Tag - masafer yatta

Le elezioni israeliane viste dalla Cisgiordania: “Cambiano i governi, l’occupazione resta”
Dal podio del Palazzo di Vetro, la scorsa settimana, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiaramente detto che la violenza dei coloni è solo una costruzione della realtà portata avanti dai media. «150 giovani sbandati» sono quelli che attaccano i palestinesi, lanciano qualche pietra e «occasionalmente» bruciano qualche casa. Insomma nulla di grave, o sicuramente meno grave delle «centinaia di attacchi terroristici subiti dai bravi coloni israeliani». La realtà, tuttavia, è molto distante dalle parole del primo ministro, ed è fatta di migliaia di palestinesi uccisi nella sola Cisgiordania, di cui centinaia sono minori, centinaia di case demolite senza possibilità d’appello, migliaia di arresti arbitrari. Una vera e propria pulizia etnica, messa in atto in uno stato di apartheid. Di quello che sta succedendo in Cisgiordania, e in particolare nella zona di Masafer Yatta a sud di Al-Khalil (Hebron), L’Indipendente ne ha parlato con Moahmmad Hesham, attivista e giornalista indipendente di At-Tuwani in Masafer Yatta. Com’è la situazione oggi a Masafer Yatta? Ogni giorno che passa è peggiore di quello precedente. La violenza e le molestie da parte dei soldati, dei coloni, della polizia e, più in generale, di tutto l’apparato dell’occupazione israeliana continuano ad aumentare. In questi giorni sono in Italia per parlare della mia comunità e di quello che sta succedendo. Nel momento stesso in cui sono arrivato in Italia, i bulldozer israeliani e le forze di occupazione sono entrati in alcuni villaggi e li hanno distrutti. Interi villaggi sono stati rasi al suolo, come Al Fakheit, Taban e Jinba. Solo in quest’ultimo più di ventiquattro famiglie sono state sfollate. Ma se sommiamo, in un solo mese più di 100 persone sono state sfollate. Le loro case sono state demolite e oggi queste persone sono rimaste senza un tetto, senza un riparo dal sole e dal freddo dell’inverno che ormai è alle porte. Noi conosciamo bene questa politica dell’occupazione israeliana. Non è una novità. Questi attacchi, questa violenza, questo sistema di apartheid, questa pulizia etnica contro i palestinesi di Masafer Yatta non sono iniziati oggi. La mia comunità vive tutto questo da decenni, praticamente da quando è iniziata l’occupazione della Cisgiordania e della Palestina. Penso alle persone che conosco, a quelle che vedo ogni giorno. Io oggi sono qui in Italia per raccontare le loro storie, quello che hanno vissuto negli ultimi giorni, per fare in modo che la loro voce venga ascoltata da tutti. Alla fine di ottobre si terranno le elezioni in Israele. Pensa che anche questo abbia contribuito all’aumento della violenza? In molti Paesi le elezioni servono a cambiare un governo o a confermarlo, a seconda di ciò che la popolazione ritiene migliore. In Israele, però, in questo momento le elezioni stanno soprattutto distogliendo l’attenzione da ciò che accade realmente in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e da quelli che sono i crimini di Israele. Dovremmo concentrarci su quello che l’occupazione continua a fare. I coloni sanno che questo è il momento giusto per intensificare gli attacchi contro i palestinesi. Non significa che prima di Netanyahu i governi fermassero questi crimini: non facevano comunque nulla. Ma oggi i coloni sanno che non saranno chiamati a rispondere delle loro azioni. Perché? Perché Netanyahu ha bisogno dei loro voti. Stiamo parlando di oltre 700 mila coloni in Cisgiordania. Per questo governo perdere quei voti sarebbe un colpo enorme. Cosa potrebbe cambiare da queste elezioni per i palestinesi e la Palestina?  Ho 23 anni e ho visto governare Netanyahu insieme a Ben Gvir e Smotrich. Ma ho visto anche i governi precedenti. Per noi palestinesi la differenza non è mai stata così grande. Per me si tratta dello stesso regime, della stessa occupazione, dello stesso sistema. Cambiano i governi, ma l’occupazione continua. Gli insediamenti continuano a espandersi e a crescere. Oggi la vera propaganda elettorale sono proprio gli insediamenti. Questo governo deve essere mandato via. Non sto dicendo che chi arriverà dopo sarà davvero migliore per i palestinesi. Non lo so. Ma faccio fatica a immaginare persone più assetate del sangue dei palestinesi di quanto lo siano state quelli che hanno governato finora. Quindi non so se quello che arriverà sarà migliore o peggiore. Ma una cosa è certa: finché continuerà l’occupazione, finché continueremo a vedere queste macchine entrare nei nostri villaggi e distruggere le nostre comunità, e finché continueranno i bombardamenti su Gaza, noi palestinesi non vedremo mai una vera prospettiva positiva. Cosa pensi rispetto al tentativo di eliminare i partiti arabi dalla corsa elettorale, è questa una democrazia? Hanno cercato di escludere e alla fine hanno escluso uno dei partiti arabo-palestinesi che avrebbe dovuto partecipare alle elezioni. Però non dimentichiamo una cosa: nei media israeliani vengono chiamati “arabi”, ma non sono semplicemente arabi, non vengono dalla Giordania o dall’Arabia Saudita. Sono palestinesi. Sono palestinesi rimasti nella Palestina occupata del ’48 e non godono di pieni diritti. Anche solo il fatto che il governo abbia provato a escludere i palestinesi del ’48 dalle elezioni mostra chiaramente come funziona l’apartheid in Israele. Non succederà mai che un palestinese – o un “arabo”, come preferiscono chiamarlo – possa vincere le elezioni in Israele, perché il progetto di Israele è quello di occupare tutta la terra e cacciare i palestinesi. Lo si vede anche dalle mappe del cosiddetto “Grande Israele”, che comprendono la Giordania, parti dell’Arabia Saudita, della Siria, del Libano e perfino una parte del Sinai egiziano. Sembra addirittura che Benjamin Netanyahu possa cercare di aprire una nuova guerra con l’Iran proprio per evitare le elezioni. Se questo dovesse accadere, significherebbe mantenere il Medio Oriente in guerra e continuare questo enorme genocidio soltanto perché Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich non vogliono lasciare il potere. La relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occuopati, Francesca Albanese, ha recentemente chiesto sui social di riportare l’attenzione internazionale su quello che sta succedendo a Masafer Yatta, concludendo il post com la frase: «I palestinesi non possono più aspettare». Cosa ne pensa di questo messaggio? Quando Francesca Albanese scrive che i palestinesi non possono più aspettare, dice la verità. Noi aspettiamo da troppo tempo. Se continueremo a considerare la causa palestinese come qualcosa di normale, qualcosa che va avanti da decenni e a cui ci si è ormai abituati, allora diventerà soltanto un altro argomento di tendenza sui social media, destinato a scomparire dopo un anno, un mese, due giorni. Ma oggi la violenza sta raggiungendo un livello completamente diverso. Se Europa, Stati Uniti, Regno Unito e il resto del mondo non adotteranno misure serie contro Israele, imponendo sanzioni e interrompendo le relazioni economiche, la situazione continuerà a peggiorare. Non basta fermare il commercio con gli insediamenti o sanzionare alcuni coloni. Bisogna sanzionare Israele, smettere di fornire armi e smettere di sostenere economicamente questo regime con il denaro dei contribuenti europei e statunitensi.Oggi a Masafer Yatta, domani a Jenin, poi a Tulkarem, poi a Hebron, poi a Yatta, poi a Betlemme; in tutte le altre città e comunità palestinesi la violenza della pulizia etnica non si ferma. Per questo è arrivato il momento di dire basta. Le persone sono sempre in piazza, continuano a far sentire la propria voce per la Palestina. Ma ora tocca ai governi. Devono prendere decisioni serie. The post Le elezioni israeliane viste dalla Cisgiordania: “Cambiano i governi, l’occupazione resta” appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 3, 2026
L'INDIPENDENTE
Palestina: basta massacri e razzismo
Articoli di Sausan Khalil, Tareq S. Hajjaj, Enas Abu Ghayad, Operazione Colomba, Francesca Campanini, Adla Alnazer, Mariana Hristova, Mario Sommella, Luigi Daniele, Anna Maria Selini, Lavinia Marchetti ed altri. Con un link ad una nostra pagina: https://www.labottegadelbarbieri.org/cinema-28-30-settembre-naza-e-the-bibi-files/ Genocidio a Gaza 26 settembre Un palestinese è stato ucciso e altri sono rimasti feriti in un raid aereo israeliano che ha preso
September 26, 2026
La Bottega del Barbieri
Palestina: l’Italia assassina del governo Meloni
Nel dossier di oggi aggiornamenti, analisi, appuntamenti, recensioni.   PALESTINA – Proprio l’Italia è l’unico tra i Paesi fondatori Ue – assieme alla Germania – a non aver imposto sanzioni ai prodotti in arrivo dalle colonie illegali di Israele in Palestina, oltre ad avere chiuso gli occhi, ormai da 3 anni, di fronte al genocidio a Gaza, che prosegue quotidiano.
September 12, 2026
La Bottega del Barbieri
25 FILM PER CAPIRE LA PALESTINA
Prima del 7 ottobre, oltre il 7 ottobre – di Lavinia Marchetti. Con la presentazione del “Gaza International Festival for Women’s Cinema”. A seguire un video di Federico Greco, sul declino del cinema italiano. Prima del 7 ottobre, oltre il 7 ottobre, di Lavinia Marchetti, presentazione del Gaza International Festival for Women’s Cinema, un video di Federico Greco, sul declino del
September 7, 2026
La Bottega del Barbieri
Storie di ordinaria violenza in Cisgiordania
Anche se questi fatti sono purtroppo usciti dal radar dei media e della politica nostrana, nella Cisgiordania occupata la terribile violenza dei coloni, protetti dalle IDF, continua ogni giorno. Ne parliamo con Giulio Canarutto, ebreo torinese, appartenente a Mai Indifferenti e a LəA (Laboratorio Ebraico Antirazzista), nonché membro del Gruppo Studi Ebraici, editore della rivista Ha-Kheillah. Recentemente Giorgio ha visitato la comunità palestinese di Masafer Yatta, dove era stato anche nel 2024. Si tratta di un insieme di villaggi a sud di Hebron che, secondo quanto stabilito dagli Accordi di Oslo, rientra nell’area C, demograficamente a prevalenza palestinese, ma sotto il pieno controllo civile e militare israeliano. Le recenti vicissitudini di Masafer Yatta sono state anche descritte nel documentario “No Other Land”, premiato sia con l’Oscar, che al Festival di Berlino. Qual è la situazione dell’area che hai visitato? Sono andato due volte in Cisgiordania con l’organizzazione CJNV, Center for Jewish Non Violence e la mia base è sempre stata il villaggio di Umm Al-Kheir. La comunità è formata da beduini, cacciati da Israele negli anni ’50 e rifugiatisi nella zona di Masafer Yatta, che allora era territorio giordano. I primi coloni sono arrivati a inizio anni ’80 e 5 o 6 anni fa hanno iniziato a portare al pascolo le loro pecore su terreni in precedenza utilizzati dai palestinesi, limitando il pascolamento di questi, finché gli è stato definitivamente vietato. Già da una ventina di anni sono inoltre iniziati i raid dei coloni, che in alcune occasioni hanno distrutto case palestinesi. Anche la mobilità dei palestinesi è stata progressivamente molto limitata: mentre anni fa potevano raggiungere il Mar Morto, distante una ventina di chilometri, ora non possono oltrepassare la strada che delimita il villaggio. All’uscita delle città e dei villaggi palestinesi, come Yatta e Umm Al-Kheir, sono stati montati dei cancelli, la cui chiusura impedisce persino alle persone di rientrare alle proprie abitazioni. Nel 2022 i militari israeliani hanno ucciso nel villaggio Suleiman Hathaleen, un anziano attivista palestinese per i diritti umani, figura di spicco della resistenza pacifica contro l’occupazione, travolto da un mezzo militare a cui aveva cercato pacificamente di impedire il passaggio, durante un’operazione delle IDF volta a confiscare veicoli nel suo villaggio1. Nello stesso anno si erano più volte ripetute le violenze, le minacce e le provocazioni del colono Shimon Attya, che agiva protetto dalle IDF.2 Infine nel 2025 il colono Ynon Levy ha ucciso il capo villaggio, il giovane e carismatico Awdah Hathaleen, noto attivista e giornalista che aveva collaborato alla realizzazione di “No Other Land”.3 Ynon Levy è un impresario e con le sue ruspe preparava l’ampiamento dell’insediamento israeliano di Carmel che sovrasta il villaggio. Nei mesi successivi infatti i coloni di Carmel hanno posto diverse case prefabbricate a ridosso del villaggio. Da rilevare che la comunità di Umm Al-Kheir ha abbracciato il pacifismo già dalla generazione precedente, tanto che la vedova di Awdah, di nome Amadi, dice di sperare che l’assassino del marito ripensi a quello che ha fatto e si penta. Quale è stata la tua esperienza nell’ultima visita? Quest’anno ho trovato un contesto molto peggiore di quello della visita precedente, con coloni molto più aggressivi. Due anni fa i bambini potevano raggiungere la loro scuola, ora sono bloccati da un filo spinato; due anni fa avevo aiutato a raccogliere pomodori nella serra che ora loro non possono più raggiungere. Sono arrivato a Umm Al-Kheir lunedì 29 giugno e la sera del mercoledì successivo c’è stato il primo incidente. Come si è poi visto dalle telecamere di sorveglianza, un colono aveva messo una bandiera israeliana all’angolo della casa di Salem Hathaleen mentre sopraggiungeva Aziz, un suo parente. Quest’ultimo è stato subito fermato da militari, che evidentemente seguivano da vicino il colono con la bandiera. Subito si è propagato l’allarme nel villaggio, palestinesi e attivisti hanno fronteggiato i soldati ma Aziz è stato caricato su una camionetta e portato via; è stato poi rilasciato qualche ora dopo. La sera di venerdì 3 luglio ci hanno avvisato che i coloni stavano preparando qualcosa di diverso dal sabato di “studio e riposo” cui dovrebbero attenersi per i precetti religiosi ebraici. Poco dopo infatti una trentina di coloni urlanti, alcuni con il mitra a tracolla, si aggrappavano alla recinzione del villaggio, cercando di divellerla, mentre altri avanzavano di qualche metro, prendendo possesso di una parte del terreno appartenente a Salem. Ho sentito un colono dire indicando il terreno: “Yishuv Carmel”, in pratica dichiarando un diritto sulla proprietà privata palestinese. Intervenivano quindi soldati e poliziotti israeliani e Khalil Hathaleen, fratello di Awdah e nuovo capo villaggio, riconosceva in un soldato un colono dell’insediamento confinante col villaggio. I soldati separavano alla fine i contendenti e dichiaravano l’area dove si era svolto lo scontro zona militare chiusa per due giorni, ristabilendo quindi la calma, ma a ogni effetto consolidando e rendendo con tutta probabilità irreversibile la conquista da parte dei coloni. Il gabinetto della famiglia di Salem Hathaleen e un recinto con delle pecore passavano così sotto controllo dei coloni. Gideon Levy e Alex Levac su Haaretz hanno sintetizzato efficacemente e con ironia l’accaduto con un titolo: “I coloni bloccano l’accesso al gabinetto utilizzato da una famiglia, l’esercito lo dichiara Area militare chiusa” 4. Tra domenica e lunedì, allo scadere della chiusura della dichiarata zona militare, c’è stato un nuovo attacco dei coloni ed io venivo fermato. I coloni attaccavano e i palestinesi si difendevano, semplicemente cercando di non far avanzare i coloni e di riportare indietro il filo spinato che i coloni spingevano. Io e altri filmavamo. Alla fine è intervenuta la polizia, ha detto a entrambe le parti di arretrare e, mentre eseguivamo l’ordine, un poliziotto diceva a me e ad un’altra attivista di consegnargli i passaporti. Siamo stati così fermati assieme al famoso attivista giornalista online Andrey X e portati in macchine separate al posto di polizia di Kiryat Arba. Siamo stati interrogati a turno, io per ultimo, e un funzionario mi ha contestato la falsa accusa di aver colpito un colono. Intanto avevo potuto parlare al telefono con la famosa avvocata Lea Tzemel che, con tono amichevole e rassicurante, mi ha detto di raccontare tranquillamente la mia versione dei fatti. Ho così ribattuto che erano stati i coloni a compiere violenza, (ci sono video di Andrey molto chiari a riguardo5) e che io non avevo attaccato nessuno. Alla fine dell’interrogatorio l’ufficiale che mi interrogava mi confermava l’accusa che sarei stato io a colpire i coloni. Ho insistito per scrivere anche la mia versione e lui ha così aggiunto una frase al verbale. Mi ha poi sequestrato il telefono, (mai riavuto) e mi ha vietato di tornare a Masafer Yatta, pena la multa da parte di un giudice di diverse migliaia di shekel. Ciò conferma che in Palestina viene punito chi subisce il sopruso, non chi lo esercita. Sono tornato dopo pochi giorni in Italia alle prese con difficoltà legate al cambio del numero di telefono, certo irrilevanti di fronte a quelle di chi ogni giorno deve fronteggiare il rischio di espulsione e di distruzione della propria casa. Dopo il mio ritorno ho saputo infine del sequestro dell’apparecchio di registrazione della videsorveglianza e della distruzione di una costruzione pur in assenza di un ordine di demolizione. 1 https://www.aljazeera.com/features/2022/1/23/suleiman-hathaleen 2 https://www.instagram.com/reel/DIPXpM8stsj/ 3 https://www.instagram.com/reel/DMsD3QFiNQ5/ 4 Settlers Blocked Access to a Palestinian Family’s Toilet. Then the IDF Declared It a Closed Military Zone – Twilight Zone 5 https://fb.watch/IlPrpxPg5E/ Enrico Campolmi
July 26, 2026
Pressenza
PALESTINA: SAMI HURAINI DI “YOUTH OF SUMUD” OSPITE DEGLI STUDI DI RADIO ONDA D’URTO.
Sami Huraini di “Youth of Sumud“, Comitato di resistenza popolare nonviolenta nato nel 2017 a Masafer Yatta (West Bank, Palestina) ospite degli studi di Radio Onda d’Urto. Nel pomeriggio di sabato 21 giugno 2026, Huraini ha realizzato un’intervista in Radio, prima di un incontro organizzato a Rezzato (Brescia) da Mediterranea Saving Humans e un’altra decina di associazioni solidali con il popolo palestinese. “Sumud. Resistere per esistere. Atti di resistenza e solidarietà in tempi di genocidio” il titolo dell’incontro, avvenuto nell’hinterland orientale di Brescia, durante il quale è stato anche presentato il report annuale dell’osservatorio di Mediterranea With Palestine, presente da tempo in West Bank e in particolare nella zona collinare di Masafer Yatta, a sud di Hebron, da anni al centro di un percorso di resistenza contro l’espansionismo di coloni ed esercito occupante israeliano: di fatto, la stessa cosa. Con Huraini abbiamo parlato della situazione attuale in West Bank, della lotta di “Youth of Sumud” e di tutto il popolo palestinese. Ascolta o scarica  
June 21, 2026
Radio Onda d`Urto