Un algoritmo ci seppellirà? La sintassi bellica della «guerra intelligente»/2
continua da Un algoritmo ci seppellirà? La sintassi bellica della «guerra
intelligente»/1
Tre principi, in particolare, vengono sottoposti a una pressione senza
precedenti:
Il principio di distinzione: L’algoritmo, per quanto nutrito da petabyte di
immagini satellitari e pattern comportamentali, fatica enormemente a distinguere
con certezza un civile da un combattente nei contesti urbani o ibridi. Un
rastrello scambiato per un fucile, un’andatura insolita interpretata come
tattica sovversiva: per la macchina, il dubbio non è una categoria filosofica,
ma un errore di classificazione da risolvere per approssimazione.
Il principio di proporzionalità: I sistemi automatici sono strutturalmente
inabili a misurare l’intangibile. Come può un modello matematico calcolare la
proporzionalità tra i «danni collaterali» (eufemismo per indicare i massacri di
innocenti) e un ipotetico «vantaggio militare»? Per la macchina esiste solo
un’equazione di ottimizzazione dove la vita umana è ridotta a variabile di
costo.
Il principio di responsabilità umana: Senza un reale e significativo controllo
umano (human-in-the-loop), la catena d’imputabilità si dissolve nel vuoto
informatico. Se un drone autonomo compie un massacro in un villaggio, chi ne
risponde davanti a un tribunale per crimini di guerra? Il programmatore che ha
scritto il codice? L’ufficiale che ha premuto il tasto “ON”? L’azienda della
Silicon Valley che ha venduto la licenza SaaS al Ministero della Difesa? Manca
un soggetto imputabile per eventuali crimini di guerra o violazioni.
Sullo sfondo domina la suprema mistificazione ideologica: la costruzione di una
narrazione per cui la guerra algoritmica sarebbe sempre una guerra giusta,
perché sempre presentata come risposta difensiva, pulita, chirurgica e
inevitabile.
Il conflitto russo-ucraino ha agito come un gigantesco acceleratore di
particelle per la guerra algoritmica. Il fronte si è trasformato in un
laboratorio a cielo aperto in cui droni da poche centinaia di dollari,
modificati con chip commerciali e software d’intelligenza artificiale, hanno
ridefinito la natura dello scontro. È la celebre «democratizzazione» della
capacità militare: non servono più soltanto caccia bombardieri da centinaia di
milioni di dollari; bastano sciami di piccoli droni autonomi coordinati in rete
per neutralizzare le tradizionali corazze degli eserciti del Novecento.
La reazione delle superpotenze non si è fatta attendere. L’annuncio da parte
degli Stati Uniti, nel settembre 2026, della creazione dell’Autonomous Warfare
Command (il Comando per la Guerra Autonoma) rappresenta il punto di non ritorno.
L’integrazione della robotica e dell’AI nelle forze armate non è più un progetto
pilota, ma il pilastro strategico della dottrina militare del XXI secolo.
Il vero dramma non risiede tuttavia nella sola potenza di fuoco, bensì nella
categoria della velocità. L’essere umano è fisiologicamente lento: richiede
secondi per elaborare una minaccia, valutarne il contesto, dubitare, decidere.
Una macchina opera in millisecondi. In uno scenario in cui due sistemi autonomi
avversari si fronteggiano, la sequenza Rilevazione → Classificazione → Decisione
→ Attacco → Reazione → Contrattacco si consuma a una velocità matematicamente
preclusa alla comprensione umana.
Il rischio letale non è che la macchina «diventi cattiva» o sviluppi
un’improvvisa malignità metafisica. È sufficiente che due algoritmi, progettati
per massimizzare obiettivi differenti, interagiscano tra loro in modo
imprevedibile, innescando un’escalation incontrollabile prima ancora che un
generale in carne ed ossa riesca ad afferrare la cornetta del telefono.
La diplomazia nell’era dell’accelerazione
L’illusione che la diplomazia possa imbrigliare la tempesta algoritmica rasenta
la vanità. Certo, non sono mancati i tentativi: nell’agosto del 2026, il
Segretario Generale delle Nazioni Unite e la Presidenza del Comitato
Internazionale della Croce Rossa hanno lanciato l’ennesimo accorato appello per
la messa al bando delle armi letali autonome. Poco dopo, a settembre, 128 Stati
aderenti alla Convenzione sulle armi convenzionali sono riusciti ad accordarsi
su alcuni principi minimi di definizione dei sistemi LAWS (Lethal Autonomous
Weapons Systems).
Trattasi di encomiabili esercizi di stile. La diplomazia multilaterale ragiona
sui tempi lunghi delle ere geologiche; la tecnologia viaggia sui tempi della
legge di Moore. Un trattato internazionale richiede un decennio di negoziati e
ratifiche; un nuovo modello di frontiera viene addestrato in sei mesi; un drone
commerciale cambia software in un pomeriggio.
L’umanità si trova così imprigionata nel classico dilemma della sicurezza nella
sua versione più estrema: nessun governo desidera realmente affidare il proprio
destino a un’infrastruttura bellica automatizzata e impazzita, ma nessuna
potenza può permettersi il lusso di fermarsi per prima, nel terrore che
l’avversario conquisti il margine decisivo.
L’apocalisse, in definitiva, non arriverà probabilmente con i tratti enfatici di
un esercito di androidi dagli occhi rossi che marciano sulle rovine delle nostre
città. Arriverà con un profilo assai più contabile e burocratico: sotto forma di
una catena di piccoli, razionalissimi cedimenti del controllo umano, ceduti un
millisecondo alla volta in nome dell’efficienza, dell’ottimizzazione e della
sicurezza.
Moriremo, forse, per difetto di lentezza. E il software che firmerà la nostra
condanna a morte non provocherà alcun odio: si limiterà a restituire un codice
di errore 200 OK, mentre l’ultimo algoritmo calcola con impeccabile precisione
la nostra irrilevanza strategica.
Redazione Italia