniziale del percorso di opposizione, andranno sicuramente affrontate le
differenze di pratiche nel momento in cui inizieranno i lavori (ad esempio
sull’uso o meno della disobbedienza civile), ma per il momento ci siamo
concentrati sulla manifestazione del 13 dicembre. Come dicono gli zapatisti e le
zapatiste «camminiamo domandando».
Quali direttrici avete scelto per la costruzione della mobilitazione e che tipo
di pratiche vi sembrano oggi più efficaci, in relazione al tema e al contesto
politico allargato?
Ci sembra che le direttrici principali, siano almeno tre, alcune delle quali
sono sicuramente più contraddittorie e difficili da comunicare. La prima,
evidente nell’accordo e nelle politiche locali da quando è al potere la Lega,
collega il CPR allo smantellamento dell’accoglienza e all’aumento della
marginalità: l’accordo prevede il dimezzamento dei posti di accoglienza
straordinaria in Trentino (da circa 700 a 350), in un contesto in cui tra 1.200
e 1.500 richiedenti asilo a Trento sono già oggi esclusi da qualsiasi forma di
accoglienza. Il CPR viene denunciato come tassello di una strategia che produce
irregolarità e povertà, per poi usare queste condizioni come giustificazione
della detenzione.
Al tempo stesso, mettere al centro la natura detentiva e violenta del
dispositivo: attraverso testimonianze dai CPR esistenti, materiali del Garante,
sentenze (compresa quella del Consiglio di Stato che parla apertamente di
violazione del diritto alla salute) e il lavoro del Forum Salute Mentale, si
sono raccontati i CPR come «manicomi del presente», luoghi di sofferenza e
tortura legalizzata.
Infine, stiamo cercando di smontare la narrazione securitaria e di efficacia,
mostrando come i CPR siano inefficaci anche rispetto agli obiettivi dichiarati:
nel biennio 2022-23 i dieci CPR italiani sono costati 39 milioni di euro per
rimpatriare solo una minoranza delle persone colpite da espulsione, con una
spesa media di circa 29.000 euro a persona trattenuta.
Al momento, abbiamo radicato la mobilitazione solo nel tessuto urbano: assemblee
nel centro sociale Bruno che è situato nel quartiere interessato di
Piedicastello, coinvolgimento di parrocchie, circoli, associazioni culturali,
lavoro specifico con studenti e studentesse, operatori e operatrici sociali,
comunità di immigrati. Avremmo però bisogno di comunicare anche nelle Valli,
veri luoghi del consenso della destra.
Contemporaneamente resta da sviluppare un importante lavoro di comunicazione
capace di collegare la battaglia contro il CPR di Trento al più ampio disegno
securitario europeo che si sta delineando. Da un lato c’è il nuovo Patto europeo
su migrazione e asilo, approvato dal Parlamento europeo nell’aprile 2024 e
destinato a entrare pienamente in vigore da giugno 2026; dall’altro l’ipotesi di
sostituzione della Direttiva rimpatri con un nuovo regolamento, ancora in fase
di discussione. Ma come ha tenuto di recente a sottolineare Magnus Brunner,
Commissario europeo per gli affari interni e le migrazioni, «la velocità è
importante e dobbiamo accelerare e concludere, al fine di dare una sensazione
alle persone; la sensazione che abbiamo il controllo di ciò che sta succedendo».
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Parole che mostrano chiaramente come il legislatore europeo sia determinato a
far sì che le nuove norme sui rimpatri trovino applicazione il prima possibile e
al tempo stesso persegua una strategia apertamente populista, orientata a
rassicurare l’opinione pubblica in una costante rincorsa alle politiche
dell’ultradestra. Ecco allora che la sfida più grande sarà quella di riuscire a
collegare la mobilitazione contro il CPR di Trento in una battaglia contro quel
corpus di leggi europee sopra descritto che già ora parla, fra l’altro, di
«presunzione di non ingresso» e deportazioni in paesi terzi «di transito» e si
arricchirà delle nuove norme dettate dalla riforma della Direttiva Rimpatri, fra
le quali rischia ad esempio di entrare una norma, solo ultima in ordine di tempo
fra quelle proposte dal Consiglio d’Europa, che prevede la possibilità per gli
Stati membri di porre in essere veri e propri rastrellamenti casa per casa.
Sulle pratiche non abbiamo le idee chiare, stiamo sperimentando, ci sembra
necessario avanzare combinando diverse pratiche: da momenti di piazza (come la
manifestazione del 13 dicembre) con l’intento di dare visibilità e legittimità
sociale al “NO CPR”; a campagne di controinformazione strutturate con incontri
pubblici e uso dei media; a pressione istituzionale multi-livello per
moltiplicare le prese di posizione contrarie. È poi importante proseguire nella
pressione e nella costruzione di alternative pratiche (accoglienza diffusa,
sportelli legali, reti di mutuo aiuto) che mostrino che «un’altra politica
migratoria è possibile» qui e ora.
Con quali lenti valutate l’efficacia della mobilitazione? Quali passaggi
intermedi e obiettivi collaterali immaginate possano favorire il raggiungimento
dell’obiettivo centrale – impedire la costruzione del CPR?
L’obiettivo centrale è chiaro: impedire la costruzione del CPR a Trento. Ma,
sapendo che si tratta di un obiettivo molto difficile, la valutazione
dell’efficacia deve avvenire su diversi piani. Quante e quali istituzioni si
esprimono contro il CPR? È importante che il “no” venga non solo dai movimenti,
ma anche in modo deciso da Sindaco, Diocesi, mondo dell’accoglienza, ordini
professionali.
La parte mediatica è poi fondamentale: il Trentino è un territorio con tre
quotidiani locali, tre tv locali, oltre al tg regionale della Rai. Entrare nelle
case di tutto il territorio all’ora di pranzo e cena con una narrazione
differente ed efficace è fondamentale. Continuare ad allargare e nel contempo
dare stabilità al fronte sociale, aumentando le adesioni e la partecipazione
attiva ai momenti di confronto e alle decisioni.
Dobbiamo ancora valutare se riusciremo ad avere un impatto sull’iter
amministrativo: tramite un consigliere provinciale del PD contrario al CPR è
stata fatta richiesta di accesso agli atti, abbiamo la disponibilità di diversi
avvocati di ASGI a metterci la testa e capire come aprire un contenzioso per
rallentare e rendere difficoltoso questa procedura.
Vogliamo provare a essere il proverbiale granello di sabbia che blocca
l’ingranaggio: sarebbe un duro colpo per la narrazione di Fugatti dover
posticipare la costruzione del CPR e questo avrebbe una ricaduta positiva anche
a livello nazionale.
Tuttavia, anche se la costruzione del CPR, pur con dei rallentamenti, dovesse
essere portata a termine, la mobilitazione dovrebbe perlomeno lasciare in
eredità delle reti stabili di solidarietà e di difesa legale.
In questo senso, gli obiettivi intermedi includono la stabilità di un fronte
regionale di opposizione, far emergere criticità tecnico-giuridiche sul sito
scelto, consolidare gli strumenti di supporto a chi rischia la detenzione
amministrativa. Questa attività sarà inoltre funzionale a favorire il confronto
e la ricerca di nuove soluzioni in grado di rispondere al cambio di paradigma
che le nuove norme europee necessariamente determineranno nella lotta per la
libertà di movimento, per i diritti delle persone migranti e nelle stesse lotte
dei lavoratori contro dinamiche di sfruttamento sempre più pervasive anche per i
nativi.
Il tema dei costi e dello spreco di denaro pubblico legato ai CPR è ambivalente.
Spesso ha presa sull’opinione pubblica; allo stesso tempo rischia di oscurare la
questione dei diritti e della violenza strutturale. In quali termini pensate sia
possibile usare – o problematizzare – questo argomento all’interno della
mobilitazione?
È un punto decisamente ambivalente e delicato. Il rischio è scivolare in un
discorso tipo “il CPR non conviene economicamente” che, da destra, è rovesciato
in “minori costi per l’accoglienza” o in “rendiamo più efficace il rimpatrio
forzato”. Nella mobilitazione regionale, attualmente, il tema dei costi viene
usato in modo subordinato a quello dei diritti e della violenza strutturale.
Di sicuro c’è molta retorica perché la Provincia parla di “risparmio” in quanto
con la realizzazione del CPR a Trento ci sarebbero meno trasferte degli agenti
verso i CPR fuori regione. Ma a ben vedere le nuove norme europee, una volta
entrate in vigore, avrebbero come cardine l’efficientamento dei CPR attraverso
la loro trasformazione in veri e propri hub per la deportazione sistematica
della persone all’esterno dei confini europei in un qualunque paese di transito
con cui lo Stato membro abbia sottoscritto un accordo in tal senso.
In sostanza, noi vogliamo concentrarci sui diritti violati, la violenza della
detenzione amministrativa, su come essa sia funzionale a un sistema di
sfruttamento lavorativo delle persone migranti e sul razzismo istituzionale. I
costi vengono dopo, come ulteriore argomento per parlare anche a chi è sensibile
soprattutto a come si utilizza il denaro pubblico: bisogna però aggiungere che
queste risorse sono sottratte al welfare e ai progetti di inclusione sociale.
Come si inserisce la vostra esperienza nel quadro più ampio delle mobilitazioni
contro i centri di trattenimento per migranti in Italia e in Europa?
L’esperienza regionale si inserisce in un movimento molto più ampio che, in
Italia e in Europa, da anni contesta la detenzione amministrativa. Negli ultimi
anni le lotte contro i CPR hanno attraversato molte città, soprattutto quelle in
cui queste strutture sono già attive. Mercoledì 10 dicembre abbiamo avuto un
appuntamento con la presentazione del libro “Gorgo CPR” di Lorenzo Figoni e Luca
Rondi, e con la partecipazione di Igor Zecchini della rete milanese “Mai più
lager – No ai CPR”.
Questa mobilitazione si intreccia anche con reti che mettono in relazione i CPR
con altre istituzioni totali, come il Forum Salute Mentale e la Brigata
Basaglia. Inoltre, alcune realtà impegnate nel Coordinamento fanno parte del
Network Against Migrant Detention e hanno partecipato alle mobilitazioni in
Albania contro l’accordo coloniale Rama-Meloni e l’esternalizzazione della
detenzione, nonché ad incontri a livello europeo volti alla promozione di quel
concetto di fare rete, riconoscendo come le singole battaglie abbiano come
obiettivo comune la critica radicale al sistema di gestione dei flussi migratori
a livello europeo.
In questo panorama, Trento può portare un contributo specifico, perché molto
probabilmente è il primo progetto di CPR del governo Meloni con un iter avviato.
Mostra come anche un territorio percepito come periferico, distante dalle zone
di frontiera, possa diventare un laboratorio di politiche di criminalizzazione.
E colloca la critica al CPR dentro una cornice più ampia: l’intreccio tra
autonomia speciale, politiche migratorie locali e nuovi dispositivi europei di
controllo delle frontiere.
La mobilitazione trentina si riconosce pienamente nell’orizzonte condiviso con
molte altre lotte: i CPR non si riformano, si aboliscono; la sicurezza non nasce
dalla detenzione, ma da diritti, welfare e libertà di movimento.
Immagini in copertina e nell’articolo a cura della rete di Trento No CPR e
Melting Pot
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