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Guardando il cielo negli occhi
“MENTRE LA MAMMA GIULIA STRAPPA CON MAESTRIA LE LENZUOLA, I FIGLIOLI INIZIANO A SCRIVERE I NOMI… NUR, LA LUCE, TRE ANNI… ZAMZAM COME LE ACQUE PRIMORDIALI… SABR, DUE ANNI, LA PAZIENZA… MI FERMO OGNI TANTO PER PARLARE CON IL FIGLIOLO CHE MI CHIEDE SE L’ARABO SIA DIFFICILE, O CON LA MAMMA CHE RACCONTA DI COME HA SCOPERTO IL NOSTRO GIARDINO… O CON GLI INSEGNANTI E I BABBI CHE HANNO RESO POSSIBILE LA VITA DI QUESTO LUOGO – SCRIVE MIGUEL MARTINEZ – E CIASCUNO DI LORO È UNA STORIA, COME LO SONO LE BAMBINE E I BAMBINI CHE STIAMO COMMEMORANDO. E TRA I MORTI E I VIVI, MI VIEN QUASI DA PIANGERE…”. A FIRENZE C’È UN GIARDINO COMUNITARIO GESTITO DAGLI ABITANTI DEL RIONE CHE NON SMETTE DI ACCOGLIERE IL MONDO: QUALCHE GIORNO FA, ISPIRANDOSI A UNA POESIA MERAVIGLIOSA, CHE PARLA DEGLI AQUILONI DI GAZA, HANNO TROVATO IL MODO PER ABBRACCIARE LE BAMBINE E I BAMBINI UCCISI IN PALESTINA Nel 2011, ben prima del 7 ottobre 2023 che si inventa come “inizio di tutto”, un poeta di Gaza, il cui nome viene trascritto anglicamente come Refaat Alareer, scrisse un poema breve e semplice, in arabo classico, Se io devo morire (إذا كان لا بدّ أن أموت). Se io devo morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia, per vendere le mie cose, per comprare un pezzo di stoffa e qualche cordicella, (che sia bianca con una lunga coda) così che un bambino, da qualche parte a Gaza, guardando il cielo negli occhi, aspettando suo padre che se n’è andato in un incendio – senza dire addio a nessuno, nemmeno alla sua carne nemmeno a se stesso – veda l’aquilone, il mio aquilone che hai costruito, volare in alto e pensi per un attimo che ci sia un angelo che riporta l’amore. Se devo morire che porti speranza che sia una favola. Non possiamo raccontare la storia di tutti gli sterminati di Gaza, solo quella dei bambini, diciamo dagli zero ai quindici anni. Ci sono 12.000 nomi di bambine e di bambini, scritti in lettere latine, ma messi alla araba. Cioè il nome, quello del padre, del nonno e quello del bisnonno, senza cognome: un arabo che si fa i documenti in Italia mette di solito come “cognome” il nome del bisnonno. Ma uno di loro si chiama solo طفل , “bambino”, numero 228. Mentre la mamma Giulia strappa con maestria le lenzuola, i figlioli iniziano a scrivere i nomi. Solo il primissimo nome. Io mi offro per scrivere in lettere arabe, i nomi che riesco a riconoscere. Mohammed, Fatima, Nur, Mahmoud… e poi il bellissimo Muhannad, che la prima volta che l’ho incontrato anni fa, pensavo fosse un errore per Muhammad. Ricordiamo che gli arabi che conquistarono in pochi anni mezzo mondo, avevano avuto la rivelazione divina, a loro dire, per un solo motivo: erano analfabeti, erano la popolazione più ignorante del mondo: e proprio per questo possedevano la lingua perfetta, quella che Dio scelse per dettare, tramite l’arcangelo Gabriele, il Corano. E quindi il mondo islamico coglieva la superiorità degli altri, in altre cose, come una prova della verità del Corano. Ecco che Hind, la mitica India, era patria della perfezione insieme matematica e artigiana, e infatti i numeri che noi chiamiamo “arabi”, gli arabi stessi modestamente li chiamano “indiani”. Muhannad vuol dire proprio, fatto all’indiana, noi diremmo, a regola d’arte. Io scrivo questi nomi, per quelli che capisco… Msk o Nghm non mi significano niente, ma c’è la bambina Nur, la luce, tre anni… Maryam come la madre vergine del profeta Isa (sarà stata poco più grande delle bimbette delle medie) che tenera tacque con il bimbo in mano davanti a chi la accusava, e il bimbetto appena nato parlò… Zamzam come le acque primordiali… Sabr, due anni, che è la pazienza… Un paio di anni fa, mi arrabbiai moltissimo con una piccola donna, curva, con il hijab in testa, che evidentemente faceva le pulizie per qualche sfruttatore proprietario di B&B del nostro condominio, perché buttava i rifiuti nel luogo sbagliato… mi sono sentito un mostro dopo… e poi un giorno ho incontrato di nuovo lei, e le ho chiesto scusa, e le ho detto , al-sabru min al-Llahi wa l’ajlu min al-Shaytan, “la pazienza viene da Dio e la fretta viene da Satana”. E lei mi rispose, che davvero è così. E mentre scrivo in arabo, mi fermo ogni tanto per parlare con il figliolo che mi chiede se l’arabo sia difficile, o con la mamma che racconta di come ha scoperto il nostro Giardino, o con il Calciante di Parte Bianca, e con gli insegnanti e i babbi e tutti gli esseri umani che hanno reso possibile la vita di questo luogo. E ciascuno di loro è una storia, come lo sono i bambini che stiamo commemorando. E tra i morti e i vivi, mi vien quasi da piangere, tra lutto e gioia. Qui, in arabo e in inglese, la poesia che ci ha ispirati. -------------------------------------------------------------------------------- * Miguel Martínez è nato a Città del Messico, è cresciuto in giro per l’Europa e soprattutto in Italia, ed è laureato in lingue orientali (arabo e persiano). Di mestiere fa il traduttore e trascorre molto tempo in un giardino comunitario del borgo San Frediano Oltrarno di Firenze. Questo il suo prezioso blog, dove questo articolo è apparso con il titolo Dodicimila cadaveri in un giardino -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Se un bambino smette di disegnare -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guardando il cielo negli occhi proviene da Comune-info.
Il mondo in un parco
IN QUALSIASI ANGOLO DEL MONDO, ANCHE IN UN PARCO DI UNA PERIFERIA URBANA, È POSSIBILE RITROVARE BUONA PARTE DEI TEMI DEL CONFLITTO SOCIO-AMBIENTALE DI QUESTA NOSTRA EPOCA, MA ANCHE RICONOSCERE COME PERSONE COMUNI, REALTÀ SOCIALI, PERFINO POPOLI, HANNO SMESSO DI ESSERE SPETTATORI IMPOTENTI DELLE DEVASTAZIONI IN CORSO. IL BISOGNO DI UNA SOLIDA VISIONE AL TEMPO STESSO SCIENTIFICA E OLISTICA IN GRADO DI ASSECONDARE LA NATURA COMPLESSA DELL’ECOLOGIA PUÒ PRENDERE FORMA IN DIVERSI MODI. UN PREZIOSO APPUNTAMENTO NEL PARCO DI AGUZZANO DI ROMA, LABORATORIO DI BIODIVERSITÀ Chi ha memoria dei grandi movimenti ambientalisti di massa degli anni Settanta-Ottanta del Novecento in Europa e in tutto il mondo, ricorderà la potenza evocativa del concetto di “energie alternative”. Erano anni in cui i temi ambientali si legavano in maniera indissolubile al pacifismo, all’antimperialismo, all’antinuclearismo e ai movimenti di liberazione delle donne. Dietro l’idea-forza delle energie alternative si prefigurava un mondo alternativo allo “stato presente delle cose”, con un diverso modo di produzione, di consumo, di scambio, di mobilità, di istruzione, di salute, di gestione del riciclo/rifiuto, di organizzazione urbanistica, di rapporti tra le persone, di rapporto con la natura, ecc. Una società basata su funzioni, principi e valori radicalmente alternativi, che sarebbe stata la condizione necessaria per adottare un modo di produrre energia anch’esso propriamente alternativo alle fonti fossili. Era una bella visione utopica e rivoluzionaria, quella dell’ambientalismo politico e sociale del secolo scorso, che preparava la strada all’immaginazione di un mondo desiderabile e vivibile, altro dal futuro inquinato, avvelenato, surriscaldato, supersfruttato e depauperato che le grandi multinazionali prospettavano alle generazioni future. Dominava anche l’idea che il tempo fosse “dalla nostra parte” e che le istanze di cambiamento si sarebbero diffuse nella società ben prima che il capitale, trasformata in merce ogni risorsa, materiale e immateriale, del pianeta, entrasse in una fase autodistruttiva trascinando con sé in una rovinosa caduta ogni forma di vita. Oggi ben poco è rimasto di quell’immaginario. Il concetto di energie alternative è stato spazzato via dal concetto rassicurante e moderno di “energie rinnovabili”: non più solare in alternativa al fossile, ma solare in aggiunta al fossile e presto al nucleare. Non più un mondo sostenibile basato sulla parsimonia e sul rispetto degli equilibri della natura, ma la corsa sfrenata per depauperare le risorse naturali e gli ecosistemi, impoverire e annichilire l’umanità e portare il pianeta verso un punto di non ritorno oltre il quale gli equilibri climatici e ambientali saranno irreversibilmente compromessi. In questo quadro gli scenari di guerra e la corsa al riarmo sembrano sancire in maniera sprezzante questa tragica tendenza. Anche il tempo non gioca più “a nostro favore” perché in un sistema globale ormai squilibrato, innumerevoli fattori di natura fisica, economica e sociale agiscono in maniera sinergica fra loro e concorrono a rendere estremamente rapidi e profondi i processi di trasformazione e degrado degli equilibri ambientali, sociali e geopolitici determinando scenari di estrema complessità. Il collasso climatico, già pienamente operante in questo nostro tempo, si presta ad essere un ottimo esempio di come un sistema altamente complesso e altamente perturbato che evolve con crescente velocità non possa essere governato con risposte semplici o strategie dilatorie che rinviano sine die la necessaria, radicale trasformazione dei sistemi economico-sociali globali. Tuttavia non sarebbe corretto affermare che i popoli della Terra e le nuove generazioni del terzo millennio siano solo spettatori impotenti dello scempio. Le forme possibili di resistenza con le quali affrontare l’era difficile nella quale l’umanità è ormai entrata si manifestano ad esempio nel protagonismo dei popoli nativi che sperimentano pratiche di adattamento basate sulla natura, infinitamente più efficaci del nulla che accompagna le conferenze dell’ONU sul clima. O ancora, con la radicalità dei movimenti giovanili che affermano la centralità e l’urgenza dei temi ambientali e denunciano l’inazione dei governi e per questo spesso subiscono pesanti forme di repressione. In questo contesto è importante sottolineare anche il ruolo della società civile, sempre più confusa e impaurita dai molti fattori di crisi globale ma talvolta capace di tutelare i frammenti di natura presenti nelle città e di creare reti di solidarietà sociale per contrapporsi alle opere di sfruttamento e devastazione del territorio. La strada che, generazione dopo generazione, l’umanità dovrà percorrere per evolvere in equilibrio con i sistemi naturali dovrà essere ispirata da una solida visione scientifica e olistica per comprendere e assecondare la natura non lineare e complessa dell’ecologia. Diversamente, tutte le semplificazioni e i riduzionismi che hanno caratterizzato la nascita e la crisi delle società moderne continueranno a spingere verso la catastrofe. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: la presunzione che l’Uomo si possa erigere al di sopra della natura, dominarla e piegarla alle proprie ambizioni e ai propri interessi; la convinzione che la tecnologia sia in grado di arginare gli squilibri ambientali e, insieme alla repressione e alla guerra, le emergenze sociali; l’illusione che l’energia nucleare sia la risposta, semplice e pulita, ai problemi energetici, senza considerare che non è di più energia che l’umanità ha bisogno ma di parsimonia, sostenibilità e distribuzione equa delle risorse. Sono esempi di quanto sia devastante una cultura di potere, riduzionista e pseudo scientifica, che non ammette che in ogni suo aspetto il mondo sia regolato in definitiva dalle leggi della complessità e dell’ecologia. È con queste convinzioni che abbiamo iniziato un viaggio per conoscere la biodiversità di una piccola area naturale protetta, perché anche in un avamposto periferico come il parco di Aguzzano di Roma è possibile ritrovare tutti i temi del conflitto socio-ambientale di questa nostra epoca. Tutelare gli ecosistemi è una precisa e forte presa di posizione politica che si unisce alle istanze solidaristiche, ai diritti dei popoli, al ripudio della guerra e del riarmo, alla necessità di redistribuire equamente le risorse. In definitiva al lungo, incessante e travagliato cammino verso una società equa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mondo in un parco proviene da Comune-info.
Il territorio, filo dopo filo
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Cooperativa sociale Magliana Solidale di Roma -------------------------------------------------------------------------------- Afferra il filo con una mano e, con l’altra, l’uncinetto. L’uno sembra chiamare l’altro, e senza sapere bene come ti ritrovi presto a intrecciare non solo fili colorati, ma anche le storie delle persone che li attraversano. “Fili e Trame – per una maglia solidale di comunità nel Municipio XI di Roma” è un progetto che si svolge nei quartieri Marconi (presso il centro anziani di quartiere Amici del Sorriso), Magliana (nella sede della cooperativa Magliana Solidale) e a Colle del Sole (presso l’IC Santa Beatrice, il Bar 39 ed altre sedi del territorio) del Municipio XI. Pensato come un’occasione per rompere la solitudine degli over 60 e imparare cose nuove, è diventato per molte persone un momento atteso con cui ri-cominciare a intrecciare la propria vita con quella di altri. Fili & Trame è centrato sulla pratica benefica e socializzante del lavoro a maglia, dove ogni partecipante (chiamato Magliante) ritrova un proprio spazio di attività unito al piacere di contribuire per uno scopo sociale, perché può conoscere da vicino alcune realtà che si occupano di persone fragili e perché un pomeriggio a settimana può donare ai loro ospiti i prodotti del laboratorio di maglia. Le diverse realtà territoriali che partecipano (come l’associazione “La lampada dei desideri” e “Salvamemme”), dopo la firma di un Patto di Collaborazione, raccontano ai Maglianti la loro attività e capiscono insieme quali manufatti potranno essere lavorati e donati per l’utilità degli ospiti. Comincia poi il lavoro vero e proprio dedicato all’immaginazione, ai colori, alle forme, alle idee e alla magia delle mani che trasformano gomitoli in opere d’arte. Inevitabilmente il lavoro a maglia è un momento per raccogliere vissuti diversi e per favorire la conoscenza tra persone dello stesso territorio. A volte è come salire su un sentiero di montagna: senti lo sforzo, i pensieri che si fanno strada, vogliono essere ascoltati e considerati. Del resto non siamo abituati a incontrare la fragilità, o meglio non tutti abbiamo modo di conoscerla e di viverla da vicino e come occasione di crescita, di vicinanza affettiva ed emotiva. Nel lento procedere ciascuno prende spazio. In un messaggio diffuso sul gruppo WhatsApp qualcuno scrive: “Quanto mi manca lo spazio del laboratori. Ero partita così bene, volevo conoscere C. e le altre signore per allontanare un po’ la solitudine e ritrovare la gioia, scambiarci lavori, parole, confidenze, stare in compagnia ma, purtroppo, mi sono dovuta fermare. Ora sto facendo controlli, visite e non so che altro mi aspetta… Speravo tanto di passare il mio compleanno in vostra compagnia, lo avevo detto anche ad A., c’è tempo ancora, vedremo. Vi abbraccio tutte”. Di certo bastano un paio di incontri per muovere le prime relazioni: chiedere un passaggio, scambiarsi un’idea, cercare un consiglio, darsi appuntamento per il giorno del laboratorio… Abbiamo tutti bisogno di un comunità di quartiere. Lo dimostrano anche i diversi giovani che si sono avvicinati al progetto (finanziato con l’Otto per Mille della Tavola Valdese). Accogliere gli imprevisti è un passaggio automatico di questo tipo di percorsi. Michele, ad esempio, ha sempre accompagnato la moglie, fotografando gli incontri del lavoro a maglia con il suo smartphone. Un giorno qualcuno gli ha chiesto: “Ma tu che facevi prima di andare in pensione?” “Il meccanico”. “Ma allora sai smontare e rimontare le cose?” “Certo”. “E vorresti farlo per gli altri?” “Perché no?”. È nato così la figura del “Sostenitore” e i primi sono già attivi: si tratta di persone con diverse capacità che sostengono il percorso mettendo in comune tempi e saperi, come a Colle del Sole dove è stato avviato uno Spazio Repair Cafè grazie alla disponibilità di un primo volontario che si è reso disponibile ad aggiustare oggetti e giochi per l’associazione “Salvamamme”. C’è chi decreta che senza la bussola del profitto i legami sociali siano destinati a perdersi. Ma questo lembo di periferia romana smentisce l’oracolo. Qui basta un gesto minimo, un punto d’uncinetto scelto come principio — catenella, maglia bassa, mezza maglia, maglia alta — e il futuro comincia a tessersi da sé. Il resto lo rivela il territorio, filo dopo filo. -------------------------------------------------------------------------------- È possibile seguire il progetto Fili & Trame su https://www.facebook.com/magliana.solidale (tel. 347 2880514 oppure e-mail filietrame.magliasolidalecom.@gmail.com). -------------------------------------------------------------------------------- Chiara Cammarata è educatrice professionale e coordinatrice del progetto Fili & Trame. Franco Violante, sociologo, è progettista per la Cooperativa Magliana Solidale -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI DANIELA DEGAN: > Alfabeti per mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il territorio, filo dopo filo proviene da Comune-info.
Común
PENSARE E PRATICARE IL COMUNE, CON TENTATIVI ED ERRORI, OGGI VUOL DIRE RESISTERE ALLA GUERRA CHE OVUNQUE DISTRUGGE LA VITA. PENSARE E PRATICARE IL COMUNE, CON TENTATIVI ED ERRORI, SIGNIFICA RESISTERE ALLO STROMBAZZATO PROGRESSO/SVILUPPO, CHE SI È SEMPRE TRADOTTO IN VIVERE BENE PER UNA MINORANZA DI PERSONE DEL MONDO. VUOL DIRE SMETTERE DI SACCHEGGIARE MADRE TERRA, MA ANCHE COSTRUIRE SPAZI COLLETTIVI PER DIALOGARE E ORGANIZZARCI E ROMPERE COSÌ L’APATIA E L’INDIFFERENZA. PENSARE E PRATICARE IL COMUNE, CON TENTATIVI ED ERRORI, PER LE COMUNITÀ INDIGENE È PRIMA DI TUTTO MEMORIA DELLE LOTTA DI RESISTENZA E DI AMORE PER LA VITA CHE PER SECOLI I POPOLI HANNO PROTETTO. “PERCHÉ CON TENTATIVI ED ERRORI? PERCHÉ TUTTI PORTIAMO CHIP DI PRATICHE PATRIARCALI E INDIVIDUALISTE… NON POSSIAMO RINUNCIARE A PROTEGGERE E GUARIRE LA CASA DI TUTTE E DI TUTTI CHE È MADRE TERRA – SCRIVE MARÍA ELENA AGUAYO HERNÁNDEZ – SENZA DI ESSA NON POSSIAMO ESSERE. COME NON POSSIAMO ESSERE, SE NON SIAMO IN COMUNE…” -------------------------------------------------------------------------------- Foto El Tekpatl -------------------------------------------------------------------------------- Il comune. Che significa? Quali radici remote collegano queste due parole? Come capirle e ri-significare nella geografia in cui abito? Chi, chi rende possibile il comune? Perché è necessario capirlo e praticarlo? Chi si oppone al comune e perché? Mi colpisce o mi giova il comune? Guerre e ancora guerre è la storia dell’umanità. Guerra che distrugge la vita. Guerra che trasforma il paesaggio. Guerra che distrugge la comunità. Guerra che lascia conseguenze irreparabili sia fisiche che psicologiche nell’individuo. Guerra che rompe il tessuto sociale. Guerra che schiavizza. Guerra che cancella l’identità degli individui. Guerra che avvelena. Guerra che sottomette, impone e costruisce esseri sottomessi, obbedienti e paurosi. Guerra che giova a un piccolo gruppo di umanità; coloro che vivono nell’opulenza, in modo lussurioso, volgare, immorale e decadente. Guerra che nonostante tutta la sua crudeltà non ha potuto cancellare il comune; perché è memoria di lotta di resistenza di Amore per la Vita. Memoria dei popoli originari che lo hanno saputo conservare com’era; prima della guerra che ha spogliato, saccheggiato, ucciso e in nome del dio della guerra ha imposto un prepotente. Il comune non è stato cancellato; i popoli millenari lo hanno saputo curare e preservare come un seme. L’hanno depositato attraverso il baratto, la tequio (il lavoro collettivo gratuito diffuso nelle comunità zapatiste, ndr); affinché donne e uomini lo proteggano; lo risignifichino, lo nutrino con nuove conoscenze e pratiche. Perché il comune sarà diverso ma uguale a quello che hanno vissuto i nostri antenate e antenati che hanno camminato, resistito e difeso la vita. C’è stato un tempo lontano in cui la casa era di tutte e di tutti; perché l’umanità viveva in piccole comunità dove il comune portava beneficio a queste perché tutte e tutti lavoravano per garantire ciò che la comunità richiedeva. Ma un piccolo gruppo, che invidiava e bramava, voleva possedere più degli altri e attraverso la menzogna e l’inganno, ha convinto gli altri che il piccolo gruppo era stato scelto da presunti dei per essere i privilegiati. Non tutti sono stati convinti da questa farsa ed è stato allora che sono stati aggrediti con la violenza, gli aggressori hanno portato i frutti del lavoro di donne e uomini a proprio vantaggio. Il comune è stato vietato, per dare posto alla proprietà privata che favoriva i presunti scelti dagli dei. Così la religione e la guerra si sono imposte nella società. C’è stato allora chi ha stabilito le regole, poi le leggi che imponevano la proprietà privata come il diritto di pochi e l’obbedienza e l’obbligo del lavoro per molti. In un tempo il dio della guerra e il suo rappresentante sulla terra come sovrano hanno espanso la guerra in tutto il pianeta Terra; così come oggi gli stati più potenti. Leggi, accordi e trattati sono serviti a garantire lo spoglio dei popoli originari che non hanno smesso di resistere e difendere il loro territorio ancestrale come la Palestina, come i popoli originari di Aya Yala. Viviamo forme patriarcali sistemiche come il capitalismo che depreda i corpi umani; per generare ricchezze, corpi che una volta spremuti ed esausti vengono gettati via. Proprio come depreda la casa di tutte e tutti; cioè Madre Terra; quella che è stata voracemente sfruttata, saccheggiata per costruire progetti, per fabbricare armi per la guerra; per l’industria che genera prodotti che sono merci che hanno inondato il pianeta con migliaia di tonnellate di spazzatura che inquinano; terra, aria e acqua. E tutto questo per cosa? Per mantenere i lussi estremi di una minoranza della società che non può soddisfare il suo bisogno di possedere di più; per avere una vita sterile, vana, lussuriosa e immorale. Perché ha un vuoto profondo che rafforza la sua individualità, il suo egocentrismo; perché non capisce cosa significa la Vita e la sua enorme diversità. Per questo pensare il comune, praticarlo con tentativi ed errori significa resistere allo strombazzato “progresso” e/o “sviluppo” che non è altro che la morte. Perché praticare il comune con tentativi ed errori? Perché siamo stati costruiti per servire il sistema; e in noi e noi portiamo chip di pratiche patriarcali, misogine, individualiste, sessiste… e altre taras sistemiche. Così anche la tv e i social network sono serviti a massificare la popolazione. Il sovraccarico di informazioni è così opprimente che le persone si scoraggiano e l’apatia e l’indifferenza permeano la popolazione. Una consapevolezza critica, riflessiva e costruttiva è essenziale. Dobbiamo costruire spazi collettivi per organizzarci, dialogare, raggiungere accordi e agire. Non possiamo accettare la guerra come una via d’uscita; non possiamo accettare più pandemie di quelle che già abbiamo; non possiamo accettare di normalizzare il traffico di droga e l’arruolamento di centinaia di giovani come opzione di fronte alla mancanza di opportunità; non possiamo normalizzare le sparizioni e le centinaia di fosse clandestine; non possiamo accettare un’ulteriore distruzione della natura a vantaggio delle imprese; non possiamo rinunciare al diritto di Verità e Giustizia né alla difesa del territorio-acqua; non possiamo rinunciare al diritto di vivere bene; né alla costruzione di autonomia. Non possiamo rinunciare a difendere, proteggere e guarire la casa di tutte e di tutti che è Madre Terra; quella che ci accoglie, quella che ci nutre e quella che ci allevia. Senza di essa non possiamo essere; come non possiamo essere, se non siamo noi in comune. -------------------------------------------------------------------------------- Maria Elena Aguayo Hernández, Città del Messico -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato in rete da El Tekpatl, spazio di comunicazione indipendente (e qui con l’autorizzazione di El Tekpatl e dell’autrice) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Cinque giorni di piramidi, storia, amore e anche disamore -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS: > Fare in comune -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Mettiamo in comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Común proviene da Comune-info.
Contro il genocidio culturale
Nel gran disordine mondiale, dove prevale il diritto della forza contro la forza del diritto, la forza contro la ragione, Gaza, la Palestina sono sono scomparse da notizie e commenti. Eppure a Gaza il genocidio continua: oggi 9 gennaio 2026 sono ripresi i bombardamenti. Nel corso della cosiddetta “tregua” sono stati uccisi centinaia di palestinesi, donne, uomini, bambini. La lotta per sopravvivere avviene tra tempeste, allagamenti, bufere che sradicano le tende, morte per freddo. Ma è sorprendente la capacità di resistenza civile, che merita attenzione, ammirazione e solidarietà. Per questo Cultura è Libertà, in collaborazione con l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico le dedica, presso il Polo Civico Esquilino a Roma, la prima iniziativa dell’anno 2026: “LA SFIDA DI GAZA. Resistere al presente guardando al futuro”, per far conoscere e sostenere due campagne di solidarietà: Scuole sotto le tende promossa da ACS; formazione per giovani aspiranti cineaste, promossa dal Gaza International Film Festival for women’s cinema, in preparazione della sua seconda edizione. La prima si è svolta a Gaza nell’ottobre 2025. > La sfida di Gaza Dal 7 ottobre 2023 a maggio 2025 a Gaza più di 12.000 studenti sono stati uccisi dagli attacchi di Israele, 24 mila  feriti, uccisi 730 lavoratori e lavoratrici della scuola e delle università. Anche tra chi sopravvive, 625 mila ragazze e ragazzi non hanno più accesso all’istruzione, tutte le 12 università e gli istituti di istruzione superiore sono stati distrutti.  (https://www.rovepace.org/; scolasticidio)  Un rapporto redatto dall’Università di Cambridge analizza per la prima volta la situazione educativa dell’intero popolo palestinese dal 7 ottobre 2023, e conclude che, a Gaza, a prescindere dal cessate il fuoco, l’invasione dell’esercito israeliano ha quasi del tutto cancellato il diritto allo studio e persino l’identità stessa, dei bambini. (fonte Focus.it) Il termine “scolasticidio”, coniato oltre un decennio fa da Karma Nabulsi (ricercatrice e docente palestinese-britannica, Università di Oxford), descrive la distruzione sistematica di scuole, università e infrastrutture educative. Quanto sta accadendo a Gaza non è una risposta eccezionale a un singolo evento, ma l’intensificazione di pratiche attuate da Israele per decenni. L’educazione come forma di resistenza: Scuole sotto le tende Nonostante la distruzione, educatori/trici e famiglie a Gaza cercano di mantenere un minimo livello di istruzione. Non è solo sforzo educativo, ma una forma di resistenza contro la violenza che cerca di derubare la popolazione di dignità e futuro. L’istruzione è uno strumento per il mantenimento dell’identità palestinese, combattuta da oltre 70 anni. Come ha affermato uno studente di Gaza: “Studiamo non per il lusso di sognare, ma perché è l’unico mezzo che abbiamo per gridare che ci meritiamo di vivere.” Per questo sono in corso campagne di sostegno al diritto all’istruzione, tra cui quella della Associazione di Cooperazione e Solidarietà (ACS) a cui partecipiamo: Scuole sotto le tende. Le Scuole-Tenda sono luoghi di speranza e resistenza : spazi dove trovare protezione, sostegno psicologico e attività educative.  Questa campagna verrà presentata da Meri Calvelli Cinema a Gaza: coraggio e testimonianza. Formazione per 20 giovani aspiranti cineaste Cultura è Libertà con un network internazionale di altre associazioni, dall’inizio del 2025, ha sostenuto la realizzazione del Festival del cinema delle donne a Gaza, ideato e realizzato da Ezzeldeen Shahl, critico cinematografico e regista, la cui determinazione ha travolto lo scetticismo! E il Festival si è svolto nell’ottobre 2025! La seconda edizione è in preparazione e prevede, dalla primavera, anche un progetto di formazione di 20 giovani aspiranti cineaste: “Through Their Lenses”.  Il programma prevede di fornire alle giovani partecipanti competenze essenziali in sceneggiatura, cinematografia e montaggio. Produrranno cortometraggi che raccontano le loro esperienze di vita, vissute in un periodo di sfollamento, distruzione, lotta per la sopravvivenza. Le giovani donne saranno non solo soggetti di rappresentazione, ma produttrici di conoscenza e narrazione visiva. “Mi impegno a realizzare questa iniziativa perché credo nel potere trasformativo di una telecamera impugnata da una ragazza che ha perso la sua casa, la sua famiglia, eppure insiste nel parlare.” (Ezzeldeen Shahl) Monica Maurer presenterà l’iniziativa e il cortometraggio Exception che l’accompagna Nel corso della iniziativa interverrà anche Yasmine Aljarba, artista di Gaza adesso a Milano, collaboratrice di Cultura è Libertà, oltre che socia onoraria! E’ autrice della bella immagine della tessera 2026, sulla locandina . Verranno proiettati anche i cortometraggi da Gaza: The bus driver e Drawing for better dreams. L'articolo Contro il genocidio culturale proviene da Comune-info.
L’immaginario e il comune
IL CAPITALISMO, CHE OGGI RENDE PIÙ VISIBILE IL SUO LEGAME NON OCCASIONALE CON LA GUERRA, RESTA PRIMA DI TUTTO IL RISULTATO DI UN IMMAGINARIO BEN RADICATO. L’ECONOMIA HA PRESO IL POSTO DELLA RELIGIONE. C’È DAVVERO BISOGNO DI PRATICHE CHE METTANO IN CONTO LA DECOLONIZZAZIONE DI QUESTO IMMAGINARIO: LA DISCUSSIONE DA TEMPO IN CORSO SUL CONCETTO DI COMUNE (COMÚN, COMMONING) VA IN QUELLA DIREZIONE. SI TRATTA PRIMA DI TUTTO DI IMPARARE A VEDERE CIÒ CHE GIÀ ACCADE AI MARGINI: NELLE RETI DI PROTESTA, DI CONFLITTUALITÀ E DI SOLIDARIETÀ, NELLE FORME DI MUTUALISMO, NELLE PRATICHE AGROECOLOGICHE, NEI TENTATIVI CHE CERCANO DI OLTREPASSARE LA DICOTOMIA MATERIALE/SPIRITUALE, MA SEMPRE PIÙ SPESSO NELLE “ARCHE-RIFUGIO”, COME LE CHIAMA ZIBECHI, UTILI PER PROTEGGERSI DURANTE LA TEMPESTA. LA DOMANDA ALLORA, SCRIVE FEDERICO BATTISTUTTA, È: QUALI GESTI, QUALI NARRAZIONI, QUALI FORME DI ATTENZIONE PERMETTONO A QUESTE ESPERIENZE DI NON ESSERE RIASSORBITE DAL REALISMO CAPITALISTA? Murales di Felice Pignataro, tra i fondatori del Gridas di Scampia (oggi a rischio sgombero), realizzato a Bari nel 1997 -------------------------------------------------------------------------------- Quando guardiamo qualcosa non vediamo solo case, fiumi, strade, alberi, negozi, automobili, computer…, ma stiamo anche osservando le relazioni che le hanno costruite – relazioni tra umani, tra umani e non umani. A loro volta, queste relazioni non sono l’espressione di puri e semplici atti e transazioni sociali, non hanno quell’apparente naturalità e immediatezza a cui si è tentati di pensare, ma sono il risultato alquanto intricato della messa all’opera di qualcosa meno evidente: l’immaginario sociale. L’immaginario – seguendo in ciò le riflessioni di Cornelius Castoriadis – non è un di più, una rappresentazione mentale tutto sommato poco significativa, ma è la matrice generativa di ogni fenomeno sociale, a cominciare dalle istituzioni economiche e politiche, così come della stessa soggettività. In altre parole, l’immaginario è ciò che rende possibile la creazione di immagini, forme, simboli, significati, norme, istituzioni; in breve, è alla base della produzione di mondi. Ciò che siamo soliti chiamare “realtà” è l’esito non solo di processi biologici (i nostri sensi, lo sappiamo, captano solo una minima porzione degli stimoli fisici), ma anche della loro costante interazione con processi sociali con cui elaboriamo, tramite il linguaggio, mappe cognitive per orientarci nel mondo attraverso simboli e istituzioni nelle loro varie forme. Si tratta, alla fine, di una macchina performativa attraverso la quale si produce e si legittima uno specifico sistema storico di rappresentazioni, vale a dire un complesso di discorsi e di pratiche che fanno in modo che una società decida ciò che è lecito, vero e reale. Quando Mark Fisher, parlando di realismo capitalista, diceva che era più facile immaginare la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo voleva indicare proprio questo. Il capitalismo, in particolare nella sua versione neoliberale, è il risultato di un immaginario ben radicato, una sorta di seconda pelle che plasma la percezione di sé e del mondo, strutturato su una serie di valori astratti – quali il profitto, l’efficienza, la produttività, la crescita, la concorrenza – istituito veicolando una sequenza di simboli, come il denaro, la contabilità, gli indicatori economici, i dispositivi finanziari e così via. Il celebre mantra di Margaret Thatcher – There is no alternative –, subito adottato da altri politici, intendeva ribadire ciò, celebrando in questo modo il trionfo del sogno capitalista come migliore dei mondi possibili. Qualcuno si ricorderà che in quegli stessi anni c’era pure chi andava sproloquiando di fine della lotta storica fra sistemi politici e, di conseguenza, di fine della storia, alludendo a un futuro radioso. Si era negli anni Novanta e fu, tutto sommato, un’epoca con un’ebbrezza di breve durata, se guardiamo lo scenario di venti di guerra che aleggiano da ogni parte. Sta diventando evidente una di quelle verità che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi: il nesso tra capitalismo e guerra; non come evento occasionale o un malaugurato incidente di percorso, ma espressione della dinamica stessa con cui la macchina capitalista tende a riprodursi espandendo la sua logica, attraverso conflitti per modellare nuove egemonie e ridefinire strutture economiche, politiche e monete globali. D’altro canto, lo stato che avrebbe dovuto guidare l’umanità verso il sogno neoliberale si trova da tempo impelagato in un debito pubblico e privato da capogiro, con disavanzi annuali sempre più significativi, sollevando dubbi a livello globale sulla sua sostenibilità fiscale. E con una popolazione, al suo interno, in cui è sempre più presente sia la povertà assoluta (homeless, insicurezza alimentare e sanitaria) che quella relativa, con la diffusa consapevolezza di una retrocessione in atto verso le aspettative dell’american way of life, inducendo un disagio psichico, non più classificabile come disturbo individuale, ma, come affermava sempre Mark Fisher, vero e proprio sintomo sistemico di un fenomeno sociale e politico. Religione e stregoneria del capitale Credo che pochi oggi contesteranno il fatto che nella società capitalista l’economia ha preso il posto della religione. L’economia costituisce ormai un vero e proprio campo sacralizzato: non si può toccare, né mettere in discussione, è letteralmente incontestabile. Su ciò Walter Benjamin era stato lungimirante quando, negli anni Venti, descriveva il capitalismo come una religione: dopo essersi sviluppato “parassitariamente sul cristianesimo”, il capitalismo aveva assunto le sembianze di una religione sui generis, rispondendo “all’appagamento delle stesse ansie, pene e inquietudini alle quali un tempo davano risposta le cosiddette religioni”. Il culto capitalista, dice Benjamin, è privo di tregua, non prevede giorni di riposo, né interruzione alcuna, in quanto la totalità del tempo di vita si trova coinvolta nella valorizzazione del capitale. Di conseguenza, è un culto che non conosce redenzione, perché non garantisce appagamento, ma lo differisce costantemente dentro la catena di produzione-consumo, generando così frustrazione e una condizione di colpa permanente, senza speranza di riscatto. Detto altrimenti: il capitalismo non può arrestare la sua espansione, pena il suo stesso fallimento, ma deve essere in grado di generare altro capitale attraverso una continua colonizzazione e mercificazione del tempo e dello spazio, con tutto quello che ne consegue. Più recentemente Isabelle Stengers – siamo negli anni della WTO a Seattle e del G8 a Genova – ha parlato del capitalismo come stregoneria. Non si tratta di metafora (come non lo era del resto per Benjamin), ma di una descrizione chirurgica del funzionamento del modello neoliberale. Il capitalismo agisce non come un sistema razionale, ma come macchina magica di cattura e, come nelle pratiche magiche, si muove “a distanza”, senza apparente violenza diretta, ma è pervasivo, trasforma lentamente desideri, affetti e aspettative. La sua logica funziona perché incanta e ingabbia, arrivando a penetrare l’immaginario, alterando in questo modo la percezione del possibile, creando dipendenza e convincendo che non vi sono alternative praticabili. Allora, se dietro il raziocinio della narrazione neoliberale si cela un immaginario che ha prodotto una religione colpevolizzante e una magia disturbante, c’è davvero bisogno di una pratica che metta in conto la decolonizzazione di questo immaginario sociale per produrre un differente sistema di simboli come orizzonte di riferimento. Tra mito e spiritualità Dinanzi alla cosmologia neoliberale – che isola le soggettività in funzione dell’imprenditoria del sé, dissolvendo ogni forma di cura collettiva, distruggendo la dimensione rituale che accompagna il vivere sociale – la discussione da tempo in corso sul comune (common, commoning, commonwealth …) si colloca nella prospettiva della costruzione di un nuovo immaginario, dal momento che l’orizzonte è la totalità della vita, la ricostituzione dell’essere sociale e singolare dell’umano dentro il sistema ecologico in cui vive, rompendo con un’antropologia riduzionista, funzionale alla riproduzione della forma-lavoro e della forma-stato. Anche in una fase non certo offensiva come questa, in cui il comune si configura per lo più come rifugio, come un’arca di contenimento – come lo chiama Raúl Zibechi – per navigare e galleggiare nella tempesta, l’orientamento richiede energici ampliamenti di sguardi, verso corpi, affetti, cura, relazioni, territori, tempo, linguaggi, immaginazione. Non solo, non può arrestarsi alla sfera umana, invocando al contrario un’ontologia relazionale in cui la vita è sempre vita-con. Con la terra, con l’acqua, con gli animali non umani, con cicli stagionali e ritmi cosmici, con il mistero della vita che sostiene la vita. Tutto ciò implica un immaginario sociale in grado oltrepassare la dicotomia materiale/spirituale con gli -ismi che ne derivano (materialismo vs. spiritualismo), incorporando – come sostiene anche Ana Cecilia Dinerstein – lo spirituale e il mitico nella nuova intenzione liberatrice, non come dogmi o principi astratti, ma come utensili da maneggiare per permettere di mantenere aperto l’orizzonte, narrazioni che riscaldano, rendendo abitabile l’inedito, sottraendolo al contempo a ogni impresa normalizzatrice. Ed è ciò su cui hanno riflettuto gli zapatisti nel semillero svoltosi a fine dicembre, sottolineando la necessità di una profonda trasformazione interiore come prerequisito per la costruzione del común. A ben vedere nel Chiapas vediamo infatti esprimersi una spiritualità implicita, diffusa, incorporata nei modi di vivere, pensare, narrare e decidere, presentandosi come un’etica cosmica immanente, dove la terra è viva ed è relazione, dove l’umano è co-dipendente dal non umano. Qui spiritualità e mito non sono residui arcaici, né un’aggiunta superflua, ma parte integrante di una politica dell’immaginazione: se la sacralità neoliberale scandisce velocità, produttività, urgenza, competizione e crescita infinita, la cosmovisione zapatista contrappone lentezza, cura, cooperazione, attesa e ciclicità. In altre parole una modalità che è al contempo una forma di resistenza politica e spirituale. Domandare camminando Il riferimento al Chiapas e allo zapatismo si ferma qui, non intende rischiare l’enfasi, nella consapevolezza che abitiamo altre latitudini con emergenze declinate in maniera differente. Del resto il riferimento va a un metodo da mettere alla prova, non a un modello a cui conformarsi. Lo stesso motto “preguntando caminamos” coincide, parola per parola, con l’idea di una pratica come processo di ricerca, non come mera applicazione di un programma. Allora, come articolare nella pratica un immaginario sociale radicalmente alternativo nel nostro Primo Mondo, in questo Vecchio Continente (sempre più vecchio) e, in particolare in quel piccolo ritaglio, ormai sempre più ai confini dell’impero, in cui si parla la lingua italiana? Come aprire e allargare anche qui le crepe nel realismo capitalista? Come riconoscere e potenziare quei frammenti di comune che già affiorano sotto la superficie dell’esistente? Dove si annidano, oggi, le forme di cooperazione sociale, di cura, di relazione non competitiva e non estrattiva? Come tracciarle e intrecciarle? Quali esperienze – spesso invisibilizzate o marginalizzate – stanno già producendo un’altra distribuzione del sensibile, un’altra percezione del tempo, un altro vocabolario del possibile e dell’impossibile? Il problema non è la creazione ex novo, ma imparare a vedere ciò che già accade ai margini: nelle reti di protesta, di conflittualità e di solidarietà, nelle economie della reciprocità, nelle forme di mutualismo, nelle pratiche agroecologiche, nelle piccole comunità che producono senso e nelle ritualità (laiche e spirituali) che rispondono al bisogno di appartenenza senza ricadere in identitarismi. Che tipo di trasformazione soggettiva richiede, a ciascuno di noi, la possibilità del comune? Quali gesti, quali narrazioni, quali forme di attenzione permettono a queste esperienze di non essere riassorbite dal realismo capitalista? Non si tratta qui di pianificare a tavolino un programma, né attendere passivamente condizioni ideali, ma tentare di trasformare questo mondo trasformando noi stessi sapendo leggere e sostenere le dinamiche già in corso, offrendo riparo a ciò che nasce fragile, nutrendo ciò che ha bisogno di tempo per crescere. Insomma, affrontare insieme la tempesta in corso. In questo senso, l’immaginario è una pratica da coltivare, un lento lavoro di ri-abitare il mondo, un esercizio quotidiano per rendere visibile ciò che oggi sembra impossibile. E le domande restano aperte, e probabilmente é bene che sia così, perché l’immaginario e il comune non possono trovarsi rinchiusi in formule, perché il cammino stesso è un continuo processo di apprendimento, di costruzione e di riparazione. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INTERVISTA DI GIANLUCA CARMOSINO E STEFANIA CONSIGLIERE: > Perché è difficile riconoscere mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’immaginario e il comune proviene da Comune-info.
Movimenti e popoli di fronte all’offensiva della morte
IL MONDO BRUCIA. PER RAÚL ZIBECHI CI SONO TRE CHIAVI DI LETTURA. LA PRIMA: TRUMP NON È PAZZO, RAPPRESENTA GLI INTERESSI DELLE GRANDI IMPRESE. LA SECONDA: LA TEMPESTA IN CORSO, COME LA CHIAMANO GLI ZAPATISTI DAL 2015, È FATTA DI GUERRE, CRISI AMBIENTALE E CAOS. LA TERZA, PIÙ DELLE ALTRE, CHIAMA A PENSARE E AD AGIRE INSIEME: COSA FARE ORA CHE SAPPIAMO NON ESISTE UN DIRITTO INTERNAZIONALE? “SE SIAMO ORGANIZZATI, ABBIAMO UNA POSSIBILITÀ DI SOPRAVVIVERE. CIÒ IMPLICA AVERE RIFUGI COLLETTIVI, RISERVE COLLETTIVE E AUTONOME, IN GRADO DI GARANTIRE ACQUA, CIBO, SICUREZZA E SALUTE ALLE NOSTRE COMUNITÀ. IL FUTURO DIPENDE ESCLUSIVAMENTE DA NOI. NESSUNO CI SALVERÀ…” Foto di Mohamed Alamarin, cuoco, che un anno fa ha messo in piedi una cucina mobile a Gaza e insieme a una piccolo gruppo di persone (supportate da SOS Gaza) gira i vari campi con fornelli, pentole e cibo -------------------------------------------------------------------------------- Non c’è niente di meglio che affrontare la realtà a testa alta, senza giri di parole o scuse, guardando il mostro in faccia per decidere la strada dei movimenti di base e dei popoli disposti a resistere. Se lo facessimo, concluderemmo che l’impero agisce in modo molto simile al narcotraffico: minacciando, corrompendo e attaccando vigliaccamente per appropriarsi dei beni collettivi di comunità e popoli. Ecco perché il narcocapitalismo o capitalismo criminale – ormai sinonimi – deve essere compreso in modo olistico, senza separarne le varie sfaccettature. Ciò che è accaduto con l’attacco al Venezuela rappresenta una svolta che trascende l’amministrazione Trump, poiché l’impero ha deciso di perseguire la strada del dominio incontrollato della regione nel tentativo di contenere il suo inarrestabile declino, nella speranza di affrontare la Cina da un Occidente sotto il suo controllo. Ma la questione centrale, dal mio punto di vista, è come questa nuova realtà influenzi i movimenti e i popoli, cosa possiamo aspettarci d’ora in poi e come possiamo agire per limitare i danni, per sopravvivere collettivamente a un nemico – il capitalismo – che aspira ad annientarci per impossessarsi dei beni comuni. Il genocidio palestinese è lo specchio in cui ci vediamo, che ci permette di comprendere gli obiettivi del sistema. Il primo punto è che Trump non è pazzo. Rappresenta gli interessi delle grandi imprese e dello Stato, e il gruppo al potere ha l’unica strategia ragionevole per la sopravvivenza dell’impero: non combattere direttamente con Cina e Russia, lasciare che controllino rispettivamente Asia ed Eurasia e concentrarsi sul controllo dell’Occidente e, soprattutto, del proprio territorio. Da lì sperano di resistere all’ascesa della Cina, controllando il petrolio e i petrodollari, le terre rare e i minerali del nostro continente. Chiunque venga dopo Trump, questa politica, delineata nella recente Strategia per la Sicurezza Nazionale, non cambierà. In secondo luogo, la sfida per i movimenti e i popoli è enorme, così grande che non siamo in grado di invertirla o fermarla nel breve o medio termine. Questa è la tempesta contro cui l’EZLN ha lanciato l’allarme almeno dal 2015, quando ha tenuto il seminario “Pensiero critico di fronte all’idra capitalista”. Le guerre per l’egemonia globale sono una parte centrale di questa tempesta, a cui si aggiungono la crisi ambientale e il caos che, insieme, devasteranno gran parte dell’umanità. Il nostro primo dovere è comprendere che ci troviamo nella prima fase di questo disastro, il cui inizio possiamo collocare a Gaza e ora in Venezuela, sapendo che l’impero ha puntato gli occhi su Colombia, Cuba e Messico, ma anche sulla Groenlandia, come emerge chiaramente dalle ultime dichiarazioni di Trump (leggi anche America latina: un continente esposto e sulla difensiva). La terza domanda è cosa faremo ora che sappiamo che non esiste un diritto internazionale (leggi anche Sul feticismo del diritto), che organizzazioni come le Nazioni Unite sono diventate irrilevanti e che conta solo la forza militare, la forza bruta, come è accaduto nelle guerre coloniali e nelle due guerre mondiali. Se vogliamo guardare la cosa da un’altra prospettiva, diciamo che siamo nel mezzo di una transizione egemonica e che, storicamente, transizioni di questo tipo hanno comportato guerre tremende. Solo nella Seconda Guerra Mondiale, il bilancio delle vittime ha raggiunto i 100 milioni di persone. Ora il disastro umano sarà molto più grande, poiché le armi sono state perfezionate e nove paesi possiedono già armi nucleari, pronti a usarle. Inoltre, quante vite si aggireranno a causa del disastro climatico e delle migrazioni? Credo che una lezione fondamentale della storia sia che se non siamo organizzati, scompariremo come individui e come nazioni. Se siamo organizzati, abbiamo una possibilità di sopravvivere, e sebbene questa non possa essere garantita, è certamente l’unica vera possibilità che abbiamo. Ciò implica avere rifugi collettivi, riserve collettive e autonome, in grado di garantire acqua, cibo, sicurezza e salute alle nostre comunità. L’altra questione è che il futuro dipende esclusivamente da noi. Nessuno ci salverà. Pertanto, dobbiamo mettere a repentaglio la nostra vita, non per il desiderio di esporci, ma perché non c’è altra scelta. Questo è ciò che hanno fatto, tra gli altri, i popoli del Vietnam, dell’Algeria e di Cuba. Per cacciare gli statunitensi, i vietnamiti hanno pagato con circa 3 milioni di vite, in un paese che all’epoca contava 32 milioni di abitanti. Nella guerra di liberazione nazionale morirono mezzo milione di algerini, su 10 milioni di persone che popolavano il Paese. Non sto cercando di difendere il sacrificio, tanto meno la morte. Allo stesso tempo, la guerra popolare prolungata non funziona più, né eticamente, né politicamente, né militarmente. Questa affermazione merita un ampio dibattito. Voglio semplicemente dire che dobbiamo essere organizzati. Che la tempesta attuale è solo all’inizio e che la parte più dolorosa e brutale deve ancora arrivare. È in gioco qualcosa di serio come la sopravvivenza collettiva. La vita non è qualcosa con cui scherzare. Non dobbiamo giocare con la guerra. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autore -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Movimenti e popoli di fronte all’offensiva della morte proviene da Comune-info.
Spin time è la vita che si contrappone allo sterminio
DICONO CHE PRESTO METTERANNO IN STRADA LE 150 FAMIGLIE CHE VIVONO OGNI GIORNO A SPIN TIME. E ALLORA LORO PROMUOVONO UN’ASSEMBLEA IN STRADA: CENTINAIA DI PERSONE, SABATO 10 GENNAIO, SONO ARRIVATE DA OGNI QUARTIERE E HANNO FELICEMENTE OCCUPATO VIA SANTA CROCE IN GERUSALEMME, ALL’ESQUILINO. SPIN TIME, DICONO, VA PROTETTO PERCHÉ PROTEGGE IL DIRITTO ALL’ABITARE, PERCHÉ È UNA STRAORDINARIA ESPERIENZA DI CONTRASTO ALLA DISPERSIONE SCOLASTICA, PERCHÉ OFFRE UN TETTO A ESPERIENZE SOCIALI FONDAMENTALI PER LA CITTÀ E PER IL MONDO, COME MEDITERRANEA. NEL TEMPO DELLA NECROPOLITICA, SPIN TIME È VITA Foto di Riccardo Troisi -------------------------------------------------------------------------------- Roma, sabato 10 gennaio 2026. La città ha detto No allo sgombero di Spin Time e alle lugubri politiche di sicurezza e repressione del governo Meloni. Migliaia di persone hanno felicemente occupato via Santa Croce in Gerusalemme, all’Esquilino, a Roma, riunendosi in assemblea di fronte all’ingresso dello storico edificio, dal 2013 spazio sociale e abitativo per 150 famiglie. Da ogni quartiere, da ogni realtà sociale, da ogni zona sono oggi affluite migliaia di istanze di cura, di solidarietà, di impegno e di resistenza contro le miserabili trame orchestrate per far scomparire le esperienze più ricche di riqualificazione urbana in città divenute invivibili: “Leoncavallo” a Milano, “Askatasuna” a Torino. Spin Time svolge una essenziale funzione di servizio pubblico, sottraendo famiglie e singole persone all’emergenza abitativa in una città sempre più corrosa dalla speculazione immobiliare, con povertà, razzismo ed esclusione sociale in aumento. Spin Time è presidio contro la dispersione scolastica avendo istituito un doposcuola per bambini e ragazzi, ed è un cantiere di rigenerazione urbana e uno spazio polifunzionale con una miriade di attività culturali, un auditorium, sede di spettacoli teatrali e concerti di musica classica, la vecchia mensa trasformata in osteria popolare e a queste attività se ne aggiungono molte altre: la residenza artistica la falegnameria, gli sportelli sociali. Nelle centinaia di interventi che si sono succeduti nel pomeriggio è stato ribadito il carattere repressivo dei provvedimenti di sgombero di quegli spazi sociali che contrastano il degrado in un perverso disegno di distruzione di luoghi e comunità che costituiscono spazi di vita, di socialità, di differenza e di libertà. Spin Time è davvero tutta Roma come dice lo striscione “Roma è tutta qui”. Perché Spin Time è, insieme con tutti gli spazi sociali della città, un’esperienza storica di amicizia e di sperimentazione di relazioni protette dalla micidiale presa razzista e di crescente discriminazione sociale. Questa esperienza proviene dalla trentennale pratica di autogestione e di produzione di mondi possibili che le amministrazioni hanno la responsabilità di proteggere, dovrebbe essere oggetto di salvaguardia da parte di amministrazioni che non possono rimanere silenti, o peggio, inattive, di fronte alle interferenze del governo nelle politiche cittadine. L’amministrazione e i partiti che la sostengono devono scegliere se stare dalla parte del “modello Milano”, del disastro immobiliare, della guerra ai poveri e della corruzione o dalla parte della città solidale. A Roma c’è una storia amara, quella della “delibera 104” sulla regolarizzazione di spazi e realtà culturali e di sindacalismo sociale, frutto di mediazione tra comune e realtà sociali, che però si rivela fallimentare, avendo introdotto lo schema della “gara” che privilegia la competizione e l’assegnazione a enti e associazioni anodine che aumentano la desertificazione dei territori. Spin Time invece è lo spazio che dà da mangiare durante le accampate davanti all’Università la “Sapienza” per lottare contro il caro-affitti; è lo spazio di solidarietà non solo a parole di don Mattia e di Mediterranea che salvano vite, non le uccidono respingendole o detenendole altrove. È l’osteria a prezzi popolari, è il luogo luminoso di attività multiculturali ed editoriali. A Spin Time nasce tre anni fa il Social Forum dell’Abitare che proviene dalle giornate del G8 di Genova 2001 e gira l’Italia per far fronte all’emergenza della casa che manca, della città che espelle e delle persone che diventano invisibili. Spin Time è “la città che da qualsiasi parte tu venga, in qualsiasi Dio tu credi, se hai bisogno di un tetto sulla testa dice ‘vieni, ti accolgo’”, e ha insegnato che non si è qui o là per lottare “per” te ma “con” te. Vogliono cancellare questo spazio di dignità e di umanità per un hotel di lusso di cui Roma non ha bisogno. Non vogliono eliminare un’occupazione, ma un modello che funziona. Deridono, umiliano, colpiscono le persone fragili. Giustamente si ricorda che “tempo fa qualcuno diceva che al centro di un progetto rivoluzionario c’è l’amore e che senza amore tutto il resto sarebbe stato un ammasso informe, senza vita”. Spin Time “è l’amore, la vita che si contrappone allo sterminio che non è soltanto più un’opzione politica, ma la possibilità di business, di arricchirsi, di distruggere”. Contro tutto questo inizia un percorso di assemblea permanente, un’agorà aperta, in cui si incontreranno le mille realtà, associazioni, reti e municipi, gli stessi che hanno alzato la marea delle mobilitazioni contro guerra, genocidio e distruzione della terra. Difendere Spin Time è difendere questo processo, è difendere Roma antifascista, cioè democratica, perché non ci sono altre democrazie: quelle sono maschere strappate che rivelano autoritarismo, violenza e propaganda. Per ricominciare a respirare insieme, a creare immaginario, mutualismo, aria pulita. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Riccardo Troisi: -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Spin time: -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Una luce nell’oscurità -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Spin time è la vita che si contrappone allo sterminio proviene da Comune-info.
Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni
DECINE DI MORTI, CENTINAIA DI FERITI E DI ARRESTI. LA RIVOLTA IN IRAN CONTINUA ED È DIFFUSA NELLE CITTÀ PICCOLE DELL’OVEST. A PORTALA AVANTI SONO SOPRATTUTTO GIOVANI, DISOCCUPATI, LAVORATORI E LAVORATRICI PRECARIE E STUDENTI. LE PROTESTE INTRECCIANO LOTTE CONTRO L’IMPOVERIMENTO, CONTRO IL DOMINIO MASCHILE E TEOCRATICO, CONTRO L’OPPRESSIONE RAZZISTA ESERCITATA DAL REGIME SULLE MINORANZE CURDE E BELUCI. IN QUESTO TESTO, ROJA (COLLETTIVO FEMMINISTA E ANTICAPITALISTA IRANIANO, CURDO E AFGHANO) SPIEGA QUALI SONO LE MINACCE INTERNE ED ESTERNE CHE ASSEDIANO LA PROTESTA E PERCHÉ, ANCHE SE L’INSURREZIONE ATTUALE DOVESSE ESSERE REPRESSA, ESSA RITORNERÀ Foto di CrimethInc -------------------------------------------------------------------------------- Pubblichiamo la traduzione di un lungo articolo redatto da Roja, collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano, con sede a Parigi, nato nel settembre 2022 sulla spinta dell’insurrezione esplosa in Iran al grido “Jin, Jiyan, Azadi” dopo l’omicidio di Jina (Mahsa) Amini da parte del governo patriarcale e teocratico della Repubblica islamica. Come racconta CrimethInc, che ha pubblicato il testo, il collettivo è animato da attiviste “provenienti da diverse nazionalità e geografie politiche interne all’Iran”, legate non solo ai movimenti sociali in Medio Oriente ma anche alle lotte sociali in Francia e a quelle internazionali a sostegno della Palestina. Il quadro delle insurrezioni iraniane restituito dalla loro analisi è quello di una crisi della riproduzione sociale e di un movimento di rivolta di lungo periodo, diffuso in maniera capillare sul territorio, nel quale si intrecciano lotte contro l’impoverimento dei salari, contro il dominio maschile e teocratico, contro l’oppressione razzista esercitata dal regime sulle minoranze curde e beluci. Sono queste lotte che oggi sono minacciate dall’annuncio di Trump di un intervento militare “a sostegno dei manifestanti”. Come già le sanzioni internazionali comminate all’Iran sono state la leva per rafforzare l’oligarchia al potere e garantirle un vantaggio nella lotta di classe interna al paese, la nuova pulsione “imperialista” inaugurata dal governo statunitense in Venezuela è destinata a rafforzare la parte reazionaria e filo-monarchica dell’opposizione al regime, sostenuta anche da Arabia Saudita e Israele, a scapito di un movimento sociale le cui istanze di liberazione vanno al di là dei confini dell’Iran. D’altra parte, secondo Roja, l’anti-imperialismo non basta se precipita nell’ottuso campismo che abbraccia la Repubblica Islamica come l’amico da sostenere contro il nemico americano, anche al prezzo di mettere a tacere l’insurrezione in corso per le strade dell’Iran o bollarla come “piccolo-borghese”. Per questo riteniamo importante questo contributo: non soltanto per rompere il silenzio a volte imbarazzato sull’Iran che circola anche in ambienti di movimento, ma anche per affermare chiaramente la nostra parte all’interno dello scontro in atto. Se la logica della guerra e il suo linguaggio geopolitico finiscono per soffocare il movimento sociale, il “doppio assedio” che lo minaccia non lo sta, tuttavia, paralizzando. Mentre pubblichiamo questo testo, milioni di donne e uomini iraniani stanno sfidando la brutale repressione del governo e il suo tentativo di chiudere ogni comunicazione interna ed esterna con blackout mirati. Schierarsi con chi sta insorgendo è parte di quella politica internazionalista che Roja reclama: non l’internazionalismo degli Stati e dei governi, ma di un movimento sociale transnazionale che si oppone alla guerra contro il lavoro vivo che dilaga nel mondo. Un movimento che, come questo pezzo chiarisce, deve saper affrontare il nodo dell’organizzazione per rovesciare la pressione mortifera della logica di guerra in una politica di pace e libertà contro ogni forma di oppressione. [∫connessioni precarie] -------------------------------------------------------------------------------- I. La quinta insurrezione dal 2017 Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne, le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno 2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo è rivendicare migliori condizioni di vita. Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti. L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al governo. II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti” — ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo: usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025 hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi. Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la guerra dei dodici giorni — cercano oggi di presentarsi ai loro padrini occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di sicari statunitensi e israeliani. Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”, che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria popolazione. “Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un “pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica. Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane. Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando frontalmente l’apparato repressivo. Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di sollevarsi contro di essa. Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni: vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della Repubblica islamica. III. La diffusione della rivolta Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati, venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran. La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono diventate l’epicentro di questa ondata di proteste. Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica. Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati: giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti. Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar (l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come “piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime risposte al movimento dei Gilet Gialli in Francia nel 2018: poiché la rivolta era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si affrettarono a liquidarla come reazionaria. Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri urbani in tutto il Paese. IV. La geografia della rivolta Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan, Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante l’insurrezione del 2022. Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa. Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah). Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70 minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali. La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione e repressione. Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del “freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar, università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza. V. L’impatto della guerra dei dodici giorni Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili iraniani hanno portato a un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza. La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio. Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre, quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale” del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta nazionale. Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia, esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati. Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita quotidiana delle persone. Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati, lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro, il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta “ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe, l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi. Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni: una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra. I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe, insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e del petrolio. VI. Le contraddizioni Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International, divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari, finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e Israele. Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia — visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del 2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci, che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero. Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista, approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione politica dei popoli dell’Iran. La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica. Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi” rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente. VII. L’orizzonte L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella repressione. Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale alternativa. Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente, ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata l’autodeterminazione. Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via” astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio — interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità indipendenti. Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe, anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione. Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”, prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in nome della lotta contro un nemico esterno. Immagini: CrimethInc e Roja L'articolo Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni proviene da Comune-info.
Combattere la violenza economica di genere
QUANDO SI PARLA DI VIOLENZA DI GENERE SIAMO ABITUATI A PENSARE A QUELLA FISICA E PER FORTUNA SEMPRE PIÙ SPESSO A QUELLA PSICOLOGICA, MOLTO MENO INVECE ALLA VIOLENZA ECONOMICA, UN ABUSO IN CRESCITA CHE ASSUME MOLTE FORME CON GRAVI CONSEGUENZE. DA MILANO ARRIVANO TRE BUONE NOTIZIE. LA PRIMA: C’È CHI SA OCCUPARSI DI QUESTO TEMA, COME LA COOPERATIVA CERCHI D’ACQUA. LA SECONDA: È NATA UNA COLLABORAZIONE CON MAG2, COOPERATIVA DI FINANZA ETICA, CHE APRE ORIZZONTI INEDITI. LA TERZA: È POSSIBILE PROTEGGERE IL PERCORSO AVVIATO Nel 2025 sono circa 6,4 milioni (il 31,9%) le donne italiane con età compresa tra 16 ai 75 anni ad avere subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Numeri allarmanti al quale vanno aggiunti quelli di altre forme di violenza, come quella psicologica e digitale, le molestie, il mobbing fino al femminicidio. Poi c’è la violenza economica di genere, che spesso sfugge alla triste contabilità del fenomeno, forse perché fatta rientrare nelle “normali usanze familiari” rimarcando quanto ancora la nostra cultura sia radicata nel patriarcato. D’altronde non è compito dell’uomo occuparsi dei soldi in casa, soprattutto della gestione del conto corrente, dei risparmi e degli investimenti? Una consuetudine tramandata da generazioni tramite stereotipi duri da debellare e che rappresentano il nucleo cognitivo del pregiudizio e della discriminazione. Ad accrescere la violenza economica sono convinzioni come “le donne non sono capaci e non sono interessante a gestire il denaro”, “non dovrebbero preoccuparsi delle questioni finanziarie” o “spetta agli uomini essere l’unico o il principale sostenitore economico della famiglia”. Pensieri che tendono a escludere le donne dalle decisioni finanziarie domestiche e a limitarne l’accesso alle risorse monetarie, di fatto, ostacolando la loro capacità di prendere decisioni economiche indipendenti e rendendole più vulnerabili alla violenza economica e al ricatto. Isolamento economico A dare forma ai pensieri possono essere innumerevoli azioni. Secondo l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), la violenza economica coinvolge comportamenti volti a controllare la capacità di un individuo di acquisire, utilizzare o accumulare denaro, credito, proprietà o altre risorse, danneggiando la sua sicurezza economica e la sua capacità di raggiungere l’autosufficienza finanziaria. Nel concreto, l’uomo può vietare alla donna di avere un conto corrente, un bancomat o una carta di credito personali, ma pure negare l’accesso ai conti bancari condivisi, ai fondi di risparmio, o anche ai soldi per le necessità quotidiane. Può controllare le spese con la richiesta di scontrini e ricevute e tenerla all’oscuro dalle decisioni finanziarie importanti all’interno della famiglia o anche dalla conoscenza dello stato patrimoniale della famiglia. Può sottrarle i fondi personali in modo equivoco oppure indurla a fare investimenti rischiosi o a contrarre debiti, come accollarsi prestiti o fare acquisti a credito contro la sua volontà. Non solo. È violenza anche ostacolare il suo percorso formativo e impedendole di lavorare e, di conseguenza, di avere un reddito autonomo. Comportamenti che non lasciano segni visibili, ma minano l’autonomia della donna rendendola, di fatto, ricattabile e succube alle decisioni dell’uomo. Le conseguenze sulle donne Se nell’immaginario popolare le donne in situazioni di dipendenza economica vengono considerate spesso delle fortunate “mantenute”, nella realtà le conseguenze possono essere gravi e minano stabilità e benessere generale a breve e lungo termine. Il mancato controllo monetario può portare a emozioni negative legate all’insicurezza finanziaria che generano forme di depressione, ansia, stress, disturbo da stress post-traumatico e scarsa qualità della vita. Gli stessi sintomi possono derivare dal mancato sviluppo personale e professionale. Nelle forme più acute può esporre all’indebitamento, alla disoccupazione e alla mancanza delle risorse finanziarie necessarie per la sopravvivenza quotidiana. Non solo. La povertà associata alla violenza economica può portare anche a conseguenze negative per la salute, ad esempio inducendo la donna a rinunciare alle cure sanitarie o a fare ricorso ad alcol e droghe per far fronte alla violenza. Un abuso in crescita Secondo il sondaggio del 2023 realizzato da WeWorld il 49% delle donne italiane avrebbe subito violenza economica almeno una volta nella vita, percentuale che sale al 67% tra le donne divorziate o separate. Inoltre 1 donna su 10 dichiara che il partner le ha negato di lavorare, 1 donna separata o divorziata su 4 dichiara di aver subito decisioni finanziarie prese dal suo partner senza essere stata consultata prima e che quasi 1 italiano su 2 pensa che le donne siano più spesso oggetto di violenza economica perché hanno meno accesso degli uomini al mercato del lavoro. Visione confermata dai dati. In Italia lavora poco più di 1 donna su 2 contro il 70,4 per cento degli uomini e il paese è all’85° posto su 148 nella classifica mondiale del contrasto al divario di genere. Alle minori opportunità di lavoro corrispondono, a parità di livello di istruzione e tipologia di impiego, anche retribuzioni più basse, fattore che favorisce il propagarsi della violenza economica.   Il progetto di Cerchi d’Acqua Cerchi d’Acqua, realtà fondata nel 2000 nella ricca Milano, riferimento del “1522” (numero nazionale contro la violenza di genere) in città e tra i fondatori dell’associazione nazionale D.i.Re. (Donne in Rete Contro la Violenza), afferma che la violenza economica, sulla base dei dati raccolti in forma anonima ogni anno, è salita dal 22% nel 2022 al 31% nel 2024. Un aumento dovuto alla maggior consapevolezza delle donne che si sono rivolte al Centro e hanno avviato percorsi di uscita dalla violenza. Per affrontare l’incremento delle richieste, l’equipe di Cerchi d’Acqua ha avviato un paio di anni fa uno sportello per contrastare la violenza economica e avviare percorsi di autonomia delle donne fornendo gli strumenti concreti necessari per il loro reinserimento lavorativo, rafforzandone autostima, capacità professionale e indipendenza. Tra le molte attività previste, percorsi psicologici individuali e di gruppo, incontri di orientamento al lavoro e workshop tematici. Quest’anno, grazie alla collaborazione con MAG2, cooperativa di finanza etica attiva dal 1980, si è messo a punto un progetto che prevede anche consulenza finanziaria personalizzata e incontri di gruppo sulla finanza etica, perché è importante anche orientare le scelte verso un’economia solidale e benefica per i beni comuni. Presentato al bando Impatto+ 2025 “Oltre la violenza, l’indipendenza” di Gruppo Banca Etica con il nome “Sostieni il cammino all’autonomia delle donne: no alla violenza economica”, il progetto è stato selezionato tra i vincitori che possono accedere alla raccolta fondi su Produzioni dal Basso. Un crowdfunding iniziato il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, con possibilità di effettuare donazioni fino al 24 gennaio 2026 nell’apposita pagina del portale. “Il nostro desiderio è ridare l’indipendenza economica alle donne, un passo fondamentale non solo per la loro autonomia, ma anche per aiutarle a uscire dalla violenza”, dicono le socie di Cerchi d’Acqua che stanno portando avanti il progetto. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Combattere la violenza economica di genere proviene da Comune-info.