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La tormenta e le nostre alternative
SEBBENE I MEDIA MAINSTREAM LA DESCRIVANO COME UNO SCONTRO TRA POTENZE PER L’EGEMONIA GLOBALE O REGIONALE, SE GUARDIAMO ALLE QUESTIONI DI FONDO, VEDIAMO CHE IN IRAN, UCRAINA E VENEZUELA SONO IN GIOCO LE MATERIE PRIME ESSENZIALI PER IL DOMINIO. SI TRATTA DUNQUE DI UN’UNICA GUERRA, LA GUERRA DEI POTENTI CONTRO I DEBOLI. IN ALCUNI ANGOLI DEL MONDO È UNA GUERRA SPIETATA CONTRO I POPOLI INDIGENI, IN ALTRI CONTRO I NERI, IN ALTRI ANCORA CONTRO I CONTADINI, GLI ABITANTI DELLE PERIFERIE URBANE, I POVERI, LE DONNE… IN EUROPA È ANCHE CONTRO I MIGRANTI. LA VECCHIA CULTURA POLITICA DEI MOVIMENTI NON BASTA, DOBBIAMO LOTTARE IN MODO DIVERSO, TANTI, COME DIMOSTRANO DIVERSE COMUNITÀ INDIGENE, HANNO COMINCIATO: NELLA LORO LOGICA, SPIEGA ZIBECHI, NON CI SONO INGRESSI VITTORIOSI NEI PALAZZI DEL POTERE MA LA COSTRUZIONE, INEVITABILMENTE FRAGILE, DI MONDI NUOVI. “C’È MOLTO DA IMPARARE SU COME RESISTERE. SOLO POCHI GIORNI FA ABBIAMO CELEBRATO LA STRAORDINARIA VITTORIA DI 14 COMUNITÀ AMAZZONICHE CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DI TRE GRANDI FIUMI, RESISTENDO ALLA MULTINAZIONALE CARGILL E AL GOVERNO DI BRASILIA. LA DOMANDA CHE DOVREMMO PORCI È: SIAMO DISPOSTI A IMPARARE DA QUESTE COMUNITÀ O CONTINUIAMO A CREDERE CHE LE AVANGUARDIE E I PARTITI DI SINISTRA SIANO LE UNICHE ALTERNATIVE?” Foto di Acmos: carovana dal basso Stop the war now diretta in Ucraina (aprile 2022) -------------------------------------------------------------------------------- Tempo fa, la volontà di lottare era sufficiente per ottenere risultati, sia per sottomettere chi deteneva il potere sia per impedirne la distruzione. Oggi, la sola volontà non basta; serve “qualcosa di più” per non essere inghiottiti dalla tormenta capitalista. Per quanto ne so, solo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) si prepara a questa eventualità da oltre un decennio, da quando ha organizzato l’incontro “Pensiero Critico di Fronte all’Idra Capitalista”. Le guerre di espropriazione e sterminio condotte da chi detiene il potere non possono essere affrontate direttamente perché ciò garantirebbe il nostro annientamento, come è accaduto al popolo palestinese. Al contrario, in Vietnam, Algeria, Cuba e in tanti altri luoghi, è stato possibile affrontare e sconfiggere i rappresentanti del sistema. Ma la vecchia cultura politica non è più efficace, sebbene sia necessario recuperarne i valori etici, come l’impegno militante, la volontà di sacrificio (Benjamin), l’organizzazione e il mettere in gioco il proprio corpo, senza limiti ma con la dovuta cura. Gli stati nazionali che si scontrano direttamente con stati più potenti saranno spazzati via, come abbiamo visto negli ultimi anni, con costi enormi per le loro popolazioni. Questo non significa che non dovremmo combattere, ma piuttosto riconoscere che l’obiettivo del capitalismo odierno è l’annientamento di interi popoli. Se comprendiamo questo, tutto inizia ad avere un senso. Rafael Poch lo ha detto chiaramente qualche giorno fa: “Ciò a cui stiamo assistendo in Iran, Ucraina e Venezuela è, in termini generali, un’unica e medesima guerra. Il suo obiettivo è impedire militarmente il declino dell’egemonia americano-occidentale nel mondo, minacciata principalmente dalla crescente potenza della Cina” (Ctxt, 23/02/2026). Sarebbe ingenuo credere che si tratti semplicemente di una guerra tra stati. Sebbene i media mainstream la descrivano come uno scontro tra potenze in lizza per l’egemonia globale o regionale, se guardiamo alle questioni di fondo, vediamo che in ogni caso sono in gioco le materie prime essenziali per il dominio, dal gas di Gaza al petrolio di Iran e Venezuela. Per impossessarsi di queste risorse comuni, è necessario attuare una pulizia etnica e sociale come quella a cui stiamo assistendo in tutto il mondo e, molto chiaramente, in America Latina. Con una leggera correzione di Rafael Poch, possiamo dire che siamo di fronte a un’unica guerra: la guerra dei potenti contro i deboli. In America Latina, si tratta di una guerra spietata contro i popoli indigeni e neri, contro i contadini e gli abitanti delle periferie urbane. Una guerra coloniale che approfondisce cinque secoli di “conquista” e violenza. Questa realtà è molto chiara se ci permettiamo di vedere dove risiede la resistenza proprio tra i popoli sopra menzionati, non tra i vecchi soggetti che la sinistra continua a invocare. Questi popoli, e in particolare le comunità indigene, stanno praticando una nuova cultura politica che non si trova in nessun libro, ma che trae ispirazione da secoli di resistenza e rivolte, da modi di vivere e di relazionarsi con la vita, dalle tradizioni, ma anche dall’integrazione di nuove conoscenze. Un primo punto da evidenziare riguarda le piramidi. Osserviamo che ogni volta che gli imperi attaccano, il loro primo obiettivo è decapitare le piramidi. L’antropologo Pierre Clastres ha osservato che i popoli delle pianure resistevano alla conquista meglio di coloro che formavano grandi imperi con funzionari di alto rango. Il dibattito che gli zapatisti propongono sulle piramidi, l’ampia e profonda riorganizzazione della loro autonomia, credo sia legato sia alla loro resistenza alla tormenta sia alla certezza che riproducano l’oppressione, come hanno dimostrato all’incontro di Morelia lo scorso agosto. Se non costruiamo piramidi, non possono decapitarci. Questa è l’altra lezione che dobbiamo imparare. Una seconda questione è come affrontare coloro che vogliono distruggerci. Nella vecchia cultura politica, l’approccio era quello di rispondere a ogni aggressione dall’alto, di affrontare la guerra dei potenti con una guerra rivoluzionaria, una simmetria che ha mostrato i suoi limiti. Non è che non vogliamo combattere, ma piuttosto che lo faremo in modi diversi, in modi che garantiscano la sopravvivenza del nostro popolo. In questa logica, non ci sono trionfi o sconfitte, né ingressi vittoriosi nei palazzi del potere, ma qualcosa di completamente diverso: continuare a essere ciò che siamo, e per questo dobbiamo resistere costruendo i nostri mondi, che è uno dei modi per incarnare la ribellione che ci ispira. C’è molto da imparare su come resistere. Solo pochi giorni fa abbiamo celebrato la straordinaria vittoria di quattordici comunità amazzoniche contro la privatizzazione di tre grandi fiumi, resistendo alla multinazionale Cargill e al governo di Brasilia (leggi Rivolte indigene, vedi prima foto in coda). La domanda che dovremmo porci è: siamo disposti a imparare da queste comunità o continuiamo a credere che le avanguardie e i partiti di sinistra siano le uniche alternative? -------------------------------------------------------------------------------- A proposito di imparare da esperienze dal basso da cui imparare: Un gruppo di donne delle comunità amazzoniche che nei giorni scorsi hanno fermato la privatizzazione di tre grandi fiumi in Brasile La Global Sumud Flotilla è stata una meravigliosa e inaspettata esperienza di solidarietà promossa dalla società civile di diversi paesi, nell’autunno 2025 -------------------------------------------------------------------------------- Fare qui e ora una scuola diversa, attenta a tutti e tutte: il Doposcuola Quarticciolo, Roma -------------------------------------------------------------------------------- Donne zapatiste, dicembre 2025. Foto di Pozol Chiapas -------------------------------------------------------------------------------- Accogliere i migranti della Rotta Balcanica a Trieste. Foto di Linea d’ombra -------------------------------------------------------------------------------- Assemblea del movimento sudafricano Abhlali baseMjondolo, “coloro che vivono nelle baracche”, presente in diverse città e noto per le sue capacità di autogestione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La tormenta e le nostre alternative proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
La forza necessaria dell’informazione indipendente
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Per la prima volta, forse dagli inizi degli anni 2000, c’è oggi la possibilità di creare un network dell’informazione indipendente. La rete “No bavaglio” che raccoglie decine di testate, mediattivisti e realtà della comunicazione e migliaia di operatrici e operatori dell’informazione, ha promosso la creazione di una rete che connette le diverse e variegate esperienze di giornalismo. Martedì scorso a Roma, nella sala del Centro Ararat, una partecipata assemblea ha lanciato l’iniziativa, cruciale in un momento delicato e preoccupante per il feroce restringimento delle libertà di espressione e di informazione. Gli attacchi continui, le minacce e la delegittimazione quotidiana subita a tutti i livelli del sistema dell’informazione da giornaliste e giornalisti, le querele temerarie e la generale condizione di rischio e di precarietà a cui sono soggetti tutti coloro che lavorano dentro e fuori dalle redazioni, nei blog e nelle agenzie stampa, pretendono che si costruisca un vincolo di solidarietà e una piattaforma di tutela e di ripristino della libertà di informazione. In maniera proficua l’incontro ha fatto emergere i nodi più problematici del mestiere di giornalista, che si svolge in un’atmosfera che si è fatta sempre più irrespirabile. L’informazione, in Italia e nel mondo, da anni è a tutti gli effetti informazione di guerra. La censura è diventata sistemica e l’odio “social” diviene violenza reale contro chi intende il giornalismo con il coraggio quotidiano della verità. Per i poteri, i nemici sono coloro che praticano il pensiero critico. La crisi del settore è crisi del lavoro e della democrazia, con deliberata e accelerata erosione dei corpi intermedi della professione e ricadute pesanti sulla libertà d’espressione. In questo quadro si è rotto il rapporto tra stampa e popolazione. Certo, le trasformazioni tecnologiche hanno prodotto la generale mutazione del ruolo, del campo e della portata del lavoro giornalistico. Certo, i giornali hanno cessato di essere luoghi di lavoro collettivo e sono diventati catene di comando con agende, parole d’ordine e una manovalanza di gente sottopagata. Certo, giornalisti e giornaliste sono “pagati con la vanità”. Ma l’escalation mediatica della guerra all’informazione, il giornalismo sotto scorta e il ricatto da parte di editori il cui fine è alimentare propaganda e disinformazione, rendono necessaria la costruzione di una rete che connetta chi lotta per i diritti e chi resiste. Per ciò è necessaria un’alleanza con movimenti sociali, associazioni, sindacati e realtà di una società civile in formazione che sostenga un progetto complessivo di ripristino del senso comune del ruolo e dell’attività giornalistica, in tutti i media e per tutte le figure professionali, sempre più ghettizzate. Esistono anticorpi sociali contro il degrado del linguaggio: le associazioni, i movimenti e le chiese che continuano ad esprimersi contro guerra riarmo e genocidio. Esiste un’opinione pubblica da ascoltare e ci sono possibilità, per quanto disperse, difficili e faticose, di dare forza e consistenza alle notizie. Esistono due modelli alternativi di editoria, uno che resiste in un’esperienza più che cinquantennale, ed è l’esperienza travagliata della cooperativa editoriale; l’altra, che si va affermando, è l’editoria “dal basso”, frutto di crowfounding, che sta diventando, giustamente, istituzionale. Varrebbe dunque la pena immaginare una forma ibrida di struttura editoriale, sostenuta da una rete di associazioni, enti non-profit e strutture di volontariato, che comprenda le testate cartacee, web e radio, sostenute da un azionariato popolare. È una proposta. Il tutto per creare un fronte ampio di verità, una rete di sicurezza e di mutualismo che, a partire dal giornalismo, lo attraversi per creare un modello diverso e sostenibile di informazione. Per questo è urgente riscoprire la conflittualità della verità, accendere la luce, creare possibilità e luoghi di incontro, raccogliere esperienze, avviare tutele legali, e, se possibile, aprire la professione, immaginando interazioni con altre arti e mestieri: insegnanti, performers, operatori della cultura, studenti, ricercatori e quelle case editrici, molte, che rischiano per una produzione culturale che sfida l’editoria di catena. La posta in gioco è alta e vale giocarla. L’inizio fa ben sperare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La forza necessaria dell’informazione indipendente proviene da Comune-info.
March 4, 2026
Comune-info
Ambulatorio comunitario
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- “Apriamo con il sogno di chiudere il prima possibile”. Detta così potrebbe suonare come un paradosso, ma la verità è che a Casetta rossa sono abituati a guardare al cuore delle questioni: perché il luogo da “chiudere il prima possibile” è l’ambulatorio popolare che verrà inaugurato a fine marzo dai ragazzi dello storico spazio sociale romano a Garbatella, in via Percoto 6. “Si tratta di una risposta parziale ma necessaria alle tante carenze dei servizi sanitari – spiega Luciano Ummarino, presidente di Casetta rossa e assessore alla Cultura del Municipio VIII – una nuova realtà di sanità popolare autorganizzata, autogestita e accessibile che nasce sulla scorta di esperienze come l’ambulatorio popolare di Roma est (Quarticciolo) e quello di via dei Transiti a Milano”. Il progetto prevede fin dalla prima fase l’erogazione a titolo universale e gratuito di visite specialistiche – si partirà con cardiologia e dermatologia ma l’intenzione è quella di ampliare lo spettro, a partire dalle cure dentali – oltre alle attività di prevenzione e di orientamento: “Per noi è di fondamentale importanza fornire servizi di accompagnamento per i più fragili – dice Alfredo Cicchinelli, referente del progetto – come ad esempio i migranti che non hanno diritto alle coperture del SSN o gli anziani che rinunciano alle prestazioni perché non sono in grado di utilizzare gli strumenti tecnologici”. I lavori per l’adeguamento della struttura, che sorgerà in quella che era la sede del vecchio cinema Avana e che adesso ospita le attività dell’associazione che ne ha conservato il nome, sono a buon punto ma per stringere i tempi i ragazzi di Casetta hanno pensato a una call for action per il fine settimana del 6/8 marzo, quando si tratterà essenzialmente di completare lo sgombero dei locali e di renderli adeguati dal punto di vista igienico; i volontari non mancano ma chiunque volesse dare una mano è il benvenuto. “E, a proposito di volontari, è sorprendente l’elevato numero di medici e ausiliari che hanno dato la piena disponibilità al progetto fin dal primo momento – racconta Cicchinelli – a dimostrazione di una sensibilità crescente nei riguardi di un problema che sta assumendo proporzioni inaccettabili”. Il cuore della questione è naturalmente la devastazione del sistema sanitario, alla quale nessuna delle forze politiche può dirsi estranea. Tagli alla spesa lineari o indiretti (riduzione delle risorse) che proseguono ininterrotti dal 2010 e che nel 2024 hanno costretto un italiano su 10 (9,6%, pari a 5,8 milioni di persone, fonte Istat) a rinunciare alle cure. Liste di attesa spesso inaffrontabili, punti di pronto soccorso prossimi al collasso – dal primo gennaio un Ps su quattro opera ufficialmente sotto organico – e carenza ormai cronica di personale hanno nei fatti messo in discussione quel principio universalistico che era cardine e vanto del nostro SSN. Le realtà sociali cercano di costruire esperienze alternative, peraltro in condizioni complicatissime: sarebbe interessante ascoltare cosa avrebbero da dire a riguardo i demonizzatori degli spazi sociali, gli apologeti della repressione e i teorici dello sgombero. Perché in fondo le iniziative come questa servono anche a rispondere a un’ondata repressiva fondata su quella che è sostanzialmente una truffa culturale e politica a tutti gli effetti. Quelli di Casetta rossa sono fatti così, gente abituata a tenere la posizione badando ai bisogni reali delle persone. La dice lunga a riguardo il progetto Casetta solidale, partito nel 2020 in piena emergenza covid e tuttora attivo, che ha visto gli attivisti di Garbatella distribuire decine di migliaia di pacchi alimentari alle famiglie in difficoltà economica. Aprire un ambulatorio popolare non significa smettere di lottare per il diritto a una sanità migliore e accessibile a tutti. Per questo sperano, ancora prima di aprirlo, che non serva più. Per questo sperano di chiuderlo presto. Nel frattempo è stata aperta una raccolta fondi dedicata e già molto partecipata – alla quale è possibile accedere qui. Chi volesse dare la propria disponibilità a qualsiasi titolo o semplicemente richiedere informazioni può scrivere a ambupopgarbatella@gmail.com. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ambulatorio comunitario proviene da Comune-info.
March 1, 2026
Comune-info
Prevenire la violenza maschile
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Quali possono essere le strade per prevenire la violenza maschile contro le donne? Per un cambiamento culturale così profondo, che passa attraverso la “presa di coscienza” di ogni singolo o singolo, più che attraverso le leggi e l’aggravio delle pene per gli aggressori, sono necessari interventi che vadano alle radici del problema: un processo educativo che cominci dai primi anni di vita e la formazione degli adulti, in modo particolare di quelli che hanno un rapporto diretto con le donne vittime di violenza, ma non solo. Prima di tutto è necessario che la questione uomo-donna venga assunta in tutta la sua gravità e per il peso politico che ha, che non vuol dire, come si sente ripetere spesso, dare pieni diritti, riconoscere “dignità” alla donna -come se fosse sempre e comunque una “questione femminile” -, ma chiedersi se anche gli uomini non abbiano da guadagnare in libertà e umanità dalla messa in discussione dell’ordine esistente: ripensare la divisione del lavoro, riconoscere che il “tempo di vita” è un bene per uomini e donne, che la cura dei figli, della famiglia, non è un destino femminile e tanto meno una questione privata, ma una “responsabilità collettiva”. Se gli uomini si abituassero ad avere familiarità col corpo – del bambino, del malato, dell’anziano, e del proprio, per tutte le vicende che lo attraversano -, e le donne si rassegnassero a quel potere sostitutivo di realizzazioni mancate che è “il rendersi indispensabili all’altro” – schiave che vogliono rendere schiavi gli altri” (Virginia Woolf) – forse gli uni darebbero la morte con meno facilità e le altre riconoscerebbero più facilmente l’ambiguità di tante apparenti “prove” d’amore. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Intercettare “uomini in crisi” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Prevenire la violenza maschile proviene da Comune-info.
February 28, 2026
Comune-info
Intercettare “uomini in crisi”
TRIBUNALI, CONSULTORI FAMILIARI, ASSOCIAZIONI CHE ORGANIZZANO CORSI PRE-PARTO, MA ANCHE UNIVERSITÀ E SCUOLE SUPERIORI. A PESCARA E CATANIA STANNO PRENDENDO FORMA RETI TERRITORIALI INEDITE COLLEGATE AI CENTRI PER UOMINI AUTORI DI VIOLENZA, CON UN OBIETTIVO PRECISO: INTERCETTARE IN ANTICIPO UOMINI CHE VIVONO SITUAZIONI DI AGGRESSIVITÀ, FRAGILITÀ ECONOMICA O DIFFICOLTÀ RELAZIONALI, E OFFRIRE LORO STRUMENTI E ASCOLTO PRIMA CHE LA VIOLENZA VENGA AGITA. NON PIÙ SOLTANTO INTERVENTI A DANNO COMPIUTO, DUNQUE, MA UN LAVORO DI PREVENZIONE CHE CERCA DI COINVOLGERE ISTITUZIONI, MONDO DELL’EDUCAZIONE E REALTÀ SOCIALI. UN’ALLEANZA AMPIA PER PROVARE A SPOSTARE IL BARICENTRO: DAL DOPO AL PRIMA. SONO APPUNTI CONCRETI DI NUOVI PERCORSI DI INCONTRO E TRASFORMAZIONE DEL MASCHILE, TANTO URGENTI QUANTO NECESSARI, MESSI IN CAMPO DAL PROGETTO “PRIMA CHE SIA TARDI” DOPO ALCUNI MESI DI RICERCA unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- C’è chi sostiene che gli abusi sessuali e i femminicidi emersi dagli Epstein files segnino una linea di confine. Raramente il patriarcato e la sua relazione con il capitalismo si sono mostrati con una brutalità così esplicita e documentata. Eppure, nonostante la portata delle rivelazioni, è concreto il rischio che tutto venga diluito dal rumore per lo scandalo che coinvolge volti noti. In questo scenario, rimettere al centro il tema della violenza maschile e favorire trasformazioni profonde del maschilità, restano sforzi di cui abbiamo sempre più bisogno. L’associazione Maschile Plurale, che da anni lavora in quella direzione, insieme al “Centro per uomini autori di violenza” (Cuav) di Catania-Siracusa e a quello di Pescara da alcuni mesi ha avviato il progetto “Prima che sia tardi”, sottotitolo “Nuovi percorsi di incontro e trasformazione del maschile”. Si tratta di un inedito percorso annuale di ricerca, prevenzione, formazione sulla violenza di genere, ma anche di presa in carico di persone che non hanno ancora un coinvolgimento penale, i cosiddetti “ammoniti”. L’ammonimento del questore è infatti una misura di prevenzione della violenza nell’ambito delle relazioni familiari o affettive: il destinatario viene invitato a partecipare a percorsi sulle condotte violente. Tuttavia, secondo l’esperienza ancora poco raccontata dei Cuav, le persone che hanno avuto l’ammonimento vivono più o meno le stesse vicende e spesso anche le stesse gravità riscontrate nelle situazioni che riguardano il penale. Le attività del progetto prevedono percorsi individuali e di gruppo centrati sui modelli di maschilità, sulla consapevolezza emotiva, sulle dinamiche relazionali e sull’assunzione di responsabilità rispetto ai comportamenti violenti, affiancati dalla produzione di materiali comunicativi. Un elemento centrale è il lavoro di rete con i servizi territoriali, attraverso momenti di confronto e formazione, con l’obiettivo di rafforzare pratiche condivise di invio, accoglienza e accompagnamento. A che punto si trova “Prima che sia tardi”? Nei Cuav di Catania e a Pescara è forte una consapevolezza: percorsi di questo tipo si muovono su contesti di prevenzione e formazione ma rientrano prima di tutto nell’ambito della tutela di situazioni potenzialmente pericolose per le donne. Guai a dimenticarlo. “A Catania siamo a un ottimo punto – dice Antonello Arculeo – Abbiamo dovuto rallentare. Siamo un po’ avanti perché il lavoro con gli ammoniti lo portiamo avanti già da tempo e abbiamo quindi adattato e modificato situazioni che erano in corso. Ora abbiamo una serie di persone nuove che dovrebbero entrare nel gruppo di ammoniti interessati al percorso e abbiamo deciso di utilizzare il know-how già raccolto”. Su 160 contattati, una ventina si sono resi disponibili al percorso: alcuni hanno cominciato, altri sono in attesa, altri in valutazione, molti hanno rifiutato. Nel 2025 gli uomini che hanno usufruito del servizio “Il Primo Passo” – dedicato all’ascolto e al lavoro con uomini che hanno agito comportamenti violenti (servizio che fa parte della Rete italiana dei centri che lavorano con uomini autori di violenza, RE.LI.VE, Relazioni Libere dalla Violenze) – nei territori di Catania e Siracusa sono stati 333 (98% di nazionalità italiana), di cui 177 “ammoniti”. I numeri degli ammonimenti del territorio di Catania sono tra i più alti d’Italia. Qui, del resto, è partita l’azione diretta “I Panni sporchi si lavano in pubblico, di violenza si può e si deve parlare” che ha coinvolto numerose scuole, associazioni e istituzioni del territorio ed è stata replicata in altre città (la prossima data unica nazionale sarà il 6 giugno 2026). Pescara invece vive la fase di preparazione del protocollo con la Polizia e della formazione di alcuni agenti: l’obiettivo è creare nei prossimi mesi il primo gruppo di ammoniti interessati al percorso. Qui gli ammoniti sono complessivamente 25, quindi numeri più contenuti. In marzo i due Cuav insieme al gruppo di ricercatori e ricercatrici costituito da Maschile Plurale promuoveranno un momento di formazione che coinvolgerà diversi enti, per presentare i dati raccolti e trovare insieme punti di incontro tra la parte scientifica e quella sperimentata sul campo. Intanto è stato avviato anche il lavoro per la costruzione nei territori di due reti che possano essere in grado di rintracciare gli “uomini in crisi”. “A Pescara abbiamo fatto un lavoro capillare per intercettare uomini che potrebbero avere problemi di aggressività, rabbia, delusione, difficoltà economiche o relazionali, in modo da chiedere aiuto prima che la violenza venga agita – racconta Luca Battaglia – Abbiamo raccolto informazioni e stiamo per creare sei o sette gruppi conoscitivi ed esplorativi con stakeholder diversi”. Queste reti mettono insieme realtà molto differenti come il Gruppo Antiviolenza in Tribunale (legato a Polizia di Stato e Carabinieri), i consultori, ma anche alcune associazioni che propongono percorsi pre-parto, dove gli uomini accompagnano le donne ma non hanno spazi dedicati. “Siamo stati accolti molto bene. Stiamo entrando in relazione anche con i corsi prematrimoniali per proporre incontri rivolti agli uomini – aggiunge Battaglia – Ma abbiamo lavorato anche con professori universitari maschi per intercettare studenti e colleghi, e con scuole superiori e università”. È evidente che la sperimentazione di queste reti, dove ad esempio sarà possibile trovare materiali informativi (frutto del confronto promosso dai due Cuav attraverso focus group) su processi da intraprendere per cambiare, è una delle parti più interessanti del progetto e, una volta verificati punti di forza e nodi critici, potrebbe ispirare azioni analoghe in molti altri territori. Nell’accurato rapporto 2025 sule Attività dell’Associazione Centro Famiglie, responsabile del Cuav di Catania-Siracusa, nel contrasto alla violenza intrafamiliare, tra l’altro, si legge: “I dati relativi agli ammonimenti del 2025 confermano la centralità del Cuav come snodo territoriale tra sistema di prevenzione, servizi e percorsi di presa in carico che uniscono attività individuali e di gruppo, e sottolineano l’importanza di rafforzare azioni di aggancio, orientamento e accompagnamento verso percorsi di responsabilizzazione e cambiamento”. Progetti come “Prima che sia tardi” diventano importanti per il legame con i territori ma anche perché pensati come parte di un cambiamento politico e culturale più ampio. In un articolo dedicato al bisogno di costruire pratiche politiche meno colonizzate dall’immaginario patriarcale (Per un’altra radicalità), scrive Stefano Ciccone tra i promotori della rete Maschile plurale: «Chi costruisce iniziative di contrasto ai femminicidi e alla violenza maschile contro le donne non lo fa perché “considera più grave la violenza in base a chi la subisce”, ma perché riconosce un fenomeno sociale specifico che è la violenza determinata da una cultura, da ruoli e modelli di genere…». -------------------------------------------------------------------------------- . . . . . . . . -------------------------------------------------------------------------------- “Prima che sia tardi” è finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto NORA against GBV* cofinanziato dall’Unione Europea. *NORA against GBV Il progetto NORA against GBV (Network of Organization for Rights and Autonomy against gender-based violence) cofinanziato dall’Unione Europea e promosso da Fondazione Realizza il Cambiamento e ActionAid International Italia E.T.S. intende contribuire alla prevenzione e al contrasto della violenza maschile contro le donne in Italia attraverso il sostegno, il potenziamento e lo sviluppo delle capacità delle organizzazioni della società civile attive a livello nazionale, regionale e locale. Il progetto coinvolge cinquanta realtà attive in tutta Italia, creando così una rete del cambiamento in grado di ascoltare e rispondere ai bisogni specifici e concreti di ogni territorio e comunità. -------------------------------------------------------------------------------- Il contenuto di questa comunicazione rappresenta l’opinione degli autori che ne sono esclusivamente responsabili. Né L’Unione europea né DG JUST possono ritenersi responsabili per le informazioni che contiene né per l’uso che ne venga fatto. Analogamente non possono ritenersi responsabili ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Intercettare “uomini in crisi” proviene da Comune-info.
February 27, 2026
Comune-info
Cosa fare?
-------------------------------------------------------------------------------- C’è sempre tanto da fare nella Tenda di supporto psicologico organizzata da SOS Gaza nel campo profughi di Khan Yunis, nella parte meridionale della Striscia di Gaza -------------------------------------------------------------------------------- Non so se ti senti come me, ma ci provo lo stesso. Leggi le notizie anche oggi come ogni giorno o quasi. Ovvero, con la stessa attenzione e un seppur minimo quantitativo di speranza di trovarvi qualcosa di nuovo, diverso, unico. Che possa in qualche modo alimentare la possibilità di un orizzonte difficile, diciamolo. Tuttavia, da quando hai memoria – malgrado quest’ultima cominci a perdere colpi – giungi ancora una volta alla medesima conclusione: le cose sembrano andare sempre peggio. Da cui, frustrazione, indignazione, rabbia, mestizia, insomma, il solito miscuglio con cui non vorresti mai iniziare la giornata. Nel concreto, l’attuale scenario in ordine sparso: quella gang criminale che ha creato Trump per Gaza sta vedendo la luce, e che fa il nostro Paese? L’osservatore, sì, vai! Il ruolo di una vita, ancora lì a guardare e applaudire, a sostenere e omaggiare il bullo di turno. Oramai non ci si limita più a salire sul carro del vincitore: si monta su quello più grosso in ogni caso, male che va ti difende comunque, no? Non è questo il senso della nostrana posizione nel mondo? Restare al riparo da ogni cosa, soprattutto dalla Costituzione e più che mai dalla nostra coscienza. E ancora frustrazione, indignazione, rabbia, mestizia… Si avvicina il Referendum sulla giustizia, si legga pure come la minaccia di un’ennesima porcata governativa, e nonostante l’oscillazione dei sondaggi, senti di non avere alcuna fiducia che venga arrestata. Anche perché ne sono andate in porto molte altre senza colpo ferire. E il miscuglio di cui sopra ribolle, già, lo so. Leggi del “solito” femminicidio che ormai è amaramente immancabile come l’oroscopo del giorno. Accade lo stesso con i naufragi delle persone migranti, anche se per ora hanno perso appeal nelle prime pagine. Ma vedrai come ritornano in auge con le elezioni alle porte, assieme ai “crimini degli stranieri” e al terrorismo di “chiara matrice islamica”. E di nuovo frustrazione, indignazione, rabbia, mestizia e anche un po’ di atavica stanchezza… Altrettanto presenti sono le notizie sul folle maltempo che imperversa ovunque, sconvolgendo luoghi e vite umane, ma ce ne fosse una che si ricorda di citare quei famigerati cambiamenti climatici e soprattutto le loro cause, ovvero quella parte di noi che sta inconsapevolmente alimentando la collera di una natura feroce e vendicativa. Forse anche lei prova frustrazione, indignazione, rabbia e mestizia, ma di sicuro la sua stanchezza è indiscutibile. Infine, scandagli a fondo le diverse narrazioni della stampa alla sfrenata ricerca di una voce, forte e autorevole, che ci rappresenti e prenda puntualmente e pubblicamente posizione dalla parte giusta della Storia e ti rammenti che trattasi di azione vana ormai da un po’. Allora ti attacchi alle uniche buone notizie che ti offre il mercato dell’attualità, mi riferisco alle sentenze a favore della Sea Watch e del cittadino algerino illegalmente trasferito in Albania. Ma se ripensi all’inarrestabile conta delle vittime di questo atroce crimine contro l’umanità più vulnerabile, il conforto si scioglie come neve al sole. Anzi, pure senza quest’ultimo si scioglie e basta. E ritrovi l’ormai quotidiana miscela. Frustrazione, indignazione, rabbia, mestizia, stanchezza… Mossa radicale: ti allontani dallo schermo e ti lasci andare alle domande, seppur senza risposta. Sono sempre state la migliore medicina per non limitarsi a subire la valanga emotiva che ti crolla addosso in questi momenti. È davvero là fuori, tra le pieghe del più o meno esauriente racconto dei fatti del mondo, che si cela l’appiglio su cui fare affidamento? Non so che dire, ma ripensando alle notizie del giorno di un secolo fa, o anche prima, immaginando uno scenario in cui l’umanità avesse potuto ritrovarsi in ogni istante davanti agli occhi la cronologia degli eventi in tempo reale, presumo che avrebbe provato inquietudini ben peggiori delle nostre. È così indispensabile, malgrado sia di enorme utilità, che ci sia quella voce di cui sopra, in cui rispecchiarsi? In moltissime parti del mondo, non da oggi, milioni di persone sono state capaci di reagire attivamente costruendo cambiamenti grandi o piccoli, proprio perché consapevoli di non avere quel tipo di rappresentanza che altri danno per scontata. Al punto da comprendere che se agisci in modo coerente con i tuoi ideali ogni giorno quella rappresentanza è la diretta conseguenza del tuo fare. Del nostro, già. Ecco, non riesco a dire altro. Mi sento meglio? Be’, la fastidiosa sbobba è ancora lì, nella pancia. Ma sento anche di aver trovato di nuovo la forza di alzarmi da questa poltrona e andare a fare la mia parte. Alla prossima. -------------------------------------------------------------------------------- Iscriviti per ricevere la Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cosa fare? proviene da Comune-info.
February 25, 2026
Comune-info
Critica della identità militante
È SOPRATTUTTO NEI PERIODI PIÙ CUPI E DI CAOS CHE OCCORRE FAVORIRE L’AUTOCRITICA ANCHE ALL’INTERNO DEI PEZZI DI SOCIETÀ CHE NON RINUNCIANO A IMMAGINARE MONDI NUOVI. NON DOVREMMO MAI DIMENTICARE, AD ESEMPIO, CHE NON C’È ALCUNA TRANSIZIONE DA COSTRUIRE, QUEI MONDI NUOVI COMINCIANO QUI E ORA, TRA INEVITABILI LIMITI E DIFFICOLTÀ. CHE LA FRATERNITÀ E LA LIBERTÀ NON SONO LE SORELLE POVERE DELL’UGUAGLIANZA. CHE QUALSIASI SOGGETTO CHE CERCA DI TRASFORMARE IL MONDO, DEVE TRASFORMARSI, A SUA VOLTA, NELL’AZIONE DI CAMBIAMENTO. CHE È FACILE PERDERE IL SENSO DELLA MISURA NEGLI IMPEGNI POLITICI E SOCIALI. INFINE, CHE CAMBIARE IL MONDO OGGI SIGNIFICA PRIMA DI TUTTO CREARE OVUNQUE LUOGHI ACCOGLIENTI. PER QUESTO TUTTI, MA PROPRIO TUTTE E TUTTI, ANCHE COLORO CHE SENTIAMO DISTANTI, POSSANO CONTRIBUIRE IN MODI DIVERSI A CREARE RELAZIONI SOCIALI NON DOMINATE DAL PROFITTO A proposito di luoghi accoglienti: festa per la consegna dei “diplomi” della Scuola di italiano per migranti promossa da YaBasta RestiamoUmani e Ass. Nova koiné nei comuni di Scisciano e di Marigliano (Na) -------------------------------------------------------------------------------- Vorrei dire qualcosa sul concetto di “rivoluzione”, che reputo il vero nodo da sciogliere nei ragionamenti politici di chi, come me, non si sente riconciliato col capitalismo e ancora pensa e agisce nella prospettiva del suo superamento. E vengo subito a quello che, a mio avviso, rappresenta il cuore del problema: al fatto, cioè, che dovremmo essere maggiormente consapevoli del legame strettissimo di “nuova società” e “nuova umanità”. Non solo. Postulare la loro immediata connessione in tutte le fasi della possibile transizione dal capitalismo al comunismo (in sostanza, fin dal punto di partenza) ci colloca necessariamente oltre la tradizione novecentesca del movimento operaio, il quale ha proceduto separando politicamente e storicamente i due elementi, affidando la “nuova umanità” semplicemente a ciò che sarebbe dovuto accadere – col tempo, e per forza propria – dopo la costruzione della “nuova società”. Il punto è che la formidabile triade che aveva aperto l’età moderna – libertà, uguaglianza e fraternità – veniva mantenuta forzosamente scissa anche dal “nostro versante”, analogamente a come, dal punto di vista dei propri interessi materiali e della propria visione del mondo, avevano sempre fatto, e continuano a fare, le classi dominanti. Di quelle tre parole, i socialisti e i comunisti, e, attraverso di loro, il proletariato e le altre classi oppresse, assumevano come decisiva unicamente l’uguaglianza; e addirittura guardavano con sospetto, se non peggio, al tema della libertà, e con sufficienza, se non peggio, al tema della fraternità. Libertà e fraternità non venivano considerate politicamente “attuali”. Esse sarebbero state ri-guadagnate, così si è argomentato, soltanto alla sommità del lungo cammino della rivoluzione, per i benefici e spontanei effetti della nuova società fondata sull’uguaglianza. E però, come tutti sappiamo, le cose non hanno funzionato per niente, ma proprio per niente, in questo modo… Così, il superamento, anche per noi, del Novecento (e siamo in incredibile ritardo perché già la storia complessiva lo ha abbondantemente archiviato), non può che partire dalla rimessa in discussione di quel procedere per “ambiti separati”. Ma che mai potrà significare connettere immediatamente “nuova società” e “nuova umanità”? In estrema sintesi, null’altro che questo: che anche il soggetto-che-trasforma deve trasformarsi, a sua volta, nell’azione di trasformazione. Non bisogna più pensare alla maniera del “noi-che-cambiamo-il-mondo che abbiamo davanti”; bensì occorrerà dire: noi-che-ci-cambiamo-contemporaneamente-allo-forzo-di-cambiare-il-mondo che abbiamo davanti. Vale per le classi sfruttate e oppresse, ma vale anche per i militanti politici e gli attivisti sociali. Fermandoci appena all’orizzonte che ci concerne direttamente in quanto militanti e attivisti, io ritengo che la trasformazione – come processo che contemporaneamente trasforma il soggetto medesimo che si attiva per trasformare – dovrebbe essere riferita soprattutto al punto critico decisivo che ci caratterizza, e che peraltro viene incessantemente alimentato e rafforzato dalla società dell’ingiustizia e della competizione. Alludo a ciò che non riesco a definire altrimenti se non come “ipertrofia del soggetto”; ovvero, in altre parole, al vizio del politicismo, così saldamente radicato in ciascuno di noi. E però sarà bene intendersi sul concetto di “politicismo”. Io lo adopero qui alla maniera medesima di Agnes Héller, che così si esprimeva: «… Chi, al contrario, vive solo nel mondo e per il mondo, chi si spende interamente nell’attività politica, pensa solo a questa e non ha “tempo libero” per l’autoriflessione, per lo stare con gli altri, per la gioia di vivere, per l’immediatezza; chi dissolve completamente la sua soggettività nelle azioni, insomma il “politicista”, che vede sfumare il proprio mondo di sentimenti, o si aggrappa unicamente alle “azioni”, che non è più in grado di distinguere fra ciò che è importante e ciò che è marginale, dal momento che per lui l’avvenimento politico più secondario assume dimensioni gigantesche… che da solo, al di fuori dell’attività politica quotidiana, non è capace di intraprendere nulla, poiché essendo vuoto, privo di personalità, costui è identico con il mondo in cui vive. E non si libera certo dalle repressioni da cui vuole liberare il mondo. La sua ragione si trasforma in sottigliezza, il suo intelletto in calcolo. Anche gli uomini che siedono tutti i giorni davanti alla televisione con i loro bambini sono superiori ai “politicisti”, poiché hanno preservato una briciola di sfera intima e di capacità di godere…» Tralascio qui la sostanza del ragionamento proposto dalla grande allieva di Lukács, e cioè la critica alla tesi di Lenin, per il quale “noi dovremmo fare il socialismo con gli uomini tali e quali li abbiamo ereditati dal capitalismo” (“su questo punto concordo con l’idea di Marx – scriveva Heller – che nel processo rivoluzionario gli uomini cambiano se stessi…”); e tralascio anche l’idea del comunismo come società di “uomini e donne morali”. Richiamo, invece, l’attenzione sulla descrizione del politicista, il quale “si aggrappa unicamente alle azioni” e non è più “in grado di distinguere fra ciò che è importante e ciò che è marginale”. Si tratta di una modalità completamente auto-centrata di relazionarsi al mondo, tipica dell’individualismo e dell’egotismo della cultura borghese. Ma, a ben vedere, essa è particolarmente resistente proprio nei militanti politici dell’anticapitalismo: e ciò sia nella versione degli attivisti di partiti, gruppi politici e riviste teorico-politiche, e sia nella versione degli attivisti sociali. Detto in una parola, ne siamo affetti tutti noi che ci battiamo per una alternativa alla società capitalistica. È qualcosa che avviene solo parzialmente per “colpa nostra”; e anzi, la ragione di un tale persistente difetto risiede, almeno in buona parte, proprio nella forte legittimazione morale che ciascuno di noi dà a quello che fa. Esattamente perché ci “spendiamo per il mondo” senza tornaconto personale, noi ci poniamo anche nella posizione più difficile per giudicare il peso storico effettivo del nostro stesso “fare”. La Heller sottolinea che per il politicista “l’avvenimento politico più secondario assume dimensioni gigantesche”; ma questo accade esattamente perché, per il militante, nulla di ciò che entra in relazione con lui, e che lui “intenziona” in forma, per l’appunto, militante, potrà mai essere davvero secondario: si tratti di un semplice volantino, di un saggio teorico, dell’organizzazione di un corteo, di una attività di propaganda, della costruzione di un comitato, della conduzione di una lotta… Detto in altre e più chiare parole, il paradosso del militante è che egli riesce a fare ragionamenti anche complessi sul mondo che gli sta davanti, ma è poi incapace di mettere se stesso in relazione complessa col mondo di cui parla. Il deficit di complessità è, per così dire, la faccia nascosta della ipertrofia del soggetto. Ma in questa maniera, come tendiamo ad assolutizzare le nostre azioni e l’ambito nel quale agiamo, così relativizziamo spontaneamente tutto ciò che ci sta lontano, o che non esperiamo direttamente come ‘questione significativa’ nell’ambito della nostra peculiare comunità di attivisti. Fino a possibili, autentici corti circuiti, per cui ci saremo noi, solo noi, da un lato, e un indistinto “resto del mondo”, dall’altro. Il nodo vero è che diventiamo singolarmente incapaci di vedere la forza e la molteplicità delle pratiche che si muovono nell’identica nostra direzione dell’anticapitalismo. Assumiamo, cioè, come davvero anticapitaliste solo le pratiche molto uguali alle nostre. E quando non sono uguali, tendiamo a derubricarle, quasi per riflesso condizionato, a pratiche non-significative, se non addirittura dannose, se non addirittura controproducenti; e persino, nei casi estremi, controrivoluzionarie… Chiudere col Novecento significa, perciò, lavorare profondamente anche su noi stessi, assumendo come habitus pratico e mentale l’attitudine a cambiare. Il che implica non soltanto che dovremmo far valere per noi, qui e ora, talune caratteristiche del mondo nuovo che abbiamo in mente, ma anche che dobbiamo provare a capovolgere, nel nostro sguardo d’insieme, la logica della assolutizzazione dell’io e della relativizzazione dall’altro. Non si tratta di un’impresa facile, e non bastano le buone intenzioni, poiché siamo costantemente condizionati non solo dal “paradosso intrinseco del militante”, ma anche dalla vera e propria fatica fisica e mentale che mettiamo in tutto quello che facciamo. Alla fin fine, davvero la giornata è solo di ventiquattro ore; e se dobbiamo fare quello che dobbiamo fare, ci resta poco tempo per guardare il resto. Lo sa bene ciascuno di noi: quelli oberati dalla faticosa attività quotidiana di partito o di associazione, così come quelli sopraffatti dal gravoso lavoro di analisi e studio teorico, così come quelli che si sentono addosso la responsabilità inderogabile di attivarsi nelle iniziative di lotta e di movimento, così come quelli che non riescono quasi più a pensare sotto l’urgenza continua delle pratiche di solidarietà attiva… Ciò che facciamo, se lo facciamo con sistematicità, davvero non ci lascia respirare. E però il tempo dovremo pur farlo uscire in qualche modo. Il tempo di guardare segnatamente la realtà-altra che abbiamo di fronte in quanto complessità delle pratiche della liberazione, soprattutto quelle molto lontane e diverse da noi. Altrimenti non riusciremo a capire bene neppure quello che facciamo. Ricorro ad un esempio che mi riguarda, perché forse chiarisce meglio di tante parole ciò che intendo dire. Alcuni anni fa, con la lotta contro la costruzione del mega-inceneritore di Acerra, io so di aver vissuto il periodo di maggiore impegno pratico della mia specifica “biografia politica”. Ma esso è stato anche, contemporaneamente, il periodo più disordinato della mia vita personale e anche il periodo più confuso della mia capacità di iniziativa politica e riflessione teorica. La lotta contro quella mega-opera, conclusasi con una sonora sconfitta, durò complessivamente più di quattro anni. I primi due anni ci videro occupare il terreno sul quale l’inceneritore doveva sorgere. E forse ha qui un senso ricordare che a compiere concretamente l’occupazione in una piovosa alba invernale, sfondando il cordone di polizia che sbarrava la via di accesso, furono una trentina non di cittadini generici, ma di veri e propri militanti, due terzi dei quali non erano neppure di Acerra. Come a dire che la lotta iniziò per davvero solo dopo una determinata decisione di una determinata area di compagni. Poi, per mantenere l’occupazione del terreno si dovettero organizzare i turni. Il movimento diventò rapidamente di massa, e perciò si poteva contare su una base ampia per le turnazioni. E però a presidiare il posto ci doveva essere sempre un nutrito gruppo di persone (nell’ordine di alcune decine), e questo per ventiquattro ore al giorno, per sette giorni la settimana, per 12 mesi all’anno. In sostanza, per il ruolo di coordinamento avuto in quella vicenda dall’inizio, io mi sentivo obbligato a essere presente in modo costante, talvolta anche di notte, attorno al capanno e alle tende alzate alla meglio. Per me, quei due anni hanno significato, grosso modo, restarmene fisicamente al Pantano (questo il nome della località), attorno alle 20-30 ore a settimana. Poi un giorno, approfittando anche dello sfilacciamento del presidio (cosa più che normale dopo due anni), polizia e carabinieri occuparono manu militare il terreno. La lotta si trasferì perciò sulle strade prospicienti l’area, e divenne una lotta di picchetti per impedire l’ingresso dei camion e delle macchine degli operai che andavano a costruire l’inceneritore. Qualche giorno riuscivamo a bloccarli per l’intera giornata, qualche altro giorno solo per alcune ore, qualche altro giorno assistevamo impotenti al loro ingresso. Al netto delle altre iniziative di lotta – più volte il blocco dell’autostrada, moltissime volte il blocco di strade anche lontane dal Pantano e svariate volte cortei e blocchi nel centro stesso di Napoli – per me sono stati altri due anni di “presenza fisica”. Ci fu un periodo, di almeno tre mesi consecutivi, mi pare tra gennaio e marzo del 2004, che quasi tutte le mattine, dalle 4 e mezzo e fino alle 8 o alle 9, quando poi andavo a scuola, stavo ai picchetti a tentare i blocchi e a fronteggiare la polizia. Poi, nell’estate, ci fu l’occupazione della stazione ferroviaria di Acerra, che durò cinque mesi consecutivi: e anche lì turni, presenza 24 ore su 24 e via dicendo. In sostanza, un impegno gigantesco proprio sul piano fisico oltre che mentale, con il disordine totale nel ritmo della mia vita pratica e intellettuale. Come avrei potuto vivere un tale passaggio se non con l’idea che il Pantano e le due strade d’accesso, e poi la stazione di Acerra e i presidi e i picchetti e i cortei e le occupazioni e i blocchi stradali, autostradali, ferroviari, eccetera, fossero proprio “tutto il mondo”? E però esattamente perché vivevo in tal modo quell’esperienza, tutto il resto perdeva di significato. Anche la normale gerarchia delle cose si alterava, fino al punto che gli altri movimenti, la militanza in Rifondazione comunista e tutta la restante parte della mia vita politica acquistavano davvero senso quasi unicamente in relazione alla vicenda dell’inceneritore. Ma così io tendevo a perdere, lo volessi o no, il senso della misura; e soprattutto tendeva a sfuggirmi, concettualmente, la ricchezza e la complessità e la pluralità delle stesse pratiche “antagoniste”. Proprio come dice la compagna Heller: “al di fuori dell’attività politica quotidiana, non è capace di intraprendere nulla”… Provo, dunque, a tirare un po’ le somme su questo punto. Non è soltanto il mondo che abbiamo di fronte che deve cambiare: dobbiamo cambiare anche noi stessi. E ritengo che questa sia una acquisizione fondamentale per arrivare a formulare una nuova idea di rivoluzione. E però, porci nella logica di dover cambiare, assieme al mondo, anche noi stessi, comporta indagare spietatamente proprio i punti di criticità che ci concernono. Che concernono sia il proletariato in generale (e qui siamo ancora a ciò che abbiamo di fronte) e sia noi medesimi, noi militanti dell’anticapitalismo. Io ravviso nel nostro “deficit di complessità” il punto critico sul quale maggiormente dovremmo lavorare. Esso consiste, da un lato, nel fatto che diamo per scontato di sapere (sulla scorta delle analisi di Marx di centocinquanta anni fa) come concretamente operi oggi il capitalismo; dall’altro, nel fatto che non concepiamo neppure l’esistenza dei “simili”. I simili, non gli “uguali”: quelli che muovono, cioè, con le loro specifiche pratiche e le loro specifiche idee, nella stessa direzione nostra dell’anticapitalismo. E a tal proposito occorre ben comprendere come l’anticapitalismo sia difficile e semplice allo stesso tempo. Soprattutto esso è una merce molto meno rara di quanto la nostra pochezza organizzativa ci induce a credere. Forse non sarebbe necessario ribadirlo; ma comunque non lo ritengo inutile: il capitalismo non è una “cosa”, ma un rapporto sociale incentrato sulle dinamiche della valorizzazione. E oggi, nel mondo attuale, tutto, ma proprio tutto, concorre alla valorizzazione. E però, allo stesso tempo, molte delle dinamiche che concorrono alla valorizzazione tendono spontaneamente anche a fuoriuscire dalle strettoie della logica del valore. Lo fanno episodicamente, contraddittoriamente e perfino ambiguamente. Ma lo fanno. Lo fanno, ad esempio, quando alludono, pur con tutte le loro parzialità e incongruenze, alla dignità delle persone o a elementi “eccentrici” rispetto alla tradizione canonica del movimento operaio, e però tutti potenzialmente contraddittori coi normali “valori di scambio” del sistema capitalistico: dal corpo agli affetti, dalla cultura all’ambiente. Benché non esplicitamente, tali dinamiche, quando riescono a emergere (ed emergono più spesso di quanto noi pensiamo), diventano parte viva del processo di trasformazione. E del resto, in taluni momenti ce ne siamo anche accorti. Durante Genova 2001, persino le Suore Orsoline le abbiamo vissute come parti costitutive del processo del cambiamento. Non le abbiamo affatto giudicate, come forse avremmo fatto nel Novecento, alla stregua di “utili idiote” della rivoluzione… Orbene, dobbiamo essere capaci di rafforzare, dentro noi stessi, esattamente tale fondamentale capacità di com/prensione. Il che vuol dire, né più né meno, che dobbiamo costruire – a partire da noi, oltre noi ma anche per noi – una politica, mi si passi il temine, “conviviale” (proprio nel senso etimologico del cum alio vivere). È in questo modo che possiamo davvero praticare, pur con tutte le nostre parzialità, la “nuova umanità” nel medesimo punto di partenza. E cosa possa significare in concreto, ciascuno di noi può facilmente immaginarlo. Io penso soprattutto alla costruzione di luoghi accoglienti, alla capacità di ascoltare gli altri, a un atteggiamento di fiducia sul fatto che, pure in quest’Italia con le lotte ridotte al lumicino, siano costantemente all’opera le dinamiche di trasformazione. La qual cosa implica, tuttavia, che tutti, ma proprio tutti, possano davvero cambiare nell’attività. E che nessuno, neppure quelli che sentiamo visceralmente distanti da noi, siano inchiodati per forza a ciò che magari noi abbiamo già giudicato, più o meno sensatamente, come errori, incoerenze, opportunismi o addirittura “piccole infamie”. La vita delle persone è sempre più complessa degli episodi che costellano la loro esistenza. E nessuno specifico episodio può davvero esaurirla. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Lotta di classe identitaria e non identitaria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Critica della identità militante proviene da Comune-info.
February 25, 2026
Comune-info
Rivolte indigene
L’INASPETTATO ACCAMPAMENTO DURATO UN MESE DI 600 PERSONE DI 14 POPOLAZIONI INDIGENE DELL’AMAZZONIA, DAVANTI AL PORTO DI CARGILL, A SANTAREM, IN BRASILE, HA COSTRETTO IL GOVERNO LULA A REVOCARE IL DECRETO CHE PREVEDE DI DRAGARE IL FIUME TAPAJÓS. IN REALTÀ LA PRIVATIZZAZIONE DEI FIUMI TAPAJÓS, MADEIRA E TOCANTINS CONTINUA. CHI HA OCCUPATO QUEL PORTO CONTESTA LA TRASFORMAZIONE DELL’AMAZZONIA IN UNA PIATTAFORMA LOGISTICA AL SERVIZIO DI MULTINAZIONALI, CINA ED UE. “PENSO CHE DA QUESTA STRAORDINARIA LOTTA POSSIAMO TRARRE ALCUNE CONCLUSIONI – SCRIVE RAÚL ZIBECHI – LA PRIMA È CHE AVVIENE SOTTO UN GOVERNO PROGRESSISTA… CHI CREDE CHE POSSANO FARE QUALCOSA DI DIVERSO DA CIÒ CHE VUOLE IL GRANDE CAPITALE, SI SBAGLIA… UNA VOLTA CHE SAPPIAMO CHE NÉ LA DESTRA NÉ LA SINISTRA FARANNO NULLA PER SALVARE L’UMANITÀ DALLA CATASTROFE, TOCCA AI POPOLI CHE STANNO METTENDO IL CORPO E IL SANGUE A DIFENDERE LA VITA E LA NATURA…” Foto: @Tukuma_pataxo per APIB / Articulação dos Povos Indígenas do Brasil -------------------------------------------------------------------------------- Sono trascorsi più di trenta giorni dall’accampamento di circa 600 persone provenienti da 14 popolazioni indigene dell’Amazzonia, davanti al porto di Cargill, a Santarem. Chiedono al governo di Lula di revocare il decreto 12.600 che prevede di dragare il fiume e che trasformerà le acque del fiume Tapajós in una via fluviale privatizzata per il trasporto di soia e altri cereali*. Anche se il governo si è ritirato giorni fa dal dragaggio, continua a privatizzare i fiumi Tapajós, Madeira e Tocantins come parte del Programma Nazionale di Privatizzazione, il che significa che la gestione e la manutenzione di queste strade, che totalizzano 280 chilometri solo nel Tapajós, vengono trasferite a grandi multinazionali legate all’agroalimentare. Ciò comporta la costruzione di nuovi porti privati che trasformeranno l’area in un corridoio fluviale senza consultare le persone che vivono nel fiume e con esso. Le monocolture di soia e mais stanno distruggendo l’Amazzonia, deforestando la foresta e avvelenando le acque e l’ambiente con l’abuso di pesticidi. Ciò che sta accadendo a uno dei principali affluenti dell’Amazzonia, il Tapajós, è semplicemente incredibile: treni composti da un massimo di 35 chiatte trasportano grano verso la Cina e l’Europa; su quel fiume sono stati costruiti o sono in progetto 41 porti, dove l’anno scorso sono circolate più di 15 milioni di tonnellate. L’inquinamento da mercurio derivante dall’estrazione mineraria, sia legale che illegale, e la rimozione del fondo del fiume rappresentano le perdine più importanti per le popolazioni. Secondo Rafael Zilio, nel concepire un fiume come mera “idrovia”, “lo Stato e le grandi corporazioni del settore minerario e dell’agroalimentare perpetuano la devastazione ambientale in Amazzonia”. Nell’ultimo mese sono state bloccate anche la strada per l’aeroporto e lo stesso aeroporto di Santarém per alcune ore. Silvia Adoue ricorda che “i munduruku non hanno aspettato la demarcazione del loro territorio da parte dello Stato”, come popolo hanno proceduto “all’autodemarcazione in alleanza con le comunità di pescatori”, il che insegna la capacità di “articolazione tra popoli con prospettive di mondo diverse”. Questa è una piccola e incompleta sintesi di una resistenza per la vita che dura da molti anni. Penso che da questa straordinaria lotta possiamo trarre alcune conclusioni. La prima è che avviene sotto un governo progressista, quando il segretario della Presidenza è Guilherme Boulos ed è ministro dei Popoli Indigeni Sonia Guajajara, entrambi del “radicale” Partito del Socialismo e della Libertà (PSOL). Chi crede che possano fare qualcosa di diverso da ciò che vuole il grande capitale, si sbaglia. Perché sono i migliori rappresentanti delle ambizioni delle multinazionali, di fronte al silenzio vergognoso del movimento sindacale e del Movimento dei Senza Terra (MST), il cui obiettivo principale è la rielezione di Lula. La seconda è che il capitalismo vuole, e sta attuando, la completa privatizzazione della natura per accumulare sempre più capitale. Trasformare i grandi fiumi amazzonici in strade fluviali piene di infrastrutture, è garanzia della loro distruzione e dell’annientamento dei popoli che abitano le rive. L’accumulazione di capitale non ha limiti, se non quello che possono fare i popoli e i movimenti per frenarla. Mentre quelli che sono in alto, di sinistra o di destra e persino i “radicali”, sostengono l’agroalimentare, fanno sfoggio di un discorso “corretto” in cui si permettono di mentire e persino di sostenere le richieste dei popoli originari. Boulos stesso si era impegnato a fare delle consultazioni prima dell’inizio dei lavori, cosa che non ha mai fatto. La lotta è molto iniqua. Cargill fattura 154 miliardi di dollari ogni anno, ha il sostegno dello stato e del governo brasiliano, mentre i villaggi sono relativamente piccoli (i munduruku sono 13 mila persone), e non hanno altro che il sostegno di altri popoli simili, come è diventato evidente in questi giorni. La terza riguarda la decisione di difendere la vita e la dignità dei popoli. Il rapporto di Sumauma sottolinea che questi popoli sono in “prima linea di resistenza all’agrocapitalismo globale”. Anche se sono pochi, sono determinati e fermi e non si tireranno indietro. Una donna munduruku ha detto: “I bianchi vedono il fiume come merce, per noi è vita”. È proprio quello che dicono i popoli originari di tutte le geografie, da Wall Mapu fino alla Mesoamerica. Questa resistenza alle avversità dovrebbe essere fonte di apprendimento per tutti. Una volta che sappiamo che né la destra né la sinistra faranno nulla per salvare l’umanità dalla catastrofe, è il turno dei popoli che stanno mettendo il corpo e il sangue a difendere la vita e la natura. -------------------------------------------------------------------------------- *Informazioni raccolte da Silvia Adoue, Desinformémos 5/02/2026; Rafael Zilio, Desinformémos 11/02/2026; Guilherme Guerreiro Neto, Sumauma, 12/02/2026, e dal collettivo Aldea Urbana (https://www.youtube.com/live/vs-bSMviJw). -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MONICA DI SISTO: > Il fiume non è un corridoio -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Rivolte indigene proviene da Comune-info.
February 24, 2026
Comune-info
Giordania, oltre il viaggio
C’È UN MODO DIVERSO DI VIAGGIARE: NON PER COLLEZIONARE LUOGHI, MA PER INCONTRARE PERSONE. CON I WORKCAMPS DI ARCS LA GIORDANIA DIVENTA UN’ESPERIENZA IMMERSIVA TRA COOPERAZIONE, CULTURA E SCOPERTA AUTENTICA. UNA SETTIMANA PER PARTIRE, CAPIRE, E TORNARE CON UNO SGUARDO NUOVO SUL MONDO. C’è un modo diverso di viaggiare: non per collezionare luoghi, ma per incontrare persone. Con i Workcamps di ARCS la Giordania diventa un’esperienza immersiva tra cooperazione, cultura e scoperta autentica. Una settimana per partire, capire, e tornare con uno sguardo nuovo sul mondo. C’è un modo diverso di viaggiare. Un modo che non si limita a fotografare paesaggi straordinari, ma sceglie di attraversare storie, ascoltare persone, fermarsi in un posto abbastanza a lungo da capire. I Workcamps di ARCS nascono con questa idea: trasformare il viaggio in un’esperienza di incontro e consapevolezza. Non turismo mordi e fuggi, non volontariato improvvisato, ma un percorso guidato che permette di conoscere da vicino i progetti di cooperazione internazionale e la quotidianità delle comunità locali. Dal 25 aprile al 2 maggio la destinazione è la Giordania, un Paese che sorprende per la sua bellezza e per la sua complessità. I partecipanti visiteranno siti storici iconici come Jerash, partecipando a laboratori di turismo responsabile e momenti di osservazione attiva delle comunità locali. ARCS è attiva in Giordania da molti anni, con un impegno costante in progetti di cooperazione che promuovono inclusione sociale, sostegno economico e protezione delle comunità più vulnerabili. Nel Paese l’associazione lavora su iniziative che favoriscono l’accesso a opportunità di reddito e di lavoro per giovani e famiglie, il rafforzamento di microimprese e attività agricole sostenibili nei governatorati di Mafraq e Aqaba, e la promozione di percorsi educativi e di supporto psicosociale con famiglie rifugiate ad Amman, Zarqa e altre aree. Questo approccio integrato mira a migliorare le condizioni economiche e sociali delle comunità locali, combinando formazione professionale, inclusione e sviluppo territoriale in collaborazione con partner locali e istituzionali. Il campo permetterà di vivere da vicino i principali progetti di ARCS in Giordania: dalle attività educative e di supporto psicosociale con famiglie rifugiate, alle iniziative di sviluppo economico e agricolo, affiancando le comunità locali nella gestione di serre e piccole imprese. Alcune giornate saranno dedicate anche alla sensibilizzazione sanitaria e alla promozione di pratiche sostenibili, con attività nei centri Caritas e in partnership con organizzazioni locali. Infine, la settimana si concluderà con la visita libera e facoltativa di Petra, per combinare scoperta culturale e riflessione sulla storia millenaria del Paese. Non si tratta di “aiutare” dall’alto, ma di condividere tempo e competenze, osservare, imparare, mettersi in gioco. Tra incontri con operatori locali, attività pratiche e momenti di scoperta culturale, ogni giorno diventa un’occasione per comprendere più a fondo la vita sociale e culturale del Paese. Un Workcamp è un’esperienza immersiva: si parte in gruppo, si costruiscono relazioni, si torna con domande nuove e uno sguardo diverso sul mondo. È un viaggio che arricchisce il bagaglio umano prima ancora di quello culturale. In un’epoca in cui viaggiare è diventato facile, scegliere come farlo fa la differenza. I Workcamps di ARCS sono pensati per chi vuole sentirsi parte di qualcosa di più grande, per chi crede che la responsabilità globale inizi anche dalle scelte individuali. A volte basta una settimana per cambiare prospettiva. E forse, anche un po’ di sé. Scopri di più: https://www.arcsculturesolidali.org/workcamps2026-giordania/ L'articolo Giordania, oltre il viaggio proviene da Comune-info.
February 24, 2026
Comune-info
Cento porti. Da Gaza alle piazze
“100 PORTI – 100 CITTÀ” È IL NUOVO ITINERARIO DI SOLIDARIETÀ DELLA FREEDOM FLOTILLA ITALIA. SI COMINCIA DA TARANTO IL 2 MAGGIO: UNA BARCA SALPERÀ E NAVIGHERÀ LUNGO LE COSTE ITALIANE, MENTRE UN CAMPER PERCORRERÀ LE ZONE INTERNE. OGNI TAPPA SARÀ UN PUNTO D’INCONTRO CON TESTIMONIANZE, MOSTRE FOTOGRAFICHE, PROIEZIONI, PRESENTAZIONI DI LIBRI, INCONTRI NELLE SCUOLE, PROPOSTE DI ADESIONE ALLA CAMPAGNA DI BOICOTTAGGIO DEL MOVIMENTO BDS, GEMELLAGGI, INIZIATIVE DI SOSTEGNO ALLE STRUTTURE SANITARIE DI GAZA… SONO TANTI I MODI CON CUI SINGOLI E REALTÀ COLLETTIVE POSSONO PARTECIPARE PER SPEZZARE L’ASSEDIO DEL SILENZIO CHE AVVOLGE LA STRISCIA DI GAZA E LA CISGIORDANIA Nelle acque del Mediterraneo sta per partire un progetto della Freedom Flotilla Italia che vuole portare la Palestina in giro per l’Italia: una barca, la Ghassan Kanafani, partirà da Taranto il 2 maggio 2026 e navigherà da porto a porto lungo le coste italiane, mentre un camper percorrerà le zone interne del Paese, raggiungendo anche le realtà più piccole e meno visibili. Lo scopo è trasformare il viaggio in un vero cantiere politico, per creare, tappa dopo tappa, un’infrastruttura di lotta popolare capace di spezzare l’assedio del silenzio che avvolge la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. L’obiettivo della campagna è creare una rete di solidarietà e resistenza che possa ampliare l’ondata di mobilitazione, trasformando ogni sosta in un momento di riflessione e impegno. Ogni tappa sarà un punto d’incontro in cui testimonianze dirette, dati e analisi si affiancheranno a mostre fotografiche, proiezioni, presentazioni di libri e incontri nelle scuole. Le piazze diventeranno laboratori di contro-informazione, capaci di smontare la propaganda che nasconde la realtà dell’occupazione. Ma resistere al genocidio significa anche proteggere la memoria collettiva di un popolo: portare nelle città italiane le storie, le immagini, la musica e le voci dei palestinesi significa impedire che la loro cultura venga distrutta insieme alle loro case e ai loro ospedali. La solidarietà, allora, smette di essere un gesto simbolico e diventa un impegno concreto: trasformare la consapevolezza in azione, la conoscenza in empatia e l’indignazione in una rete capace di attraversare confini geografici e culturali, perché la speranza di un futuro libero possa davvero prendere radice. I pilastri della campagna Un pilastro centrale del progetto è la pressione dal basso sulle istituzioni. Coinvolgere amministrazioni locali e università significa esercitare una spinta su chi governa affinché riconsideri le proprie relazioni commerciali e diplomatiche con chi pratica l’occupazione e l’apartheid. Attraverso mozioni nei consigli comunali, campagne di boicottaggio e iniziative concrete, come i gemellaggi, l’obiettivo è contribuire a smantellare il blocco illegale imposto a Gaza agendo sul tessuto politico del nostro Paese. Un altro obiettivo fondamentale della campagna è trasformare i porti in presidi di responsabilità politica: i porti e gli interporti non sono luoghi neutri di transito delle merci, ma nodi cruciali in cui l’etica si scontra con il profitto. In questo quadro, il movimento Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (BDS) viene promosso come strumento non violento di pressione economica. Altro elemento concreto e urgente è il sostegno alle strutture sanitarie di Gaza. L’ospedale Al-Awda, simbolo di resistenza medica sotto le bombe, rappresenta il volto umano della crisi e il progetto intende raccogliere fondi e risorse per garantire che possa continuare a operare. Parallelamente, la campagna porta con sé la richiesta di liberazione dei prigionieri politici palestinesi, tra cui Marwan Barghouti e il dottor Hussam Abu Safiya, inserendosi in una più ampia lotta per i diritti umani che include anche i detenuti politici in Italia. Un movimento che cresce: dall’indignazione all’azione organizzata Il progetto punta a trasformare l’indignazione spontanea in qualcosa di duraturo: una rete organizzata di città solidali e resistenti, coordinate tra loro e capaci di moltiplicarsi nel tempo. Gli incontri con scuole e università mirano a costruire una narrazione critica, coinvolgendo le nuove generazioni. I gemellaggi tra città italiane e città palestinesi, e tra scuole italiane e scuole in Palestina, creano legami concreti di solidarietà e scambio culturale che vanno oltre la durata del tour. La chiamata è rivolta a chiunque non voglia voltarsi dall’altra parte. I modi per diventare parte di questa rete solidale sono tanti e diversi: si può organizzare l’arrivo del camper o della barca nella propria città, coinvolgere associazioni, sindacati e collettivi locali, partecipare alla logistica di una tappa già esistente o semplicemente diffondere la campagna nella propria comunità e sui propri social. Ogni contributo conta, perché è dalla somma di tanti gesti concreti che nasce un movimento capace di durare. Tutte le informazioni per aderire si trovano sulla pagina Facebook della Freedom Flotilla Italia. La campagna “100 Porti – 100 Città” è una risposta concreta a chi si chiede cosa può fare, da dove si trova, con quello che ha. Un porto alla volta, una città alla volta, finché il silenzio non avrà più posto. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cento porti. Da Gaza alle piazze proviene da Comune-info.
February 18, 2026
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