Le elezioni israeliane viste dalla Cisgiordania: “Cambiano i governi, l’occupazione resta”

L'INDIPENDENTE - Saturday, October 3, 2026

Dal podio del Palazzo di Vetro, la scorsa settimana, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiaramente detto che la violenza dei coloni è solo una costruzione della realtà portata avanti dai media. «150 giovani sbandati» sono quelli che attaccano i palestinesi, lanciano qualche pietra e «occasionalmente» bruciano qualche casa. Insomma nulla di grave, o sicuramente meno grave delle «centinaia di attacchi terroristici subiti dai bravi coloni israeliani». La realtà, tuttavia, è molto distante dalle parole del primo ministro, ed è fatta di migliaia di palestinesi uccisi nella sola Cisgiordania, di cui centinaia sono minori, centinaia di case demolite senza possibilità d’appello, migliaia di arresti arbitrari. Una vera e propria pulizia etnica, messa in atto in uno stato di apartheid. Di quello che sta succedendo in Cisgiordania, e in particolare nella zona di Masafer Yatta a sud di Al-Khalil (Hebron), L’Indipendente ne ha parlato con Moahmmad Hesham, attivista e giornalista indipendente di At-Tuwani in Masafer Yatta.

Com’è la situazione oggi a Masafer Yatta?

Ogni giorno che passa è peggiore di quello precedente. La violenza e le molestie da parte dei soldati, dei coloni, della polizia e, più in generale, di tutto l’apparato dell’occupazione israeliana continuano ad aumentare. In questi giorni sono in Italia per parlare della mia comunità e di quello che sta succedendo. Nel momento stesso in cui sono arrivato in Italia, i bulldozer israeliani e le forze di occupazione sono entrati in alcuni villaggi e li hanno distrutti. Interi villaggi sono stati rasi al suolo, come Al Fakheit, Taban e Jinba. Solo in quest’ultimo più di ventiquattro famiglie sono state sfollate. Ma se sommiamo, in un solo mese più di 100 persone sono state sfollate. Le loro case sono state demolite e oggi queste persone sono rimaste senza un tetto, senza un riparo dal sole e dal freddo dell’inverno che ormai è alle porte. Noi conosciamo bene questa politica dell’occupazione israeliana. Non è una novità. Questi attacchi, questa violenza, questo sistema di apartheid, questa pulizia etnica contro i palestinesi di Masafer Yatta non sono iniziati oggi. La mia comunità vive tutto questo da decenni, praticamente da quando è iniziata l’occupazione della Cisgiordania e della Palestina. Penso alle persone che conosco, a quelle che vedo ogni giorno. Io oggi sono qui in Italia per raccontare le loro storie, quello che hanno vissuto negli ultimi giorni, per fare in modo che la loro voce venga ascoltata da tutti.

Alla fine di ottobre si terranno le elezioni in Israele. Pensa che anche questo abbia contribuito all’aumento della violenza?

In molti Paesi le elezioni servono a cambiare un governo o a confermarlo, a seconda di ciò che la popolazione ritiene migliore. In Israele, però, in questo momento le elezioni stanno soprattutto distogliendo l’attenzione da ciò che accade realmente in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e da quelli che sono i crimini di Israele. Dovremmo concentrarci su quello che l’occupazione continua a fare. I coloni sanno che questo è il momento giusto per intensificare gli attacchi contro i palestinesi. Non significa che prima di Netanyahu i governi fermassero questi crimini: non facevano comunque nulla. Ma oggi i coloni sanno che non saranno chiamati a rispondere delle loro azioni. Perché? Perché Netanyahu ha bisogno dei loro voti. Stiamo parlando di oltre 700 mila coloni in Cisgiordania. Per questo governo perdere quei voti sarebbe un colpo enorme.

Cosa potrebbe cambiare da queste elezioni per i palestinesi e la Palestina? 

Ho 23 anni e ho visto governare Netanyahu insieme a Ben Gvir e Smotrich. Ma ho visto anche i governi precedenti. Per noi palestinesi la differenza non è mai stata così grande. Per me si tratta dello stesso regime, della stessa occupazione, dello stesso sistema. Cambiano i governi, ma l’occupazione continua. Gli insediamenti continuano a espandersi e a crescere. Oggi la vera propaganda elettorale sono proprio gli insediamenti. Questo governo deve essere mandato via. Non sto dicendo che chi arriverà dopo sarà davvero migliore per i palestinesi. Non lo so. Ma faccio fatica a immaginare persone più assetate del sangue dei palestinesi di quanto lo siano state quelli che hanno governato finora. Quindi non so se quello che arriverà sarà migliore o peggiore. Ma una cosa è certa: finché continuerà l’occupazione, finché continueremo a vedere queste macchine entrare nei nostri villaggi e distruggere le nostre comunità, e finché continueranno i bombardamenti su Gaza, noi palestinesi non vedremo mai una vera prospettiva positiva.

Cosa pensi rispetto al tentativo di eliminare i partiti arabi dalla corsa elettorale, è questa una democrazia?

Hanno cercato di escludere e alla fine hanno escluso uno dei partiti arabo-palestinesi che avrebbe dovuto partecipare alle elezioni. Però non dimentichiamo una cosa: nei media israeliani vengono chiamati “arabi”, ma non sono semplicemente arabi, non vengono dalla Giordania o dall’Arabia Saudita. Sono palestinesi. Sono palestinesi rimasti nella Palestina occupata del ’48 e non godono di pieni diritti. Anche solo il fatto che il governo abbia provato a escludere i palestinesi del ’48 dalle elezioni mostra chiaramente come funziona l’apartheid in Israele. Non succederà mai che un palestinese – o un “arabo”, come preferiscono chiamarlo – possa vincere le elezioni in Israele, perché il progetto di Israele è quello di occupare tutta la terra e cacciare i palestinesi. Lo si vede anche dalle mappe del cosiddetto “Grande Israele”, che comprendono la Giordania, parti dell’Arabia Saudita, della Siria, del Libano e perfino una parte del Sinai egiziano. Sembra addirittura che Benjamin Netanyahu possa cercare di aprire una nuova guerra con l’Iran proprio per evitare le elezioni. Se questo dovesse accadere, significherebbe mantenere il Medio Oriente in guerra e continuare questo enorme genocidio soltanto perché Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich non vogliono lasciare il potere.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occuopati, Francesca Albanese, ha recentemente chiesto sui social di riportare l’attenzione internazionale su quello che sta succedendo a Masafer Yatta, concludendo il post com la frase: «I palestinesi non possono più aspettare». Cosa ne pensa di questo messaggio?

Quando Francesca Albanese scrive che i palestinesi non possono più aspettare, dice la verità. Noi aspettiamo da troppo tempo. Se continueremo a considerare la causa palestinese come qualcosa di normale, qualcosa che va avanti da decenni e a cui ci si è ormai abituati, allora diventerà soltanto un altro argomento di tendenza sui social media, destinato a scomparire dopo un anno, un mese, due giorni. Ma oggi la violenza sta raggiungendo un livello completamente diverso. Se Europa, Stati Uniti, Regno Unito e il resto del mondo non adotteranno misure serie contro Israele, imponendo sanzioni e interrompendo le relazioni economiche, la situazione continuerà a peggiorare. Non basta fermare il commercio con gli insediamenti o sanzionare alcuni coloni. Bisogna sanzionare Israele, smettere di fornire armi e smettere di sostenere economicamente questo regime con il denaro dei contribuenti europei e statunitensi.Oggi a Masafer Yatta, domani a Jenin, poi a Tulkarem, poi a Hebron, poi a Yatta, poi a Betlemme; in tutte le altre città e comunità palestinesi la violenza della pulizia etnica non si ferma. Per questo è arrivato il momento di dire basta. Le persone sono sempre in piazza, continuano a far sentire la propria voce per la Palestina. Ma ora tocca ai governi. Devono prendere decisioni serie.


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