Cuba nel mirino
Articolo di Antoni Kapcia
Dopo la sorprendente (e illegale) deposizione del presidente venezuelano Nicolás
Maduro da parte dell’amministrazione Trump, la maggior parte dell’attenzione
mondiale ha iniziato a concentrarsi sulle successive minacce di Donald Trump di
prendere il controllo della Groenlandia, indipendentemente dalle implicazioni
per la possibile reazione e il futuro della Nato, e sulla sua belligeranza nei
confronti della Colombia legata alla droga.
Tuttavia, Cuba è il paese più palesemente messo in pericolo da quella che Trump
ha definito vanagloriosamente la «Dottrina Donroe» e il «Corollario Trump»,
rievocando con orgoglio le dichiarazioni statunitensi del 1823 (di James Monroe)
e del 1904 (di Teddy Roosevelt), che hanno definito la politica statunitense nei
confronti del «cortile di casa» latinoamericano fino agli anni Trenta.
Fin dai tempi di Thomas Jefferson, Cuba ha avuto un ruolo importante negli
atteggiamenti (e nelle azioni) degli Stati uniti nei Caraibi e in America
Centrale. Tuttavia, l’episodio di Maduro ha portato una nuova dimensione alla
politica statunitense nella regione: la prima incursione militare aperta nel
continente sudamericano, suggerisce che ora non ci sono più limiti all’attivismo
statunitense nelle Americhe. Ciò pare aver messo Cuba saldamente nel mirino di
futuri interventi statunitensi. È davvero così?
SUL PIEDE DI GUERRA
Da un certo punto di vista, tutte le verità di cui sopra sembrano evidenti, data
l’imprevedibilità delle azioni di Trump. Il quale dopo le minacce alla
Groenlandia ha sostenuto che il presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, farebbe
bene a cambiare politica se volesse evitare il destino di Maduro.
Inoltre, dovremmo ricordare che il Segretario di Stato americano, Marco Rubio,
cubano-americano di seconda generazione, ha a lungo sostenuto un uso più
aggressivo delle sanzioni contro Cuba – che sono ancora ampiamente in vigore e c
he negli ultimi decenni sono state inasprite a più riprese – e persino un
approccio più interventista per porre fine definitivamente al sistema politico
cubano. In effetti, si può vedere la sua influenza nell’ultimo ordine esecutivo
di Trump del 29 gennaio, di cui parleremo più avanti.
Nel frattempo, i cubani sull’isola hanno tratto le loro conclusioni, con
crescenti timori per le possibili azioni di Trump. Le forze armate cubane,
sempre in stato di allerta dal 1960, sono sul piede di guerra, accelerando ed
estendendo la loro esercitazione militare annuale, nota come «Guerra di tutto il
popolo», per i soldati in servizio e i riservisti.
Tuttavia, vale la pena ricordare che gli scenari di pianificazione del Pentagono
in merito all’azione militare contro Cuba hanno ripetutamente concluso che il
costo in termini di vittime statunitensi sarebbe politicamente inaccettabile,
data la preparazione e l’addestramento delle forze a disposizione del governo
cubano. Ciò potrebbe spiegare perché Trump o Rubio abbiano parlato relativamente
poco di Cuba. In generale, quindi, la valutazione degli specialisti tende a
ritenere che un’invasione sia ancora improbabile.
STRINGERE IL CAPPIO
Molto più probabile è la minaccia concreta di ulteriori misure volte a stringere
il cappio dell’embargo attorno all’economia cubana. Il primo mandato di Trump ha
visto oltre 240 misure di questo tipo, limitando ulteriormente la capacità di
Cuba di attrarre investimenti, ricevere valuta forte o importare petrolio e
cibo, di cui ha tanto bisogno.
La portata dell’embargo, che è ancora in gran parte attuato solo da Stati uniti
e Israele, si estende ora a livello globale, poiché le complesse reti che
sostengono banche e compagnie assicurative non statunitensi includono spesso
entità con sede negli Usa che aderiscono alle leggi del paese. Pertanto, sebbene
la maggior parte dei governi respinga l’embargo de jure, le loro banche lo
accettano de facto.
Hanno inoltre preso in debita considerazione la definizione unilaterale di Cuba
da parte degli Stati uniti come Stato sponsor del terrorismo. Tutto ciò aggiunge
ragioni di crisi alla «tempesta perfetta» che ha colpito Cuba nel 2018-2020, con
la coincidenza della prima presidenza di Trump, della pandemia di Covid-19,
della fine della presidenza di Raúl Castro e della tanto attesa fusione delle
due valute cubane.
Da allora, l’intervento degli Stati uniti in Venezuela ha comportato anche
minacce di interrompere le forniture di petrolio a Cuba sia dal Venezuela che
dal Messico. Il 29 gennaio, Trump ha firmato un ordine esecutivo per imporre,
come misura di emergenza per proteggere la sicurezza degli Stati uniti, il
blocco di tutte le petroliere dirette a Cuba. Nel complesso, è probabile che
queste minacce peggiorino la già drastica carenza di carburante per i trasporti
e l’energia a Cuba, una carenza che ha causato ai cubani anni di quotidiane,
demoralizzanti e ora esasperanti interruzioni di corrente, soprattutto nelle
campagne e nelle province interne.
Tuttavia, le ipotesi sull’importanza del petrolio venezuelano potrebbero essere
state un po’ fuori luogo. Le esportazioni venezuelane verso Cuba (a lungo
scambiate con la fornitura cubana di personale medico e di altro tipo) sono
costantemente diminuite, poiché le sanzioni statunitensi al Venezuela hanno
influito sugli investimenti nelle infrastrutture petrolifere per mantenere e
modernizzare la produzione.
Considerato questo declino, Cuba ha recentemente aumentato il suo apporto di
petrolio da Brasile, Messico, Colombia e Spagna, e ha anche acquistato energia
dalla Turchia sotto forma di navi-generatore. Queste misure non sono mai
sufficienti, ovviamente, e coprono fino al 50% del fabbisogno di Cuba. In questo
contesto, i nuovi accenni di Trump sulla vitale connessione petrolifera tra
Messico e Cuba e le minacce di ordini esecutivi sono molto più inquietanti per
Cuba e i cubani.
PATRIOTTISMO
Oltre alle minacce di Rubio di distruggere definitivamente l’economia cubana, un
aspetto significativo della crisi ha riguardato l’uccisione di tutti i trentadue
militari cubani che proteggevano Maduro quando le forze statunitensi hanno
invaso la casa presidenziale. Il fatto che tutti e trentadue siano stati uccisi
suggerisce che, sebbene i difensori avessero giurato di non arrendersi, siano
stati di fatto giustiziati dagli invasori.
Questa notizia ha avuto un impatto molto particolare, ma forse prevedibile,
all’interno di Cuba. Per decenni, i cubani hanno avuto una visione
prevalentemente positiva della strategia di politica estera del loro paese,
volta a promuovere un «internazionalismo» attivo in tutto il mondo, con l’invio
di consistenti volontari in altri paesi del Sud del mondo in settori quali la
medicina, la scienza, l’istruzione, l’agricoltura e altri ancora. Questo è
avvenuto nonostante le perdite di vite umane che a volte ne sono derivate, in
particolare durante la liberazione dell’Angola dalle invasioni del Sudafrica
sostenute dagli Stati uniti tra il 1975 e il 1989.
Non è esagerato affermare che la maggior parte dei cubani ha continuato a
considerare questa strategia come motivo di orgoglio nazionale, soprattutto in
risposta al Covid-19 e ad altre epidemie, nonché ai disastri naturali. Molti
osservatori a Cuba al momento della cattura di Maduro hanno visto chiaramente
che la maggior parte dei cubani, anche quelli critici nei confronti del governo
e/o del sistema, ha reagito con orrore e rabbia alle sparatorie.
Grandi folle hanno sfilato davanti alle loro bare, le hanno omaggiate dopo il
ritorno dei loro resti a Cuba e si sono unite a grandi cortei il giorno seguente
all’Avana e in tutti i 169 comuni cubani. Questa affluenza sembra confermare ciò
che gli osservatori hanno notato in altri casi, ovvero la determinazione (forse
retorica) dei cubani a resistere a qualsiasi tentativo di Trump di infliggere la
stessa sorte al loro paese, incluso qualsiasi tentativo di rimodellare il
sistema politico cubano con coercizione o minacce.
In altre parole, le morti sembrano aver rapidamente alimentato le fiamme della
ben nota e profonda propensione cubana al patriottismo. Nel corso degli anni, le
azioni dei presidenti statunitensi volte ad accumulare ulteriore miseria sulla
popolazione cubana hanno spesso alimentato quelle stesse fiamme, riflettendo il
patriottismo che ha a lungo caratterizzato la cultura politica e ideologica di
Cuba, sia prima che dopo il 1959.
Soprattutto negli anni Novanta, nel pieno della crisi del «Periodo Speciale» e
dell’austerità seguita al crollo dell’Unione sovietica, il patriottismo è
divenuto una delle chiavi della straordinaria sopravvivenza del sistema.
L’ultima reazione popolare alla mano pesante degli Stati uniti non dovrebbe
quindi sorprendere, forse suggerendo che il sistema gode di un maggiore sostegno
(o tolleranza) di quanto molti avessero ipotizzato.
PROSPETTIVE PARZIALI
I resoconti sui social media delle proteste a Cuba hanno alimentato la
percezione di un malcontento popolare. Sebbene tali resoconti siano spesso
accurati, si sono verificati anche molti casi di esagerazione, che forse
dovremmo trattare con cautela.
In primo luogo, L’Avana non è come il resto di Cuba. Sebbene la capitale
registri maggiori segni di aperta dissidenza e relativa ricchezza, ospita anche
una fascia povera che, non avendo accesso a valuta forte, soffre più della
maggior parte della popolazione a causa dei prezzi gonfiati. Allo stesso modo,
mentre il resto di Cuba soffre generalmente di più per la mancanza di accesso a
beni ed energia, al di fuori della capitale si riscontra un maggiore sostegno al
sistema.
In secondo luogo, sebbene i cubani siano da tempo disposti e in grado di
lamentarsi a gran voce della carenza di forniture, delle code e delle
interruzioni di corrente, e le loro ultime frustrazioni e rabbia siano reali, la
maggior parte sembra ancora pronta a tollerare le carenze (seppur con
rassegnazione). Sembra anche che ci siano ancora abbastanza cubani determinati a
proteggere i vantaggi che il sistema ha loro concesso, soprattutto di fronte
alla costante ostilità del «vecchio nemico».
Tutti i cubani sanno che gli Stati uniti hanno offerto rifugio e opportunità
materiali ai loro familiari per decenni, un’opportunità visibile nell’attuale
sostanziale dipendenza di Cuba dalle rimesse degli emigranti. Allo stesso tempo,
molti continuano a percepire istintivamente che i politici dello stesso paese
cerchino costantemente di controllare il destino di Cuba attraverso la
coercizione e lo strangolamento economico.
TRA DUE CRISI
Nel 1994, spiegai la crisi post-sovietica di Cuba e la sua probabile
sopravvivenza utilizzando cifre calcolate con precisione. All’epoca sostenevo
che il 20-30% della popolazione sosteneva attivamente il sistema, mentre circa
la stessa percentuale si opponeva fermamente (una stima confermata poi da un
importante dissidente). Restava 40-60% nella «fascia intermedia», critica ma
passivamente incline ad accettare o tollerare il sistema nonostante tutti i suoi
difetti.
Da allora, ben poco mi ha portato a cambiare significativamente questa
valutazione. Ora ritengo che quelle percentuali siano più vicine al 20% a favore
e al 35% contro (ma che a volte potrebbero salire fino al 40%), con una
percentuale tra il 45 e il 60% ancora nella media passiva.
Tuttavia, sebbene la crisi attuale possa non essere materialmente così profonda
come quei primi anni post-sovietici, quando la maggior parte dei cubani temeva
sinceramente un collasso sistemico, oggi ci sono due differenze cruciali. La
prima è l’assenza di Fidel o Raúl Castro in cui riporre fiducia, rispetto o
deferenza. I membri della leadership post-2018 sono ostacolati dalla loro
mancanza di legittimità o autorità storica, apparentemente incapaci di invertire
una tendenza ampiamente percepita di declino materiale.
In un certo senso, la vera crisi a Cuba oggi è politica piuttosto che materiale.
I sorprendenti dati del traffico stradale notevolmente aumentato all’Avana
suggeriscono un notevole livello di accumulo di ricchezza, almeno lì, con molti
più beni visibilmente disponibili rispetto agli anni Novanta. Per la maggior
parte dei cubani, la principale sfida materiale è ora la relativa
indisponibilità di questi beni, a causa dell’aumento vertiginoso dei costi.
La seconda differenza è anch’essa di natura politica: l’allontanamento dei
giovani e l’emigrazione di oltre mezzo milione di giovani cubani nel giro di
pochi anni. Le emigrazioni di massa degli anni Sessanta presentavano alcuni
vantaggi, come la liberazione di alloggi già pronti per molti poveri e
l’eliminazione di qualsiasi opposizione organizzata. I giovani cubani di oggi,
invece, sono cresciuti conoscendo solo una Cuba tristemente austera dal 1991, e
la loro dipendenza dai social media esogeni è maggiore rispetto a quella dei
loro genitori e nonni.
Di conseguenza, è meno probabile che condividano la fiducia dei loro anziani nel
sistema e più probabile che incolpino il proprio governo piuttosto che gli Stati
uniti, arrivando persino al punto di non credere alle prove incontrovertibili
dell’impatto dell’embargo. Sembra che ci sia un reale problema di potenziale
alienazione apolitica generazionale. Detto questo, l’evidenza della
partecipazione di un gran numero di giovani cubani a tutte le recenti
manifestazioni e raduni per protestare contro le uccisioni di Caracas suggerisce
che non tutto è necessariamente come ci dicono e che il filone di nazionalismo
intrinseco rimane profondo, anche tra i giovani.
IL FATTORE TRUMP
Dal 2012, gli emigranti godono della libertà legale di tornare a Cuba, mentre
negli Stati uniti (che restano la destinazione principale) e in molte altre aree
sviluppate del mondo l’ambiente per i migranti è meno accogliente. Pertanto, i
giovani che hanno lasciato l’isola di recente potrebbero tornare sull’isola, per
costrizione o per scelta, ma portando con sé una visione diversa del sistema
cubano e ancora frustrati dalla Cuba che avevano lasciato in precedenza.
Inoltre, l’effetto persuasivo di vivere nella «bolla» della Florida ha spesso
contribuito a rimodellare l’atteggiamento degli emigranti (o la giustificazione
retorica) nei confronti della scelta di lasciare la patria. Anche se erano
apolitici prima della partenza, sembrano assorbire rapidamente i valori e i
giudizi della comunità cubano-americana.
Queste evoluzioni della crisi attuale sono difficili da prevedere, ma la
leadership cubana, assediata (e molto criticata), sa che esistono e che deve
affrontarle con urgenza. Ci sono alcuni segnali che indicano che la cultura
cubana di radicato patriottismo potrebbe alla fine plasmare alcune di queste
persone rendendole meno anti-sistema di oggi e meno antagoniste rispetto alle
precedenti ondate di migranti verso gli Stati uniti.
Tutto dipenderà in ultima analisi da come loro e le loro famiglie (dentro e
fuori dall’isola) percepiranno le politiche statunitensi e dalla capacità del
governo cubano di trovare alternative all’embargo. I prossimi mesi e anni
saranno certamente impegnativi e cruciali. Naturalmente, l’elemento più
imprevedibile dell’intera equazione cubana è ciò che Donald Trump potrebbe
improvvisamente decidere di fare.
*Antoni Kapcia è professore di storia latinoamericana presso il Centro di
ricerca su Cuba dell’Università di Nottingham. Ha scritto Leadership in the
Cuban Revolution: The Unseen Story, A Short History of Revolutionary Cuba:
Revolution, Power, Authority and the State from 1959 to the Present Day e Cuba
in Revolution: A History Since the Fifties. Questo articolo è uscito su
JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.
L'articolo Cuba nel mirino proviene da Jacobin Italia.