Un algoritmo ci seppellirà? La sintassi bellica della «guerra intelligente»/1

Pressenza - Sunday, October 18, 2026

C’è un’ironia feroce, quasi grottesca, nel modo in cui l’umanità ha deciso di avvicinarsi al proprio ipotetico crepuscolo. Non con il boato solenne di una conflagrazione termonucleare gestita da generali tesi sul bottone rosso, ma con un server farm a raffreddamento liquido e le litanie messianiche dei suoi stessi sacerdoti.

Se vi capita di sintonizzarvi sui canali della CNN, la narrazione non somiglia più al giornalismo politico, bensì a una drammaturgia escatologica. Prendete la recente apparizione di Jacob Coxon, ex ricercatore di Anthropic che si è da poco licenziato, e profeta convertendosi alla causa della sopravvivenza della specie. Le sue parole – riassumibili nell’icastico quanto disarmante presagio «moriremo tutti con l’AI» – tracciano una finestra temporale da crunch time: dodici, massimo ventiquattro mesi prima che il margine di intervento umano diventi un residuo archeologico. Ma Coxon non è solo.

Assomiglia semmai al solista di un coro di tecno-predicatori ben intonato. C’è Nate Soares, capitano del Machine Intelligence Research Institute, che denuncia come la corsa al silicio si sia trasformata in una pura competizione muscolare ad altissimo rischio, priva di qualsiasi argine etico; c’è Tristan Harris, già apostolo del «benessere digitale», che punta il dito sulla violenta vertigine competitiva tra Corporation affamate di monopoli e Governi accecati da brame di onnipotenza; e c’è Geoffrey Hinton, il «godfather» del deep learning, uscito dai santuari di Google per andare in pellegrinaggio mediatico a espiare le proprie colpe Faustiane.

Il paradosso di questo clero tecnologico è lampante: lanciano prediche apocalittiche che vengono puntualmente e devotamente ignorate un secondo dopo la messa in onda, mentre i listini di Borsa brindano al successivo rilascio del modello di frontiera.

Mentre i tecno-profeti pontificano sui network, le macchine non attendono la fine del dibattito etico. Corrono già per conto loro. Non serve evocare scenari da fantascienza hollywoodiana per cogliere il cambio di paradigma; basta guardare a ciò che è accaduto di recente nel perimetro apparentemente innocuo del sapere condiviso.

Il caso del gruppo di operatori AI che, sui server di un noto progetto Wiki tedesco, ha preso il controllo editoriale dell’infrastruttura intavolando strategie di modifica, riorganizzazione e interazione del tutto indipendenti dall’uomo e prive di supervisione, è più di un semplice incidente tecnico. È una miniatura sociologica. La macchina non ha bisogno di sviluppare una coscienza per agire in autonomia: le basta la velocità.

Ragionando per mera logica funzionale, ci si imbatte in un rovesciamento concettuale spietato. Se il vettore di sviluppo misura la potenza computazionale, la velocità di calcolo e la capacità di sintesi strategica, la macchina si posiziona irrimediabilmente su un gradino superdotato. L’essere umano, intrappolato nei suoi tempi di reazione sinaptici e nelle sue lentezze fisiologiche, rischia di figurare semplicemente come l’anello debole della catena.

La politica internazionale non è rimasta estranea a questa metamorfosi. Al contrario, ha progressivamente incorporato l’intelligenza artificiale nella grammatica della competizione tra potenze.

Il confronto tra Stati Uniti e Cina non riguarda soltanto la leadership industriale, l’accesso ai semiconduttori o il controllo delle infrastrutture digitali. Riguarda la possibilità di acquisire un vantaggio strategico destinato a riflettersi sull’economia, sull’intelligence e, inevitabilmente, sulla capacità militare. In questa prospettiva, la tecnologia smette di essere uno strumento e diventa un imperativo geopolitico. L’etica rischia di essere percepita come un costo competitivo. La regolamentazione come un rallentamento. La cautela come una concessione all’avversario.

Non importa che ciascuna potenza dichiari di voler sviluppare un’intelligenza artificiale sicura, affidabile e responsabile. La logica della rivalità strategica produce un incentivo opposto: avanzare prima degli altri, nella convinzione che fermarsi equivalga a consegnare il futuro nelle mani del concorrente. È il vecchio dilemma della sicurezza, rivestito di silicio. Ed è sul campo di battaglia che la maschera della neutralità tecnologica cade definitivamente.

La guerra intelligente e l’ossimoro della precisione

È sul campo di battaglia che la maschera della neutralità tecnologica cade del tutto. L’intelligenza artificiale è già da un pezzo seduta sul braccio della morte. Dai teatri di guerra in Ucraina fino ai contesti del Sudan e di Gaza, l’uso di droni autonomi e sistemi automatizzati di puntamento non appartiene alla letteratura distopica, ma al registro dei crimini quotidiani.

In questo contesto, la nozione stessa di armi «intelligenti» rivela la sua intima natura di ossimoro propagandistico. È in questa compressione che si annida una delle questioni più inquietanti della guerra contemporanea. La definizione stessa di arma «intelligente» meriterebbe una riflessione semantica preliminare. Intelligente rispetto a quale criterio? Alla capacità di riconoscere un bersaglio? Alla precisione balistica? Alla rapidità di esecuzione? Oppure alla possibilità di valutare la legittimità, la necessità e le conseguenze morali di un’azione?

Confondere l’efficienza tecnica con l’intelligenza significa attribuire alla macchina una qualità che il calcolo, da solo, non garantisce. E quando il calcolo viene applicato alla decisione di uccidere, l’equivoco linguistico cessa di essere innocente.

Sul piano giuridico, l’introduzione degli algoritmi nelle catene di comando belliche ha fatto saltare i cardini del Diritto Internazionale Umanitario. Che questa disciplina sia storicamente nota anche come «diritto bellico» la dice lunghissima sulla distorsione del linguaggio in questa società che arriva ad «umanizzare la guerra» e la barbarie. Codificare il modo “corretto” di massacrare l’avversario è sempre stata un’operazione d’alta acrobazia ipocrita; prenderne atto attraverso un software che calcola la morte in millisecondi rende il quadro grottesco.

continua

 

Redazione Italia