Un algoritmo ci seppellirà? La sintassi bellica della «guerra intelligente»/2

Pressenza - Sunday, October 18, 2026

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Tre principi, in particolare, vengono sottoposti a una pressione senza precedenti:

Il principio di distinzione: L’algoritmo, per quanto nutrito da petabyte di immagini satellitari e pattern comportamentali, fatica enormemente a distinguere con certezza un civile da un combattente nei contesti urbani o ibridi. Un rastrello scambiato per un fucile, un’andatura insolita interpretata come tattica sovversiva: per la macchina, il dubbio non è una categoria filosofica, ma un errore di classificazione da risolvere per approssimazione.

Il principio di proporzionalità: I sistemi automatici sono strutturalmente inabili a misurare l’intangibile. Come può un modello matematico calcolare la proporzionalità tra i «danni collaterali» (eufemismo per indicare i massacri di innocenti) e un ipotetico «vantaggio militare»? Per la macchina esiste solo un’equazione di ottimizzazione dove la vita umana è ridotta a variabile di costo.

Il principio di responsabilità umana: Senza un reale e significativo controllo umano (human-in-the-loop), la catena d’imputabilità si dissolve nel vuoto informatico. Se un drone autonomo compie un massacro in un villaggio, chi ne risponde davanti a un tribunale per crimini di guerra? Il programmatore che ha scritto il codice? L’ufficiale che ha premuto il tasto “ON”? L’azienda della Silicon Valley che ha venduto la licenza SaaS al Ministero della Difesa? Manca un soggetto imputabile per eventuali crimini di guerra o violazioni.

Sullo sfondo domina la suprema mistificazione ideologica: la costruzione di una narrazione per cui la guerra algoritmica sarebbe sempre una guerra giusta, perché sempre presentata come risposta difensiva, pulita, chirurgica e inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino ha agito come un gigantesco acceleratore di particelle per la guerra algoritmica. Il fronte si è trasformato in un laboratorio a cielo aperto in cui droni da poche centinaia di dollari, modificati con chip commerciali e software d’intelligenza artificiale, hanno ridefinito la natura dello scontro. È la celebre «democratizzazione» della capacità militare: non servono più soltanto caccia bombardieri da centinaia di milioni di dollari; bastano sciami di piccoli droni autonomi coordinati in rete per neutralizzare le tradizionali corazze degli eserciti del Novecento.

La reazione delle superpotenze non si è fatta attendere. L’annuncio da parte degli Stati Uniti, nel settembre 2026, della creazione dell’Autonomous Warfare Command (il Comando per la Guerra Autonoma) rappresenta il punto di non ritorno. L’integrazione della robotica e dell’AI nelle forze armate non è più un progetto pilota, ma il pilastro strategico della dottrina militare del XXI secolo.

Il vero dramma non risiede tuttavia nella sola potenza di fuoco, bensì nella categoria della velocità. L’essere umano è fisiologicamente lento: richiede secondi per elaborare una minaccia, valutarne il contesto, dubitare, decidere. Una macchina opera in millisecondi. In uno scenario in cui due sistemi autonomi avversari si fronteggiano, la sequenza Rilevazione → Classificazione → Decisione → Attacco → Reazione → Contrattacco si consuma a una velocità matematicamente preclusa alla comprensione umana.

Il rischio letale non è che la macchina «diventi cattiva» o sviluppi un’improvvisa malignità metafisica. È sufficiente che due algoritmi, progettati per massimizzare obiettivi differenti, interagiscano tra loro in modo imprevedibile, innescando un’escalation incontrollabile prima ancora che un generale in carne ed ossa riesca ad afferrare la cornetta del telefono.

La diplomazia nell’era dell’accelerazione

L’illusione che la diplomazia possa imbrigliare la tempesta algoritmica rasenta la vanità. Certo, non sono mancati i tentativi: nell’agosto del 2026, il Segretario Generale delle Nazioni Unite e la Presidenza del Comitato Internazionale della Croce Rossa hanno lanciato l’ennesimo accorato appello per la messa al bando delle armi letali autonome. Poco dopo, a settembre, 128 Stati aderenti alla Convenzione sulle armi convenzionali sono riusciti ad accordarsi su alcuni principi minimi di definizione dei sistemi LAWS (Lethal Autonomous Weapons Systems).

Trattasi di encomiabili esercizi di stile. La diplomazia multilaterale ragiona sui tempi lunghi delle ere geologiche; la tecnologia viaggia sui tempi della legge di Moore. Un trattato internazionale richiede un decennio di negoziati e ratifiche; un nuovo modello di frontiera viene addestrato in sei mesi; un drone commerciale cambia software in un pomeriggio.

L’umanità si trova così imprigionata nel classico dilemma della sicurezza nella sua versione più estrema: nessun governo desidera realmente affidare il proprio destino a un’infrastruttura bellica automatizzata e impazzita, ma nessuna potenza può permettersi il lusso di fermarsi per prima, nel terrore che l’avversario conquisti il margine decisivo.

L’apocalisse, in definitiva, non arriverà probabilmente con i tratti enfatici di un esercito di androidi dagli occhi rossi che marciano sulle rovine delle nostre città. Arriverà con un profilo assai più contabile e burocratico: sotto forma di una catena di piccoli, razionalissimi cedimenti del controllo umano, ceduti un millisecondo alla volta in nome dell’efficienza, dell’ottimizzazione e della sicurezza.

Moriremo, forse, per difetto di lentezza. E il software che firmerà la nostra condanna a morte non provocherà alcun odio: si limiterà a restituire un codice di errore 200 OK, mentre l’ultimo algoritmo calcola con impeccabile precisione la nostra irrilevanza strategica.

Redazione Italia