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Le operazioni dell’ICE e la morte di Renee Good: quando l’autorità diventa performance
Ogni società disegna i propri confini come se fossero linee immobili. Poi scopre, spesso troppo tardi, che i confini non restano mai dove li abbiamo tracciati. Migrano. Scivolano. Si infiltrano nelle pieghe della vita quotidiana. Diventano porte che si aprono all’improvviso, sirene nella notte, corpi armati che attraversano quartieri residenziali. La morte di Renee Nicole Good, 37 anni, cittadina statunitense, madre di tre figli, ha funzionato come una frattura improvvisa nel racconto della sicurezza, non perché fosse la prima persona a morire durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Non lo era. Le statistiche disponibili, come spiegherò dettagliatamente in questo articolo, indicano che decine di persone sono morte sotto custodia o in scontri con agenti federali nel solo 2025, il livello più alto degli ultimi vent’anni, con circa 32 decessi in custodia secondo agenzie internazionali e monitoraggi indipendenti. > Eppure la morte di Renee ha acceso un putiferio nazionale e internazionale. > Perché? La verità è acerba e scomoda da ammettere. Renee non apparteneva ai > margini sociali a cui questa violenza è stata a lungo confinata nel discorso > pubblico: era bianca, middle class, madre americana. Tutto in lei parlava il linguaggio della sicurezza promessa; il suo corpo non rientrava nella categoria implicita di quelli per cui “può succedere”, e così la sua morte ha incrinato una convinzione silenziosa: che esistano vite naturalmente protette dall’uso diretto della forza statale. Quando quella convinzione cade, l’indignazione smette di essere selettiva e l’uso della violenza comincia a fare scalpore. In ambito sociale, questi momenti sono rivelatori perché non scoprono la violenza, ma la rendono finalmente, semplicemente, di interesse pubblico. UNA PERFORMANCE SIMBOLICA DI CONTROLLO L’ICE nasce nel 2003 come agenzia amministrativa, figlia del clima post-11 settembre, con lo scopo di coordinare, razionalizzare, applicare norme. Ma le istituzioni, come gli organismi viventi, mutano in risposta all’ambiente, e l’ambiente politico statunitense degli ultimi vent’anni è stato saturo di paure: crisi economiche, terrorismo, migrazioni, perdita di controllo. Col tempo, l’ICE si è trasformata in qualcosa di diverso dal principio: una presenza armata nello spazio interno, una frontiera mobile che non presidia solo i confini geografici, ma attraversa le città. Il suo mandato si è ampliato per accumulo, emergenza dopo emergenza, governo dopo governo. Ogni sua espansione è apparsa temporanea ma necessaria, e il risultato è una normalità in cui operazioni aggressive vengono condotte lontano dalle frontiere e la distinzione tra sicurezza e controllo si fa sempre più sottile. Con l’arrivo di Donald Trump, la presenza dell’ICE nelle strade si è consolidata, e questo processo segna il passaggio da un potere regolativo a un potere performativo: l’ICE, oggi, ha il compito di agire non solo applicando la legge, ma mettendola in scena, come se ogni intervento fosse una performance, una dimostrazione di sovranità e controllo. I dispositivi di controllo statale come l’ICE sono necessari per mostrare che lo Stato può entrare ovunque, che nessuno spazio è completamente domestico, che il confine non è più fuori ma dentro, che la casa non è più un rifugio garantito. di Ken Fager (Flickr) NUMERI, FINANZIAMENTI, ORGANICO Se la trasformazione dell’ICE in “frontiera mobile” ha una dimensione simbolica, oggi ha anche una dimensione misurabile: soldi, personale, capacità detentiva e, inevitabilmente, morti. Prima di tutto parliamo del boom di finanziamenti: nel 2025 c’è stato un salto di scala. Secondo un’analisi del CRS, il Congresso ha infatti approvato un pacchetto di riconciliazione che destina fino a 74,85 miliardi di dollari a programmi di enforcement e detenzione dell’immigrazione, in larga parte gestiti da ICE, includendo 45 miliardi per la detention capacity e 29,85 miliardi per costi operativi e di approvvigionamento. L’ICE oggi è composta da circa 20mila agenti, e il suo obiettivo è arrivare a 30mila grazie a una campagna di assunzioni sostenuta da un maxi finanziamento federale. Per raggiungere questo obiettivo, in alcuni programmi di reclutamento il periodo di addestramento degli agenti è stato ridotto da 13 a 8 settimane, ed è stato inoltre rimosso il limite massimo di età per presentare domanda. Questi sono dati cruciali perché rendono “concreta” la performance: l’azione spettacolare non è solo retorica, è sostenuta da un’iniezione di risorse senza precedenti. > In termini di crescita numerica del personale, il Department of Homeland > Security (DHS) ha annunciato il 3 gennaio 2026 un aumento “storico” della > forza lavoro, attribuendo il risultato a una campagna di reclutamento che ha > portato 12mila nuovi agenti. Proseguiamo parlando di crescita numerica detentiva: nell’ultimo anno la popolazione in detenzione era arrivata a 39.703 persone al 12 gennaio 2025, ultimo dato disponibile nel report di TRAC (Transactional Records Access Clearinghouse), che raccoglie e analizza le statistiche bisettimanali pubblicate da ICE e mostra la dimensione della popolazione detenuta all’inizio del 2025. Più avanti nello stesso anno, il Migration Policy Institute (MPI) riporta 61.200 persone in detenzione ICE al 24 agosto 2025, definendolo un massimo record per quel punto della serie. Solo tra questi due punti (gennaio–agosto 2025) l’aumento è di circa il 54% (da 39.703 a 61.200). Dopo la detenzione, l’iter è il seguente: se si è immigrati sospettati di trovarsi sul territorio americano non a norma di legge, si viene interrogati. Se non emergono irregolarità, si può essere trattenuti e talvolta rilasciati dopo l’interrogatorio. In caso di irregolarità, si può essere arrestati e trasferiti in un centro di detenzione più grande. In caso di mancata regolarizzazione durante la detenzione, il rischio è quello di essere deportati senza la possibilità di essere rintracciati né da familiari né da legali. di Ken Fager (Flickr) MANDATO LEGALE: COSA AUTORIZZA LO STATO Formalmente, l’azione dell’ICE si innesta su un’architettura normativa che assegna all’esecutivo federale il compito di amministrare ed eseguire le leggi sull’immigrazione: la legge federale assegna al Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) il compito di far rispettare le leggi sull’immigrazione. L’ICE è una delle agenzie operative del DHS, quindi agisce all’interno di questo mandato. Dopo l’11 settembre, con la riorganizzazione federale, al DHS (e quindi anche all’ICE) sono state attribuite funzioni come indagini, detenzione e rimpatrio/espulsione, e i suoi agenti possono fermare, trattenere e arrestare in casi previsti dalla legge. La criticità è che molte operazioni avvengono in una zona grigia: agenti spesso in borghese e con veicoli non contrassegnati, obblighi di body cam o identificazione non sempre uniformi e, in alcune circostanze, possibilità di arresto senza mandato. Inoltre, l’ICE, essendo un’agenzia federale, non è sempre soggetta agli stessi vincoli statali o locali che regolano e limitano i poteri di forza della polizia sul territorio. VITTIME: CIÒ CHE È DOCUMENTABILE CON CHIAREZZA E CIÒ CHE NON LO È ICE pubblica una pagina dedicata alla reportistica delle morti in custodia (“Detainee Death Reporting”), che contiene i singoli casi notificati alle famiglie, ai consolati e alle autorità competenti, in conformità con le policy interne. Per questo motivo, gli unici dati ufficialmente disponibili sui decessi consultabili derivano direttamente dal dipartimento. Secondo i dati forniti dall’ICE, nel 2025 sono morte 32 persone mentre si trovavano in custodia: il numero più alto degli ultimi vent’anni (dal 2004). Nel 2024 i decessi erano molti di meno (circa 11, secondo alcuni report), e negli anni precedenti ancora inferiori, il che indica un aumento significativo legato alla crescita delle detenzioni. Sempre secondo comunicazioni ufficiali dell’ICE, nei primi 10 giorni del 2026 sono morte almeno 4 persone in custodia ICE. > Le cause dei decessi includono emergenze mediche, condizioni di salute > preesistenti e, in alcuni casi, indagini su possibili violenze del personale o > negligenza. È tuttavia necessario leggere questi numeri con cautela: la classificazione delle cause di morte, i criteri di registrazione e le asimmetrie informative tra custodia e operazioni sul campo possono contribuire a una rappresentazione solo parziale del fenomeno, non essendo disponibili dati ufficiali al di fuori di quelli forniti dal dipartimento stesso. Per quanto riguarda i decessi durante operazioni fuori dai centri di detenzione (ad esempio perquisizioni, arresti sul campo, scontri con agenti, ecc.), non esiste una statistica centralizzata pubblicata ufficialmente da ICE o dal DHS che conteggi in modo sistematico tutte le morti correlate alle operazioni di enforcement come dato annuale unico. Tuttavia, casi documentati esistono: Silverio Villegas González è stato ucciso da un agente ICE durante un fermo di polizia in Illinois nel 2025, secondo ricostruzioni giornalistiche. Geraldo Lunas Campos, detenuto in un centro a Camp East Montana (Texas), è morto in custodia e un medico legale ha indicato un probabile omicidio per asfissia dovuta alla compressione di collo e torace da parte del personale, contraddicendo la versione ufficiale del dipartimento. di Ken Fager (Flickr) MINNEAPOLIS COME PALINSESTO DELLA MEMORIA Minneapolis non è una città neutra. È stata campo di battaglia e luogo attraversato da una memoria recente di violenza istituzionale ancora viva e non risolta, e il nome di George Floyd continua a risuonare come una cicatrice aperta. In questo contesto, l’azione dell’ICE non viene letta come un’operazione tecnica, ma come l’ennesima irruzione di un potere istituzionale coercitivo. Quando l’ICE agisce qui, non porta solo armi e mandati: porta un’eco storica, riattiva un archivio di immagini, violenze, abusi, corpi immobilizzati, narrazioni ufficiali che non coincidono mai del tutto con ciò che è stato visto. La morte di Renee ha riattivato quella memoria non come evento isolato, ma come conferma di una traiettoria: la progressiva normalizzazione dell’uso della forza federale nello spazio urbano. Il messaggio implicito è chiaro e inquietante: la cittadinanza non garantisce immunità, vivere a norma di legge non è garanzia di protezione assoluta. LA PAURA COME ARCHITETTURA INVISIBILE E L’AGENCY CHE CAMBIA DIREZIONE L’ICE governa anche attraverso l’incertezza: operazioni improvvise, agenti senza identificativi chiari, versioni ufficiali opache. Non serve colpire tutti; basta rendere noto che chiunque può essere colpito. Una sorta di panopticon foucaultiano in cui la paura diventa un’infrastruttura invisibile, una condizione permanente che interiorizza il controllo, disciplina i corpi e le menti e giustifica gli interventi violenti. > In questa architettura, il confine non è qualcosa che separa dentro e fuori, > ma attraversa le relazioni, i quartieri, i corpi, diventando un’esperienza > quotidiana, una postura, una tensione costante. Eppure, proprio dove il potere si espande, emergono forme nuove di risposta. Negli interstizi lasciati dallo Stato, le comunità iniziano a tessere reti attraverso pratiche concrete di protezione reciproca: avvocate e avvocati, attiviste e attivisti, vicine e vicini di casa che trasformano la paura in coordinamento, producendo narrazioni alternative che rifiutano l’immagine della e del migrante come corpo sacrificabile. A Minneapolis e in altre città, gruppi di cittadine e cittadini stanno documentando operazioni, costruendo reti di supporto legale, accompagnando le persone a rischio. Queste reti si strutturano come infrastrutture informali ma altamente organizzate, capaci di agire su più livelli contemporaneamente. Accanto agli avvocati e agli osservatori legali operano sistemi di monitoraggio dal basso delle operazioni (hotline, chat cifrate, segnalazioni in tempo reale), reti di assistenza materiale per le famiglie colpite (alloggio temporaneo, raccolte fondi, accompagnamento ai servizi) e gruppi dedicati alla produzione e circolazione di contro-narrazioni, che documentano gli interventi e ne contestano la versione ufficiale. La morte di Renee Nicole Good, in questo senso, ha funzionato come uno specchio improvviso e ha costretto una parte più ampia della società a vedere ciò che era sempre stato lì: un potere che si è espanso silenziosamente, normalizzando l’eccezione, trasformando la sicurezza in una pratica di performance violenta. Queste pratiche non sostituiscono lo Stato, ma ne intercettano le falle, agendo dove l’azione istituzionale si fa opaca o coercitiva. Il mutualismo qui non è solo solidarietà: è organizzazione politica quotidiana, una forma di agency collettiva che redistribuisce competenze, informazioni e protezione e che trasforma comunità esposte alla violenza in soggetti attivi capaci di rispondere, coordinarsi e rendersi visibili. In questo senso, le reti non si limitano a mitigare gli effetti dell’ICE, ma ne disinnescano parzialmente la dimensione performativa, sottraendo l’azione repressiva al silenzio e all’isolamento su cui si fonda. La copertina è di Ken Fager (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Le operazioni dell’ICE e la morte di Renee Good: quando l’autorità diventa performance proviene da DINAMOpress.
January 28, 2026
DINAMOpress
La sfida dei movimenti contro il CPR di Trento tra strategie, alleanze e prospettive
Il governo ha in programma la costruzione di un CPR a Trento. Non è un’ipotesi astratta: Ministero dell’Interno e Provincia hanno firmato un accordo che ne definisce tempi e modalità, segnando un’accelerazione rara nel panorama nazionale. Il tema dell’ampliamento dei CPR, infatti, ricorre spesso nei discorsi politici, ma raramente si traduce in passaggi concreti. Qui, invece, la scelta politica è accompagnata da atti amministrativi coerenti e allarmanti. Anche per questo il progetto trentino si configura come un laboratorio politico con implicazioni di portata nazionale. A confrontarsi con questa prospettiva c’è un territorio tutt’altro che passivo. Qui opera il Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol No CPR, una rete ampia che riunisce associazioni, realtà di movimento, parrocchie, operatorə dell’accoglienza. Una mobilitazione che nel tempo ha espresso radicalità e organizzazione, trasformando una vertenza locale in un riferimento anche fuori regione. È questa configurazione a rendere il caso di Trento particolarmente rilevante. Nelle politiche migratorie è raro osservare mobilitazioni così definite nel loro obiettivo – fermare la costruzione di un CPR – e allo stesso tempo capaci di aprire una discussione politica di ampia portata sulle modalità e le forme dell’organizzazione. L’ampia partecipazione alla manifestazione del 13 dicembre è, in questa direzione, un ottimo segnale. Come si struttura un’azione collettiva che ambisca a incidere in processo politico e non solo commentarlo dall’esterno. Con quali strategie? Quali alleanze? Quali forme di radicamento e di conflitto? Di questi temi abbiamo parlato con Francesco Lorini e Stefano Bleggi, attivisti del Coordinamento, per analizzare le coordinate di una battaglia che riguarda il presente e, insieme, l’evoluzione delle politiche migratorie in Italia. A che punto è oggi l’ipotesi di costruzione di un CPR a Trento? Sul piano istituzionale l’ipotesi non è più solo un aberrante “idea”: il 24 ottobre 2025 il presidente della Provincia Autonoma di Trento Fugatti e il ministro Piantedosi hanno firmato l’accordo di collaborazione per la realizzazione di un CPR. La struttura detentiva è prevista in Destra Adige, vicino al quartiere di Piedicastello, in un’area di circa 2.700 mq incastrata tra tangenziale e A22, con demolizione dell’edificio esistente e costruzione di moduli prefabbricati, doppia recinzione e spazi separati per trattenuti e forze dell’ordine, in deroga a qualsiasi regolamento urbano. Infatti il Comune di Trento è stato informato solo ad accordo firmato. L’investimento è stimato tra 1,5 e 2 milioni di euro, a carico esclusivo della Provincia, mentre gestione e manutenzione saranno del Ministero dell’Interno. L’avvio del cantiere è previsto nel corso del 2026. Si può dire che a oggi siamo quindi nella prima fase, quella amministrativa e progettuale con l’acquisizione e l’esproprio dell’area. Al momento nell’edificio che deve essere abbattuto vivono ancora due famiglie che hanno ricevuto solo la disdetta del loro contratto di affitto. L’accordo politico è firmato e Provincia e Governo lo presentano già come un “modello” da estendere altrove. Come si è organizzata la risposta dei movimenti a questa prospettiva? La risposta non è nata “dal nulla”: in Trentino esisteva già da anni un tessuto antirazzista e solidale, che il progetto del CPR ha spinto a mettersi maggiormente in rete. Due anni fa, quando l’ipotesi più probabile era che il CPR venisse costruito a Bolzano, si è costituito il Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol No CPR, che oggi riunisce oltre quaranta realtà regionali. Si tratta di un coordinamento inedito, nato dal basso ampio e trasversale, senza organizzazioni di partito di riferimento, che mette insieme spazi autogestiti, scuole di italiano per migranti, enti del terzo settore e parrocchie e molto altro. Il Coordinamento ha elaborato una piattaforma comune abolizionista (“Né qui, né altrove!”) che chiede la chiusura di tutti i CPR, il ripristino e potenziamento dell’accoglienza diffusa, l’abolizione della Bossi-Fini e dei decreti sicurezza, percorsi di regolarizzazione e libertà di movimento. La mobilitazione si è espressa in una sequenza di assemblee pubbliche, incontri informativi in spazi pubblici, iniziative culturali e di volantinaggio, fino alla manifestazione cittadina del 13 dicembre convocata a Trento contro la costruzione del CPR. Accanto al Coordinamento che ha un approccio “di movimento”, si sono espressi con nettezza anche segmenti del mondo istituzionale e religioso (Diocesi, Centro Astalli, Caritas, la Circoscrizione di Piedicastello, i sindacati), spesso in dialogo con il Coordinamento ma, per il momento, con registri e linguaggi differenti. Tutto questo ha favorito un’ampia e variegata partecipazione alla manifestazione. Inoltre, ha visto il riconoscimento della fiducia delle persone migranti in tutte quelle strutture che negli anni, e ancor più dallo smantellamento nel 2018 del precedente sistema di accoglienza diffusa, hanno aiutato e, nel caso delle scuole d’italiano, lavorato al loro fianco. Il risultato è stato la massiccia partecipazione alla manifestazione, come non si era mai vista in precedenti occasioni analoghe, degli studenti delle scuole d’italiano che comprendono di poter far sentire la loro voce e diventare soggetti di una diversa narrativa. In un fronte così composito, come si riesce a mantenere un posizionamento politico netto – radicalmente abolizionista – senza chiudere lo spazio del confronto e della partecipazione a soggetti che si oppongono alla costruzione del CPR con posture diverse? Nella vostra esperienza, come si gestiscono e valorizzano le differenze di linguaggi, tradizioni politiche e strumenti di intervento? La scelta, fin dall’inizio, è stata di tenere fermo l’orizzonte politico – abolire la detenzione amministrativa, chiudere tutti i CPR, senza trasformarlo però in un “test di purezza” che escluda chi arriva da altre storie politiche o da sensibilità più moderate. Nel contempo abbiamo deciso di non utilizzare mai linguaggi “Nimby” e di “umanizzazione” dei CPR, cosa che in alcuni politici dell’opposizione sta purtroppo avvenendo. In pratica questo ha significato alcune cose molto concrete: una piattaforma chiara cercando di allargare le adesioni oltre a chi per storia politica si esprime già su questi temi. La piattaforma del Coordinamento è esplicitamente abolizionista: «i CPR sono lager di Stato, non riformabili; vogliamo la chiusura di tutti i centri di detenzione amministrativa e l’abolizione delle norme che li rendono possibili». I documenti comuni mantengono quindi un posizionamento netto: niente spazio all’idea di un CPR “più umano” o “di eccellenza”, come inizialmente aveva sostenuto il Sindaco di Trento per poi cambiare opinione. A tal proposito, spiace constatare quanto è emerso in un incontro organizzato dal PD di Rovereto sul CPR: siccome si sono convinti che la realizzazione di un CPR “di eccellenza” sia impossibile, hanno rimarcato come però sia legittima, se non necessaria, la costruzione di uno strumento che consenta di portare all’espulsione delle persone migranti “indesiderate”. Non sappiamo se questa sia una posizione maggioritaria o minoritaria all’interno del partito, la linea del coordinamento resta invece chiara: l’unico “miglioramento” possibile è non costruire alcun nuovo CPR e lavorare su alternative di accoglienza, regolarizzazione, welfare. Chi aderisce sottoscrive questo orizzonte, ma ha piena libertà di declinare le proprie motivazioni (per qualcuno prevale la critica giuridica, per altri il tema della salute mentale, per altri ancora la giustizia sociale). Invece di appiattire tutto, si è scelto di mantenere un filo di collegamento tra le differenze e provare in seguito a darsi obiettivi organizzativi più strutturati. Quindi chi ha più esperienza e praticità sul piano istituzionale può lavorare su mozioni, audizioni, interlocuzione con Comune e Circoscrizioni. Chi viene da tradizioni più di movimento e lotta si concentra su campagne di controinformazione, presìdi, cortei. Le realtà più legate al mondo dell’accoglienza hanno prodotto comunicati e prese di posizione sull’impatto locale del progetto e i tagli al sistema di accoglienza. Siamo ancora in una fase iniziale del percorso di opposizione, andranno sicuramente affrontate le differenze di pratiche nel momento in cui inizieranno i lavori (ad esempio sull’uso o meno della disobbedienza civile), ma per il momento ci siamo concentrati sulla manifestazione del 13 dicembre. Come dicono gli zapatisti e le zapatiste «camminiamo domandando». Quali direttrici avete scelto per la costruzione della mobilitazione e che tipo di pratiche vi sembrano oggi più efficaci, in relazione al tema e al contesto politico allargato? Ci sembra che le direttrici principali, siano almeno tre, alcune delle quali sono sicuramente più contraddittorie e difficili da comunicare. La prima, evidente nell’accordo e nelle politiche locali da quando è al potere la Lega, collega il CPR allo smantellamento dell’accoglienza e all’aumento della marginalità: l’accordo prevede il dimezzamento dei posti di accoglienza straordinaria in Trentino (da circa 700 a 350), in un contesto in cui tra 1.200 e 1.500 richiedenti asilo a Trento sono già oggi esclusi da qualsiasi forma di accoglienza. Il CPR viene denunciato come tassello di una strategia che produce irregolarità e povertà, per poi usare queste condizioni come giustificazione della detenzione. Al tempo stesso, mettere al centro la natura detentiva e violenta del dispositivo: attraverso testimonianze dai CPR esistenti, materiali del Garante, sentenze (compresa quella del Consiglio di Stato che parla apertamente di violazione del diritto alla salute) e il lavoro del Forum Salute Mentale, si sono raccontati i CPR come «manicomi del presente», luoghi di sofferenza e tortura legalizzata. Infine, stiamo cercando di smontare la narrazione securitaria e di efficacia, mostrando come i CPR siano inefficaci anche rispetto agli obiettivi dichiarati: nel biennio 2022-23 i dieci CPR italiani sono costati 39 milioni di euro per rimpatriare solo una minoranza delle persone colpite da espulsione, con una spesa media di circa 29.000 euro a persona trattenuta. Al momento, abbiamo radicato la mobilitazione solo nel tessuto urbano: assemblee nel centro sociale Bruno che è situato nel quartiere interessato di Piedicastello, coinvolgimento di parrocchie, circoli, associazioni culturali, lavoro specifico con studenti e studentesse, operatori e operatrici sociali, comunità di immigrati. Avremmo però bisogno di comunicare anche nelle Valli, veri luoghi del consenso della destra. Contemporaneamente resta da sviluppare un importante lavoro di comunicazione capace di collegare la battaglia contro il CPR di Trento al più ampio disegno securitario europeo che si sta delineando. Da un lato c’è il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, approvato dal Parlamento europeo nell’aprile 2024 e destinato a entrare pienamente in vigore da giugno 2026; dall’altro l’ipotesi di sostituzione della Direttiva rimpatri con un nuovo regolamento, ancora in fase di discussione. Ma come ha tenuto di recente a sottolineare Magnus Brunner, Commissario europeo per gli affari interni e le migrazioni, «la velocità è importante e dobbiamo accelerare e concludere, al fine di dare una sensazione alle persone; la sensazione che abbiamo il controllo di ciò che sta succedendo». * * Parole che mostrano chiaramente come il legislatore europeo sia determinato a far sì che le nuove norme sui rimpatri trovino applicazione il prima possibile e al tempo stesso persegua una strategia apertamente populista, orientata a rassicurare l’opinione pubblica in una costante rincorsa alle politiche dell’ultradestra. Ecco allora che la sfida più grande sarà quella di riuscire a collegare la mobilitazione contro il CPR di Trento in una battaglia contro quel corpus di leggi europee sopra descritto che già ora parla, fra l’altro, di «presunzione di non ingresso» e deportazioni in paesi terzi «di transito» e si arricchirà delle nuove norme dettate dalla riforma della Direttiva Rimpatri, fra le quali rischia ad esempio di entrare una norma, solo ultima in ordine di tempo fra quelle proposte dal Consiglio d’Europa, che prevede la possibilità per gli Stati membri di porre in essere veri e propri rastrellamenti casa per casa. Sulle pratiche non abbiamo le idee chiare, stiamo sperimentando, ci sembra necessario avanzare combinando diverse pratiche: da momenti di piazza (come la manifestazione del 13 dicembre) con l’intento di dare visibilità e legittimità sociale al “NO CPR”; a campagne di controinformazione strutturate con incontri pubblici e uso dei media; a pressione istituzionale multi-livello per moltiplicare le prese di posizione contrarie. È poi importante proseguire nella pressione e nella costruzione di alternative pratiche (accoglienza diffusa, sportelli legali, reti di mutuo aiuto) che mostrino che «un’altra politica migratoria è possibile» qui e ora. Con quali lenti valutate l’efficacia della mobilitazione? Quali passaggi intermedi e obiettivi collaterali immaginate possano favorire il raggiungimento dell’obiettivo centrale – impedire la costruzione del CPR? L’obiettivo centrale è chiaro: impedire la costruzione del CPR a Trento. Ma, sapendo che si tratta di un obiettivo molto difficile, la valutazione dell’efficacia deve avvenire su diversi piani. Quante e quali istituzioni si esprimono contro il CPR? È importante che il “no” venga non solo dai movimenti, ma anche in modo deciso da Sindaco, Diocesi, mondo dell’accoglienza, ordini professionali. La parte mediatica è poi fondamentale: il Trentino è un territorio con tre quotidiani locali, tre tv locali, oltre al tg regionale della Rai. Entrare nelle case di tutto il territorio all’ora di pranzo e cena con una narrazione differente ed efficace è fondamentale. Continuare ad allargare e nel contempo dare stabilità al fronte sociale, aumentando le adesioni e la partecipazione attiva ai momenti di confronto e alle decisioni. Dobbiamo ancora valutare se riusciremo ad avere un impatto sull’iter amministrativo: tramite un consigliere provinciale del PD contrario al CPR è stata fatta richiesta di accesso agli atti, abbiamo la disponibilità di diversi avvocati di ASGI a metterci la testa e capire come aprire un contenzioso per rallentare e rendere difficoltoso questa procedura. Vogliamo provare a essere il proverbiale granello di sabbia che blocca l’ingranaggio: sarebbe un duro colpo per la narrazione di Fugatti dover posticipare la costruzione del CPR e questo avrebbe una ricaduta positiva anche a livello nazionale. Tuttavia, anche se la costruzione del CPR, pur con dei rallentamenti, dovesse essere portata a termine, la mobilitazione dovrebbe perlomeno lasciare in eredità delle reti stabili di solidarietà e di difesa legale. In questo senso, gli obiettivi intermedi includono la stabilità di un fronte regionale di opposizione, far emergere criticità tecnico-giuridiche sul sito scelto, consolidare gli strumenti di supporto a chi rischia la detenzione amministrativa. Questa attività sarà inoltre funzionale a favorire il confronto e la ricerca di nuove soluzioni in grado di rispondere al cambio di paradigma che le nuove norme europee necessariamente determineranno nella lotta per la libertà di movimento, per i diritti delle persone migranti e nelle stesse lotte dei lavoratori contro dinamiche di sfruttamento sempre più pervasive anche per i nativi. Il tema dei costi e dello spreco di denaro pubblico legato ai CPR è ambivalente. Spesso ha presa sull’opinione pubblica; allo stesso tempo rischia di oscurare la questione dei diritti e della violenza strutturale. In quali termini pensate sia possibile usare – o problematizzare – questo argomento all’interno della mobilitazione? È un punto decisamente ambivalente e delicato. Il rischio è scivolare in un discorso tipo “il CPR non conviene economicamente” che, da destra, è rovesciato in “minori costi per l’accoglienza” o in “rendiamo più efficace il rimpatrio forzato”. Nella mobilitazione regionale, attualmente, il tema dei costi viene usato in modo subordinato a quello dei diritti e della violenza strutturale. Di sicuro c’è molta retorica perché la Provincia parla di “risparmio” in quanto con la realizzazione del CPR a Trento ci sarebbero meno trasferte degli agenti verso i CPR fuori regione. Ma a ben vedere le nuove norme europee, una volta entrate in vigore, avrebbero come cardine l’efficientamento dei CPR attraverso la loro trasformazione in veri e propri hub per la deportazione sistematica della persone all’esterno dei confini europei in un qualunque paese di transito con cui lo Stato membro abbia sottoscritto un accordo in tal senso. In sostanza, noi vogliamo concentrarci sui diritti violati, la violenza della detenzione amministrativa, su come essa sia funzionale a un sistema di sfruttamento lavorativo delle persone migranti e sul razzismo istituzionale. I costi vengono dopo, come ulteriore argomento per parlare anche a chi è sensibile soprattutto a come si utilizza il denaro pubblico: bisogna però aggiungere che queste risorse sono sottratte al welfare e ai progetti di inclusione sociale. Come si inserisce la vostra esperienza nel quadro più ampio delle mobilitazioni contro i centri di trattenimento per migranti in Italia e in Europa? L’esperienza regionale si inserisce in un movimento molto più ampio che, in Italia e in Europa, da anni contesta la detenzione amministrativa. Negli ultimi anni le lotte contro i CPR hanno attraversato molte città, soprattutto quelle in cui queste strutture sono già attive. Mercoledì 10 dicembre abbiamo avuto un appuntamento con la presentazione del libro “Gorgo CPR” di Lorenzo Figoni e Luca Rondi, e con la partecipazione di Igor Zecchini della rete milanese “Mai più lager – No ai CPR”. Questa mobilitazione si intreccia anche con reti che mettono in relazione i CPR con altre istituzioni totali, come il Forum Salute Mentale e la Brigata Basaglia. Inoltre, alcune realtà impegnate nel Coordinamento fanno parte del Network Against Migrant Detention e hanno partecipato alle mobilitazioni in Albania contro l’accordo coloniale Rama-Meloni e l’esternalizzazione della detenzione, nonché ad incontri a livello europeo volti alla promozione di quel concetto di fare rete, riconoscendo come le singole battaglie abbiano come obiettivo comune la critica radicale al sistema di gestione dei flussi migratori a livello europeo. In questo panorama, Trento può portare un contributo specifico, perché molto probabilmente è il primo progetto di CPR del governo Meloni con un iter avviato. Mostra come anche un territorio percepito come periferico, distante dalle zone di frontiera, possa diventare un laboratorio di politiche di criminalizzazione. E colloca la critica al CPR dentro una cornice più ampia: l’intreccio tra autonomia speciale, politiche migratorie locali e nuovi dispositivi europei di controllo delle frontiere. La mobilitazione trentina si riconosce pienamente nell’orizzonte condiviso con molte altre lotte: i CPR non si riformano, si aboliscono; la sicurezza non nasce dalla detenzione, ma da diritti, welfare e libertà di movimento. Immagini in copertina e nell’articolo a cura della rete di Trento No CPR e Melting Pot SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La sfida dei movimenti contro il CPR di Trento tra strategie, alleanze e prospettive proviene da DINAMOpress.
December 18, 2025
DINAMOpress
CPR: TRA AUTOLESIONISMO, VIOLENZA E PROTESTE. NUOVA DENUNCIA DELLA RETE “MAI PIÙ LAGER – NO AI CPR”
Ancora violenze e violazioni nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio, i Cpr, lager di Stato per migranti. L’ultimo caso denunciato dalla rete Mai più Lager – No CPR riguarda il CPR di Gradisca d’Isonzo, dove sabato 30 agosto, un giovane si è ferito in un gesto autolesivo ed è stato poi deriso e picchiato dagli agenti. “L’autolesionismo è sangue, è dolore, non semplice sofferenza psichica: è il linguaggio della disperazione” spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto Nicola Cocco, medico infettivologo della rete Mai più Lager – No CPR. Le proteste comunque non si fermano: dal CPR di Milano è in corso da oltre due settimane uno sciopero della fame, mentre in altre strutture si denunciano condizioni sanitarie e comunicative gravi, dalla scabbia nascosta a Bari fino alla privazione dei telefoni a Trapani. “I CPR sono stati definiti ambienti torturanti” ricorda Cocco, citando anche prese di posizione dell’OMS e della letteratura scientifica internazionale. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’intervento di Nicola Cocco, medico della rete Mai più Lager – No ai CPR. Ascolta o scarica
September 2, 2025
Radio Onda d`Urto
VERONA: CHIUSA L’OCCUPAZIONE DEL GHIBELLIN, MA “LA LOTTA È ANCORA APERTA”. TRASMISSIONE SPECIALE CON LE VOCI PROTAGONISTE
Si è chiusa l’esperienza di occupazione abitativa del Ghibellin Fuggiasco. Attiviste e attivisti del Laboratorio Autogestito Paratod@s di Verona hanno comunicato alla stampa una decisione presa già da alcuni mesi e che a portato alla chiusura definitiva dello stabile di viale Venezia 51, lo scorso 10 maggio. Il tempo intercorso da allora è servito a Paratod@s per elaborare una posizione politica da rendere pubblica e anche per continuare a trovare una soluzione abitativa alle decine di migranti che senza il Ghibellin non hanno un posto dove abitare. L’idea di occupare lo stabile abbandonato da trent’anni, che si trova a lato dello spazio Paratod@s, era stata presa nel 2021. All’epoca decine di giovani originari principalmente da alcuni paesi dell’Africa occidentale, erano stati ospitati nei locali in affitto da compagni e compagne, dove da dieci anni si svolgono attività politiche e culturali. Era poi scaturita l’idea di occupare la struttura adiacente al Laboratorio. Non doveva essere un’occupazione di lungo periodo, precisano nel comunicato diffuso oggi il collettivo Paratod@s, “pensavamo si trattasse di una situazione temporanea e non immaginavamo l’inizio di un percorso”. I coinquilini che alloggiavano al Ghibellin erano perlopiù lavoratori in regola con il permesso di soggiorno, provenienti principalmente da Mali, Burkina Faso, Senegal, Gambia e Nigeria. Oltre 150 quelli ospitati negli anni: hanno alloggiato nei due piani dello stabile occupato, in alcuni periodi, anche da 60 persone contemporaneamente. Negli stessi spazi aveva trovato alloggio anche Moussa Diarra, ventiseienne maliano ucciso dalla Polizia il 20 ottobre scorso. “Le condizioni igienico/sanitarie e le problematiche strutturali dell’edificio non consentivano più di garantire il pieno rispetto della dignità umana. E se non abbiamo tenuto fede all’impegno di chiudere prima dell’inverno è stato solo per non aggiungere altro disagio alla già grave emergenza freddo, gestita con numeri e modalità che da sempre riteniamo insufficienti e non adeguate”, è scritto nel comunicato stampa. “Negli anni si è venuta a creare una comunità di lotta composta da attivisti e migranti“, aggiungono ai nostri microfoni da Paratod@s, ripercorrendo l’esperienza. “Speravamo che l’enormità del problema sollevato e la nostra spinta dal basso avrebbero portato a risposte concrete e ad un cambio radicale di visione sul tema casa, accoglienza e dormitori”. Negli anni qualche risposta è arrivata, lo riportano i numeri diffusi oggi da Paratod@s: “15 persone sono stabilmente ospitate in strutture Caritas, attraverso l’intervento del vescovo Pompili, tra dicembre 2023 e gennaio 2024; 22 persone hanno una casa AGEC (tra quelle non comprese nel piano di riatto/assegnazione dell’ente) attraverso la collaborazione con la cooperativa La Casa degli Immigrati; 5 persone hanno ottenuto posti letto attraverso la collaborazione con la cooperativa La Milonga; 1 persona ha avuto posto letto attraverso i servizi sociali del Comune di Verona; circa 30 persone hanno ottenuto la residenza fittizia, attraverso il dialogo con l’ufficio anagrafe del comune di Verona e la collaborazione con la rete sportelli; 6 persone sono state escluse da qualunque tipo di percorso e soluzione da parte delle istituzioni, nonostante la pressione esercitata nei mesi successivi, affinché si trovasse una sistemazione”. Compagni e compagne di Paratod@s rivendicano un’esperienza che “ha mostrato come l’azione dal basso di autorecupero di un edificio abbandonato sia pratica possibile, realizzabile e necessaria. In una città come Verona, con centinaia di edifici pubblici vuoti, con un mercato immobiliare intossicato dal profitto, in cui a student3 universitari3 vengono chiesti 500 euro per un posto letto, i progetti di Hotel/cohousing sociale dovrebbero essere pubblici e accessibili”. Radio Onda d’Urto ha incontrato la comunità del Ghibellin presso il Laboratorio Autogestito Paratod@s e ha realizzato una trasmissione speciale con i protagonisti dell’esperienza dell’occupazione abitativa. La prima parte della trasmissione (37 minuti). Ascolta o scarica La seconda parte della trasmissione (42 minuti). Ascolta o scarica Con le voci di Rachele Tomezzoli, Giuseppe Capitano, Osasuyi, Alessia Toffalini, Bakari Traoré, Sekou.
July 31, 2025
Radio Onda d`Urto
PIACENZA: AGGRESSIONE FASCISTA PER “RIPULIRE LA CITTÀ DAGLI STRANIERI”. LA COMUNITÀ RISPONDE CON SOLIDARIETÀ E MOBILITAZIONE
Nella notte tra il 25 e il 26 giugno, un gruppo di fascisti di CasaPound e affini ha aggredito alcuni passanti, tra cui diversi minorenni. L’episodio è avvenuto a margine di una manifestazione indetta da sigle dell’estrema destra locale e da parte degli ultras della ” Curva Nord – Piacenza 1919″, contro quello che hanno definito il “degrado” a Piacenza. “Ripuliamo la città dagli stranieri”, gridavano gli aggressori, come riferito da diversi testimoni. Durante l’aggressione sono stati usati oggetti contundenti, come cinghie e bottiglie. In questo contesto, è arrivata immediata la risposta della città. Diversi collettivi e realtà di base hanno organizzato un’assemblea pubblica (appuntamento martedì 1 luglio, alle ore 18:30, presso la cooperativa Infragibile di Via Alessandria 16) e una manifestazione antifascista per mercoledì 2 luglio. Una mobilitazione ampia della comunità piacentina come risposta contro l’intolleranza. “La nostra città non è quella dei fascisti. La Piacenza che vogliamo è inclusiva, solidale e antirazzista. Rispondiamo con unità e determinazione, per far capire a questi gruppi che non hanno spazio nella nostra società”, ha commentato ai microfoni di Radio Onda d’Urto Carlo, compagno del collettivo ControTendenza Piacenza, ribadendo l’importanza di una risposta collettiva e determinata contro questo fenomeno. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto l’intervista a Carlo, compagno del collettivo ControTendenza Piacenza. Ascolta o scarica
June 27, 2025
Radio Onda d`Urto
USA: SI ALLARGANO LE PROTESTE “CONTRO L’IDENTITARISMO ESTREMO DEI MOVIMENTI DI DESTRA” CHE VOGLIONO DEPORTARE I MIGRANTI. INTERVISTA A LUCA CELADA
Braccio di ferro tra Donald Trump e il governatore della California Gavin Newsom, che ha annunciato una seconda causa contro la decisione dell’amministrazione Trump di dispiegare altri 2mila uomini della Guardia nazionale e 700 marines per le rivolte di Los Angeles. Da tre giorni la città californiana è teatro di rivolte e scontri per le politiche anti-migratorie trumpiane e che stavano portando a raid ed espulsioni a tappeto. Nelle ultime settimane le operazioni della polizia hanno portato all’arresto di centinaia di persone: all’origine delle retate di migranti, che hanno fatto esplodere le proteste, c’è un netto cambio di strategia imposto dalla Casa Bianca, scontenta dei numeri ritenuti ancora troppo bassi di migranti arrestati e deportati ad gennaio ad oggi. Nel frattempo, le proteste contro l’ICE – l’agenzia governativa incaricata di dare la caccia, casa per casa, ai migranti per deportarli – si allargano. Manifestazioni e scontri si sono verificati a San Francisco, con 150 arresti. Cortei a in Texas (a Austin, dove sono state arrestate almeno 10 persone), Boston, New York, Atlanta, Seattle, Dallas, Louisville e tante altre città degli Stati Uniti. Il collegamento da Los Angeles con Luca Celada, giornalista del quotidiano Il Manifesto. Ascolta o scarica
June 10, 2025
Radio Onda d`Urto