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La scommessa del 30 ottobre
Siamo già da diverso tempo in campagna elettorale ed ora, con l’approvazione dello Stabilicum alias “nuova legge truffa”, ci siamo dentro fino al collo. Eppure non c’è in giro una discussione sui temi che stanno a cuore alla stragrande maggioranza delle persone che vivono nel nostro Paese. Non si parla di come alzare i salari e le pensioni, non si parla di come fermare la corsa dei prezzi, non si parla di come mettere l’Italia in protezione dai sempre più forti venti di guerra. La destra, che porta la responsabilità del governo, da un lato assume provvedimenti di facciata (come l’eliminazione del bollo auto per un anno) per gettare un po’ di fumo negli occhi all’elettorato, e dall’altro prova a spostare l’attenzione sulla presenza dei migranti, rincorrendo su questo Vannacci e l’estrema destra, nel tentativo di spiegare le difficoltà di milioni di lavoratori con la nota tesi dell’invasione degli immigrati. E’ il solito gioco di cambiare discorso quando ti mancano gli argomenti e soprattutto la volontà di colpire interessi con i quali la destra è da sempre alleata (vedi banche e mondo delle grandi imprese). Sull’altra sponda, il centro sinistra o campo largo o larghissimo, non riesce a trovare la quadra sui temi della guerra e dei rapporti con Israele per i forti vincoli che lo legano all’Unione Europea e alla Nato, mentre sui temi sociali non va oltre una generica denuncia dello sfascio della sanità e del peggioramento generale delle condizioni di vita. Mancano proposte chiare sul piano economico e sociale che potrebbero fare la differenza e che invece non vengono formulate perché l’indirizzo economico anche del campo largo è purtroppo lo stesso del governo Meloni ed è quello stabilito a Bruxelles. Per rompere questa melma c’è bisogno di rimettere al centro l’iniziativa sociale e politica di massa, l’azione conflittuale che è la sola che possa irrompere in questo teatrino della politica italiana e scombinare i piani di entrambi gli schieramenti. In giro per l’Europa qualcosa di simile sta già accadendo e le piazze stanno svolgendo una funzione assai rilevante non solo per modificare il clima politico ma anche per imporre un’altra agenda alla politica. In Spagna e Francia le grandi organizzazioni sindacali hanno dovuto proclamare lo sciopero generale sotto la spinta di forti movimenti di massa. In Italia siamo ancora ai primi passi ma qualcosa ci sembra che stia cambiando. Le 50 piazze di sabato 10 ottobre per la Palestina sono state un segnale importante. Ancora una volta la lotta per liberare la Palestina dall’oppressione genocida di Israele ha avuto l’effetto di sprigionare grandi energie e di mettere in circolo la voglia di intrecciare problemi e sensibilità diverse per dar vita ad una mobilitazione generale. Le agitazioni studentesche che si tanno diffondendo lungo la penisola ma anche i blocchi degli agricoltori che chiedono di non essere schiacciati dall’agro industria e rivendicano la necessità di tenere sotto controllo il prezzo dei carburanti sono altrettanti segnali di una consapevolezza che sta maturando. I media sono impegnati a tenere nascoste sia le mobilitazioni europee che quello che succede qui da noi. Le manifestazioni per la Palestina sono state completamente oscurate. I trattori che bloccano le strade vengono tenuti lontani dalle telecamere. E si sta cercando di neutralizzare le occupazioni studentesche. Come fu lo scorso anno che il governo Meloni sentì traballare la sua ostentata stabilità, anche ora c’è una grande preoccupazione che possa scoppiare una larga e diffusa protesta di popolo. Hanno paura che si possa saldare il movimento politico per la Palestina e contro la guerra e il riarmo con la lotta la carovita e per il rialzo di salari e pensioni. La sensazione è che tanto il centro destra quanto il centro sinistra non riescano più parlare con la loro base o, più semplicemente, parlino un linguaggio molto diverso da quello dei loro stessi elettori. E che entrambi non abbiano alcuna voglia di mettere al centro dell’agenda politica quello che invece è il programma dello sciopero generale lanciato per il prossimo 30 ottobre e che risponde alla volontà di tanta parte del Paese. Lo riassumiamo in breve: Per un intervento sulla condizione economica generale attraverso * Interventi strutturali che impediscano il rialzo continuo dei prezzi su tutti i beni di prima necessità, e in particolare i prodotti energetici, i carburanti e i prodotti alimentari. Il Governo può e deve introdurre un controllo sui prezzi di tutti i generi che influiscono in modo determinante sulle condizioni di vita della popolazione che vive di salari e pensioni, con meccanismi di calmieramento e tetti che mettano in protezione da una crescita fuori controllo dei prezzi; * Per l’eliminazione dell’IVA dai beni di prima necessità, l’abbattimento delle accise sui carburanti, la tutela delle utenze domestiche per l’energia elettrica e il gas, lo stop agli sfratti e agli sgomberi e il collegamento tra affitti e salari. Per un intervento sui salari e sulle pensioni: * Introduzione di un nuovo meccanismo di adeguamento automatico dei salari e delle pensioni al costo della vita, sganciato dai rinnovi contrattuali, calcolato con un indice dell’inflazione non depurato dal costo dei prodotti energetici importati; * Aumenti salariali che redistribuiscano la ricchezza a partire dalla soglia di un minimo tabellare non inferiore a 2000 euro, equivalente a 12 euro l’ora; * Stop a nuovi interventi contro il sistema pensionistico pubblico e l’allungamento ulteriore dell’età pensionabile, per una politica di maggiori tutele per lavoratori pubblici e privati; * Per una politica industriale che metta in sicurezza i posti di lavoro, a cominciare dall’ILVA e dal settore auto (con il loro indotto), e tuteli l’ambiente e il territorio. Per lo stop alle politiche di riarmo e di sostegno ad Israele e all’Ucraina che stanno precipitando il mondo in uno scenario di crisi e di guerra e che alimentano la speculazione e l’aumento incontrollato dei prezzi: * Lo stop ai piani di riamo europei e italiani e la destinazione dei fondi a tutela dei servizi pubblici, al calmieramento dei prezzi e alla politica dell’abitare; * L’interruzione di ogni relazione istituzionale e collaborazione economica, scientifica e politica con lo stato di Israele, unito all’embargo completo sulle armi, sui componenti utili alle armi, sui materiali utili all’armamento, sui trasferimenti di tecnologie e su tutti beni materiali e immateriali “dual use” verso lo stato di Israele; * Il rispetto della legge 185 del 1990 contro il traffico di armi con paesi coinvolti in teatri di guerra o colpevoli di ledere i diritti umani. * Fermare il previsto piano di militarizzazione dei porti e delle infrastrutture strategiche del Paese (MMA) e i processi di automazione collegati. * Fermare i processi di militarizzazione di scuola, università e ricerca.Contro tutte le misure di polizia e che ledono gli spazi di espressione e di democrazia con le quali si sta cercando di mettere un bavaglio alle proteste. Contro tutte le scelte istituzionali che hanno un chiaro sapore discriminatorio e per la regolarizzazione di tutti i lavoratori stranieri. È per tutto questo che occorre allargare il più possibile lo sciopero generale del 30 ottobre, perché la voglia di pace e di migliori condizioni di vita e di lavoro si affermino come priorità nell’agenda politica del Paese. Bloccare tutto per cominciare a cambiare davvero. Link al comunicato per condivisione: La scommessa del 30 ottobre * Unione Sindacale di Base
October 12, 2026
Pressenza
È stata approvata in via definitiva la nuova legge elettorale
La riforma elettorale voluta dal governo Meloni è legge. Il nuovo sistema proporzionale con premio di maggioranza — già ribattezzato Stabilicum — ha infatti ottenuto l’ultimo via libera dalla Camera, passando con 227 voti a favore. Sugli scudi le opposizioni, che dopo la bagarre parlamentare si sono dette pronte a proseguire per vie legali, fino ad arrivare alla Consulta, denunciando profili di incostituzionalità nella legge elettorale appena approvata. Sono diversi i punti contestati, a partire dalla stretta nei confronti della partecipazione dal basso e dunque delle forze extraparlamentari. Ci sono poi il mancato equilibrio di genere tra i capilista e la previsione del premio di maggioranza. Questa volta i franchi tiratori non hanno colpito. E alla Camera il governo Meloni ha superato la prova dello scrutinio segreto, vedendo lo Stabilicum diventare legge. Si passa così a un sistema proporzionale con premio di maggioranza fissato a 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la lista o la coalizione vincitrice, capace di ottenere almeno il 42 per cento dei voti in ciascuna delle due Camere. Viene introdotto un sistema di preferenze limitato però dalla presenza di un capolista bloccato, che renderà di fatto marginale la quota di candidati effettivamente “scelti” dai cittadini. Inoltre, non viene prevista la quota minima del 40% di donne tra i capilista, richiesta dalle opposizioni. Nei giorni scorsi, l’esecutivo aveva incassato la fiducia sui primi tre articoli della riforma, oggi è arrivata l’approvazione del testo integrale. Con 391 presenti, la maggioranza necessitava di 196 voti a favore. Ne sono arrivati 227, contro i 164 provenienti dalle opposizioni, che ora annunciano battaglia nei tribunali. Facendo leva su una rete della società civile composta da associazioni e giuristi, dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale verranno presentate decine di ricorsi, con l’obiettivo di attivare la Corte Costituzionale. Un’eventuale sentenza potrebbe arrivare a febbraio, prima dunque del prossimo appuntamento elettorale previsto per l’autunno 2027 (e di un’eventuale tornata anticipata alla primavera). Tra i punti contestati figura la stretta sulla partecipazione dal basso, che renderà quasi impossibile candidarsi ai nuovi partiti e in generale alle forze extraparlamentari. Dovranno infatti raccogliere più di 400mila firme per accedere alle elezioni su tutto il territorio nazionale, un numero quattro volte maggiore rispetto alle previsioni attuali. Si passa dalla soglia vigente di 1.500-2.000 (a seconda del collegio) alle 6.000-7.000 firme: numeri mai visti nella storia repubblicana. Il deputato del M5S Filippo Scerra l’ha definita «la norma dell’autoconservazione del potere e dell’arroccamento della casta. Un attacco vergognoso ai principi democratici del nostro Paese». Le opposizioni richiamano l’articolo 49 della Costituzione, secondo cui «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Alcuni giuristi denunciano l’indicazione obbligatoria del candidato presidente del Consiglio, sollevando dubbi sulle prerogative del Presidente della Repubblica previste dalla Costituzione. Secondo questa interpretazione, la nuova legge elettorale introdurrebbe dunque un “premierato di fatto”, anticipando e in qualche modo bypassando la riforma costituzionale necessaria per cambiare la forma di governo. The post È stata approvata in via definitiva la nuova legge elettorale appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 8, 2026
L'INDIPENDENTE
La nuova legge elettorale renderà quasi impossibile candidarsi ai nuovi partiti
Tra ieri e oggi il governo Meloni ha incassato la fiducia sui tre articoli cardine della riforma elettorale. Lo Stabilicum è al vaglio della Camera dei Deputati, per la terza lettura in aula, e domani è attesa l’approvazione finale. A Montecitorio sono già state confermate le novità introdotte dal Senato, come il blando sistema di preferenze con capilista bloccati e la stretta sulle forze extraparlamentari. La modifica presentata da Antonella Zedda (FdI) rende quasi impossibile candidarsi ai nuovi partiti o alle formazioni già esistenti ma prive di rappresentanza parlamentare. Dovranno raccogliere più di 400mila firme per accedere alle elezioni su tutto il territorio nazionale, un numero quattro volte maggiore rispetto alle previsioni attuali. Era da un po’ di tempo che dai banchi del Movimento 5 Stelle non veniva scomodata la “casta”. Ieri, al termine della seconda fiducia incassata dal governo Meloni alla Camera, il deputato Filippo Scerra ha attaccato duramente la maggioranza, qualificando lo Stabilicum e in particolare la stretta sulle preferenze come «la norma dell’autoconservazione del potere e dell’arroccamento della casta. Un attacco vergognoso ai principi democratici del nostro Paese». La modifica, presentata in Senato e confermata alla Camera, aumenta di circa il 300% il numero minimo di firme necessarie per presentarsi in un collegio elettorale. Si passa dalla soglia attuale di 1.500-2.000 (a seconda del collegio) alle 6.000-7.000 firme: numeri mai visti nella storia repubblicana. A godere delle vecchie disposizioni saranno i partiti che entro la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della riforma risulteranno presenti nel gruppo misto di una delle due Camere, con tre deputati o un senatore. Per tutti gli altri partiti, neonati o privi di rappresentanza parlamentare, saranno necessarie più di 450mila sottoscrizioni per presentarsi nei 75 collegi plurinominali in cui verrà diviso l’intero territorio nazionale. E non è finita qui: la maggioranza ha bocciato l’ipotesi della raccolta online, come accade ormai stabilmente per i referendum abrogativi. Con l’obiettivo di quantificare l’impatto della novità, il deputato dem Federico Fornaro ha considerato i casi di Molise e Basilicata, dove bisognerà raccogliere un numero di firme equivalente a oltre l’un per cento degli elettori. Il principale risvolto politico della stretta, presentata dalla maggioranza come una misura anti-frammentazione, è il disincentivo alla partecipazione dal basso. Si aggrava infatti su formazioni neonate, o comunque con risorse limitate, un onere che non viene richiesto ai partiti più strutturati e ricchi, che al 31 dicembre 2025 avevano costituito un gruppo parlamentare alla Camera o al Senato. Al momento rischiano di rimanere fuori dalla corsa elettorale partiti che hanno già partecipato a delle competizioni, come Potere al Popolo, e formazioni più giovani, tra cui Agorà, ORA! (ex Drin Drin) e Democrazia Sovrana e Popolare, che ha raccolto l’eredità di Italia Sovrana e Popolare. Il tentativo di impermeabilizzare il sistema parlamentare, in un’ottica di autoconservazione, passa anche per un’altra modifica introdotta dallo Stabilicum, relativa alla soglia di sbarramento, che resta al 3% dei voti ma con una novità per le “stampelle” di coalizione. Il primo partito che al termine del voto si ritrova al di sotto della soglia ma all’interno di un’alleanza eletta viene “recuperato”, accedendo alla rappresentanza. Una buona notizia per Noi Moderati, nel centrodestra, o per Italia Viva, candidatasi all’ingresso nel campo largo. Proprio dai banchi dell’opposizione è stata annunciata l’intenzione di ricorrere alla Consulta, denunciando profili di incostituzionalità, con particolare riferimento all’articolo 49, secondo cui «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». A separare le opposizioni dal ricorso alla Corte Costituzionale sono rimasti soltanto i franchi tiratori, che potrebbero bloccare la riforma. Domani a Montecitorio, a partire dalle 12:30, si voterà infatti l’approvazione definitiva dello Stabilicum a scrutinio segreto. L’ultima volta il governo andò sotto sul sistema di preferenze, questa volta la posta in gioco sarà molto più alta, dal momento che le proiezioni con la nuova legge elettorale sono più favorevoli al centrodestra rispetto a quelle attuali del Rosatellum. La riforma rappresenta inoltre l’ultimo cavallo di battaglia del governo Meloni, giunto quasi alla fine del suo mandato. The post La nuova legge elettorale renderà quasi impossibile candidarsi ai nuovi partiti appeared first on L'Indipendente.
October 7, 2026
L'INDIPENDENTE
Il Senato ha approvato la legge elettorale
Lo Stabilicum incassa un altro sì. Il Senato — con 113 voti a favore, 71 contrari e 2 astenuti — ha infatti approvato la riforma della legge elettorale presentata dalla maggioranza, trasmettendo il testo alla Camera per la terza lettura. Sono diverse le novità introdotte, a partire dal parziale sistema di preferenze che permetterà agli elettori di votare non solo il partito ma anche tre candidati. Il capolista sarà comunque bloccato e stabilito dalle varie segreterie. È per questo tra le misure più contestate dalle opposizioni, che oggi in Aula hanno protestato mostrando cartelli con scritto: «No alla legge truffa». Le forze extraparlamentari si concentrano invece sull’approvazione di un altro emendamento, relativo al numero di firme necessarie per candidarsi. Attualmente, con il Rosatellum, ai partiti e ai movimenti non presenti in Parlamento servono 1.500 firme per collegio per presentarsi alle elezioni. La versione dello Stabilicum licenziata dal Senato innalza questa soglia a una cifra compresa tra le 6mila e le 7mila firme per collegio, circa il 350% in più. Quello messo a punto dalla maggioranza Meloni — a un anno dalle prossime elezioni — è un sistema misto, cioè proporzionale ma con un premio di maggioranza che inevitabilmente altera quel rapporto tra consensi ottenuti e seggi conquistati in Parlamento. Le forze di centrodestra hanno mediato a lungo, trovando una sintesi nella versione approvata oggi in Senato. Venuto meno il cavallo di battaglia delle preferenze pure, Fratelli d’Italia ha dovuto ripiegare su un sistema con capolista bloccato e tre preferenze al seguito. Per i capilista è stata abolita l’alternanza di genere, oggi prevista dal Rosatellum. «State cacciando le donne dal Parlamento», ha detto in Aula Francesco Boccia, capogruppo del Partito Democratico. Le opposizioni hanno votato compatte, annunciando battaglia alla Camera, dove il testo è stato trasmesso per la terza lettura. Il capogruppo di Alleanza Verdi-Sinistra Italiana (AVS) Peppe De Cristofaro si dice convinto del fatto «che la maggioranza speri che la legge elettorale venga affossata alla Camera con il voto segreto perché non sanno come tornare indietro». Il premio di maggioranza non ha subito modifiche, venendo fissato in 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la lista o la coalizione vincitrice, capace di ottenere almeno il 42 per cento dei voti in ciascuna delle due Camere. The post Il Senato ha approvato la legge elettorale appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 15, 2026
L'INDIPENDENTE
‘Stabilicum’, ovvero: l’importante è non perdere mai
Il nome dato alla proposta della maggioranza di governo per la riforma della legge elettorale è Stabilicum. Pur se in falso latino, come ormai prassi per le leggi elettorali in Italia, dovrebbe – o vorrebbe – veicolare un significato di stabilità e certezza di (ri)elezione del prossimo nuovo governo. Non entriamo qui nel merito delle specificità della legge elettorale sostenuta dalla maggioranza dal momento che ben più autorevoli commentatori ne hanno dato conto e ne stanno spiegando ad oggi risvolti positivi e negativi, problematiche e peculiarità. La volontà del governo attuale è quella di mostrarsi come forte e credibile nei confronti delle istituzioni politiche europee ma anche nei confronti della Nato, delle istituzioni bancarie comunitarie. Insomma: la necessità è quella di mostrare la propria stabilità, per l’appunto. Da qui la necessità di far sì che grazie alla prossima legge elettorale ‘si sappia la sera chi debba governare il giorno dopo’, parafrasando un Renzi quando era Presidente del consiglio dei ministri, era segretario del Partito democratico e propugnava il suo modello denominato Italicum. Praticamente una vita (politica) fa. Eppure il legislatore italiano ha messo più volte mano alla legge elettorale, cambiando spesso forma, modo e soglia d’accesso alle istituzioni al fine di mutare a proprio vantaggio una presenza parlamentare che fosse il più ‘monocolore’ possibile. Nel corso degli ultimi vent’anni le modifiche alla legge elettorale sono state tre. La prima fu nel 2005, la legge Calderoli successivamente denominata «porcata» dal suo stesso proponente, dunque diventata giornalisticamente nota col nome di Porcellum. Quella legge, poi dichiarata parzialmente incostituzionale, rimase in vigore per tre legislature e andò a modificare il Mattarellum, la legge Mattarella del 1993. Successivamente, nel 2015, da Matteo Renzi venne proposto l’Italicum, ma la legge che fu approvata quell’anno venne dichiarata incostituzionale, dunque mai realmente utilizzata. Ultima modifica, nel 2017, la legge Rosato, il Rosatellum, in vigore nelle ultime due legislature. Nel continente africano esiste un detto che recita più o meno in questo modo: «non si organizzano le elezioni per perderle [on n’organise pas des élections pour les perdre]». A onor del vero sembra che sia più questa espressione politicamente scellerata a guidare la maggioranza, piuttosto che la stabilità ricercata e sbandierata. Intendiamoci: se la vocazione dell’Italia è quella di mostrarsi forte e all’altezza degli altri paesi europei, quello che sta succedendo da un ventennio è la rappresentazione di un Paese preda di organizzazioni politiche gelose del potere e bramose di tenerlo per sé. Tutt’altro che un Paese moderno basato sulla cooperazione tra differenti forze politiche: il dibattito, anzi, è viziato da post sui social, politiche che si misurano con i cuori di Instagram o le visualizzazioni di TikTok e titoli sensazionalistici sulla stampa. Non solo. È anche la fotografia di forze politiche non disposte al dialogo e ad un’idea di sconfitta dopo il proprio periodo di governo ponendo come necessaria la legge (magari poi incostituzionale) per far sì che si possa tornare immediatamente al potere. Forse i governi di questi decenni più che a ideali di democrazia liberale, si sono ispirati a modelli di mantenimento quasi imperituro del potere come accade in Camerun, in cui Paul Biya è stato rieletto a 92 anni per l’ottavo mandato consecutivo oppure in Congo (Brazzaville) in cui Denis Sassou Nguesso governa dal 1997 senza mai essere stato sconfitto. L’importante è non perdere mai. La credibilità della classe dirigente e il bene del Paese possono aspettare. Marco Piccinelli
July 14, 2026
Pressenza
Massimo Villone: riforma della legge elettorale, perchè NO
Pubblichiamo il testo dell’intervista a Massimo Villone, Professore Emerito  di Diritto costituzionale  dell’ Università degli Studi di Napoli Federico II,  sulla riforma della legge elettorale in discussione alla Camera, nell’ambito della serie di video interviste di Carteinregola Riforma della Legge elettorale: meno rappresentanza, meno democrazia a cura di Anna Maria Bianchi, Isabella Pierantoni e Pietro Spirito (in calce il video) Anna Maria Bianchi: Perché questa riforma e perché ora? Massimo Villone: Il punto di partenza lo dà Meloni nella campagna elettorale 2022, in cui dichiara l’obiettivo di rivoltare il paese come un calzino. Un obiettivo che poggia su tre riforme, subappaltate ai componenti della maggioranza: giustizia, premierato, autonomia differenziata. Il referendum del 22-23 marzo infligge un colpo inatteso all’agenda. Cade la giustizia, e la destra capisce che è meglio mettere in soffitta la riforma costituzionale del premierato, perché sarebbe rischioso affrontare un secondo voto popolare. Quindi mette in primo piano la legge elettorale, l’AC 2822, cosiddetto Stabilicum o Melonellum, strumentale a un premierato di fatto. Una legge pensata per ottenere un risultato sostanzialmente analogo a quello perseguito con la riforma costituzionale: un premier investito dal voto popolare, un parlamento docile e subalterno con ampia maggioranza per il premier, un esecutivo dominante nell’assetto istituzionale. Con un benefit collaterale: costruire la legge per favorire il ritorno del Centrodestra a Palazzo Chigi. Anna Maria Bianchi: Come persegue questi obiettivi la riforma elettorale? Massimo Villone: Gli strumenti principali sono due: la correzione maggioritaria e le liste bloccate. Nel 2022 il Rosatellum prevedeva un proporzionale corretto con collegi uninominali maggioritari, in cui vince chi prende un voto in più. Ma i collegi uninominali nel 2022 diedero una ampia maggioranza al CDX perché il CSX vedeva separati PD e M5S. Questa separazione consegnò al CDX circa l’80% dei collegi. Se il CSX nel 2027 corresse unito le urne potrebbero dare il risultato opposto, come il voto referendario anche suggerisce. Rimanendo il Rosatellum con i collegi il CDX sa di poter perdere. Da qui la necessità della principale modifica dello Stabilicum rispetto al Rosatellum: cancellare i collegi passando a una correzione del proporzionale con un premio di maggioranza. In tal modo si prescinde dalla competizione ristretta nel territorio del collegio, e si assegna con un calcolo puramente aritmetico un certo numero di seggi aggiuntivi al soggetto vincente su scala nazionale. L’aggiunta sovrarappresenta il vincente e sottorappresenta lo sconfitto rispetto ai seggi che ciascuno otterrebbe con una distribuzione proporzionale. Anna Maria Bianchi: Quali sono i profili di incostituzionalità della proposta? Massimo Villone: Le audizioni in I Commissione hanno messo in luce molteplici profili di incostituzionalità. Il primo è la disproporzionalità data dal premio a cifra fissa: 70 deputati e 35 senatori. Un maxipremio. Perché 70, e non 60 o 50 o una misura variabile, in ragione dei voti conseguiti nel proporzionale? Perché è la misura che consente a una coalizione vincente con il 43-45% dei voti di avvicinare il risultato del 2022. È questa la scommessa della destra. Ma proprio la cifra fissa determina la possibile disproporzionalità, perché rompe il nesso tra rappresentatività delle assemblee e risultato elettorale. Poi le liste completamente bloccate, sia nel proporzionale che per il premio. Elettrici ed elettori non scelgono nemmeno uno dei propri rappresentanti. Ancora, c’è l’aggancio del premio di maggioranza all’esito nazionale anche per il Senato, lesivo dell’art. 57 Cost., che prevede un senato eletto a base regionale. Accade infatti che il premio di maggioranza sia assegnato alla coalizione vincente nazionalmente anche nelle regioni in cui quella coalizione perde. Infine, c’è il tentativo di condizionare le prerogative del capo dello stato, prevedendo l’obbligo per le forze politiche di coalizione di indicare nella documentazione elettorale la persona che sarà proposta al Presidente della Repubblica per l’incarico di formare il governo. L’obiettivo non dichiarato è mettere il CSX in difficoltà, obbligandolo a scegliere formalmente il leader di coalizione. Anna Maria Bianchi: Ma la Corte costituzionale non aveva già assolto le liste bloccate, purché brevi, e il premio di maggioranza? Massimo Villone: È vero. Un premio di maggioranza che scatta sopra una soglia del 42%, come lo Stabilicum (nel nuovo testo base) prevede somiglia certo a quello che la Corte salvò nell’Italicum, con la sentenza 35 del 2017. Ma la differenza è in quello che lo Stabilicum aggiunge, e che l’Italicum non aveva: il premio agganciato all’esito nazionale anche al Senato, lesivo dell’art. 57 della Costituzione, e le liste interamente bloccate, là dove l’Italicum lasciava in parte le preferenze, bloccando il solo capolista. È un effetto cumulativo che rende l’impianto chiaramente incostituzionale, anche non volendo considerare eccessiva e incostituzionale già la misura del premio di per sé. Per chi volesse approfondire rinvio all’analisi dettagliata che ho pubblicato su ASTRID Rassegna 8/2026, e che si legge anche sulla mia pagina Facebook. Anna Maria Bianchi: Come possiamo contrastare una riforma incostituzionale? Massimo Villone: Dobbiamo sapere che non ci sono argini insuperabili. Abbiamo due custodi della Costituzione: il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Il Capo dello Stato può rinviare la legge alle Camere ai sensi dell’art. 74, ma è obbligato a promulgare in caso di riapprovazione. Inoltre, il Presidente si richiama per prassi alla “manifesta incostituzionalità”. Non basta un mero dubbio sulla conformità alla Costituzione, è necessaria una evidenza indiscutibile. E qui incrociamo la Corte costituzionale, con due sentenze principali, la 1/2014, sul Porcellum, e la 35/2017, sull’Italicum. Sono pronunce che colgono in parte i profili che oggi emergono per lo Stabilicum. Ma la Corte lascia al legislatore uno spazio di discrezionalità molto ampio, cui pone il limite di una “manifesta irragionevolezza”. È una giurisprudenza a maglie molto larghe, forse troppo larghe. Manifesta incostituzionalità e manifesta irragionevolezza concorrono nel lasciare al legislatore confini molto ampi ed elastici per quanto riguarda la legge elettorale. Inoltre, la Corte ci dice nella sentenza 1/2014 che la incostituzionalità della legge elettorale non impedisce al Parlamento già eletto in precedenza di rimanere in carica con pienezza di poteri. Esattamente quello che è successo. La sentenza 1/2014 dichiara la incostituzionalità della legge in base alla quale nel 2013 è eletto il parlamento, che però rimane regolarmente in carica fino al 2018. Ed è oggi molto improbabile che i tempi consentano alla Corte di pronunciarsi sullo Stabilicum prima del prossimo voto. Soprattutto considerando che i tempi del lavoro parlamentare sono gestiti dalla maggioranza secondo le sue convenienze. Anna Maria Bianchi: Quindi è inutile pensare di attaccare la riforma con le armi del diritto? Massimo Villone: Non è inutile. Ma certo può accadere che la nuova legge elettorale sia dichiarata incostituzionale dalla Corte dopo il voto, e il parlamento già eletto rimanga in carica così com’è. Se la destra vincesse, con i numeri garantiti dallo Stabilicum potrebbe avere a disposizione un’altra legislatura per riprendere il disegno originario: scrivere la propria Costituzione stravolgendo in alcuni punti nodali la Costituzione antifascista del 1948. A dire il vero, ci sarebbe una possibilità: uno scioglimento anticipato delle Camere da parte del Capo dello Stato, perché la pronuncia della Corte sulla illegittimità costituzionale della legge elettorale determinerebbe a mio avviso la “manifesta incostituzionalità” a lui richiesta per agire. Ma sarebbe una prima volta in assoluto, e la via non si mostra agevole. In realtà, il contesto e i tempi prevedibili ci dicono che la battaglia contro la riforma elettorale è oggi primariamente politica, e non giuridica. Anna Maria Bianchi: Una battaglia politica da combattere senza se e senza ma? Massimo Villone: Dobbiamo avere una consapevolezza: siamo sul piano inclinato di uno scivolamento verso l’autocrazia, perché con lo Stabilicum si realizza l’obiettivo di avvicinare la coalizione vincente alle maggioranze di garanzia, che toccano l’elezione parlamentare del Capo dello stato, di cinque giudici della Corte costituzionale e dei componenti laici del CSM. Sia chiaro: quelle maggioranze restano qualificate — due terzi o tre quinti a seconda dei casi, e maggioranza assoluta per il Quirinale dal quarto scrutinio — e salvo che per il Capo dello stato lo Stabilicum di per sé non le consegna. Ma l’avvicinamento c’è, la distanza si accorcia, e i pochi voti che mancano un governo in carica probabilmente non avrebbe difficoltà a trovarli. Per non dire che con una legislatura a disposizione quelle stesse maggioranze qualificate potrebbero essere riviste al ribasso. È uno scenario che ci colloca nella crisi – in atto in molti paesi – della democrazia cd liberale, in difficoltà nell’affrontare le sfide di un mondo che cambia. Anna Maria Bianchi: Ma cosa si può davvero fare in politica contro la riforma? Massimo Villone: Che le opposizioni ottengano in parlamento correzioni significative è del tutto improbabile, perché per regolamento e prassi parlamentari non dispongono di strumenti efficaci. Contro una maggioranza che rimane compatta le opposizioni non hanno armi decisive. La prospettiva è che la maggioranza mantenga l’impianto dello Stabilicum perché è servente alle sue esigenze. Ad esempio, ha bisogno di un megapremio e di liste completamente bloccate perché il passaggio al proporzionale con premio favorisce FdI rispetto ai partner di coalizione, e quindi c’è bisogno di molti posti sicuri da distribuire per accontentare tutti e mantenere l’accordo. Si è manifestato un problema Vannacci. Ma, a parte il teatrino su chi è la destra che più a destra non si può, dovranno venire a patti, perché Vannacci ha lo swing vote, il voto indispensabile a vincere. Se non c’è, la coalizione di destra perde. Quindi possiamo scommettere che, a meno che Vannacci non si riveli un fenomeno passeggero di folklore politico, si metteranno d’accordo. Al più, in specie se il campo largo non riuscisse a compattarsi, la destra potrebbe scegliere di abbandonare lo Stabilicum e votare con il Rosatellum. Il momento decisivo sarà comunque nelle urne, e voteremo con la legge elettorale che la destra riterrà più conveniente per sé, quale che sia. Rimane quindi indispensabile che il CSX risponda trovando unità e progetto politico. Anna Maria Bianchi: Quale potrebbe essere questo progetto politico? Massimo Villone: Ne indico due punti, a mio avviso suggeriti dalla storia degli ultimi 30 anni. Il primo. Rafforzare la partecipazione democratica e la messa in sicurezza della Costituzione, in rapporto a qualsiasi maggioranza il futuro ci riservi. Si può ad esempio pensare a qualche modifica per ampliare il ricorso ai referendum ex art. 75 e 138, a un ritocco verso l’alto delle maggioranze di garanzia, a un accesso preventivo alla Corte costituzionale per determinate leggi, come la stessa legge elettorale. Il secondo punto. Trovare il coraggio di abbandonare il mantra della stabilità e governabilità date dai numeri farlocchi di una correzione maggioritaria che consegna una ampia maggioranza di seggi a chi ha un ridotto consenso reale nel paese. La lezione che viene dai governi dell’ultimo trentennio, incluso quello in carica, è che alla fine non funziona. Stabilità forse e non sempre, governabilità no. Tornare invece al proporzionale, preferibilmente di collegio come il Senato pre-1993, consentirebbe il radicamento territoriale dei candidati nella dimensione del collegio, e una assegnazione dei seggi che riflette il consenso effettivo di ciascuna forza politica e favorisce il recupero di rappresentatività delle assemblee elettive. È quella la sede per perseguire la stabilità e la governabilità che l’assetto sociale prima che politico realisticamente consente. Non sono invece convinto di un ripristino delle preferenze, perché nessun soggetto politico è oggi in grado di gestirle, e si rischiano le truppe cammellate, le derive clientelari, i cacicchismi locali. Del resto, dall’avvio dei lavori in I Commissione mi pare che nessuno le voglia davvero. Due mosse per affrontare un tornante che comunque si avvicina nella storia del paese. Guarda la registrazione dell’intervista Vai a Legge elettorale 2026 – Cronologia e materiali Roma, 27 giugno 2026 ( intervista registrata il 17 giugno e inserita on line il 19 giugno) Per osservaizoni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com
June 27, 2026
carteinregola