
Anche nel mondo delle criptovalute si inizia a parlare del pericolo IA
L'INDIPENDENTE - Thursday, October 15, 2026I grandi annunci sugli sviluppi tecnici dell’intelligenza artificiale stanno alimentando accesi dibattiti in molti ambienti, compreso quello delle criptovalute. Justin Drake, crittografo e ricercatore della Ethereum Foundation, ha lanciato l’allarme: la crescente abilità dell’IA nel risolvere problemi matematici potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza delle valute digitali. Come in altri ambiti, però, gli scettici non mancano di far sentire la propria voce.
Drake ha espresso le sue osservazioni attraverso un lungo post pubblicato su X. Spunti di riflessione che si ricollegano ai contenuti del blog di OpenAI, azienda che a inizio settimana ha veicolato il messaggio che i suoi modelli avanzati di IA siano in grado di provare teoremi e risolvere calcoli matematici che hanno tenuto in scacco il mondo accademico per anni. Secondo il crittografo, un simile successo indica che i sistemi di firma digitale usati da Bitcoin e affini (ECDSA) siano da considerarsi prossimi alla compromissione, un’ipotesi che il tecnico aveva finora ricondotto solamente al “q-day”, il giorno ipotetico in cui i computer quantici entreranno effettivamente in scena.
Per evitare il peggio, Drake raccomanda ai portali di exchange di adottare un approccio “modalità bunker”, cioè di spostare i fondi verso indirizzi inediti e sicuri. A suo dire, questa transizione andrebbe perseguita con decisione, ma con i giusti tempi, così da evitare i danni di un’introduzione goffa e affrettata della soluzione di sicurezza. Le risposte al post dicono molto del clima in cui sono state accolte queste opinioni: molti hanno liquidato le sue preoccupazioni come il solito allarmismo da “crypto doomer“.
Tra le reazioni contrarie più autorevoli spicca quella di Yehuda Lindell, chief cryptographer di Coinbase e professore di informatica all’Università Bar-Ilan, in Israele. Lindell coglie il punto critico dell’intera questione: Drake non ha portato prove concrete che i protocolli consolidati siano davvero a rischio e le sue osservazioni sembrano basarsi soprattutto sull’assunto che, prima o poi, le IA troveranno un modo per scardinare il sistema. È un’ipotesi che non si può escludere in assoluto, ma che resta uno solo degli infiniti scenari possibili, in assenza di indizi reali.
La posizione di Drake ricalca da vicino l’intervento di inizio settembre di Jacob Coxon, ricercatore informatico che ha lasciato OpenAI e Anthropic per denunciare come le aziende di IA stiano costruendo, inesorabilmente, strumenti destinati a distruggere l’umanità. Anche in quel caso, mancavano prove tangibili e documenti interni alle aziende. Drake e Coxon non si presentano quindi come informatori a conoscenza dei fatti, ma come oracoli che parlano “di pancia”, un atteggiamento che crea molto rumore mediatico, ma a discapito della credibilità. Un “al lupo, al lupo” in salsa 4.0.
Queste vicende mostrano quanto il dibattito sull’IA sia sempre più polarizzato, anche nell’ambito accademico e della ricerca. Il timore che i cosiddetti modelli di frontiera possano violare anche le crittografie più robuste poggia sull’annuncio dei risultati ottenuti da OpenAI, un annuncio che va però letto anche come operazione di marketing. I successi matematici degli strumenti dell’azienda, del resto, sono stati in passato e restano tuttora oggetto di profonde controversie nella comunità scientifica.
Pur essendo degni di considerazione, i risultati elencati hanno portato ad accusare OpenAI di aver sfruttato il lavoro di alcuni accademici per bruciare sul tempo le loro conclusioni, anche grazie a una potenza di calcolo non messa a disposizione del pubblico e delle istituzioni. Il settore si è così spaccato in due: da un lato i tecno-entusiasti, felici di assistere a un progresso tanto fulmineo; dall’altro i critici, secondo cui OpenAI e le aziende omologhe si limitino a copiare senza avere al proprio interno personale con le competenze necessarie per valutare con rigore i risultati generati dai modelli in fase di test. In mancanza di trasparenza, tutto si riduce alle “vibes” e questo non fa che avvelenare il dibattito.
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