Anche nel mondo delle criptovalute si inizia a parlare del pericolo IA
I grandi annunci sugli sviluppi tecnici dell’intelligenza artificiale stanno
alimentando accesi dibattiti in molti ambienti, compreso quello delle
criptovalute. Justin Drake, crittografo e ricercatore della Ethereum Foundation,
ha lanciato l’allarme: la crescente abilità dell’IA nel risolvere problemi
matematici potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza delle valute digitali.
Come in altri ambiti, però, gli scettici non mancano di far sentire la propria
voce.
Drake ha espresso le sue osservazioni attraverso un lungo post pubblicato su X.
Spunti di riflessione che si ricollegano ai contenuti del blog di OpenAI,
azienda che a inizio settimana ha veicolato il messaggio che i suoi modelli
avanzati di IA siano in grado di provare teoremi e risolvere calcoli matematici
che hanno tenuto in scacco il mondo accademico per anni. Secondo il crittografo,
un simile successo indica che i sistemi di firma digitale usati da Bitcoin e
affini (ECDSA) siano da considerarsi prossimi alla compromissione, un’ipotesi
che il tecnico aveva finora ricondotto solamente al “q-day”, il giorno ipotetico
in cui i computer quantici entreranno effettivamente in scena.
Per evitare il peggio, Drake raccomanda ai portali di exchange di adottare un
approccio “modalità bunker”, cioè di spostare i fondi verso indirizzi inediti e
sicuri. A suo dire, questa transizione andrebbe perseguita con decisione, ma con
i giusti tempi, così da evitare i danni di un’introduzione goffa e affrettata
della soluzione di sicurezza. Le risposte al post dicono molto del clima in cui
sono state accolte queste opinioni: molti hanno liquidato le sue preoccupazioni
come il solito allarmismo da “crypto doomer“.
Tra le reazioni contrarie più autorevoli spicca quella di Yehuda Lindell, chief
cryptographer di Coinbase e professore di informatica all’Università Bar-Ilan,
in Israele. Lindell coglie il punto critico dell’intera questione: Drake non ha
portato prove concrete che i protocolli consolidati siano davvero a rischio e le
sue osservazioni sembrano basarsi soprattutto sull’assunto che, prima o poi, le
IA troveranno un modo per scardinare il sistema. È un’ipotesi che non si può
escludere in assoluto, ma che resta uno solo degli infiniti scenari possibili,
in assenza di indizi reali.
La posizione di Drake ricalca da vicino l’intervento di inizio settembre di
Jacob Coxon, ricercatore informatico che ha lasciato OpenAI e Anthropic per
denunciare come le aziende di IA stiano costruendo, inesorabilmente, strumenti
destinati a distruggere l’umanità. Anche in quel caso, mancavano prove tangibili
e documenti interni alle aziende. Drake e Coxon non si presentano quindi come
informatori a conoscenza dei fatti, ma come oracoli che parlano “di pancia”, un
atteggiamento che crea molto rumore mediatico, ma a discapito della credibilità.
Un “al lupo, al lupo” in salsa 4.0.
Queste vicende mostrano quanto il dibattito sull’IA sia sempre più polarizzato,
anche nell’ambito accademico e della ricerca. Il timore che i cosiddetti modelli
di frontiera possano violare anche le crittografie più robuste poggia
sull’annuncio dei risultati ottenuti da OpenAI, un annuncio che va però letto
anche come operazione di marketing. I successi matematici degli strumenti
dell’azienda, del resto, sono stati in passato e restano tuttora oggetto di
profonde controversie nella comunità scientifica.
Pur essendo degni di considerazione, i risultati elencati hanno portato ad
accusare OpenAI di aver sfruttato il lavoro di alcuni accademici per bruciare
sul tempo le loro conclusioni, anche grazie a una potenza di calcolo non messa a
disposizione del pubblico e delle istituzioni. Il settore si è così spaccato in
due: da un lato i tecno-entusiasti, felici di assistere a un progresso tanto
fulmineo; dall’altro i critici, secondo cui OpenAI e le aziende omologhe si
limitino a copiare senza avere al proprio interno personale con le competenze
necessarie per valutare con rigore i risultati generati dai modelli in fase di
test. In mancanza di trasparenza, tutto si riduce alle “vibes” e questo non fa
che avvelenare il dibattito.
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